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Segreti di famiglia – capito 1 –

Lo zio Paolo era l’ultimo dei fratelli di mia madre.
Circa una decina d’anni li divideva e come spesso accadeva nelle famiglie numerose, essendo lei la più anziana, lo aveva accudito molto spesso ancora in fasce. Un rapporto speciale li accomunava. Lei non era solo una sorella, ma probabilmente un surrogato di madre. Ha soli ventisette anni, rimase vittima del solito uomo senza palle, che vistosi obbligato ad una paternità, vide bene di sparire e di non farsi più vedere.
Così nacqui io.
Definirmi un bastardo, non &egrave del tutto esatto, in fin dei conti di chi fossi figlio ben si sapeva. Diciamo uno sfortunato, come tanti al mondo, pronto ad iniziare la mia vita percorrendo sin dall’inizio una bella salita.
Riuscii a crescere coccolato dai fratelli e dalle sorelle di mia madre.
Lo zio Paolo, volentieri indossò i panni del fratello maggiore. Quando raggiunsi i quindici anni lui ne aveva circa trenta e i suoi consigli furono efficaci specialmente nei miei primi disastrosi approcci con l’altro sesso. Il nostro rapporto in fin dei conti era il naturale bilanciamento della vita. Mia madre si era occupata di lui e lui aveva fatto altrettanto con me.
Di bell’aspetto più di una volta mi ritrovai a toccarmi, ripensando alle innumerevoli fidanzate che negli anni aveva portato a casa. Ragazze dalle caratteristiche più disparate accomunate solo dal fatto di essere tutte molto carine. Compagne universitarie, futuri avvocati come lui che non disdegnavano di ripassare in privato per qualche esame. Zio Paolo era un single convinto. Per lui il matrimonio era la tomba dell’amore. Più di una volta me lo aveva ripetuto, ma se non avesse mai proferito parola al riguardo, il fatto risultava palese a tutti quanti.
Giunse finalmente il giorno della sua laurea. Una festa per tutta la famiglia. Mia madre orgogliosa come fossi stato io, pianse per tutta la cerimonia. Lo zio Paolo era il primo laureato della famiglia. I suoi voti e la sua preparazione lo portano in breve tempo ad incominciare la carriera in un famoso studio di Milano.
Il momento della nostra separazione era finalmente giunto.
Ricordo ancora il giorno dell’addio, lo vidi allontanarsi, salire su quel treno mentre tristemente ci salutava con la mano.
Per una settimana in casa scese una sorta di lutto.
Ci sentivamo spesso, ma mi rendevo conto che stava cambiando. Probabilmente le responsabilità che lo avevano investito, il frequentare certi ambienti, la grande metropoli l’avevano trasformato nello stereotipo del uomo rampante.
Più di una volta pensai che il porsi così con me, fosse un suo subdolo espediente, per spronarmi a seguire le sue orme. Lo studiare però non era ai primi posti nella scala delle mie priorità. Volevo finire il liceo per poi iniziare a lavorare e di li, qualcosa sarebbe successo.
Non so bene cosa. Qualcosa.
Passò del tempo.
Passò ancora dell’altro tempo, le feste comandate si susseguirono senza la sua presenza per troppi anni di fila. Troppi impegni gli impedivano di presenziare, questo era quello che ci diceva.
Il giorno del quarantottesimo compleanno di mia madre, una cabriolet fiammante si parcheggiò nel vialetto di casa.
Era agosto, un caldo infernale, lo vidi scendere.
Invecchiato.
Taglio di capelli perfetto, polo di marca come anche scarpe &egrave pantaloni.
La città e la bella vita si erano impadroniti di lui.
Fece il giro della macchina e con fare da gentiluomo si apprestò ad aprire la portiera del passeggero.
Una ragazza, dal taglio sbarazzino e apparentemente spettinato, scese con calma.
Mi precipitai fuori dalla porta.
Ero li, pronto a saltargli al collo. Qualcosa però mi frenava, incominciai a pensare che forse non gradiva. Restai immobile e sorridente in attesa.
Lo zio mi fissò.
Con la sua solita faccia da schiaffi mi guardò dritto negli occhi ed esclamò:
“Va beh che mi devo far perdonare, ma &egrave così che si saluta lo zio prodigo”; in quell’istante aprì le braccia. Non attendevo altro gli saltai al collo come un bambino di fronte a suo padre. Naturalmente le dimensioni erano diverse. Naturalmente il nostro abbraccio si trasformò in una sorta di prova di forza tra due bambinoni troppo cresciuti.
La ragazza osservava divertita la scena.
Mia madre, con il grembiule ancora legato ai fianchi, uscì “sciabattando” in cortile.
Non appena vide lo zio, il suo viso si illuminò.
Seppur spettinata, sporca di farina, stava impastando la pasta per le lasagne, il suo viso era divenuto raggiante come quello di una regina.
“Sorellona… Sbaglio o oggi sei diventata più vecchia del solito?” Le chiese in modo esplicitamente irriverente.
“Screanzato di un cittadino imbellettato”
“Mmh vedo che sei felice di vedermi” rispose sorridente.
“Vieni un po’ qui ad abbracciarmi o hai paura di insozzare il tuo prezioso abbigliamento?”
Lo zio corse verso la mamma. Un abbraccio ricco di calore li scosse entrambi.
Nel frattempo io e la giovane eravamo rimasti in disparte, come spettatori muti avevamo assistito alla scena madre di un film in bianco e nero.
Ad un tratto mia madre esordì : “Ma sei proprio un maleducato, non ci presenti la tua amica?”
Dicendo questo si lanciò verso la giovane. Il suo viso mal celava il suo stupore, non era probabilmente abituata al calore della nostra famiglia.
Infatti allungò la mano destra verso mia madre : “Piacere Barbara”.
Mia madre attese un attimo prima di contraccambiare la stretta “Piacere Anna”.
Fu il mio turno ” Piacere Valerio” .
Barbara si voltò verso di me, i suoi occhi verdi mi ipnotizzavano, probabilmente mi ero soffermato sulle sue labbra, perfettamente truccate. Il suo sorriso bianco e perfettamente allineato era tutto per me.
” Finalmente ti ho davanti, non sai in questi giorni quanto ho sentito parlare di te. A dire il vero non solo in questi giorni, diciamo che nei giorni precedenti, tuo zio mi ha fatto una testa, ma una testa” e scoppiò in una deliziosa risata.
“Ma cosa stai dicendo..” Rispose ilare mio zio
“&egrave vero. Non c’&egrave nulla di male, eri nervoso o meglio ansioso come mai ti avevo visto. Rivedere la tua famiglia dopo quasi sette anni..amore sembravi un anima in pena”
Mia madre ascoltava divertita la loro discussione. La franchezza di quella ragazza le piaceva, la conoscevo, infatti non si intrufolò tra loro ma ad un tratto esordì, rivolgendosi verso di me: “Dai una mano allo zio con i bagagli. ”
Lo zio mi fissò per un istante, poi rivolgendosi verso mia madre: “Anna stai tranquilla, abbiamo prenotato una camera al B&B sopra alla collina. ”
Vidi mia madre farsi scura in viso.
“Ma sei scemo, sono sette anni che non ti fai vedere ed ora prendi e vai in albergo? Questa &egrave anche casa tua, lo &egrave e lo sarà sempre. Non voglio sentire un ma. Voi non siete ospiti, sono stata chiara? Se tu che sei in Italia ci hai messo sette anni a tornare a casa, gli altri fratelli forse li vedrò al mio funerale. “E scoppi’ a ridere.
Lo zio non replicò. Penso che vedere un avvocato tacere, non sia cosa da tutti i giorni.
“Allora nipote dammi una mano.” Mia madre nel frattempo aveva preso sottobraccio Barbara e senza degnarci di uno sguardo, si stava dirigendo verso l’interno della casa.
Le vedemmo sparire, chiacchierando come due vecchie amiche.
Rimasti soli incominciammo a parlare.
“Te la passi bene zio, mi sembra. ”
Sorrise senza darmi alcuna risposta
Aprì il bagagliaio e lo aiutai ad estrarre i bagagli.
“Come ha preso la mamma questi sette anni?” Mi chiese serio
“Come vuoi che li abbia presi, lo puoi immaginare anche tu, sei suo fratello ma forse ancor di più sei mio fratello. Gli sei mancato, le tue sporadiche telefonate le facevano piacere, ma una tua visita sarebbe stata sicuramente un altra cosa.”
” Non le do torto, ma veramente non ho avuto tempo. In questi anni ho lavorato come una bestia, e circa un anno fa sono riuscito a diventare socio dello studio”
“Ma dai..sono felice zio per te, spero che ora troverai un po’ più di tempo per la tua famiglia.” “Sarebbe bello….Ma ti posso assicurare che il tempo &egrave sempre meno”
“E tu gli studi?”
“Che studi zio… Lavoro”
“Cosa fai?”
“Il cuoco o meglio l’aiuto cuoco. ”
“Beh &egrave un lavoro di tutto rispetto, anzi se diventi in gamba lo stipendio certo non ti farà mancare nulla e poi chissà un giorno, forse un ristorante tutto tuo. ”
“Eh… Come corri zio”
“Ho iniziato come cameriere stagionale, poi un giorno mancava uno in cucina, ho provato ed il padrone ha notato che me la cavavo bene, forse meglio che in sala. Tra mille rimproveri ho cominciato, il cuoco mi ha preso sotto la sua ala protettiva e così tra mille scappellotti e non sai quante urla ora ho un lavoro.”
Lo zio ascoltava. “Mi sa che dovrò pagare da bere a quell’uomo.”
“Meglio di no, odia gli avocati. Un divorzista lo ha lasciato in mutande, come dice lui.”
“Allora se verrò al ristorante, mangerò solo cose che hai preparato tu”.
Scoppiammo a ridere.
“Ma visto che sei un cuoco? Che ci faceva la mamma tutta imbrattata di farina? ”
“La conosci, la cucina &egrave il suo regno. Lei non &egrave una cuoca, ma &egrave una chef, di un ristorante stellato. ..Ma perché non fai così, ma quando mai le cose si fanno in questo modo, devo continuare? ”
“No no… Mi sembra di vederla” aggiunse ridendo.
“Il ristorante &egrave chiuso in questo periodo?… Visto che sei qui?”
“No ho preso due giorni per strale vicino”
“Ma &egrave lontano?”
” Si ad una sessantina di chilometri da qui”
“Fai il pendolare?”
“No, impossibile con gli orari. Ho una camera al ristorante. Il giorno di chiusura vengo sempre su e riesco a passare due notti a casa”
“Ma guarda ti ho lasciato un ragazzo e ti ritrovo un uomo”
“Rischi di non venire a casa per tutti questi anni zio”
“Acuto e tagliente nipote… Lo sapevo che avevi la stoffa per affrontare qualsiasi contraddittorio”
“Ma Barbara? Non sarà che il single impenitente si &egrave accasato? ”
“Si nota così tanto?”
“No zio un puntino, ha una bel carattere, tenerti testa non deve essere semplice”
“Infatti, sono quattro anni circa che mi sopporta”
“Quattro anni.. Una vita”
Scoppiammo a ridere.
” Beh sono contento saperti apposto di sicuro farà felice la mamma e tu?fidanzate ? ”
” Nessun rapporto serio, ogni tanto qualche cameriera stagionale o qualche cliente quando servivo al tavolo. Non ho voglia di impegnarmi. ”
” Fai bene, hai tempo. ”
Ad un tratto la voce di mia madre ci riportò alla realtà.
“Il caff&egrave &egrave pronto”

Entrati in casa, Barbara e mia madre erano già sedute al tavolo. La moca sul tavolo e il servizio buono pronto per essere utilizzato.
Lo zio si accomodò di fianco alla mamma, mentre io mi accomodai, come al mio solito, sul bracciolo del divano.
“Valerio su.. Siediti come un cristiano.”
“Dai mamma…”
“Va beh, sarà perché &egrave alto e le sedie gli stanno scomode..” Rispose con un falso atteggiamento sconsolato.
Ci guardammo un po’ negli occhi. “Fai quello che vuoi” disse sconsolata.
Preso il caff&egrave discorremmo del più e del meno delle novità riguardanti il resto della famiglia, e del lavoro dello zio. Scoprii in quella discussione che Barbara era un attrice. Figlia di un’accademia e con un curriculum già di tutto rispetto. Continuavo a fissarla. Aveva un non so che di ipnotico. Quel vestito chiaro, elegantemente sopra il ginocchio, quel sandalo aperto, quelle mani e i piedi perfettamente curati mi avevano fatto ritornare adolescente. Mi piaceva.
Non era perché era la compagna dello zio. Non era una sorta di complesso di Edipo distorto, era bella, tremendamente invitante. Cercai di sbirciarle le cosce, non appena accavallò le gambe.
Una sua rapida occhiata mi fece immediatamente distogliere lo sguardo.
Mi stavo eccitando, era meglio cambiare aria.
Con la scusa di portare i bagagli apposto, chiesi a mia madre dove avrebbero alloggiato per la notte. Mia madre senza pensarci su, mi rispose che lei avrebbe dormito nella camera degli ospiti, provvista di soli letti singoli e che la sua stanza, l’unica con il matrimoniale sarebbe stata la loro non appena cambiate le lenzuola. Lo zio li per li non voleva accettare ma mia madre come al solito la spuntò.
Portai così le valigie su nella stanza. I muri delle nostre camere erano comunicanti, l’idea che Barbara mi sarebbe stata vicina, forse nuda mi accendeva fantasie che irrequiete mi incominciavano a dannare l’anima.

