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Il Passaggio. cap.1

By 29 Gennaio 2026No Comments

La pioggia aveva iniziato a cadere mentre Marina salutava le amiche davanti al ristorante. Era senza ombrello.
Ridevano ancora, strette nei cappotti, con il trucco che resisteva a fatica all’umidità. Marina no. Lei aveva lasciato il cappotto aperto. Sotto indossava un abito nero aderente, corto quanto bastava da farle sentire le gambe scoperte e osservate..Una scelta consapevole, fatta prima di uscire,e che adesso la metteva a disagio.
Una camicetta bianca, senza reggiseno sotto, e nel locale, su indicazione di Alessandro, suo marito, aveva tolto le mutandine.
Forse è troppo, pensò, mentre si allontanava sul marciapiede lucido.
Era sposata. E quella sera si sentiva pericolosamente visibile.
Il telefono vibrò nella borsa. Un messaggio di suo marito: “amore Tutto bene? Io vado a nanna.”
Marina sorrise, con tenerezza. Rispose che stava tornando. Poi infilò il telefono via, come se avesse bisogno di entrambe le mani libere per affrontare quella sensazione strana che le correva sotto pelle.
Fu allora che l’auto rallentò accanto a lei.
Un’auto grande, elegante, scura. Non il tipo di macchina che si ferma per caso. Il finestrino si abbassò e l’uomo al volante la guardò con attenzione misurata, senza fretta.
«Buonasera,» disse. «Mi chiamo Roberto.»
Il modo in cui pronunciò il suo nome — con calma, come se stesse presentandosi in un salotto e non sotto la pioggia — la spiazzò.
«Marina,» rispose lei quasi per riflesso, poi si rimproverò subito. Perché gli ho detto il nome?
Roberto la osservò un istante di più. Notò il vestito, la pelle scoperta, l’acqua che le scivolava sulle clavicole. Non c’era giudizio nel suo sguardo, né fame sfacciata. Solo interesse.
«So che può sembrare inopportuno,» disse, «ma piove forte. Se vuole, posso accompagnarla.»
Marina scosse subito la testa. «No, grazie. È gentile, ma…»
Non finì la frase. Il motivo vero non era la paura. Era l’imbarazzo. Era il sentirsi così esposta, così provocante, e sapere che salire su quell’auto avrebbe dato un significato diverso a tutto.
Roberto annuì, accettando il rifiuto senza forzarlo. «Capisco. Non voglio metterla in difficoltà.»
Quel rispetto la destabilizzò più di un’insistenza.
Restò lì, immobile sotto la pioggia, mentre lui non ripartiva subito.
Il silenzio tra loro si riempì di possibilità non dette.
«È uscita a cena?» chiese infine, con tono leggero.
Marina esitò, poi annuì. «Con delle amiche.»
Roberto sorrise appena. «Si vede che è stata una bella serata.»
Marina sentì il viso scaldarsi.
Ecco, pensò. È questo che non dovrei fare.
Eppure, quando lui aprì la portiera dal suo lato, lasciandola aperta senza dire altro, il cuore le balzò in gola.
«Solo per ripararsi un momento,» disse. «Poi decide.»
Salì. O forse fu l’auto ad accoglierla.
Il calore dell’abitacolo, l’odore pulito della pelle e del profumo maschile le fecero girare la testa.
Chiuse la portiera, e il mondo fuori diventò ovattato.
I primi istanti furono tesi.
Marina incrociò le gambe, consapevole dell’abito, del modo in cui il tessuto si tendeva. Si sentiva osservata, ma non invasa. Roberto non la toccava.
Guidava piano, parlando poco.
«Non deve sentirsi in colpa,» disse a un certo punto, come se avesse letto il suo disagio. «A volte accettare qualcosa non significa voler andare oltre.»
Quelle parole le fecero venire un brivido. Perché descrivevano esattamente il conflitto che aveva dentro.
