Premessa: mi piace scrivere racconti molto lunghi, pertanto non aspettatevi il classico racconto che inizia e finisce in poche righe. Prediligo gli aspetti psicologici, e sono affascinato dai colpi di scena. I racconti che scrivo non sono per tutti, ad alcuni piaceranno, ad altri no, fa parte del gioco, vi chiedo comunque di avere rispetto per tutto il lavoro che c’è dietro. Consigli e idee fanno sempre piacere (raccontienkii@gmail.com).
Questo racconto avrà una trama particolare. Nella vita di Martina qualcosa sta per succedere, una meteora che arriva, una vita che cambia.
BUONA LETTURA.
Il peso dello sguardo
Era una serata umida di fine febbraio, l’aria carica di pioggia che non si decideva a cadere. Martina e Luca stavano tornando a casa dopo una cena con amici. Lei, con i suoi capelli castani mossi e un sorriso che nascondeva sempre qualcosa, camminava qualche passo davanti a lui. Luca, con le spalle un po’ curve e gli occhiali che gli scivolavano sul naso, stringeva il telefono in mano, controllando ossessivamente un messaggio che non arrivava.
“Non capisco perché dobbiamo sempre litigare per queste cose,” disse Martina, rompendo il silenzio. La sua voce aveva quel tono tagliente che Luca conosceva fin troppo bene.
“Non sto litigando, Marti. Ti ho solo chiesto perché hai passato tutta la cena a parlare con quel tipo,” rispose lui, cercando di mantenere la calma. Il “tipo” in questione era Matteo, un amico di un amico che si era aggregato all’ultimo minuto. Alto, con i capelli scuri spettinati ad arte, un giubbotto di pelle consumato e un sorriso che sembrava promettere guai. Il classico “bello e dannato” che Luca aveva sempre invidiato in silenzio.
Martina si fermò di colpo e si voltò verso di lui, gli occhi che brillavano sotto la luce dei lampioni. “Oh, per favore, Luca. Non ricominciare con la tua gelosia. Matteo è simpatico, tutto qui. Non è colpa mia se tu passi il tempo a giocare con il telefono invece di parlare con qualcuno.”
Luca abbassò lo sguardo, sentendo il peso di quelle parole come un pugno nello stomaco. “Non è vero, io… ci provo, okay? Ma lui ti guardava in un modo… non so, non mi piaceva.”
Lei rise, una risata secca e senza calore. “Ti inventi sempre queste storie. Dai, muoviti, che ho freddo.”
Arrivarono al piccolo appartamento che condividevano da due anni. Martina si tolse il cappotto e si lasciò cadere sul divano, accendendo la TV senza dire una parola. Luca rimase in piedi, indeciso, con quella sensazione di impotenza che gli stringeva la gola.
Due giorni dopo, tutto cambiò.
Era un sabato pomeriggio e Martina aveva insistito per uscire. “Ho invitato Matteo a prendere un caffè con noi,” aveva annunciato quella mattina, mentre si truccava davanti allo specchio. Luca aveva sentito un nodo formarsi nello stomaco, ma non aveva osato protestare. “Va bene,” aveva borbottato, “basta che non mi lasci lì come un idiota.”
Ora erano seduti al tavolino di un bar, con Matteo che occupava lo spazio come se fosse il padrone del mondo. Le sue spalle larghe riempivano la sedia, e aveva quel modo di gesticolare che attirava ogni sguardo nella stanza. Martina rideva a ogni sua battuta, i suoi occhi che si illuminavano in un modo che Luca non vedeva da mesi.
“Allora, Luca,” disse Matteo, voltandosi verso di lui con un sorriso storto. “Martina mi dice che sei un tipo tranquillo. Sempre a casa, niente casino, eh? Un bravo ragazzo.” Il tono era amichevole, ma c’era qualcosa di affilato sotto la superficie, come una lama nascosta.
Luca si mosse a disagio sulla sedia. “Sì, be’, non sono proprio un tipo da feste. Mi piace stare con lei, tutto qui.”
Matteo rise, una risata profonda che fece voltare una ragazza al tavolo accanto. “Capisco, capisco. Martina è fortunata ad avere uno come te. Vero, Marti?” Le fece l’occhiolino, e lei ricambiò con un sorriso complice.
“Be’, qualcuno deve pur tenere i piedi per terra,” rispose lei, posando una mano sul braccio di Matteo per un istante. Quel gesto, così casuale eppure così intimo, colpì Luca come uno schiaffo.
“Scusate, vado un attimo in bagno,” borbottò Luca, alzandosi di scatto. Sentiva gli occhi di Matteo che lo seguivano mentre si allontanava.
Quando tornò, la scena era cambiata. Martina e Matteo erano più vicini, le teste chinate l’una verso l’altra, come se stessero condividendo un segreto. Luca si fermò a qualche passo dal tavolo, il cuore che gli martellava nel petto.
“Ehi, Luca!” lo chiamò Matteo, alzando lo sguardo. “Vieni qui, stavamo proprio parlando di te.”
“Ah sì?” rispose lui, la voce tremante. Si sedette, cercando di non guardare Martina negli occhi.
“Sì,” continuò Matteo, appoggiandosi allo schienale con aria soddisfatta. “Martina mi diceva che sei un tipo prevedibile. Casa, lavoro, divano. Sempre la stessa routine. Io le ho detto che una ragazza come lei merita un po’ di… come dire? Adrenalina.” Il suo sorriso si allargò, mostrando i denti bianchi e perfetti.
Luca sentì il sangue salirgli al viso. “Non proprio, io… io la faccio felice, no, Marti?”
Lei non rispose subito. Si limitò a giocherellare con il cucchiaino del caffè, poi alzò gli occhi su di lui. “Luca, dai, non fare la vittima. Matteo scherza, ma non ha tutti i torti. A volte mi annoio, lo sai.”
Quelle parole lo colpirono come un coltello. “Ti annoi? Con me?”
Matteo intervenne prima che Martina potesse rispondere. “Tranquillo, amico, non è niente di personale. Solo che, sai, una donna come lei ha bisogno di qualcuno che la tenga sulle spine. Qualcuno con un po’ di fuoco. Io, per esempio, non passo le serate a guardare Netflix.” Rise di nuovo, e Martina rise con lui.
Luca abbassò lo sguardo sul tavolo, le mani strette a pugno sotto il bordo. “Forse hai ragione,” mormorò, quasi impercettibilmente.
“Che hai detto?” chiese Matteo, sporgendosi verso di lui.
“Niente,” rispose Luca, ma Martina lo interruppe.
“No, dai, Luca, parla. Se hai qualcosa da dire, dillo.”
Luca prese un respiro profondo, sentendosi sull’orlo di un precipizio. “Ho detto che forse hai ragione. Forse non sono abbastanza per te.”
Ci fu un silenzio pesante. Poi Matteo si alzò, stiracchiandosi come un gatto soddisfatto. “Sapete che vi dico? Vi lascio un po’ da soli a chiarirvi. Martina, ci sentiamo dopo, okay?” Le strizzò l’occhio di nuovo e se ne andò, lasciando dietro di sé un’energia che sembrava succhiare l’aria dalla stanza.
Martina guardò Luca, gli occhi freddi. “Sei patetico quando fai così, lo sai? Sempre a compatirti.”
“Non mi compatisco,” ribatté lui, ma la voce gli tremava. “Solo… non capisco perché ti piace uno come lui.”
“Perché è vivo, Luca,” rispose lei, alzandosi per prendere la borsa. “E tu stai fermo. Sempre fermo.”