Scesi in garage per pulire la macchina, mentre loro continuavano tranquillamente a chiacchierare. Dovevo restare lontano da quella donna, ne andava del mio bene &egrave della serenità appena ritrovata.
Segreti di famiglia – capitolo 2 –

Mentre la mamma era intenta a preparare uno dei suoi lauti pranzi, in segreto con lo zio, organizzammo una festa per la sera. Lui si sarebbe occupato di portare la mamma fuori di casa per il pomeriggio, mentre io, il cuoco di famiglia, avrei preparato una cena degna dei migliori ristoranti. Lo zio, per non farmi sentire in obbligo mi allungò di nascosto una banconota da cinquecento euro. “Prendile anche una torta come si deve” si premurò. Sapevo che la mamma adorava il pesce, visto che in fin dei conti non lo mangiava mai. Chiesi se per loro andava bene e giunti grossomodo ad un accordo sul menù, incominciai a fare telefonate. Per le tre la torta sarebbe stata pronta, l’abituale fornitore del ristorante aveva tutto il necessario, e visto che oltre ad essere un fornitore era anche un amico, mi avrebbe sporto tutto il necessario per la cena, lasciandolo in un altro albergo, pronto per essermi consegnato all’incirca per le tre e mezza.
Il saldo del conto, alla prima volta che ci saremmo visti al lavoro.
Chiamai anche la fiorista che di solito ci aiutava ad abbellire la sala per le cerimonie. Anche lei si dimostrò un amica e non solo una fornitrice.
L’ho sempre detto, il mondo funziona sui contatti.
Finito il pranzo, con una scusa lasciai mia madre sola con i nostri ospiti. Li per li non le andò a genio la manovra, ma accettò suo malgrado, complice anche lo zio. Girò la frittata talmente bene, che alla fine era forse anche contenta che mi togliessi di torno.
Accesa la macchina feci per uscire dal garage, quando vidi lo zio rincorrermi.
Mi fermai.
“Cosa c’&egrave zio?”
“Dammi due dritte, ha bisogno di qualcosa la mamma?” Un regalo logicamente lo abbiamo già comprato, ma anche secondo Barbara tua mamma merita di più. ”
” Non so cosa risponderti zio, l’hai vista il regalo più grande e sicuramente che oggi sei qui con lei. D’altro la vedi. Lei &egrave sempre così come l’hai vista oggi. Non si concede nulla, mai nulla per lei, un parrucchiere o un bel vestito una volta massimo due all’anno. Dice che sta bene così, ma non so se in fin dei conti &egrave la verità ..”
“Ho capito dove vuoi cadere, ci penso io. Ma a proposito questo catorcio &egrave la tua macchina?”
” Si.. Zio. Questo catorcio &egrave la mia macchina”
Mi sorrise e senza aggiungere altro si voltò per rientrare in casa.
Il viaggio verso la città avvenne senza particolari di rilievo. Guidavo ma la mia testa continuava a pensare a tutto quello che dovevo fare di li a poco. Nessun margine di errore, la mia famiglia o meglio lo zio si aspettava molto da me ed io, non volevo assolutamente deluderlo.
Ritirai il pesce, i fiori e la torta . Passai anche in alcuni negozi per acquistare piccoli particolari ed alcuni ingredienti di cui sicuramente, la cucina di mia madre era sprovvista.
Tornai a casa, speranzoso di non incrociare il cabriolet dello zio. Rimasi lì per li pensieroso. Probabilmente Barbara si era dovuta sedere su i mini sedili posteriori, mentre la mamma di fianco alla zio sicuramente stava inveendogli contro a causa dell’aria.
Arrivai davanti a casa.
La macchina dello zio non c’era.
Erano circa le quattro e mezza. Quattro ore massimo cinque per preparare il tutto.
Potevo farcela.
Posi immediatamente la torta e il pesce in frigorifero.
Cercai tra le pentole quello che poteva fare al caso mio.
Decisi per un antipasto leggero abbastanza classico: un insalata di mare , un carpaccio di spada e un souté di cozze. Come primo un classico ma ricco risotto allo scoglio e per finire quattro belle orate .
Cucinai senza pensare, e in due ore circa la cena era più che abbozzata. Le pentole erano pronte sui fuochi, mentre la teglia con le orate era pronta nel forno. L’insalata di mare era nel frigo insieme con il carpaccio. Decisi allora che finalmente potevo andare a farmi una doccia prima di iniziare a preparare la tavola.
Salito al piano superiore incominciai a spogliarmi. Il silenzio nella casa era rassicurante. Andai al bagno e vidi che i saponi nella doccia erano disposti in modo diverso. Mia madre non la utilizzava mai, prediligeva la vasca. Probabilmente o lo zio o Barbara dovevano averla utilizzata. Accesa l’acqua per farla scaldare mi diressi verso la mia camera per recuperare un paio di mutande ed una maglietta pulita.
Involontariamente passando davanti alla camera della mamma, vidi che le valigie non erano dove le avevo lasciate, ma riposavano socchiuse sopra il letto. Le lenzuola linde e appena cambiate rilasciavano ancora il profumo dell’ammorbidente.
Entrai.
Incontrollatamente mi diressi verso quella che per marca e forma era probabilmente il bagaglio di Barbara. Delicatamente lo aprii.
Avevo ragione era il suo bagaglio.
I suoi vestiti perfettamente ripiegati giacevano su un lato, mentre sul lato opposto i suoi indumenti intimi erano stati disposti, accoppiati e ordinati. Ero tentato di afferrane uno. Sicuramente non sarei stato in grado di riporlo allo stesso modo. Ad un tratto vidi un sacchetto di plastica fuoriuscire dalla tasca sulla schiena della valigia.
Lo presi tra le mani. Una normalissima busta di plastica bianca, priva di scritte.
Ci guardai dentro.
Istantaneamente il mio cuore incominciò ad accelerarmi.
Al suo interno, uno slip alla “brasiliana” e il suo reggiseno coordinato.
Afferrai quest’ultimo. Una terza, lo portai al volto. Era ancora intriso del suo profumo. Guardai allora il mio sesso. Svettava verso l’alto, turgido come quello di un adolescente.
Lasciai il reggiseno sul letto vicino alla valigia.
Presi gli slip.
Li osservai, un sottile velo si distingueva all’altezza di dove era posizionato il suo sesso.
Mi guardai riflesso nello specchio. Nudo come un verme, con un erezione in corso, nelle mani l’intimo della compagna di mio zio. Non ero mai stato un pervertito, ne tantomeno un feticista ma in quell’istante l’idea di lei, mi annebbiava la ragione e così preso da un irrefrenabile voglia iniziai ad annusarle.
L’odore acre del suo sesso mi inebriava l’olfatto.
Incominciai a toccarmi.
Il movimento si fece sempre più deciso e veloce, quando ad un tratto sentii che ero pronto.
Come un ragazzino, preso alla sprovvista mi guardai attorno alla ricerca di un fazzoletto o qualsiasi altra cosa, per limitare i danni.
Il mio sesso però era andato ben oltre, istintivamente portai le mutandine sopra di lui.
Mi scaricai in esse.
“Merda.. Cosa cavolo,avevo combinato.” Barbara se ne sarebbe accorta. Con ancora il sesso in tiro corsi in bagno. Allargate le mutande sul bordo della vasca, guardai il danno.
Tre grosse macchie, grandi come tre monete si stavano fissando sugli umori di Barbara.
Presi velocemente della carta igienica e incominciai a raschiare le mutandine per togliere almeno i danni più grandi e visibili. Pensai allora, che probabilmente non le avrebbe nemmeno controllate prima di lavarle nella lavatrice. Il problema sarebbe potuto sorgere nel caso di una lavaggio a mano. Cercai di non pensare. Le mutande nella sua valigia erano abbastanza per affrontare i giorni di permanenza. Il problema si sarebbe eventualmente presentato al suo ritorno a casa.
Riuscii con quel pensiero a ritrovare un minimo di serenità.
Ero ancora turbato da quello che avevo appena fatto. Riposi nel sacchetto i due indumenti intimi e cercai di riporlo all’incirca nello stesso modo in cui lo avevo trovato.
Il mio sesso ancora imbarazzato, rimaneva sul chi va là. Mi diressi diretto alla doccia.
Dieci minuti di acqua bollente, mi fecero ritrovare la pace. Il profumo del suo sesso, ancora veleggiava nel mio cervello. Il gusto del proibito amplificava il mio turbamento.
Mi preparai e senza fretta riuscì a completare la cena e l’allestimento della tavola.
Verso le otto e mezza senti il rumore della machina dello zio.
Come previsto la mamma sedeva accanto a lui. Splendida come mai. Un nuovo taglio di capelli, sicuramente più moderno la valorizzava, mentre un abito che sembrava gli fosse stato cucito addosso la rendeva irriconoscibile e a dire il vero attraente. Non avevo mai visto mia madre sotto quell’aspetto. Era in fin dei conti una donna, e sicuramente conciata così avrebbe suscitato l’interesse di parecchi corteggiatori. Li per li una sorta di sottile gelosia si incagliò tra i miei pensieri. Sinceramente l’idea di vederla un giorno, di nuovo felice di fianco ad un uomo però mi fece ragionare.
Era la sua festa ed era giusto così.
Scesa dalla macchina si mostrò in tutto il suo ritrovato “splendore”.
Li fissavo da dietro una tenda della cucina.
Ad un tratto rimasi rapito.
Barbara stava scendendo dalla macchina. Un vestito simile come fattura a quello del suo arrivo, valorizzava la sua pelle abbronzata. La macchina dello zio era sicuramente bella, ma come tutte le auto a tre porte non era sicuramente definibile comoda per i passeggeri posteriori. Sposato il sedile anteriore in avanti la vidi allungare le gambe per scendere. Lo sfregamento con il sedile produsse istantaneamente l’arricciamento della sua gonna verso l’inguine. Ignara dall’essere spiata, continuò il movimento fino a che il suo intimo fu scoperto.
Alzatasi in piedi, con tranquillità si ricompose e per un breve attimo fissò la finestra da cui la stavo spiando.
Istintivamente indietreggiai. Non poteva avermi visto, ma ebbi la netta sensazione che un sottile sorriso compiaciuto mi fosse inconsciamente rivolto.
Incominciai a mescolare e controllare le varie pentole.
Li sentì aprire la porta.
Il loro vociare irruppe nel silenzio.
Poco dopo vidi mia madre fare capolino dalla porta. “Ma…”
“Ciao mamma” le risposi mascherando con un sorriso il mio palese imbarazzo.
Segreti di famiglia – capitolo tre –

Un sorriso le sbocciò sul viso. “Non dire nulla, oggi &egrave il tuo compleanno… ”
“Ma le lasagne..”
“Domani.. Stasera ti ho preparato una cenetta, spero di tuo gradimento”
La vidi avvicinarsi, mentre un profumo alettante si espandeva dalla cucina. Fissò silenziosa i fornelli. Si avvicinò e con dolcezza mi diede un bacio sulla guancia, proprio come quando ero bambino. “Grazie” mi sussurrò.
“Di niente mamma”
In quell’istante entrarono lo zio e Barbara.
“Ma che profumo” esordì entusiasta lo zio.
“Mi sa che la serata promette bene…” Proseguì la Barbara.
“Andate fuori in giardino e accomodatevi.”
Mia madre fissò per un istante lo zio e la sua compagna. “Andiamo ” aggiunse raggiante.
Li seguii.
Non avrei voluto perdermi per nulla al mondo l’espressione di mia madre. Avevo preparato la tavola con tutti i canoni che avevo imparato al ristorante. La tavola imbandita con il servizio buono, bicchieri diversificati per acqua e vino. I tovaglioli piegati a cigno.
Afferrato il mazzo di fiori che avevo precedentemente nascosto, mi avvicinai e cogliendola di sorpresa: “Buon compleanno mamma”.
Vidi istantaneamente i suoi occhi riempirsi di gioia, mentre una lacrima le solcava la guancia.
Sentii la mano di il zio poggiarsi sulla mia spalla. “Bravo” fu l’unica parola che mi sussurrò.
Li feci accomodare e poi cercando di comportarmi nel modo più professionale possibile, cosa che li per li si dimostrò ardua, incominciai a servire le varie portate.
La cena si dimostrò all’altezza della previsioni dello zio. Mi alternavo tra la cucina, il servizio e il gustarmi la cena.
Fare da cuoco, cameriere e commensale non era il massimo, ma notare la felicità sul volto di mia madre, rendeva il tutto più che accettabile.
La serata proseguì senza intoppi, l’arrivo della torta fu accompagnato dal coro canonico. Mangiammo e ridemmo per tutta la sera.
I regali furono di suo gradimento.
Le bottiglie di vino si dileguarono in compagnia durante tutta la cena, donandoci un’inattesa ilarità. Ci ritrovammo così agli amari, vistosamente alticci. Lo zio era euforico come mai lo avevo visto, la mamma lo seguiva a ruota, Barbara si era fatta taciturna e ogni tanto mi lanciava degli sguardi che sul momento non ero in grado di valutare. Forse la stavo puntando per primo, probabilmente l’alcool che mi stava scorrendo nelle vene aveva liberato i miei pensieri, lasciando trasparire il mio desiderio.
Per fortuna forse se ne era accorta solo lei.
Arrivarono le due del mattino.
Mia madre decise di salire in camera per prima. Non era da lei non riassettare la tavola, ma penso che in quei momenti non le fosse nemmeno passato per la mente. Lo zio barcollando, alzatosi in piedi prese la strada per le camere da letto. Barbara mi guardò per un istante prima di accodarsi dietro al suo compagno. Non disse nulla. Rimasto solo guardai la tavola e deciso ad un ultimo sforzo incominciai a rassettare.
L’aria fresca mi tenne sveglio. L’alcool mi donava una sensazione di calore ben superiore a quella che realmente veleggiava in giardino. Mi tolsi la maglietta e rimasto a petto nudo, continuai il mio lavoro.
Preso tra i miei pensieri, non mi resi nemmeno conto che qualcuno mi stava osservando.
Barbara coperta da una lunga T-shirt che le faceva da mini abito, e con un paio di semplici infradito ai piedi era immobile sulla porta.
“Ciao” mi sussurrò
Sussultai
“Ti ho spaventato, scusami”
“No, figurati e che pensavo di essere solo. Ma cosa ci fai quaggiù? ”
“A dirti il vero non ho ancora sonno, Paolo e crollato sul letto, tua mamma penso lo stesso, non ti ho sentito salire e così ho immaginato che fossi rimasto giù a mettere apposto.”
Non dissi nulla.
“Ti dispiace se ti do una mano?”
” Ti direi di si, per il fatto che sei una mia ospite.”
“Ma sbaglio o tua madre a detto che qui siamo come a casa nostra…”
Non potei replicare.
“Allora ti do una mano” Barbara si avvicinò e sorridente incominciò a liberare la tavola. Io mi fissai in cucina ed incominciai a lavare i piatti. Parlando del più e del meno, scherzammo per circa un ora.
I rintocchi dell’orologio della chiesa, suonarono le tre e mezza, la cucina era perfettamente riordinata come l’esterno. Ci ritrovammo così seduti davanti a due bicchieri di limoncello, nel silenzio più totale.
Era bella, stramaledettamente interessante. Sentivo la mia attrazione per lei, farsi sempre più forte. Il problema &egrave che avvertivo una strana sensazione attanagliarmi lo stomaco. Il suo sguardo, i suoi movimenti in condizioni differenti sarebbero parsi come sintomi evidenti della sua attrazione nei miei confronti. Confuso, cercai di dileguarmi prima di compiere un qualsiasi atto di cui in seguito mi sarei pentito.
Penso che Barbara pensò la stessa cosa, infatti ci alzammo all’unisono, guidati come marionette dai fili del destino. I nostri visi si trovarono così a pochi centimetri di distanza, senti il suo respiro caldo accarezzarmi la bocca. In un attimo le nostre bocche vogliose si stavano concedendo l’una all’altra. La sua lingua calda e carnosa, deliziava la mia con un dolcissimo balletto. Istintivamente le afferrai i glutei, schiacciandola verso il mio inguine, vistosamente eccitato. Una sua mano si posò istintivamente sulla mia, attesi il suo rifiuto.
Attesi invano.
La sentii mollare la presa. Un attimo e quella mano appoggiata alla mia nuca, mi costringeva a lei. Iniziai a palparla sempre con maggiore intensità. Sentivo il suo bacino assecondare le mie pressioni. Mi ritrovai così seduto di nuovo sulla sedia. Barbara era a cavalcioni sopra di me. Le nostre bocche non si erano staccate per un solo istante. Il mio sesso, gridava imprigionato nei jeans. Un sottile strato di pizzo mi allontanava dalla metà del mio desiderio.
Passando dietro faticosamente riuscii a sfiorarla con un dito. Era fradicia.
Sentii nuovamente la sua mano afferrami il polso.
Questa volta la sentii destreggiarsi.
Con dolcezza mi allontanò.
Finalmente il suo rifiuto era arrivato.
La vidi alzarsi.
Nei suoi occhi un che di indecifrabile. Senza proferire parola la vidi prendere la porta.
Rimasi seduto per qualche minuto a riflettere.
Sui miei pantaloni una macchia dei suoi umori, segnava il limite tra sogno e realtà.
Annusai quel dito che per un istante aveva sfiorato il paradiso. L’aroma del suo sesso mi imprigionava nel desiderio. Lo portai alla bocca, volevo assaporarla a tutti i costi. Chiusi gli occhi e mi deliziai di quell’inezia.
Ero carico come mai, in quell’istante partii la mia mano.
Come un adolescente fantasticai su di lei, in pochi attimi raggiunsi l’orgasmo. Mi scaricai velocemente imbrattandomi la mano e i jeans. Non mi importava di nulla e di nessuno. Salii la scala e recatomi in bagno trovai la porta chiusa.
Feci per ritornare nella mia stanza, quando lo schiocco della porta mi fece voltare.
Barbara mi fissò. Abbassò lo sguardo e fissandosi sui miei pantaloni arrossì.
La vidi avvicinarsi.
Sentii il suo respiro vicino al mio orecchio.
“Scusami…”
Non risposi, palesemente imbarazzato.
“Vale..”
“Dimmi.”
“Ho,appena fatto la stessa cosa” senti le sue labbra sfiorarmi la guancia.
Mi voltai per osservarla, ma la vidi silenziosamente entrare nella sua stanza.

