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Racconti di Dominazione

La lunga notte cap. 10.10

By 11 Maggio 2026No Comments

Il secondo giorno di lavoro è andato liscio, ma non mi piace proprio.

Elena e Idra discutono davanti al divano.
Mi fermo sull’uscio.
Qualcosa non torna.

Il divano non è quello di ieri. Non c’è più il finto Fabergé che torreggiava nella stanza come il monumento di un altro secolo.
Al suo posto c’è un divano nuovo, grigio scuro, moderno, con un’isola laterale. Pulito.

“Perché l’hai cambiato?” La voce mi esce incrinata.

Sembra che Idra se lo aspettasse.
“Era diventato troppo retrò.”

I lucciconi mi salgono agli occhi. Non faccio in tempo a difendermi.
“Oh, mami. Lo sapevo che avresti fatto così.”

Elena mi prende in giro.
“Tu ti innamori anche degli oggetti.”

“Mi mancherà.” Mi sento sciocca a dirlo ad alta voce, ma è la verità. Quel divano mi ha abbracciata spesso quando stavo più male. Era scomodo, sì, ma c’era.

“Immagino che questo sembri un vezzo infantile,” dico.

Se cambia un dettaglio arriva tutto. Le trafitture della malinconia mi fanno tremare le gambe.
Lo stomaco.
Il cuore.

Idra va verso il divano nuovo. È migliore forse, ma non sa niente di me.
“No. È solo umano.”

Elena si appoggia sul bracciolo. L’abito bianco di trasparenze le scivola addosso come spuma di mare.
Gli occhi le brillano e mi scrutano, come se volessero carpire subito qualsiasi parola io possa dire di Francesco. Ma io la voglio tirare per le lunghe. Francesco… lo mando giù… È come ingoiare una caramella amara.

Il bianco dell’abito di Elena al tramonto diventa color carne.
La mia, la sua trasparenza… è tutto solo un trucco.

Lo vedo, nello specchio del mattino, il mercoledì di quella volta.

Sento il telefono aziendale vibrare, cioè quello che mi hanno dato alla casa del diavolo. L’ho lasciato nella camera degli ospiti, nel terzo cassetto di un comodino.
Da qui sento senza doverlo tenere in camera. Mi tiro su confusa.
Non ho ancora deciso come dire a Matteo che mi serve un secondo telefono.

Vedo il nome di Marina.
Le dita scattano sull’icona verde ancora prima che io abbia aperto del tutto gli occhi.

Ma è una voce maschile a rispondere.
“Buongiorno. Vieni alle otto.”

Non lo riconosco. La frase mi entra nelle orecchie come acqua fredda.
“Perché?”

“Alle otto qui. A dopo.”

La linea muore.

Resto un secondo immobile, con la testa che mi gira. La stanza è in penombra. Il respiro mi esce profondo. Dalle tapparelle che qui tengo sempre chiuse filtra la prima luce del sole. Torno in camera e mi metto seduta sul letto.

Matteo è già andato al lavoro. Come tutte le mattine.

Scendo le scale scalza e chiamo il taxi. Sono le sette e mezza. Nemmeno il tempo di farmi la doccia. Spero che non sia successo niente di male.

La sequenza è sempre la stessa.
Il bar.
Il portone.
L’androne.
Il terzo piano, la porta che scatta.

Ditmir che dice: “Ciao, Angela!”

Si fa da parte come per lasciare entrare l’aria fredda.

Nadia è lì con un vassoio in mano. La cucina è calda, come se qui si fosse respirato troppo a lungo.

Marina dietro di lei si sta alzando. Lega i capelli, chiude una vestaglia e mi saluta.
“Chi mi ha chiamato?” le chiedo.

Sento una voce alle mie spalle.
“Eccola. La puttana che mi ha quasi staccato un dito a morsi. Non ti ricordi di me?”

Mi giro e vedo Redian. Sento il suo odore di sudore asciutto sulla pelle, quello che resta dopo una notte senza sonno.

“Sì. Ma non ti avevo riconosciuto.”

“Io chiamo e rispondo ai telefoni. Quasi sempre.”

Vedo Nadia che sorride.
Lui la fissa.
“Che ridi? Se mi stacca le dita a morsi, non potrò più disossarti polli e conigli.”

Nadia mi passa quel vassoio.
“Lo stavo portando a Dasho, ci vuoi andare tu?”

“Va bene.”

Ditmir è tornato al suo posto.
“Hai già iniziato a scaricare a lei le tue faccende?”

Nadia si gira a guardarlo. “Io mi sacrifico per lei.”

Redian continua a trafficare col telefono ma intanto ride. “Sì.”

Non capisco se ridono di me.
“Almeno le hai detto che deve fare?”

“Io non faccio la maestra, è il lavoro di Marina.”

Marina piega le labbra verso il basso. “Non credo che Angela abbia bisogno di qualcuno che le insegni come si fa.”

Guardo Nadia di traverso senza rendermene conto. Lei mi cede tutto e resta in mezzo alla cucina. Profuma di limone e dentifricio.

Il modo in cui parlano mi dà fastidio.
Non è quello che si dicono. Ma è come se sapessero già tutto prima di aprire bocca.

Nadia si accorge del mio sguardo.
“Che ti prende?”

Esito un attimo.
“Mi sembra che mi stiate prendendo in giro.” Non riesco a dirlo senza sentirmi stupida.

