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– Lo sapevo, abbiamo sbagliato strada! E non ridere scema! Guarda! La frontiera! Non dovevamo venire in questo stato. Che scema che sono, 50 km fà dovevamo svoltare a destra! Vabbè, ormai passiamo da questa parte anche se temo che allunghiamo!

 

La mia amica è 20 km che ride, al posto che guardare la cartina e aiutarmi continua a fumare la sua “erbetta magica”, com’è solita chiamarla.

 

Una volta mostrati i documenti ai poliziotti di frontiera, ci fanno passare.

– Qui le strade non le conosco, il tom tom è ancora scarico vero?

– Si, mi spiace tesoro. Ma se ci fermiamo e compriamo una cartina?

– Buona idea, ma dove?

 

Il dove ci si presentò 10 km più avanti. Un piccolo paesetto, poche case e quella che sembra essere un’edicola.

– U. n. a. C. A. R. T. I. N. A.

 

Niente da fare…. Non capisce..

 

Poi cercando in mezzo alle riviste,

– Eccola!

Finalmente l’abbiamo trovata!

– Questa! Questa!

E indicandogliela, ce la siamo portata via con pochi euro.

Ci voleva dare il resto con una banconota del loro conio, ma non capendo quanto potesse valere ho sorriso e me ne sono semplicemente andata.

“Tanto siamo solo di passaggio” Mi sono detta tra me e me.

 

Siamo tornate quindi alla macchina e via!… Verso l’ignoto.

Ah già, ma ora abbiamo la cartina! Dobbiamo solo capire dove siamo.

– Ed il paese che avevamo passato?

– Tu hai visto il cartello con il nome?

– No e tu?

– No. Maledizione! Ora non torno più indietro!

 

E così io e la mia amica del cuore Francesca, siamo andate avanti.

 

Siamo di ritorno da una vacanza tutta nostra, per festeggiare le nostre lauree.

Per piu di due anni, abbiamo messo i soldi da parte per questa vacanza.

Tutti guadagnati con lavoretti come baby-sitter, cameriera ed io anche come ballerina di discoteca.

Quest’ultimo lavoro era perfetto anche per Francesca.

” Ma la Francesca è una santerellina! “

Le ripetevo in continuazione per prenderla in giro! Ma era la verità!

Al contrario di me, Clara, che mi mancava solo più prenderlo nel culetto per aver completato l’opera.

 

Il caldo è atroce… Insopportabile… ed entrambe, abbiamo avuto la stessa idea.

Dopo aver trovato uno spiazzo riparato da una piccola zona boschiva, ci siamo fermate all’inizio di una piccola stradina sterrata.

Il motivo è semplice. Pipì e poi cambio vestiti.

Per evitare di essere viste da eventuali viaggiatori, ci siamo protette dagli sguardi della strada principale con la mia auto.

Ci siamo prima accucciate davanti alla mia macchina e dopo aver calato pantaloni e mutandine “l’abbiamo fatta tutta!”. Dopodichè, pulite le nostre passere soffici e completamente depilate, ci siamo ricoperte alla meglio, giusto il tempo di scegliere cosa indossare.

Siamo andate al baule dell’auto e dopo aver sgattato nelle valige ci siamo decise a vestirci praticamente uguali.

– Ma anche quelle? Ma se ci vede qualcuno?

– Ma va scema! Non vedi che è deserta questa stradina?

– Ma almeno cambiamoci in macchina!

– Si così ci impieghiamo mezzora! Dai porta i vestiti sul cofano.

 

L’idea, anche se rischiosa, è abbastanza semplice.

Prendiamo quindi i vestiti scelti e ci andiamo a riparare nuovamente davanti alla mia auto.

Posiamo tutto sul cofano e iniziamo a spogliarci.

 

Penso che, se mai arrivasse qualcuno dal fondo di questa stradina, tra pochi secondi si troverebbe davanti alla scena di due ragazze completamente nude intente a cambiarsi all’aria aperta.

Ed immagino che effetto.

Francesca avrebbe potuto fare benissimo da modella con il suo splendido corpicino e sopratutto con quel culo da urlo. Unico punto debole, anche se per modo di dire, sono i suoi seni.

Una seconda tonda tonda con due capezzoli piccoli ma invitanti. Quel seno sta su da solo, eppure lei si ostina a indossare il reggiseno, perchè girare senza le sa di “troia”.

Clara, invece. Questo è il mio nome.

Sono l’esatto opposto di Francesca.

Io non credo di essere adatta a fare la modella, ma bensì un film porno.

Non sono grassa e non sono nemmeno magra.

Fianchi larghi, vita stretta. Un po di pancetta e poco più in alto un seno che non può assolutamente passare inosservato.

Una terza abbondante che mostro sempre con orgoglio in scollature e vestiti aderenti, attrae gli sguardi di chiunque.

Unico punto in comune con Francesca è il culo. Entrambi tondi, carnosi al punto giusto ed al contrario di lei e delle sue mutandine caste e con i fiorellini disegnati sopra, io indosso sempre e solo tanga, perizomi, culotte e qualunque cosa possa mostrare maggiormente il mio culo durante qualche azione improvvisata, quale chinarmi per raccogliere qualcosa davanti ad un bell’uomo, salire le scale avendo allentato un poco la cintura, cercando qualcosa sotto la scrivania dell’ufficio del capo o altri mille modi per provocare un’uomo.

Si perchè a me piace provocare ed anche esibirmi, come ora.

Si perchè potevamo benissimo cambiarci in macchina, eppure la mia voglia di esibizionismo e di provocazione nei confronti della mia amichetta mi spingono sempre a fare porcate che faccio passare per azioni innocenti.

 

– Preso tutto? Dai che facciamo veloci.

– Si come no. Che vergogna.

– Ahahah! E togliti quei vestiti da santerellina!

 

Le prendo i jeans da dietro e assicurandomi di aver preso anche il bordo delle mutadine, abbasso tutto con forza fino alle ginocchia.

Un urletto parte dalla voce di Francesca, la quale ora si trova con la passerina e il culo al vento in mezzo ad una stradina sconosciuta.

 

– Stronza!

Così dicendo si avvicina a me quasi inciampandosi nei suoi stessi indumenti e prendendo il bordo del mio top senza spalline, impugna il bordo nel centro delle mie tette e tira con forza verso il basso facendo così saltare fuori i miei due meloni.

Rido e mi porto le mani ai seni, mentre vedo il rossore della mia amica mentre ancora con il culo al vento, ora si spoglia velocemente per cambiarsi prima che qualcuno ci veda.

 

Francesca è una furia mentre si spoglia buttando tutto sul cofano. Io invece mi tolgo un capo per volta, con calma e avendo cura di piegarlo prima di riporlo sul cofano.

Si è vero, sono esibizionista e solo pensare che da questa stradina possa giungere qualcuno, mi fa bagnare la patatina.

In effetti, quando levo il perizoma, ultimo pezzo rimasto, mi rendo conto di essere un lago.

Nel frattempo Francesca si è già messa il bikini e sta già indossando il tubino.

 

Per combattere il caldo abbiamo optato appunto per un bikini, di quelli morbidi, con i laccetti ai fianchi. Con quel tessuto leggero ci sentiamo entrambe più fresche e leggere.

Sopra ad esso invece, per evitare sguardi eccessivamente interessati dai passanti, abbiamo optato per un corto e aderente tubino che parte circa a metà seno e si conclude esattamente dove finiscono le nostre belle e tondeggianti chiappe.

 

Siamo provocanti, tanto provocanti.

Francesca non lo ammetterà mai, ma so di per certo che anche a lei, un po di esibizionismo piace.

Ad ogni mia idea, non si è mai tirata indietro ed anche con il rischio di essere viste, ha sempre fatto con me ogni pazzia.

 

Finito il cambio di vestiario torniamo al bagagliaio riponendo all’interno delle valige i vestiti usati in precedenza e poi torniamo in auto ripartendo verso….

– Verso dove andiamo?

Appunto. Francesca non ha tutti i torti e qui non vedo indicazioni di nessun genere.

Giriamo a lungo, i km si susseguono e poi ecco dei lampeggianti su alcune auto.

Uomini in divisa ed altri uomini con cani al guinzaglio.

Una discreta coda si è formata davanti a questo blocco di polizia.

 

Guardo Francesca e quando vedo i suoi occhi spalancati e cos’ha ancora in mano, mi gela il sangue.

– Butta quella merda di canna! Cazzo Fra! Muoviti o ci fanno il culo!
– Merda, l’erba. Torna indietro cazzo, devo buttarla.

Nel mentre che dice di tornare indietro, si sporge dal finestrino e lancia la canna nel canale a bordo strada.

Faccio per mettere la retromarcia ma guardandomi dietro un grosso camion ci è praticamente attaccato al culo. Guardo davanti e sono con il paraurti praticamente incollato alla macchina che ci precede.

Poi guardo lontano e vedo il terrore.

Ed il terrore si avvicina a passo svelto, con i cani al guinzaglio.

 

Ci hanno beccate!

Anzi.

L’hanno beccata!

 

– Brutta troia di una bagascia. Guarda che porca puttana se sono dinuovo nella merda per colpa tua, questa volta non ti aiuto. Guardali! Stanno arrivando.

 

Quando mi incazzo non le ho mai risparmiato insulti. Ma sta volta sono dovuti visto che era già capitato in precedenza.

 

L’ultima volta eravamo però eravamo in Italia.

Ci avrebbero incasinato la vita per quella sua cannetta.

Eravamo quasi ventenni, era mezzo decennio fà e quella volta ero stata io a salvarle il culo.

Si perchè quel bavoso di un porco era bastardo, ma con le buone maniere si poteva evitare molti casini.

Era risaputo che le belle ragazze risolvevano sempre tutto con quel porco.

Era tanto risaputo che dopo qualche anno venne spedito chissàdove perchè l’avevano beccato con le mani non “nel sacco”, ma “nel pacco”.

E “le mani”…

quando non sono le tue….

sei in servizio…..

e quella piacente donna avresti dovuto arrestarla per i reati commessi…..

il problema è grosso….

 

Ed io avevo risolto il problema senza nemmeno scendere dall’auto, come invece mi aveva intimato inizialmente.

Era bastata qualche parolina detta al momento giusto, qualche doppiosenso nei discorsi e poi sbadatamente la mia gonnellina si alza.

Le sue mani, hanno quindi dovuto perquisirmi.

Sono prima entrate nelle mutandine, controllando lo stato della mia passerina e sopratutto controllando che non avessi niente di “illegale” al suo interno.

Dopodichè, l’ispezione è toccata ai miei meloni che sono stati liberati da impedimenti per essere manipolati con forza.

Ed infine, per “espiare” le colpe, si è aperto la patta, ha estratto il suo “manganello” e mi ha intimato di fare il mio dovere.

E così, finito il pompino ed ingoiato tutto, ci ha lasciato andare. Ma non senza prima aver consegnato il mio perizoma come “pagamento della penale”.

 

Ma qui.

Qui i casini sono inevitabili.

– Dove cazzo l’hai messa l’erba?

Mi guarda con gli occhi spalancati.

– Qui nel cassetto. Aspetta ho un idea, non mi toccheranno mai, fidati.

Prende il sacchettino dal cassetto e dopo essersi alzata il vestito, lo mette nelle mutandine. Si assicura che non scappi, posizionandolo a contatto con la sua passerina, poi si risistema il vestitino.