La notte passò molto lentamente. Turbato da mille pensieri non riuscii a chiudere occhio nemmeno per un minuto. Attesi con ansia le prime luci dell’alba. Una corsa di sicuro mi avrebbe schiarito i pensieri.
L’aria fresca incominciò a rinfrescarmi mentre con il cervello ancora in subbuglio e con gli auricolari nelle orecchie, continuai a correre.
Continuai a correre fino a quando stremato dalla mancanza di sonno e dall’allenamento decisi di ritornare a casa.
Vidi in lontananza mia madre in compagnia dello zio di fronte all’ingresso di casa.
Lo zio vestito di tutto punto parlava allegramente con la mamma.
“Finalmente sei arrivato” esordì mia madre.
Ancora senza fiato “Si mamma”
“Ti stavo aspettando” mi fece serio mio zio.
In un attimo mille pensieri mi percorsero il cervello. Attesi con ansia le sue parole.
“Vale, scusami ma la Barbara ha un appuntamento oggi pomeriggio per un colloquio per una parte in un serial in tv. Stamattina presto l’ha chiamata il suo agente, ha un appuntamento fissato per le due di oggi pomeriggio, uno di quegli appuntamenti che non si possono disdire.”
Ascoltai le sue parole. Rimasi sorpreso e a dire il vero dispiaciuto. Dispiaciuto di questa partenza inaspettata, sollevato dal fatto che Barbara si sarebbe allontanata.
“Non importa zio, il lavoro &egrave lavoro”
“Mi dispiace, scusatemi” una voce alle nostre spalle ci fece voltare. Barbara proseguì “Non volevo rovinare tutto, ma con il treno non riuscirei ad arrivare per tempo, scusatemi ancora.”
Rimasi ad osservarla. Le sue parole suonavano nella sua bocca come veritiere; i suoi occhi e l’espressione del suo volto crucciata la rendevano sicuramente sincera.
Per un solo istante i nostri occhi si incrociarono.
Nulla.
Il gelo più totale.
Quell’aspetto di lei mi fece dubitare di quello che stava accadendo. Era un’attrice. Mentire ed appropriarsi di sentimenti fasulli in fin dei conti era quello che lei normalmente faceva per vivere. Cercai di non incrociare il suo sguardo. Mi faceva male, io non ero mai stato addestrato a nascondere i miei sentimenti.
La figura del ragazzino dal cuore ferito era l’ultima cosa che volevo fare. Mi feci forza abbracciai lo zio costringendolo alla promessa di farsi sentire al più presto. Allungai la mano verso Barbara che educatamente contraccambiò. Il suo tocco mi scosse, ma cercai di rimanere impassibile e naturale. Decise all’improvviso di abbracciarmi, sentii la sua guancia appoggiarsi alla mia, mentre con un leggero schiocco delle labbra mi salutò.

Rimasi accanto a mia madre. Vedemmo allontanarsi la vettura, fino a che la perdemmo di vista.

Segreti di famiglia – capitolo quattro –

I mesi passarono, e come al solito dello zio nessuna traccia. La nostra vita era ritornata alla normalità. Lavoro, casa, casa lavoro. L’alternarsi della routine mi portò a non rendermi nemmeno conto che eravamo all’incirca a metà autunno e che di li ad una settimana il ristorante avrebbe chiuso per una sorta di ristrutturazione, che ci avrebbe reso operativi di nuovo per le feste natalizie.
La telefonata dello zio cadde come si suol dire a fagiolo.
Una vecchia causa inerente alcuni terreni della mia famiglia, finalmente era giunta al suo epilogo.
Lo zio, cogliendo l’occasione, ci invitò a passare qualche giorno nella famelica metropoli. Li per li la mamma, non era propensa all’idea, ma dopo alcune telefonate e, penso grazie alla sua “oratoria”, lo zio riuscì a convincerla.
Ero un po’ agitato all’idea di andare in città: il traffico, i ritmi forsennati delle persone, il fatto che la mia macchina era veramente un “catorcio” mi avevano relegato ad uno stato di ansia perenne.
Il giorno della partenza arrivò e solo allora smisi di mentire a me stesso.
La ragione di quell’ansia era fondamentalmente una: Barbara.
Il viaggio si svolse senza particolari problemi, lo zio mi aveva descritto dettagliatamente tutto il percorso, arrivammo puntuali all’appuntamento prefissato. Lo zio, elegante come sempre, ci attendeva di fianco alla sua macchina.
Ci salutammo e parcheggiata l’auto entrammo nel suo palazzo. Un appartamento grande e ben arredato ci si presentò dinnanzi. Facendo gli onori di casa lo zio ci mostrò tutta la casa compresa la nostra stanza. Barbara non era ancora arrivata. Restammo a parlare del viaggio e di tutto quello che si era inventato per la nostra permanenza.
Li per li ebbi la sensazione che avremmo dovuto restare li almeno un mese per riuscire a far tutto. La città ha altri ritmi perciò fiducioso assentii.
Erano circa le sei quando lo schiocco della serratura ci fece voltare verso la porta d’ingresso. Barbara carica come un mulo di borse della spesa, stava finalmente facendo il suo ingresso. Ammetto che incarnava perfettamente lo stereotipo della “casalinga cittadina”. Scarpa col tacco, borsa abbinata, uno di quei vestiti che mi facevano sbavare. Appoggiate le borse a terra, ci sorrise.
“Ben arrivati” furono le sue prime parole.
Le andammo incontro e gli abbracci e baci di rito, mi fecero il solito effetto. Il suo profumo si fissò nelle mie narici, riportandomi istantaneamente a quella notte.
Le mie mani fremevano di desiderio sfiorandole la schiena durante l’abbraccio.
Non so se sinceramente lei provava qualcosa di simile, ma allontanandoci da quell’abbraccio vidi nei suoi occhi un lampo, che impercettibilmente non era riuscita a celare. Raccolsi le borse da terra e senza proferire parola le offrii il mio aiuto.
La mamma e lo zio restarono in sala a parlare, mentre rimasti soli in cucina continuavo a fantasticare osservandola intenta a sistemare la spesa.
Sapevo che i miei pensieri non erano ammissibili, ma non potevo farci nulla. In fin dei conti non facevo male a nessuno, l’importante era che restassero solo fantasie. Barbara silenziosamente aveva terminato di rimpinzare il frigo e la dispensa e così con naturalezza mi fece: “Ok, ora vado a cambiarmi, mi metto un po’ più comoda e poi incominciamo a preparare la cena”
“Incominciamo a preparare la cena..” Le sue parole iniziarono a rimbalzarmi nella mente, rapidi castelli mentali incominciarono ad edificarsi. Mi voleva accanto… Forse solo per un aiuto, ma mi voleva accanto e con la sua affermazione non mi aveva lasciato scelta. Guardai in direzione della sua camera da letto, ma come era naturale da prevedere nessuna possibilità per una fugace sbirciatina. Ad un tratto la vidi uscire dalla stanza. Un leggins aderente e nero le fasciava le gambe tornite e sode, mentre una maglietta abbastanza larga le cadeva sui fianchi coprendole parzialmente il sedere; ai piedi un paio di infradito mettevano in risalto lo smalto dipinto delle sue unghie. Rimasi estasiato e quasi non mi accorsi di quello che aveva tra le mani.
Barbara si mosse velocemente tra la sua stanza e il bagno dove rimase per qualche minuto.
Mi voltai allora verso mia madre, ancora intenta con lo zio a discutere.

Dopo alcuni minuti Barbara uscì dal bagno. Passatami dinnanzi sorridendo mi fece cenno di seguirla in cucina. Iniziammo a preparare per la cena. Cucinare con lei era estremamente piacevole e divertente. Non era un fenomeno ai fornelli, ma l’impegno per supplire alle sue mancanze era lodevole. La osservai tagliare, rimestare, insaporire, ogni tanto il suo sguardo ricercava un mio assenso, ma in quegli istanti avrebbe potuto cucinare con lo zucchero al posto del sale; sicuramente non me ne sarei accorto.
Ad un tratto come un fulmine, un’immagine si materializzo nei miei pensieri. Con una scusa lasciai la cucina e mi diressi in bagno. Chiusa la porta, mi guardai attorno, ma li per li non vidi quello che cercavo. Il bagno perfettamente ordinato e in stile moderno, era impeccabile e lindo. Ad un tratto notai le ante del mobile sotto i lavabi. Cercando di produrre il minimo rumore, aprii l’anta più grande.
Trovato.
Il cestino della biancheria sporca. Li per li non avevo subito focalizzato quello che Barbara aveva in mano uscito dalla stanza. Un qualcosa che aveva lasciato in bagno. Come un adolescente ammetto un po’ perverso, aprii lo scrigno.
Ed eccole lì, in fondo al cestino.
Raccolsi il suo intimo e come pochi mesi prima lo annusai.
Sapeva maledettamente di lei. Il profumo acre del suo sesso, si mischiava ancora al suo profumo. Non resistetti, l’idea di toccarmi in casa sua, nel suo bagno mi fece immediatamente eccitare.
Ancora in piedi davanti allo specchio, iniziai a toccarmi mentre il suo profumo continuava a tenermi compagnia.
Vedevo la mia immagine riflessa. Un ragazzo grande e grosso, con in mano le mutandine della sua futura zia, intento a masturbarsi come un pazzo.
Arrivai prepotente. Rapidi fiotti di piacere scoppiarono dal mio membro e incontrollati imbrattarono lo specchio, il lavandino e gli spazzolini riposti davanti allo specchio.
Guardai atterrito quello che avevo combinato.
Riposi l’intimo nel cestino, aperta l’acqua del lavabo mi sciacquai il membro ancora in tiro. Con della carta igienica incominciai a pulire lo specchio e le altre gocce sparse sul mobilio. All’istante lo specchio si coprì di un alone in corrispondenza della macchia.
Altra carta e olio di gomito, riuscirono a far sparire ogni traccia.
Guardai gli spazzolini. Uno dal gambo blu e uno rosa.
Probabilmente quello blu, doveva essere dello zio.
Lo lavai con cura e poi lo sbattei per eliminare la maggior parte dell’acqua dalle setole e così lo riposi apposto esattamente come lo avevo trovato.
Afferrai quello rosa, pronto ad eseguire lo stesso trattamento.
In quell’attimo un’irriverente e perversa fantasia mi fermò.
Osservai la goccia di sperma sopra di esso. Aiutandomi con un dito la feci penetrare nelle setole. Il mio seme era sparito. Lo annusai sapeva ancora di menta. Di li a tre, quattro ore Barbara si sarebbe preparata per la notte, e così involontariamente mi avrebbe assaporato.
Lo riposi apposto attento alla posizione.
Tirata l’acqua del bagno, uscii.
Lo zio e la mamma stavano ancora parlando mentre Barbara in cucina si stava prodigando con il forno. Ripensai a quello che avevo appena fatto. Non mi era mai capitato nemmeno di pensare una “porcheria” del genere, ma la voglia di possederla, andava ben oltre la mia normalità. Non sarebbe mai stata mia, non avrei mai riempito il suo sesso, la sua bocca o le sue viscere con il frutto del mio piacere.
Non si sarebbe mai donata al nipote del suo uomo.
Dovevo.
Dovevo trovare un surrogato per dare un po’ di pace alla mia libido.
Pace che a dire il vero non arrivò.