Lei non cambia nemmeno espressione.
Sta per rispondere quando Jasmin entra sbadigliando.

Dalla stanza accanto arriva la musica bassa dello stereo di Liveta. Mi ricordo che lei non c’è.
È la ballata di un alcolizzato depresso, la voce stanca continua a tornare sempre allo stesso punto. Riconosco House of the Rising Sun. Ogni nota sembra correre verso la fine e poi tornare indietro.

Jasmin si siede. “Non ti stanno prendendo in giro. Questa casa non prende in giro nessuno.”

Ditmir le versa i cereali.
Lei inizia a rimestarli dentro il latte. “Questa casa ti ha lasciata entrare per rovinare anche te. Vuoi mangiare?”

L’orologio sul muro segna le otto e cinque.
Il sole del mattino entra dorato tra le foglie rosse appiccicate al vetro.

Redian risponde al posto mio: “Dopo.”
Si gratta forte i capelli. In questa luce sembrano ruggine.

La musica continua a scorrere e a ricominciare.

Lui scrive qualcosa su un quaderno nero. “Vai. E non farlo incazzare. Ci siamo appena svegliati, tutti.”

Annuisco, col fiato corto.
“E fatti dare il quaderno verde quando torni.”

Ci sono pochi passi tra me e la sua porta. Il caffè oscilla ma non quanto la mia testa, non ho mangiato niente, e mentre mi avvicino sento il buco nello stomaco. Questo caffè non è quello che conosco, è nero. L’odore è così forte che mi dà la nausea. Cerco di non farlo traballare.

Sento Dasho che mi chiama da dentro.
“Vieni.”

Spingo la porta con l’anca.
“Lascialo qui.”

Lo appoggio.
“Oggi lavori di mattina.”

Non dico nulla.
“Devi aiutare Nadia.”

Per aiutare Nadia starei qui mattina, giorno e sera.
“Va bene.”

Il suo respiro sa di sonno spezzato, ancora attaccato ai polsi e al collo.
La luce è fredda, gli occhi azzurri sono fissi sul vuoto della finestra. Li seguo d’istinto.

Mi rifletto nel vetro.
Mi sembra di vedere due me.

La sua mano sulla mia testa mi spinge verso il basso.
Mi metto in ginocchio.

Sento il fruscio della pelle che scorre tra i passanti mentre si toglie la cinta.
“Cosa stai guardando?” sembra dirlo alla vetrata.

“Angela,” dico.
“Chi è Angela?”

– Ma stamattina tutti mi prendono in giro?

Cerco di aprirgli la cerniera come faccio sempre ma Dasho mi blocca subito. Mi afferra il polso e me lo sposta via.
“Qui An-ge-la non esiste.”

Sono in un mondo ribaltato, ma è più vero. Sono Angela del vetro.

Mi afferra la nuca con le dita tra i capelli e mi tira a sé, come se non avessi margine per oppormi.
“Tieni ferma quella lingua, troia. Io non sono un tuo cliente.”

Mi sembra che stia dicendo che gli sono più vicina.
Sono più dentro.
Sono più sua.

Tento di non muovermi, ma mi inclina la testa all’indietro.
“Resta così. Nient’altro.”

Lo aspetto.

L’aria perde morbidezza appena il suo cazzo già eretto mi entra in bocca.
Sento il petto reagire prima di capire perché. La gola si chiude di riflesso.

Gli occhi mi bruciano e iniziano a lacrimare mentre cerco di rilassarmi per non soffocare.
“Guardami.”

La sua mano mi tende il collo all’indietro. Cerco di farmi solo gola e sguardo mentre il suo corpo arriva fino a un punto in cui non pensavo di poterlo accogliere.

Ancora e ancora.

Sento una fitta nel petto.
Per un attimo si ferma.
Non si ritira.
Non mi libera.

La presa si sposta di lato senza mollarmi, le dita piantate nei capelli mi spingono giù, senza tregua.

Resto dove mi mette.
Faccio di tutto per tenere la saliva in bocca e favorire quest’invasione così profonda che sa di carne e di sudore.

Ogni volta che arrivo al limite del soffocamento, affonda ancora di più. Sollevo le mani per aggrapparmi ai suoi fianchi, ma devo aver dato l’impressione di volerlo tirare ancora più dentro. Le sue spinte aumentano e non tengono conto del mio affanno. Le lacrime mi colano libere sul viso, ma non mi scosto.

Il mio corpo si scalda. Dasho cambia angolo senza avvisare.

Il suo respiro si fa corto, spezzato, e la presa sui miei capelli si stringe ancora di più. Sento arrivare il getto, denso in fondo alla gola.

Si inclina, come per guardarmi meglio.
Sotto la mia pelle si accende qualcosa che riconosco.

Mentre lo mando giù, un brivido violento mi scivola lungo la schiena. Sento le gambe farsi molli e un calore bagnato tra le cosce.

Mi tiene lì, inchiodata, io ricevo tutto con un riflesso strozzato che mi scuote il corpo. Il suo sapore mi resta in bocca. Io ansimo, lui butta fuori l’aria.

Mi libera la nuca e io rimango ferma, con il viso appoggiato al suo ventre.

Mi sposta piano. Sento il rumore della cerniera e il click della fibbia che si richiude.

Il mondo resta caldo anche quando finisce.

