ARTICOLO RIASSUNTIVO
Odio i riassunti delle puntate precedenti, ma devo comunque fare il punto per capire come sono finita qui.
In realtà basterebbe un titolo di giornale.
Se avessi sporto denuncia dopo la lunga notte sarebbe pure uscito quell’articolo.
Eccolo:
COPPIA BENE CERCA IL BRIVIDO NEI BASSIFONDI
LUI RAPINATO, LEI SBATTUTA SUL MARCIAPIEDE.
Più o meno è andata così.
C’eravamo io e Matteo, mio marito. Siamo ricchi (eravamo) e volevamo giocare a troia e cliente per una notte.
Ma all’improvviso qualcuno ci spacca il finestrino. E lì troviamo Dasho.
Lui e i suoi amici ci hanno detto che stavamo rovinando il lavoro delle altre.
Che noi ci giochiamo, e loro ci campano.
Lui mi ha scopata (questo va molto bene), ci hanno rapinati (questo va meno bene). E poi mi ha lasciata sul marciapiede.
La mattina dopo: libera uscita.
Ma io non sono mai stata il tipo da “tanto basta per dimenticare”.
Così sono tornata.
Una volta. Due. Cinque.
Senza sapere perché.
Sempre allo stesso bar, davanti al suo portone, per rivedere quegli occhi azzurri. Ma il barista è uno spione. Non so quando è successo davvero, ma a un certo punto non stavo più aspettando fuori. Stavo dentro. E non ricordo di aver scelto quando entrare.
E così eccomi qui: lavoro davvero sulla strada.
Liveta è una delle mie colleghe: la vogliono cedere per un’ordinazione di figli a una coppia sterile. Io voglio proteggerla così l’ho aiutata a farsi mettere la spirale.
E poi c’è Francesco. Amico di famiglia, ragioniere impeccabile, e soprattutto stalker in doppiopetto. Mi becca mentre lavoro, registra tutto e comincia a ricattarmi. E da lì la situazione è migliorata, ovviamente…
Sono passati un po’ di anni da allora, e sto raccontando tutto alla maga Idra e a Elena che ogni tanto ci viene a trovare la mattina, e non vede l’ora di sapere come ho fatto passare il sonno a Francesco.
Le puttane fanno colazione alle cinque del mattino, e così faccio anche io.
Non è vero che Idra fa magie, è un’imbrogliona (come tutti qui), ma mi sta più simpatica degli analisti e di certa gente per bene in generale. Idra dice che gli incantesimi si possono spezzare. Io non lo so. So solo che ogni volta che penso di esserne uscita, succede qualcosa che mi riporta lì.
E di solito ha gli occhi azzurri.
***
Eccoci davanti alla porta blindata dell’appartamento di Idra. Elena è seduta su un gradino, parla al telefono nella sua lingua e ride quasi da soffocarsi.
“Che c’è? Fai ridere anche me e Angela.”
Idra è già infastidita.
Elena salta nell’ingresso con un fruscio di seta.
“Aspettate che vi racconto… abbiamo fatto una gara di pompini stanotte, io ed Eva. Ha vinto lei, è arrivata a trentatré ma…”
Idra esplode.
“Taci! Chiudi quella bocca se l’hai tenuta tanto aperta stanotte. Riposati. Fammi parlare con Angela.”
Io devo andare in bagno, chiedo il permesso.
Idra mi indica la porta in fondo al corridoio:
“Ma perché me lo chiedi sempre? Ormai conosci questa casa.”
— Già, perché?
“Ti ricordi Morgan Freeman in quel film? Ho passato tanto tempo a chiedere il permesso anche per pisciare, che adesso se non lo chiedo non mi esce.”
Idra ride.
Lascio la porta socchiusa e, mentre mi libero la vescica, le sento parlare. È spagnolo, ma ormai inizio a capire.
“Non voglio che dici certe cose ad Angela. Non permetto che le metti idee strane…”
“Ma smettila.”
Sento le scarpe di Elena che volano lontano da lei e si posano sul tappeto tondo in sala.
“Non è una ragazzina.”
“Potresti trascinarla.”
“Chi si lascia trascinare merita la fine che fa!”
Su questo Elena ha ragione.
“Silenzio! Se parli ancora te ne vai.”
Idra entra nella sua stanza: so che si strucca e passa alle tute morbide e pelose. Dalle finestre si affaccia il velo turchino d’aurora.