Cenammo allegramente. La disposizione fortuita dei posti a tavola mi consegno la zia proprio di fronte. Ogni volta che la guardavo portarsi il cibo alla bocca, la mai mente mi rimandava all’idea dello spazzolino. Rimasi così eccitato per tutta la cena. Ogni tanto mi aggiustavo il membro nei pantaloni, che impertinente si faceva sentire.
Assorto in quei pensieri perversi, feci involontariamente cadere la forchetta a terra.
Abbassatomi per raccoglierla, notai la posizione delle gambe della zia. Sedeva comodamente con le gambe allungate in avanti.
Non appena mi ricomposi, mi lanciai furtivo alla ricerca di un “fortuito” contatto.

Allungai un piede.
La trovai, attesi un istante la sua reazione.
Nulla.
Mantenni il contatto. Continuando a mangiare cercai di scorgere qualcosa sul suo viso.
Nulla.
Ad un tratto la vidi lanciarmi una rapidissima occhiata. Mi parve di notare un leggero sorriso illuminarle il volto.
Il cuore mi batteva a mille mentre le nostre gambe si stavano ancora toccando.
Preso dalla pazzia, incominciai a muovermi con delicatezza.
Barbara allora mi fissò, nel suo sguardo non indignazione ma incredulità.
Non arretrò di un millimetro, mentre nel frattempo lo zio aveva anche incominciato a parlarle.
Forzai un po’ di più, e a quel punto la sentii liberarsi dalla morsa.
“Merda” pensai, questa volta ho esagerato.
Lei continuò a parlare come niente fosse, quando ad un tratto mi sentii toccare il ginocchio.
Cercai il suo sguardo.
Con indifferenza non aveva mai distolto lo sguardo da quello del suo compagno. Unica distrazione voltarsi e parlare con mia madre che nel frattempo si era infilata nel discorso.
Lentamente portai la mano sotto il tavolo.
Trovai il suo piede nudo ed incominciai ad accarezzarlo.
Le piaceva, rimase li a farselo accarezzare.
Cercando di non dare nell’occhio scivolai un po’ sulla sedia, portandomi più verso di lei.
Allargate le gambe guidai il suo piede verso il mio pube.
Mi lasciò fare, solo un frecciata rapidissima nel suo sguardo.
Il mio sesso stava esplodendo, non appena sentii il contatto delle sue dita, lasciai la presa.
Cercavo di essere il più naturale possibile, mentre mi stavo deliziando delle lascive carezze che con dolcezza mi stava donando.
Inghiottivo saliva e cibo come pietre ardenti. Mi sentivo soffocare mentre il mio cuore batteva all’impazzata tra le mie tempie.
Avrei voluto estrarlo dai pantaloni, permetterle di sfiorarlo, nudo e imbarazzato.
Una pazzia.
Rimanemmo in quel limbo di piacere per alcuni minuti.
Fummo interrotti, era giunto il momento del caff&egrave.
La zia si era dovuta alzare.
La vidi “sciabattare” verso la cucina.
Mi alzai propenso a seguirla quando lo zio mi fece: “Dove vai?”
Li per li la sua uscita mi spiazzò.
“Vado a dare una mano alla Barbara..” Risposi nel modo più naturale che potevo.
“Vale, lascia.. Mi sembra che hai già fatto abbastanza per stasera”
Le sue parole, mi raggelarono.
Guardai lo zio, cercando di cogliere qualche inflessione del suo volto. Non notai nulla. “In che senso?” Gli chiesi titubante.
“Sei mio ospite, le hai già dato una mano a cucinare mi sembra, un caff&egrave riuscirà a preparalo da sola” e scoppiò a ridere.
Assecondai la sua risata, quando dentro di me stavo imprecando.
Mi riaccomodai e attesi il caff&egrave che di li a poco fu servito.
La serata proseguì senza ulteriori “incidenti” , arrivò la mezzanotte e ci lasciammo fissando il da farsi per l’indomani.
Feci fatica ad addormentarmi. Attesi lo “sciabattare”, i rumori provenienti dal bagno, l’acqua del rubinetto che finalmente si chiuse.
Ero subdolamente entrato in lei.
Con quell’idea riuscii a chiudere finalmente gli occhi.
Segreti di famiglia – capitolo cinque

La mattina arrivò e mi ritrovò addormentato come un sasso.
Non ero abituato ai rumori della città.
Più di una volta durante la notte, il suono di qualche sirena o il passaggio di qualche centauro, mi avevano svegliato.
Distrutto anche dal letto nuovo, non volevo saperne di aprire gli occhi. Ad un tratto un contatto sulla mia spalla mi riportò alla realtà.
“Si mamma adesso mi alzo” feci ancora assonnato
Sentii nuovamente la mano toccarmi la spalla.
“Si mamma, ancora un minuto”
A quel punto sentii una voce sussurrare il mio nome.
Quando aprii gli occhi ebbi la certezza di quel che mi era parso.
Barbara ancora in pigiama mi era dinnanzi.
Strabuzzai gli occhi.
Lei mi fece: “Buongiorno”
“Buongiorno” risposi in evidente imbarazzo.
Mi voltai verso il letto di mia madre che giaceva vuoto e riordinato.
“Ma mia mamma?”
“&egrave andata con tuo zio in giro per uffici, dormivi beatamente e hanno convenuto entrambi che era meglio lasciarti riposare.”
Sentendo quelle parole, non realizzai immediatamente che tutto ciò significava, che io &egrave la Barbara eravamo rimasti soli in casa.
“Vado a preparare la colazione, caff&egrave, cappuccino un succo, cosa desideri?”
“Caff&egrave …ma non disturbati, mi alzò e me lo preparo.” Risposi ancora assonnato.
“Non sia mai” mi rispose ilare, lasciando la stanza.
Mi alzai mentre una imbarazzante erezione veniva malcelata dal mio boxer. Indossai una maglietta e, atteso qualche minuto alla ricerca della tranquillità, andai in cucina.
Barbara era di schiena, indaffarata a preparare la colazione.
La osservavo ancora in pigiama. Era meravigliosamente sexy nella sua semplicità.
Cercai di mantenermi a una distanza di sicurezza.
Non so cosa avrei potuto farle. Un guazzabuglio di desideri, la situazione, il gusto del proibito il fatto che in fin dei conti mi piaceva veramente mi collocava sullo starter di partenza.
Mi servì e mi si sedette di fronte.
Mangiammo &egrave parlammo di qualsiasi cosa, fuorché di quello che la sera prima era accaduto. Mi mise al corrente che nel pomeriggio l’avrei accompagnata al lavoro, in uno studio per registrare un spot pubblicitario. Mi chiese se mi andava bene? Non fui mai più d’accordo con una decisione non presa. La mamma e lo zio sarebbero rimasti occupati per tutto il giorno a seguire le scartoffie burocratiche che li riguardava. Il fatto che gli altri zii fossero residenti all’estero complicava le cose;
tra firme autenticate, deleghe e non so che cosa in ogni istante nuovi problemi parevano rendere la pratica un indistricabile guazzabuglio di documenti.
A quel punto ci rimaneva ancora la mattinata a disposizione. Cosa avremmo fatto?
Ci alzammo per lavare le tazze e risistemare la tavola.
Barbara non ne voleva sapere di lasciarmi fare nulla e quando ad un tratto mi avvicinai per asciugare le stoviglie, sentii il suo sedere appoggiarsi al mio pube. Non so se la situazione era stata fortuita, o entrambi avevamo cercato quel contatto.
La stoffa sottile del suo pigiama, e il tessuto del mio intimo erano una misera difesa per il nostro desiderio. La afferrai per i fianchi portandola decisamente verso di me. Mi appoggiai deciso sul suo sedere e la sentii spingersi contro. Il mio membro la desiderava e aveva voglia di farsi sentire. Incominciai a baciarle il collo. I movimenti della sua testa assecondavano ogni mio cambio di direzione.
Il suo corpo mi stava decisamente invitando, invito che senza pensare accettai di buon gusto.
Incominciai ad accarezzarle il ventre, sentivo le sue mani accarezzarmi la nuca, mentre la sua testa si era appoggiata al mio petto.
Salii fino al suo seno. Sodo da resistere alla gravità e dai capezzoli turgidi che segnavano oramai la maglietta. Appena lo ebbi tra le mani, sentii un dolce gemito farsi intraprendente tra i suoi sospiri.
A quel punto Barbara si voltò di colpo e afferratomi la testa incominciò a baciarmi con ardore e prepotenza. Le afferrai a quel punto le natiche, senza accorgermene mi ero infilato sotto i pantaloni del suo pigiama.
La sua pelle bollente era tra le mie mani. Incominciai a stringere, sentivo il suo corpo reagire ad ogni mio contatto. Le calai i pantaloni. Un’intimo normale senza troppi grilli e gingilli la rendeva naturalmente semplice.
Persi allora il controllo. Senza rendermene conto la afferrai da sotto le braccia e la alzai alla mia altezza. D’istinto si avvinghiò con le sue gambe ai miei fianchi mentre la sua lingua svettava veloce nella mia bocca . La testa del mio membro spingeva sul suo sesso impossibilitato alla penetrazione, solo da due fievoli e &egrave sottili strati di stoffa.
La adagiai sulla tavola.
Con delicatezza le sfilai lo slip, assecondato dai suoi movimenti .
Mi sedetti sulla sedia, il suo sesso glabro mi era di fronte. L’avevo desiderato, ed ora era li, indifeso nella sua nudità.
La guardai, sdraiata sul tavolo con gambe flesse
Appoggiai le mie labbra e un con un delicato bacio incominciai le danze.
Con un lento movimento verticale sentii i suoi umori sciogliersi sulla mia lingua, mentre come un fiore la sua intimità si stava dischiudendo.
Ipnotizzato da quell’istante continuai instancabile ad assaporare tutto quello che il suo corpo mi donava. Le sue mani continuavano ad accarezzarmi i capelli, i suoi gemiti fendevano quell’irreale silenzio. Iniziai a penetrarla con un dito, sentii istantaneamente i suoi muscoli contrarsi. Lavorai il suo sesso con delicatezza, accarezzai ogni angolo di quel paradiso. Cosciente e avido di quel rapporto proibito ero deciso a sentirla completamente mia.
Alzatomi in piedi, mi liberai dei boxer oramai troppo stretti per contenere il mio desiderio.
Mi guardai il membro.
Stentai a riconoscerlo, il glande gonfio svettava nudo mentre le vene si ramificavano nervose per tutta la lunghezza.
Senza proferire parola, lo appoggiai alla sottile apertura.
Barbara senza nemmeno alzare la testa, afferrò con entrambe le mani il bordo del tavolo.
Era pronta.
Volevo essere delicato, ma la voglia di lei era troppa.
Alla fine entrai come un treno in corsa in una galleria.
Vidi le sue dita divenire bianche.
Un gemito, più vicino ad un piccolo urlo si stagliò nell’aria.
Incominciai a muovermi dentro di lei, ad ogni colpo vedevo il suo seno ciondolare sotto la maglietta.
Pompavo e pompavo. Lei correva dietro al suo godimento. Sussurri, si alternavano a gemiti e piccole urla. Frasi disconnesse mi caricavano ancor di più. Un linguaggio scurrile mi esortava a sfondarla, mentre elogiava la consistenza del mio membro.
Le alzai le gambe.
I suoi piedi erano vicino al mio viso.
Iniziai ad affondarmi completamente il lei.
Tutte le volte che mi pareva di accarezzare con il glande la parete più interna del suo sesso, la sentivo emettere un suono gutturale, quasi animalesco.
Ad un tratto sentii il suo corpo irrigidirsi.
Scossa da spasimi arrivò, mentre il calore del suo orgasmo aveva incominciato a colarmi sui testicoli.
Non resistetti più, la feci mia. Mi scaricai in lei, sentivo le pareti della suo sesso contrastare il mio membro. La sentii fremere di nuovo. La guardai era bellissima. Il suo viso stravolto e privo di trucco la rendeva semplicemente stupenda.
Senza dire nulla la vidi alzarsi in piedi.
Liberatasi dalla maglietta mi si era piazzata dinnanzi.
Sentii le sue labbra appoggiarsi alle mie. La sua bocca era ancora vogliosa, il suo bacio era bramoso. La sua mano continuava ad accarezzarmi il membro ancora turgido.
“Non sarai mica stanco?” Mi chiese sorridendo.
Non risposi, istintivamente mi guardai il sesso.
“Pare proprio di no” e mi sorrise nuovamente.
La guardai portarsi la mano tra le cosce.
I nostri umori le erano colati ovunque.
Li raccolse.
Guardandomi negli occhi, li portò alla bocca.
La guardavo eccitato come mai, gustarsi il frutto del nostro peccato.
La sua lingua, sporca del mio seme continuava a sfiorare le sue labbra.
Si inginocchiò.
Sapevo quel che stava per accadere. Volevo guardarla, ma al primo contatto della sua bocca istintivamente i miei occhi si chiusero.
Mille sensazioni mi offuscavano la ragione.
Sentivo la sua lingua muoversi in ogni direzione intorno al mio glande.
Le sue mani mi stringevano le natiche, mentre sentivo la sua gola sfiorarmi la “cappella”
Sordi rumori gutturali si alternavano a deliziosi gemiti, con cui manifestava il suo piacere.
Ricominciai a guardarla mentre la sua lingua percorreva per tutta la lunghezza il mio membro.
La vidi incominciare a leccarmi i testicoli, mentre silenziosamente un suo dito aveva incominciato a penetrarmi.
“Cosa diavolo stava facendo” pensai tra me, mentre quel contatto si era fatto sempre più insistente.
Le afferrai la mano.
“Lasciami fare.. Mi sussurrò staccandosi per un attimo dal mio membro.”
“No.. Non mi piace l’idea”
“Va bene allora” dicendo quelle parole si alzò in piedi.
“Lo sai nipotino…” Era la prima volta che mi chiamava così “mi sa che la tua zietta ha ancora un certo languorino” . La sua espressione in quell’istante era qualcosa di indescrivibile. Il suo viso angelico mal celava i sordidi pensieri che le passavano per il cervello. Si mosse di nuovo verso il tavolo. Divaricò le gambe e si protese in avanti appoggiando si con il busto al tavolo. Il suo sesso aperto e voglioso se ne stava spalancato di fronte a me.
“Su cosa aspetti… Riempimi” Le parole zietta, nipote, riempimi. Continuavano a caricarmi.
Mi avvicinai e puntai il mio sesso. Un colpo e fui nuovamente dentro di lei.
Ad ogni colpo la sentivo sobbalzare, mentre la tavola assecondava i miei colpi spostandosi leggermente ogni volta, ad un tratto vidi la sua mano afferrarmi il membro.
Attesi incapace di capire cosa stesse accadendo.
“Questa cosa non l’ho mai permessa allo zio..” Incominciavo a capire “lo zio &egrave un buon amante, discretamente dotato, ma quello che tu hai in mezzo alle gambe… &egrave diverso. Forse sarà la tua età o forse sarà l’idea di farmi fottere proprio da te. Ma il mio buchino vuole assaggiarti.”
Dicendo questo mi collocò a contatto con il suo sfintere.
“Barbara” , mi interruppe decisa “Chiamami zia”
“Zia… Ma così ti potrei fare male”
“Forse &egrave quello che voglio…” Disse seria “Puniscimi nipote, sto cornificando tuo zio.”
Le infilai il membro ancora madido di umori senza troppi preamboli. Quel buco probabilmente non aveva visto lo zio, ma di sicuro non era un neofita di quella pratica. In tre tempi, fui completamente dentro mentre lei aveva accompagnata, con sonori urli, la sodomizzazione. Incominciai ad affondare in lei, la zietta godeva sotto la pressione dei miei movimenti.
Arrivò rumorosa e continuò ad incitarmi fino a che non mi scaricai nelle sue viscere.
Esausto mi sedetti sulla sedia.
La guardai alzarsi e ripulirsi con la maglietta dei succhi che avevano incominciato a colarle dallo sfintere.
Il mio membro ancora abbastanza turgido svettava verso l’alto, mentre il mio glande paonazzo e strapazzato pareva prendermi fuoco.
Sorridendomi la vidi avvicinarsi.
Guardando il mio lui, sorrideva.
“Cosa c’&egrave?” Le chiesi incuriosito.
“Nulla…una sciocchezza. Le mie amiche ogni tanto mi raccontano le loro avventure, spesso con ragazzi più giovani, all’incirca tuoi coetanei. Mi raccontano dell’insaziabilità che vi contraddistingue, dell’energia che negli uomini adulti a volte viene a mancare. Stavo guardando il tuo gioiello. Se tua mamma non mi uccidesse dovrei proprio farle i complimenti. ”
“Arrossii”
“Cosa fai diventi rosso.. ?” Mi chiese alzandomi il volto con un dito.
“Non &egrave poi così grosso.”
“Non &egrave grosso, hai ragione ma &egrave perfetto. E poi guardalo e ancora alto, fiero”
Dicendo questo si avvicinò e scavalcandomi con le gambe si calò sopra di lui.
Iniziò a muovere il bacino mentre i suoi capezzoli delicatamente mi accarezzavano il petto.
“Beata gioventù” mi sussurrò all’orecchio.
Incredulo continuai ad osservarla mentre venivo letteralmente risucchiato dalla sua libido.
Continuò a penetrarsi fino a che esanime il mio sesso scaricò le ultime sudate gocce di lava. In quell’attimo la sentii arrivare esausta.
Rimanemmo così fino a quando il suo sesso mi espulse.
Segreti di famiglia – capitolo sei –