Si prende quella tazzina che ho portato ma ormai deve essere fredda. La guarda dall’alto.
Beve poi si blocca. La sua espressione non cambia, ma i suoi occhi si stringono. La rimette a posto. Spinge di nuovo tutto verso di me. Il liquido scuro trema leggermente contro la ceramica bianca.

“Pulisciti la faccia. E vai a lavorare.”

“Redian vuole il quaderno verde,” dico, cercando di mantenere la voce neutra.

Lui apre un cassetto e me lo passa.
“Eccolo. E di’ a quell’oca che voglio un caffè decente. L’ha bruciato un’altra volta.”

Max si è affacciato sulla porta.
“Possiamo andare? Le accompagniamo noi mentre torniamo alla villa. Tanto è sulla strada.”

“Sì. Aspetta che abbia mangiato.”

Torno in cucina col vassoio. Nadia mi guarda.
“Tutto a posto?”

“Sì. Ha detto che hai bruciato il caffè un’altra volta e che lavoro di mattina.”

Lei sorride. “Ottimo. Così stiamo insieme.”

Se ne va vicino ai fornelli. Da quello che capisco, Marina cerca di insegnarle a usare la miscela turca per un’ennesima volta.

Il cellulare di Redian attacca a squillare, lui trascina l’icona verde e mi fa cenno di dargli il quaderno. Me ne ero scordata. Indica il punto da cui viene la musica: “Abbassa.”

Al telefono dice: “Sì. A-ha. Alle tre va bene?”

Vado a spegnere lo stereo.

Sta dicendo: “Così arriviamo a 200.”

Scarabocchia qualcosa in blu. Fa scattare la penna e scrive un orario e un nome con il rosso.

Leggo:

Marco DOC — 15:00 / 16:30
Marta — 1h30
GGG + AN — incall. — Casa B

Sotto, una riga più corta:
200 → chiuso

Trascrive sul telefono.
Io leggo il quaderno. È più forte di me.

– Potrebbero essere nomi in codice, penso. Quel tizio non si chiama davvero Marco. Potrebbe essere un vero dottore… oppure no. Nella pagina precedente ci sono sequenze simili, tutte cancellate con un unico tratto di penna rossa. Il nome del cliente è stato grattato via con insistenza.

Si accorge che li sto leggendo.
“Guarda che Dasho s’incazza se ti fai gli affari suoi.”

Tento di distogliere lo sguardo dal quaderno. Non ci riesco.
“Sono ricette per incantesimi.”

Lo guardo senza capire.

Chiude il quaderno con un colpo secco e me lo restituisce.
“Marco è Marco. Marta è Marta.”

Pausa.

“È un’agenda. Se fosse qualcosa di così interessante, non te lo farei nemmeno toccare.”

Abbassa lo sguardo sul telefono.
“E non ti lascerei qui a leggerlo.”

Lo guardo male, ma la mia faccia non deve essere molto minacciosa perché lui ride.

Marina porta il caffè turco prima a me. “Prova.”

Dico: “Mi usate per le vostre faccende e pure come cavia?”

Lei e Nadia ridono. Io questo non l’avevo mai bevuto, ma stavolta non sa di bruciato.

Sento intorno a me l’odore fresco di detersivo ma sotto… c’è quel fondo che non sparisce di metallo, pelle, caffè, stoffa calda.

Jasmin spinge verso di me biscottini al cioccolato.

Redian dice: “Mi serve una bottiglia. È finito il vino alla villa.”

Guarda Nadia senza aspettare davvero una risposta. Si pizzica la lingua con due dita.

Nadia alza una bottiglia da terra.
“Ti va bene questa?”

La tiene sospesa un secondo, come se fosse già stata accettata.
“Sì.”

La strada è breve oggi.

Transitiamo nel viale alberato di un quartiere grigio. Gli alberi hanno ancora fiori gialli che piovono e si appiccicano all’umido dei vetri. In cinque minuti la macchina si è coperta di fiori, il parabrezza mi pare un cuscino di petali. Nadia sonnecchia sul sedile alla mia destra e Marina dorme alla mia sinistra. I suoi capelli chiari sono posati su di me. Anche la mia spalla è diventata un cuscino.

E anche io rischierei di addormentarmi, immersa nell’odore di cuoio del macchinone di Max. Mi tiene sveglia la “Dikaya l’vitsa” che si dipana dallo stereo. Quella voce ripete come un giro ossessivo che proteggerà la donna che ha portato via nella notte, a ogni costo.

La luce del mattino è color oro. Cola oro ovunque. Su Nadia e sui capelli di Marina addormentata.

Nessuno è più fortunato di me questa mattina.

Max accosta sotto un tiglio.
Non lo vedo nemmeno lo spiazzo grigio in cui ci scaricano.

Redian abbassa il finestrino. “Ciao Nadia. Torno alla villa.”

Nadia fa ciao, ciao con la manina.

Irina ci vede arrivare.
“Eccovi. Mi stavo ammazzando di noia da sola.”

Mi indica col mento.
“Che ci fai qui? Con tutta questa voglia ti svegli?”

Non rispondo. Mi arrampico in silenzio sul muretto. Marina ci viene appresso.

Nadia si siede tra di noi. “L’ha voluto Dasho. Lo sa anche lui che non possiamo stare con te da sole.”

Irina piega la testa.
“Ah sì? E perché?”

