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Racconti di Dominazione

La lunga notte cap. 11.11

By 12 Maggio 2026No Comments

“Lo sai, Idra, mi pareva di non fare altro che passare da una stanza all’altra. I miei due mondi si stavano sovrapponendo e la vita in mezzo era solo una debole dissolvenza.”
***
Non esco da una stanza: scoloro in un’altra.
Casa mia.
Dissolvenza.
Cambio stanza.
Sono davanti al portone di Dasho.

Rimango a lungo davanti al portone senza che nessuno venga ad aprire, e dopo qualche secondo chiamo Marina, la serratura scatta e io salgo le scale già con addosso quella sensazione che qualcosa stia correndo più veloce di me.
Ditmir mi apre trafelato e mi tira dentro:
“Muoviti, non posso tenere tanto la porta aperta.”
Mi stringe forte il braccio e non capisco, ma entro dietro di lui.
Non trovo Dasho. È la stessa identica scena di ieri. Oggi è venerdì, me lo ricorda il calendario appeso in cucina.
Irina si alza.
“Hai ancora il ciclo, Angela?”
“No,” la guardo senza capire.
I miei occhi cercano Valjet ma non c’è. Manca da due giorni anche lei.
Dico: “Dov’è Valjet?”
Jasmin scivola sul divano, sta sgranocchiando patatine pringles.
“Chiedilo alla maestra.”
Marina sta apparecchiando. Mi risponde senza guardarmi.
“Alla villa. A volte, quando il lavoro si sovraccarica da qualche parte, andiamo anche noi ad aiutare.”
Chissà perché il modo in cui ha detto “aiutare” mi fa venire in mente “pulire”.
Giro la testa verso la porta di Dasho. Il cuore accelera, ma non è paura. È qualcosa che le somiglia, ma mi scalda.

“Perché sta sempre lì dentro?” le chiedo sottovoce.
Jasmin sgranocchia più veloce.
“Questo è un segreto di famiglia.”

“Anche i maschi hanno il ciclo,” dice Marina. “La loro insistente pioggia di ormoni. Di solito non te ne accorgi perché dopo il flusso di sangue hanno di nuovo la faccia di prima.”
Le altre ridono, Marina parla ma elude il mio sguardo.
“Diventano mostri una volta al mese. Solo per poche ore, lo sai? Escono di notte, vogliono mangiare carne cruda. Ma alla luce del sole vanno a fare la spesa, lavano la macchina, pagano le bollette. E quando ti guardano, non puoi smettere di pensare a loro.” Marina appoggia il piatto che ha in mano. “È proprio l’effetto che ti fa una moglie nei periodi in cui ha il ciclo.”
Jasmin si sta soffocando, le patatine le vanno di traverso.
Io mi chiedo di che diavolo stia parlando Marina.
Lei riattacca senza cambiare tono: “E pure i clienti hanno il ciclo. Questo è il motivo che li porta da noi. A nessuno va di trasformarsi in una belva assetata di sangue a casa sua. A casa propria… solo le mogli sono autorizzate a urlare per ore e a lanciare elettrodomestici per aria. Una donna che dà di matto resta socialmente accettabile. Tu sei sposata, perciò lo sai.”
Mi fremono le cosce.
“Mi sfugge qualcosa?”
Marina continua ad aiutare Nadia, portano i piatti a tavola.
“No. Perché?”
E invece ho proprio l’impressione che voglia farmi intuire qualcosa.
“Non capisco se scherzi o se sta succedendo qualcosa di grave.”
Marina controlla la temperatura nel forno.
“Qui succedono sempre cose gravi. Stiamo solo cercando di integrarti nella nostra bella famiglia. Non sei felice?”
Faccio un passo indietro.
Marina si siede.
“Questo è un gioco a eliminazione. Le nominations più gettonate riguardano: morte prematura, ordinazioni, malattie incurabili, rivendita di merci difettose. Adesso questa è la tua vita.”
Un piatto passa dalle sue mani, alle mani di Nadia, alle mie.
La voce di Marina si abbassa.
“Tutto quanto alla fine è una delusione. Qualcuna è riuscita a guadagnare abbastanza da pagarsi il biglietto per la libertà prima di essere troppo vecchia. Ma a volte mi sembra che sia più vicina l’estinzione dell’umanità. Non chiedo più al padrone della nostra vita di farmi vedere a che punto è il mio debito.”

Sento il citofono suonare, Ditmir attraversa il corridoio e la porta scatta di nuovo.
Entra Valjet. Sono così felice di vederla, ma appena la guardo sento un colpo allo stomaco.

Non è solo stanca. Ha le occhiaie da morta più profonde del solito.
E c’è qualcosa che non torna nel modo in cui respira: come se ogni tanto si dimenticasse di farlo.
“Valjet,” dico, “ma che hai?”
Si gira verso di me.
È una sorpresa di colore: un sottotono blu e uno rosso esplodono tra le ciocche sulla sua testa. Il viola è troppo abbagliante, saturo. La fa assomigliare a una di quelle ragazze con le tette enormi e i capelli arcobaleno dei cartoni giapponesi.
“È successo che ho chiesto al diavolo di lasciarmi andare dalla parrucchiera. Avevo tre dita di ricrescita sui capelli viola. Non riesco a sistemarli da sola, Liveta me li faceva sempre. Lui ha detto no e questo è il risultato.”
“Dov’è lui?”
“Spero che sia in fondo a un pozzo,” dice Valjet.
Si tira su i capelli.
“Con la scusa che con questi capelli non posso uscire, mi hanno mandato a raccogliere il sudiciume della villa un’altra volta.”
La parola “sudiciume” le resta in bocca più del necessario. Si annusa le dita.
Non una volta sola. Come se volesse assicurarsi che un certo odore sia ancora lì.

“Odio la puzza di candeggina che resta sulle mani.”
Anche il cibo resta troppo a lungo nella bocca delle altre.
Le guardo il collo e non servono domande: quei segni li ho già visti altre volte. Irina ride forte. Valjet no. È chiaramente sconvolta e guarda Irina. “Piantala, stronza. Fare la commedia serve a tutte per campare, ma tu passi ogni limite.”
Irina si asciuga le labbra col tovagliolo.
“Rido solo dei tuoi capelli, lo giuro. Non pensavo a quello.”
Le stringo il polso.
“Che succede?”
Valjet scuote appena la testa.
“Dasho si è tappato nella sua stanza,” dice Marina tornando seria.
“Ma per quale motivo?” chiedo.
Marina alza le spalle. “Sta lontano da noi tutte durante certi giorni, quando gli è successo qualcosa che gli ha provocato un picco ormonale. Se ne sta lì e guarda video stupidi. Oppure rimescola cartacce, mangia lì dentro e sta alla larga da tutti finché non torna normale. Questo è il segreto di famiglia.”

Valjet è sul punto di una crisi di nervi: le tremano le gambe e le mani, non guarda mai il tavolo. Fa traballare tutto.
È fastidioso il tintinnio dei bicchieri.
La mia faccia nel riflesso del bicchiere dice:
– Non è il rumore a darti fastidio. È il contrario: il suo, il loro silenzio ti distrugge.
Sento la voce di Marina che sembra venire davvero dal fondo di un pozzo: “Angela, mangia.”
Nel piatto trovo una patatina e va giù.
Un’oliva e va giù anche quella.
Così fino alla fine.
Soffoco.
Nadia posa la forchetta: “Angela, vuoi che porti un’altra bottiglia di vino? Qui è rimasta solo una goccia.”
È sempre così servizievole.
“Ti ringrazio, davvero,” rispondo.
Siamo in sei, la bottiglia dura poco. E io bevo molto in questo periodo. Quando soffri per una passione storta devi bere come una spugna. Infatti, se irriti Venere, Bacco presenta il conto di corsa. Seguo lo scroscio mentre Nadia versa. Scende sempre nello stesso punto. Certe volte ho una fame da morire, ma nel petto sento un blocco: gonfiore, dolore. Non posso mangiare. Il vino brucia lo stomaco, ma il vuoto non è lì.