“Vale”
“Dimmi”
“Non mi crederai, ma &egrave la prima volta che tradisco tuo zio” Ascoltai quelle parole anche se sinceramente facevo fatica a crederle. Proseguì “non so cosa mi prende quando ti sono vicina, riesci ad accendere un lato di me che anch’io stento a riconoscere. Io amo Paolo, avresti ragione a non credermi” in quell’istante abbassò lo sguardo ” ma da quel giorno in cui mi sono accorta che anch’io non ti ero indifferente, ti ho atteso con trepidazione ”
La guardavo stupito. Sentire una donna, o meglio la donna dei miei sogni, parlarmi in quel modo mi faceva sentire parte di un sogno. Un’utopia che si era trasformata in realtà, uno stato da cui a fatica sarei riuscito a svegliarmi.
“Non mi guardare con quella faccia” esordì incalzante, “pensi che non mi ero accorta delle mutandine nella valigia, secondo te perché sono restata con te a sparecchiare. Perché ci siamo baciati, perché ci siamo masturbati l’uno pensando all’altra.”
“Hai ragione” furono le mie uniche parole.
“Pensi che cambiarmi l’intimo ieri sera e passarti davanti, sia avvenuto per un caso del tutto fortuito?” Mi sorrise
“Ma..”
“Lo so che sei andato in bagno a cercare le mie mutandine… ”
Ero paonazzo.
“Non c’&egrave nulla di cui vergognarsi. Mi desideri e a quanto ho visto potrei aggiungere molto”
“Si Barbara ti voglio, anche se penso che abbiamo fatto una tremenda cazzata”
“Non ci pensare, lo desideravamo entrambi, io avevo bisogno di te e tu mi volevi, ma a proposito delle mutandine di ieri sera…”
Attesi.
“Desideravo ritrovarle impiastricciate.. Ma questa volta mi sa che sei stato più attento” e mi sorrise maliziosa.
“Mmh si” risposi poco convinto.
“Cosa hai combinato?” Mi chiese divertita.
“Niente”
“Dai.. Raccontami… Oramai penso che non ci sia ancora molto da scoprire l’uno dell’altra” dicendo questo indicò con le mani i nostri corpi, nudi e ancora intrecciati.”
“Non ho combinato nulla”
“Ti sei toccato vero?”
“Si”
“Ti sei scaricato nel lavandino?”
“No..”
“Dai racconta..”
” Va beh te lo dico” in quell’istante presi coraggio. “Involontariamente ho spruzzato sullo specchio e sul tuo spazzolino da denti”
“Ah.. Sei proprio un maiale” e scoppiò in una deliziosa risata.
“Ma non l’ho fatto apposta” aggiunsi imbarazzato.
“E ci scommetto che poi hai pulito tutto, agitato come un forsennato.”
“Più o meno”
“Non vorrai dire…” Lasciò la frase in sospeso.
“L’idea che tu ti lavassi con il mio seme, seppur perversa mi eccitava come un matto”
Barbara ascoltò le mie parole con attenzione.
Mi sorrise e poi alzandosi mi disse di seguirla. Una doccia avrebbe fatto bene ad entrambi.
Guardai l’orologio, segnava quasi l’una.
Guardai la sua siluette attraverso il vetro satinato della doccia.
Stentavo a crederlo, ma quella situazione mi aveva nuovamente eccitato, mentre il mio “gemello” aveva deciso di farsi di nuovo vedere.
Barbara uscendo non poté far a meno di notarlo.
“Sei di nuovo pronto”
“Che ti devo dire…” Le sorrisi imbarazzato.
Lo saggiò con la mano.
“Direi proprio di si” guardò di scatto l’orologio che aveva al polso.
“Dai infilati sotto la doccia e datti una calmata, siamo già in un ritardo pazzesco, altrimenti…”
Non le diedi il tempo di finire. Mi precipitai nella doccia dove un getto d’acqua fredda mi fece rinsavire. Feci prima che potevo
Uscito dalla doccia la trovai già vestita alle prese con il trucco.
Mi asciugai e corsi a cambiarmi.
In dieci minuti eravamo entrambi pronti.
Il suono del citofono.
Barbara rispose. “Arriviamo”
Durante la mia doccia aveva chiamato un taxi che ci attendeva al piano terra.
Scendemmo in ascensore. Non potevo credere che quella donna pochi minuti prima era stata mia. A vederci così, nessuno lo avrebbe mai potuto pensare.
Non proferimmo parola fino a che non salimmo sul taxi.
Come due fidanzati adolescenti le presi la mano abbandonata sul sedile. Mi lasciò fare.
“A proposito dimenticavo, ho lasciato uno spazzolino nuovo, ha il manico arancione &egrave di quelli moderni ”
La ascoltavo senza capire.
“Si Valerio, lo sai cosa ha detto il dentista mi devo lavare i denti più volte al giorno con quella pasta speciale”
Capii solo allora dove voleva cadere, la divertiva giocare con i doppi sensi mentre il taxista ci stava ascoltando.
“Si ho capito”
Mi sorrise ammiccando, “Lo sai che sono uno smemorata se siamo insieme mi faresti la cortesia di ricordarmelo.”
“Certo, sarà fatto” e scoppiammo a ridere.
Scesi dal taxi entrammo negli studi.
Un po’ di persone si avvicinarono subito a Barbara parlandole tutte allo stesso tempo. Ad un tratto una giovane dai jeans a vita bassa e con una maglia che le lasciava intravedere il piercing all’ombelico mi si avvicinò. “Seguimi” mi disse sorridendomi.
La seguii.
“Mettiti qui e fai silenzio, il regista &egrave un rompiscatole fissato, pensa di essere Spielberg. Potrai osservare tua zia, se hai bisogno di qualunque cosa chiedi, sono laggiù”
“Ok”
Vedere tutta quella gente intorno a Barbara mi sapeva di strano. Sapevo che era un attrice, della sua partecipazione al alcune serie televisive, ma non riuscivo ad immaginare che per uno spot pubblicitario ci volessero tutte quelle persone.
Rimasi il pomeriggio nel mio angolo. La scena fu ripetuta non so quante volte. Per quel che ne potevo capire a me sembravano tutte uguali, esclusa qualche ripetizione in cui errori palesi avevano fatto infuriare il regista.
Arrivarono le sette. Barbara stravolta mi arrivò dinnanzi.
“Ti sei annoiato ?”
“Un pochino..”
“Quel regista &egrave un perfezionista, pensavo di finire prima, scusami”
“Figurati..”
“A proposito, hai fatto colpo”
“Eh?”
” Si Emma, mi ha chiesto se eri fidanzato e quanti anni avevi”
“Emma?”
“L’assistente di studio… Quella ragazza carina che ti ha posteggiato qui”
“Ah.. Ho capito. E tu cosa lei hai detto ”
“Che sei impegnato e che hai ventitré anni, giusto? ”
“Ventuno”
“Ventuno?”
“Ah.. ”
“Cosa c’&egrave zietta”
“Nulla, quindici anni di differenza, mi sono fatto i complimenti da sola. ” sorrise sconsolata
“Quindici tredici, non c’&egrave tanta differenza.”
In quell’istante le squillò il cellulare. Era lo zio.
“Ciao amore” gli rispose con una naturalezza disarmante.
“Ho appena finito e voi?”
“D’accordo ci vediamo da Carlo per le otto e mezza, un quarto alle nove, va bene ma non passiamo da casa, veniamo direttamente li. Andiamo a prenderci un aperitivo e vi aspettiamo. Ok.. A dopo amore”
Poi rivolgendosi verso di me: “Mangiamo fuori, in un locale alla moda dove andiamo spesso. Tuo zio ha prenotato li. Hanno avuto un po’ di casino in ufficio, tuo zio ha dovuto sbrigare un altra pratica e così faranno tardi. Noi nel frattempo ci concediamo un aperitivo. Ti va?”
“Certo che si.”
Uscimmo e dopo un breve tragitto a piedi scendemmo nella metropolitana. Il viaggio fu veloce e ci ritrovammo in centro nel caos più totale.
Il locale dove entrammo era strapieno di gente. Riuscimmo ad ordinare e a consumare qualcosa dal buffet. Entrambi avevamo solo la colazione in corpo e sinceramente ancora un’ora di attesa e le rane avrebbero incominciato a gracidare nel mio stomaco. La musica rimbombava dagli auto parlanti mentre la gente rideva e scherzava.
“Ma qui &egrave sempre così” chiesi quasi gridando.
“Quasi sempre, poi sai la gente molto spesso oramai cena così. Unire l’utile al dilettevole. Socializzi, ceni e se sei fortunato organizzi il dopo cena, sono i ritmi della città.”
“Non so se mi ci potrei mai abituare..”
“Potresti provare.” Mi fece lei seria. “La città ti da sbocchi che sinceramente la provincia non ti potrà mai offrire. ”
Non aveva tutti i torti. Ma come l’avrebbe mai presa mia madre una notizia del genere. Il rumore intorno a me lasciò spazio ai miei pensieri. Mi estraniai per alcuni secondi.
Cancellai immediatamente l’idea.
“Lo frequenti spesso questo locale?”
“Lo frequentavo prima di conoscere Paolo, ma a tuo zio tutta questa baraonda non piace e così” fece spallucce troncando la frase.
Ad un tratto venni spinto verso Barbara dalla gente che si accalcava vicino al bancone. Senza rendermene conto i nostri corpi erano attaccati.
Barbara mi fissò un istante, senza proferire parola ci scambiammo un rapido bacio.
Mi staccai osservandola.
Dio, mi stavo innamorando di lei. Mi stavo infilando in un ginepraio da cui sarei uscito ferito e dolorante.
Solo in quell’istante realizzai l’abominio che avevo compiuto. Come avrei potuto guardare ancora in faccia mio zio. In fin dei conti era stato tradito dal sangue del suo sangue.
Mi sentivo uno schifo.
Penso che Barbara leggesse nei miei pensieri, come da un libro aperto.
“Stai pensando a tuo zio?”
“Si.. Ma come…”
“Il tuo viso, ti sei rabbuiato. ”
“Come potrò guardarlo ancora negli occhi?”
“Non ci devi pensare, lui lo ha fatto prima di te. ”
“Ma come?”
“Lo sai come &egrave fatto tuo zio. Non si &egrave mai fatto mancare nulla e non si fa mancare nulla”
“Ma allora perché voi due state insieme?”
“Perché a modo nostro ci amiamo e stiamo bene insieme.”
“Ma non ti interessa se lui va con altre donne?”
“A dirti il vero no. La sera torna sempre a casa.”
Rimasi interdetto da quelle parole.
“E se tu vai con degli altri, a lui sta bene?”
“Nessuno dei due chiede qualcosa del genere all’altro. Viviamo la nostra vita e viviamo insieme. Te lo ho già detto, tu sei stato l’unico uomo con cui ho tradito e tradirei tuo zio.”
La fissai, seppur fosse un’attrice i suoi occhi non potevano mentire. Ripensai a quelle sue ultime parole.
“Lo tradiresti di nuovo?”
“Si. ”
Le posi le mani sui fianchi. La marea delle persone ci copriva e ci annullava. Scesi fino a sentire i suoi glutei sodi riempirmi le mani. Incominciai a palparla.
Sentii la sua mano accarezzarmi la patta dei pantaloni.
Ci coccolammo ancora per un po’.
Senza dire nulla, semplicemente così.
Giunse l’ora di lasciare il locale per dirigerci al ristorante.
L’amaro della voglia insoddisfatta, mi languiva in bocca.
La mamma e lo zio ci attendevano di fronte all’ingresso.
Inspirai profondamente e mi diressi sorridente verso di loro.
Segreti di famiglia – capitolo sette –