Quella notte, Luca rimase sveglio a fissare il soffitto, mentre Martina dormiva accanto a lui. Il telefono di lei vibrò sul comodino, e sullo schermo illuminato comparve un messaggio di Matteo: “Domani sera, solita ora? Non vedo l’ora.” Luca lo lesse, e qualcosa dentro di lui si spezzò. Ma non disse nulla. Non poteva.
Il sapore della resa
La mattina dopo, il silenzio nell’appartamento era soffocante. Martina si era alzata presto, come se niente fosse successo, canticchiando mentre preparava il caffè. Luca, invece, era rimasto a letto più a lungo, gli occhi arrossati dalla notte insonne, il messaggio di Matteo che gli bruciava ancora nella mente. Non aveva avuto il coraggio di affrontarla, non ancora. Ogni volta che ci provava, sentiva la gola chiudersi e le parole svanire.
“Che hai oggi? Sembri un morto vivente,” disse Martina, posando una tazza di caffè sul tavolo senza guardarlo. Indossava una maglietta larga e i leggings che metteva quando voleva sentirsi comoda, ma anche così sembrava irraggiungibile, lontana anni luce da lui.
“Niente, non ho dormito bene,” rispose Luca, cercando di mantenere un tono neutro. Si sedette di fronte a lei, stringendo la tazza tra le mani come se fosse un’ancora.
“Be’, fattela passare. Stasera esco con degli amici, quindi non mi aspettare sveglio.” Il modo in cui lo disse, così casuale, così definitivo, fece scattare qualcosa in lui.
“Con chi esci?” chiese, alzando lo sguardo per la prima volta. Il cuore gli batteva forte, ma cercò di nasconderlo.
Martina sospirò, appoggiando il telefono sul tavolo con un gesto stanco. “Che differenza fa, Luca? Con Sara, con Matteo, con chi mi pare. Non sei mica il mio babysitter.”
“Matteo,” ripeté lui, la voce che tremava appena. “Sempre Matteo, eh?”
Lei lo fissò, gli occhi stretti come lame. “E allora? È un problema per te?”
Luca deglutì, sentendo il nodo in gola crescere. “No, è solo che… ieri sera mi hai detto che ti annoio. E poi vedo quel messaggio sul tuo telefono. ‘Domani sera, solita ora.’ Che significa, Martina?”
Per un attimo, lei rimase immobile, sorpresa che lui avesse osato tirarlo fuori. Poi scoppiò a ridere, una risata fredda e sprezzante. “Hai frugato nel mio telefono? Sul serio? Sei proprio disperato.”
“Non ho frugato, era lì, l’ho visto per caso!” si difese lui, ma il rossore che gli saliva al viso lo tradiva. “Rispondi, Martina. Che significa?”
Lei si alzò, incrociando le braccia. “Significa che stasera esco con lui, sì. E allora? Non ti devo spiegazioni. Tu stai qui a fare la tua vita noiosa, io faccio la mia. È semplice.”
Luca sentì il pavimento tremargli sotto i piedi. “Quindi… quindi stai con lui? È questo che mi stai dicendo?”
Martina scrollò le spalle, un gesto che lo fece infuriare e disperare allo stesso tempo. “Non sto ‘con’ nessuno, Luca. Io vivo, punto. Se non ti sta bene, è un tuo problema.”
Non disse altro. Prese la borsa e uscì, lasciandolo solo con il ronzio del frigorifero e il sapore amaro del caffè freddo.
Quella sera, Luca non riuscì a stare fermo. Camminava avanti e indietro per il salotto, il telefono in mano, combattuto tra il bisogno di scriverle e la paura di sembrare ancora più patetico. Alla fine, cedette. Le mandò un messaggio: “Dove sei? Possiamo parlare?”
La risposta arrivò dopo mezz’ora, secca e senza emozione: “Sono fuori. Non rompere.”
Luca fissò lo schermo, il cuore che gli cadeva nello stomaco. Poi, come spinto da un impulso che non controllava, fece qualcosa che non avrebbe mai immaginato: prese le chiavi e uscì.
Sapeva dove trovarla. Martina gli aveva raccontato una volta di un locale dove andava spesso con gli amici, un posto con luci al neon e musica troppo alta. Non era lontano, a una ventina di minuti a piedi. Camminò veloce, il freddo pungente che gli mordeva le guance, cercando di prepararsi a ciò che avrebbe visto.
Quando arrivò, il locale era pieno. Attraverso la vetrina appannata, la individuò subito. Martina era seduta a un tavolo d’angolo, i capelli sciolti che le cadevano sul viso mentre rideva. Accanto a lei c’era Matteo, il braccio appoggiato con noncuranza sullo schienale della sua sedia, il corpo inclinato verso di lei. Parlavano vicini, troppo vicini, e ogni tanto lui le sfiorava la mano o le sussurrava qualcosa all’orecchio.
Luca rimase lì, fermo sotto la pioggia che aveva finalmente iniziato a cadere, incapace di entrare. Poi Matteo si alzò, prese Martina per mano e la trascinò verso la pista da ballo improvvisata al centro del locale. Lei lo seguì ridendo, i loro corpi che si muovevano insieme con una sintonia che Luca non aveva mai avuto con lei.
Fu allora che Matteo lo vide. I loro sguardi si incrociarono attraverso il vetro, e il sorriso dell’altro si trasformò in qualcosa di diverso, una sfida. Fece un cenno con la testa, come a dire “Vieni pure, se hai il coraggio,” poi si chinò su Martina e la baciò. Non un bacio timido, ma uno profondo, possessivo, con le mani che le stringevano i fianchi.
Luca sentì le gambe cedere. Si voltò e tornò a casa sotto la pioggia, il rumore dei suoi passi che si perdeva nel buio.
Quando Martina rientrò, erano le tre di notte. Luca era sul divano, gli occhi fissi sulla TV spenta. Lei si fermò sulla soglia, sorpresa di trovarlo sveglio.
“Che ci fai ancora in piedi?” chiese, la voce leggermente impastata dall’alcol.
“Ero preoccupato,” mentì lui, sapendo che non avrebbe creduto a quell’ennesima scusa.
Lei rise piano, buttando la borsa sul tavolo. “Preoccupato. Certo. Sai una cosa, Luca? Dovresti smetterla di preoccuparti e iniziare a vivere. Magari ti farebbe bene.”
“Ti ho vista,” disse lui, le parole che gli uscivano di getto. “Ti ho vista con lui.”
Martina si bloccò, ma non sembrava spaventata né in colpa. Solo stanca. “E allora? Che vuoi che ti dica? Che mi dispiace? Non mi dispiace, Luca. Matteo è… lui è tutto quello che tu non sei. Vivo, deciso, forte. Mi fa sentire qualcosa.”
Luca si alzò, tremando. “E io? Io cosa sono per te?”
Lei lo guardò, e per la prima volta c’era qualcosa di simile alla pietà nei suoi occhi. “Tu sei… sei un’abitudine, Luca. Una sicurezza. Ma non mi basta più.”
Quelle parole lo distrussero. Non urlò, non pianse. Si limitò a fissarla mentre lei andava in camera da letto, lasciandolo solo con il peso della sua umiliazione.
Il giorno dopo, Matteo mandò un messaggio a Martina mentre erano a colazione. Luca lo vide sullo schermo, prima che lei lo afferrasse: “Ieri sera eri uno spettacolo. Quando lo molli quel perdente?”