 

Avvicinandosi noto però che non hanno divise da classici poliziotti ma sono in tuta mimetica.

Sono per forza dei militari ed i militari mi fanno ancora più paura.

Arrivati di fronte all’auto iniziano ad urlare verso di noi.

Uno si avvicina al mio finestrino abbassato, urla, apre la portiera, mi stringe una spalla e mi obbliga a scendere.

Per poco non perdo le infradito oltre che l’equilibrio.

La stessa cosa succede a Francesca, viene fatta scendere e ci portano entrambe a lato strada.

 

I cani vengono fatti avvicinare alla macchina, uno di loro viene fatto entrare.

Mette le sue zampe sui tappetini e sui sedili sporcando tutto di terra. Avvicina poi il muso al cassetto porta oggetti ed abbaia.

Quel cane decretò la nostra rovina.

Dopo quel verso canino, le mani ci vengono portate dietro la schiena e ammanettate.

Nel frattempo i militari perlustrano il cassetto ma con scarsi risultati.

Guardo Francesca e la vedo rilassarsi in volto appena scendono dall’auto.

Ma nuovamente le vedo il terrore negli occhi, quando i due cani vengono portati vicino a noi.

Il cane di fronte a me, annusa solamente il mio ginocchio dove poco fa avevo appoggiato una caramella che avevo in bocca per poter bere un goccio d’acqua. Infatti, dopo una breve leccata ad esso, torna dal suo padrone e si siede.

Quando invece mi giro verso Francesca, il terrore mio e suo è alle stelle.

Il cane ha subito puntato il muso sotto il suo vestitino, tra le sue gambe e con il muso spinge proprio sulla sua passerina.

I militari ridono. Probabilmente credono il cane sia in calore e senta semplicemente odore di femmina.

Ma quando cercano di levarlo, il cane abbaia e torna a spingere il muso tra le gambe della ragazza.

I militari si insospettiscono e dopo aver levato il cane, gli danno qualcosa da mangiare e lui finalmente si siede.

Uno degli uomini si avvicina a Francesca da un lato, la guarda, la guarda negli occhi e credo veda il suo terrore nitido e vivo.

L’uomo prende allora il fucile che ha appeso ad una spalla e dopo essersi posizionato di fronte alla ragazza, con la canna si avvicina prima alle gambe di essa e poi all’orlo del vestitino.

Francesca è immobilizzata dal militare alle sue spalle che con un braccio ora le cinge il collo, mentre con l’altro tiene le braccia dalla catena che unisce le manette chiuse sui polsi.

Appena la canna del fucile forza la risalita del vestitino, Francesca arretra e inizia a urlare :

– Maiale! Non mi toccare, siamo in mezzo ad una strada e poi non potete! Mi deve perquisire una donna! Lurido porco!

 

Uno schiaffo le arriva in pieno volto.

L’uomo ha abbassato il fucile e con la mano libera ha scaricato un manrovescio sulla guancia sinistra della ragazza.

 

Francesca ora è zitta mentre il terrore nella mia mente accresce secondo dopo secondo.

L’uomo con la canna del fucile si fa strada tra le ginocchia di Francesca e poi con rapidi colpetti tra un ginocchio e l’altro, fa capire alla ragazza di allargare le gambe. A questo punto, torna sta volta con decisione all’orlo del vestitino e con la stessa decisione lo alza.

Lo alza più di quanto immaginassi, probabilmente per ridicolizzarla, per metterla in imbarazzo ancora di più di quanto non lo sia già.

Alza il vestitino fino all’ombellico e così facendo, essendo un tubino di quelli aderenti ed elasticizzati, si arrotola davanti e dietro, scoprendo completamente il bacino coperto solo più dalla mutandina arancio del bikini.

Mi guardo attorno e tutti, ma proprio tutti, sembrano ipnotizzati dalla scena.

La gente nelle altre auto, il camionista, i militari tutti hanno gli occhi puntati sulle mutandine di Francesca.

 

Sempre con la canna del fucile, ora il militare inizia a toccare il pube della ragazza.

Come un serpente che si muove, scende da poco sotto l’orlo della mutandina andando da un lato all’altro, strusciando l’arma su ogni centimetro del pube coperto dalla mutandina.

Struscia, struscia ancora e struscia anche quando si capisce palesemente che quello che sta ostacolando il fucile è la passerina di Francesca e poi, quando l’unico movimento che può fare la canna di fucile è quello di scendere in verticale, a metà circa della passerina qualcosa all’interno si muove rumorosamente.

Rumore di plastica. Rumore di sacchetto.

Anche Francesca lo sente e si allontana istintivamente dalla canna del fucile.

L’uomo urla dinuovo, ma sta volta non la colpisce. Fa cenno a un’altro militare di avvicinarsi, gli consegna l’arma e poi si avvicina velocemente a Francesca.

Non si fa scrupoli, non si fa problemi.

Gli sguardi si incrociano tra loro. Quello di Francesca è di puro terrore e quello dell’uomo è di determinazione, arroganza, cattiveria e sembra dire : “Ti ho beccata! Non mi puoi più scappare adesso!”

E poi l’urlo di Francesca.

La mano dell’uomo che la fissa negli occhi è entrata nelle sue mutandine, è scesa fino alla sua passerina, ha proseguito ed è andata a prendere quel maledetto sacchettino.

 

Con la stessa irruenza con cui è entrato nelle mutandine, con altrettanta irruenza ne esce.

Francesca sente la mano dell’uomo uscire e sente sulla sua passerina sfregare il sacchettino durante la risalita, durante gli ultimi momenti di libertà.

 

Prende il sacchetto tra le mani, lo apre, lo annusa, lo porge al cane.

Abbaia.

Non riabbassa nemmeno il vestitino a Francesca. Ordina.

Un ordine che ci conduce lontane dalla mia macchina.

Vedo un militare entrare al mio posto di guida e togliere l’auto dalla coda mentre noi siamo portate con la forza in un gabbiotto poco distante.

Gli occhi degli autisti, durante il nostro passaggio sono tutti puntati sui fianchi di quella ragazza con il vestitino alzato, con quel bel culetto coperto solo da uno striminzito bikini.

Quasi non si rendono conto dei militari, quasi non guardano Francesca in viso.

Un viso viola per la vergogna, con gli occhi carichi di lacrime per il nervoso e il terrore.

 

 

Entrati nel gabbiotto, non ci viene detto assolutamente nulla, veniamo posizionate davanti ad una scrivania.

Nessuna sedia dalla nostra parte.

Prima ci vengono rimosse le manette, poi gli avambracci ci vengono legati tra loro dietro la schiena e poi la rimanenza della corda viene usata per ancorarci ad un anello appeso alla parete della baracca.

I militari con dei calcetti sui piedi ci intimano poi di allargare le gambe dopodichè se ne vanno sbattendo la porta.

 

Ci troviamo quindi in una baracca che sembra un forno, fuori il sole è alto e cocente e i militari non sembrano per niente bravi.

 

– Siamo finiti nella tana del lupo. Contenta?
– Quel porco ha messo le mani nelle mie mutande. Guarda, non riesco nemmeno ad abbassarmi il vestitino adesso.

 

Dall’altra parte della scrivania una sedia c’era e dietro di essa una finestra aperta dava proprio sulla strada che avevamo appena abbandonato.

Si vedevano i militari controllare i documenti dei passanti, a volte aprire qualche baule e qualche borsa, ma tutti piano piano passavano. I cani non abbaiavano praticamente mai.

Mi veniva quindi da pensare che in questo paese le droghe sono ancora meno tollerate che in altri.

 

La porta si apre dinuovo e ad entrare sono in quattro, tra cui l’uomo che aveva ispezionato prima Francesca.

 

– Ma qui ci trattate come oggetti? Si può parlare con qualcuno. Vogliamo un avvocato.

L’uomo urla ancora, si avvicina a me, mi prende con una mano da sotto il mento. Il pollice pressa su una guancia, mentre l’indice sull’altra. Stringe finchè non apro la bocca. Mentre stringe guarda nei miei occhi, trovandoli pieni di sfida, quelli di una che non si abbassa.

Quindi mi molla e va dalla mia amica, ripetendo l’operazione.

In lei trova terrore, chiude gli occhi, chiude le gambe e le stringe tra loro.

Molla la presa anche con lei. Solo allora Francesca riapre gli occhi e l’uomo con calma e allontanandosi, fa cenno con una mano di riallargare le gambe.

Dopo aver annuito in modo agitato, riapre velocemente le gambe portandosi nuovamente in posizione.

 

Tra me e l’uomo deve essere sorta una specie di sfida.

Ora torna da me, avvicina il viso al mio e dice qualcosa di incomprensibile.

– Non capisco un cazzo di quello che dici.

Quasi gli urlo con sguardo rabbioso.

Una sua mano mi tappa la bocca spingendomi la testa contro la parete.

L’altra prende con forza il mio vestito e lo alza oltre la vita, alza ancora e scopre anche i miei seni.

L’ultima bariera dall’essere nuda è solo più il mio costumino rosso.

 

Sempre tenendomi con forza la mano stretta sulla mia bocca, l’altra si insinua dentro le mie mutandine scendendo come aveva fatto in precedenza in quelle di Francesca.

Sta volta però non trova sacchettini strani e quindi prosegue la sua corsa. Arriva al fondo della mia patatina,si ferma e poi prosegue risalendo lungo il solco del culo. Due dita si fanno spazio tra le mie chiappe seguendo tutto il solco fino a quando incontrano l’orlo posteriore delle mutandine.

Credo che in quel momento, tutti, esclusa Francesca che per il terrore aveva chiuso gli occhi, possono vedere tranquillamente la mia farfallina, visto che per perlustrare il culo, con l’avambraccio, l’uomo aveva abbassato “involontariamente” ( si fa per dire) le mutandine fino scoprire completamente il pube.

 

Non trovando niente e sempre fissandomi negli occhi, la mano ripercorre a retroso la strada toccando con arroganza, ancora una volta, il mio ano e la mia farfallina.

 

Conclusa questa sottospecie di “ispezione”ordina qualcosa ai militari i quali prontamente mi slegano.

 

Io e l’uomo continuavamo a fissarci negli occhi.

Sapeva che non sarei scappata, non senza la mia auto, i miei documenti e la mia amica.

Sapeva che era difficile piegarmi, sapeva che ero una dura.

Almeno…. Credo sia così.

 

E sempre fissandomi, mantenendo una certa distana, mi dice qualcosa ancora una volta incomprensibile.

Vedendo che non mi muovo, che non rispondo, che probabilmente non capisco.

Con alcuni gesti mi fa capire cosa vuole.

Sta volta il sangue mi gela nelle vene e lui questa volta, quando vede la mia faccia, dalle sue labbra scappa un sorriso.

 

Uno dei militari presenti, non vedendo mie reazioni, fa per avvicinarsi, ma prima l’uomo di fronte a me e qualche millesimo di secondo dopo, io, gli facciamo cenno di fermarsi.

 

.- Ho capito cosa devo fare. Siete solo dei porci.

 

Si, dei porci, almeno credo. Perchè il gesto che mi aveva fatto era veramente impossibile da non capire.

Una sua mano, andò prima al suo torace, poi impugnando i propri vestiti e scuotendo la mano, con l’altra mi indicò, poi indicò nuovamente i suoi vestiti e successivamente il pavimento.