Salutai mia madre e subito dopo mio zio.
“Scusate per l’ora” fece subito mio zio, ” Ma oggi i problemi dovevano essersi dati appuntamento.”
“Figurati zio e voi avete fatto tutto?”
“Più o meno. Ci sono stati dei problemi con dei documenti, siamo dovuti correre da un geometra mio amico per rivedere e correggere, poi ci sono le procure ad incasinare ancora tutto. Ne avremo ancora per domani pomeriggio, ma poi mi auguro che con questo la storia sia finita. Dieci anni per una causa, cose da pazzi.”
Mia mamma assentiva, visibilmente stanca e seccata.
“E tu, ti sei divertito? Hai visto come funziona un set ?” Lo guardai.
Inghiottii una palla di saliva che quasi mi strozzò.
“Si zio” risposi accondiscendente.
Barbara prese a braccetto mia madre e discorrendo la guidò verso l’ingresso.
Lo zio mi prese da parte.
“Domani pomeriggio, quando io sono via con la mamma, di a Barbara di accompagnarti da Marco. Lei sa chi &egrave e lui sa già tutto. Andate con la tua macchina, Barbara a guidare &egrave un pericolo.” E scoppiò in una fragorosa risata.
Entrammo.
La cena fu spettacolare. Lo chef era sicuramente un mago, ci divertimmo ad osservare le facce di mia madre di fronte alle raffinate leccornie finemente presentate. Era splendidamente semplice e certe cose proprio non riusciva ad accertarle. Memorabile la sua espressione e le parole, usciti dal ristorante.
“Fratello mio, mi sa che la città ti ha dato alla testa… La prossima volta una squallida pizzeria in periferia. Non saremo serviti e riveriti ma almeno la nostra pancia sarà un po’ più piena. “Quelle parole furono dette in modo serio, austero al punto che mio zio, tenendo anche conto che probabilmente il conto era stato anche all’altezza del ristorante, rimase allibito e non replicò in alcun modo.
Mia madre gli scoppiò a ridere in faccia e abbracciandolo lo baciò sulla guancia, ringraziandolo comunque per lo sforzo che aveva fatto.
Ridendo e scherzando tornammo a casa.
Esausti per le più disparate ragioni ci preparammo per la notte.
Attesi il mio turno per recarsi in bagno. Ma mamma e lo zio erano già nelle loro camere. Barbara prima di ritirarsi in camera sua mi aveva salutato e con una semplicissima occhiata mista ad un labiale sordo mi aveva ricordato che era l’ora della “pasta speciale”
Esegui il mio compito alla lettera. Lasciai una abbondante dose sullo spazzolino nuovo. Quando uscii pronto per andare a dormire, Barbara stava attendendo il suo turno di fronte alla porta del bagno.
“Buonanotte” mi sussurrò mimando un bacio.
“Buonanotte”
La sentii chiudere la porta a chiave.
Avrei avuto voglia di sbirciare dal buco della serratura.
Troppo rischioso, la porta aperta della camera dello zio rimaneva proprio di fronte al bagno? Mi allontanai cercando di non immaginare quello che stava per fare chiusa in quel bagno.
Entrai in camera e mia madre stava già russando.
Era esausta.
La lasciai dormire, il sonno era l’ultimo dei miei pensieri.
Tornato in sala ed accesa la televisione incominciai a guardare un film. La notte era ancora lunga ed un classico sicuramente mi avrebbe di sicuro aiutato a passarla.
Il volume era al limite del percettibile, sentii nitidamente lo schiocco della chiave e i passi della zietta farsi sempre più vicini.
“Non hai sonno?” Mi chiese sussurrando.
“No”
“Dai fammi un po’ di posto”
La osservai.
“Ma..”
“Non sono mica pazza. Ho già avuto e dato per stasera. Mi sussurrò ridacchiando. Non penso che ci sia nulla di male se ci guardiamo un film. ”
Aveva ragione.
La vidi sedersi a gambe incrociate. Incominciò a descrivermi la storia, gli attori e il regista del film. Felice come una bambina ad un pigiama party continuò a parlare. Solitamente la avrei considerata logorroica, ma nulla di quello che faceva riusciva ad irritarmi; anzi lo consideravo delizioso.
Guardammo tutto il film e alla fine ci addormentammo sul divano.
Le prime luci dell’alba ci svegliarono.
Silenziosamente rientrammo nelle nostre camere.
Nessuno apparentemente si era accorto della nostra assenza.
In silenzio, come da bambino, mi infilai nel letto.
Alcune ore dopo mi risvegliai.
Il letto di mia madre era vuoto.
Ancora assonnato uscii e recandomi in cucina vidi mia madre intenta a cucinare. Le pentole borbottavano ed esalavano i loro ricchi profumi; mentre quasi nauseato il mio corpo avrebbe desiderato il profumo di un buon caff&egrave.
“Ciao ma”
“Alla buonora..”
“Ma cosa stai facendo?”
“Mi sembra ovvio, cucino il pranzo”
“Ma che ora &egrave?”
“Quasi la mezza, visto che non si &egrave visto nessuno mi sono messa all’opera”
“Ma lo zio?”
“In ufficio, naturalmente”
“Barbara?”
“Penso che stia ancora dormendo”
“Cosa dici la vado a svegliare?”
Mia madre non rispose alla domanda. “Mi sembra che andiate molto d’accordo..” Lanciò lì.
“Si mamma &egrave simpatica”
“Vale, sono tua mamma. Nessuno ti conosce meglio di me. Mi sono accorta di come la guardi. ”
“Mamma…”
“Mamma un cavolo, Barbara &egrave una ragazza stupenda,anche se un po’ troppo vecchia per te, però ha tutto quello che potresti desiderare. Specialmente alla tua età, ma… &egrave la fidanzata di tuo zio. ”
“Mamma ma senti quello che stai dicendo..”
“Dico solo che se per caso qualche strana idea ti sta passando per la mente vedi di fartela passare.”
Come avevo mai potuto pensare di fregare mia madre. Cercai di divincolarmi da quell’imbarazzante discussione. Lo sguardo di mia madre, quello stesso sguardo che tanti anni prima, mi inchiodava alle mie malefatte, era calato come una spada sulla mia testa.
“Stai tranquilla mamma e poi comunque certe cose si dovrebbero fare in due”
“Appunto. ”
La sua risposta secca e decisa mi lasciò di stucco. Lasciava aperta una finestra da cui era impossibile saltare.
La guardai negli occhi. Non proferì più alcuna parola a riguardo. “Dai via a svegliarla, ma limitati a bussare”
Obbediente mi limitai. Dopo poco la vedemmo uscire dalla stanza.
“Buongiorno” ci disse con gli occhi ancora gonfi. “Ma che ore sono?”
Senza aspettare la risposta guardò l’orologio che aveva al polso. “Oh mio Dio, scusami Anna. Il mio comportamento &egrave imperdonabile. ”
“Non hai nulla di cui scusarti. Avete fatto tardi, e normale che stamattina nemmeno le cannonate vi avrebbero svegliato e poi stare con le mani in mano non &egrave da me. Scusami tu se mi sono impadronita della tua cucina. ”
“Scusarti, sei nostra ospite e hai dovuto preparare il pranzo. Paolo mi ucciderà stavolta. ”
“Mio fratello ringhia ma non morde e poi non mi sembra il caso che lo sappia. Non mi sembra che sia successo nulla. Ho preparato il pranzo e allora? &egrave una vita che lo faccio tutti i giorni. ”
Sdrammatizzando uscimmo da quella spinosa discussione.
Mangiammo il pranzo con gusto anche se fare colazione con le laute portate di mia madre non fu il massimo della vita.
Seguendo il copione scritto dallo zio ci preparammo e a bordo del mio catorcio incominciammo a girare per la città.
Per prima cosa portammo mia madre allo studio. La lasciammo davanti all’ingresso del palazzo. Ci salutammo e notai il suo sguardo quando ci lasciò soli.
Un monito racchiuso in un silenzio.
Barbara passò davanti. Ogni tanto il mio occhio cadeva sulle sue gambe, cosa che lei aveva notato ma che probabilmente non la disturbava. Ogni tanto si accomodava sul sedile, aggiustandosi la gonna. Leggevo nei suoi movimenti una discreta malizia, accettai il gioco, gustandomi i brevi istanti che sadicamente mi donava. Tranquillamente parlammo del più e del meno. Chiesi più di una volta chi fosse questo Marco e cosa dovessimo andare a fare.
Le risposte evasive di Barbara non mi chiarirono un bel niente.
Grazie al suo aiuto, ad un tratto ci ritrovammo in una zona industriale ricca di capannoni.
“Vai sempre dritto” mi fece sorridente.
Eseguii.
“Ok, siamo arrivati, lo vedi quel cancello bianco, entra e parcheggia li.
Mi ritrovai di fronte ad un capannone, con davanti decine e decine di macchine.
Parcheggiai.
Un uomo corpulento e ben vestito ci venne incontro.
Abbracciò Barbara scambiando due parole. La vidi annuire.
Quando mi fu dinnanzi mi saluto per nome porgendomi la mano.
Li per li rimasi stupito, strinsi quella mano e attesi.
“Ciao tuo zio, mi ha telefonato ieri” queste furono le sue prime parole ” forse. Ti starai chiedendo chi sono e cosa ci fai qui. Seguimi”
Guardai per un attimo Barbara, la quale sorridente mi fece cenno con la testa di assecondarlo.
Passammo in mezzo alle macchine, ed entrammo dalla porta uomo della immensa basculante.
Una serie di meccanici lavoravano vicino a delle autovetture. Contai così alla veloce almeno dieci ponti elevatori.
Ad un tratto, passando attraverso degli uffici, varcammo una porta.
Davanti a me lo show-room di un concessionario. Forse il concessionario più grande che io avessi mai visto.
Notai immediatamente che Marco probabilmente non doveva essere un venditore. Sia i meccanici, sia gli altri ragazzi in giacca al suo passaggio lo salutavano con riverenza.
Le macchine esposte erano di almeno tre grandi marche. La gente si muoveva per osservarle, qualcuno parlava con i venditori, qualcuno apriva le portiere per osservare gli interni.
Mi voltai verso Barbara che mi stava camminando di fianco.
“Ma cosa ci facciamo qui?” Le sussurrai
“Possibile che non lo hai ancora capito” e scoppio a ridere.
Marco in quell’istante prese la parola, probabilmente aveva sentito qualcosa.
“Ormai le carte sono in tavola. Oggi penso “ragazzo” che sia una giornata che ti ricorderai per un po’. Sei qui per scegliere la tua nuova autovettura. ”
Rimasi a bocca aperta.
“Sorpresa riuscita” l’uomo scoppiò a ridere seguito a ruota dalla sua complice.
Mi guardai attorno le macchine esposte in quella zona era tutte paurosamente fuori dalla mia portata, a dire il vero anche le altre.
Marco riprese la parola. ” Sono già d’accordo con tuo zio, ho da proporti tre auto, le vedi targate ma sono chilometri zero” aggiunse “veri.” Rimarcandolo con il tono della voce. “Sono auto per clienti speciali, come tuo zio. ” mi mostrò le tre vetture, una berlina, un suv e un auto dalla linea stupendamente sportiva.
“Guardale e scegli quella che vuoi.”
Aveva ragione di sicuro quel giorno si sarebbe fissato nei miei pensieri per sempre. Guardai le macchine soppesando i pro e i contro di ognuna.
Cercai di avere un parere da Barbara, ma questa diplomaticamente non si sbilanciò su nessuna. L’unico suo consiglio fu quello di scegliere quella che poteva essere più adatta ai miei bisogni.
Rimasi nel dubbio per almeno una decina di minuti; poi il mio cuore mi portò su quella che per prima mi aveva fatto luccicare gli occhi.
Decisi per il suv.
“Marco sorrise, non lo avrei mai detto, ho perso una scommessa con Paolo, il pieno te lo offro io. Dai seguimi” mi fece dandomi una pacca sulla spalla.
“Ottima scelta” mi fece Barbara “l’avrei scelta anch’io”
Entrammo in un ufficio, dove una ragazza cordialissima mi aiutò a sbrigare le pratiche. Quell’immenso concessionario aveva persino un ufficio interno per le pratiche auto. Nel frattempo Marco era al telefono e probabilmente, da quel poco che riuscì a sentire, il suo interlocutore doveva essere proprio lo zio.
Ebbi tutto il tempo di svuotare la macchina delle poche cose personali, le pratiche assicurative con la mia assicurazione furono sbrigate telefonicamente. Non so come ma lo zio doveva aver già organizzato tutto anche con loro. Infatti nessun problema burocratico rallentò il meccanismo che di
In un ora e mezzo, mi permise di lasciare il concessionario a bordo della nuova macchina.
Capii solo in quell’istante il potere dovuto ai soldi e alle conoscenze.
Mi sentii “ricco” per qualche ora. Una ricchezza non guadagnata, ma frutto degli sforzi di uomo che avevo profondamente e penso irrimediabilmente tradito.
Guidavo e sinceramente mi sentivo imbranato come mai.
Avevo superato da qualche mese i tre anni di patente, non ero un pilota provetto ma in quell’istante ero teso come un novellino.
“Stai tranquillo” mi fece ad un tratto Barbara appoggiandomi una mano sul ginocchio.
“Si vede tanto?”
Assentì con un cenno del capo.
“Ma tu sapevi tutto?”
“Più o meno. Tuo zio me ne aveva parlato dopo circa una settimana dalla visita a casa vostra. Non poteva vederti su quella macchina” e scoppiò a ridere.
“Non era poi così brutta”
La sua espressione non ebbe bisogno di ulteriori parole.
“Ok, era un catorcio, ma era l’unica che mi potevo permettere”
“E questo &egrave lodevole, ora penso che buona parte del tuo stipendio ti andrà per mantenerla”
“Sicuramente, però non faccio nemmeno tantissima strada” cercavo di minimizzare sul mio futuro problema.
“Ma cosa ne dici di fare uno squillo a tuo zio?”
“Cazzo che figura… ” preso com’ero non mi era nemmeno passato per la mente.
Con tutto l’impegno interagendo con la vettura, riuscii a chiamarlo, prima di partire i meccanici mi avevano sincronizzato il telefono con la macchina. Sentire la chiamata attraverso il viva voce mi risultava strano.
Rispose al terzo squillo.
“Ehilà nipotino..” Era raggiante
“Zio tu sei tutto matto..” Esplosi
“Per cosa?”
“Per la macchina..”
“Cosa vuoi che sia, un prestito ad un famigliare”
Prestito… Gocce di sudore incominciarono ad imperlarmi la fronte. Ammutolito restai in silenzio.
Ad un tratto. “Vale…Vale… Ci sei? Barbara mio nipote &egrave ancora li o si &egrave già dato alla macchia.”
Barbara ridendo gli rispose: “&egrave qui, &egrave qui pallido come un morto, ma respira ancora”
“Sto scherzando.. &egrave un regalo”
Ripresi un po’ di colorito.
“Goditi la novità, tua madre non l’ha presa benissimo, ma noi ce ne freghiamo giusto?”
“Si”. Risposi tentennando. “Ma la mamma e li con te?”
“No, l’ho fatta accompagnare in un ufficio per delle firme, ma proposito, poi ci sono delle cose sulla macchina, ma ti spiego con calma tutto a casa. Io &egrave la mamma siamo stati invitati da dei parenti per cena e sicuramente per il dopo cena. Per farla breve una palla pazzesca, ma sono una vita che non vedono tua mamma e perciò siamo stati costretti ad accettare. Tua madre voleva portare anche te, ma l’ho convinta a lasciarti in pace. Mi devi un favore.. ” e rise di nuovo. “Così visto che &egrave venerdì sera, e se la mia dolce metà e d’accordo potreste uscire, a battezzare la macchina. Barbara?”
“Si dimmi amore”
“Visto che &egrave una vita che non entri in uno di quei club che ti piacevano da impazzire, che ne dici di farti accompagnare da un giovane e aitante cavaliere. Lo sai che se aspetti me..diventi vecchia”
“D’accordo ci andiamo a divertire ma torniamo tardi..”
“Nessun problema, godetevela. Ah Vale..”
“Dimmi zio, la mamma non sa un bel niente della serata perciò le dirò tutto al ritorno quando non vi troveremo a casa. Perciò se domattina sarà una belva.. Io non ne voglio sapere niente. Ci siamo capiti.?”
Pensai istantaneamente alla discussione avuta poche ore prima con mia madre, alle sue paure e le sue raccomandazioni. Una belva, un eufemismo.
“Stai tranquillo zio, ho le spalle larghe”
Ci salutammo e chiudemmo la telefonata.
Segreti di famiglia – capitolo otto –