Lei apparecchia la colazione, Elena si guarda le unghie rifatte ieri.
So cosa vuole sentire, ma parlare di Francesco mi fa venire il vomito.
E fra due ore devo presentarmi in pescheria.
Pensare all’odore di pesce e a Francesco insieme è veramente troppo.
***
Nella mia vita precedente è martedì mattina, alla fine ieri Liveta non è partita. Ritorno al portone di Dasho alle undici.
È come girare in tondo. La fretta mi accelera il cuore.
La serratura scatta e mi appare Ditmir.
“Angela, Dasho ti ha detto di venire a mezzogiorno.”
“Lo so,” rispondo. “Ma lasciami salutare Liveta, solo un attimo.”
Ditmir si sfiora l’angolo della bocca con il dito.
“Come sai che sta andando via?”
Mi sono tradita per l’emozione.
“Me l’aveva accennato… non ricordo bene.”
“Facciamo finta di niente, la giornata è già difficile. Comunque per un cambio di programma la accompagno stasera alle sei.”
Lo oltrepasso di corsa. Spingo l’uscio e vedo Liveta con una valigia aperta sul letto.
Mi sorride, ma non ha luce negli occhi.
“Angela…”
“Liveta…”
Mi fermo.
La voce di Dasho mi arriva da dietro. Come mi ha sentita? Riconosce il mio passo quando arrivo.
“Vai,” dice Ditmir, “sarà ancora qui quando tornate.”
“Grazie.”
Lascio Liveta e vado da lui; entro senza fare rumore.
Dasho sta parlando con un uomo che ricordo: ha le mani coperte di anelli d’oro, un’espressione dura, ma la voce morbida. Sembra infastidito. Un tatuaggio gli esce dal colletto della maglietta e corre lungo il collo, sfumandosi nella barba.
Lo ricordo perché l’ho visto una volta, quando sono entrata qui senza attendere permesso mentre parlavano. La volta che volevo andar via, dopo aver saputo di Liveta e dell’ordinazione.
Alla fine è successo: lei se ne va, ma io resto qui.
L’amico di Dasho mi segue con la coda dell’occhio.
Mi metto accanto a Valjet. Stringo una mano con l’altra, lo stomaco è chiuso, ma so che lui è alle mie spalle, lo sento vicino. Passa un lungo tempo mentre continuano a parlare tra loro.
“Avete un lavoro diverso da fare oggi,” ci dice alla fine, “ma Ditmir è impegnato e non può accompagnarvi. Andate con Max.”
Guardo Valjet interrogativa. Lei alza le spalle, i capelli viola le cadono sul viso.
Dasho dice ancora:
“Qui dentro si entra una volta sola.”
Max ci fa strada. Saliamo in macchina muti. Non appena ci allontaniamo dal condominio, in me esplode tutta l’inquietudine che ho sentito verso quell’uomo dal primo momento.
“Dove stiamo andando?” Non sopporto più il silenzio.
Gli occhi neri di Max riempiono lo specchietto. Non risponde.
Il buio del suo sguardo mi opprime.
Il viaggio è breve. Arriviamo davanti a una villa circondata da un giardino curato; ma è tetro, come se nessuno lo frequentasse davvero. Un grande cancello di ferro separa la strada dall’ingresso.
“Dove siamo?” chiedo a Valjet.
“Alla villa. Quelle che ci abitano dentro stanno meglio di noi forse, o forse peggio, non lo so. Lavorano sempre qui in casa, non escono mai.”
“Perché?”
“Perché… hanno poca esperienza. In strada serve un altro tipo di testa.”
“Ci sono altre case come la nostra?”
“Altre due. Poi ci sono i locali. Irina lavorava lì prima, ma non andava d’accordo né con le donne, né coi clienti.”
“Mi sembra difficile per chiunque andare d’accordo con Irina,” dico per cambiare discorso.
“Infatti.” Valjet ride piano.
Quello che sto ascoltando non mi piace per niente.
Max si volta verso noi due:
“State zitte. Siete qui per ripulire la villa. Ho passato tutta la notte in piedi a controllare. Voglio andare a dormire. Quindi fate in fretta.”
È nervoso, trattiene la stanchezza come un animale.