Roberto parcheggiò in una strada laterale, più buia, riparata dalla pioggia dagli alberi. Spense il motore. Il silenzio divenne denso.
«Se preferisce scendere, lo capisco,» disse, voltandosi verso di lei.
Marina lo guardò. Da vicino era ancora più affascinante: lo sguardo calmo, le mani grandi, curate, ferme. L’età che non toglieva, ma aggiungeva.
«No,» disse piano. «Posso restare un momento.»
Roberto sorrise. Non trionfante. Grato. «Allora mi permetta di offrirle solo compagnia.»
Le parlò. Di viaggi, di lavoro, di serate simili finite senza conseguenze. Ogni parola era un gesto di corteggiamento discreto.
Ogni pausa lasciava spazio al respiro di Marina, che diventava sempre più corto.
Quando le sue dita sfiorarono il polso di lei, fu come un’esplosione silenziosa. Un contatto lieve, studiato per poter essere ritirato in qualsiasi istante. Marina non si sottrasse. Sentì il battito accelerare, il corpo reagire nonostante la mente continuasse a ripetersi sono sposata, non è giusto.
Roberto si avvicinò appena, quel tanto che bastava perché i loro respiri si sfiorassero. «Non voglio che lei faccia nulla che non desidera,» disse. «Ma mi piace guardarla lasciarsi corteggiare.»
Quelle parole la colpirono in pieno. Perché era vero. Non stava tradendo. Stava sentendo. E quello la eccitava in modo inaspettato, profondo.
Rimasero così, sospesi, mentre la pioggia continuava a battere sul tetto dell’auto. Marina sentiva il cuore in gola, il corpo acceso, la mente divisa.
E per la prima volta dopo tanto tempo, si sentì semplicemente desiderata.
Il silenzio tra loro non era vuoto. Era pieno di ciò che nessuno dei due stava dicendo.
Marina si accorse che stava respirando più lentamente, come se il corpo stesse prendendo il comando. La pioggia sul tetto dell’auto faceva da cornice, un ritmo costante che rendeva tutto più intimo, quasi segreto.
Roberto non aveva fretta. Era questo che la colpiva di più. Non cercava di spingerla oltre, non reclamava nulla. Le lasciava spazio. E proprio per questo, Marina sentiva il desiderio crescere.
«Sai cosa mi piace di te?» disse lui a un certo punto, con voce bassa.
Marina deglutì. «Cosa?»
«Che sei qui… ma potresti non esserci. Ogni secondo è una scelta.»
Quelle parole le fecero venire la pelle d’oca. Era vero. Avrebbe potuto aprire la portiera in qualsiasi momento. Eppure non lo faceva.
Si voltò verso di lui, finalmente, incrociando lo sguardo senza abbassarlo. Sentì il calore salire dalle cosce al ventre, una sensazione che non provava da tempo. Non era solo attrazione: era l’adrenalina di stare sul confine.
Roberto le sollevò lentamente una ciocca di capelli bagnati dalla spalla. Un gesto intimo, ma delicato. Le sue dita indugiarono un istante sulla pelle scoperta del collo. Marina chiuse gli occhi, senza rendersene conto. Il cuore le batteva forte.
«Se ti fa sentire troppo,» mormorò lui, «dimmi di fermarmi.»
Non lo fece.
Anzi, fu lei ad avvicinarsi di un soffio. Non abbastanza da toccarlo davvero, ma abbastanza da sentire il suo respiro. Quel quasi era insopportabile e meraviglioso insieme.
«Non ho mai fatto una cosa così,» confessò Marina a voce bassa. «Non ho mai tradito.»
Roberto annuì, serio. «Non stai tradendo.»
Poi aggiunse, con un mezzo sorriso: «Stai solo sentendo.»
«Se ti fa sentire troppo,» mormorò lui, «dimmi di fermarmi.»
Non lo fece.
Il loro primo bacio arrivò così: lento, cercato, senza urgenza. Un incontro morbido, che si fermò prima di diventare qualcosa di più. Marina trattenne un sospiro quando le loro labbra si separarono, il corpo che protestava per quella mancanza improvvisa.
