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Racconti erotici sull'Incesto

Delitto d’onore

By 12 Marzo 2005Dicembre 16th, 2019No Comments

Forse qualcuno, leggendo queste righe, penserà che si trattI di fantasia. No, &egrave cronaca, semplicemente cronaca. Ma bisogna riferirsi ai tempi e ai luoghi. Soprattutto al tempo, perché quella norma vigeva in tutto il territorio nazionale. Ed era l’epoca in cui di DNA si parlava, forse, solo tra scienziati.
Credo siano opportune due premesse. Considerazioni sul ‘delitto d’onore’ e sull’ ‘adulterio’.
Il ‘delitto d’onore’ era quello considerato dall’art. 587 del codice penale Rocco
(in vigore dal 1930 e abrogato con la legge n.442 del 5.8.1981): “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, &egrave punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”. Si noti che la legge, parlando di scoperta della “illegittima relazione carnale” non esigeva la scoperta in flagranza dei due “amanti illegittimi”, come gli articoli del precedente codice Zanardelli, ma bastava la “scoperta” della relazione e quindi anche la notizia nell’ampio significato latino della parola.
Un’altra considerazione sembra opportuna.
Si parla di coniuge, figlia, sorella, accomunando alla naturale e legittima partner sessuale (moglie), anche figlia e sorella, equiparando il cosiddetto ‘tradimento’ della prima alla ‘illegittima relazione carnale’ delle altre due.
Qualcuno ha voluto ravvisare, in tale equiparazione, quasi il riconoscimento di una specie di ius coitionis (diritto di accoppiamento, vulgo ‘scopata’) da parte del padre e del fratello. Quindi, all’adulterio=infedeltà coniugale, andrebbero aggiunti gli analoghi comportamenti filiali e sororali.
Cosa si intendeva in passato, per adulterio?
Adulterio nell’antichità
A differenza della legge mosaica che puniva con la morte, mediante lapidazione, la donna adultera e il complice -Levico 20,10 e Deutoronomio 22,22- in Grecia si puniva solo l’adultera.
Chiunque intrattenesse rapporto sessuale con una donna libera nubile o vedova era considerato ‘moichòs’ mentre la donna, più che adultera si riteneva sedotta.
L’adulterio ‘gamoklopìa-, (gamos=matrimonio e kleptein=rubare) era reato così grave che ad Atene varie pene infamanti si potevano infliggere all’adultero, quali la rasatura pubica (infamante perché pratica femminile) e la violenza anale mediante un rafano.
A Locri l’adultero veniva accecato, a Gortina ci si limitava a punirlo con una pena pecuniaria.
Quanto alla donna, Eschine, facendo riferimento a Solone, scrive:
Si vieta alla donna adultera di partecipare ai sacrifici pubblici, per timore che ella, mescolandosi a donne ossesse, si possa corrompere, e se vi partecipa o si adorna, ordina al primo che la incontri di lacerarle le vesti, di strapparle di dosso gli ornamenti e di percuoterla, badando tuttavia di non ucciderla o storpiarla.
A Roma era punito nella persona dell’adultera e dell’amante. Ma inizialmente la punizione era privata: era ius occidenti esercitato dal marito e dal padre dell’adultera.
D’altra parte la severità maritale dei romani infliggeva alla donna punizioni per molto meno: anche se beveva vino.
Come risulta da tanti esempi si era propensi a prevenire l’offesa piuttosto che a vendicarla.
Tenebrosa fu la severità di Caio Sulpicio Gallo che scacciò sua moglie perché aveva saputo che era stata fuori casa a capo scoperto, con questa motivazione dura, ma in qualche modo ragionevole:
-La legge ‘ disse- legittima solo i miei occhi a farti giudicare nelle tue forme. Per questi occhi dovrai apparire, all’infallibile commento di questi occhi devi fidarti. La circostanza che ti sia messa in vista in maniera troppo provocante ti rende necessariamente sospetta e colpevole.
Due secoli dopo, però, l’adulterio veniva sottratto, sia pure in parte, all’arbitrio del cittadino. Secondo la Lex Iulia de adulteriis, il marito non aveva più il diritto di uccidere la moglie adultera: doveva ripudiarla, pena l’accusa di lenocinio; conservava invece il diritto di uccidere l’amante.