Guardai più volte i display della macchina e del telefono per assicurarmi che la telefonata fosse terminata.
Barbara mi osservava divertita.
La guardai, i miei pensieri erano nel pieno di una battaglia. Da un lato desideravo la mia zietta, dall’altra parte avrei veramente toccato il fondo, tradendo un uomo che mi stava aiutando e che sicuramente mi voleva un gran bene.
“Hai qualcosa da metterti per stasera?” Esordì
“Dipende”
“Non i soliti jeans e maglietta.”
Pensai un attimo. “Penso proprio di no.”
“Ho capito, andiamo a fare shopping”
Segui alla lettera le indicazioni del navigatore. Come un bambino con il giocattolo nuovo mi divertivo come un pazzo. Ci ritrovammo dopo circa una mezz’ora in centro. Barbara camminava decisa, la seguii quando entrò in una boutique. Ci guardammo un po’ in torno e dopo un po’ la vidi scegliere un paio di pantaloni ed una maglia, come avrebbe detto lei “cool”.
“Ti piacciono?”
“Direi di si..”
“Vai nel camerino e così vediamo come ti stanno. ”
Entrai e li indossai. L’occhio mi cadde sui cartellini del prezzo. Miseria una settimana di lavoro. Uscii e Barbara teneva per la gruccia una giacca sportiva.
“Ti stanno proprio bene, provati anche questa.”
Eseguii la richiesta. A quel punto guardai la mia immagine allo specchio. L’abito fa il monaco. A quel punto Barbara si avvicinò. Guardai le nostre figure riflesse. La differenza di età si poteva anche notare, ma stavamo bene insieme. La vidi sorridere, forse anche lei aveva pensato la stessa cosa.
“Dai vatti a cambiare”
Ritornai quello di sempre e con in mano i nuovi acquisti mi portai verso la cassa.
La commessa ci salutò cordialmente, e poi incominciò a parlare amichevolmente con Barbara. Dovevano conoscersi. La ragazza mi passò un borsone dove il logo del negozio capeggiava a caratteri cubitali. Si salutarono cordialmente.
Una volta fuori. “Ma qui in città non &egrave prassi pagare?”
“Stai tranquillo &egrave tutto apposto, verrà inserita sul conto dello zio”
“Ancora?”
“Vivi e non pensare. Se lo zio lo fa &egrave perché lo può fare. Vedi Marco ed i proprietari di questo negozio oltre ad essere amici, sono anche clienti dello studio. Una mano lava l’altra. Lo studio dello zio &egrave tra i migliori e più rinomati della città. Per quello che ne so io, una sua lettera o una piccola consulenza e il conto dei tuoi vestiti e ampiamente pagato. ”
“Ho capito, ma sono sempre regali, come farò a sdebitarmi?”
“Un giorno, se ci sarà l’occasione. Fino ad allora non pensarci.”

Arrivammo sotto casa, fortunatamente un parcheggio abbastanza ampio e comodo era libero.
Entrati in casa ci sedemmo sul divano. Avevamo circa un’ora per rilassarci.
“Sei contento?” Mi chiese
“Direi di si, non capitano molto spesso giornate come questa”
“Hai ragione, ma intendevo che abbiamo una serata per noi.”
Sentire quelle parole in una qualsiasi altra situazione mi avrebbero reso l’uomo più felice sulla terra, ma dentro di me il risultato era ben diverso.
“Vale penso di immaginare quello che ti sta passando per la testa. Ti senti una merda”
“Potremmo dire così, ma sarebbe sminuire come mi sento.”
“Ci credo, ma guarda la situazione da questo punto di vista. Ci desideriamo questo &egrave palese. &egrave sbagliato ed anche questo &egrave palese. Ma si vive una sola volta. Tra qualche giorno partirai e passerà del tempo prima di incontrarci di nuovo. Tu tornerai alla tua vita, alla tua cucina e alle giovani che di solito frequenti. Io tornerò alla mia vita, al lavoro e tornerò la compagna fedele di tuo zio. Te l’ho detto, non ho mai sentito il bisogno di tradirlo. Tu sei la mia eccezione. ”
La ascoltavo cercando in tutti i modi di accettare le sue idee.
“Questa notte &egrave un regalo del destino, possiamo decidere di non viverla oppure di renderci felici. &egrave un qualcosa di nostro. Nessuno non saprà mai nulla. Non faremo in questo modo male a nessuno.”
“Ma io ne sarò a conoscenza”
“Ti dimenticherai di me, una nuova storia ed io sarò al massimo un lontano ricordo. ”
“Ma non &egrave quello che voglio” quelle parole mi uscirono dalla bocca, con una sincerità disarmante.
Barbara si ammutolì. Forse aveva accusato il colpo.
“Nemmeno io ti dimenticherò.”
In quell’istante iniziammo a baciarci. La passione e l’ardore avevano lasciato spazio a quella dolcezza che differenzia lo scopare dal fare l’amore.
Ci coccolammo per almeno una mezz’ora senza mai cadere oltre quel limite casto e sincero che avevamo disegnato.
“Dai andiamo a prepararci.”
Come una coppia ci preparammo lasciando le porte aperte, condividemmo il bagno ed ebbi per quella mezz’ora un assaggio di quello che non avrei mai potuto provare ancora con lei; la sensazione di condividere la mia vita con la donna che amavo.
Quando ebbe finito la osservai.
Splendidamente donna, splendidamente mia.
Probabilmente sarei stato geloso di me stesso se mi fossi visto salire su quella macchina, con una donna del genere a bordo.
Era la nostra notte.
Con quell’idea cancellai ogni altro pensiero.
La cena si svolse in un locale leggermente fuori mano che abitualmente lo zio non frequentava.
Cenammo deliziosamente, a tratti accarezzandoci le mani come due fidanzatini.
Uscimmo abbracciati, fregandocene del mondo. Forse questo era il bello della città, essere in tanti ed in fondo essere soli. In un paese siamo in pochi e ci conosciamo tutti. Questa &egrave già una bella differenza. Il problema incominciò una volta arrivati al club.
Barbara era comunque un attrice, seppur minore le sue apparizioni sulle reti nazionali le avevano donato una certa visibilità. Una lunga coda attendeva davanti all’ingresso.
Barbara mi disse di fermarmi e preso il cellulare fece una breve telefonata.
Qualche minuto e dopo aver ricevuto un messaggio, mi fece cenno di partire e disse di piazzarmi davanti ad un cancello piantonato da due armadi in giacca e cravatta.
Quando gli fui dinnanzi, uno di questi si avvicinò.
Tirato giù il vetro lo vidi guardare all’interno.
“Siamo nella lista di Nelly”.
Lo vidi parlare un attimo attraverso l’auricolare della radio.
“Prego, entrate pure. ” si voltò e con il solo cenno del capo indicò,al suo collega di farci entrare.
Rimasi sbalordito ancora una volta.
Io un semplice cuoco, nell’ingresso vip di uno dei locali più alla moda della città. Non lo avrei mai detto. Parcheggiai e una donna incredibile ci venne incontro.
Le vidi scambiarsi un abbraccio con i consueti baci di rito. Notai che mi stava osservando. Il rumore ovattato della musica non mi permetteva di capire quello che si stavano dicendo, ma notai più volte i loro sguardi posarsi su di me.
Arrivò il momento delle presentazioni.
Era la famosa Nelly. Quattro parole e la seguimmo dentro il locale.
Barbara prima di entrare mi sussurrò qualcosa che non capii completamente a riguardo di fotografi del locale e paparazzi.
Entrammo.
Di fronte a me una scena che avevo visto solo nei film. Il locale era strapieno. Si capiva che la selezione escludeva dall’entrata buona parte della popolazione normale del mondo.
Nelly ci accompagnò ad un tavolo dove alcune persone parlavano allegramente.
Quando riuscii a metterli a fuoco mi resi conto che qualcuno lo conoscevo. Non di persona ma le loro facce mi erano famigliari. In poche parole di li a mezz’ora avrei conosciuto, almeno mezza dozzina di attori, qualche modella e due o tre calciatori.
Assurdo. Chi l’avrebbe mai immaginato.
Barbara mi aveva presentato semplicemente come Valerio omettendo, penso volutamente la nostra parentela.
Conobbi anche l’agente di Barbara. Un uomo attempato con la classica espressione di quello con un palmo di pelo sul petto. Li vidi parlare animatamente mentre lei faceva cenno di no con la testa.
Alla fine la vidi digitare sul suo smartphone alcuni messaggi.
Con l’espressione particolarmente scocciata la vidi muoversi verso di me.
“Andiamo a bere qualcosa?”mi chiese.
“Certo”
Saliti al bar, non diceva nulla, limitandosi a sorseggiare il suo mojito.
“C’&egrave qualcosa che non va?” Le chiesi per rompere quell’imbarazzante silenzio
“Nulla di che, sono una stupida ecco cosa c’&egrave. ”
“Perché cosa &egrave successo”
“Niente, volevo passare una serata in tua compagnia e invece sarà una merda. ” la guardai attendendo ulteriori spiegazioni. “Vedi Vale, siamo venuti qui un po’ perché &egrave stata un idea di tuo zio, un po’ perché in questo locale ho passato dei bei momenti, quando non ero ancora nessuno e cercavo di uscire dalla moltitudine. Non che adesso sono chissà chi, non mi fraintendere, ma secondo il mio agente dovrei sfruttare l’occasione, per farmi fotografare e finire su qualche rotocalco di gossip. ”
“Gossip? ”
“Si, non saremmo da prima pagina ma comunque un articolo sarebbe pubblicato. Pubblicità Vale, semplice pubblicità.”
“Ma quel saremo indica io &egrave te.?” Domandai incredulo.
“Eh si”
“Carlo pensava di farmi paparazzare con quel modello laggiù. Atteggiamenti dubbi, un bacio tanto per far parlare di me.”
“E tu cosa gli hai detto?”
“Di no naturalmente, ma lui mi ha ricordato il nostro contratto e che lui si occupava della mia promozione, di obblighi e diritti. ”
“Che schifo.”
“&egrave un mondo apparentemente dorato, così ho massaggiato con tuo zio, per sapere cosa dovevo fare. Lui &egrave anche il mio avvocato e ha letto tutto quello che avevo e ho firmato.”
“Alla fine mai ha confermato che sarebbe stato meglio assecondarlo per non accendere grane. Così mi ha consigliato che se dovevo farlo “cornuto” sarebbe stato preferibile farlo con te piuttosto che con uno sconosciuto. Che sei un bel ragazzo, giovane e prestante. Carlo li per li, non era d’accordo. Probabilmente ha interessi anche con quel ragazzo. ”
“Due piccioni con una fava”
“Bravo hai capito come funziona. Così ci sarà un momento in cui ti verrò a cercare, ma mi raccomando non facciamo come al solito, non farti prendere la mano. Resteranno delle prove che dovrò comunque giustificare. ”
Ascoltai ancora tutta la premessa e le regole di quella finta farsa.
Finimmo di bere e ci portammo verso la pista dove incominciammo a ballare. Barbara si muoveva sexy, stava recitando la sua parte, mentre qualche fotografo mischiato tra la folla, probabilmente, stava già facendo il suo lavoro.
Tornammo sui divanetti e incominciammo a parlare di qualsiasi cosa. L’atteggiamento di Barbara era equivoco, la distanza tra i nostri corpi era letteralmente minima, non perdeva occasione per cingermi il collo con le mani ed abbracciarmi. Non che mi dispiacesse, ma quell’avvoltoio del suo agente parlando e scherzando con gli altri intorno a noi, non perdeva occasione per spiare e controllare il nostro operato.
Ad un tratto un inaspettato bacio mi colse di sorpresa.
Doveva essere finto, il classico bacio cinematografico. Sentii le sue mani posizionarsi sulla mia nuca, impossibilitato a lasciare la presa. Sentii la sua lingua intrufolarsi nella mia bocca. Quella pazza mi stava baciando per davvero. Posizionai una mano sul suo addome evitando di posizionarmi troppo in alto o troppo in basso dell’immaginaria linea che separava una giustificabile finzione da un irreparabile situazione.
Ci baciammo ancora per un po’,,poi ad un tratto come tutto era iniziato, il tutto finì. Barbara guardò Carlo che con un cenno della testa e un sorriso più falso di Giuda, ci diede la sua benedizione.
A quel punto Barbara si alzò e salutando tutti i presenti decise di andare via.
I baci e gli abbracci si sprecarono al punto che anch’io fui risucchiato, in quel vortice di ipocrisie.
Una delle due modelle, mi passò qualcosa durante il nostro saluto. Più tardi scoprii essere un suo bigliettino da visita. Sul retro un unica parola “chiamami”.
Seguii la mia zietta fuori. La vidi massaggiare di nuovo con il telefono, poi sorridente mi guardò.
“&egrave solo l’una e mezza. Abbiamo ancora qualche ora per noi. E mi &egrave venuta un’idea.”
Lasciammo il parcheggio vip. Percorremmo un bel pezzo di strada che ci portò in periferia. In una zona particolarmente fuori mano una grande scritta illuminata segnalava la nostra destinazione.
Segreti di famiglia – capitolo nove –

