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In realtà non siamo tutti uguali: c’è chi desidera una famiglia tradizionale e chi, invece, addirittura preferisce investire tutto per esempio nella carriera o nelle amicizie. Non si tratta necessariamente di scelte di ripiego, dettate dalla mancanza d’un compagno o da problemi fisici, piuttosto sono decisioni di chi preferisce uno stile di vita più libero, senza legami né vincoli né obblighi di sorta. Tuttavia sono in maggioranza le donne che vogliono diventare mamme, tante. Anche quelle che non hanno e non avranno mai dei figli. Anche Loredana, infatti, era una delle tante puerpere mancate che non riescono a diventare donne consapevoli ma in parte serene. Nel mondo in cui viviamo, non per tutte è possibile realizzare indipendenza, professione e avere un bambino. 

Sono numerose, che provano a capire se potranno permettersi la nutrice che assiste il proprio pargolo. Tralasciando le situazioni particolari, a volte bisogna scegliere o l’uno o l’altro. E quella la scelta ci cambierà. In quel modo successe per Loredana, che si crucciava affannandosi e impensierendosi di continuo, quando Augusto si era irrimediabilmente allontanato da lei, senza troppe spiegazioni né tante motivazioni da produrre, lasciandola da sola di stucco nel risolvere ogni questione, appianando e sistemando per conto proprio i suoi enormi crucci e i suoi perenni malumori, perché adesso affranta e addolorata più che mai, l’unico sbocco era il conforto, era lo sfogarsi, il consolante rimedio che poteva ottenere da questa triste storia, essere ascoltata dalla sua beneamata amica di sempre: 

“Sai Tiziana, nel mio caso la vita è ingiusta, sventuratamente e crudelmente ingiusta, iniqua e molto scorretta. Basta osservare chi nasce sano e bello, magari pure ricco e famoso, chi invece storpio e ammalato, povero e abbandonato. Forse è questo il concetto di fondo che talvolta si cerca di far passare. Va bene, capisco, però, la stanchezza che ti dà il lavoro, togliendo spazio a tutto il resto, a maggior ragione se sei pure quotidianamente appesantita dall’ansia d’un marito assente e talvolta furibondo quando beve. Tu lo sai bene com’è lui” – ribadiva Loredana affranta, delusa e sconcertata, affermando, sbottando e sostenendo con forza, sentendosi piuttosto indignata ed energicamente risentita, avvertendo pienamente di sentirsi trascurata da quell’uomo che aveva proiettato tutte le sue fermezze e le sue incisività, costantemente attaccato però alle macchinette ludiche delle sale giochi del quartiere, ed essendo finanche un assiduo consumatore di alcolici. 

“Anche a me, spesso è successo di sentirmi estraniata da me stessa, per la troppa fatica, credimi. Cara mia, se non hai scelta allontanati, distanziati da quel mostro, da quell’individuo abietto e spudorato, cialtrone, pezzente e scansafatiche che non ti merita. Vattene da tua sorella a Teramo” – le proclamava Tiziana, suggerendole una consona e spiccia via d’uscita, tentando d’appoggiare nel migliore dei modi la sua beneamata amica d’infanzia, avendo assistito pure lei quand’era ancora un’adolescente alle tribolazioni con un’analoga vicenda con suo nonno, spesso assente, che a cuor leggero si era dileguato quando serviva la sua presenza, piantando in asso la nonna e la famiglia. 

“Tesoro mio, sovente non c’è scelta, avendo delle responsabilità, non si può che stringere i denti e andare avanti nel cammino, che si è contribuito a delineare” – ribadiva in modo ferreo e convinto Loredana. 

“Nel tuo caso, invece, perché non fai un viaggio? Metti da parte un po’ di soldi, poi ti prendi un un mese da qualche parte nel mondo, da sola, alla ricerca di te stessa? Tu puoi farlo. La via intermedia, secondo me è poco risolutiva, potrebbe essere anche quella che ti è stata suggerita d’andare a vivere in un ambiente creato a tuo uso e consumo. Ascoltami, è tutto nelle tue mani: spetta a te scegliere, se accettare l’attuale situazione e subire o reagire e andare via” – le proclamava Tiziana in modo accorto e sensato spronandola. 