L’art.587, di cui sopra, considera un quasi-diritto l’uccisione dell’amante della moglie, ed anche della figlia e della sorella.
Quelle che possono fare tutto, sembra siano le madri!
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Ed ora i fatti, la cronaca, le modalità di svolgimento, i retroscena.

Titolo del giornale, su nove colonne.

Particolari da Grand Guignol.
Camera da letto della disonorata, Nico, coi pantaloni abbassati e la faccia devastata dalla lupara, sangue dappertutto, anche tra le gambe della donna, seminuda, legata mani e piedi alle sbarre del letto, e con evidenti tracce di sperma sulle cosce dischiuse e sui peli del pube.
Saro, dopo, imbraccia la doppietta e va dai Carabinieri.
‘Ho fatto giustizia, Maresciallo, m’arrestasse. Ora la casa mia, dove abita anche mia sorella Rosalia, &egrave di nuovo pulita!’
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Tre anni dopo, meritata una riduzione della pena per buona condotta nelle carceri, Saro tornò a casa, accolto trionfalmente.
La moglie, Agata, lo abbracciò senza ritegno, dinanzi a tutti. La sorella, Rosalia, si chinò a baciargli la mano.
C’era tanto da fare alla Masseria che adesso si chiamava ‘Macrì’ comprata, unitamente al prospero e immenso fondo, mentre Saro era in prigione.
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Don Saro aveva dato prova di che uomo fosse.
Se prima lo guardavano con un certo rispetto, ora la stima era generale, e ognuno si faceva in quattro per mostrargli la propria deferenza, per ossequiarlo. Lui rispondeva con cordialità, amicizia, senza sussiego.
Masseria Macrì, era un grande fabbricato, solido, in posizione dominante, ben tenuto, con numerose stanze e alcune casette per il ‘personale’, nonché stalle e magazzini. Gli era costata una fortuna, e unita al podere che già aveva, prima del ‘fatto’, costituiva una delle più vaste e redditizie proprietà del circondario.
La sera del suo ritorno, dopo essersi sbarbato e aver indossato il vestito della festa, riceveva amici, conoscenti e sconosciuti che erano venuti a rallegrarsi. Molti con omaggi, logicamente in natura. Lui ringraziava, abbracciava o si limitava a tendere la mano, a seconda dei rapporti che lo legavano al visitatore, prendeva quanto gli donavano e lo consegnava a Lola, la figlia di un massaro, che aiutava in casa.
Era da poco passato il tramonto quando, finalmente, rimasero in casa solo le persone della famiglia: Saro, Agata, Rosalia, la figlia di nove anni, Santa, e le donne che aiutavano, Lola, che tra l’altro dava anche una mano a Santa, per i compiti, avendo conseguito il diploma magistrale la sessione scorsa; e Giovanna, una donna che era con lui da almeno venti anni, da prima che si sposasse.
Saro disse a Giovanna di preparare la cena, lui si andava a mettere in libertà, a togliere la bardatura. Fece un cenno con la testa ad Agata, e si avviò al piano di sopra.
Lola e Santa si misero ad apparecchiare, Rosalia informò che anche lei andava a cambiarsi, nella sua camera, quella in fondo al corridoio di destra.
Salì la scala, ma invece di andare a destra, camminando in punta di piedi si avvicinò alla porta della camera da letto del fratello. Non fu necessario raggiungerla per comprendere a cosa si riferivano quei rumori, quei gemiti, quel cigolare incalzante della rete, quel battere la testiera sul muro, senza curarsi se altri potessero sentire.
Si avvicinò ancora, pose l’orecchio sulla porta, e mise le mani tra le gambe, afferrando con una certa violenza, il suo sesso, e stringendolo, quasi a voler strappare i folti riccioli dal pube, dal grembo che sussultava.
‘Minchia, Agatina, da quanto che non ti futtìa’ Sei bellissima, un fuoco’ dai’ dai’ picciridda”
‘Saro’ Saruzzo bello’ Saruzzo dolce’ tua sono’ e quanto ti desiderai’ mi senti amore? Mi senti?… Ecco’. Così’ così”
La voce della donna andava aumentando mentre quella dell’uomo diveniva roca.