 

E così feci.

Con calma prendo quel pezzo di stoffa che copre ormai poco di me, e con calma, arrotolato ormai sopra le mie tette, lo faccio scendere fino ai piedi.

Sempre china, sposto i piedi uscendoci da esso e prendendolo in una mano mi rialzo in piedi.

 

La sua mano si allunga verso di me ed io con calma gli consegno il mio vestito quasi a dirgli : “ora sei contento?”

Ma ovviamente contento non lo era.

Quando nota che non mi muovo più e continuo a fissarlo, si avvicina e urlandomi indica le ultime tre cose che mi restano.

– Coooosaaaa???

Quasi gli urlo.

Uno schiaffo mi arriva forte e inaspettato.

Non mi porto le mani al viso ma una lacrima mi scende dagli occhi mentre ora lo guardo con rabbia.

Sorride e si allontana nuovamente da me.

 

Francesca sembra essere in trance. Non si muove, non parla e guarda il vuoto fuori dalla finestra. Sembra che ciò che la circondi non stia succedendo in questo momento, in questo posto, proprio a me e lei. Oppure, solo a lei?

 

Ora però devo eseguire gli ordini altrimenti temo di creare solo maggiori problemi.

Calcio le infradito verso l’uomo, ed un sorrisetto spunta ancora una volta dalle sue labbra.

I militari non si muovono, non fiatano ma i loro occhi sono tutti puntati sul mio corpo.

Nessuno, ma proprio nessuno oltre il capo dei militari, mi osserva in faccia.

Solo lui non ha ancora guardato una sola volta il mio corpo.

Le mie mani vanno subito ai laccetti delle mutandine, abbasso lo sguardo per cercare di slegarle.

– Diamine, cazzo di doppionodo.

Si accorge che faccio fatica.

Dice qualcosa a bassa voce, sbuffa e sento i suoi passi.

Si avvicina, mi leva rudemente le mani dai laccetti, estrae qualcosa che luccica da dietro la schiena.

Un coltellaccio lungo almeno 20 centimenti.

Un coltellaccio che si avvicina a me.

Prende con forza il laccetto e passa la lama. Senza fare alcuna forza, quasi sfiorandolo, il laccetto si lacera e i lembi della mutandina di aprono.

Parte della mi passerina ora si rivela agli sguardi dei militari.

In breve anche l’altro laccetto viene tagliato.

Non ho il tempo nemmeno di allargare le gambe. La mutandina mi viene tolta con forza, sfregando tra le mie gambe, sfregando sulla mia passerina, scaldandola, facendola bruciare qualche secondo per la forza con cui il tessuto sfrega su di essa.

Mi ritrovo involontariamente con la bocca aperta, le braccia a mezz’aria a guardare quel pezzo di stoffa ormai “straccia” che si allontana da me e va a posarsi con il resto delle mie cose sul piano della scrivania.

 

Ora non chiede più l’uomo.

Ora non ordina più.

Si avvicina nuovamente a me e fissandomi negli occhi, prende il laccio che passa dietro al mio collo. Il laccio che sostiene alte le mie tette.

Lo prende tra due dita, lo tende allontanandolo dal mio corpo e la lama passa nuovamente e taglia.

Le mie tette vengono così rilasciate e la forza di gravità le spinge verso il basso e con esse, anche i due triangolini del che stavano a reggerle, cadono e cadono oltre , fino sotto ad esse lasciando libera visuale dei miei capezzoli a tutti i presenti.

Noncurante, come niente fosse, l’uomo passa alle mie spalle e taglia via l’ultimo laccetto liberandomi anche dall’ultimo indumento che avevo addosso.

 

Ora sono solo più io, nuda, la mia passerina depilata, le mie grosse tette, i miei capezzoli con le aureole scure, tutto il mio corpicino depilato e tanto abbronzato per il sole preso in questa vacanza.

Tutto il mio corpo, reso ancora più soffice e morbido dalle creme che uso tutti i giorni.

Tutto questo a disposizione di mani rudi e sadiche di sconosciuti.

 

Nuda mi legarono nuovamente alla parete, sta volta però le mani vennero legate tra loro ed il gancio a cui venni bloccata era molto più alto.

Tirarono la corda fino a quando il mio corpo non fù tutto disteso e a contatto con la parete. Non stavo in punta di piedi, ma quasi. I miei talloni toccavano terra ma il peso concentrato su di essi era scarso. Il peso maggiore era concentrato sui miei polsi e le mie mani attaccate alle corde per non sentire male.

Rivolta verso la stanza potevo vedere tutto e tutti potevano vedere me. Vedere tutto di me.

 

Ora però al centro delle attenzioni c’era Francesca.

Lei però non sfidò nessuno con lo sguardo ed in effetti il trattameno è stato notevolmente diverso.

L’uomo che abusò “mentalmente” di me, ordinò ad un suo sottoposto qualcosa.

Il ragazzo, presumo il più giovane tra tutti guardandoli velocemente in viso, suppongo sia stato anche più giovane di noi ragazze.

Si avvicina a Francesca, la slega e poi si vede l’agitazione ma anche una sorta di libido nei suoi occhi mentre inizia a spogliarla.

Le mani sono rudi e prive di qualunque delicatezza, i vestiti vengono tolti con furia, il reggiseno viene persino strappato, perchè il nodo non si apriva.

 

Viene quindi legata nella mia stessa posizione, nella mia stessa parete, come prima al mio fianco.

I nostri abiti vengono quindi ispezionati.

Controllano le cuciture, tastano i risvolti e il bikini di Francesca viene letteralmente reso a brandelli perchè era un modello leggermente imbottito.

Suppongo, tutto questo avviene, perchè sono alla ricerca di altro ipotetico materiale “illegale”.

 

Dopo una decina di minuti, durante i quali, il capo scruta l’operato dei suoi sottoposti, non viene riscontrato niente di anomalo in essi.

 

I vestiti vengono quindi messi in una borsa e portati via da uno dei militari.

In sta baracca il caldo è atroce, questi uomini in camicia mimetica, berretto e pantaloni lunghi sembrano non patirlo mentre sia io che Francesca siamo un brodo di sudore.

Deve essere un bello spettacolo per i presenti, due ragazze formose, tutte nude, legate e con tutto il corpo umido che risplende con i raggi che entrano dalla finestra aperta.

 

Infine sempre il ragazzo giovane riceve nuovamente comandi e Francesca viene slegata.

Così com’è, scalza e completamente nuda, viene portata fuori dalla baracca, non so dove, non so perchè.

– Cosa le state facendo? Dove la portate? Ora cosa cazzo ci volete fare?

La paura in effetti mi invade e qui non siamo assolutamente trattate da persone civili.

Sembra che qui i trasgressori possano essere trattati come meglio si vuole ed i problemi di etica, morale, ecc, non esistono!

 

L’uomo impartisce ancora qualche comando e la baracca si svuota dagli altri due militari rimasti.

 

Si avvicina a me, serio e sempre fissandomi negli occhi torna a stringermi le guance ed il mento. Poi la faccia mi viene spinta indietro, il capo va a toccare la parete della baracca e con la mano libera inserisce due dita nella mia bocca aperta a forza. Tocca la mia lingua e scende fino alla mia gola.

Quando inizio a sentire l’intrusione e la voglia di vomitare, tossisco e faccio grugniti strani.

Sentita la mia reazione alla sua intrusione esce dalla mia bocca e si stacca da me.

Dice qualcosa di incomprensibile e se ne va anche lui.

 

Ora sono sola, al caldo piu torrido, prima di uscire ha socchiuso la finesta e chiuso a chiave la porta.

Il caldo aumenta ogni minuto di più, mi sento arrostire chiusa qui dentro ma qualcosa mi preoccupa ancora di più del caldo, dei militari, dell’essere legata, dell’essere nuda e della mia amica che non so che fine abbia fatto.

 

Sono fradicia.

Ma quello che cola tra le gambe, non è affatto sudore.

 

Tutto questo caldo mi mette addosso stanchezza, le braccia mi iniziano a dolere ed il corpo inizia a farsi pesante.

Credo dopo due o forse tre ore, il pomeriggio è verso la fine e con esso anche il caldo inizia a calare.

Poco dopo che cala leggermente il caldo, dalla finestra socchiusa inizia ad entrare una leggera brezza che sembra darmi dinuovo vita, ossigeno, e un po di fresco che mi attraversa.

Un fresco che mi fa crollare nel sonno piu profondo, appesa ancora per i polsi a quelle corde maledette.

 

Un colpo, forse una piccola esplosione, arrivava dall’esterno della baracca.

Quel colpo mi ha svegliata, ma quando ho aperto gli occhi, non vedevo più.

Il buio è calato e l’unica luce che posso intravedere è quella filtrata dalla finestra semichiusa.

Ora però la brezza che entra da essa è gelida ed il mio corpo freddo come un ghiacciolo.

Il caldo, il sudore che bagnava il mio corpo sono stati sostituiti.

Pelle d’oca, tutto il sudore si è asciugato lasciando spazio ad un senso di “appicicaticcio”. Ed ancora più “appicicaticcio” è quello che sento tra le gambe.

Caldo prima, freddo ora, la parete su cui sono appoggiata ora è fredda, muovo le gambe e appena le apro l’ultimo caldo rimasto tra esse scompare.

Una leggera brezza entra, sembra scavare tra esse e risalire.

Sale, sale dov’è bagnato, sale dov’è ancora caldo e come una miccia, fa scaturire un’esplosione.

Esplodono i miei sensi, la mia testa, il mio spirito esibizionista è stato soddisfatto?

Quante volte mi sono masturbata pensando di essere rapita e spogliata in mezzo a mille persone.

Ed ora? Sono qui. Nuda e le mie gambe fremono mentre la mia figa spruzza il suo nettare.

 

Si. Sono venuta. Un po di brezza notturna, mi ha fatto venire peggio di una lingua che mi scava tra le labbra della mia patatina, che mi penetra, che mi fotte, che mi picchia il clitoride.

Il fatto, poi, che non mi possa minimamente toccare, ed anzi, chiunque passi possa farlo, possa vedermi, usarmi, abusarmi e quant’altro, mi fa sbrodolare come una pazza.

 

In questo stato mi riaddormento, i polsi ormai non li sento più, ma se solo provo a muovermi il dolore mi fa urlare, eppure in questo stato crollo nel sonno.

Chissà Francesca.

 

La chiave gira nella serratura, una, due, tre volte, la porta si spalanca e la luce entra furiosa nella stanza.

Una, due, tre, quattro e poi cinque ombre, oscurano per pochi istanti la luce che mi acceca.

 

Due mani forti e grandi, mi prendono sotto le ascelle e mi alzano di peso, mentre altre due, mi slegano i polsi facendomi quasi piangere dal male.

Me li muovono tra le loro mani, li massaggiano e poi li lasciano cadere lungo i miei fianchi.

Una mano prende il mio viso ora basso, lo prende dal mento e lo alza.

Quell’uomo. È tornato a prendermi dopo avermi piegato.

Il capo dei militari è davanti a me che sorride con il mio viso tenuto su dalla sua mano.

– Ho sete, ho fame. Devo andare in bagno. Dov’è Francesca?

Così come sono, anche io completamente nuda e scalza esco dalla baracca sotto il sole cocente di un nuovo giorno.