Ditmir sta di nuovo trafficando nel corridoio.
Lo vedo togliersi l’orologio che porta sempre. Si tira su le maniche.
Nadia gli chiede: “Posso venire?”
Lui fa segno di sì.
Lei tira fuori dai mobili un vassoio. Un piatto. Un tovagliolo. Una bottiglia.
Percorre il corridoio.
Quando torna la guardiamo tutte, ma lei non emette un fiato.

Mentre laviamo i piatti, da dietro la porta che cela il segreto di famiglia arriva uno strillo. Non arriva addosso. Entra. Un tremendo, incessante, strillo di donna.
– Ma noi siamo tutte qui, penso.
Esco dalla cucina.
“È meglio se ti levi dal corridoio,” mi urla Ditmir.
Non aspetta la mia risposta. “Irina, ci serve la tua camera. Porta la tua roba nella stanza di Jasmin.”
Irina scatta. “Non mi ha fatto dormire tutta la notte, non le darai anche il mio letto.”
“Sì che lo farò, spicciati.”

Andiamo tutte nella stanza di Jasmin, aiutiamo Irina a trasferirsi qui, una pasticca alla volta.
Le chiedo:
“Chi non t’ha fatto dormire?”
“Quella nuova. Urlava di continuo.”
Il trasloco non finisce mai, pare che stiamo sgomberando un magazzino.
Valjet trasporta le scarpe di Irina, si piega e mi parla all’orecchio: “È talmente alta che se apre le gambe ci passo in mezzo con tutti i tacchi, senza chinarmi.” Ride, ma la risata le si spezza in gola prima di finire.

Ditmir trascina qualcuno.
Sento il rumore della mano di Dasho che sbatte sulla faccia di quel qualcuno. Il mio corpo reagisce come se la pelle colpita fosse la mia.
“Questa è la cifra che ho pagato per te. Stai zitta e ferma, fammi vedere.”
Di nuovo quel rumore secco.
Io e Valjet ci guardiamo, lei non dice niente, solo… stringe le dita contro il palmo.

Un altro urlo travolgente.
Mi volto e vedo Dasho che la sfiora ma è come se toccasse pelle umana senza vita.
Quella ragazza ha il viso bianco. Il suo seno è duro e immobile, diresti che è di ghiaccio. Eppure qualcosa si muove. Subito si riprende, grida a tutta forza, gli affonda le unghie nelle braccia.
Nella cute di lui affiorano lunghi segni rossi di graffi.
Max la afferra per i polsi. L’agenda nera di Redian cade, lei la scalcia via. E di quello che succede nel buio di questo condominio, nessuno se ne accorge.
Il libro atterra accanto a me con un rumore secco. Redian grida di prenderlo. Di portarlo al suo posto. Viene verso di noi.
Si gira e urla: “Provaci ancora, brutta troia.”

La ragazza grida: “Avanti, torna qui, vieni, testa di cazzo maledetto! Gonfiami da mandarmi un mese all’ospedale.”
Redian si ferma a un passo dalla cucina.
“Il tuo padrone ha pagato troppo per me, ancora deve recuperare l’investimento. Se mi ammazzi sarò libera. E non avrete guadagnato niente.”

Non faccio a tempo a raccogliere il libro che mi sfreccia accanto un bagliore di capelli rossi.
Redian arriva davanti a quella porta con una velocità che rischia di farlo scivolare dentro.
“Mi piaci, sei una tigre.”
Il suo sguardo conta. Tocca. Valuta.
Io e Valjet ci allontaniamo.
“E quando smetterai mi piacerai di più.”
Entra solo lui. Gli altri se ne vanno nella stanza dove sta Dasho di solito. La porta di quella che fu la camera di Irina sbatte.

Non appena la via è libera, mi guardo intorno per vedere se c’è qualcuno.
Non ho più il libro in mano. Non so quando l’ho lasciato.
Nessuno esce. Nessuno apre.
Quando la porta si riapre, stringendo i pugni, Redian si slancia verso di noi, con le pietre rosse e verdi che gli brillano sulle dita. Le catene che porta al collo sono tutte impigliate tra di loro.
Io e Valjet indietreggiamo. Lei urta contro di me ma non se ne accorge.

Guardo alle sue spalle.
La porta della camera di Irina sembra una pagina mezza strappata da un libro, ondeggia. La ragazza altissima è a terra.
Ha un vestito color albicocca ma la scollatura è strappata da un lato. Il tessuto è tutto stropicciato e le è risalito fino alle costole. Ha una lunga cicatrice rossa trasversale all’ombelico. A forza di scalciare ha perso le scarpe. Continua a lanciare grida attutite dalla massa scura dei capelli. Ride coprendosi il viso con le mani.
Per un attimo penso che stia ridendo di me e quel riso di donna scioccata mi resta addosso, come se non riguardasse più lei.

Quando si accorge che Dasho è sulla porta e che i suoi occhi azzurri sono fissi su di lei smette, ma sulle sue labbra persiste un sorriso. Incollato. Quel sorriso che resta anche quando non c’è più niente da ridere.

Mi viene da imitarla ma non lo faccio.
Dasho dice piano: “Toglitelo dalla faccia.”
Io trattengo il mio sorriso.
Sento Redian che chiede: “Che diavolo ha da ridere la mia troia?”

È ancora in piedi davanti a noi, ma ha un’aria malvagia. Mi sembra la morte, rossa. Non so più chi è.
Ci chiede: “Dov’è il vino?”
Valjet sussurra: “È finito.”

Lui si gira verso di lei e in faccia gli corre una luce che lo fa sembrare Lucifero. “Potrei uccidervi per questo. Giuro.”
Nadia sorride, si avvicina e gli liscia la maglietta sul petto.
Conto i battiti del mio cuore: uno, due, tre… Come se servisse a qualcosa.
Il battito del mio cuore mi assorda.
Nadia gli riaggiusta la massa di collane intrecciate. “No, non puoi farlo. Però noi potremmo uccidere te.”
E per un attimo ci credo.

“Chiedi scusa ad Angela. Valjet ci è abituata ma lei… l’hai spaventata a morte.”
E lui mi guarda e dice: “Angela, amore, ti prego scusami. Non volevo.”
La mia faccia nel riflesso dei vetri della credenza dice: prova a credere anche a questo.

Nadia non batte ciglio. Si sposta verso il frigo, mentre il respiro di Valjet accanto a me è ancora un fischio strozzato.
“C’è la birra se la vuoi”, dice con quella voce che non trema mai.
Tira fuori una bottiglia di vetro. È rossa. La allunga a Redian.
Lui la afferra, si butta su una sedia e il legno scricchiola. Preme il tappo con un accendino e quello salta. Sento il metallo che cade sulle piastrelle, la birra frizza.

Dasho si siede di fronte a lui.
Inizia a ticchettare le dita sul tavolo, un ritmo costante, nervoso, come se stesse aspettando il resoconto di un inventario. Redian alza la bottiglia, la guarda in controluce, poi me la passa. E siccome Dasho mi fissa io bevo piano, piano.