“Io credo che il tutto debba partire da me stessa Tiziana. No ci devono essere forzature, non devo aspettare che siano gli altri a venire da me, io dovrò iniziare. Dovrò avvicinarmi a quelle persone che più m’ispirano, capisci Tiziana. Una c’è, pure tu la conosci, eccome. Dopo tenterò di contattarlo. Devo osservarmi attorno e rintracciare se lui ha interessi simili ai miei, io ho bisogno d’aprirmi e di spaziare, d’argomentare d’ogni cosa, perché suppongo che piano piano riuscirò ad allacciare nuove amicizie. Non devo stare là ad aspettare che succeda qualcosa, in questo modo non funziona, fidati” – insisteva nel tema, abbastanza persuasa e volitiva Loredana. 

“Il lavoro che assorbe tutto il tuo tempo e le tue energie è una scusa, è la giustificazione che tenti di dare a te stessa e agli altri della tua vita senza senso. Reagisci, va’ a vivere da sola, fa’, disfa, muoviti, cambia giro, e soprattutto non avere timore di soffrire, l’ansia di ricevere un no, il batticuore di non piacere, la paura di dire cose sbagliate, sono tutte cose che fanno parte della vita, ma ci sono anche tante altre cose meravigliose che potrai scoprire. Sai, mi piange il cuore ascolto queste cose, perché vedo una vita buttata, sprecata, e niente potrà cambiare se non sarai tu a farlo. Dipende tutto da te mia cara” – l’incalzava Tiziana, perché temeva di perdere la sua migliore amica, prodigandosi di dispensarle ottime ed efficaci soluzioni. 

“Non ho paura di non piacere né di ricevere dei no, ho delusioni grandi e piccole, ogni giorno. Comunque è uno stagnare continuo, perché il senso della solitudine fa spesso la sua sporca e infamante parte. Ultimamente mi sento estraniata, devo dire, proprio dalla mia vita in genere, non la sento più mia, è uno spettacolo che non m’appartiene a cui partecipo a forza. Spero solamente che questo dolore finisca, che arrivi la sera per dormire e per dimenticare tutto. Ho avuto pensieri suicidi, te l’avevo accennato il mese scorso, però ragiono che sono una stolta e che non devo fare un gesto simile. Voglio andare avanti oltre tutto, non mi va di finirla, spero che dopo vedrò un po’ di luce” – esponeva in conclusione Loredana visibilmente preoccupata e angustiata, ma con una poderosa e convinta carica interiore che faceva ben sperare. 

“Secondo me, per una donna è più facile trovare un partner, come vedi io sono signorina da sempre, da quando ci conosciamo. Ti dirò che ci sono state donne che m’hanno fatto il filo, pensa un po’, in effetti piaccio, eppure non m’atteggio né mi vanto. Per un motivo o per un altro sono stata respinta. Non so che fine farò. Conosco persone d’entrambi i sessi in questa situazione e non sono pochi, gli amici li ho, ma penso sempre che un giorno sarò sola, è inevitabile, una reazione sarebbe meglio, per certi versi un partner ti resta vicino, si spera sempre. Ma forse siamo noi deboli e influenzabili di costituzione, è un difetto innato nel provare a cercare soluzioni in modo ordinato ai problemi. Io penso che sia facile dire reagisci, ma se non ci sono le condizioni da dove partire risulta arduo. E’ come quando in una reazione chimica manca un elemento. Non saprei che dirti Tiziana, io sono nella tua stessa barca, ma anch’io sono abbottonata e taciturna, pensosa. Probabilmente è il nostro carattere, l’indole che abbiamo che fa pena, dopo unito al pessimismo causa pure questi guai. Ci vorrebbe un po’ di sano e robusto culo” – riferiva ironizzando in modo frenetico e determinato Loredana, parlando esagitata e dialogando veloce come un treno. 