Le macchine sono in coda e tutte vengono controllate una alla volta, mentre io cammino nuda con i militari in una strada sterrata che ci porta lontani dall’accampamento.

Mi tengono legata per gli avambracci, tenuti stretti dietro la schiena. Mi portano a spasso tirata da una corda legata in vita, a testa bassa seguo il capo, mentre gli altri stanno alle mie spalle.

Li immagino guardare quella ragazza, che poi sarei io, camminare tutta nuda, con quel corpo da favola che in migliaia hanno visto in abiti succinti per più sabati sera in varie discoteche del nord.

Quel corpo che tanti hanno desiderato, che tanti ammirano e che tanti altri guardano dalle mie foto su internet, su facebook, sui siti e le locandine delle discoteche e che in tanti sognano.

In tanti mi hanno desiderato, in tanti si sono dichiarati, in tanti hanno chiesto dove abito, dove studio, il mio numero di telefono e sono stati pochi, ma veramente pochi a riuscire a possedermi e quei pochi non li ho scelti nella mischia o tra i miei fan, ma me li sono conquistati.

In serate qualunque, fuori dai locali dove ballo, fuori dai posti conosciuti, come una ragazza qualunque, con vestiti qualunque e non succinti, ho dato il meglio di me per poterli conquistare.

 

Ora invece, sono qui.

Ora invece, chiunque può fare di me ciò che desidera.

 

Entriamo in una zona boschiva dove finalmente il sole mi lascia respirare. Non riesco ad adattarmi al fatto che sia nuda, in mezzo a tutti sti uomini, all’aria aperta dove chiunque possa vedermi.

Eppure per questa strada sterrata non passa nessuno. Questa strada è deserta.

I miei piedi iniziarono a fare male almeno venti minuti prima di scorgere un edificio in mezzo alla vegetazione.

Quell’edificio è pieno di guardie armate.

Una massiccia e alta recinzione circonda quello che deve essere la “base” dei militari.

Al nostro arrivo un cancello si apre, due guardie escono e prendono dalle mani del nosto “capo” quelli che ho riconosciuto come miei documenti, dopodichè, sempre il “capo”, tira la corda che ho in vita, obbligandomi a marciare più svelta all’interno del cortile ghiaioso.

È stato un vero inferno per i miei piedi. Quei ciotoli maledetti, un male atroce e per di più con le falcate ampie per stare al passo, quei ciotoli sembrano entrarmi nelle carni.

Poi finalmente una scalinata, ed infine un’entrata.

Tutti, ma proprio tutti, al mio passaggio si girano, mi guardano, mi desiderano.

L’unico era sempre lui, il “capo” che non mi degnava di sguardo.

 

Entrati, ci attende un lungo e ampio corridoio che percorriamo dall’inizio, alla fine.

Entriamo esattamente nell’ultima porta di questo corridoio.

Mi slegano e mi posizionano davanti un’altra scrivania, anche questa senza sedie dalla mia parte.

Il “capo” si siede su una poltrona vicino la scrivania e per la prima volta sembra fermarsi a scrutare il mio corpo.

Mai come adesso mi sono sentita così nuda. Nemmeno davanti a tutti i militari che ho incontrato.

 

Sembra mi stia scopando usando solamente lo sguardo.

Per la prima volta, mi sento realmente osservata e questo sguardo va oltre al mio esibizionismo, va oltre cosa potevo credere possibile.

Mi imbarazza.

L’istinto mi fa chiudere le gambe. Un suo urlo mi è bastato a farmele riaprire e dargli libera visuale della mia patatina che torna inesorabilmente a bagnarsi.

 

Poi la porta si apre di scatto, l’uomo scatta in piedi e si mette sull’attenti.

Davanti a lui, quasi senza degnarlo di uno sguardo passa un’uomo ancora più grosso e robusto.

Un uomo enorme che tiene in mano i miei documenti.

Li butta sulla scrivania, come fossero pezzi inutili di plastica e poi si siede poggiando i piedi su di essa.

Prende da un cassetto un grosso sigaro, con una macchinetta, una specie di piccola ghigliottina, ne taglia via una piccola parte e dopo averlo messo tra i denti, mi fissa tra le gambe e preso un grosso accendino a kerosene inizia a riempire la stanza di fumo e uno strano odore.

 

Per la prima volta da quando ho passato l’ultima frontiera, sento dire poche ma nitide parole in italiano.

– Tu e tua amica, droga. Qui no droga.

Sentendo che parla italiano, mi muovo, lascio la posizione assegnatami e mi avvicino alla scrivania.

– Senta, signore, la prego, qui c’è uno sbaglio! Noi.. Noi nonn…. Aaaahhhh!!

Urlo!

Quando sto per appoggiare le mani su di essa, il mio aguzzino, si alza dalla poltrona e dopo avermi raggiunto mi afferra dietro la nuca per i capelli.

Mi allontana con forza e poi guardandomi in faccia urla qualcosa e mi costringe con la testa reclinata all’indietro, a piegarmi ad andare giù, a scendere fino ad inginocchiarmi sul freddo e liscio pavimento e come se non bastasse, come a rimarcare il suo dominio su di me, con dei calcetti mi fa allargare nuovamente le gambe e poi mi posiziona le mani dietro la schiena, questa volta legando gli avambracci tra loro.

– Ora zitta. Ascolta.

Dalla posizione in cui mi trovo ora, intravedo solo più il suo sguardo e parte del sigaro che sbuca fumante.

– Tu e tua amica droga! Qui no piace droga! Passare da nostro paese per vendere in altro paese.

Prende una pausa per aspirare comodamente il sigaro gustandoselo, lo estrae dalla bocca, lo guarda e sputa il fumo sulla testa incandescente.

– Qui chi ha droga . Punito . Uomini, donne, tutti puniti. Ora scegli. Devi pagare.

Fuma ancora, quasi disinteressato dalla conversazione, quasi con disinteresse davanti a una piaccente ragazza legata, nuda e inginocchiata di fronte a lui. Una ragazza il cui destino pende solo da che cosa comanderà finita la discussione.

– Decidi per libera tu. Tua amica scelto ieri.

Quasi sottovoce, a testa bassa, domando con timore :

– chh.. ch.. cosa devo fare?

– Hai soldi? Paga

E prosegue con la lista.

– No hai soldi? Lavoro

– No vole lavora? Diverso. Dovere parlare io tu.

Al chè rispondo con le mie domande.

– Quanto? Pagare…

Sorride.

– decimilia euoro.

Diecimila euro! Questi sono pazzi! Allora proviamo con la seconda…

– Lavoro?

– Dovere lavorare sei mese tuti giorno.

Tutti i giorni per 6 mesi ai lavori forzati. Ottimo. Di bene in meglio, per un merdoso sacchetto di fumo che in italia mi avrebbero punito con una semplice multa.

– Tu non sapere. Ma tanti voi venire a prendere droghe e portare in europa e passare qui.. e fare problemi tutti giorni. Qui basta droghe. Dire tu a amici. Tu vedere cosa succede se venire con droghe qui.

Ed io ormai terrorizzata, sapendo che le punizioni inflitte sono esemplari per appunto far cessare questo continuo vai e vieni di corrieri della droga, mi limito a chiedere l’ultima opzione.

– Se non voglio lavorare?

Entrambi gli uomini si mettono a ridere.

– Donna. Tutta donna chiede non lavorare ma poi paura.

A quel punto lascia il sigaro nel posacenere e alzandosi, fa cenno anche all’altro uomo di avvicinarsi.

Si posiziona davanti a me, china il busto verso il mio viso, con una delle sue immense mani, impugna i miei capelli da dietro la nuca e tirandoli con forza indietro, mi costringe a reclinare il capo puntando quindi il viso verso l’alto. A questo punto la mia e la sua bocca sono a pochi millimetri e sento distintamente il suo alito carico di fumo.

Intanto sento il mio aguzzino arrivare alle mie spalle e fermarsi ad osservare la scena dall’alto.

– Se no vole lavoro. Solo donna potere fare altro. Se brava tu, andare via prima. Se tu no brava, stare tanto.

Ormai non ci vuole un genio a capire cosa vogliono, sopratutto essendo uomini ed essendo una cosa che possono solo fare le donne.

 

– Ora tu decidere o vai prigione per uno ano.

Che belle prerogative per il futuro!

 

In ogni caso sarei piegata e forzata a fare qualcosa che non vorrei.

Di pagare, neanche per sogno. In banca ci sono solo più 200 euro che avremmo dovuto usare la prossima settimana, per stare da alcune nostre amiche al mare, in italia.

Chiedere aiuto? Mi sembra al quanto impossibile.

Lavorare? Direi che lavorare la terra, lavare e pulire e non fermarsi mai, sarebbe per me quasi un suicidio visto come sono delicata.

 

Ed ora rimane l’ultima alternativa.

Ma che in realtà di alternative, non ne esistono ulteriori.

 

– Come faccio ad essere brava?

 

I due bestioni iniziano a ridere.

Io inizio a tremare.

 

– Brava. Tu e tua amica volere fare brava.

Dopo questa conferma so cosa sta succedendo anche a lei.

 

Ma purtroppo il tempo di pensare è veramente poco e per capire cosa debba fare, per fare la brava, non è complicato quando l’omone che ho di fronte inizia a calarsi i pantaloni mimetici.

 

 

 

Il cazzo grosso e nodoso, mi si presentò con irruenza, uscendo dalle mutande ed andandosi a poggiare bruscamente sulla mia faccia.

Da dietro, nel frattempo, sentii altri calzoni cadere a terra, scarpe calciate lontane e altri indumenti essere buttati a terra.

Mentre l’uomo davanti a me, che presumo sia il “generale” delle truppe, dopo avermi messo il cazzo in bocca, continua a togliersi i vestiti, alle mie spalle il respiro del “capo” si avvicina ad un mio orecchio.

Finalmente anche lui dice qualcosa in italiano.

Una parola sola, che non mi aspettavo proprio di sentire.

– Tor…. Troia.

E mentre una sua mano scende tra le mie gambe, iniziando a toccare rudemente la mia patatina, con l’altra mano spinge la mia testa sul gigantesco cazzo del “generale”.

Sembra di affogare con quel coso in bocca. Ad ogni affondo, si va ad incastrare nella mia gola provocandomi conati di vomito.

Ma un’altra funzione imprevista di quel cazzo, era quella di azzittire le mie urla.

La mano del “capo” dopo aver tastato rudemente la mia figa umidiccia, riscontrando tali umori, ha appunto deciso di farmi urlare penetrandomi con due dita in modo violento.

Gli ululati attutiti dal cazzo, devono essere piaciuti a tal punto che volle provare ancora, volle farmi ululare ancora.

Ma questa volta nessun suono è uscito dalla mia bocca, nemmeno quando, dopo avermi cinto la vita, inizia a masturbarmi con forza, uscendo ed entrando freneticamente.

Non uscì nessun suono dalla mia bocca, solo bava.

Infatti, il “generale” si è amorevolmente aggrappato ai miei capelli e ha deciso di affondare energicamente nella mia gola. Entra ed esce con forza ed a ogni affondo, tira la mia testa a sè con violenza.

Probabilmente, vista l’impossibilità di usare il cazzo su di me anche da parte del “capo”, mi cambiano posizione.

