Skip to main content
Racconti di Dominazione

La lunga notte Cap. 1.2

By 30 Giugno 20262 Comments

Ho notato un racconto che prende molto sul sito di Racconti di Milù, La lunga notte, di Lord Byron, l’ho iniziato a leggere quando si firmava Lord Phantom. E l’ho amato. Non essendoci più la possibilità di contattare gli autori, non ho potuto chiedergli il permesso; questo testo nasce quindi come una dichiarata ispirazione alla sua trama. Se dovesse riconoscersi e non gradire, lo scriva nei commenti: provvederò a rimuovere questa continuazione, nata senza alcuna pretesa. Allego il link della sua opera, che purtroppo era rimasta incompleta così chi lo desidera la trova. Per facilitare il lettore che non desidera leggere tutto allego l’articolo riassuntivo.

La lunga notte – cap. 1


***
ARTICOLO RIASSUNTIVO

Odio i riassunti delle puntate precedenti, ma devo comunque fare il punto per capire come sono finita qui.
In realtà basterebbe un titolo di giornale.

Se avessi sporto denuncia dopo la lunga notte sarebbe pure uscito quell’articolo.

Eccolo:
COPPIA BENE CERCA IL BRIVIDO NEI BASSIFONDI
LUI RAPINATO, LEI SBATTUTA SUL MARCIAPIEDE.

Più o meno è andata così.

C’eravamo io e Matteo, mio marito. Siamo ricchi (eravamo) e volevamo giocare a troia e cliente per una notte.
Ma all’improvviso qualcuno ci spacca il finestrino. E lì troviamo Dasho.

Lui e i suoi amici ci hanno detto che stavamo rovinando il lavoro delle altre.
Che noi ci giochiamo, e loro ci campano.

Lui mi ha scopata, ci hanno rapinati (questo va meno bene). E poi mi ha lasciata sul marciapiede.

La mattina dopo: libera uscita.
Ma sono tornata.
Una volta. Due. Cinque.
Senza sapere perché.

Sempre allo stesso bar, davanti al suo portone, per rivedere quegli occhi azzurri. Ma il barista è uno spione. Non so quando è successo davvero, ma a un certo punto non stavo più aspettando fuori. Stavo dentro. E non ricordo di aver scelto quando entrare.

E così eccomi qui: lavoro davvero sulla strada.

Liveta è una delle mie colleghe: la vogliono cedere per un’ordinazione di figli a una coppia sterile. Io voglio proteggerla così l’ho aiutata a farsi mettere la spirale.

Le puttane fanno colazione alle cinque del mattino, e così faccio anche io.

Non è vero che Idra fa magie, è un’imbrogliona (come tutti qui), ma mi sta più simpatica degli analisti e di certa gente per bene in generale.

4d083a92-7bd8-430f-a099-c1167bdfa51b

***
Non è il taxi a portarmi da lui. Sono io che ci salgo.
Tanti anni e sempre lo stesso incubo che gira, un nastro ossessivo: un taxi taxi nero con la carrozzeria lucida e gli interni consumati.
Alla guida c’è un uomo senza occhi, ma so che mi fissa. Sto seduta sul sedile posteriore, e mi aggrappo alla finta pelle. Guardo l’asfalto che corre sotto le ruote. La città fuori si allunga e si contrae, le luci diventano lampi poi ombre, poi niente. Il vento entra dai finestrini aperti, mi raffredda il sudore sul collo.

E Dasho è lì. Dappertutto e da nessuna parte. Non lo vedo, ma sento l’aria che cambia, so quando entra. Il taxi accelera senza che io muova un dito. Prende curve infinite, una discesa che svuota lo stomaco. Cerco sempre di urlare per frenare la corsa.
È bastata una sola notte per trovarmi bloccata in un’altra vita.
La carne comincia a rispondere da sola, a scatti, prima ancora che il cervello capisca a cosa. Mi prendono gli occhi azzurri, il peso di un corpo che vince sul mio. Il suo sapore mi resta piantato in gola, mi impasta la bocca per tutto il tempo che passo a lavorare per lui sulla strada.