“Io non ti consiglio di mollare il lavoro. Dovresti essere felice per la tua indipendenza insisteva Tiziana. Io non lavoro, eppure mi sento comunque autonoma perché non ho spese personali fisse. Molto semplice. Per adesso la mia famiglia s’occupa di pagare le spese del mutuo e della casa, ma non vivo la cosa con apprensione, perché in un modo o nell’altro m’avrebbero dovuto liquidare. Ho anche altre due sorelle e un fratello. Non si tratta d’un dovere del genitore. A mio modo, fin da ragazza, ho contribuito a mantenere la proprietà accettando di vivere una vita modesta: si tratta di un lavoro comune che non mi vincola per il futuro. Se Dio vorrà, avrò solamente una casa e sinceramente, considerando lo stress psicologico, fisico e emotivo di questi anni di crisi economica, non penso d’avere la forza d’impegnarmi per progredire dal punto di vista economico. Non ti nascondo che ho in programma di crearmi un lavoro, ma considerando che non ho intenzione di sposarmi si tratterà d’un modo per impegnare il tempo e rientrare nelle spese. Ti consiglio di dare un valore alla tua serenità, di vivere alla giornata senza stare troppo in ansia per il futuro. Non t’annoierai, fidati. Anche una vita vissuta in questo modo potrebbe farti rimpiangere la noia. A mio parere, però sbagli su alcune cose: non è vero che per le donne è più facile trovare un partner. E anche se fosse vero per una, non è vero per tutte” – sosteneva in maniera precisa e determinata Tiziana, ampliando il suo concetto ideale e mentale di vita. 

“Ti confido che non è per la mia indipendenza, ma su quella che forse un giorno acquisterò in futuro dopo anni di duro lavoro. Attualmente non sono indipendente. È giusto vivere alla giornata, ma le mie giornate non mi piacciono, e ogni giorno non vedo l’ora che passino. Ho provato molto a capirmi da sola e continuo a tentare. Ho pensato di smettere e persino di cambiare, ma sinceramente ho perso sia voglia che fiducia: sto pensando di rivolgermi allo psicologo, non saprei. Se ci pensi bene tutto può cambiare. É vero che non ci si può basare sulla felicità o insoddisfazione altrui, ma ti assicuro che essere a contatto con situazioni veramente ingiuste m’ha fatto sentire quasi irrispettosa e insolente verso la vita. Un’altra nostra amica, dei tempi del liceo, non so se ricordi, ragazza giovane e splendida, gli è nato un bimbo con dei seri problemi di salute, dopo negli anni si sono aggiunti altri innumerevoli disturbi. Il padre ha perso il negozio in un’alluvione e la sua attività non si è mai ripresa. In alcuni periodi non avevano i soldi per pagare le bollette e le tasse, adesso come se non bastasse pure l’Agenzia delle Entrate gli sta addosso. Eppure, io la conosco dalla prima elementare e non si è mai lamentata. Anzi, spesso doveva consolare me, per problemi comunque risolvibili. É una persona eccezionale e se potessi, mi prenderei carico di parte del suo fardello” – aggiungeva in maniera coraggiosa, ardita e risoluta Loredana. 

“Io penso che tu sia una donna consapevole e t’interroghi se vale la pena sacrificare la propria vita, privarsi del proprio tempo per il lavoro e spogliarsi per la carriera. Te lo ribadisco ancora, avendo il vantaggio d’essere economicamente stabile, tu hai un posto di lavoro, che non ti soddisfa a livello relazionale e oltretutto divora il tuo tempo. A questo punto devi scegliere che cosa fare e guardarti attorno per cambiare, fai della solitudine e della mancanza di relazioni il tuo vantaggio e la tua forza: insieme al discorso d’avere un introito economico ti consente d’essere e di fare ciò che vuoi della tua esistenza. Neanche a me piace il sistema di vita che descrivi e di cui io faccio parte, ma per ora scelgo di rimanerci, perché lavoro con ottime persone e gl’introiti sono buoni, inoltre negli anni ho costruito un’ottima rete sociale, tenendomi stretti gli amici veri e scartando le false relazioni e i parassiti a pedate nel culo. Tu fa’ lo stesso: valorizza e scopri te stessa, la tua solitudine è la tua forza, puoi essere quello che vuoi, non lasciarti travolgere dal sistema lavora-consuma-crepa, cerca di dominarlo, i soldi se dovessi andare dallo psicologo, spendili per un viaggio quando hai ferie, magari in solitaria, ti farà benissimo” – sbottava in modo inflessibile, perentorio ed energico Tiziana, salutandola e allontanandosi per prendere l’automobile nel parcheggio custodito. 