“Perché sei una serpe.”

“Lo sai perché hanno il veleno i serpenti?”
“No. Non lo so.”

“Per difendersi,” dice Irina.

Le guardo le cosce. Bisogna trovare la maniera di andare d’accordo.

Mi offre le sue sigarette. “Che guardi? Mi è venuta la cellulite?”
La prendo. “No. La tua pelle è bellissima.”

“Grazie.”

Abbassa lo sguardo sulle sue gambe, poi mi osserva di nuovo.

Nadia se ne va col primo cliente, Marina col secondo.

Continuo a tenere d’occhio Irina.
“Che hai?”

“Valjet mi ha detto che prima lavoravi nei locali.”
“Io sì.”

“È come nelle case?”
“Più o meno.”

Lungo questa strada passano poche macchine.

“E non guadagnavi meglio?”
“No. Con la scusa che non piove, non fa freddo, non fa troppo caldo… si lavora dieci ore al giorno. Puoi guadagnare migliaia di euro in una settimana, ma ti addebitano spese molto più alte.”

Si ferma.
“E poi un giorno Max o Katia o qualcun altro entra in camera tua, trova cinquanta euro sotto il cuscino. Tu non hai rubato niente. Forse il cliente li ha lasciati lì, magari pensava di farti un favore. O forse ce li hanno messi proprio loro. Ma con la scusa che ti sei tenuta qualcosa, raddoppiano il debito iniziale. E lì i clienti pagano per stare ore.”

Pausa.

“E non finisci mai di saldare il conto. Anche perché quanto ha pagato davvero il cliente per ogni appuntamento non lo sai. Almeno qui non fanno certe cose.”

Irina sbuffa fumo.
“E dopo venti minuti il cliente smamma.”

Dico: “Stamattina ho letto che una tizia che si chiama Marta per un’ora e mezza piglia 200.”

“Non me le dire nemmeno queste cose. Mi fanno solo incazzare. E sta’ tranquilla che non li piglia Marta.”

Terzo cliente. Stavolta a me.
Ha ragione. In venti minuti vado e torno.

Sospiro.

Irina sta fumando di nuovo.
“Stai per scoprire che esiste qualcosa di peggio del cliente difficile.”

Le mie sopracciglia si increspano.

“Sì. C’è qualcosa di peggio di chi non vuole il preservativo o di chi ha richieste strane.”

Guardo Nadia.
Lei risponde: “Non so di cosa sta parlando. Lo giuro.”

Un tizio chiama Irina dalla macchina.
Alza indice e medio, come faresti con una cameriera al ristorante.

Irina schiaccia la cicca sotto il tacco e se ne va.

Questa non è una bella giornata.

Lo dice il cielo, ora rannuvolato, pesante sopra di noi. Le prime ore passano quasi tranquille, ma il temporale si avvicina, anche se sarà breve, ancora estivo. Le macchine smettono di girare. L’inattività diventa insopportabile.

Irina alza il naso verso il cielo. “Li chiamiamo? Non c’è nulla da fare, cadono anche i fulmini.”

Anche Nadia solleva la testa. “Meglio aspettare.”

Irina si sposta al riparo del tendone di un bar fallito.
Un cartello giallo appiccicato al vetro sudicio recita: “Vendesi.”

“Dove vai oggi pomeriggio?” le chiedo.
Ma Nadia non sa se parlare.

“Se torniamo prima,” dico, “avrai più tempo.”

“No. Aspetto una persona. Ha detto che passava stamattina.”

Ha in faccia calore e rossore.

“Allora chiamalo e digli che ce ne andiamo,” dice Irina, che ha sentito. “Tanto lo vedrai oggi pomeriggio, ne sono sicura. Così ci ammaliamo tutte.”

Il suo udito felino è spaventoso. Ma lei non fa caso a me. Dice a Nadia:
“Non farti troppe illusioni. Se non è sincero… ti schiaccerà la delusione.”

La guardo male. Ma una parte di me, sul fondo, suggerisce che Irina può aver ragione.

Ho qualche anno in più rispetto a Nadia, e mi pare che Irina potrebbe avere la mia età. È questo che ci fa nutrire meno fiducia nel genere umano.

Sono tornati comunque a prenderci in anticipo.

Irina mi parla nell’orecchio: “Vedrai, ci sarà da litigare a casa.”
“Perché?”
“Non vedi che abbiamo fatto due lire?”

Salgo dopo di lei. Devo prendermi Nadia in braccio per non lasciare nessuna ad aspettare.

A casa mi scrollo di dosso la polvere della strada. Ma non viene via tutto, resta sotto pelle.

Esco dalla doccia con i capelli che gocciano sul pavimento. Vado da Nadia e la trovo che si tampona la testa con l’asciugamano seduta sul letto. Ormai so con chi vuole uscire.

Il mio telefono vibra sul comodino. È Luce, mia suocera. Vuole pranzare con me. Forse faccio in tempo.

Esco in corridoio a cercare Dasho.

Lui mi guarda.
“Parla.”

“Posso andare?”
“No. Avete portato pochi soldi stamattina. Lavori anche oggi pomeriggio.”

“Ho un impegno familiare.”
“Rimandalo.”

Mi brucia la faccia.
Vorrei protestare.

“Certo.”

Il mio cervello decide A e la mia bocca dice B. Sempre.

Chiamo Luce e invento una scusa. “Sono già fuori con amiche.”