Martina sorrise, e Luca capì che non c’era più niente da salvare.L’odore della cenere
La colazione quella mattina fu un rituale vuoto. Martina mangiava un toast, lo sguardo perso nel telefono, mentre Luca fissava il suo caffè ormai freddo. Il messaggio di Matteo aleggiava tra loro come un’ombra, anche se nessuno dei due lo aveva nominato. Luca sentiva il bisogno di dire qualcosa, qualsiasi cosa, per spezzare quel silenzio che lo stava soffocando, ma ogni parola gli sembrava sbagliata, debole.
Alla fine, fu Martina a parlare per prima. “Oggi devo passare da Sara per aiutarla con una cosa,” disse, senza alzare gli occhi. “Torno tardi, probabilmente.”
Luca annuì, un gesto meccanico. “Okay.” Non le credette, ma non aveva la forza di contraddire. Sapeva che “Sara” era solo un nome buttato lì, una scusa per coprire l’ovvio. Il pensiero di lei con Matteo gli torceva lo stomaco, ma una parte di lui – quella più oscura, più masochista – voleva sapere, voleva vedere fino a che punto sarebbe arrivata.
“Che fai tu oggi?” chiese lei, quasi per cortesia, mentre si alzava per prendere la borsa.
“Non lo so,” rispose Luca, la voce piatta. “Magari guardo un film. O esco. Non ho deciso.”
Martina lo guardò per un istante, un sopracciglio alzato. “Esco? Tu? Questa sì che è nuova.” C’era una punta di sarcasmo nella sua voce, un’ennesima frecciata che lo colpì dritto al petto.
“Perché no?” ribatté lui, cercando di sembrare più sicuro di quanto non fosse. “Magari mi stanco anch’io di stare fermo.”
Lei rise, una risata breve e tagliente. “Fammi vedere, allora. Sorprendimi, Luca.” Poi uscì, lasciandolo di nuovo solo con il suono della porta che si chiudeva.
Passò la giornata a tormentarsi. Provò a distrarsi con la TV, poi con un libro, ma ogni pensiero tornava a Martina e Matteo. Immaginava lei che rideva alle sue battute, lui che la toccava con quella sicurezza che Luca non aveva mai avuto. Alla fine, verso sera, prese una decisione impulsiva: sarebbe andato di nuovo a cercarla. Non per affrontarla, non ancora, ma per capire. Per vedere con i suoi occhi.
Tornò al locale della sera prima, ma non c’era traccia di loro. Chiese al barista, un tipo con i capelli rasati e un piercing al sopracciglio, se li avesse visti. “La ragazza coi capelli castani e il tipo col giubbotto di pelle? Sì, sono passati prima. Hanno preso da bere e sono andati via, tipo un’ora fa,” rispose l’uomo, scrollando le spalle.
Luca uscì, il cuore che gli martellava nel petto. Non sapeva dove andare, ma i suoi piedi lo portarono verso il parco vicino al locale, un posto dove Martina gli aveva detto di aver passato qualche serata con gli amici. Era quasi buio, le luci dei lampioni che tremolavano tra gli alberi. E lì, su una panchina nascosta da un cespuglio, li trovò.
Martina era seduta sulle gambe di Matteo, le braccia intorno al suo collo, mentre lui le accarezzava la schiena sotto la maglia. Si stavano baciando, un bacio lento e profondo, come se il mondo intorno non esistesse. Luca si fermò, nascosto dietro un albero, il respiro corto. Non riusciva a distogliere lo sguardo, anche se ogni secondo gli spezzava qualcosa dentro.
Poi Matteo si staccò, guardò verso di lui e sorrise. Non poteva averlo visto, era troppo buio, eppure quel sorriso sembrava diretto proprio a lui, un ghigno trionfante. Disse qualcosa a Martina, che rise e gli diede un leggero schiaffo sul petto. “Smettila, sei terribile,” la sentì dire, la voce allegra, viva.
Luca tornò a casa a pezzi. Si buttò sul divano, il telefono in mano, e per la prima volta in tutta la giornata sentì una rabbia montare dentro di sé. Non era solo dolore, era qualcosa di più profondo, un misto di vergogna e furia. Scrisse un messaggio a Martina, le dita che tremavano: “Ti ho vista al parco con lui. Basta, Martina. Dimmi la verità.”
La risposta arrivò dopo venti minuti, lapidaria: “La verità? Non ti amo più. Ecco tutto.”
Quelle parole lo colpirono come un treno. Rimase a fissare lo schermo, incapace di reagire, finché non sentì il suono della chiave nella serratura. Martina entrò, il viso arrossato dal freddo e dall’alcol, seguita da Matteo.
“Che ci fai qui?” chiese Luca, alzandosi di scatto. La sua voce era un misto di sorpresa e panico.
Matteo chiuse la porta dietro di sé, un sorriso pigro sulle labbra. “Rilassati, amico. Martina mi ha invitato. Abbiamo preso un paio di birre e pensavamo di continuare qui. Non ti dispiace, vero?”
Luca guardò Martina, cercando una spiegazione nei suoi occhi, ma lei evitò il suo sguardo. “Non proprio,” disse lei, togliendosi il cappotto. “Tanto tu dormi presto, no? Non ti daremo fastidio.”
“Fastidio?” ripeté Luca, incredulo. “Martina, mi hai appena scritto che non mi ami più, e ora porti lui qui? In casa nostra?”
Lei si voltò di scatto, finalmente guardandolo. “Sì, Luca. Non ti amo più. E sì, lui è qui. Che vuoi fare? Urlare? Piangere? Tanto non cambia niente.”
Matteo si appoggiò al muro, le mani in tasca, osservando la scena con un’aria divertita. “Dai, Luca, non fare il drammatico. Siediti, beviti una birra con noi. O vai a letto, se preferisci. Tanto lo sai come funziona, no?”
“Come funziona?” chiese Luca, la voce che si spezzava.
Matteo si avvicinò, sovrastandolo con la sua altezza e quell’aura di sicurezza che lo faceva sembrare invincibile. “Funziona che io prendo quello che voglio. E lei vuole me. Tu puoi starci o sparire, ma non cambi le carte in tavola.”
Luca sentì le lacrime bruciargli gli occhi, ma le ricacciò indietro. “Sei un bastardo,” mormorò, guardando Matteo.
“Forse,” rispose lui, ridendo. “Ma sono quello che lei sceglie. Tu sei solo… be’, sei tu.”
Martina intervenne, posando una mano sul braccio di Matteo. “Basta, smettila. Luca, vai in camera. Parliamo domani, okay? Ora lasciaci stare.”
Luca non si mosse per un momento, poi, come un automa, prese il telefono e si chiuse in camera da letto. Sentì le loro risate attraverso il muro, il suono di una lattina che si apriva, la voce di Matteo che diceva qualcosa di volgare e Martina che rideva ancora più forte.
Si sdraiò sul letto, fissando il soffitto, mentre il peso della sua umiliazione lo schiacciava. Non dormì quella notte. Non poteva, con loro dall’altra parte del muro, il suono dei loro movimenti che gli arrivava come un coltello che girava nella piaga.
La mattina dopo, quando si alzò, Martina e Matteo erano ancora lì, addormentati sul divano, i corpi intrecciati. Luca li guardò per un lungo momento, poi prese una decisione. Prese una valigia, ci buttò dentro qualche vestito e uscì di casa senza guardarsi indietro.
Non sapeva dove andare, ma sapeva che non poteva restare.
Il fondo del pozzo
Luca non era andato lontano. Dopo aver vagato per un paio d’ore con la valigia in mano, il freddo e la stanchezza lo avevano riportato indietro. Non aveva amici abbastanza vicini da accoglierlo all’improvviso, e l’idea di spendere soldi per un hotel gli sembrava un’ulteriore sconfitta. Così, con la coda tra le gambe, rientrò nell’appartamento verso mezzogiorno, sperando che Martina e Matteo fossero già usciti.