Fu come un grido di vittoria, di conquista.
‘Saaaaaaaro! Saaaaaaaaaro! Adesso’.. sì’. Adesso’. Che io moooooro’.’
Sembrava che il letto dovesse crollare. Poi un ‘ah!’, gridato da lui e il silenzio che seguì attestò che la lava del maschio stava invadendo il grembo infuocato della femmina.
Rosalia si morse le labbra, corse nella sua camera.
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Cena allegra, non troppo abbondante.
Agata aveva i capelli sciolti, il volto luminoso, trasognante, ogni tanto gettava significative occhiate al marito, con un lieve sorriso. In effetti, non vedeva l’ora di tornare a letto con lui. Lo avevano lasciato disfatto, con evidenti tracce della battaglia che vi si era svolta.
Saro guardava intorno, compiaciuto.
Rosalia, la giovane sorella, era sempre più bella.
Molti si domandavano come mai, a venticinque anni era ancora zita. Lei disse che per il momento non ci pensava.
Avevano detto a Lola di sedere a tavola, con loro, vicino a Santa.
Era ancora una fanciulla che doveva sbocciare quando era avvenuto il ‘fattaccio’, e lui la ricordava appena. Adesso, a poco più di diciotto anni, era proprio una bella femmina, che se andava al concorso sarebbe stata certamente eletta miss.
Giovanna, la iniziatrice sessuale di Saro, la sua ‘nave scuola’ lo guardava, sorniona, scuotendo la testa. Quando gli fu vicino, per fargli prendere un pezzo d’arrosto, lui, con accortezza, le agguantò una natica.
‘No, grazie, Giovanna, non &egrave quella del piatto la carne che voglio.’
E una più poderosa e approfondita strizzata, rassicurò Giovanna. Ce ne sarebbe stato anche per lei. Ma quando?
Dopo cena Saro disse alla sorella che dovevano parlare della proprietà. Adesso che avevano quella grande tenuta, si dovevano fare un po’ di conti, vedere come andavano le cose, e lui voleva sapere da Rosalia, che era ragioniera, cosa si sarebbe potuto fare, e cosa dicevano l’agrimensore e il massaro.
‘Vado a prendere il libro e gli appunti in camera, Saro. Torno subito.’
‘No. Vengo io da te. Ci sarà più silenzio. Poi voglio andare a farmi una bella dormita nel letto che ho lasciato da troppo tempo.’
Agata lo guardò.
‘Che fa, Saro, ti aspetto?’
‘Forse ci vuole un po’ di tempo per dare uno sguardo a tutto, ma aspettami, aspettami.’
Si volse in giro.
‘Buona notte a tutti. Amunì, Rosalia.’
Lui avanti, la sorella dietro, salirono le scale, andarono nella camera di lei, entrarono. Rosalia chiuse la porta a chiave.
Saro l’attendeva in mezzo alla camera. L’abbracciò, la baciò appassionatamente sulla bocca, ricambiato con ardore.
La stringeva, voleva sentire il seno di lei sul suo petto.
‘Bedda mia’ bedda mia”
Si guardarono negli occhi, ognuno lesse il desiderio dell’altro. Non ci volle molto perché fossero nudi, sul letto, baciandosi, carezzandosi.
Saro cominciò dagli occhi, il volto, la gola, il seno. Si soffermò a lungo sui capezzoli, li baciò, lambì, ciucciò golosamente, mentre il ventre di lei sussultava, anche perché la mano del fratello s’era intrufolata nel suo fitto boschetto, era entrava nella grande valle, aveva raggiunto la fonte meravigliosa, il piccolo bocciolo fremente.
‘Sticchiu d’oro, bellissima”
‘Veni’ Saro’ veni”
‘Si amuri’ ma non dobbiamo fare rumori”
Lei annuì, alzò le ginocchia, le divaricò.
Il glande di Saro sembrava fumare.
Lo introdusse piano, lentamente, sentì le pareti della vagina riceverlo frementi, stringerlo.