Spero non lo dica a Matteo. Tutte le bugie che sto raccontando iniziano ad assomigliarsi. Ne devo studiare di nuove e le devo scrivere da qualche parte o prima o poi mi confonderò.

Torno da Nadia, è in piedi davanti all’armadio e fissa incerta l’ammasso di indumenti all’interno.
“Che ti metti?”

Alza le spalle. “Non lo so. Non voglio sembrare…”

Non finisce la frase.
“Una puttana,” dico.

Ci sono vestiti troppo stretti, troppo corti, troppo lucidi. Roba da vetrina notturna. Cerchiamo qualcosa che possa sembrare normale.

Troviamo poco. Una maglia scura troppo aderente. Una gonna che cade male. Niente che racconti una ragazza che esce per un caffè, per un uomo normale.

“Se me l’avessi detto prima ti avrei portato qualcosa di mio,” le dico.

Lei scuote la testa. “Dasho se ne sarebbe accorto.”

Ha ragione. Si accorge sempre di tutto.

“Allora metti i miei.”

Le passo ciò che indossavo stamattina. La camicetta di raso bianca. La gonna ampia con i fiori azzurri.

Lei esita. “E tu con cosa torni a casa?”
“Ha detto che devo restare qui anche oggi pomeriggio. Quindi stasera tu torni e me li ridai.”

“Giusto.”
“Mettila.”

La camicetta le cade morbida sulle spalle. La gonna le segna la vita in modo delicato, non provocante. Cerchiamo un paio di scarpe basse decenti. Le prendiamo in prestito da Irina. Tutto sommato è quella con l’armadio più normale qua dentro.

Nadia si mette davanti allo specchio.
Si guarda.
“Se Liveta fosse qui a farmi i capelli…” dice piano.

Il nome resta sospeso nell’aria.
Le si velano gli occhi, ma non piange.

Sento una fitta nel petto.

Mi avvicino e le sistemo due volte la stessa ciocca.
“Andrai bene così.”

Ma dentro sento che non sta scegliendo un vestito. Sta provando un’altra vita e io so quanto costa.

Dasho ci appare nello specchio dell’armadio. Squadra Nadia dalla testa ai piedi.
“Posso uscire così?” glielo chiede in sussurro.

“Così puoi uscire. Ora vai in cucina.”
“Mi hai appena detto che posso uscire…”
“Sì. Ma non puoi lasciarci a digiuno. E i negozi aprono alle quattro. È presto.”

Nadia si è scordata di cucinare. E io pure.

Mi vesto con quello che trovo nell’armadio, cioè una cosa rossa coperta di perline. Ma almeno arriva sopra al ginocchio.

Un’ora dopo mi affaccio in cucina e Nadia è una sagoma in una nuvola di farina.

Marina esce.
“Che fa?” le chiedo.
“Ho cercato di insegnarle una cosa che si fa giù da noi.”

Nadia stringe una sfoglia sottilissima tra due dita e la rivolta.
Occupa tutto il piano. È sottilissima, quasi trasparente, come una pelle di bestia scuoiata stesa ad asciugare.

Dasho mi passa accanto e la raggiunge. La stanza si stringe.

Lei dice: “Me l’ha fatto fare Marina.”
“Sì. Ma l’hai tagliato come le zampe di una gallina.”

Lei ride.
Poi si trattiene.

Non trovo il seguito. Il silenzio scricchiola.
Penso alla lunga notte.

Silenzio.

Loro si rimettono a lavorare quel pezzo di pelle morta con due coltelli, finché diventa una cosa piena di incisioni troppo belle per metterla al forno.

Dasho si accorge di me.

“Fammi sapere se stare qui tutto il giorno ti piace e pensi di trasferirti. Non ho posto adesso.”

Non capisco se sta scherzando.

“Non è vero. C’è la camera di Liveta.” L’ho detto prima di pensare.

“Ed è già occupata.”

Nadia alza la testa.
“Da chi?”

“Vedrai quando arriva.”
***
L’aria è dolciastra. La testa un po’ leggera.

Ha smesso di piovere e il sole buca di nuovo i vetri. Qui dentro in un giorno passano tutte le stagioni.
Alle due è estate, alle quattro primavera, autunno alle cinque e mezza. Se piove alle sei o alle sette è inverno.
Mezzogiorno è andato da un pezzo. Ho aiutato Nadia a riordinare, sono stata in camera di Irina.
Mi ha offerto da fumare.
“Grazie a questa diventerai mia sorella in un attimo.”

Era dal liceo che non mi facevo una canna, ma non volevo deluderla.
“Grazie all’erba? Davvero?”

Lei ha detto: “Questa aiuta, aiuta sempre.”

Mi sono stesa qui sul divano, accanto a Marina.

Mi alzo in punta di piedi, in corridoio incontro Jasmin. Ha gli occhi semichiusi.
“Non devo bere caffè dopo pranzo,” dice. “Mi si spezza quell’ora di riposo che abbiamo prima del lavoro.”

Nessun altro gira per il corridoio. Mi dirigo verso la stanza di Valjet.

Irina non c’è, ma Jasmin mi prende per la manica corta del vestito.
“Cosa fai?”

“Vado a trovarla. Sono tre giorni che non vedo Valjet.”

“Nessuno può parlare con lei finché non lo dice lui.”