Non fu così fortunato.
Quando aprì la porta, li trovò in cucina. Martina era appoggiata al bancone, una tazza di caffè in mano, mentre Matteo stava preparando qualcosa sul fuoco, il giubbotto di pelle buttato su una sedia. L’odore di pancetta fritta riempiva l’aria, un dettaglio domestico che strideva con la scena surreale davanti a lui.
“Guarda chi è tornato,” disse Matteo, senza nemmeno voltarsi. La sua voce era calma, quasi annoiata, ma con quella punta di scherno che Luca aveva imparato a riconoscere.
Martina alzò lo sguardo, sorpresa per un istante, poi il suo viso si indurì. “Che ci fai qui? Pensavo te ne fossi andato per davvero.”
Luca posò la valigia vicino alla porta, le mani che gli tremavano. “Io… non sapevo dove altro andare. È anche casa mia, Martina.”
Lei rise, una risata secca che lo fece rabbrividire. “Casa tua? Sul serio? E cosa pensi di fare, eh? Tornare qui come se niente fosse e far finta che tutto sia a posto?”
“Non faccio finta di niente,” rispose lui, cercando di mantenere un briciolo di dignità. “Voglio solo parlare. Da soli, magari.”
Matteo si girò, una spatola in mano, e lo fissò con un sorriso storto. “Da soli? Amico, ormai siamo un trio, non lo capisci? Non c’è più ‘da soli’ per te.”
“Matteo, per favore,” disse Luca, la voce che gli usciva strozzata. “Questa è una cosa tra me e lei.”
Martina posò la tazza con un gesto deciso, incrociando le braccia. “No, Luca. Matteo ha ragione. Tu non decidi più niente qui. Se vuoi restare, resti alle mie regole. E le mie regole dicono che lui sta qui con me.”
Luca la fissò, incredulo. “Mi stai dicendo che devo accettare che lui viva qui? Nella nostra casa?”
“Non è più ‘nostra’,” ribatté lei, avvicinandosi a lui con un’espressione fredda. “È mia. Tu sei solo un ospite, ormai. Un inquilino che paga l’affitto e sta zitto.”
Quelle parole lo colpirono come uno schiaffo. “Martina, come puoi dire una cosa del genere? Dopo tutto quello che abbiamo passato…”
“Passato?” lo interruppe lei, alzando la voce. “Il passato è che mi sono annoiata a morte con te, Luca! Sempre le stesse serate, sempre le stesse lagne. ‘Marti, dove vai? Marti, con chi sei?’ Sei un peso, capisci? Un peso che mi sono trascinata dietro per troppo tempo.”
Matteo scoppiò a ridere, appoggiandosi al bancone. “Cazzo, Marti, sei spietata. Quasi mi dispiace per lui. Quasi.”
Luca sentì il viso bruciargli, un misto di vergogna e rabbia impotente. “E tu ti diverti, eh?” disse, guardando Matteo. “Ti piace vedermi così?”
Matteo scrollò le spalle, tornando a girare la pancetta nella padella. “Non proprio. Mi piace lei, e tu sei solo un effetto collaterale. Un dettaglio trascurabile.”
Martina si avvicinò ancora di più a Luca, fino a essere a pochi centimetri dal suo viso. “Sai qual è il tuo problema, Luca? Non hai mai avuto le palle. Mai. Neanche ora, che torni qui con quella valigia ridicola come un cane bastonato. Matteo almeno sa quello che vuole e se lo prende. Tu invece? Tu aspetti che qualcuno ti dia il permesso di vivere.”
“Non è vero,” mormorò lui, ma la sua voce era debole, incerta.
“Ah no?” disse lei, voltandosi verso Matteo. “Matteo, vieni qui un secondo.”
Matteo lasciò il fornello e si avvicinò, un sopracciglio alzato. “Che c’è, piccola?”
Martina gli mise una mano sul petto, guardandolo con un sorriso complice, poi si girò verso Luca. “Vedi questa?” disse, indicando la mano sul torace di Matteo. “Questa è una cosa che tu non hai mai saputo fare. Farmi sentire desiderata. Lui sì. E sai una cosa? Stanotte, mentre tu eri chiuso in camera a piangerti addosso, lui mi ha fatto urlare come tu non hai mai fatto in due anni.”
Luca sentì il mondo crollargli addosso. Le parole di Martina erano un coltello che affondava e rigirava, ma il peggio era il modo in cui lo guardava: con disprezzo, quasi con pietà. “Non dire così,” sussurrò, le lacrime che gli salivano agli occhi nonostante cercasse di trattenerle.
“Perché no?” ribatté lei, implacabile. “È la verità. E sai cos’altro? Mi ha chiesto di scegliere, ieri sera. Tra te e lui. E indovina chi ho scelto, Luca? Non sei nemmeno stato in gara.”
Matteo rise di nuovo, passandole un braccio intorno alla vita. “Dai, Marti, lascialo respirare. Sta già per crollare, guarda che faccia.”
Luca si passò una mano sul viso, cercando di nascondere le lacrime. “Siete… siete schifosi. Tutti e due.”
“Schifosi?” disse Martina, alzando la voce. “No, Luca. Schifoso è stare con qualcuno che non ha un briciolo di spina dorsale. Schifoso è guardarti mentre ti trascini qui dentro, implorando un po’ di attenzione come un bambino. Vuoi restare? Bene. Ma d’ora in poi dormi sul divano, e non osare toccare le mie cose. Questa casa è mia, e lui sta con me. Tu sei solo quello che paga le bollette.”
Luca non rispose. Non poteva. Si limitò a prendere la valigia e a trascinarla verso il salotto, ogni passo un’ulteriore umiliazione. Martina e Matteo tornarono in cucina, ridendo come se lui non esistesse più.
Quella notte, mentre dormiva sul divano con una coperta troppo sottile, li sentì. I gemiti di Martina, le risate di Matteo, il rumore del letto che sbatteva contro il muro. Ogni suono era una pugnalata, un promemoria della sua impotenza. E quando Martina urlò il nome di Matteo, Luca si coprì la faccia con il cuscino, soffocando un singhiozzo.
La mattina dopo, Martina entrò in salotto con una tazza di caffè in mano, i capelli spettinati e un sorriso soddisfatto. “Buongiorno, coinquilino,” disse, il tono volutamente beffardo. “Dormito bene? Spero non ti abbiamo disturbato troppo.”
Luca non rispose. Rimase sdraiato, lo sguardo fisso al soffitto, mentre lei si sedeva sul bracciolo del divano e lo guardava dall’alto in basso.
“Sai, dovresti ringraziarmi,” continuò Martina. “Ti sto dando una lezione di vita. Forse un giorno imparerai a essere un uomo vero. Ma per ora, sei solo questo.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Un niente.”
Quando uscì dalla stanza, lasciandolo solo con il suo silenzio, Luca capì che non c’era più un fondo da toccare. Era già caduto troppo in basso.
La polvere sotto i piedi
I giorni successivi furono un inferno silenzioso. Luca si era rassegnato a vivere come un’ombra nell’appartamento, un intruso nella sua stessa vita. Dormiva sul divano, un vecchio pezzo di seconda mano che odorava di muffa e cigolava a ogni movimento. Martina non gli rivolgeva quasi la parola, se non per dargli ordini secchi: “Compra il latte,” “Pulisci il bagno,” “Non toccare il mio caffè.” Matteo, invece, si comportava come il padrone di casa, lasciando le sue scarpe sporche in giro e occupando il bagno per ore senza un briciolo di riguardo.