“Sul capezzolo la cicatrice è invisibile,” dice Redian con la voce piatta di uno che conta.
“Al tatto non si sente niente. La pelle è tornata del tutto liscia. Ma quella sulla pancia… è lunga. Rovina tutta la linea.”
Dasho smette di ticchettare.
“Chiama Massimo per lunedì. Domani è sabato, sarà pieno di sicuro. Vediamo se lui può farci qualcosa con un tatuaggio. Se lo sfregio è molto visibile la pagheranno meno.”

Valjet è immobile.
Le passo il libro e lei lo stringe tra le mani bianche. Pare che così possa tenere insieme qualcos’altro oltre alle pagine.

Le macchine giù in strada e la musica country dello stereo di Liveta fanno del loro meglio per riempire il silenzio. In cielo, le nuvole tacciono. Anche lui.

Sento il dito di Dasho che mi scorre dal mento fin sotto la palpebra, piano come se mi aprisse. Il cuore si ferma.
Raccoglie una lacrima che non mi ero nemmeno accorta di aver versato. Dice: “Dopo vengo a prendervi io.”
Redian sposta lo sguardo su di me. Mi fissa con quegli occhi che un istante prima erano di Lucifero e ora sono quasi divertiti.
“Perché piangi? Credevi che me la fossi mangiata? Tutta da solo?” Continua a bere. “Non sarebbe giusto, ho dei fratelli.”
Dasho mi mostra il dito annerito dal mascara.
“Pulisciti la faccia. Non mi piacciono queste schifezze.”

Marina mi spinge fuori dalla cucina. Mi tampona gli angoli degli occhi con una salvietta. “A parte che fa cadere le ciglia,” dice, “ma il mascara è la cosa peggiore da usare con il caldo.”
“E tu come fai a tenere ciglia lunghe senza il nero?”
“Ci metto olio di ricino, rafforza anche la crescita.”
Stringo gli occhi, lei strofina.
Dico: “E come?”
“Con lo scovolino di un mascara finito.”
Schiudo leggermente le labbra mentre lei mi rimette a posto le ciglia. Prendo consigli di bellezza dalle puttane e rido dentro di me. Chissà perché vedo mia madre, lei che accettava queste dritte solo dalla mia stupenda professoressa di lettere e filosofia del liceo.
Ma quando usciamo dal bagno di Marina mi accosto alla porta aperta della camera di Irina. Redian e Dasho continuano a discutere di centimetri di pelle e tatuaggi come se parlassero di carrozzerie.
La ragazza è ancora a terra, ma il silenzio ora è più pesante delle grida.
Mi chino verso di lei. “Come ti chiami?”
Lei si muove lentamente, puntando prima le mani sul pavimento e sollevandosi sulle ginocchia. Poi, con uno sforzo che le fa tremare i muscoli delle cosce, si mette in piedi. È di statura notevole, fasciata in quel vestito mi pare un miraggio arancione tra le ombre della stanza.
Mi guarda dritto negli occhi e solleva un piccolo pugno chiuso verso di me.
“Mi chiamo Lori.”
Si tira su la spallina lacerata. Attorno all’osso sottile del suo polso oscilla un braccialetto di stelline dorate che brillano a stento, un rimasuglio di vita precedente.
Lori stringe i denti, lo sguardo fisso oltre le mie spalle, verso la cucina.
“Non mi piace che un perfetto sconosciuto mi strappi i vestiti di dosso”, dice con una voce che vibra d’orgoglio. “E non mi piace che mi metta le mani dappertutto parlando di me come se fossi una mucca da portare al mercato. Diglielo al tuo fidanzato”.
Sento una spinta improvvisa alle spalle. È Ditmir che mi scosta per chiudere la porta.
Dice: “Tutto bene?”
Non guarda la donna alle sue spalle. Nessuno la guarda.  I resti del tessuto aranciato bruciano nell’ombra.

Dico: “Sì.” Subito.
Prima che la porta si serri, l’ultima cosa che vedo sono quelle stelline dorate sul suo polso.
Marina mi sussurra all’orecchio, con un misto di pietà e fastidio: “Povera matta, non ha ancora capito dov’è.”
Redian si è scordato di lei. Si rimette al lavoro con il suo libro nero e comincia a scarabocchiare lettere, nomi e orari.
Guardo le sigle.
Lui se ne accorge: “Serve la magia per decifrarle.”
Poi aggiunge, guardandomi:
“Lo sai, mi chiedo se quella pazza dietro la porta riuscirà mai ad accettare la sua nuova vita. Ma come fai a sopportarlo, tu? Una signora?”
Mi viene da ridere. “È un incantesimo.”
“Conosci anche un incantesimo per triplicare i soldi senza fare lavoracci?” Mette via il quaderno. “Uno per diventare invisibile? Sarebbe assai utile per il mio lavoro.” Traffica col telefono senza tregua. “Oppure uno per trovare un’acquamarina a gradini senza inclusioni?”
Nadia parla fitto al telefono anche lei, a voce alta.
Dasho la sta fissando. “A me basterebbe una magia per non sentire urlare in russo di continuo.”
Nadia si appoggia il telefono sul petto: “Bielorusso.”
Redian alza gli occhi dal quaderno. “Per quello ti basta metterglielo in bocca.” Guarda me. “E poi vorrei avere il teletrasporto.”
Ditmir si alza. “Andiamo?”
Ma non è una richiesta, tira fuori le chiavi della macchina e ci precede. Marina e io giriamo i tacchi e cominciamo a camminare.
Valjet rimane qui e anche Dasho. Redian dice che arriva.
Come apriamo il portone, un urlo ci schizza accanto per le scale, seguito dal bagliore di capelli rossi. Le catenine di Redian fanno un gran casino quando sbatte il muso contro il portone. Si aggrappa al pomello.
Dice: “Le scale erano bagnate.”
Ditmir si ferma un attimo: “Hai trovato la magia che cercavi per il trasporto rapido.”
Redian si rimette dritto: “Queste infiltrazioni. Ho rischiato la vita e mai nessuno che pensi a restaurare il tetto.”
Come al solito la gente muore ma le cose non cambiano. Né qui né altrove.
***
Arrivo all’autoporto. Cambio pelle, ma non del tutto.
L’autoporto è un non luogo e anche quello tra i clienti è solo un passaggio morbido tra immagini.
A volte mi ricordo all’improvviso la faccia di qualcuno. Tante volte veniva a trovarci sempre la stessa gente.
Primavera, estate, inverno, autunno: la giornata attraversa tutte le stagioni quando sei arrampicata su un guardrail mezza nuda. Proprio come a casa del diavolo.
Sto ancora cercando di riprendermi. Nadia tira fuori dalla borsa un piccolo cilindro viola pieno di glitter, lo fa ruotare e spunta un rossetto color borgogna. “Ti è preso un altro colpo?”
Dico: “Penso che mi abituerò.”
Marina si prende il rossetto di Nadia: “Qui un infarto a settimana è il minimo che ti puoi aspettare. C’era una che lo chiamava Morte Rossa. Se vuoi vederlo andare fuori di testa, basta usare quel soprannome.”