Prima spostano la poltrona al centro della stanza e dopo, prendendomi di peso da terra, mi ci fanno inginocchiare sopra. Il culo è messo che sporga bene in fuori, mentre il busto è appoggiato allo schienale nella parte immediatamente sotto le tette, in modo che possano strizzarle a loro piacimento. Difatti così è stato.

Il “generale”, dopo aver ripreso possesso della mia bocca, prende possesso anche delle mie tette e con le mani, inizia a stringerle, spremerle, torcerle, tirarle, prende i capezzoli tra le unghie e poi torna a stringere a piene mani.

 

Le mie fantasie notturne, nei momenti di solitudine, mi hanno sempre portato a scene estreme, dove più uomini mi usavano. Ma mai avevo immaginato questa brutalità, eppure qualcosa nel mio cervello era partito.

Il mio cuore è a mille, la pressione quindi alle stelle, il volto sembra mi stia per scoppiare, lo sento caldissimo. Ma cosa ancora più assurda, sento caldo in altri posti.

Uno in particolare.

Quando il “capo” mi penetra la patata con violenza, urlo… ma non solo per il dolore.

I due uomini confabulano tra loro, sono voci stupite, poi qualche ordine incomprensibile da parte del “generale”.

Un posto in particolare era appunto “caldo”.

La mia patatina, quando ricevette il cazzo, il mio urlo fù di spavento più che di dolore. Ma più di tutto, urlai perchè finalmente quell’uomo mi riempiva, mi faceva sua, mi fotteva.

Ora lo so, dentro di me, non aspettavo altro.

 

In effetti è grosso quell’arnese che scava nella mia patata, ma mai quanto l’altro che risiede nella mia gola.

Il “capo” prende a scoparmi come un indemoniato, quando sprofonda in me, attira il mio bacino a se, cercando ogni volta di penetrarmi quel millimetro in più, facendomi sua quel poco di più.

È una furia e così facendo, detta anche il ritmo del pompino che sto eseguendo.

Il “generale” ormai si gusta il servizietto stando fermo e guardando la mia faccia e le smorfie che faccio per la scopata ricevuta.

Dal canto mio, la voglia di fare pipì è però troppa. Come mi stà sbattendo la passerina, non resisto e ogni tanto me ne scappa un poco bagnandomi le cosce.

 

Ad un certo punto però, il “capo” disse qualcosa, con il fiato corto si stacca da me.

Il “generale” invece non dice niente e mentre io ero intenta a pompare il suo cazzo, si stacca da me con noncuranza.

Lo vedo andare alle mie spalle, e solo quando il “capo” si presenta davanti a me, capisco tutto.

Faccio per spostarmi, per allontanarmi. Quel cazzone non ci entra nella mia patatina.

– No cazzo. È troppo grosso. Mi fai male dai ti prego.

– Tu no brava? Tu vuole lavoro ? O vuole fare brava? Tua amica fatto brava sai?

Quindi Francesca. Si è presa sto cazzone assurdo?

 

Non ho nuovamente il tempo di pensare. Il “capo” mi prende per i capelli e inizia a fottere la mia bocca con forza.

Mi sbatacchia la testa qua e là, mi entra ed esce con foga, quasi non respiro.

Mentre sono distratta dal cazzo in bocca, l’altro inizia a farsi sentire contro la figa.

Prima è solo un tocco leggero, poi sempre piu pesante, sempre più presente.

Le grandi labbra iniziano a fare spazio a quel bisonte che non domanda permesso e poi, inizia ad entrare, piano, ma senza mai fermarsi, le carni della mia patatina iniziano a tendersi al massimo, iniziano ad accusare di quella grossa bestia che si fa strada dentro di lei e poi ancora, ancora, fino a quando lo sento tutto dentro, fino in fondo.

Ma poi il terrore, mentre il “capo” continua a sfogarsi nella mia bocca, il bestione alle mie spalle, decide di spingere ulteriormente.

Inizio a lamentarmi seriamente, inizio a temere seriamente, ma quel bestione non ne vuole sapere di fermare la sua corsa. Muovo il bacino, cerco di inarcare la schiena per allontanarmi da esso, ma due mani forti ed energiche fermano il mio bacino, lo attraggono verso il cazzo anzi.

Urlo con il cazzo in bocca, ulro mentre i due cazzi affondano sempre più in me ma poi urlo come una pazza per una cosa improvvisa, inattesa.

Il “capo” mentre continuavo ad urlare, presa una grossa penna dalla scrivania alle sue spalle, dopo averla passata nella sua bocca, con violenza inaudita me la pianta nel culetto ancora vergine.

Non me ne accorsi quasi. Piantandomi la penna nel culo, involontariamente, forse per scappare dalla penetrazione, spingo indietro il bacino e mi pianto dentro il cazzone del “generale”. Tutto di un colpo, il cazzone mi entra nella passerina fino alle palle.

In quell’istante in cui realizzo tutto, ormai non c’è piu scampo.

Il “capo” ormai allo stremo, dopo avermi tappato il naso, si scarica nella mia bocca obbligandomi a bere tutto, dopodichè, aiuta il generale a portarmi alla scrivania.

Mi mettono in piedi davanti ad essa, mi allargano prima le gambe e poi mi fanno piegare il busto su di essa.

Il “generale”, prima di tornare a sfondarmi la patatina mi prende per i capelli e dopo aver premuto bene la mia faccia sui suoi documenti, con un colpo secco di reni mi è ancora dentro per più di metà.

Urlo, ma non è niente in confronto a quando toglie la penna dal mio culo e la sostituisce con il suo pollice enorme.

 

Mentre il pollice sprofonda nel mio culetto dolorante, il cazzo inizia a fare avanti e indietro, avanti e indietro sbattendomi come una troia.

Si troia. Il termine usato prima dal “capo” che ora si è seduto sulla sedia di fronte a me e si gusta la scena guardando copiose, le mie lacrime, bagnare tutti i documenti.

 

Il “generale” è una furia, mi sbatte a lungo, tenendo costantemente il pollice dentro al mio culo.

Ogni tanto si limita solamente a estrarlo e infilarlo nuovamente all’interno, facendomi urlare ancora. Temo però, dall’odore che sento quando lo estrae, che si sia accorto che devo fare la cacca. Forse è per quello che non mi hanno ancora scopato il culo.

 

Finalmente, dopo un tempo interminabile, il suo respiro si fa forte, affannato, movimenti scoordinati, più volte si pianta dolorosamente più profondamente possibile nella mia patatina e poi, tirandomi dalla testa mi sbatte a terra. Mi prende poi dai capelli e indirizza la faccia sul suo cazzo.

Pensai di dover sorbire un’altra bevuta ed invece dopo un grugnito preme il suo cazzo vicino al mio naso, sotto all’occhio destro e poi inizia ad inondarmi cercando di spargere il seme sulla mia faccia.

 

Finito di sborrare con il cazzo spalma bene il suo seme sul mio volto e poi mi invita a pulirgli il cazzo.

 

 

I due uomini infine si rivestono, lasciandomi stremata sul pavimento.

Quando poi decidono di uscire, il “capo” torna a prendermi.

Mi alza tirandomi ancora per i capelli e poi sempre tenendomi da essi mi porta fuori dalla stanza.

Iniziamo dinuovo a camminare.

Il mio culo brucia e fa male, la mia patatina invece non la sento manco più. In bocca ho solo guso di sperma e la faccia è tutta appicicaticcia.

 

Non ho ancora bevuto, ne mangiato, devo fare la pipì e devo pure fare la cacca. Non resisto piu.

Continuiamo a camminare, scendiamo delle scale, tante scale.

Qui sotto è freddo, sento gente parlare, ridere.

Sento rumore di porte di ferro ma essendo tirata per i capelli, non riesco a vedere niente. Poi finalmente mi è concesso di tirarmi su.

Quello che vedo però non mi piace.

Solo due celle divise dalle sbarre.

Una è piena di uomini poco raccomandabili e da brutte cicatrici in viso.

L’altra invece, ci sono due ragazzi, sembrano giovani e tutti e due dormono a terra, tutti e due sono nudi.

Fa per aprire la cella piena e guarda il mio volto terrorizzato mentre vedo quello libidinoso dei carcerati.

Poi si ferma e ridendo apre con decisione quella dove ci sono i due ragazzi.

Mi porta all’interno di essa, prima mi slega le mani e poi le ammanetta alle sbarre.

Mi ammanetta in piedi, alle sbarre che danno sul corridoio ma troppo vicino alla cella affianco. Se allungano le mani, hanno pieno accesso al mio corpo.

Poi mi prende i piedi, li allarga e ammanetta anche quelli alle sbarre.

I due ragazzi continuano a dormire, mentre gli altri uomini sono tutti fermi a guardarmi ma non osano moversi.

Poi il “capo” esce dalla cella, ma rientra poco dopo con un secchio in mano.

Probabilmente, dal dito sporco di cacca del “generale” e dalla pipì che mi sono fatta addosso mentre mi scopavano, deve aver capito i miei bisogni.

 

Lo guardo, esce dalla cella ma lascia la porta aperta.

Si accuccia di fronte a me, indica il secchio e poi indica me.

Non resisto oltre e dopo essermi accovacciata per quanto possibile viste le manette, mi svuoto.

Pipì e cacca escono praticamente in contemporanea. Ne faccio tanta, ma proprio tanta.

I vicini di cella ora mi guardano con ribrezzo e alla puzza emanata dalla mia cacca, si allontanano tutti.

L’unico impassibile è il “capo” che si limita solamente a ridere della reazione avuta dagli altri occupanti.

Intanto per la stessa puzza, anche i due ragazzi si svegliano e davanti a tale scena spalancano gli occhi.

Quando vedono la cella aperta però, si immaginano liberi. Corrono verso l’uscita ma subito davanti a loro si para il “capo”.

A quella vista i ragazzi scappano terrorizzati al fondo della cella e non osano più muoversi. Si limitano solamente a vedere me defecare.

Finiti i miei bisogni, il capo prende il secchio, lo porta via lasciando nuovamente la cella aperta.

Passano forse 5 secondi e lo vedo tornare con un’altro secchio, diverso e con in mano una spugna.

Entra nella cella, si posiziona dietro di me e mi obbliga nuovamente a chinarmi.

Immerge la spugna nel secchio e quando la estrae è imbevuta di qualche liquido che presto risulta essere profumato.

Mi lava asportando tutti i residui anche del rapporto di prima.

Inizia lavandomi il viso dalla sborra del “generale” e poi passa alla patatina ed al culo lavandoli con forza ed eliminando tutto lo sporco.

Concluso ciò, esce, lancia l’acqua del secchio in una grata poco distante e torna posizionandola nuovamente tra le mie gambe.

Ora però, quando esce, chiude la cella e sta volta se ne va, lasciandomi in balia di tutti quegli uomini che come per magia si avvicinano tutti .

 

Gli unici un po increduli e rimasti a distanza sono i due ragazzi della mia cella, forse per paura dei “vicini” o di un’ulteriore visita del “capo” hanno timore nell’avvicinarsi a quella ragazza poco più grande di loro, anche lei completamente nuda.

 

 

Chissà dove si trova Francesca.

Da quando l’hanno portata via la prima volta, nella baracca, non l’ho mai più vista.

Chissà se sta bene.

– Ahhhiaaa! Stronzo!

– Hahahaha.

Anche loro parlano questa lingua incomprensibile, difatti dopo aver riso per il pizzicotto datomi su una chiappa, uno di loro iniziò a parlarmi in modo incomprensibile.