Una sera, mentre Luca stava cercando di scaldarsi una pizza surgelata – l’unico pasto che si permetteva, visto che Martina e Matteo monopolizzavano la cucina – sentì la porta aprirsi. Non era solo Martina stavolta. C’erano altre voci, risate, il rumore di bottiglie che si urtavano. Si affacciò dal salotto e vide un gruppo di persone entrare: Sara, un’amica di Martina, un paio di ragazzi che non conosceva e, ovviamente, Matteo, che portava una cassa di birre sulle spalle come un trofeo.
“Che succede?” chiese Luca, la voce incerta, restando sulla soglia.
Martina lo guardò appena, un sorriso sarcastico sulle labbra. “Oh, niente di che. Facciamo una piccola festa. Non ti dispiace, vero? Tanto tu non hai niente da fare.”
“Una festa? Qui?” disse lui, sentendo il panico crescergli nel petto. “Martina, non mi hai detto niente…”
“Non devo dirti niente,” tagliò corto lei, posando una bottiglia di vino sul tavolo. “Tu stai qui perché te lo lascio stare, non perché hai voce in capitolo. Se non ti va bene, quella è la porta.”
Matteo si avvicinò, dandogli una pacca sulla spalla così forte che Luca quasi perse l’equilibrio. “Dai, Luca, non fare il guastafeste. Siediti con noi, bevi qualcosa. O vai a nasconderti in un angolo, come al solito.”
Il gruppo scoppiò a ridere, e Luca si sentì avvampare. “Non voglio disturbare,” mormorò, tornando verso il divano, ma Martina lo fermò.
“No, no, aspetta,” disse, alzando una mano. “Se resti, devi renderti utile. Vai a prendere i bicchieri in cucina. E già che ci sei, porta anche i salatini. Non vorrai mica essere solo un peso morto, vero?”
Le risate si fecero più forti. Sara, che fino a quel momento era rimasta in disparte, aggiunse: “Oddio, Martina, sei tremenda. Sembra il tuo cameriere.”
“Lo è, più o meno,” rispose lei, strizzando l’occhio a Matteo, che annuì soddisfatto.
Luca obbedì, le guance in fiamme, tornando con i bicchieri e una ciotola di salatini che posò sul tavolo. Cercò di ritirarsi, ma Matteo lo chiamò di nuovo. “Ehi, Luca, non scappare! Siediti qui, dai, fai parte dello spettacolo.”
“Spettacolo?” chiese lui, confuso, ma si sedette comunque, spinto da un misto di paura e abitudine.
Martina si alzò, prendendo una birra e versandosela con calma. “Sì, lo spettacolo. Ragazzi, vi presento ufficialmente il mio ex. Ex fidanzato, ex uomo, ex tutto. Ora è solo… come dire? Il nostro coinquilino speciale.” Fece una pausa, guardandolo con un ghigno. “Diglielo tu, Luca. Racconta a tutti com’è vivere qui sapendo che io e Matteo stiamo insieme.”
Luca sbiancò. “Martina, per favore, non…”
“Non cosa?” lo interruppe lei, piegandosi verso di lui. “Non dire la verità? Dai, non fare il timido. Racconta come dormi sul divano mentre noi siamo di là a divertirci. Racconta come ti sei messo a piangere l’altra notte quando ci hai sentiti. O vuoi che lo faccia io?”
Il gruppo scoppiò in una risata fragorosa. Uno dei ragazzi, un tipo con una felpa oversize, disse: “Cazzo, è meglio di una sitcom. Ma è vero? Ti fai trattare così e stai ancora qui?”
Luca abbassò lo sguardo, le mani strette sulle ginocchia. “Non è… non è proprio così,” balbettò, ma la sua voce era un sussurro.
“Oh, sì che è così,” intervenne Martina, sedendosi sulle gambe di Matteo come se fosse un trono. “Sapete cosa mi ha scritto l’altro giorno? ‘Possiamo parlare?’ Parlarne! Come se ci fosse qualcosa da dire. Io gli ho detto che non lo amo più, che sta con me solo perché non ha alternative, e lui torna comunque. È patetico.”
Matteo le passò un braccio intorno alla vita, ridendo. “Un vero uomo si sarebbe tirato un colpo, amico. Tu invece sei qui a fare la cameriera. Vuoi un grembiule? Te lo troviamo.”
Luca si alzò di scatto, il cuore che gli martellava nel petto. “Basta, okay? Basta. Non devo stare a sentire queste cose.”
Martina lo fissò, gli occhi freddi come il ghiaccio. “Allora vai. Ma se resti, zitto e fai quello che ti dico. Porta via queste bottiglie vuote, già che sei in piedi. E pulisci il tavolo, che hai lasciato briciole dappertutto con quella tua pizza schifosa.”
Il gruppo rise di nuovo, e Luca, con le mani che tremavano, raccolse le bottiglie e le portò in cucina. Sentì Matteo dire: “Visto? Addestrato come un cagnolino,” seguito da un’altra ondata di risate.
Quando tornò, la festa era in pieno svolgimento. Martina e Matteo si stavano baciando sul divano, proprio dove lui dormiva, mentre gli altri cantavano e bevevano. Nessuno gli rivolse più la parola, tranne Martina, che a un certo punto gli lanciò un ordine: “Luca, vai a prendere il ghiaccio in freezer. E muoviti, che sei lento come un morto.”
Lui obbedì, ogni passo un’ulteriore umiliazione. Mentre tornava con il ghiaccio, inciampò su una scarpa di Matteo e fece cadere qualche cubetto per terra. Martina lo fulminò con lo sguardo. “Sei proprio un disastro. Pulisci, dai. Non voglio che la mia casa sembri una discarica per colpa tua.”
“Ma non è stata colpa mia,” provò a protestare lui, ma lei lo zittì con un gesto della mano.
“Pulisci e basta,” disse, tornando a ridere con Matteo. “E già che ci sei, porta fuori la spazzatura. Puzzi abbastanza da solo, non serve che ci lasci anche questa roba qui.”
Luca si chinò a raccogliere il ghiaccio, le lacrime che gli bruciavano gli occhi, mentre il gruppo lo ignorava o lo guardava con sorrisini di scherno. Quando uscì per buttare la spazzatura, sotto la pioggia che aveva ripreso a cadere, sentì Martina urlare dal salotto: “E non tornare bagnato, che non voglio pulire di nuovo il pavimento!”
Tornò fradicio, ma nessuno gli offrì un asciugamano. Si sedette in un angolo, zuppo e tremante, mentre Martina si alzava per mettere della musica. Passandogli accanto, gli sussurrò: “Sai, Luca, sei proprio un perdente. Anche guardarti mi imbarazza.”
Quella notte, dopo che gli altri se ne furono andati, Martina e Matteo dormirono in camera da letto, lasciando la porta aperta. I loro gemiti riempirono l’appartamento, più forti di prima, come se lo facessero apposta. Luca si coprì le orecchie, ma non servì. Ogni suono era un altro chiodo nella sua dignità, ormai ridotta a brandelli.
La mattina dopo, trovò un biglietto sul tavolo: “Compra altra birra per stasera. E pulisci il casino di ieri, che fai schifo a lasciarlo così.” Firmato da Martina, con un sorriso disegnato accanto.
Luca lo fissò, poi si guardò allo specchio. Non riconobbe l’uomo che vide: un guscio vuoto, spezzato, umiliato oltre ogni limite. Ma non se ne andò. Non ancora.