Alle quattro e mezza salgo su uno scassatissimo furgone. Non ho ancora smesso di sentire quell’urlo.
Marina ha detto che questo tizio è uno di quelli che non accetta il preservativo. La media di clienti allergici alle protezioni è comunque di due su dieci. Due possibilità su dieci di beccarsi un’orrenda malattia. Sbircio fuori per controllare che non cambi strada. Marina mi ha detto di farlo sempre. E se cambiano strada chiama subito. È il solito parcheggio: pericoloso, ma non per il posto grigio che pure la morte nera è più rassicurante, quanto per la gente che ci trovi. A volte è divertente… di notte vedi qualche camionista che ha scritto sulla plancia luminosa sopra la cabina: “Harry Potter.” O un altro, la scorsa settimana, andava in giro lampeggiando: “La bestia.”
Siamo fermi adesso. Lo guardo: il cliente ha rughe profonde che gli segnano le guance e gli occhi grigi, freddi. Mi spinge fuori per farmi risalire sui sedili di dietro, ma tanto forte che devo aggrapparmi alla portiera per non cadere. Ha poco controllo della sua forza.
La mia faccia nel riflesso degli specchietti dice: Cerca di svegliarti, bellezza. Combatti per svegliarti.
Mi tocca. Azzurro.
Respiro ma non serve, perché non sono qui e svegliarmi non cambierebbe niente, qui non c’è niente da salvare e lo capisco mentre il mio corpo continua a fare quello che deve.

L’azzurro non passa. È una stanza senza uscita.
Vedo che il mio cliente ha un solco bianco su un dito, nel punto in cui dovrebbe esserci la fede.
Quel segno di “normalità” mi eccita e mi disgusta: quest’uomo ha una casa, una moglie, eppure è qui a cercare il buio dentro di me. E io ho tolto la mia fede, perciò siamo pari, almeno nel sudiciume. Tenta di darmi i soldi mentre si toglie i pantaloni nel poco spazio che ci avvolge, insieme all’odore di pelle di sedili e aria viziata. Gli cade il portafoglio. Vedo che è il signor Galbini.
L’autoporto è pieno di Signor Galbini, Signor Rossi, Signor Zaki e Signor Vattelapiglianterculo. Sono tutti uguali, sono una risma di banconote che respirano. Va tutto bene finché li trasformi in soldi, li riporti a casa e non violi i termini della libertà condizionata.
Il signor-banconota entra dentro di me. Cerco il ricordo del corpo di Dasho per non sentire l’odore di tabacco di Galbini. Il suo corpo è caldo, in fondo senza il lattice dei preservativi ci sento meglio anch’io. Sento la sua lingua spingersi nel mio orecchio. La corrente azzurra passa sempre negli stessi punti, eccita i miei nervi. Le sue mani sollecitano i miei capezzoli.
Mi sforzo di restare presente ma è come provare a trattenere acqua tra le dita.
Lo sento fottermi e intanto a occhi chiusi io rivivo e rivivo quella notte. All’infinito. L’uomo sopra di me ansima, adesso dovrei sentire il fiotto caldo del suo sperma, dovrei provare sollievo. E invece lui incolla il viso al mio, con una voce che sa di vino dice: “Hai una fica fradicia che sembra ubriaca…”
Io rispondo: “Il sesso l’ha fatta ubriacare.”
“Ma veramente, sembra che la tua fica stia affogando.”

In effetti affoga nell’azzurro, come se il corpo fosse diventato liquido. In questo stante di sottomissione totale, sento una scossa elettrica risalire la spina dorsale. Sono merce, e questa parola brucia come il vino di Nadia che ho bevuto quasi a stomaco vuoto. La mia faccia nel vetro non mi dà pace:
– Bevi quello che lui vorrà, ingozzati di tutto quello che vorrà. Fa’ tutto quello che ordina e sarà estate per sempre.
Ma quest’uomo che ho davanti ha gli occhi lucidi.
“Ho un desiderio da realizzare,” dice. “Potrebbe essere questa l’occasione.”
Sento il suo sguardo che cerca qualcosa dentro l’abitacolo.
“Dimmi.”
Per quante porcherie ho ascoltato nelle ultime settimane non sarà facile stupirmi.
“Voglio far ubriacare anche il tuo culo.”
– Ah… per così poco. Pensavo chissà cosa. Aspetto i cento euro che Nadia mi ha detto di domandare per questo servizio, li metto in borsa e gli do le spalle. Che lo usi.
Mi passa le mani nei capelli, sento un morso sulla schiena e la lingua di Galbini che mi preme sulle vertebre. Il cuore batte rallentato. Ho visto… ha un cazzo poco lungo però è largo, il mio sfintere lo accetterà a fatica. Giro il collo per guardarlo e non mi piace quel che vedo, ma comunque sono qui per farlo divertire. E poi chiuderò gli occhi e mi sentirò tranquilla.
Lui sorride. Io riporto lo sguardo sulla pelle del sedile.
Le sue mani non cercano più me. C’è un vuoto improvviso. Penso che nei vuoti succedono sempre le cose peggiori.
Lo sento frugare. Accarezza le mie natiche rilassate, bagna con la saliva il buco.
Non è carne calda a spingersi dentro di me, non è il suo corpo ma qualcosa di freddo, troppo freddo per essere vivo. È sbagliato.

Penso a Lori.
A come rideva.

Mi chiedo se anche lei, all’inizio, abbia pensato:
– Non è poi così grave.
Rifletto che la pelle non è gelata e liscia, a meno che non sia dei morti. E mi chiedo: – Ma chi è?
Un altro folle come quello che metteva in croce le donne! L’ho visto in televisione tempo fa. Quel maniaco che ha lasciato una prostituta in un bosco, legata a una sbarra, con un manico nel culo a morire dissanguata.
Non è lui. Non può essere lui. Quello si sta facendo vent’anni di galera.

Potrei non uscire da qui.