‘Quanto tempo, Saro’ quanto tempo’ mi sentìa muriri”
Lui stantuffava con studiata perizia, conosceva i’ gusti della donna, e come soddisfarli. Le afferrava le natiche, il seno’
‘Mizzica che minne’ che minne”
Lei gemeva lentamente, cercando di soffocare l’urlo che voleva sfuggirle dalla gola, e d’un tratto sembrò un mare in tempesta’ gli aveva serrato le gambe sulla schiena, aveva inarcato il bacino, la vagina era impazzita, lo mungeva avidamente’ d’un tratto si rilassò, con un sordo gorgoglio in gola, poi tornò a arcuarsi di nuovo, andando incontro al fiotto che l’invase, come un balsamo’
Nessuna precauzione, pensarono.
Ma dopo tanto tempo’
Accadesse quello che doveva accadere.
Saro la baciò tutta, golosamente. Poi si rassettò, si rivestì. Carezzò ancora una volta il sesso bagnato della ragazza, che giaceva sul letto, supina, con le gambe aperte. Aprì piano la porta, si avviò verso la sua camera, dove lo attendeva Agata.
Nei suoi occhi era rimasta la visione di Rosalia, come l’aveva vista adesso era come l’aveva descritta il giornale, all’epoca del fatto: evidenti tracce di sperma sulle cosce dischiuse e sui peli del pube.
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I genitori di Saro, agricoltori benestanti ma non ricchi, volevano che il loro primogenito (dopo era nata Rosalia) fosse ‘istruito’, per cui lo mandarono a studiare dai preti, in collegio.
Saro era d’ingegno vivace, aveva, forse innata, una mentalità tendenzialmente speculativa, affaristica, ed era rimasto incantato, e convinto, dagli scritti del Machiavelli, soprattutto dalla semplicistica e un po’ fuorviante sintesi del di lui pensiero: ‘il fine giustifica i mezzi’.
Ascoltava attentamente, studiava intelligentemente.
Gli insegnanti lo seguivano con attenzione e interesse dato che Saro, a loro parere, aveva molte delle caratteristiche richieste per poter entrare nella Compagnia di Gesù, ma, come era loro costume, non lo forzavano, non lo inducevano a scegliere quella strada, anche perché certe esuberanze del giovane facevano sorgere riserve sull’eventuale comportamento una volta inserito nella vita di tutti i giorni, al di fuori del collegio, a contatto con le tentazioni che la vita offriva.
Saro, di diventare ‘religioso’ non ci pensava nemmeno. Lui aveva già qualche cosa per la testa. Soprattutto la terra, come averla, quanta possederne, come farla fruttare. Per questo, dopo la brillante maturità, scelse Agraria, seguì diligentemente i corsi, ma quasi alla vigilia della laurea, con la tesi già presentata, se ne tornò improvvisamente a casa.
A lui il ‘pezzo di carta’ non interessava, era ben altro quello che voleva.
Riuscì a convincere il padre di apportare alcune innovazioni nella conduzione diretta, ad assumere impegni finanziari per ampliare la superficie, ed i risultati erano lusinghieri, in poco tempo il fondo s’era esteso, era giunto ai confini dell’Ammucciata, una vasta tenuta, un po’ abbandonata per l’incuria del vecchio Barone Sinfisi e dei suoi massari.
Le terre dell’Ammucciata facevano gola a parecchi.
Saro, intanto, aveva capito che doveva mettere su famiglia, anche per l’avvenire. Accumulare, altrimenti, a vantaggio di chi?
Non era spinto a ciò per risolvere certi suoi problemi, perché la generosità di Giovanna e la passionalità di Rosalia, la sua sorellina che lo idolatrava, erano più sufficienti per placare i suoi bollenti spiriti.
Agatina era giovane e bella, e, cosa che non guastava, avrebbe portato in dote un aranceto che era proprio al limitare settentrionale della ‘Tenuta Macrì’, come tutti la chiamavano.
Chi comprendeva appieno il modo di pensare di Saro era Rosalia.
Sapeva e condivideva il desiderio di ingrandire la proprietà. Ne avevano, ormai, i mezzi. E quando, calda e palpitante, s’andò a infilare nel letto del fratello, gli disse che solo sua voleva e poteva essere, ad ogni costo, anche se sapeva con lo poteva sposare, ma che avrebbe voluto avere un figlio loro.