Il gioco dei vinti
La giornata iniziò con un silenzio pesante. Luca si svegliò sul divano, il collo rigido e la coperta umida di sudore. Il biglietto di Martina era ancora sul tavolo, un promemoria scritto della sua nuova realtà. Comprare birra. Pulire. Obbedire. Non aveva scelta, o almeno così si diceva mentre si alzava, le ossa che scricchiolavano come se avessero vent’anni di troppo.
La casa era un disastro dopo la festa: bottiglie vuote sparse sul pavimento, macchie di vino sul tappeto, mozziconi di sigarette schiacciati sul tavolo. Martina e Matteo dormivano ancora, il rumore del loro respiro che filtrava dalla porta aperta della camera da letto. Luca si mise al lavoro in silenzio, muovendosi come un automa. Raccolse i rifiuti, passò uno straccio sulle superfici, aspirò le briciole dal divano. Ogni gesto era un’ulteriore resa, ma non riusciva a fermarsi.
Verso mezzogiorno, Martina uscì dalla stanza, i capelli arruffati e una delle magliette di Matteo addosso. Lo vide inginocchiato a strofinare una macchia sul pavimento e si fermò, un sorriso lento che le si allargava sul viso. “Guarda che bravo,” disse, la voce ancora roca dal sonno. “Sembri proprio una donna di servizio. Ti manca solo il grembiule.”
Luca non alzò lo sguardo. “Sto solo pulendo,” mormorò, concentrandosi sul movimento circolare della spugna.
Luca non alzò lo sguardo. “Sto solo pulendo,” mormorò, concentrandosi sul movimento circolare della spugna.
“Lo vedo,” ribatté lei, appoggiandosi allo stipite della porta. “E la birra? L’hai comprata o sei troppo inutile anche per quello?”
“Ci vado adesso,” rispose lui, posando la spugna e alzandosi. Sentiva il peso del suo sguardo, ma non osava affrontarlo.
“Bene,” disse Martina. “E già che esci, prendi anche delle sigarette per Matteo. Le sue preferite, quelle col filtro nero. Non fare casino, che poi si incazza.”
Luca annuì, prendendo il portafoglio. Quando uscì, l’aria fredda gli colpì il viso, ma non gli diede sollievo. Tornò mezz’ora dopo con due confezioni di birra e il pacchetto di sigarette, posandoli sul tavolo come un’offerta votiva.
Matteo emerse poco dopo, a torso nudo, i tatuaggi che gli correvano sul braccio come una mappa di conquiste. Vide le sigarette e fece un cenno di approvazione. “Bravo, Luca. Almeno a fare la spesa sei buono. Non è molto, ma è qualcosa.”
“Grazie,” borbottò Luca, senza sapere perché lo avesse detto. Si pentì subito di quella parola, ma era troppo tardi.
Martina scoppiò a ridere, sedendosi al tavolo con una tazza di caffè. “Grazie? Oddio, Matteo, hai sentito? Ti ha ringraziato. È proprio un cagnolino addestrato.”
“Cosa vuoi che faccia?” chiese lui, il cuore che gli batteva forte.
“Servici,” disse lei, passandogli una bottiglia. “Apri questa e versala nei bicchieri. E fai in fretta, che abbiamo sete.”
Luca obbedì, le mani che gli tremavano mentre versava la birra sotto gli sguardi divertiti degli altri. Uno dei ragazzi, quello con la felpa oversize, gli diede una spinta leggera. “Attento, non farla schiumare, eh. Sei proprio impedito.”
Quando finì, Martina gli strappò la bottiglia di mano e gli indicò il pavimento. “C’è una macchia lì. Puliscila, dai. Non voglio che i miei amici pensino che vivo in un porcile per colpa tua.”
Luca si inginocchiò, tirando fuori un fazzoletto dalla tasca, mentre il gruppo lo guardava ridendo. “Sembra una scena di Cenerentola,” disse Sara, tra un sorso di birra e l’altro. “Manca solo la scopa.”
“Gliela troviamo,” rispose Matteo, alzandosi per prendere un’altra sigaretta. “Ehi, Luca, già che sei lì, pulisci anche sotto il tavolo. C’è della polvere che mi dà fastidio.”
Luca strinse i denti, ma si abbassò ancora di più, strofinando il pavimento mentre sentiva i loro occhi su di sé. Martina si chinò verso di lui, la voce bassa ma tagliente. “Sai, una volta pensavo che fossi almeno carino. Ora mi fai solo schifo. Guardarti così, in ginocchio, è quasi comico.”
“Perché fai così?” sussurrò lui, alzando lo sguardo per un istante.
“Perché posso,” rispose lei, dritta e implacabile. “E perché tu me lo lasci fare.”
La serata peggiorò. A un certo punto, Matteo propose un gioco: “Facciamo il barista cieco.” Bendò Luca con una sciarpa di Martina e gli mise in mano una bottiglia. “Versa la birra nei bicchieri senza guardare. Se sbagli, bevi tu.”
Luca provò, ma la sua mano tremava troppo. La birra finì sul tavolo, sul pavimento, ovunque tranne che nei bicchieri. Il gruppo esplose in risate, e Martina gli tolse la benda con uno strattone. “Sei un disastro totale. Bevi, dai. Te lo sei meritato.”
Gli passò un bicchiere pieno, e lui lo mandò giù, il sapore amaro che gli bruciava la gola. “Non ne voglio più,” disse, posandolo.
“Non decidi tu,” ribatté Martina, versandogliene un altro. “Bevi ancora. È l’unica cosa che sai fare decentemente.”
Luca bevve di nuovo, sotto le risate e gli insulti. Quando cercò di alzarsi, barcollò e cadde, finendo contro il tavolo. Matteo lo tirò su per il colletto, ridendo. “Cazzo, sei proprio uno straccio. Siediti lì e non ti muovere, che fai pena.”
La notte finì con Luca accasciato sul divano, ubriaco e umiliato, mentre Martina e Matteo si ritiravano in camera, lasciandolo tra i resti della festa. Prima di andarsene, Martina gli buttò addosso una coperta sporca. “Dormi, perdente. E domani pulisci tutto, chiaro? Non voglio svegliarmi in questo casino.”
Luca non rispose. Non poteva. Era ridotto a un niente, un giocattolo rotto nelle mani di chi lo disprezzava. E mentre i loro gemiti ricominciavano a riempire la casa, lui chiuse gli occhi, sperando di sparire.
La catena invisibile
La luce del mattino filtrava a fatica attraverso le tende sporche del salotto. Luca si svegliò con un mal di testa pulsante, la bocca secca e un sapore acido che gli ricordava la birra della sera prima. Il divano era un groviglio di coperte umide e briciole, e intorno a lui c’era il caos lasciato dalla festa: bicchieri rovesciati, una pozza di liquido appiccicoso sul pavimento, un posacenere traboccante. Si alzò piano, il corpo pesante come piombo, e si guardò intorno. La casa sembrava un campo di battaglia, e lui ne era il prigioniero.
Sentì dei passi provenire dalla cucina. Martina era già sveglia, appoggiata al bancone con una sigaretta tra le dita, il telefono in mano. Indossava una delle camicie di Matteo, sbottonata quel tanto che bastava per far capire che sotto non c’era altro. Quando lo vide, alzò gli occhi e fece una smorfia. “Cristo, sembri un barbone. Non ti lavi mai?”
Luca si passò una mano tra i capelli unti, cercando di lisciarli. “Non ho avuto tempo,” borbottò, la voce roca.