La paura arriva tutta insieme, senza passaggi.
Il sogno azzurro sbatte contro la realtà del vetro blu e le gambe scappano prima della testa.
Il rosso tiepido si rovescia sui sedili, le macchie si allargano sulla pelle, l’odore di alcol si spande nell’aria, denso. Dev’essere vino ma il mio cervello dice: sangue.
L’aroma vinoso diventa più forte mentre si mescola a quello di chiuso. Forse è un gioco ma il mio cervello dice: pericolo.
Non so se sto guardando o ricordando. Lui si incazza e strilla: “Puttana, fa’ quello per cui ti pago.”
Ha occhi che non vedono me, vedono solo quello che vuole fare.
Cerca di afferrarmi per le spalle, le unghie strappano via pelle. Sento bruciare il punto esatto in cui mi graffia.
Lancio un grido vedendo l’incisione, il corpo si ribella tardi, ma quando lo fa è violento. Per la prima volta uso l’unghia rasoio e scappo come si scappa dal fuoco: senza dignità, senza pensiero.
Apro con una botta la portiera che ho davanti e salto fuori, ancora nuda nel parcheggio.
L’aria mi colpisce ma è un sollievo e l’eccitazione resta incollata alla paura, non si separano.
Mi attacco al telefono. Chiamo nostro fratello vigilante; appena capisce che li sto chiamando, Galbini si calma. O almeno finge.
Poi si appiccica anche lui un telefono all’orecchio.
Conosce Dasho e gioca su quello.
“Strilla troppo,” dice. “Non è stata al gioco.”
Non gli dice che ha tentato di infilarmi una bottiglia di vetro nel culo. Gli dice solo che rivuole i suoi soldi perché non sono stata alle sue porcherie.
La nostra macchina arriva nel parcheggio. Ditmir gli sta dicendo:
“Signor Galbini, non è contemplato il rimborso se cerchi di ficcare nelle ragazze cose diverse dal tuo cazzo.”
Mi allontano, torno sul furgone per recuperare i miei vestiti. Galbini insiste. Lo capisco anche senza distinguere le parole.
Qualcosa cambia, Galbini tace, prende tempo. Ditmir non si muove di un millimetro.
“Non funziona così,” lo sento dire.
Galbini insiste ancora. Ditmir lo lascia parlare, stavolta mi fa risalire in macchina aprendo la portiera. La chiude e la voce di Galbini ci raggiunge ancora. Adesso sta offrendo di più, per finire. Ditmir sembra pensarci, si passa il pollice sul labbro. I polsi mi tremano, spero che non accetti quel denaro.
Non risponde ancora. Il mio respiro si è bloccato.
“Non puoi pagare qualcosa che mi porta le donne all’ospedale.”
Silenzio.
Per fortuna non prende i soldi. Non esita e tutto torna al suo posto.
“Fallo altrove. Non con noi.”
Il motore vibra, la macchina riparte, rallenta lungo il guardrail. Ditmir accosta. Il motore resta acceso.
“Scendi,” dice.
Il respiro torna. Metto un piede a terra, poi l’altro. Il corpo mi segue, anche se dentro è rimasto indietro. Vado verso le altre senza guardarlo. Ditmir abbassa il finestrino.
“Torniamo alla solita ora.”
L’auto riparte, si mangia la strada. Resto lì un secondo, poi torno verso il guardrail. Marina mi vede arrivare e si raddrizza subito. Mi guarda, come se cercasse qualcosa sul mio viso. “Che è successo?”
Non rispondo.
Mi siedo. Il metallo passa il calore attraverso i vestiti. Irina non dice niente; apre il pacchetto di sigarette nuovo e me lo passa.
La guardo ma non riesco a fare nulla. Lei accende prima la sua sigaretta, poi la mia e me la posa sulle labbra. Tiro dentro il fumo, resta fermo un secondo nei polmoni.
“Angela?” Marina ci riprova, più piano.
Guardo davanti a me la strada grigia. “Quello era fuori di testa, non era un cliente. Voleva infilarmi una bottiglia nel culo.”
Jasmin si tocca la tempia con un dito. “Lavora poco e male il centro d’igiene mentale a Milano.”
“Da tutte le parti lavora male…” fa Irina, “anche tu sei ancora a spasso.”
Jasmin le dà una manata sul braccio.
Urge cambiare argomento. Chiedo a Nadia chi è quest’uomo con cui esce.
“Viene a trovarmi tra poco,” dice. “È l’unico con cui non devo scusarmi per il mio lavoro. Mi ha regalato un bell’anello tempo fa, ma lo nascondo per non farlo sapere a Dasho. Quando scopre una novità qualsiasi fa il terzo grado, deve sempre guadagnarci qualcosa.”
Si ferma un attimo. “Quando quest’uomo mi ha dato l’anello, mi sono intristita per la vita che faccio. Ho iniziato a mangiare meno, a dimagrire. Dasho se ne è accorto subito. Per fortuna poi, il mio ragazzo è partito per mesi.”
“Vive a Milano?” chiedo.
“Non sempre. Dice che il viaggio che sta per fare ora gli porterà molti soldi. Ha promesso che mi ricomprerà.”
Per un attimo sembra possibile.
“Che lavoro fa?”
“È un fotografo. Viaggia in zone di guerra per guadagnare meglio. O almeno è quello che dice.”
Pochi minuti dopo arriva una BMW nera e si ferma davanti a noi. L’uomo alla guida avrà quarant’anni, forse. Il viso è normale, segnato dalla stanchezza, potrebbe essere quello di chi ha fatto un lungo viaggio. – Nulla di strano, penso. Forse.
L’asfalto sussulta per il passaggio dei camion, c’è odore di gasolio.
Quando torna, Nadia estrae dalla borsa delle foto. Poche, legate con un elastico.
“Me le ha date lui, ma ho paura di portarle a casa. Se le vede Dasho o se me le prende… puoi portarle a casa tua?”
“Va bene.” Prendo le foto. Sono lisce, consumate ai bordi.
Un flash: Nadia in piedi con un vestito a ruota azzurro. Dietro di lei c’è un parco che conosco: il giardino dove giocano i bambini vicino casa mia. Niente di esotico, niente di lontano.
Un altro flash: Nadia in sottoveste rossa, ha una collana d’oro grande al collo. La mano di un uomo le solleva il mento, non si vede il volto, solo le dita e un orologio massiccio, dorato. Il metallo è graffiato.
Un altro flash: paesaggi di combattimenti. Neve sporca. Trincee. Soldati rovesciati nel terreno e altri orrori.
Quelle foto mi mettono a disagio, ma non per la guerra, per Nadia.
La vedo diversa in quelle immagini. Ha il viso di una ragazza normale, in trasparenza leggo la sua voglia d’amare. In foto è più vestita, è migliore, come se l’abito potesse cambiare la persona.
Un altro flash: ha addosso un vestito lungo e décolleté di vernice nera.
“Le ha comprate lui,” dice. “Mi sento nuova.” Poi sorride. “Mi piacerebbe riuscire a uscire con lui una sera, prima che riparta. Solo una sera. Ma mi serve una scusa decente, non posso dire a Dasho che devo andare a comprare vestiti di notte.”
“Veramente è pieno di negozi aperti la sera, qui. Mi viene in mente il Dolly Noir anche se non ci sono mai entrata.”
“Allora gli dirò che me l’hai detto tu e mi hai fatto venire voglia.”
Devo ragionarci meglio, farmi venire in mente altri posti dove può aver senso che Nadia voglia andare.
La sua voce si fa più bassa. “Vorrei avere un vestito da signora vero. Una collana. Niente di grande, solo perle.”
—Mi piacciono le perle,— penso. —Ma mia madre diceva che portano lacrime. Ne ho solo una di collana così. La darò a lei.—

“Le tengo finché non mi dici quando le rivuoi. Le perle te le porterò io.”
Mi sorride. “Grazie.”
“Ti manderò le foto dei miei vestiti stasera a casa. Così mi dirai quale va meglio.”
Non posso cambiarle la vita, ma togliermi un filo di perle e qualche pezzo di stoffa non mi costa nulla.
La sento accanto al viso, ha una voce timida: “Posso darti un bacio?”
Mi avvicino. Sento il suo bacio, caldo, breve sulla guancia.
Lei ride. “Pensavi volessi baciarti in bocca?”
Rido anche io. “Non si sa mai. Qui il mondo è ribaltato.”
Nadia apre la borsetta, mi passa il tubetto viola glitterato. “Te lo regalo. Semmai sentissi la mancanza delle mie labbra.”
So che è il suo rossetto preferito. Lo metto nella borsa. “Grazie. Lo farò provare a mia mamma, lei adora quel colore.”
Marina si copre le labbra con le dita. “No ma… dico, la ami così tanto che le faresti mettere sulla bocca una cosa che abbiamo usato per fare pompini a tutta la città?”
“Certo, così e molto di più.”
Nadia accavalla le gambe: “Tua madre abita qui?”
“Mia mamma era venuta qui per l’università. Non avresti mai detto che era italiana: alta, bionda, occhi azzurri. Sembrava norvegese, o comunque una statua staccata dal ghiaccio del Nord. Se avesse fatto la puttana, sarebbe stata ricchissima.”
Mi viene da ridere.
“Ma è morta?” chiede Nadia.
“Purtroppo no.”
Nel frattempo continuiamo a prendere cazzi dappertutto.
Irina è appena tornata, sta nera per via di uno che ha pagato cinquanta euro per venirle in mezzo alle tette. “Che dicevate?”
“Angela ci raccontava di sua madre e si rammarica che non sia morta,” dice Marina.
“Ah sì? Che lavoro fa?” chiede Irina.
“È un medico-chirurgo oncologo.”
Con un salto Irina è accanto a me. “Sei fortunata, se ti piglia un cancro.”
Non so mai se scherza o fa sul serio. “Ma se io stessi per morire,” dico, “mi farei operare prima da Jack lo Squartatore che da lei.”
Nadia si guarda le unghie. “È così incompetente?”
“È stronza,” rispondo, “e cattolica.”
“Hai preso da lei,” dice Irina fissando il crocifisso della comunione che porto al collo.
Vorrei replicare, ma un camionista le fa un cenno e lei scompare.
Consumiamo il pomeriggio parlando senza sosta. Ogni tanto qualche cazzo entra ed esce.
All’inizio contavo, poi ho smesso.
Allora ero già dentro.
È quasi sera, il cielo si dissolve nel crepuscolo quando arriva la nostra macchina.
– Grazie, Dio.
Ecco Ditmir. Guardo Dasho da qui.
Sorrido.
Irina salta giù: “Fa ridere anche a me, se ci trovi qualcosa di divertente.”
Scendo anch’io: “Qui è sempre lo stesso giorno, tutti i giorni. E questo, non so come, diventa rassicurante. Come in quelle soap dove restano tutti nello stesso posto e fanno sempre le stesse cose. Lo spettatore diventa vecchio, in quei mondi immaginari il tempo non passa.”