Entriamo in cucina, dove dieci ragazze come noi si servono un ibrido tra pranzo e colazione attorno a un tavolo rotondo. Mi si raffredda la schiena quando mi rendo conto di aver pensato “come noi”. Mi sento anch’io così?
“In piedi,” dice Max.
Una bionda protesta. “Perché? Abbiamo lavorato tutta la notte e stamattina non abbiamo nemmeno fatto colazione.”
“Perché lo dico io.”
Venti occhi incattiviti ci fissano. Escono in fila sbuffando. La bionda getta il tovagliolo a terra con rabbia.
Max si abbassa verso di lei, la voce cambia solo un filo:
“Monica, non rompere il cazzo… Oggi vi dice bene. Mentre voi troie fate le signore, questa dama vi rifarà il letto e vi servirà il pranzo. Uscite in giardino.”
Senza preavviso, la massa di anelli di Max colpisce il viso di Valjet. Il suono secco mi fa sussultare.
“Io le cose le faccio finire subito,” dice.
Valjet non reagisce. Si massaggia la guancia e guarda le dita macchiate di sangue: il labbro si è aperto colpito dall’oro.
Saliamo al piano superiore.
Mi fermo sulla soglia.
In dieci secondi faccio la panoramica del salone. La devastazione della festa che devono aver fatto qui stanotte è ovunque. Oggetti rovesciati, sedie fuori posto. Le lenzuola sparse in giro mi suscitano repulsione. Chissà che tigna aveva chi le ha usate. Guardo il labbro sanguinante di Valjet; e mi ricordo che non ci sarà spazio per discutere.
Max ci osserva da lontano. Non dice nulla.
Restituiamo a ogni stanza un ordine forzato. Se è possibile, sembrava tutto più accogliente prima. Sono senza fiato. I tacchi mi fanno traballare. Mi siedo a terra, ma il corpo di Max mi si staglia davanti, coprendomi il sole:
“Alzati.”
“Non posso continuare,” dico. “Non riesco a muovermi bene con questi vestiti.”
“Puoi spogliarti. Anche nuda, se preferisci. L’importante è lavorare e non parlare.”
Valjet mi guarda un istante, poi mi dà la mano per alzarmi.
“Levati le scarpe,” sussurra.
Sembra non finire mai. Pulire è peggio che battere il marciapiede. Ma almeno in due abbiamo finito in tre ore.
Restiamo in piedi.
Non ci guarda nessuno. Mi sento parte dell’arredamento.
Che brutta trovata. L’unica cosa che non avrei mai voluto toccare è un pavimento.
Lui apre il frigo, mi passa un pacco di bistecche.
“Signora, visto che conosci i ristoranti stellati, oggi fai la cuoca alle donnacce in giardino. Se tu puoi fare la puttana tutti i giorni, loro hanno diritto di fare le signore per un giorno, no?”
Faccio a meno di rispondere. Non mi pesa di certo servire le ragazze, chissà cosa crede di me. Prendo la carne e inizio a cuocere. Valjet impiatta. Quando sollevo l’ultima, lui me la strappa.
Non lo sopporto più, me ne vado con Valjet ad apparecchiare il tavolo in giardino. Le ragazze ci guardano in silenzio, arrabbiate, confuse. Lascio un piatto davanti alla bionda che tre ore fa ha lanciato il tovagliolo. Lei si sporge verso di me, mi tocca le dita.
“Come ti chiami?”
“Angela.”
“Io Monica.”
“Lo so,” dico. “Ho sentito.”
“Sei venuta per restare qui?”
“Spero di no.”
La ragazza al suo fianco sorride, occhi curiosi. “Certo, nessuno sano di mente si augura una cosa del genere.”
“Allora domani torna mamma Katia?” mi chiede Monica.
“Chi?”
Lei sembra studiarmi. “Chi vi ha mandato qui?”
“Dasho.”
“Ah, il diavolo manda angeli. Chissà come mai.”
La ragazza accanto incrocia le braccia sul petto e si abbandona sullo schienale. “Forse ha incassato parecchio stanotte e gli gira bene.”
Torno in cucina desiderando una sedia più di qualsiasi cosa. Le mani mi tremano. Resto in piedi fissando Max. Sta mangiando carne cruda.
Lui si gira.
“Cosa c’è?”
“Cosa stiamo facendo?”
“Aspettiamo gli altri.”
La saliva mi sale in bocca.