“Non hai avuto tempo?” ripeté lei, soffiando fuori il fumo con un sorriso beffardo. “Hai tutto il tempo del mondo, Luca. Non fai niente, stai qui a marcire. Almeno renditi presentabile, che mi imbarazzi.”
Prima che lui potesse rispondere, Matteo entrò nella stanza, i capelli ancora bagnati dalla doccia. “Chi imbarazza chi?” chiese, prendendo una birra dal frigo nonostante fosse appena mezzogiorno.
“Questo qui,” disse Martina, indicando Luca con un cenno del mento. “Sembra uscito da un cassonetto. E non ha ancora pulito il casino di ieri sera.”
Matteo rise, aprendo la lattina con un gesto secco. “Dai, Luca, muoviti. Non vorrai far incazzare la padrona di casa, no? Oppure sì, magari ti piace quando ti sgrida.”
Luca abbassò lo sguardo, le mani strette a pugno lungo i fianchi. “Sto per farlo,” disse, prendendo uno straccio dal lavandino.
“Per farlo?” lo interruppe Martina, alzando la voce. “No, no, lo fai adesso. Non ‘sto per’. Non sei in vacanza, capito? Questa casa è un disastro, e tu sei qui per sistemarla. Muoviti.”
Lui annuì, iniziando a raccogliere i bicchieri sparsi. Ogni movimento era un’umiliazione silenziosa, ma non si fermava. Non poteva. Mentre strofinava il pavimento, Matteo si sedette sul divano, proprio dove lui aveva dormito, e accese la TV. “Ehi, Marti, vieni qui,” chiamò, battendo una mano sul cuscino accanto a sé.
Martina lo raggiunse, sedendosi sulle sue gambe come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Guarda che carino,” disse, osservando Luca che si inginocchiava per pulire una macchia sotto il tavolo. “Sembra un robot. Gli dai un ordine e lui esegue.”
“Un robot scarso, però,” aggiunse Matteo, ridendo. “Ehi, Luca, hai dimenticato un punto lì a sinistra. Fai attenzione, dai, che sembri cieco.”
Luca si spostò, strofinando più forte, il viso che gli bruciava. “Sto facendo del mio meglio,” mormorò, ma nessuno dei due sembrò sentirlo.
“Del tuo meglio?” disse Martina, voltandosi verso di lui. “Il tuo meglio è una schifezza. Guarda questo posto, è ancora un porcile. Sei proprio incapace.”
Matteo si sporse in avanti, un ghigno sul viso. “Sai cosa, Marti? Dovremmo dargli una lista. Tipo, compiti da fare. Così non si perde.”
“Buona idea,” rispose lei, prendendo il telefono. “Aspetta, la scrivo subito.” Iniziò a digitare, ridacchiando tra sé, poi lesse ad alta voce: “Uno, pulire il salotto. Due, lavare i piatti. Tre, passare l’aspirapolvere. Quattro, portare fuori la spazzatura. Cinque, comprarmi un pacchetto di chewing gum alla fragola. E sei… vediamo… lucidarmi le scarpe. Quelle nere col tacco, che stasera le metto.”
Luca si fermò, lo straccio ancora in mano. “Mi stai prendendo in giro, vero?”
Martina lo fissò, gli occhi stretti. “Ti sembra che stia scherzando? Fallo, Luca. Tutto. O ti butto fuori oggi stesso. Non sto scherzando io, sei tu che sei ridicolo a pensare di avere scelta.”
Matteo scoppiò a ridere, dandole una pacca sul fianco. “Cazzo, sei un genio. Ehi, Luca, già che lucidavi le sue scarpe, fai anche le mie. Le sneakers bianche, che le ho sporcate ieri.”
Luca rimase in silenzio, il respiro corto. Poi, senza una parola, si alzò e prese le scarpe di Martina dall’ingresso. Le posò sul tavolo della cucina, cercando un lucido da scarpe che sapeva di avere da qualche parte. Mentre strofinava, Martina e Matteo continuarono a parlare sul divano, ignorandolo come se non esistesse.
A un certo punto, Martina si alzò e si avvicinò, osservandolo con le braccia incrociate. “Non così, idiota,” disse, strappandogli il panno di mano. “Devi fare dei cerchi piccoli, altrimenti lasci i segni. Guarda.” Gli mostrò come fare, poi glielo buttò in faccia. “Rifalle da capo. Sono ancora schifose.”
Luca sentì una lacrima scivolargli lungo la guancia, ma la asciugò subito. Ricominciò, sotto lo sguardo critico di lei. “Ecco, così,” disse Martina dopo un po’. “Almeno una cosa la sai fare. Ma guarda che mani tremanti, sembri un vecchio.”
Quando finì con le scarpe di Martina e passò a quelle di Matteo, la situazione peggiorò. Matteo si avvicinò, torreggiando su di lui. “Attento a non graffiarle, eh. Costano più di quello che guadagni in un mese. Se le rovini, ti faccio pulire il bagno con la lingua.”
Luca non rispose, concentrandosi sulle sneakers. Ogni parola era un altro colpo, ma ormai era anestetizzato. O almeno così pensava, finché Martina non tornò con un’idea peggiore.
“Sai cosa?” disse, tirando fuori il telefono. “Facciamo una foto. Voglio ricordarmi di te così, in ginocchio a lucidare scarpe come un servo.” Scattò prima che lui potesse reagire, poi mostrò lo schermo a Matteo. “Guarda che faccia. Sembra sul punto di piangere.”
“Fallo vedere agli altri,” suggerì Matteo, ridendo. “Mettila nel gruppo WhatsApp. Titolo: ‘Il nostro nuovo domestico’.”
Martina non esitò. Luca sentì il suono della notifica mentre lei inviava la foto, seguito da una raffica di risate dall’altoparlante del telefono mentre gli amici commentavano in tempo reale. “Oddio, è proprio lui?” “Che sfigato!” “Martina, lo paghi per questo?”
Luca si alzò, il panno che gli cadeva di mano. “Smettila, Martina. Ti prego.”
“Ti prego?” ripeté lei, imitando la sua voce con un tono stridulo. “Smettila tu di fare la vittima. Sei tu che hai scelto di restare. Io ti sto solo dando quello che meriti.” Poi si voltò verso Matteo. “Portiamolo fuori stasera. Facciamolo divertire a modo nostro.”
Quella sera, lo trascinarono al locale. Luca cercò di opporsi, ma Martina lo minacciò: “O vieni, o domani trovi le tue cose in mezzo alla strada.” Nel locale, lo obbligarono a stare al loro tavolo, servendo birre e tenendo i loro cappotti sulle ginocchia mentre loro ballavano. A un certo punto, Martina tornò sudata e gli buttò il suo giubbino in faccia. “Tienilo, che non voglio perderlo. E non ti azzardare a lamentarti.”
Quando Matteo tornò, gli versò una birra addosso “per sbaglio”, ridendo mentre Luca cercava di asciugarsi con un tovagliolo. “Ops, scusa, amico. Sei proprio un bersaglio facile.”
La notte finì con Luca che li aspettava fuori, sotto la pioggia, mentre loro si baciavano contro il muro del locale. Quando tornarono a casa, Martina gli ordinò di pulire il pavimento dell’ingresso perché avevano portato fango. “E fallo in ginocchio,” aggiunse. “Mi piace guardarti così.”
Luca obbedì, le lacrime che gli rigavano il viso mentre strofinava. Martina lo filmò, ridendo. “Questo lo tengo per i giorni tristi,” disse, prima di spegnere la luce e lasciarlo al buio.