Irina piega le labbra. “In realtà, il trucco diventa sempre più pesante. Forse, la testa ti è proprio andata a male, sorella.”
“Anche a te,” dico.
“A me? No.”
“Sì, per l’erba.”
Lei fa un passo avanti: “Ah, ma quello da fuori non si vede… ancora. Le tengo nascoste io le rotelle che mi mancano. E mi sono pure tinta i capelli.”
Butta la testa all’indietro, ciocche lucenti si alzano e le ricadono sulle spalle. Mi arriva ancora forte l’odore del colorante.

Irina e Jasmin restano qui.
L’asfalto scorre sotto le ruote come se niente fosse successo, io tengo la testa appoggiata al finestrino. Il vetro è freddo, mi calma.
Qui è diverso. Dallo specchietto, Dasho mi guarda. “Mi hanno detto che oggi ti sei divertita.”
Non rispondo subito.
“Tanto da uscire nuda nel parcheggio,” dice Redian.
“Meglio così che finire male,” fa Marina.
Mi sollevo: “Ho avuto paura. Non è divertente.”
“Sono venuto subito,” dice Ditmir. “Gliel’ho detto. Non funziona così.”
Redian accende la sigaretta e sbuffa fumo dal finestrino. “Scopare aggiusta tutto, ma nemmeno la troia più esperta può fare magie per quel cervello fulminato.”
Dasho mi guarda. “Tu lavori. Lui ha fatto altro.”
Gli passo la borsa. “Mi stai dando ragione?”
Penso: – è quasi peggio.
Marina si riprende la sua borsa. “Segnatela sul calendario.”
Guardo ancora Dasho nello specchietto. “Strano,” dico. “Pensavo che te saresti presa con me comunque.”
La macchina prende una curva.
Sento Ditmir che ride. “Sta solo aspettando di arrivare a casa.”
Dasho mi ripassa la borsa.
“Quello non stava giocando, se li lascio fare poi ci provano tutti.”
Marina sta armeggiando col suo specchio. “Fa quasi effetto sentirtelo dire.”
I miei occhi lo seguono nello specchietto laterale. Guarda altrove, ma l’ha sentita.
Ditmir rallenta. “Ha continuato a insistere per finire il suo giochetto, ha detto che lo ha fatto altre volte, che per lui è normale.”
Dasho si sistema sul sedile. “Decido io cosa è normale, e quello non lo era.”
Silenzio.
Sento qualcosa di strano nello stomaco. Qualcosa… di fastidioso.
“Dov’è la fregatura?” gli chiedo.
“Perché dovrebbe esserci?”

Redian ride.
Nadia è seduta in braccio a Marina. “Perché se le dai ragione, si rende conto che sta imparando davvero.”
Le iridi di Dasho si spostano su di lei. “Ma quanto parli.”
Il motore trema sotto di noi.
“Eppure per mia madre ero troppo silenziosa,” dice Nadia.
Dasho la guarda. “Per la prima o per la seconda?”
“La seconda.”
“Quante madri hai avuto?” le chiedo.
“Due. Ma nessuna era un dottore.”
Redian alza la testa dall’agenda. “Che c’entra?”
“Mia mamma è un medico,” rispondo.
Redian guarda la mia catenina col crocefisso che cattura la luce. “A me piacerebbe diventare un medico, salvare le persone, fare miracoli… come Gesù.”
Leggendo il suo quaderno aggiunge: “Potrei salvare tante vite ogni giorno.”
Marina ficca il naso in mezzo ai miei capelli. “Fa fuori la gente e si fa pagare in diamanti. Ecco che salvatore è.”
– Sta scherzando, penso. Infatti lei ride e rido anche io.
Ma lo guardo.
Ha occhi verde serpe e un ingranaggio tatuato su ogni dito. Quando muove le dita, sembra che gli ingranaggi si mettano in moto.
Dice: “Ce l’avete con me?”
La sua mano sinistra fluttua dietro la mia nuca, una scintillante cortina di pietre gli colora le dita che si allacciano dietro la testa di Marina.
Marina continua a ridere: “No… Morte rossa.”
Lui le stacca una ciocca di capelli e la mette tra i fogli del quaderno. “Lo sai che mi dà fastidio essere chiamato così, maestra.”
Marina geme ridendo. Penso che se fosse vero potrei aver bisogno del suo aiuto… potrei trovare un diamante per fargli uccidere Francesco.
Insieme a Francesco mi ricordo dello spettro intrappolato dietro la porta. Sento ancora Lori che urla. Il cuore mi tira un colpo secco.
Redian solleva le pagine una a una davanti al finestrino e le esamina contro i raggi del sole.
Il suo cellulare, poggiato tra di noi, squilla. Lui tocca con un dito i miei capelli e il cellulare squilla ancora.
Senza staccare gli occhi dall’agenda, spinge il telefono sul sedile fino a premermelo contro la mia coscia. “Rispondi e di’ che sono occupato.”
Non so se dovrei. Penso che potrebbe essere un cliente che chiama il telefono nero per commissionargli un omicidio. O una prostituta a fine carriera da mandare al cimitero per non darle la liquidazione.
Al telefono è una donna, tenendolo premuto contro la guancia le dico che lui non c’è.
Lei insiste. Vuole sapere dov’era Redian ieri sera.
Le dico che ha fatto tardi e che questa mattina ha rischiato di rimbalzare giù dalle scale. E per una volta non sto mentendo.
Continuando a scrivere, lui dice: “Dille che se non la pianta di chiamarmi avviserò la polizia.”
Riferisco.
La mia interlocutrice dice che lui alla polizia non può far vedere nemmeno la sua ombra.
“Chiedile se la prossima volta che ci vediamo vuole che lasci la sua testa nel privé, oppure nell’ingresso del locale.”
Glielo chiedo.
La donna al telefono mormora qualcosa, fa un verso strano. E io, non capisco se ride o piange, o se piange dal ridere, perciò dico: “Redian… mi sembra molto turbata. Vuole sapere dove sei ora.”
Lui scarabocchia così forte che la penna scricchiola.
“Dille che sono scomparso…” Si nasconde dietro il foglio. “Sì. Scomparso. Per magia.”
Dico: “Be’, è scomparso.”
La donna al telefono dice che ormai succede tutte le sere.
Marina si sbellica. “Dille di scrivere a Maria De Filippi.”
Redian solleva un’altra pagina e osserva la luce del sole che la trapassa: “La De Filippi parla ai morti? Io non sono più su questa terra.”
La donna al telefono sbotta. Vuole che gli dica che è proprio un signore. Poi riattacca.
Nello specchietto retrovisore, Dasho alza la testa, poi gli occhi, lentamente, fino a fissare la faccia di Redian.
E io conto i battiti del mio cuore: uno, due, tre…
Redian strappa la pagina e la riduce in listarelle. “Guarda, Nadia. Le tagliatelle!”
Nadia emette una risata sguaiata: “Hai le mani magiche!”
Penso: questa è una fissazione.
Guardo il display, leggo il nome. Dico: “Si chiama Elizabeth.”
Redian abbassa ancora il finestrino. “Sì. È per quel nome che una volta le sono corso dietro. Conosci Elizabeth Bathory?”
“No.”
“A scuola era il mio idolo: dal rubinetto della sua doccia usciva sangue.” Tiene tra le mani le tagliatelle di carta. “Però poi quando finisce la magia, il vento si porta via tutto.”
Le soffia via dal finestrino.
Dasho cambia colore. “Questo succede perché tu dai troppa confidenza alle cavalle.”
Redian guarda fuori. “Chi ti ama farebbe di tutto.”
“Qui non parliamo di chi, ma di cosa. Se la merce disturba, è perché tu non l’hai sistemata.”