Da quella lunga notte in poi Il sesso è morte e l’amore non c’entra con la vita.
Da un uomo così impari solo a temere. E mio marito? Matteo non è solo l’ingranaggio che, con i suoi giochi osceni, mi ha spinto dritto tra le braccia di Dasho. Da quel recinto non esco più.
Cedo a tutto per anni, in quegli attimi in cui il mio corpo diventa proprietà altrui, io non esisto.
Stamattina mi sveglio per l’ennesima volta con le lenzuola inzuppate di sudore. Non voglio masturbarmi pensando a lui.
Voglio uno psicologo.
Voglio pagare qualcuno per liberarmi. Ho già le parole pronte in gola, ma poi non esce niente. La bocca è secca.
Allora cambio strada e vado da lei: la cartomante, una zingara. È nera come la notte in cui ho incontrato Dasho, calda come la sua pelle in quell’estate.
Ma era davvero estate?
La trovo una sera d’inverno, si chiama Idra. In realtà, lei trova me. Ho addosso lo sporco di troppi giorni passati in strada e sto cercando un punto del fiume abbastanza nero per fare il grande salto.
Lei sta tornando a casa, dice: “Se proprio vuoi buttarti di sotto, fallo domani. Non mi aspetta nessuno a casa, potresti almeno venire a raccontarmi la tua vita.”
Le chiedo: “E che te ne fai di sapere la mia vita?”
“Niente, ci passo il tempo. Ma magari, tu nel mentre cambi idea.”
Non distoglie mai lo sguardo mentre parlo. Le racconto di quelli che poi prendo a chiamare fratelli e delle donne che mi diventano sorelle.
E lei… non dice nulla. Solo mi guarda con occhi sbarrati, e io sento che sono abbastanza profondi per fare il mio salto.
Ci frequentiamo adesso.
A volte mi bruciano dentro desideri che non posso dire a voce alta, come premere la mia bocca sulla sua. Solo questo manca alla mia perversione. Un bacio e il crollo sarebbe completo. Ma mi fermo sempre a un millimetro dal contatto, una volta mi sono avvicinata tanto da respirare il suo fiato. È stata lei a fermarmi, senza toccarmi.
Un giorno le chiedo: “Lo rivedrò mai, Dasho?”
Non risponde. Ho capito. Niente Dasho. Adesso tocca a me. Ma la testa torna sempre lì, ogni ora, allo stesso modo.
“Dobbiamo pensare alla tua guarigione,” dice. “Non a lui. Lui non c’è. Non ci sarà, mai più.”
Eppure il mio corpo non è d’accordo.
“E come avverrà la mia guarigione?”
“Arriveremo,” dice Idra, “dove tutto è iniziato. Il male viene da molto lontano.”
E il taxi? Torna ogni notte, mi porta ancora dentro. Le curve sono infinite, il vento entra dal finestrino e mi raffredda il sudore sul collo. È una carretta, si mangia le strade che conoscono la mia colpa. Sto seduta, a guardare la memoria che corre di fianco al vetro. Ma non mi fa più paura.
Via Amendola è scomparsa da anni. Non ho più una casa, non ho un marito. Da chi dovrei nascondermi?
C’è solo lei: la strega. La mia guida nell’inferno dei sogni azzurri intrisi di fluidi. La mia compagnia nella lunga notte.
Sono ancora Angela mentre guardo il taxi scomparire nell’ombra e i polmoni restano vuoti. Sono ancora la troia di Dasho.

2 Comments

  • STE STE ha detto:

    Ciao, questo racconto l’avevo trovato bellissimo purtroppo rimasto in sospeso, mi fa’ molto piacere che tu abbia continuato l’opera in modo intrigante e piacevole anzi spero che tu non scriva solo due capitoli comingra grazie

    • Agavebet Agavebet ha detto:

      Buongiorno, ti ringrazio perché così capisco che c’era qualcun altro oltre me che lo ricordava. Io lo posso scrivere fino alla fine, certo la mia fine, non quella del suo autore. Spero anzi che ricompaia così saprò e è contento o se gli sto facendo dispetto. Un caro saluto e buone feste.

Leave a Reply