“Smettila di fissarmi, puttana.”
Ci voltiamo dall’altra parte. La polvere mi entra nelle calze e nel reggiseno; non riesco a smettere di grattarmi le cosce. Le gambe si stringono da sole.
La sua voce mi arriva addosso.
“Piantala di grattarti.”
Scambio uno sguardo esasperato con Valjet. Sento la sedia spostarsi alle mie spalle e la sua mano in mezzo ai capelli.
“Invece di guardare me, guardati allo specchio, faccia da cagna.”
La faccia mi va a fuoco, ma resto immobile.
Dasho arriva poco dopo; con lui vengono anche Ditmir e un altro che ho visto la prima notte, quello che è andato a casa nostra con lui e Matteo. Mi ci vuole un attimo per riconoscere Redian solo dai suoi capelli rossi e dalla massa di catene che porta al collo.
Penso: – Tu sei stato nella mia cantina. Hai aperto la cassaforte dietro il vino, potrei bere il tuo sangue per questo.
Restano sulla soglia come ombre.
I miei occhi cercano Dasho. Lui è come me. Lui vive due vite.
La sua presenza cambia sempre tutto. Quello che succedeva prima non conta più. Il respiro cambia, non riesco più a tenerlo regolare.
Lui guarda i vetri trasparenti, il sangue secco sul labbro di Valjet.
Guarda me, per un secondo soltanto. Poi oltre.
Non dice nulla.
La sua indifferenza mi toglie il respiro.
“Valjet, resta qui con me. Tu, invece, vai in qualche altra stanza.”
Non voglio lasciarla sola. Nella mia testa sento l’eco delle sue parole.
Resta qui con me.
Vai in qualche altra stanza.
Valjet mi lancia un’occhiata veloce.
“Quale stanza?” chiedo.
“Non sei in grado di sceglierne una? Hai sempre bisogno di qualcuno che ti dica cosa fare?”
Resto in silenzio. I suoi occhi sono fissi nei miei.
“Quella in fondo.”
Sono nervosa. Siamo state sempre insieme da giorni io e Valjet.
Ora veniamo divise.
Tu con me.
Tu da sola.
Io da un’altra parte.
Entro nella stanza in fondo. C’è un letto grande, accogliente, con le coperte tirate in ordine. Non sembra il letto di una camera usata per lavoro, ma di una stanza in cui qualcuno ha provato a mantenere un minimo di decoro. Il silenzio è spesso, protetto dalle porte chiuse. Mi stendo e le spalle mi fanno male, il sonno mi scende sulle palpebre senza che lo senta arrivare.
Un grido mi sveglia. Si spezza e riprende.
Mi alzo con la sensazione di aver dormito una notte intera, invece non deve essere passata nemmeno un’ora. Non ricordo dove sono, ci metto qualche minuto a raddrizzarmi e a rendermi conto.
Ora sento un pianto sommesso. Mi volto verso la porta socchiusa; quando riesco ad alzarmi vado a lavarmi il viso e ripercorro il corridoio.
Mi affaccio per vedere cosa sta accadendo. Resto a bocca aperta.
Dasho picchia Valjet.
Mi precipito verso di lei. Ditmir mi sbarra la strada.
Sento Dasho dietro di lui:
“Lasciala entrare.”
“Ma che fai?” lo dico e mi sento stupida.
“Faccio ricordare a questa stupida, e poi a te, che certe cose bisogna capirle al primo colpo. Avete perso tempo, i miei soldi. Mi avete lasciato ad aspettare senza sapere dove cercarvi.”
Lui la tocca e lei singhiozza.
“È una stupida cavalla. Vero, Valjet?”
Il rumore della cinta che ha lasciato cadere a terra mi fa sobbalzare. Valjet è in ginocchio sulla poltrona, spinge il viso pieno di lacrime nel tessuto. Vedo Dasho che le fa aprire le cosce.
“Sei stupida o no?”
Valjet non risponde.
“Vedi? Non si sforza nemmeno di farmi smettere. Gode a farsi chiamare così.”
Lo so, l’ho visto a casa di Georgi.
“L’unica cosa che davvero funziona con lei è sfondarle questo culone. Questo sì, perché ha paura.”
Lo so.
“Forza, scendi,” le dice.
Valjet torna coi piedi a terra.
“Piegati.”