‘Pensa, Saro, sarebbe come te e come me. E chi lo vincerebbe?’
In seguito propose a Saro di ‘ingravidarla’, poi sarebbe andata lontana, durante la gestazione, sarebbe tornata col ‘picciriddo’ e avrebbe detto che lo aveva preso dalle suore, per allevarlo.
Saro la carezzava, la baciava, la possedeva ora con tenerezza ora con una sorta di furore erotico, fino a restare entrambi spossati ma non domi, e le diceva che ci avrebbe pensato. Intanto, dovevano stare attenti. Ma come? La passione li travolgeva, irrefrenabilmente, e si affidavano alla tenue speranza che i ‘lavaggi’ potessero evitare quello che Rosalia, invece, auspicava. Non poteva, però, fare cosa contraria al fratello, tanto che si riprometteva che se, malgrado tutta, si fosse accorta di essere ‘prena’, non avrebbe esitato un solo istante a rivolgersi alla ‘mammana’.
Le nozze con Agata non avevano interrotto né rallentato gli incontri tra i fratelli che datavano da quando Rosalia era appena pubere. E fu proprio al termine di una di quelle voluttuose cavalcate, che Rosalia, ansante, sudata, con i capelli sciolti, gli occhi scintillanti, senza disarcionarsi, chiese a Saro, che seguitava a carezzarle il seno e titillarle i capezzoli per goderne le contrazioni che provocava alla vagina, perché non compare l’Ammucciata?
Saro ci pensava da tempo, ma sapeva che Nico Pullia stava cercando di abbabbiare il Barone per fottersi quelle terre. E Nico non era ‘carico’ da sottovalutare.
Lo disse a Rosalia.
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La mattina dopo il rientro a casa, dopo l’appagante copula coniugale e quella travolgente con la sorellina, Saro, passando per la cucina, disse a Giovanna che nel pomeriggio sarebbe andato alla fonte.
Giovanna lo guardò, sorrise, annuì.
La ‘fonte’ era lei, Giovanna.
Lo attese nella sua casetta, lungo il viottolo che, appunto recava alla sorgente che alimentava l’irrigazione dei campi.
Casetta modesta, ma linda.
Non più giovanissima, Giovanna, ma soda come una roccia, odorosa come la zagara, focosa come l’Etna.
Era stata lei a iniziare Saro ai piaceri del sesso.
Non diciamo quando, rispettiamo l’ipocrisia formale delle regole.
Giovanna era stata la prima donna adulta che Saro aveva visto nuda.
‘Minne’ meravigliose, riccioli più morbidi della lana dell’agnello, belli a carezzarsi come fosse la pelliccia del coniglio, e ‘sticchio’ caldo, tiepido, umido.
Minne che gli insegnarono a farsi suggere, che gli serrarono il fallo fino a farlo godere.
E che dire del resto? Delle natiche, delle gambe, della voluttà che il sesso di Giovanna sapeva prodigargli.
Quando Saro entrò in quella casa, in quel pomeriggio, Giovanna lo attendeva indossando una specie di tunica, larga, sotto la quale non indossava nulla.
Sapeva che Saro, per prima cosa, si sarebbe tolto gli stivali. E sarebbe stata lei a toglierglieli’ e poi i calzoni’ e poi’
E poi il fallò svettò, rubizzo e fremente.
Lei lo baciò, lentamente, sopra, intorno, mentre con le dita lo liberava della pelle che lo copriva. La lingua picchiettò, lambì delicatamente, tutto intorno, lungo il solco. Le fauci lo accolsero e cominciarono a fargli risentire con quale e quanta sapienza sapeva portarlo al godimento, mentre lui le palpeggiava il seno nudo e quasi tormentava i capezzoli.
Quando sentì che era giunto il momento, lo estrasse dalla bocca e lo accolse tra le tette, stringendolo.