Fino a quando invitata da una sua conoscente per un’opera di beneficenza, presso quel circolo conobbe Bruno. A ben vedere, Loredana era di corporatura aggraziata e regolare, però sia nel corpo che nell’animo aveva un carattere tutto suo, la rendeva così docile, tenera e armoniosa, ma talvolta disarmonica, squilibrata e stonata. Certe mattine poteva dare l’impressione d’una ragazza tenebrosa e cupa, una ragazza diversa, una donna fortemente pericolosa; ma la sera, quando tornava dentro le sue quattro mura era così equilibrata e melodiosa, giacché in casa camminava sul parquet di legno con delle ciabatte di cotone ricamate sopra. Non poteva farne a meno, era il suo portafortuna, le adorava come se fossero il suo piccolo tesoro. Loredana era molto cagionevole di salute, all’inizio non capivo né comprendevo il motivo, dopo alla fine della storia scoprii che era affetta da seri problemi alla schiena, ma questo poco avrebbe cambiato nel corso di quello che ci ha legate l’una all’altra così passionalmente ed emotivamente, anche se per un brevissimo lasso di tempo. 

Io la ricordo ancora bene che indossava sempre un sottile abito, che fosse inverno o estate, non importava, lei lo indossava sempre, e senza sosta, quando mi era possibile vederla con quel vestito addosso, il mio cuore batteva velocissimo. Era così avvenente e leggiadra, i suoi fianchi, affusolati e curvilinei, il suo fondoschiena contenuto e arrotondato, il suo ventre ed ogni minuscolo dettaglio del suo corpo con quell’abito indosso sembravano ancor più belli, la sua gradevolezza era impareggiabile, sembrava una donna maestosa, splendida e bellissima. Quel pezzo di stoffa distribuiva rilievo e ricchezza al suo fascino, esaltando al meglio il suo già inimitabile corpo. Il suo tipico accento abruzzese fasciante e chiaro era musica per le mie orecchie; anche se le volte in cui scambiavamo qualche parola erano rarissime, però ascoltarla era una gioia per me, brio e diletto puro. Lei era magnifica, il tono della sua voce era, come dire, era avvolgente e sedante quando riconoscevo la sua voce nell’uscire di casa, quando andando sul grande ballatoio del nostro palazzo e nel voltarmi m’accorgevo della sua presenza e ci salutavamo in modo caloroso, ogni qualvolta la sentivo, mi sembrava di farneticare, era così attraente e piacevole ascoltarla, non importava di cosa stesse parlando, importava solo che fosse lei a parlare. 

Per anni, pensando che lei era al di là della parete della mia camera, mi sono carezzata il ventre e i capezzoli; per svariati anni ideandola con quell’abito e concependola con la fantasia interamente spoglia là sotto, m’entusiasmavo nella psiche ubriacandomi ed eccitandomi nel corpo con la fragranza delle mie intime secrezioni, il tipico aroma dei miei carnali e lascivi fluidi, perché ipotizzavo che fossero i suoi, vagheggiavo di poterla tastare, baciare, ugualmente adulare se fosse stato possibile. Desideravo mantenerla ferma accanto a me e vedere i suoi fianchi nella penombra, avere la certezza di voltarmi e poter percepire sulla mia pelle il suo respiro. Per anni, ascoltandola scopare con il suo compagno, udendo i suoi libidinosi e sfrontati mugolii attraverso la parete, captavo attraverso la sua voce che cosa stava realmente provando, per il semplice fatto che sperimentavo pure io i suoi intimi, fiammeggianti e impetuosi orgasmi attraverso quell’inconfondibile e caratteristico suono, perché in quegl’istanti ho tanto desiderato d’essere io a farla godere. Ammetto con sincerità, d’essermi ripetutamente masturbata di fronte alla specchiera, venendo focosamente in silenzio là dentro la mia camera. 

Io preferivo averla mia, avrei reclamato d’avere la possibilità di sentirla mia almeno per pochi attimi, schiattavo alla sola idea di poterle sfiorare i seni, anche imprudentemente, li volevo rasentare, perché erano così aggraziati, armoniosi e simmetrici. Avevo confidato e sperato tanto che un giorno potesse accadere. Dopo, una sera, lei m’invitò per l’ora di cena nella sua abitazione, in quell’occasione mi parve alquanto insolito, rivelandomi che teneva tanto alla mia presenza, perché avendo organizzato un festino io rientravo fra gl’invitati. Il giorno della solennità appena entrai la vidi, era un’autentica meraviglia, una spettacolare femmina. Indossava un abito elegante, aveva la schiena scoperta, unicamente al solo pensiero, mentre un’opulenta ondata di profumo derivante m’avvolse. Io avrei bramato agguantarla e farla mia, contro il muro divisorio di quella sala, dinanzi ai presenti, avrei desiderato sganciare quei seni soffocati dal vestito e assaporarli, nutrirmi di lei, avrei voluto stenderla sul tavolo e gustarmi il suo intimo nettare, io la desideravo tanto, per il fatto che l’alienazione e la sventatezza ebbero per qualche istante la supremazia sul mio intelletto. 