Valjet lancia un urlo spaventoso. Qualcosa mi scende nello stomaco. Caldo.
“Non fare storie.”
Valjet non si muove, lo prega affannata di lasciarla andare.
“Allora dimmi la verità, dove siete andate quella notte?”
“A bere coi clienti… ma io ho perso il senso del tempo.”
“Tu perdi sempre il senso del tempo.” Le tira uno schiaffo all’interno della coscia. Ma io so già quello che devo sapere. Sei andata da quel morto di fame col taxi, gratis. E lo sai che non si fa.”
“No!”
“E invece sì, è vero Angela?”
Io sto zitta.
“Pensi che io sia scemo? Non ti ho portata in Italia per trovarti il fidanzato.”
Cerco disperatamente qualcosa da dire: “È stata un’idea mia.”
“Tua, sua è lo stesso. Non è qui per vivere come vuole.”
Valjet si aggrappa alla pelle della poltrona.
“Hai capito, stupida culona?”
“Sì.”
“Bene. Anche Angela si è fatta scopare gratis? Dimmelo o lascio il tuo culo agli altri e sto a guardare.”
“No… Non è vero.”
“Allora dimmi cosa avete fatto, perché aspetti tanto?”
“Ma non ho niente da dire!”
Vedo lui che spinge due dita nel piccolo buco e lei che geme.
“Scommetto che se ti apro il culo aprirai la bocca.”
Le sue dita scorrono dentro, Valjet urla davvero come una cavalla davanti al macello: “Va bene, va bene, siamo state là ma solo a parlare.”
“Davvero mi prendi per scemo. Chi vuole cominciare?”
Valjet ansima, le parole si spezzano in suppliche. Le mani mi formicolano, non so come aiutarla.
Guardo gli uomini intorno a noi.
“Non sei convincente, pregami in ginocchio. Forse così ti crederò.”
La tira giù, lei continua a implorare.
Redian mi squadra dall’alto in basso e mi pare molto divertito.
Guarda come si guarda qualcosa che è già successo mille volte.
Dasho dice:
“Visto che non ti muovi, mi vuoi raccontare come questa troia si è fatta scopare gratis invece di lavorare?”
Le parole mi muoiono in gola. Penso solo a Valjet, ma non capisco davvero come sta. Si fa più piccola per suscitare pietà. La testa mi gira.
“Vi sostenete a vicenda, ok. La sistemo io.”
Valjet si rimpicciolisce ancora.
“No…”
Lascia Valjet singhiozzante sulla poltrona e mi indica il whiskey, quello che beveva la prima notte in cui l’ho incontrato.
Il cielo di fuori si è rannuvolato, ha preso un così brutto colore…
“Versa,” dice.
Non vedo bicchieri.
“Dove?” chiedo.
Mi indica la pelle strappata di Valjet.
“Non ci penso nemmeno,” rispondo prima di rendermene conto.
“Come?”
Mi torna in mente l’unghia-rasoio che mi ha incollato Marina. Potrei usarla per tagliare la gola a questo stronzo.
Occhi azzurri mi fermano.
No, non posso.
“Volevo dire,” provo a spiegarmi, “che non penso sia vero che disinfetta.”
“Chi cazzo ti ha chiesto quello che pensi?” Si avvicina di un passo e io faccio un passo indietro, “dimmi un altro no e la spello viva.”
Lascio cadere il liquido dorato su di lei senza guardarla.
Penso: — Scusa. Valjet.
Il suo grido mi fa tremare le dita intorno al collo della bottiglia.
“Di’ grazie alla tua amica. Puoi andare,” dice lui.
Valjet è sfinita, non si alza.
“Sei ancora qui? Vestiti e sparisci.”
Valjet fugge via. Mi lancia un’occhiata di gratitudine.
– Oh, penso, mi odio.
“Tu invece spogliati.”
Io esito.
“Veloce.”
In un attimo sono nuda, a parte il pizzo delle autoreggenti. Le sue mani scorrono sul mio seno, i capezzoli si induriscono.
Molti occhi mi osservano, ma vedo solo i suoi.
“Girati.”
Mi allontano, pur non volendo.
“Cosa aspetti?”
“Io… non posso… fai quello che vuoi, ma non lasciarmi segni che non posso spiegare a casa.”
“So io cosa devo fare.”
Non sono sicura di potermi fidare, ma la mano di Ditmir è già intorno al mio braccio.