Roberto appoggiò la fronte alla sua e una mano, aperta, tra il ginocchio e la coscia «Dimmi tu fin dove,» sussurrò.
E in quel momento Marina capì che il vero piacere non era arrivare.
Era restare lì, con il cuore in gola, il corpo acceso, e la certezza di essere desiderata senza essere posseduta.
Poi fu lei a sorridere per prima. Un sorriso tremante, colpevole e luminoso insieme.
Restarono ancora qualche minuto così, vicini, respirando la stessa aria, mentre la pioggia continuava a cadere.
Il bacio non rimase solo uno.
Marina lo capì nel momento esatto in cui smise di pensare fin dove e iniziò a pensare adesso. Non fu una decisione lucida, ma una resa silenziosa. Il confine che aveva difeso per tutta la sera si fece improvvisamente sottile, quasi irreale.
Roberto la attirò a sé con lentezza, lasciandole ancora una volta la possibilità di sottrarsi. Lei non lo fece. Il corpo di Marina rispose prima di qualsiasi pensiero: le mani che cercavano appoggio, il respiro che si spezzava, quella fame che non aveva mai avuto il coraggio di nominare.
Si appartarono ancora di più, l’auto avvolta dall’ombra e dal rumore della pioggia. I vetri si appannarono. I movimenti rimasero misurati, ma inevitabili. Marina sentiva il cuore batterle così forte da farle male, la testa leggera, come se stesse vivendo qualcosa che non le apparteneva davvero.
Sfilo’ il cappotto fradicio, dalla camicetta bagnata facevano capolino i capezzoli, turgidi.Lui la sbottonò
Non fu un gesto violento né frettoloso. Fu intimo. Proibito.
E quando accadde, quando superò quel punto che aveva giurato di non oltrepassare mai, Marina chiuse gli occhi.
Roberto iniziò a baciarla con passione mentre con le mani esplorava il suo corpo. Ogni tocco era per lei un fremito, si stava abbandonando completamente, allargo’ la gambe, e la mano di Roberto sali’ immediatamente alla ricerca della sua eccitazione.
Per un istante, solo uno, si sentì completamente presente.
Poi arrivò la consapevolezza.
Si staccò per prima. Il silenzio che seguì non era più carico di promessa, ma di realtà. Si sistemò l’abito con mani che tremavano appena, evitando lo sguardo di Roberto.
«Non dovevo,» disse. Non era un rimprovero per lui. Era per sé stessa.
Roberto non cercò di trattenerla. Non disse che andava tutto bene. Le lasciò la dignità del rimorso. «Lo so,» rispose soltanto.
Il viaggio verso casa fu breve e lunghissimo insieme. Marina guardava fuori dal finestrino, il cuore che batteva ancora troppo forte. Quando l’auto si fermò davanti al portone, scese senza indugiare.
«Non mi dimenticherai,» disse Roberto, con voce calma.
Marina annuì, senza voltarsi. Sapeva che era vero. Ma sapeva anche che quella storia finiva lì.
Salì le scale con le gambe molli. Aprì la porta di casa e trovò suo marito in cucina, in pigiama, che stava chiudendo il computer.
«Sei fradicia,» disse lui, avvicinandosi. «È andata bene la cena?»
Marina lo guardò. Lo guardò davvero. L’uomo con cui aveva costruito una vita, che la conosceva nei gesti quotidiani, che si fidava di lei senza riserve. Sentì la gola chiudersi.
«Si quando sono uscita pioveva, e non avevo l’ombrello, ora ho freddo voglio fare una doccia»,
non se la sentiva di parlarne, non ancora.
per sua fortuna arrivò a letto, dopo la doccia, che Alessandro dormiva già.
lo guardò addormentato, lo guardò, e dopo averlo baciato,
pensò che fosse meglio cosi:
avere una notte per rimettere insieme i pensieri e parlarne l’indomani.

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