“Ma lui dov’è?” chiedo, gettando uno sguardo intorno. “Ecco, non c’è.”

Jasmin mi guarda preoccupata.
“Fai la guardia,” le dico.

Abbasso la maniglia. Valjet è stesa a letto, ha una mascherina di pelo viola sugli occhi, come i suoi capelli. La chiamo sottovoce. Alza la mascherina e mi saluta.

“Come stai?” chiedo.
“Bene.” Bisbiglia. “Vai in cucina, portami qualcosa da mangiare. Nadia non ha fatto in tempo.”

“Perché hai fame?” domando.

“Quando non si lavora qui non si mangia. Pane e acqua.”

Il mio stomaco si è svuotato all’improvviso.

Mi sento il fiato sul collo. Jasmin è in piedi fuori dalla porta, con le spalle al muro e le braccia incrociate sul petto.

Recupero pollo e birra nel frigo. Porto tutto a Valjet e la lascio a leggere una rivista tra un boccone e l’altro. Chiudo la porta alle spalle furtivamente e mi avvio verso la camera di Irina per prendere il mio telefono. Ho lasciato tutto sul comodino da lei.

Jasmin si dilegua.

Arrivo sulla soglia, poi gemiti soffocati mi fermano. Mi abbasso; il cuore batte forte, e guardo dentro. La porta è mezza aperta.

Sulle pareti il sole del primo pomeriggio allunga le linee d’ombra delle persiane socchiuse.

Dasho è lì, dentro Irina, le sue mani strette intorno al suo corpo. Mi sale alle guance un fuoco improvviso.

Mi allontano appena dalla porta ma gli occhi non si scollano da loro.

Poggio le spalle contro la parete. Il muro trattiene il calore del giorno.

Sono le ore meridiane, e molta calma riempie questo posto.

L’aria diventa calda e appiccicosa. Il sudore mi si attacca alle spalle, al collo, alle mani.

Immobile continuo a osservare pur non volendo.

Dasho è steso su di lei e sento lo stesso desiderio che avevo provato nella prima lunga notte.

I suoi capelli biondi colano sudore e lo stesso fulmine della prima volta mi entra azzurro in petto.

Mi raggiunge l’odore dei loro corpi, è acre.

La fitta nel petto si fa sentire di nuovo mentre la sua mano destra spinge le dita nella gola di Irina.

Irina lo fissa, ha un viso da puttana e perde saliva dall’angolo del labbro.

Il fruscio delle lenzuola spinte a terra dall’attrito del corpo di Irina, schiacciata sotto il peso di lui, fa gemere la parte di me che settimane addietro è tornata in taxi qui, per cinque giorni di fila, sperando di vederlo senza mai riuscirci.

Trattengo il respiro.

Lui la gira e vedo i suoi capezzoli dritti sui seni stretti, arrossati.

La scopa con forza e i suoi capelli lunghissimi ondeggiano sfiorando il cuscino.

Guardo bene il culo di Irina, ha una pelle elastica che è seta.

E io ho una sete indicibile.

Lo vedo tirarle indietro la testa, le mani nei capelli. Forse troppo forte, perché le strappa un grido.

Le bacia prima la bocca, poi la gola. La trattiene per i capelli mordendole le labbra.

Ci vedo nero dalla rabbia!
Sempre così… solo un uomo. Un uomo come gli altri.
Che ragiona con il cazzo.

Chiude gli occhi. Stringe le palpebre.

Lo vedo che le gira la faccia verso lo specchio:
“Guardati mentre fai la puttana!”

Lei apre gli occhi. Chissà che vede.
Io la vedo bene.

È una puttana da primo premio. Eppure… Io farei lo stesso. Siamo uguali… cazzo! Lo farei anche insieme a lei. E questa è la parte peggiore.

E rimane lì quella scema intanto che glielo sfila e glielo caccia in bocca.
Un bel cocktail di sperma e umore di puttana.

Mi volto per tornare in fondo al corridoio. I capelli mi sbattono sulle spalle.
Il sangue mi pulsa alle tempie.

Arrivo in fondo al corridoio e mi trovo Ditmir davanti. Mi guarda male. Capisco subito: può essere uscito solo dal soggiorno. Si è senz’altro accorto di tutto.

– Da quanto tempo?

Mi oltrepassa e va in camera di Irina.

Il corridoio non era deserto. Jasmin non l’ha visto in tempo.

Irina esce dalla stanza dopo un tempo che non so misurare. Allaccia il vestito intorno al collo.
“Angela, vai in camera mia.” La sua voce è neutra.

Rimango sorpresa. E ancora arrabbiata.

Entro. Dasho è seduto sul suo letto. Mi dà le spalle osservando il mio riflesso nello specchio dell’armadio.

“Sei venuta qui per farti i cazzi nostri?” La voce è bassa.

“No.”

“E allora che facevi in camera di Valjet, a parte farti i cazzi di questa casa? Non ne hai avuti abbastanza l’altro giorno?”

Ditmir è alle mie spalle.

Il cuore mi salta in petto. Non rispondo. Resto ferma. Cerco di non mostrare paura né rabbia. Lo sguardo di Dasho nello specchio continua a seguirmi.

“Non serve che rispondi.”

Sento una vampa di calore salirmi lungo la schiena. Ditmir si avvicina ancora.

È impossibile ignorarli. Sono ancora così piena di livore.