Sento una fitta nel petto, è più forte del solito.
Redian si è girato di nuovo. “Funziona anche così. Non c’è bisogno di rompere tutto.”
Cosa ho visto nei suoi occhi? Qualcosa che non doveva esserci lì.
Forse me lo sono solo sognato.

Mentre risaliamo le scale sento le urla di Lori diventare sempre più forti.
Penso che devo parlare con Dasho, una volta per tutte.
Esco dalla doccia, la mia pelle è ancora umida. Lo cerco in corridoio, ma è già sparito dietro la sua porta. La camera di Irina è chiusa.
Ditmir è in piedi in mezzo alla cucina. Gli dico: “Fammi vedere un attimo Dasho,” cerco di non far tremare la voce.
Mi indica col mento la porta semichiusa. “Vai.”
Le grida di Lori mi rimbombano ancora nelle orecchie e il volto spento di Nadia mi pesa sullo stomaco. Voglio dirgli che non possiamo continuare così, che le nostre risate sono oscene. Non si può ridere mentre la Morte Rossa ispeziona carne umana come merce da inventario e mi fa ripetere minacce di morte al telefono, all’indirizzo di una donna che molto probabilmente lui stesso ha fatto illudere, con o senza la magia. Elizabeth che sicuramente dipende da lui, con o senza amore.
Mi avvicino e non riesco a dir nulla per quanto sono turbata.
Lui deve avermi già sentita. “Vieni.”
Mi faccio avanti e il silenzio mi investe. Dasho è lì. Mi guarda, e io sento il bisogno di deglutire, ma la gola è secca.
“È finito pure il whiskey,” dice stappando un’altra birra senza staccare gli occhi dai miei.
Me la avvicina alle labbra e io bevo un sorso. La birra è rossa e sa di malto.
Molto forte.
Anche il sole è forte, entra violento dalla finestra, accende i suoi capelli di un riflesso dorato. Beve anche lui.
“Quella ragazza mi sembrava…” inizio a dire, cercando di trovare il filo.
Ma Dasho non ascolta. Le parole non servono, evaporano contro di lui come acqua sul ferro caldo.
“Non è come le altre,” dico.
Mi spinge con forza sulla poltrona, il cuoio tiene. La sorpresa mi resta addosso più del necessario.
Il colpo mi toglie il respiro, ma non abbastanza da fermarmi.
La mia faccia nel vetro dice: È inutile che ci provi. Tra poco sarà anche lei, come te, come tutte, una schiava.
Mi sta salendo sopra. Il cuoio cede sotto di me, lui no.
La sua mano destra si piazza dietro la mia schiena e si ferma lì.
Dico: “Lei era…”
Lui mi scruta il viso. “Sei tutta sudata. Ma ti sei lavata?”
Lo sta facendo apposta… non vuole sentire.
“Certo. Senti…” tento di nuovo, ma le parole mi muoiono in gola. Un altro strillo di Lori mi trapassa il cervello.
“Se continua così…” dico piano. “Si rompe, è vero…”
Cerco di sottrarmi alle sue labbra che mi passano sul viso, non abbastanza da volerlo davvero. Ottengo solamente di sprofondare ancora di più nel cuoio della poltrona.
Lui mi passa di nuovo la birra e il malto in gola brucia. Ci riprovo per l’ultima volta. “Ascolta…”
Dasho si scola la bottiglia, la posa a terra senza guardare. Le sue mani scendono, i pollici agganciano i bordi della mia gonna. La stoffa si allontana dai miei fianchi sudati, e per un istante è quasi un sollievo, una distrazione dal dolore che c’è fuori da questa stanza. Tira verso di sé.
“Che cosa devo sentire?”
Lo fisso.
Lui piega la testa. “Non ti stavo ascoltando. Non mi ricordo più che dovevo sentire.”
Forse non mi ha mai ascoltata.