Mi parcheggiai di fronte all’ingresso.
“Vai a registrarti, ne hai contanti?”
“Si… ” entrai alla reception un uomo annoiato, sbrigò le pratiche e senza troppe domande mi diede il bage della porta, spiegandomi dove parcheggiare su una piantina.
Trovammo la nostra camera, parcheggiammo. Non eravamo gli unici clienti, autovetture di vari modelli e fasce di prezzo dignitosamente attendevano il ritorno dei loro proprietari.
Chiusa la porta. Mi avvicinai. Vidi Barbara appoggiare borsetta sul mobile vicino alla porta. Sorridendomi si portò la mano dietro la schiena.
Con maestria fece correre la zip del vestito.
Lo fece scivolare a terra rimanendo solo con l’intimo e un paio di calze autoreggenti.
La guardai pensavo di uscire di testa.
“Dio sei stupenda”
Mi sorrise e azzittendomi con un dito, incominciò a svestirmi.
Mi ritrovai solo con l’intimo .
La vidi inginocchiarsi di fronte a me. Incominciò a baciarmi il membro da sopra le mutande, portandolo ad un livello di eccitazione ben tangibile.
Con delicatezza mi calò il boxer.
Come una molla, il mio gemello si mostrò in tutta la sua fierezza.
Le sue labbra si poggiarono dolcemente sul mio scroto, con la sua lingua dolcemente mi massaggiava i testicoli. La guardavo mentre la mia mente non capiva più nulla.
Mi lavorò la lunghezza con calma e maestria, prolungando sadicamente la mia attesa.
A quel punto alzando lo sguardo lo imboccò.
Vedevo le sue labbra sazie di lui, mentre i suoi occhi avidi delle mie espressioni continuavano a fissarmi.
La osservavo farsi sempre più audace. Il suo movimento sempre più profondo mi stava uccidendo, senza rendermene conto era riuscita ad ingoiarlo completamente. La sua testa non si muoveva, sentivo solo il rantolio del suo sforzo.
Se questo era l’inizio, di sicuro non ne sarei uscito sano.
Felice si alzò.
Ed incominciò a baciarmi. Le nostre lingue giocarono a rincorrersi mentre finalmente i nostri corpi provarono l’ebrezza di essere sdraiati sullo stesso letto.
Giunse il mio turno, le baciai ogni millimetro di pelle scoprendola di ogni accessorio, lasciandole addosso solo le calze.
Mi dedicai al suo sesso, scandagliando ogni particolare, attento ad ogni suo movimento. Pronto a cogliere i sintomi di un piacere sempre maggiore.
Ci ritrovammo ad un tratto posizionati sui fianchi come lo Yin e lo yang.
Ci donammo reciproco piacere fino a quando con semplicità mi disse semplicemente : ” dammelo, fammi tua”
Non me lo feci ripetere due volte. Si posizionò a gambe larghe, il suo sesso fradicio era sbocciato, pronto ad accogliermi. Nella più classica delle posizioni mi si donò.
Sentivo le sue unghie piantarsi nella pelle ogni qualvolta mi affondavo completamente in lei.
La guardai arrivare mentre il mio seme si scaricava a fiotti nel suo sesso. Il suo viso beato, la sua bocca aperta, il suo respiro corto, erano adrenalina pura.
Ero ancora in ginocchio sul letto, quando la vidi avida gettarsi su di lui ed imboccarlo voracemente di nuovo.
Senza lasciarmi tregua mi fece sdraiare sul letto, aiutandosi con la mano mi fece rientrare in lei. Incominciò a cavalcarmi sempre più intensamente. Le afferrai i seni, titillavo i suoi capezzoli bruni e turgidi. Le vidi afferrarmi le mani e portarle sul fondoschiena.
“Mettimi un dito nel culo ” mi chiese quasi supplichevole.
Lo cercai, invano.
Si sporse verso di me fino ad appoggiarsi sul mio petto.
Afferrai i suoi glutei sodi e sudati. Li soppesai, allungandomi verso il canale fra di loro finalmente arrivai all’agognata destinazione.
Lo infilai.
Sentii un gemito più forte salirle dalla gola. La sua bocca era vicino al mio orecchio, ogni inflessione, ogni sibilo mi rimbombava nel cuore. Iniziai a muovermi dentro lo stretto pertugio. Quella doppia penetrazione la stimolò al punto che sentì i suoi succhi colarmi sui testicoli.
Sentivo i suoi denti affondarmi nella spalla. I suoi gemiti strozzati. Cercai di resistere, ma il mio gemello si era quasi deciso allo sprint finale. La
La vidi tirarsi su, probabilmente si era accorta dell’imminenza in cui gravavo. Con dolcezza afferrò il mio membro alla base. Senti il suo pollice poggiarsi in un punto preciso, dove con maestria incominciò a produrre una delicata pressione.
“Non &egrave ancora il tuo momento” disse rivolgendosi al mio lui.
La sentii modulare la pressione, fino a quando indispettito si rabbonì.
“Non era ancora il momento” mi disse sorridendo civettuola.
La vidi alzarsi e andare verso la sua borsa. Incominciò a frugarci dentro per poi estrarvi un flacone di lubrificante.
Tornò verso di me e mi si inginocchiò di fianco.
Si versò alcune gocce di prodotto sulle mani, e parlandomi incominciò a masturbarmi.
Ogni tanto sì ungeva le mani. Quella sega era qualcosa di fantastico. Tornai rinvigorito in brevi istanti, la vidi allora porgermi il flacone.
Si voltò portando in primo piano il suo di dietro. Ora tocca a te prepararmi. Avanzò un pochino, gattonando sul letto. Versate alcune gocce di unguento sul suo buchino incominciai a penetrarla. Infilai un dito, poi due la sentivo mugolare, mentre aveva ripreso a masturbarmi. Il suo viso ora poggiava sul letto, si stava mordendo le labbra. Dio quanto volevo sfondarla. Mi alzai di scatto e lasciandola ancora piegata in quel modo la infilzai. La vidi scattare sulle braccia.
“Stai giù zietta” le dissi deciso.
Voltò la testa per osservarmi.
“Porco”
“Vai giù” questa volta le appoggiai una mano tra le scapole. Incominciai a farle sentire un po’ di pressione. Sulle prime oppose un po’ di resistenza, ma alla fine demorse e si piegò ai miei desideri.
Incominciai a muovere il bacino sempre con maggiore intensità. Sentivo il suo sforzo per contrastare il mio movimento.
Incominciai a schiaffeggiarle le chiappe. Ad ogni colpo corrispondeva un suo sussulto. Le osservavo arrossarsi sempre con maggiore intensità, fino al punto che vidi le sue mani portarsi verso di loro.
Forse avevo esagerato. Le sue unghie affondarono nella pelle paonazza. Vidi chiaramente il suo tentativo di dilatarsi il più possibile.
Il mio sesso riempiva a dovere il suo sfintere. La osservavo godere, a tratti cercavo il suo volto, godevo nel guardare le sue smorfie di piacere misto dolore.
Continuavo a pomparla, quando ad un tratto:
“Nipotino, su sfondami fino in fondo. Fammi sentire le tue palle, le voglio sentire sbattere sulla mia micina. ”
Non le diedi tempo di finire la frase.
Mi sollevai e appoggiati i piedi sul letto, mi flessi fino a rientrare in lei. Poggiavo il mio peso attraverso le braccia sui suoi reni. Da quella posizione sopraelevata la penetrazione fu totale e distruttiva. Il mio membro era dentro di lei, sentivo letteralmente le mie palle attingere dai succhi del suo sesso madido, mentre il suo sfintere dilatato aveva accettato fino alla base il mio gemello.
“Ti piace?” Le chiesi affannato.
La sua risposta affermativa, le uscì tra un rantolo e l’altro.
Vedendola completamente mia, succube, dominata, arrivai violentemente. Mi scaricai dentro le sue viscere, ad ogni contrazione del mio membro sentivo le pareti del suo sfintere opporsi energicamente. I suoi gemiti oramai erano divenuti una sorta di litania, continua ed ipnotica.
Uscii dal pertugio.
Barbara rimase immobile, rannicchiata nella stessa posizione in cui l’avevo lasciata.
Osservai il suo buchino. Forse non si poteva più chiamare così. Lo osservai, dilatato e rosso come il fuoco, incuriosito analizzai quello che di solito custodiva gelosamente.
Il mio seme giaceva sul fondo.
Barbara ancora non si muoveva. Il suo viso era ancora appoggiato al materasso, mentre i suoi occhi si guardavano intorno. Il suo respiro affannoso stava lentamente tornando alla normalità.
Mi sdraiai e i nostri visi furono uno difronte all’altro.
“Tutto bene?” Le chiesi con un po’ di apprensione.
“Si..”
Attesi ancora qualche sua parola. Ma nulla, rimaneva immobile.
“Ti ho fatto male?”
“Si.. Ma Dio quanto mi &egrave piaciuto. Già ieri eri riuscito a fargli prendere fuoco, questa volta pensavo che con l’olio sarebbe stato un po’ meglio. Ma non &egrave proprio così. Mi hai preso alla lettera.”
“Ti ho preso alla lettera?”
“Si nipotino mi hai letteralmente sfondato. Oggi non avevi un cazzo in mezzo alle gambe, ma un bastone.”
Sentirla parlare così, mi suonava strano. Gli istinti animali che si erano impadroniti di noi forse non la avevano ancora abbandonata.
Si voltò e sedutasi con la schiena contro la testata del letto. Mi fece cenno di avvicinarmi.
Mi sdraiai e ci ritrovammo uno di fianco all’altro.
“Vale”
“Dimmi”
“Non so cosa mi sta prendendo. Non ho mai provato una sensazione simile per nessun altro uomo.”
La ascoltavo.
“Non so come, ma mi hai reso insaziabile.” E nel frattempo aveva incominciato ad accarezzarsi. “Vedi, guarda le mie mani. Mi devo toccare, mi hai appena donato il piacere più totale che qualsiasi uomo mi abbia mai donato e sono qui con due dita dentro di me.”
La osservai e senza proferire parola sostituii le sue dita con le mie.
Mi muovevo dentro di lei con delicatezza.
Iniziai a succhiarle un capezzolo, mentre sentivo che i suoi occhi continuavano a ad osservarmi.
“Ti amo”
Le sue parole raggiunsero il mio cervello, con un leggero ritardo.
Rimasi immobile con ancora il suo capezzolo tra le mie labbra.
Mi staccai di scatto.
“Cosa hai detto?”
“Che ti amo..non te lo sei mai sentito dire?”
“Si.. Ma non era mai stato corrisposto.”
Barbara sorrise. La vidi avvicinarsi.
Le sue labbra con dolcezza si posarono sulle mie.
Un lungo ed instancabile bacio, ci accompagno per minuti e minuti. Non riuscimmo a staccarci nemmeno quando rientrai in lei. Come la più classica delle mogli, mi attendeva aperta e invitante. Le nostre lingue continuavano a danzare una lunga e delicata coreografia.
Dedicammo l’ultima mezz’ora che ci rimaneva a raggiungere il piacere dei nostri corpi e delle nostre anime.
Facemmo l’amore.
Semplicemente.

Autore Pubblicato il: 20 Agosto 2014Categorie: Racconti Erotici Etero, Racconti erotici sull'Incesto0 Commenti

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