“Qui.”
Le fibre del tappeto mi graffiano le ginocchia. Il naso mi struscia sulla poltrona: è ancora calda del sudore di Valjet.
La mia faccia nello specchio in fondo, continua a guardare lui.
Fuori si sente un tuono.
Dasho mi afferra per i capelli alla base della nuca e tira con una forza tale che la mia testa scatta all’indietro. Sento i tendini del collo tendersi fino al limite. Un dolore acuto mi strappa un gemito soffocato.
I suoi denti mi mordono il labbro inferiore.
La sua mano risale sulle mie tette, arriva sotto la mia gola.
Il mio corpo risponde gocciolando. Il suo naso mi tocca la guancia e il petto mi si scioglie.
Mi invade i polmoni col suo respiro. La nostra saliva si mescola.
Cosa sento?
Disperazione.
Ma il mio petto esplode.
Le sue dita fanno pressione sul mio collo. Ingoio ogni centimetro della sua lingua, il suo respiro consuma il mio.
Quando si stacca, lasciando le mie labbra gonfie e il mio respiro spezzato, io resto lì con gli occhi lucidi e la bocca in fiamme.
Il suo sapore mi preme contro il palato.
Una fitta mi attraversa. Terrore.
Cerco di sollevarmi. Ditmir mi riporta giù.
Dasho dice:
“Stai giù. Adesso ti tocca quello che non ha preso Valjet.”
Sento il tappeto sotto di me, il sapore di lui in bocca.
Nemmeno il tempo di ricordare cosa avrebbe dovuto prendere Valjet e sento le mani di Ditmir sui miei fianchi.
Il suo cazzo mi affonda nelle viscere. Brucia, come il morso di un animale.
Una botta a secco, ma Dasho mi fissa; io fisso i suoi occhi. Le anche si muovono da sole.
Finché mi guarda, mi va bene tutto. Il rumore del mio respiro riempie l’aria.
Sento la voce di Dasho. “Stai facendo tutto da sola, brucerai all’inferno.”
Bevo la sua voce.
L’Inferno? Il girone dei lussuriosi? Ci andrei di cuore, tanto in Paradiso t’aspettano solo Monotonia Divina e Santa Noia Universale.
Alle mie spalle sento il ritmo di un altro respiro.
Qualcun altro ha preso il posto di Ditmir.
Riconosco le mani di Max che mi graffiano i fianchi dai suoi anelli gelati. Affonda dentro di me la sua cattiveria repressa. Si ritrae, aspetta. Uno strappo lacerante, ancora.
Dasho davanti a me è immobile. Nessuna emozione.
– Se proprio non riesci a sentire niente, penso, almeno continua a guardarmi.
Anche dietro di me qualcun altro continua.
“Fammi riposare,” dico.
“No.”
Sento un nuovo tocco dietro di me.
Oltre le mie spalle, la mia vista offuscata distingue capelli rossi. Redian.
Dice: “Vediamo se è roba nostra.”
La sua mano mi preme le labbra.
Gemo senza suono mentre si infila dentro di me. Mordo a fondo le sue dita. Sto mangiando carne cruda.
Sembra contento della mia reazione.
“Direi che è roba nostra.”
Le labbra mi si imbrattano.
Bevo il sangue come vino.
Dasho si avvicina, mi prende la nuca, mi tira verso di sé.
“No.”
Mi guarda. Sa che accetto il sacrificio.
Fuori esplode il temporale.
Gocce di pioggia scorrono sui vetri.
Sento uno schianto nel cuore quando l’uomo che ho dietro cede dentro di me.
Sento lo sperma che mi cola lungo le cosce.
La mia anima scoppia a piangere.
Mi rivedo sul tappeto, a quattro zampe.
Lui, una gamba piegata a terra, scuro contro la luce che filtra dalla vetrata dietro.
Mi solleva il viso tenendomi i capelli.
Le spalle mi si sciolgono.
“Alzati.”
Ci provo ma i polsi tremolano, le caviglie pure. La stanza gira intorno a me.
“Max, Redian. Tiratela su.”
Mi appoggio a loro due per restare dritta. Questo mi ricorda qualcosa…
Gli occhi azzurri mi tagliano.
“Basta?”
Mi sembra quasi… curioso.
Annuisco. Lui anche. Un sollievo tremendo.