Il sapore dell’oblio
Il giorno dopo la serata al locale, Luca si svegliò con il corpo dolorante e la mente annebbiata. Il pavimento dell’ingresso era ancora umido dove lo aveva pulito, e il freddo gli era entrato nelle ossa dopo ore passate in ginocchio. Non aveva dormito molto; i rumori di Martina e Matteo dalla camera da letto lo avevano tormentato fino all’alba, un sottofondo crudele alla sua solitudine.
Era pomeriggio quando Martina entrò nel salotto, i capelli raccolti in una coda disordinata e un’espressione annoiata sul viso. Matteo la seguiva, con una lattina di birra già in mano, nonostante fossero appena le tre. Luca era seduto sul divano, cercando di leggere un vecchio fumetto per distrarsi, ma alzò gli occhi sentendo i loro passi.
“Che fai lì fermo?” disse Martina, fermandosi davanti a lui con le mani sui fianchi. “Sembri un vegetale. Non hai niente da fare?”
“Sto… sto solo riposando,” rispose lui, posando il fumetto con mani incerte.
“Riposando?” ripeté lei, con una risata secca. “Tu non ti riposi, Luca. Tu lavori. Vai a prendere la spazzatura dal bagno e buttala fuori. Puzza.”
Luca si alzò, abituato ormai a obbedire senza discutere. Mentre tornava dal bidone, Matteo lo intercettò nell’ingresso, bloccandogli la strada. “Ehi, aspetta un secondo,” disse, un sorriso storto sulle labbra. “Stasera facciamo un gioco. Ti piace bere, vero?”
Luca lo fissò, il cuore che accelerava. “Non proprio. Non reggo bene l’alcol.”
“Non regge bene,” lo scimmiottò Matteo, voltandosi verso Martina. “Hai sentito, Marti? Dice che non regge. Poverino.”
Martina si avvicinò, prendendo una bottiglia di vodka dal tavolo. “Allora dobbiamo aiutarlo ad allenarsi,” disse, svitando il tappo con un gesto deciso. “Non puoi vivere con noi ed essere un noioso astemio. Dai, siediti.”
“Non voglio,” provò a dire Luca, ma la sua voce era debole, già sconfitta.
“Non vuoi?” ribatté Martina, alzando un sopracciglio. “Okay, allora domani ti butto fuori. Scegli: bevi con noi o dormi per strada. Facile, no?”
Luca si sedette, le spalle curve, mentre Matteo gli passava un bicchiere di plastica. Martina versò la vodka fino all’orlo, il liquido chiaro che tremava sotto la luce. “Bevi,” ordinò, incrociando le braccia. “Tutto d’un fiato.”
Luca prese il bicchiere, l’odore pungente che gli pizzicava il naso. “Non ce la faccio,” mormorò, ma lo portò comunque alle labbra. Il primo sorso gli bruciò la gola, facendolo tossire, e una parte gli colò sul mento.
“Che schifo,” disse Martina, ridendo. “Sembri un bambino che prova il vino per la prima volta. Dai, finiscilo, o te lo verso in testa.”
Sotto i loro sguardi, Luca mandò giù il resto, il calore che gli esplodeva nello stomaco. Gli occhi gli lacrimavano, ma cercò di nasconderlo. Matteo gli diede una pacca sulla spalla, troppo forte. “Bravo, cagnolino. Ne vuoi un altro?”
“No, per favore,” disse Luca, la voce spezzata, ma Martina era già pronta con la bottiglia.
“Oh sì, invece,” insistette lei, riempiendogli di nuovo il bicchiere. “Stasera giochiamo sul serio. Regola numero uno: ogni volta che io o Matteo diciamo ‘bevi’, tu bevi. Se rifiuti, ti facciamo pentire di essere nato.”
Luca annuì, troppo stanco per opporsi. La serata si trasformò in un incubo. Martina e Matteo si sedettero sul divano, accendendo la musica e iniziando a chiacchierare come se lui non ci fosse, ma ogni tanto uno dei due gridava “Bevi!” e Luca doveva obbedire. Dopo il terzo bicchiere, la stanza cominciò a girare, e il suo stomaco si ribellò.
“Non sto bene,” disse, portandosi una mano alla bocca.
“Non sto bene,” lo imitò Martina, alzandosi per versargli un altro shot. “Piantala di lamentarti e bevi. Non rovini la mia serata con le tue scenette.”
Luca bevve ancora, il liquido che gli bruciava la gola e gli occhi. A un certo punto, Matteo tirò fuori il telefono e iniziò a filmarlo. “Guarda che faccia,” disse, zooming sul suo viso arrossato. “Sembra un maiale ubriaco. Dai, Luca, fai un sorriso per la telecamera.”
Luca cercò di alzarsi, barcollando, ma Martina lo spinse giù con una mano. “Resta seduto,” ordinò. “Non hai finito. Bevi ancora.”
“Non ce la faccio più,” implorò lui, la voce strozzata.
“Non ce la fai?” disse lei, prendendogli il mento con forza e costringendolo a guardarla. “Allora perché sei qui? Sei un perdente, Luca. Bevi, o ti faccio bere io.”
Matteo rise, passandole la bottiglia. Martina gliela inclinò sopra la testa, lasciando che un rivolo di vodka gli colasse sui capelli e sul viso. Luca chiuse gli occhi, il liquido freddo che gli gocciolava sul collo, mentre loro scoppiavano a ridere.
“Guarda che disastro,” disse Matteo, continuando a filmare. “Sembra un cane bagnato. Dai, Marti, fallo bere ancora.”
Martina gli versò un altro bicchiere e glielo mise in mano. “Bevi, ho detto. Non mi fermo finché non sei a terra.”
Luca bevve, il mondo che gli girava intorno. Dopo il sesto shot, crollò sul divano, la testa che gli cadeva di lato. “Basta,” sussurrò, ma loro non lo ascoltarono.
“Non basta mai,” disse Martina, sedendosi accanto a lui e dandogli un colpetto sulla guancia. “Sai qual è il tuo problema? Sei debole. Anche ubriaco fai pena. Guarda.” Prese il telefono di Matteo e scattò una foto ravvicinata del suo viso stravolto, gli occhi semichiusi e la bocca socchiusa. “Questa la metto come sfondo,” disse, ridendo. “Così mi ricordo sempre chi sei davvero.”
Matteo si alzò, buttando la lattina vuota sul tavolo. “Dai, Marti, lasciamolo cuocere nel suo brodo. Andiamo di là, che questo qui è finito.”
Martina gli diede un ultimo sguardo, poi gli versò un altro po’ di vodka addosso, solo per il gusto di farlo. “Dormi bene, ubriacone,” disse, prima di sparire con Matteo in camera.
Luca rimase lì, il corpo intorpidito e la mente persa in una nebbia di alcol e vergogna. Sentì i loro gemiti attraverso il muro, ma non aveva più la forza di coprirsi le orecchie. Vomito gli salì in gola, e corse in bagno appena in tempo, crollando davanti al water mentre il mondo gli crollava addosso.
Quando tornò sul divano, trovò un biglietto scritto a penna da Martina: “Pulisci il bagno domani, schifoso. E compra altra vodka. Sei patetico.” Lo lasciò cadere, troppo ubriaco per piangere, e si accasciò, un relitto umano in una casa che non era più sua.
Continua…
Devo confessare che ora sono confuso: inizialmente sembrava esserci una certa ritrosia, ma ora pare che il punto di vista…
Complimenti un vortice di emozioni, sempre più eccitante, spero di leggere il continuo
Come festeggiare un compleanno nel migliore dei modi!
Certamente te la sei cercata , e credo che la storia con Claudio sia continuata , non solo con lui…
Molto bello, grazie.