Almeno riuscissi a capire che lingua sia. Anche la cartina era nella loro lingua ed anche il cartello alla frontiera.

– Ma dove diavolo sono finita. Qui la gente è pazza.

 

Sta volta le mani sono molteplici. Mi prendono e mi attirano verso le sbarre che dividono le celle.

Mentre mi tengono per un ginocchio e per un braccio, una mano si fa strada tra le mie gambe, trova la mia passerina e rudemente la tasta, la schiaccia senza una meta precisa, ma poi, quando trova l’entrata.

– Aaaaaaa!!!! Cazzooooo!!! Brutti maialiiii!!!

Le dita entrano con prepotenza, scavano toccano e spingono sempre più a fondo.

Come se non bastasse la mano che prima mi teneva il braccio, ora si è ancorata alla mia tetta e la strizza con forza.

Cerco di scappare dalla loro presa ma è praticamente impossibile. Mi fanno male, non riesco a togliermi e poi un’altra mano.

– Sto bastardo. Ahiahhhh vai a scopare il culo a tua madre.. Togli quelle dita da li.. cazzo che male!!

Il bastardo è andato a piantarmi un dito nel culo, poi non contento, ne ha messe due, entra ed esce entra ed esce e la stessa cosa la fanno anche le dita nella patatina.

– Ohhmioooddiooo… Bastaaa….

Le dita nel culo, sopratutto, sono le più dolorose e violente. Sembra che solo perchè sono nel mio culo, possano farlo con più forza.

Ma un’altra volta, tutta sta violenza, tutte queste mani, tutte queste persone.

Mi stò piano piano eccitando ancora e poi, quella maledetta mano che scava nel mio culo, mi fa un’effetto strano.

 

In mezzo a tutta questa foga però, nessuno si accorge del secchio che viene rimosso dal mezzo delle mie gambe, nessuno si accorge che viene alzato in aria e nessuno si rende conto che come una furia si stà per abbattere su quelle braccia che violentano il mio corpo.

 

Solo urla, dolore.

Solo questo succede ai vicini di cella, solo dopo essersi presi una secchiata sulle braccia, si rendono conto che uno dei due ragazzi alle mie spalle, ha iniziato a proteggermi.

Almeno credo.

 

 

Sento il secchio posarsi nuovamente a terra, strusciare, tornando tra le mie gambe.

Con fatica, data la posizione, cerco di guardarmi alle spalle e capire quale dei due ragazzi sia il mio “salvatore”.

Quando lo guardo, mi sorride, mentre con una mano carezza leggermente la mia schiena, vedo che con l’altra copre in malomodo una prepotente erezione. Restituisco il sorriso e mi concentro sui vicini di cella, guardando che non provino più a toccarmi.

 

Finalmente, dopo parecchio tempo passato a fissarli, mi pare, abbiano capito la lezione e non ho più notato alcun tentativo di toccarmi nuovamente. Invece i due ragazzi, sembrano essersi adattati alla mia presenza, non tentano alcuna comunicazione, non mi toccano, non mi guardano nemmeno. Immagino siano terrorizzati e chissà se anche loro sono qui in cella per il mio stesso motivo.

 

Ticchettio.

Si, ne sono sicura. Sento un ticchettio molto lontano, un ticchettio sempre piu forte, un ticchettio sempre più vicino.

Finchè il suono non è nitido, ho dubbi riguardo la provenienza, ma poi ne sono certa.

Sono tacchi. Tacchi di scarpe. Scarpe da donna.

 

Francesca?

 

Quando però vedo arrivare la donna, non è affatto Francesca.

Sguardo freddo, determinato e quasi arrogante.

Gli stivali, sono come quelli che uso in discoteca per ballare e mai e poi mai ci andrei in giro. Prima di tutto perchè mi romperei una gamba nel caso prendessi una storta e secondo ma non meno importante, sono alti fino alle ginocchia ed essendo in simil-plastica, tengono un caldo pazzesco!

 

Alla vista di questa donna, la mia mente etichetta questo posto con un solo e singolo nome : Manicomio!

 

Infatti, sopra quei tacchi, salendo lungo le gambe, dove quegli stivali neri e lucidi terminano, iniziano delle calze a rete anchesse nere ed a maglia larga. Calze a rete che poco sopra il ginocchio terminano merlettate sempre in nero.

Salendo ancora, la pelle è liscia e libera da altri indumenti fino in vita. Nessuna gonna, nessun tipo di pantalone, ma solo una mutandina aderente anch’essa nero-lucida come gli stivali.

Salendo ancora più su, i pettorali sono ben definiti e privi anch’essi di indumenti che li coprono, mentre ai fianchi, le mani e gli avambracci della donna, sono fasciati da guanti nuovamente neri-lucidi.

In una mano tiene una sacca, aperta da cui si intravede all’interno degli scarponi e quella che deve essere la sua divisa militare.

Poi salendo ancora, due maestosi seni di cui non saprei definire la taglia ma sicuramente grossi abbastanza, sono trattenuti in una fascia elasticizzata rossa fuoco che termina poco sopra i suoi capezzoli.

Altrettanto rosso fuoco, è il rossetto alla sua bocca ed un trucco pesante e nero, riempie le palpebre.

 

Infine i capelli sono raccolti in una coda di cavallo che rende la donna ancora più imponente.

 

Questa figura mi crea ancora più timori dei militari, del “capo” e del “generale” che mi hanno letteralmente sfondato la patatina.

 

Raggiunge le celle, non degna di sguardo quella piena di uomini, non degna di sguardo nemmeno i due ragazzi alle mie spalle e si posiziona di fronte a me, fuori dalla cella, fissandomi negli occhi.

Il suo sguardo è troppo pesante da sostenere, dopo qualche secondo abbasso gli occhi.

Immediatamente dopo aver abbassato lo sguardo, il borsone cade a terra, mentre la mano passa tra le sbarre, dalla mano chiusa a pugno, due dita si distendono, si allungano sotto il mio mento. Si appoggiano ad esso e con una leggera forza, spingendo verso l’alto, mi intimano di alzare il volto.

Torno a guardare la donna, torno a guardare quegli occhi gelidi e tenebrosi.

Se gli uomini sono stati cattivi, questa deve essere l’incarnazione in persona del demonio che nel tempo libero viene a divertirsi con le anime dannate.

Le dita si richiudono nel pugno, la mano esce dalle sbarre ed il mio mento rimane alto, come lo sguardo, perso nei suoi occhi.

 

Ora è il suo sguardo ad abbassarsi assieme al suo viso che con calma si inclina da un lato, verso la sua spalla destra. Ma non è un’arresa, è solamente scesa a scrutare il mio corpo, il mio seno, la mia pancia, la mia vulva ancora arrossata e le mie cosce.

Poi rialzando lo sguardo, mentre una mano inizia ad avvicinarsi a me, piega il capo nell’altro senso, verso l’altra spalla.

La mano raggiunge il mio collo, lo tasta e poi con le dita unite tra loro, scende tenendo il contatto costante con la mia pelle, scende nell’incavo tra i seni. Facendosi spazio tra essi scende ancora, passa sulla mia pancetta accennata e quando il suo polso è troppo piegato, rotea la mano e sempre mantenendo il contatto, continua la sua discesa fino alla mia patatina. Con tocco deciso e duro, al passaggio su di essa, le grandi labbra si aprono, lasciando che la mano continui il suo percorso.

 

Il mio corpo a quel punto ha un fremito, non so se per fastidio, paura o eccitazione ma ben presto ho nuovamente la pelle d’oca.

 

La mano però non ferma la sua cosa e oltrepassata la mia patatina, raggiunge l’incavo delle mie chiappe. Anche qui, la mano è forte e decisa, ed io, senza fare alcuna resistenza, lascio che la mano abbia libero passaggio aprendosi la strada tra le mie chiappe ed andando a conntatto con il mio ano.

 

A quel punto, la corsa si ferma.

Il polpastrello del dito medio è precisamente posizionato sul mio buchino ancora leggermente aperto dalle ultime intrusioni forzate. Le altre dita sono disposte attorno, tengono aperte le chiappe, toccano con determinazione il muscolo che tiene chiuso l’orifizio.

 

Ci fissiamo costantemente negli occhi, mentre quel dito medio inizia a muoversi. Picchietta pigramente sul mio buchino, senza forza ma costantemente.

Nel viso della donna nasce un sorriso, un sorriso di sfida, un sorriso di arroganza. Io non ci riesco, non resisto oltre.

Abbasso lo sguardo. Determino ancora la mia sconfitta.

 

Il dito medio si ferma.

Si ferma sul mio buchino.

 

Purtroppo è solo questione di secondi prima che svegli tutti i presenti con un nuovo urlo. Un urlo di paura, di sorpresa sopratutto, di sconfitta ed anche di dolore.

Il dito medio appunto. È lui l’artefice delle mie urla.

Alla mia sconfitta si è infilato con forza inaudita nel piccolo spiraglio. È sprofondato in me con forza inaudita e privo di alcuna lubrificazione.

La mano immagino sia stata chiusa a pungno durante l’affondo. Chiusa a pugno per poter infilzare il dito medio maggiormente possibile in me.

E poi quel dito.

Quel dito inizia a muoversi in me, si piega dentro di me, rotea, entra ed esce sotto la colonna sonora che esce dalle mie labbra.

 

La guardo con dolore, ma sopratutto con rassegnazione.

La donna invece piega la testa da un lato, prima sorride, poi apre la bocca e dalle labbra esce una linguetta a punta che prima segue i contorni della bocca e poi esce il più possibile dal lato destro, stretta tra i denti mentre dalla gola esce un flebile motivo di godimento, di soddisfazione, di possesso.

 

Si, possesso.

Possesso della mia mente e solo dopo, possesso del mio corpo.

Ma tutto finisce presto.

 

Estrae il dito e dopo aver raccolto qualcosa dal borsone, viene ad aprire la cella.

Da quel momento, io non esisto più ed il suo unico interesse sono i due ragazzi.

Li fa avvicinare a se e vedo la sua figura chinarsi prima su un ragazzo e poi sull’altro. Nessun rumore ma solo alcune smorfie dei due prigionieri contornano questo gesto.

Nel momento in cui però, la donna si muove verso l’uscita, entrambi emettono un sonoro e prolungato lamento. Un lamento dovuto a cos’hanno dovuto subire.

Solo al loro passaggio di fronte a me, posso vedere la malignità fatta persona, cos’ha escogitato per portare a spasso i prigionieri.

Due collari, semplici, con un anellino a cui si attacca un vero e proprio guinzaglio per cani. Il problema però non è il guinzaglio, ma bensì, dov’è appeso il collare.

Ebbene, si tratta di un collare per “palle”. Si, un collare legato attorno tra il cazzo e le palle dei due prigionieri.

La donna, presi i due guinzagli, li porta prima dietro la schiena e poi, fatti passare sulla spalla destra, ci si appende con una mano. Le palle vengono quindi messe in tensione verso l’alto e poi, con il movimento repentino verso l’uscita dalla cella, la sensazione di essere “trainati” non deve aver assolutamente provato alcun piacere nei due ragazzi.

Nell’altra mano, la donna, raccoglie il borsone senza più degnarmi di attenzioni e così, senza nemmeno chiudere la cella, se ne và portandosi a spasso i due reclusi.

 

 

I minuti passano, i vicini di cella stranamente non mi toccano e la cella continua a rimanere aperta.