Loredana, la mia donna maestosa, si stava avvicinando per darmi il benvenuto, m’accolse sentitamente entusiasta, dandomi un forte abbraccio, tanto vigoroso che avvertii il suo seno premermi contro. Fu una sensazione straordinaria, una percezione mirabile che non scorderò mai, fino alla morte. Per la prima volta sentivo il mio splendore addosso, anche se ammantata da un abito, la sentivo addosso e fu una totale magia dei sensi. In quel momento fu quasi come essere dentro la scena d’un romantico cortometraggio, nel tempo in cui i due personaggi principali si baciano e tutto il resto si ferma, quando loro seguitano ad attorcigliare le loro lingue e null’altro è rilevante. Dopo avvertii il suo corpo scostarsi dal mio e fu insopportabile, perché avevo aspettato tanto quel momento e adesso nel giro di pochissimo stava svanendo tutto, tuttavia non m’arresi alla concretezza e dopo poco la lasciai andare. 

La serata trascorse tra sbirciate varie e qualche maldestra e negligente toccata fra di noi, io fiutai congetturando che per lei era lo stesso, che viveva ciò che il mio cuore provava, che forse anche lei mi desiderava e quelle sfregate fra di noi, quei piacevoli e ripetuti contatti con il suo corpo non fossero poi tanto casuali, non lasciandola di certo impassibile e indifferente. Io bramavo di collaudare la mia ipotesi, così soppesai la giusta angolazione per poterle cascare addosso con un qualsiasi aperitivo in mano, macchiando in conclusione sia lei che me. Evacuai rapidamente la ragione e andai a prendere un Cosmopolitan nella saletta, il mio cocktail preferito per la precisione, preparato con la Vodka al limone, il Cointreau, il succo di lime e il succo di mirtilli. Iniziai a discorrere con qualche invitato e appena la vidi passarmi accanto, misi in atto la mia maliziosa e astuta scenetta. Il bicchiere del Cosmopolitan si rovesciò, mentre io cercavo di discolparmi, scusandomi in modo convincente per quello che era capitato. Appresso ci recammo insieme nel bagno, lei si sfilò raffinatamente l’abito e lo collocò sulla vasca, gettandolo tra i tessuti sporchi, mentre io feci lo stesso. Soggiornando nel medesimo pianerottolo, sostenne che non le sarebbe pesato nulla restituirmela la sera seguente. Io l’osservavo con cura dallo specchio, mi sentivo come una perseguitata votiva, che nel trapassare è felice, mentre stavo cessando di vivere nel vederla così svestita, nell’avere la libidinosa soddisfazione della sua visione spoglia, per come già si poteva osservare sotto l’abito che portava abitualmente dentro casa. Lei era esemplare, era una donna splendida e impeccabile. 

Io ardevo di desiderio per lei, ero muta, senza parole, la sua avvenenza mi stupiva stregandomi, ogni qualvolta la mia occhiata incappava esaminando la sua figura. Sosterrei eccezionale e superba, perché non c’era altro modo per definirla. Il festino terminò e arrivò per me il momento di lasciare la casa, la salutai e di nuovo avvertii i suoi seni premermi contro; fu tremendo e disumano, dover abbandonare di nuovo quell’incantevole sensazione, ma dovetti compierlo ancora. Uscii e rientrai in casa, aprii la porta della mia stanza e nel giro di pochissimo mi ritrovai sotto le lenzuola, nuda e sobria nell’accarezzarmi, ricordando ancora la sensazione del suo corpo contro il mio. Per lei dev’essere stato un semplice e banale benvenuto, per me invece era stato di più. Io amavo quella sensazione, bramavo rammentarla. Era sensazionale, favoloso, stavo per perdere i sensi e per raggiungere l’apice massimo del piacere, senza il bisogno di toccarmi la fica. E stato magnifico, avrei voluto averla ancora con me, stringermi corpo e anima, per non farla uscire dalla goia. Poi, inaspettatamente un deciso bussare alla porta. Era il mio splendore, lei mi stava facendo visita, forse voleva solamente riconsegnarmi i vestiti per cui non sperai di riabbracciarla. 