Sobbalzo quando Ditmir mi sfiora e mi sfila il vestito dalle spalle. Il tessuto pieno di perline resta nelle sue mani. E a me affiorano perle di sudore sulla pelle, l’aria si è fatta ghiaccio.

Dasho si muove nell’ombra dell’armadio. Le sue mani scivolano sotto i panni di Irina. Ditmir mi afferra i polsi dietro la schiena, mi copre gli occhi con la mano.

Sento Dasho avvicinarsi. Lo spazio sembra restringersi. Il calore del suo corpo contrasta con un freddo improvviso che mi sfiora i seni. Un tremito mi attraversa dall’interno.

La camera odora di legno vecchio. Dasho si ferma a un centimetro dal mio volto e il suo respiro sa di whiskey. Mi sfiora le labbra.

“Allora, che ci facevi in camera di Valjet?”

La sua voce è secca come la mia bocca. Il metallo freddo contro i miei seni mi fa contrarre il respiro, scivola sullo stomaco. La gola si chiude di nuovo per riflesso. Mi sento rigida, e il gelo scende fino alle cosce, risale tra le gambe, fermandosi all’entrata della mia fica.

Ripercorre il mio corpo risalendo e mi si pianta sulla gola.

Ditmir sposta la mano dai miei occhi alla mia bocca, e finalmente guardo. Gli occhi di Dasho sono nei miei.

Respiro a fatica, cercando di non fare un movimento sbagliato.

La pistola è salita e preme sulle mie labbra.

Quella minaccia s’intreccia a qualcos’altro.

Penso che dopotutto non dovrei più preoccuparmi di due vite se sparasse.

Penso che, in fin dei conti, una puttana dovrebbe morire giovane, bella e velocemente.

Penso così tante idiozie in questo periodo.

Ma sto sudando freddo.

Piego le ginocchia leggermente. Ogni respiro mi fa dolere il petto, eppure non posso smettere di tremare, è un’ansia così intensa da trasformarsi in brivido.

Le dita di Dasho scavano dentro la mia fica umida, sento il click del grilletto tirato.
“Senti che lago,” dice a Ditmir. “Se dovessi farla fuori adesso creperebbe felice.”

Penso che è impossibile eccitarsi nel terrore.

La mano di Ditmir cerca la mia fica. Serro le cosce per difenderla.

Il piede di Dasho preme l’interno della mia caviglia. “Apri.”

Le cosce si disserrano da sole. Le dita di Ditmir entrano dentro di me.

Mi fa infuriare questo mio corpo. Li sento ridere e penso:
– Fate pure.

Non ho mai desiderato un funerale di gentaccia che piange vestita di nero in chiesa.
Né il prete che prega per me.

Ditmir mi lascia andare. Ma il sollievo non arriva.

Dasho dice: “Hai visto come vivono le troie. Girati. Così vedi anche come finiscono.”

Ma io non posso muovermi.

Infatti l’angoscia ha bloccato le articolazioni e la pistola sulla gola mi ha spento la voce.

Ditmir mi afferra il braccio come sempre e mi sbatte col viso contro la parete.
“È andata troppo avanti,” dice Dasho. “Ma a te è andata bene. Non morirai su un marciapiede.”

Penso veramente che voglia ammazzarmi; quindi non ho molto da perdere.

“Se le troie finiscono così,” dico, “allora non le proteggi molto bene.”

“Io le proteggo meglio di chiunque altro… dai clienti. Da loro stesse no.”

Il muro grigio davanti a me per un attimo sposta l’azzurro.

Vedo la realtà: sono in un orrendo stabile, con due criminali, ho le orecchie dritte come quelle di una cagna che sente avvicinarsi un cacciatore, e il mio stomaco è gelato.
E sono venuta qui con le mie gambe, oltretutto.

Mi vedo dentro una bara. Probabilmente comprata in svendita: mia madre non avrebbe speso per un sarcofago aristocratico, in radica di ciliegio.

Vedo Matteo e mi dispiace che abbia saputo come mi hanno ritrovata, nell’androne di un condominio abitato da puttane.

Mi hanno messo un vestito con bottoni rossi, piccoli come gocce di sangue, e un velo nero.
Sembro la sposa della morte.

Non volevo morire ma è successo perché volevo scopare col diavolo.

Sento salirmi una risata isterica… satanica.

Non ho nemmeno la faccia bianca: troppa abbronzatura ho preso su quel guardrail.

Ma mi piacerebbe un attimo di vita ancora, per dire a Matteo che non è come sembra…

Mi piacerebbe un istante di respiro ancora, per sistemarmi meglio quel velo.

Vorrei anche un po’ di rossetto.
Ombretto rosa tenue.
Fard color magenta.

Penso…
– Dammi tempo…

A quante cose deve pensare una troia prima di morire: il funerale, la bara, il vestito… le scuse per i parenti… l’addio ai clienti.

Anche crepare per me è diventato complicato…

– Se non vuoi darmi tempo, almeno dimmi come vestirmi…

Dammi un look per morire.

Mi volto appena in tempo. Lo sparo rimbomba a un centimetro dal mio orecchio. Un foro appare nel muro, attorniato da crepe.

Non capisco subito se sono viva.

Un fiotto caldo, dorato, mi scorre lungo le cosce.

La mia vescica allaga il pavimento, e questi due bastardi si sciolgono in uno scroscio di risate tale da coprire il rumore martellante del mio cuore.