Dalle grate poste in alto nel corridoio, il giorno sta arrivando alla conclusione e la luce che filtra da esse si affievolisce sempre di più.

Con essa, anche le mie forze si indeboliscono sempre più. La fame che provo è terribile quanto la sete. La gola è secca e nemmeno più la saliva che cerco di raccogliere e ingerire riesce a darmi sollievo.

Le braccia mi iniziano a far male, le gambe sono un formicolio continuo ed i piedi, appoggiati sul freddo pavimento, non li sento quasi più. Come se non bastasse, la notte è fredda, arieggiata e come l’ultima passata, il venticello gelido torna ad avvolgermi in ogni millimetro del corpo.

L’unica parte del corpo che riceve sollievo da questa brezza serale è la mia patatina martoriata, che con il fresco inizia a rilassarsi e a raffreddarsi. Ma raffreddandosi torna anche a provare strane sensazioni, strani pruriti, strane emozioni che mi fanno venire la pelle d’oca.

Mi trovo a pensare che sono una maiala, solo con quel termine riesco a dare una motivazione alle mie reazioni. Anzi alle “sue” reazioni. Si, quelle della mia patatina.

Per di più, in questa posizione non riesco minimamente a dormire, a riposarmi e la mia schiena, poco alla volta ne risente. Ogni tanto qualche dolorosa fitta attraversa in lungo e largo il mio busto, come delle forti scariche elettriche che mi fanno sobbalzare.

Il mio stomaco si fa sentire, la fame è tanta e i richiami che arrivano da dentro di me, sono molteplici.

 

Il freddo è sempre più intenso e come ieri, anche sta notte sono completamente nuda ed esposta alle correnti d’aria e come ieri, anche oggi, sono legata in posizioni dolorose ed oscene. Ma almeno, oggi non provo più il dolore di ieri. I miei polsi, se pur sempre legati, oggi non devono più sostenere in modo forzato tutto il peso del mio corpo.

L’unica parte che, come sempre, è “fuori dal coro”, è quella posta tra le mie gambe, quella fessurina bagnaticcia e irritata che chiamo passerina. Quella, ancora una volta, viaggia “contro-corrente” e ancora una volta, è bagnaticcia e mi priva di qualunque dignità.

 

Immersa nei miei pensieri, non mi rendo conto dei miei vicini “ammiratori” che come per magia, si sono risvegliati e probabilmente, pur vedendo la cella aperta, non credono che riceva più visite. Per questo motivo, immaginano di sentirsi nuovamente autorizzati a fare di me cosa più gli aggrada e con noncuranza e senza chiedere permesso, una mano prende possesso di una chiappa, mentre un’altra, questa volta più astuta, si posiziona subito sulla mia bocca, stringendo la presa con una forza inaudita.

Dall’altra parte della grata, una faccia veramente poco raccomandabile, piena di cicatrici in faccia e dal sorriso quasi privo di denti, con una mano sporca e parzialmente bendata, poggiata davanti la propria bocca, mi fa cenno di tacere.

Al mio segno di assenso dato con il capo, la mano sulla mia bocca viene rimossa e si posa su un mio avambraccio, mentre invece, quella stretta sulla mia chiappa inizia a vagare all’interno del solco, fino a raggiungere il mio ano.

Una volta raggiunto, senza preparazione alcuna, inizia a spingere per entrare al suo interno.

A quel punto, presa dalla paura, mi scanso, ma la mano rimasta sull’avambraccio, prende subito possesso della mia gola, stingendo con forza fino a quando il respiro mi manca.

In quel preciso istante, per far capire che non mi sposterò ancora, sono io stessa a offrire il mio corpo, avvicinando il culo alla loro cella.

Vedendo ora la mia disponibilità, le mani iniziano a possedermi con forza.Il primo ad essere penetrato è il mio culo, due dita prive di lubrificazione spingono con forza, facendosi largo rudemente. Molteplici invece, sono le dita che entrano ed escono da bocca e patatina.

Una in particolare, si è piazzata nella mia patatina regalandomi un ditalino frenetico, mentre quelle nel culo adesso cambiano in continuazione ed il più delle volte sono troppe e fanno male.

Qualcuno mi strizza il clitoride, altri mi strizzano le tette, tirano i capezzoli ma nessuno sembra stancarsi di toccare e profanare ogni millimetro del mio corpo.

Poi però qualcosa cambia il corso degli eventi, ma sopratutto delle mie emozioni.

Due dita, come una morsa, prendono il clitoride ed iniziano a stritolarlo. Faccio fatica a respirare, ho la faccia rossa dallo sforzo di riuscire a contenere tutte queste mani, questo stritolamento, queste penetrazioni.

Ma poi quelle dita sul clitoride. Iniziano a torcerlo, a tirarlo ed associato alle due dita che entrano ed escono frenetiche dalla mia passerina, non resisto oltre.

La testa mi gira, il vociferare degli uomini rimbomba nella testa, la vista mi si annebbia e le gambe mi cedono.

– Aaahhhhhh….

ed ancora.

– Aaaahhhhh…

Vengo, vengo e vengo ancora.

La pelle d’oca invade il mio corpo, scariche elettriche dalla patata raggiungono ogni centimetro del mio corpo.

Contraggo tutti e due i miei orifizi rendendo difficoltosa la penetrazione delle dita, stringo le dita nella bocca e carico tutto il peso sulle manette che ho ai polsi.

 

Ridono, tutti ridono e nessuno di loro si accenna a fermare. Continuano a penetrarmi, strizzarmi, toccarmi.

Le dita sul clitoride ora sono le più fastidiose, cerco quasi di liberarmene, mi muovo, ma la presa non cessa, anzi, aumenta. Più mi muovo e più quelle dita stritolano il mio bottoncino magico, più cerco di scansarmi e più lo torcono ed infine le dita nella passerina diventano tre, i capezzoli iniziano ad essere strizzati contemporaneamente e la morsa sul clitoride ora cambia ancora.

Le dita ruotano leggermente in avanti e la morsa piano piano passa dai polpastrelli alle unghie. Quando poi tale morsa è applicata solamente più sulle unghie, dopo una leggera torsione, viene aumentata ulteriormente la pressione e uno strattone decreta la mia fine.

Mi lamento rumorosamente, dolorosamente e golosamente.

Lo strattone ha fatto si che le unghie perdessero la presa, graffiassero tutto il mio bottoncino, lo tirassero fino allo spasimo e poi, di colpo, lo rendessero nuovamente libero.

In quel momento, dolore, bruciore, eccitazione, paura, esibizionismo, desiderio, fantasia, tutto ed ancora di più, si fondono. Creano un unico essere, un unica forza che mi sconquassa e mi fa uscire di testa.

In quel momento vengo ancora.

Questa volta spruzzo e spruzzo ancora, mentre i miei aguzzini mi sbattono le dita all’interno dei miei buchi. Dita, ancora peggio dei cazzi, ancora più dure, rudi, violente, dolorose.

 

Aguzzini.

Quanto vorrei essere legata nella loro cella.

Quanto vorrei farmi sbattere da tutti.

Quanto vorrei farmi maltrattare da tutti quei bruti.

 

Ma poi….

 

Poi… il gelo.

Acqua, in abbondanza e gelida.

Una secchiata in pieno corpo, mi raggiunge stroncando ogni emozione, ogni pensiero, ogni cosa.

 

Una frusta.

Fischi nell’aria e poi la sento abbattersi sulle carni.

Urla su urla invadono la cella.

Ma non è la mia cella.

Non sento più dita su di me, non sento più alcuna violenza, alcun calore. Solo il freddo dell’acqua.

 

Il “capo”, così l’ho nominato, è intento a frustare con forza i miei assalitori, non prima però avermi rovesciato addosso un secchio di acqua gelida.

Una volta messo a tacere tutti i presenti, butta la frusta in un’angolo e preso un mazzo di chiavi, entra nella mia cella.

 

Ormai è notte fonda quando il “capo” viene a liberarmi.

Libera i polsi dalle sbarre e li ammanetta dietro la schiena, poi, rimosse le manette dalle caviglie, mi porta fuori dai locali di detenzione.

Saliamo le scale.

Ora lui mi sta dietro, tenendomi per un braccio indirizzandomi lungo i corridoi, mi porta fino all’esterno della caserma.

Qui sembra tutto deserto, non come ieri, pieno di militari, auto, civili e cani.

Ci sono solo alcune sentinelle posizionate davanti alle entrate e nessun’altro in vista.

L’unica cosa a non cambiare, sono i ciotoli a terra, dolorosi per chi come me è scalza.

 

Attendemmo.

Avevo un freddo terribile. Bagnata da testa a piedi, mi sentivo un ghiacciolo, tremavo, battevo i denti e l’aria fredda peggiorava solo le cose.

Poi delle luci in lontananza illuminarono il mio corpo e quello del “capo”.

I cancelli si aprirono e l’auto, silenziosa e nera, entrò nel cortile fermandosi esattamente di fronte a noi.

Avevo tutto in vista ed ovviamente, nell’attesa, il “capo” non si era risparmiato dal farmi allargare nuovamente le gambe e con i fari alti dell’auto, tutti potevano ammirare ogni millimetro del mio corpo.

 

Dall’auto usci solamente una ragazza, traballante su grossi tacchi alti, calze autoreggenti in vista, gonnellina che ad ogni movimento rivelava la patatina e poi più su, solamente un reggiseno che lasciava scoperti i capezzoli di due tettine tonde e perfette.

Perfette come quelle di…

– Francesca????
Siiii è Francesca.

Quando mi riconosce, quasi cade a terra per poi corrermi in contro.

Ma quando faccio per muovermi, il “capo” mi prende per i capelli, mi urla qualcosa e sia io che Francesca, ci fermiamo.

Poi è Francesca a parlare.

– Chi c’è in macchina, ha detto che se ora entrerai con loro, domani mattina potremmo ripartire entrambe e tornare a casa.

Poi aggiunse.

– Se però entri, devi fare tutto quello che vogliono loro. Non puoi dire di no. Non puoi scappare, ribellarti o dire basta.

La guardo impaurita e le chiedo :

– Tu hai fatto tutto questo?

Mi guarda e abbassando lo sguardo mi risponde :

– Non posso piu parlarti. Ora decidi, se non vai, da sta sera ci mettono in prigione.

 

Non è che abbia altre alternative.

Giro il viso verso il “capo” e gli indico la macchina.

Capendo cosa voglio fare, lascia la presa dai miei capelli ed io mi dirigo all’auto.

 

 

Quando mi avvicino alla macchina, mi giro ed il “capo” era già sulle scale della caserma portandosi appresso Francesca tirandola per i capelli.

Apro la porta posteriore dell’auto dai vetri scuri e…

L’auto è piena di uomini. 3 occupano i posti dietro e altri due sono seduti davanti.

Poi una voce, mi sembra di conoscerla.

– Salire. Salire.

Dal posto passeggero anteriore arriva la voce del “generale”. Ne sono certa.

Ma nessuno qui dietro si decide a farmi spazio, solo un cenno fatto con una mano dagli occupanti invitandomi a salire sulle loro gambe.

E così faccio.

La prima parte di me ad entrare in auto è il culo, appoggiandolo sulle gambe del primo occupante, dopodichè, abbassando la testa, tenendomi alla portiera ed al sedile anteriore, entro anche con il resto del corpo.