Era realmente incantevole e seducente, avrei ambito afferrarla e fasciarla a me. Io provavo affetto, ero legata a lei, non aveva i miei vestiti con sé, sicché mi frastornò sbigottendomi con un abbraccio, era del tutto inatteso e fortuito, era quello che più desideravo che accadesse. Le mi cinse in modo vigoroso, come se per la prima volta potesse veramente farlo, come se fossi il suo pelouche, che per non aver potuto abbracciare per molto tempo ora stringe tantissimo, quasi mi mancava il respiro, eppure era stupendo. Mi afferrò il viso dandomi una carezza sulla guancia, captai un brivido attraversarmi la guancia, lei mi stava toccando il viso e questo mi sembrò incredibile. Mi agguantò per mano conducendomi in casa da lei, attraversammo il piccolo pianerottolo con le mani congiunte, strette, avvertivo che mi voleva bene. Lei avanzava con un passo indolente, percepivo che mi stava conducendo con convincimento ed esperienza, lei era come una sorella maggiore che riaccompagna a casa la sorella piccola impaurita e persa. Mi scortò in camera sua lasciandomi nel mezzo del letto dicendomi d’aspettarla là. Il tempo sembrava interminabile, io scrutai la camera, era piccola con le pareti colorate e una moltitudine di bambolotti, tra cui individuai il suo tanto adorato orsetto di colore chiaro. 

La camera era ammobiliata modestamente, forse era stringata, ma assai accogliente; c’era anche una porta che s’immetteva su d’un modesto bagno personale, mentre la porta aveva una vetrata attraverso la quale potevo spiare il mio splendore. Io la guardavo e mi ricordo benissimo, mi pareva proprio di vederla, accanto a me, poche ore prima mentre ci stavamo spogliando per quel cocktail che intenzionalmente avevo fatto cascare sui nostri abiti. Vedevo la sua ombra lenta che si svestiva, sapevo che era un divertimento per lei, ma era una soave tortura per me, lei lo eseguiva essendo consapevole di farmi farneticare, aveva appreso che in quel momento, mentre ispezionavo le curve del suo corpo attraverso il vetro, stavo vaneggiando dall’eccitazione, che la mia mano era scivolata sotto gli slip e che stava cominciando a perlustrarmi la fica. 

Lei uscì dal bagno, cogliendomi sul fatto proprio nel momento in cui la mia mano iniziava a scivolarmi dentro. Lei era così avvenente, nel vederla mi aizzai maggiormente, il pensiero d’averla davvero là vicino come avevo sognato per anni, al di là della parete che ora era dietro di me, mi faceva perdere la ragione. Percepii un’ondata di calore salirmi dall’inguine fino ai seni, captavo distintamente un potente fremito peregrinarmi lungo la schiena e non potevo far a meno di guardarla negli occhi, mentre continuavo a procurarmi piacere. Successivamente Loredana s’accostò, mi squadrò negli occhi, quasi volendomi divorare e razziare con la mente mi baciò appassionatamente. Le nostre fameliche lingue attorcigliate stavano ballando insieme. In quel frangente meditavo, se fossi schiattata in quell’istante, sarei scomparsa senza nostalgie né rimorsi alcuni, perché ero appagatissima, giacché non avrei mai immaginato di poter baciare Loredana, il splendore inarrivabile, la strepitosa femmina dei miei sogni e dei miei desideri. Io ero là ferma, stavo vivendo una smisurata contentezza e letizia nell’animo, idolatravo quella donna, la desideravo per davvero. Dopo Loredana si collocò sopra di me con le gambe spalancate sulle mie, coglievo il suo profumo addosso, sentivo la sua pelle sulla mia, la sentivo appassionata, era vellutata, aveva i brividi, perché lo avvertivo attraverso i suoi sottili peli, li sentivo quasi duri, fermi, non avevo il potere di muoverli. Era l’eccitazione che le saliva dentro, che le scoppiava sotto la pelle, moriva dalla voglia. 