Era uno dei ‘trattamenti’ preferiti da Saro. E per questo, in precedenza, una delle volte, aveva detto a Giovanna che doveva cambiare il giorno in cui festeggiare l’onomastico. Lei diceva di essere Giovanna, come Giovanna d’Arco, e quindi festeggiava il 30 maggio’
‘Ma che Giovanna d’Arco! ‘disse Saro- ‘quella era vergine, capisci, vergine, una che non fotte’ Tu devi festeggiare il 13 settembre, a San Giovanni Crisostomo”
‘Crisostomo?’
‘Si.’
‘Così si chiamava?’
‘Così lo hanno chiamato.’
‘E che vuole dire?’
‘Crisostomo? Significa bocca d’oro! Capisci?’
‘Eh, sì che capisco!’
E fece sì che anche lei meritasse quell’epiteto’ ma a modo suo!
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L’idea di acquistare L’Ammucciata non dava pace a Rosalia.
Pensava giorno e notte come fare.
Si tratteneva dal parlarne troppo spesso a Saro, per tema di annoiarlo, irritarlo, provocare un certo allontanamento da lei da parte del fratello. Ne sarebbe morta.
Quando la domenica, incontrava Nico Pullìa, a Messa, lo guardava fisso, come a volerlo fulminare, a distruggerlo cogli occhi, tanto che dopo alcune volte, avendo Nico interpretato quegli sguardi come manifestazione di interesse nei suoi confronti, aveva preso a sorriderle.
La tumultuante mente di Rosalia cominciò a pensare a qualcosa’
Aveva concepito un piano, ed intendeva esporlo a Saro, con tutta calma.
L’occasione si presentò un paio di giorni dopo.
Dovevano andare alla sede centrale della Banca per la chiusura di alcune operazioni riguardanti il un mutuo che avevano utilizzato. Lo avevano ottenuto a un tasso di particolare favore, tanto che avevano reinvestito il capitale in operazioni che avevano reso un ottimo interesse.
Appuntamento all’apertura della Banca, al mattino.
Decisero di partire il pomeriggio prima, ne avrebbero profittato per una visitina al Consorzio Agrario, anche per vedere delle nuove sementi e dei nuovi fertilizzanti. Si sarebbero fermati la sera, a Villa Igiea e, dopo il colloquio col direttore della banca, avrebbero preso la via del ritorno.
Prenotarono la suite con due separate camere da letto.
Villa Igiea &egrave uno dei più famosi hotel della Regione, costruito per volontà della potente famiglia Florio alla fine del 1800 e arredato da Ernesto Basile, maestro del Liberty in Italia. Questa splendida villa ha ospitato nel tempo i più importanti nomi del jet-set internazionale. Oltre al fascino degli ambienti e dei suoi famosi saloni, gode di un parco profumato di gelsomini.
Gelsomino, fiore dall’odore intenso, lo ‘yasamìn’ dei Persiani, il simbolo della sensualità per gli Spagnoli
Saro si raccomandò perché in una delle due camere da letto ne facessero trovare un mazzolino.
Rosalia fremeva, e non solo per quello che aveva in mente di proporre a Saro, ma anche, e soprattutto, perché sarebbero restati insieme tutte quelle ore, perché avrebbe potuto dormire abbracciata a lui’ dopo, s’intende.
Non ritenne, durante il viaggio in auto di raccontare a Saro il suo proposito.
Al Grand Hotel, la sua camera era invasa dal profumo del gelsomino, andò dal fratello, lo abbracciò, lo baciò con fervore, lo ringraziò, e gli disse che avrebbe voluto dimostrargli altrimenti la sua gratitudine.
‘Non vedo l’ora, Rosalia, non vedo l’ora. Ma adesso andiamo al Consorzio, prima che chiuda.’
Poi ci fu la cena e, finalmente, si ritirarono nella loro suite.
La donna guardò il fratello.
‘Preparati, bambinuzza, che ti vengo a trovare subito.’
Quando la raggiunse, Rosalia era a letto, nuda, con lo sguardo sognante, i capelli sciolti, profumata di gioventù e di bellezza.
Saro, indossava solo i pantaloni del pigiama. Prese la coperta e la rovesciò ai piedi del letto.
Rosalia, bianca e rosa, con i capelli corvini che coprivano le spalle e parte del seno, col triangolo scuro e folto che le adornava il pube e nascondeva la delizia del suo sesso, era lì, ed oscurava la Maya desnuda.