Quello su cui sono seduta, chiude la porta e poi mi spinge verso l’occupante centrale dell’auto.

Effettuato il secondo spostamento, l’auto parte mentre il “generale” torna a parlare.

– Ora tu saluta amici nuovi.

 

Immaginavo che non sarebbe bastato presentarmi o dire semplicemente un “ciao”.

Ma mai avrei immaginato di dovermi contorcere in quel modo.

Mi fanno mettere con il culo rivolto verso gli occupanti dei sedili anteriori e poi facendomi inginocchiare tra le gambe dell’occupante centrale, ho iniziato a salutare tutti e tre gli uomini in giacca e cravatta con un servizio orale che si alternava da un cazzo all’altro. Il “generale” invece, scava allegramente con le sue mani giganti in entrambi i miei buchi, facendomi lamentare rumorosamente più e più volte e quando poi decide di usare il mio “secondo canale” i lamenti aumentano ancora di piu.

Il tragitto dura parecchio, tanto che, mi fanno roteare e mentre ora succhio e lecco i due membri rimasti, gli altri tre occupanti, giocano con il culo e la patatina, entrando a loro piacimento con dita e anche oggetti di non so quale genere.

Arrivati a destinazione, si rivestono tutti ed io mi siedo sulle gambe dell’occupante centrale.

Entriamo in un ampio cancello protetto da guardie ed all’interno si presenta ai miei occhi un grande palazzo pieno di gente.

Tutti eleganti, uomini e donne sono in ogni angolo.

Ed io??? Devo uscire così in mezzo a tutta questa gente???

 

Infine la macchina termina la corsa davanti alla scalinata principale dell’enorme palazzo.

Gli occupanti dei sedili posteriori scendono velocemente, lasciandomi seduta in quello centrale.

Intanto qualcuno dei passanti si accorge della mia “nuda presenza”.

Poi il “generale” sentenzia :

– Tu andare con lui. Fare cosa dire lui.

Indicando l’autista.

Così dopo che anche l’altro uomo esce, l’autista mi fa cenno con una mano di raggiungerlo nel sedile anteriore.

Per evitare quindi di essere vista, facendo la contorsionista, mi sposto senza uscire dall’auto.

Quando finalmente sono seduta, l’auto riparte andando a fermarsi nel retro del palazzo.

Qui la gente non c’è, siamo solo io e l’autista silenzioso.

Anche prima, mentre riveceva il servizietto di bocca è rimasto impassibile, ha continuato a guidare senza esalare alcun lamento. Ma il suo cazzo era duro, eccome se era duro.

È uscito per primo dall’auto, intimandomi di rimanere ferma. Poi, fatto il giro, apre la mia portiera e mi invita a scendere.

Uscita dall’auto, mi guardo intorno e vedo quanto sia immenso il giardino fiorito che c’è alle spalle del palazzo. Non mi accorgo quasi che la portiera si chiude con forza, ma mi sveglio rapidamente quando una mano dell’autista mi prende con forza un braccio.

Mi trascina, ma non nel palazzo come credevo. Mi sbatte a novanta sul cofano della macchina e tenendomi una mano sulla testa sento aprirsi i calzoni.

Tira fuori il cazzo, ne sono sicura e poi, la certezza, quando con un colpo di reni mi penetra con forza la patatina umida dagli sconosciuti che prima l’hanno martoriata tutta.

Mi scopa con foga, la macchina molleggia ad ogni affondo violento nella mia patata.

Grugnisce, si lamenta e con la mano libera mi schiaffeggia il culo.

Mi bagno, si, mi piace, mi piace come mi scopa, voglio che mi scopi ancora, mi bagno sempre di più. Ma dura poco, veramente poco.

Esce da me dopo pochi minuti, mi sbatte a terra e con un grugnito mi viene in faccia obbligandomi poi a ripuligli il cazzo con la bocca.

Dopodichè mi consegna un fazzoletto con il quale ripulirmi il volto.

Mentre io mi pulisco e con calma mi rialzo, lui si sta riprendendo, seduto sul cofano dell’auto si fuma una sigaretta e mi guarda con bramosia.

 

Una volta finita la sigaretta, mi porta nel palazzo.

Saliamo per le scale di servizio e facciamo parecchi piani. Durante la salita lui continua a starmi dietro, continua a fissare quella patatina nuda che ha appena trapanato e quel culetto che ad ogni scalino sembra parlare da solo.

Poi mi ferma quando siamo arrivati sesto o settimo piano e dopo aver bussato alla grande porta d’ingresso, attendiamo.

Un uomo apre e controlla chi siamo. Vede subito me, mi guarda tutta, poi guarda l’autista, lo saluta e finalmente possiamo entrare.

Il corridoio è vuoto.

Mentre camminiamo da alcune stanze sento lamenti, donne, uomini, sento urla, sento risa e schiamazzi.

Poi giriamo a destra, poi a sinistra e poi a destra e poi più nessuna porta. Solo un grosso, immenso salone.

Tanti sono i tavoli, tutti rotondi, credo siano più di cento, tutti messi in senso circolare, posizionati ad anelli ed un piccolo corridoio che parte da dove siamo io e l’autista, porta ad un tavolo centrale.

Quel tavolo però è privo di tovaglie, posate, bicchieri, piatti e quant’altro.

Quel tavolo non ha sedie e tutti gli altri sono lontani e disposti a cerchio intorno ad esso.

Quel tavolo, rispetto agli altri, è veramente piccolo.

 

L’autista guarda cosa sto guardando anche io, poi mi sorride e mi porta in un bagno poco distante.

C’è una piccola doccia, mi ci butta dentro e si siede sul wc.

Attende che mi lavi. Almeno qui c’è il sapone ed anche un asciugamano.

Mi lavo a lungo, non mi è concesso di chiudere la tenda e non mi è concesso di dare le spalle all’uomo. Vuole vedere tutto, vuole vedere mentre mi lavo, vuole gustarsi il mio corpo, vuole fottermi con lo sguardo.

Sono bagnata fradicia e non riesco a smettere di bagnarmi se quest’uomo non smette di guardarmi.

Poi quando ho finito, chiudo l’acqua ma quando faccio per prendere l’asciugamano mi blocca la mano e tenendomi da essa, completamente zuppa, mi porta fuori.

Mi riporta nella sala, mi fa percorrere il corridoio tra i tavoli e mi porta in quello centrale, privo di tovaglie, privo di vita.

 

Sotto al tavolo vedo dei mazzi di corde ed alle gambe di esso vedo applicati dei grossi anelli.

Si ho capito. Sono io il vivo di quel tavolo, di quel salone, di quella festa.

 

Vengo piegata a novanta su quel tavolo.

La mia pancia si poggia su quel piccolo piano circolare e l’uomo fa in modo che le tette rimangano fuori da esso e non compresse sotto il mio peso, così ora sono disponibili a penzoloni, libere di dondolare, libere di essere usate.

I polsi mi vengono legati dietro la schiena e le caviglie, larghe, vengono bloccate agli anelli posti nelle gambe del tavolo.

Qualcosa infine viene posata sulla mia schiena, poi una mano si poggia sul mio collo tenendolo in basso ed infine, dolore.

Qualcosa di grosso inizia a entrarmi nel culo, ma non è un cazzo, l’uomo è al mio fianco. Quel qualcosa sento però che almeno sta volta è lubrificato. Quel qualcosa man mano che entra è sempre più grosso.

Urlo, qualche lacrima scende e va a bagnare il pavimento.

Quel coso continua a penetrare nel mio intestino. È lungo, veramente lungo.

Poi sento che si rimpicciolisce e quasi scompare, ma qualcosa è ancora fuori, qualcosa che sta a dire, nel culo c’è una sorpresa.

Poi più niente.

L’uomo se ne va e le luci si spengono.

Quell’affare nel culo è veramente grosso, è lungo, lo sento dentro di me, non riesco a spingerlo fuori.

Oddio che male… Il buco mi brucia in un modo terribile.

Cosa mi succede adesso?

Cosa mi vogliono fare?

 

Diamine, la mia patatina è ancora umida, ma come cazzo faccio a bagnarmi in una situazione simile!

 

E poi finalmente, voci…

Tante voci…

Le luci si accendono e le persone entrano, parlano, prendono posto.

 

Io vedo poco dalla mia posizione ed i capelli mi sono davanti agli occhi.

Sono tanti, veramente tanti.

Sono tutti uomini.

Tutti distinti, eleganti nessun ragazzo, ragazza o donna che sia, solo uomini.

 

Tutti si sedettero e dopo poco calò il silenzio, una mano si poggiò sul mio culo e poi, la voce del “generale” riempì la sala.

Parlò a lungo, girandomi attorno, toccandomi qua e là, ma mai volgarmente e con cattiveria.

Dopodichè iniziò la cena.

Quel profumo, quei rumori.. La mia fame era alle stelle, poi bicchieri che si muovono, che brindano.. Cosa darei per un goccio d’acqua.

Durò a lungo la cena e durò altrettanto a lungo il mio strazio, la mia fame e quell’affare nel culo dava sempre più fastidio. Eppure la mia patatina era sempre umida.

 

Poi al dolce però, venni distratta, qualcuno venne a “intrattenersi” con me.

Qualcuno, chiacchierando allegramente, si è slacciato i calzoni e dopo essersi messo alle mie spalle, come niente fosse ha iniziato a fottermi nella patatina.

Iniziai a lamentarmi e poi quel coso nel culo. Ad ogni affondo, con il bacino colpiva quello che rimaneva fuori di quel coso.

Ad ogni affondo dento a me sentivo muoversi tutto.

Ad ogni affondo mi eccitavo di più.

Ma poi, dopo poco, smette di scoparmi, viene di fronte a me, mi prende per i capelli ed una volta alzata la testa mi costringe a succhiare il suo membro.

Una, due, tre pompate e si scarica nella mia bocca.

Andato via lui, arriva un’altro.

Ed avanti così.

La mia patatina è fradicia, ogni volta che vengo e se ne accorgono, non mi danno il tempo di riprendermi ed anzi, mi fottono ancora piu forte.

Poi più nessuno mi fotte, quel coso nel culo mi da un fastidio atroce.

Quel coso nel culo ora viene preso da qualcuno.

Quel coso ora cerca di uscire sotto le mie urla.

Il muscolo del culetto, ora rilassato e richiuso, deve nuovamente allargarsi a forza ed espellere quel fallo da dentro il mio intestino.

È veramente lungo, lungo e doloroso.

Poi, quando esce del tutto, il vuoto. Mi scappa qualche scorreggia sotto le risa divertite dei miei aguzzini e poi, il vuoto che sento dentro è enorme.

Ma per poco.

Urlo ancora quando un cazzo mi entra con prepotenza nel vuoto lasciato dal fallo.

Urlo mentre mi fotte come un toro indemoniato.

Poi cambia buco, scopandomi con forza anche nella patatina e poi dinuovo il culo.

Dopo di lui, non so quanti.

Non so quanta ne ho bevuta, ma la sete mi era passata.

Quando mi hanno liberata, il mio culo era una caverna.

Quando mi hanno liberata, la mia patatina andava a fuoco.

 

 

Quando mi hanno liberata, avevo voglia di rifarlo.

 

 

 

Autore Pubblicato il: 9 Febbraio 2014Categorie: Orgia, Racconti di Dominazione0 Commenti

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