Quanto avrei voluto approfittare di lei, era così bella, così linda, brillante e cristallina. Avrei voluto sentirla anche mia, crepavo di voglia per lei, il mio desiderio era inumano, non era possibile, non volevo abusarne, però fu lei a brandirmi per mano, che ancora si muoveva nella mia fica, e condurla nel suo corpo, fu lei a farsi scivolar dentro prima uno e poi due delle mie dita, mi sentivo all’apice sommo della gioia e della beatitudine nitida e genuina. Mi sentivo nella globale beatitudine, nell’estasi completa dell’eden, mentre con la mano stavo esaminando e avvertendo il calore della grotta del mio splendore. Io seguitavo a osservarla, mentre lei sopra di me stava portando le mie dita nel suo corpo e attraverso la mia mano si stava procurando il suo carnale e recondito piacere. 

Dopo mi voltai finendo sopra di lei, adesso ero io che muovevo le dita a mio piacimento nel suo corpo potendole baciare i seni, sentivo i suoi capezzoli già irti sotto le mie labbra. Era uno sbalordimento bellissimo, i adoravo quell’essere e per la prima volta potevo possederla. Ero allegra ed estasiata, avrei voluto che durasse in eterno. Dopo Loredana raggiunse un fragoroso orgasmo, io non soddisfatta le baciai la fica, muovevo la mia lingua in maniera avida, era così nobile e buono assaporare il suo nettare, quella delizia gustosa e inebriante. Mi sentivo come un orso che saccheggia il miele, così intanto che io gongolavo facendola godere ancora una volta, lei immergeva la sua lingua nella mia fica succhiandone il succo, quasi fosse un frutto maturo di cui cogliere il sapore. 

Non saprei definire per quanto tempo restammo in quella posizione, non so per quanto proseguimmo nel procurarci piacere a vicenda. Rammento soltanto che ci fu l’apoteosi dei sensi e delle membra: fu incredibilmente spettacolare, sublime e grandioso, inenarrabile. Subito dopo pervenne il possente e squarciante orgasmo: insieme, con la medesima cadenza, con l’identica intensità, con l’equivalente lussurioso piacere per entrambe. Fu come in un sogno, il più bello della mia vita. 

Prima d’addormentarci ci baciammo ancora e fu di nuovo l’empireo dei sensi e delle percezioni. Io ero esultante, radiosa, il suo respiro disteso mi custodì ninnandomi per tutta la notte, poco prima d’assopirmi mi trattenni sul piacere che provavo nel sentirlo alitare sul mio collo, facendomi perdere la bussola quel suo profumo floreale, che al presente era mescolato al mio. Vagheggiai di lei quella notte, sognai di rivivere i momenti appena trascorsi con lei e quando mi risvegliai che mi era ancora accanto, ebbi la certezza che non era stato tutto solamente integrale, pura e salubre fantasia, ma che era davvero accaduto. 

Adesso però, lei era sventuratamente fredda, il respiro che la sera prima m’aveva accompagnato scortandomi nel sonno non c’era più. Avrei voluto strillare, protestare, lamentarmi, ribellarmi, insorgere, avrei voluto che lei spalancasse gli occhi e mi enunciasse che era tutto uno scherzo, una bislacca burla, una trascurabile buffonata, tuttavia non fu così. Uno splendore simile di femmina si era innamorata d’un essere umano e aveva consumato questo sentimento: la penalità e la punizione finale per questo doveva essere il trapasso, la dipartita, il sonno eterno. 

Oggigiorno Loredana non c’è più, il suo adorabile, affascinante e incantevole corpo, giace disteso in un camposanto inanimato e disadorno, e so che questo è solamente per causa mia, io non ho più amato nessuna come amai lei, e so che lei, da lassù, aspetta unicamente il momento di riavermi fra le sue braccia. 

Ti amai e ti adorai tanto allora e le cose non potranno mai cambiare. Sei stata la prima e sarai l’unica donna della mia vita. Loredana, nessuna mai ha potuto sostituirti e io mai ho voluto che accadesse. Fra poco saremo di nuovo insieme, aspettami. 

{Idraulico anno 1999} 

 

 

 

 

 

 

 

Autore Pubblicato il: 30 Marzo 2020Categorie: Racconti Erotici0 Commenti

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