Loro se ne vanno. Mi siedo su un fianco, su quella poltrona. Il sollievo è già scomparso.
Aspetto che dica qualcosa.
E invece lui niente.
“Prendi.”
Mi passa la busta bianca che non mi ha dato sabato. La vedo come se non fosse denaro ma una lettera.
Lui chiude sempre tutto con una parola. Io non sono d’accordo.
“Aspetta.”
“Che ti serve ancora? Penso che tu sia stata pagata bene per la tua giornata di lavoro.”
Mi rivedo su quella poltrona rossa. Lui è in piedi.
È fioca la luce del pomeriggio. Sbuca rossa dalle nubi.
Sono passata dall’essere me all’essere una cavalla.
Poi una cagna.
Poi un animale qualsiasi che non riesce più ad articolare suono.
Abbasso gli occhi. Li chiudo.
È l’unico modo per riuscire a spiccicare una parola.
Il sole entra dalla finestra aperta e mi scalda la pelle.
“Vuoi che ti lasci qui stanotte?”
“No.”
“Vuoi tornare da Valjet, e anche a lavorare. Vero?”
“Sì.”
“Allora andiamo.”
Lui si avvicina, resta in piedi, lo sguardo fisso davanti a sé.
Io respiro.
Sotto la guancia sento il tessuto dei suoi jeans. Sento il contatto della sua cintura.
L’odore del sangue di Valjet è ancora lì.
“In piedi, forza.”
La forza non basta.
Aspetto: la pelle si fa brividi.
Mi sento comprimere il petto, mi toglie il respiro.
Poso la guancia addosso a lui.
Sento l’odore dell’aria quando la pioggia smette.
Sento la malinconia, come il ricordo di un posto dove sono stata felice ma non ne ricordo più il nome.
Non sono io.
Non sono…
No.
Apro gli occhi, poi li abbasso.
Vedo la mia catenina sul petto. Il crocifisso della prima comunione.
Sì. Sono io.
Scusa, Dio.
Usciamo in giardino. Ho smesso di distinguere le persone intorno a me, il tramonto le rende figure uguali.
Risaliamo in macchina: io e Valjet ci mettiamo vicine.
“Odio queste stronzate,” dice Max.
Ora che siamo fuori da casa sua, Valjet non deve più mordersi la lingua:
“Non glielo diresti in faccia.”
Max si gira verso di lei con la mano alzata. In quel momento Dasho entra e si siede al posto del passeggero. Redian entra dal mio lato.
“Dirmi in faccia che cosa?”
Max lo guarda un attimo, poi risponde:
“Che odio queste stronzate. Se l’avessero fatto le mie gli avrei spaccato la faccia e poche storie.”
Dasho sorride.
“Mi costa tutto il mio tempo controllare queste troie. Sarei un coglione se mi limitassi a riempirle di botte, senza spremere tutto quello che hanno da darmi.”
Max alza le spalle.
“Se lo dici tu.”
“Lo dico io.”
Max tace un secondo. Poi rimette in moto.
L’asfalto brilla, pozze piccole come occhi. L’aria sa di bagnato e cemento. Le strade corrono via, vedo cartelli pubblicitari sbiaditi. Un ragazzo in bicicletta che non ci guarda. Il mondo continua a muoversi. Noi no. Io no. Valjet tace, le mani in grembo, chiude gli occhi ogni tanto. Le case tornano. Il portone. L’androne. Un rettangolo scuro che conosco. Scendo per entrare. Devo correre da Liveta, Valjet mi segue.
***
Idra accende il microonde, dice:
“Per te era una stalla o era casa?”
“Non voglio pensarci troppo. Se ci penso bene, non riesco a respirare.”
Sento il beep del microonde.
Scrivo sul mio taccuino:
Nessuno mi ha mai tirata per i capelli.




Cara Agave, sono contento del tuo commento, hai individuato diversi punti critici che dovrò prendere in considerazione. adesso ho in…
quando pubblichi i prossimi capitoli?
Affascinante. Mi piace la musica e il flashback come meccanismo narrativo.
Ciao, mi permetto di darti il “giudizio”, solo perché l'hai chiesto. Parto da quello che funziona: hai una buona capacità…
questo è il mio primo racconto sul tema erotismo, mi piacerebbe avere qualche giudizio, così capisco se posso continuare o…