Saro si chinò a baciarle quel boschetto nero e setoso, e la sua lingua incontrò subito il vibrare del piccolo clitoride, s’intrufolò ancora, e raccolse il tiepido distillato della eccitazione della ragazza.
Il suo fallo sgusciò dai pantaloni, prepotente.
Li sbottonò, li lasciò cadere per terra.
‘Vieni, Saruzzo, vieni qui’ ti voglio cavalcare, ti voglio sentire”
Lui si sdraiò, ed ella vi si pose a cavalcioni.
Prese il glande e lo avvicinò alle piccole labbra, si impalò con lentezza stuzzicante, concupiscente, voluttuosa.
E fu, riconobbe Saro, la più impetuosa e appassionata cavalcata che lui avesse mai conosciuto, un galoppo finale tumultuoso, e quando l’amazzone tagliò il traguardo, dalla sua gola proruppe un lungo e roco grido di gioia, di vittoria, di supremo orgasmo.
Poi, mentre accoglieva il caldo dilagare in lei, si gettò sul petto di Saro. Esausta.
Quella volta non si riebbe subito.
Ansò più a lungo del solito, e più forti e insistenti erano riprese le contrazioni del suo grembo.
Saro la carezzava, la baciava.
Lei, rimanendo distesa sull’uomo, si poggiò sui gomiti, lo guardò.
‘Saro, ti devo dire una cosa. Ho pensato come liberarci di Nico Pullìa.’
Lui la fissò, curioso, interessato.
‘Ecco, Saro, ho viso che lui mi talìa, mi guarda, in un certo modo, in chiesa. Sai che faccio? Lo attiro con lusinghe in un certo posto, mettiamo nel boschetto, e tu ci sorprendi e lo ammazzi.’
L’idea di farlo fuori piaceva a Saro, ma erano i particolari a non convincerlo.
‘Dobbiamo studiare bene i dettagli, le circostanze. In questi casi le attenuanti hanno gran peso. Fammici pensare.’
Lei si mosse voluttuosamente col bacino.
‘Che fa, non &egrave che i pensieri si ripercuotono su’ questo?’
Saro le sorrise, e le dimostrò che ogni timore era infondato.
Rosalia ne profittò, entusiasticamente, come se non lo avesse fatto da tempo.
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In effetti, il detto che ‘la minchia non vuole pensieri’ non riguardava Saro.
Lui di pensieri ne aveva tanti e infinite erano le congetture, le ipotesi
Non per questo, però, trascurava la sua attività erotica. Anzi, preoccupazioni e apprensioni erano quanto di più afrodisiaco potesse esistere, per lui.
Agatina non poteva certo lamentarsi. Erano sempre più frequenti le ‘ripassate fantasiose’ che precedevano e seguivano il riposo, ed a volte anche durante la notte o lui la incavallava, iniziando dolcemente per finire nel modo più focoso possibile, o lei, accertatasi della disponibilità di quell’incantevole ‘palo della cuccagna’, ‘magnifico scettro’, vi s’impalava languidamente, e lo racchiudeva voluttuosamente nella calda e fremente guaina di cui la natura l’aveva generosamente dotata.
Né Rosalia poteva accusarlo di trascuratezza. La sua ingordigia, la sua cupidigia, erano ben saziate, almeno al momento, dalle prodighe razioni fraterne.
Nulla mancava a Giovanna, lo sapevano belle le sue tette, la sua bocca e soprattutto il suo sesso in cui così piacevolmente Saro rifugiava il suo fallo, carezzandola e assicurandola che non conosceva più accogliente nido per il suo uccello.
Anche a Lola era riservata una parte delle attenzioni di Saro, anche se erano per ora puramente ammirative.
Come per il Vecchio Catone l’idea fissa era ‘delenda Carthago’, la distruzione di Cartagine, per Saro era la ‘sparizione di Nico Pullìa’.
Aveva trovato.
Sussurrò alla sorella che l’indomani, domenica, doveva trovare una scusa per non andare a messa con le altre donne. Le doveva parlare.
La cosa fu facile, scuse di donne, e anche’ rassicurante per Agata.