L’eco delle loro risate riempie tutto il corridoio.

La porta è spalancata, me ne accorgo solo ora.

Vedo Valjet affacciarsi dalla sua camera e Nadia dalla cucina.

Irina si è precipitata sulla soglia. Non dice una parola. Sbianca come la neve sul Resegone, come un foglio di carta stropicciato, e ancora più di queste cose.

Marina è rimasta ferma, congelata nel mezzo giro che stava completando per allacciarsi la zip del vestito sulla schiena. Il freddo dev’esserle arrivato al midollo.

Deglutisco. Ma non parlo e non mi sposto.

“Svegliati.” Uno schiaffo mi stampa la mano di Dasho sulla guancia.
La sua voce è quella di sempre.

Apro gli occhi.
Chiudo gli occhi.

“Non credevi davvero che volessi spararti.”

Penso…
–Forse.

Mi sto riprendendo.

Sento il tocco delle sue dita gelate che mi sollevano il viso e faccio per spostarmi.
“Stai ferma.”

I suoi occhi sono quelli di prima, specchi delle mie voglie.

“Sapevi o no, che con Valjet non doveva parlare nessuno?”
“Sì.”

“Allora perché non fai quello che ti viene ordinato?”

Sto zitta.

“Perché sei una troia sfacciata. Ma questa volta ti va bene.”

Sento la sua mano fredda premere sulla mia guancia e sussulto.
“Stai zitta. E non guardarmi.”

Dasho si gira e non mi guarda più. Le altre sono immobili.
“Sistemate questo casino. È ora di lavorare.”

Nadia mi raggiunge.
“Faccio tutto io, tranquilla.”

Non penso nemmeno a risponderle. L’unica cosa che mi chiedo è se quella è stata una carezza.
O qualcosa che ci somiglia.
***
Siamo di nuovo su questo maledetto spiazzo grigio. E sembra più spettrale di stamattina.

Il mio cuore continua a battere senza sosta. Non ha ancora capito che siamo vive.

L’aria sa di cemento e umidità. Tengo le braccia strette al petto e, nonostante il sole, ho freddo.

Irina mi si avvicina.
“Ti si riattiverà la circolazione quando arriverà la cosa che è peggio di un cliente difficile.”

Non rispondo.

“Te l’avevo detto che avresti presto visto cosa c’è di peggio di un cliente difficile, vero?”

“Lasciami in pace,” dico.

Marina le dà una botta.
Irina alza le spalle.
“Va bene.”

Sorride come una che sa sempre come finisce.
“Ecco, arriva. Scusate, io me ne vado.”

Basta quello per riabbassarmi la temperatura.

Si alza e sparisce dietro il tendone del bar fallito. La stoffa si muove nel vento, un lembo giallo, si agita come se respirasse.

“Anche noi abbiamo paura,” dicono Jasmin e Marina.

Io non vedo niente, mi guardo attorno, ma non c’è nessuno… tranne un ragazzo con delle rose.

Penso: – Cosa mi nascondete? Difendetemi dagli scherzi di Irina.

Ma loro si sono defilate. Non posso crederci.

Il ragazzo con le rose viene verso di me. I fiori sono mezzi morti, i petali piegati ai bordi.

Si ferma davanti a me e comincia a parlare subito, come se avesse paura di perdere il coraggio.
“C’è Irina?”

Lo fisso.
“Irina chi?”

“Una con i capelli lunghissimi, castani. Ha il naso un po’ aquilino.”
Sorride trasognato.
“Ma è bella anche così.”

“Non la conosco.”

Il ragazzo abbassa lo sguardo, poi tira fuori un bigliettino. Me lo porge. Non si avvicina troppo, come se avesse paura di toccarmi. Sul foglio c’è un numero di telefono.

“Puoi darglielo? E magari anche le rose. Gliele porti tu, è tanto che la cerco… così capisce che non voglio disturbare.”

Poi ci ripensa. Mi lascia il biglietto.
“No, le rose no. Le porto io. Voglio dargliele io le rose.”

Se ne va. Cammina piano, con le rose strette in mano come se fossero qualcosa di fragile.

Le altre tornano fuori.

Marina mi guarda.
“Che ti ha dato?”
“Un biglietto,” rispondo. “Vuole che lo dia a Irina. È il suo numero.”

Marina sbuffa.
“Irina, vuoi il numero di quello?”

Jasmin le si butta addosso ridendo.
“Vuole svegliarsi con te per il resto della sua vita. Ogni giorno per un milione di anni.”

Irina cerca le sigarette nella borsa.
“Non voglio essere aiutata a svegliarmi in una bara. Anche se… almeno lì i suoi fiori servono a qualcosa.”

Marina si risiede accanto a me.
“Viene tutti i giorni quando stiamo qui. Si è messo in testa che Irina è una principessa e lui la deve salvare.”

La voce di Irina è un sussurro:
“Non ha capito che le rose durano poco qui. E pure chi ci crede.”
***
Qui, ora… è la stessa ora di quel giorno.

Il sole entra caldo.

Elena non riesce a staccarsi dal divano.

Idra sorride. “Quella Angela lì… non ti serve qui.”

Prendo il mio taccuino. C’è un capello biondo tra i fogli e non è mio.

Scrivo:
Nessuno era più felice di me quella mattina.

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