Con la sola vestaglia, non appena le altre uscirono, Saro andò da Rosalia. E dopo pochi, rapidi, e non necessari preliminari, il fallo che ancora aveva odore, sapore e calore, della vagina coniugale, penetrò quella tumida e impaziente della giovane e appassionata sorella, che lo spompò, insaziabile, fino all’ultima goccia.
Saro si mise seduto sul letto, con le spalle poggiate alla testiera, e Rosalia sedette sulle sue gambe, curando che il sesso fraterno, ancora non completamente acquietato, si sistemasse tra le sue grandi labbra, sfiorando l’orifizio vaginale.
‘Ho pensato, Rosalia.
Se io vi sorprendo nel boschetto, tutto sommato significa che tu ci sei andata. Quella terra &egrave nostra, e non é che Nico ci si può trovare per caso.’
‘Allora?’
‘Ascolta, non interrompermi, Alla fine mi dirai.
Fra due settimane, Agatina va a trovare la madre, e si porta Santina. Giovanna e Lola stanno a casa loro, la notte, qui, restiamo solo tu ed io.’
Rosaria lo guardava attentamente, e si sforzava a non interrogarlo.
‘Allora, Rosaria, senti.
Devi riuscire a interessarlo sempre più, fino a dirgli di venirti a trovare, logicamente segretamente, in ore in cui nessuno possa vederlo.
Per esempio, verso le due di notte.
Precisargli che deve andar via prima dell’alba.
Indicagli il tuo balcone, e digli che ‘per caso’ troverà una scala, ai piedi di esso.’
Rosaria non poté trattenersi.
‘Così, quando entra nella mia camera”
‘Aspetta, picciridda, aspetta.
‘Quando lui entrerà nella tua camera che sarà in penombra, io sarò a letto con te, e avremo già fatto quello che facciamo sempre. Curerò che sulle tue cosce, sui tuoi peli rimangano tracce visibili del seme. Non solo, ma con uno spillo pungerò un tuo dito, e sporcherò col sangue l’entrata del tuo sesso’
Lacererò la tua camicia da notte’
Violenza deve apparire’
Ancora.
Ti legherò mani e piedi al letto, con le cosce aperte’
Lui si fremerà un momento, di sicuro, sorpreso, spaventato’
Io prenderò il marmo del tuo comodino e con quello gli spaccherò la testa’ Gli abbasserò i pantaloni, sporcherò del tuo sangue la sua mischia, romperò un vetro della tua finestra, curando di farlo da fuori, mi metterò a urlare aiuto con tutta la mia forza’ Giovanna sicuramente sentirà, correrà subito, anche Lola, vedranno tutto, anche me in vestaglia, sul pigiama, e si premureranno di sciogliere la corda, di pulirti’ io dirò di non buttare i panni che useranno, la camicia’. Manderò a chiamare i carabinieri’.’
Gli occhi della donna erano sfolgoranti, i pomelli accesi, le nari vibranti.
Lo baciò sulle labbra. Saro era pallido, cereo.
‘Minchia, fratello, sei un dio!’
La sua mano cercò’ ma il sesso di Saro era freddo, inerte.
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La testimonianza delle donne, la evidenza della forzatura della finestra, il fatto che fosse stata legata al letto, abilmente sfruttate da una magistrale difesa, che soprattutto fu un’accusa contro Nico, convinsero anche i magistrati, che riconobbero attenuanti generiche e specifiche, e condannarono Saro a due anni e quattro mesi, che furono ulteriormente ridotti per la buona condotta.
Durante la sua detenzione, il Barone Sinfisi vendette l’Ammucciata ai Macrì, e da allora la tenuta divenne Azienda Agraria Macrì.
Il Maresciallo dei Carabinieri, comunque, non era del tutto convinto del come erano stati raccontati i fatti.
Le donne avevano detto quello che avevano visto, certo. Ed erano sincere.
Ma prima?
Possibile che uno come Nico Pullìa si fosse avventurato in una pazzia simile?
E non era il solo a pensarla così.
Una notte, sulla grossa lastra di travertino sulla quale, in caratteri rossi, appariva l’indicazione: MACRI’ , qualcuno aggiunse, con la vernice nera: art.587 C.P.
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