La rabbia è ancora lì, ma è sommersa da un’ondata di stordimento. Non me lo ricordo più nemmeno io. Le urla fuori si allontanano, come se qualcuno avesse chiuso una porta dentro la mia testa.
Forse, in questo mondo buio, fa lo stesso. Magari devo solo convincermi che le urla dietro quella porta siano… che ne so… dello spettro di Lord Byron.
Mi entra dentro con una spinta sola, ma il mio sesso lo aspettava già.
Per un attimo vedo il pugno chiuso di Lori.
Non si apre.
Io sì.
La sua mano mi prende il viso stringendo ma mi pare una carezza. La sua lingua mi entra in bocca e io lo guardo negli occhi. Nell’azzurro vedo un’ombra. Forse dolore, o qualcosa che gli somiglia. Forse me lo sono solo sognato.
“Tu non hai ancora imparato a pensare alle tue cose.”
Il mio corpo, traditore, sembra dargli ragione. Giro il viso, appena. “Lei era…”
La parola mi resta in gola.
Lui mi stringe e io mi sento una cosa preziosa.
Si spinge a fondo dentro di me, le sue mani mi serrano i fianchi fino a lasciarmi i segni. Chiudo gli occhi e, nello spazio profondo della mia mente, vedo Lori. Sento ancora il suono della sua voce che sfida la Morte Rossa. Lei è una tigre. Lei non si è fatta zittire. Ha gridato la sua volontà anche mentre le strappavano i vestiti di dosso.
Apro gli occhi, sposto lo sguardo oltre la sua spalla. Sul tavolo, accanto alle sue cartacce e al whiskey vuoto, scintilla la bottiglia di Bleu de Chanel. La luce del sole la attraversa, trasformandola in un enorme zaffiro. Brilla troppo.
Mi abbandono contro lo schienale, le labbra della mia fica si lubrificano. Il mio corpo va da solo. Lo sento aprirsi, cedere senza rimorso, è questo che mi fa più paura di tutto.
Mi inarco, spingendo i fianchi contro di lui per farlo entrare nel profondo di me stessa, come se non ci fosse già. Le sue mani mi scorrono addosso. Sento le sue dita intrecciarsi con forza alle mie, e stavolta l’oro della fede non mi impiccia. L’ho tolta e ho finto di essere libera da ogni vincolo.
Un orgasmo violento mi scuote, arriva da un posto che non riesco a nominare mentre lui affonda le ultime spinte, profonde, insistenti. Sempre nello stesso punto… diventano sussulti. Sento le mie contrazioni stringere attorno a lui e il calore del suo sperma che mi satura e non esce, e per un istante il dolore si fonde con un piacere animale che odio. Mi sono morsicata a sangue il labbro per non fargli sentire il mio grido. Non voglio unire le mie urla di vittima in estasi a quelle di Lori, la vittima vera. Penso che crogiolandomi in un’overdose di piacere blu denso, che mi travolge la testa, sarò appagata a vita. Sono incagliata tra le onde azzurre, aperta come su uno scoglio. L’istante presente è fatto di meravigliosi sogni tutti bagnati, troppo pieni. Il passato non esiste, il futuro neanche, e Dasho riesce a tenermi in questo stato. Sotto di lui, la mia pelle trema e pure il cuoio della poltrona. Non c’è nulla, oltre il soffitto, oltre il tetto e il cielo, che non sia azzurro. Lo tengo in bocca adesso. Mentre il mio bacio ripulisce il cazzo di Dasho la mia lingua scorre sulla sua pelle, è ancora pulsante. E sento ogni scatto.
Fuori, lei urla ancora.
Adesso mi torna, tutto quello che volevo dirgli, ma ormai è tardi.
Mi alzo per rivestirmi e la sua mano mi afferra il mento: “Quella ragazza non è un problema tuo.”
– No. Ma lo è diventata.
“Non esce dalla mia testa,” dico.
Il respiro si inceppa, come prima.
“Allora toglitela.”
La testa ci prova. “Va bene.”
Mi allontano di qualche centimetro o forse mi è solo parso di averlo fatto.
Gli occhi azzurri fissano la mia rassegnazione. “Non voglio vedere un’altra lacrima e non voglio sentirti ancora parlare di Lori.”
Annuisco, anche se non ho deciso niente, come al solito.
Dasho mi lascia la faccia.

So che me la porterò a casa questa ragazza e il suo fantasma sarà con me per tutto il weekend, mi farà venire il mal di testa come se una corona di spine mi stringesse la fronte. È la passione di Santa Angela.
Passo davanti alla cucina, saluto e mi avvio per le scale. Man mano che scendo i gradini le grida di Lori si fanno più deboli, più lontane, più irreali. Arrivo in strada, mi chiudo dietro il portone e non ci sono più.
Il succo di questa giornata è quello di sempre: non finisce mai.
E infatti appena entro a casa Matteo mi dice che domani abbiamo mia madre e la sua a pranzo.
***
Per fortuna siamo già al dolce.
Luce, mia suocera, è molto più amorevole e anche più vecchia di mia madre. Questa bionda con gli occhi brillanti e il tailleur più bianco della sua faccia, che ci sta raccontando di quanto è stato bello a Roma, è mia madre. Ed è andata a vedere il Papa.
Si interrompe per prendere le mani di Matteo: “Che coloraccio hanno le tue unghie. Sono tutte gialle, fumi troppo.”
Lo sento: sta per diagnosticargli un cancro al fegato in fase terminale.
Matteo ha le labbra leggermente aperte, posso leggere i suoi pensieri.
– Cristina, pietà! Signore, pietà!
Mia madre sfodera i denti, fa la linguaccia. Ha una meringa bianca sulla lingua. Mi ricorda il prete che tutte le domeniche mi appoggiava l’ostia davanti alla bocca, quando dovevamo andare a messa per forza.
Io, lei e babbo.
La favola di noi che andavamo tutti insieme a prendere per i fondelli anche il Signore.
All’epoca tendevo la lingua solo verso la salvezza.
Luce tossisce e dalla sua bocca volano pezzetti di meringhe masticate. “Scusate,” lo dice mortificata.
Mia madre non si trattiene: “Le tue gengive sanguinano.”
Sono pronta: sta per dire:
– Occhio al cancro del cavo orale.
Benché io stia attenta a non lasciare tracce in giro, mia madre ha trovato un preservativo ancora incartato nella mia borsa, come quando avevo quattordici anni. E mi ha chiesto di vederci più tardi da sole al bar.
Siccome non posso fingere malattie con lei, senza che poi voglia farmi una visita approfondita per stanare qualche tumore, devo dormire un’ora dopo pranzo e tirarmi su alle quattro.
Mia madre attacca subito: “Ho visto quello… Non è che volessi farmi i fatti tuoi, ma sono andata al bagno, quello in camera vostra, e la tua borsa era lì, aperta.”
“E?” dico intrecciando sul tavolo, cercando di far sembrare che ho fretta.
“E naturalmente fai bene, perché sai, i rapporti sessuali non protetti sono pericolosissimi… come sai…”
Parte la lezione ed è sempre la stessa. Esiste il cancro alla cervice che porta alla morte. Quello alle ovaie, stessa destinazione. All’utero. All’uscita ti aspetta sempre la Nera Signora.
– Penso: Tu! Sei tu il cancro della mia vita! E non sei operabile.
Abbasso la testa sul libro che porto dietro per fare finta di leggere mentre lei mi assilla.
“Non fare la finta tonta,” dice. “Guarda che il sesso non è una cosa da nascondere.”
E io le dico: “Sesso?”
Si copre la bocca con una mano. “Oddio. Pensavo che…” Poi strilla: “Cameriere!”
Il cameriere arriva e lei ordina due calici di Lacryma Christi.
“Io non bevo alle quattro e mezza del pomeriggio.”
“Devi assolutamente provare, è un vino campano, legato a una leggenda napoletana che ci ha raccontato Don Vincenzo a Roma. ” risponde.
“Non mi vanno le tue leggende a stomaco vuoto.”
“Chiedo stuzzichini?” dice lei.
“Cosa cerchi di stuzzicare?”
Sto pregando che un dio qualsiasi la fulmini.
Mamma sbotta. “In vino veritas.”
“Ma che cazzo stai dicendo, davvero?”
Ho alzato la voce, si girano due vecchie qua accanto.
“Angela. Devi dirmelo.”
“Ma cosa?”
“Hai un amante?”
“Uno,” dico, guardando il libro.
Lei diventa più bianca di quanto già non sia. “Dio, come ti sei ridotta,” dice.
“Nessuno,” dico.
Lei si arrizza sulla sedia.
“Centomila,” chiudo il libro.
Il cameriere arriva coi calici.
“Ma di che parli?” mi fa.
Giro verso di lei la copertina del mio libro.
“Uno, nessuno e centomila,” le leggo, “è una bellissima opera. Leggi, avrai meno tempo per farti i film mentali.”
Mia madre si lecca le labbra.
“E poi non ho più quattordici anni. Ora posso tenere i preservativi in borsa e fare la puttana anche, se mi va. No?”
“Angela!”
Le vecchie si girano di nuovo.
“Angela… non dovresti stare tutta la notte alzata a leggere… Ti sei deperita.”
“Grazie per il vino,” dico. “Posso andare a casa?”
Per fortuna suona il telefono e mi allontano di corsa. È Valjet.
“Come stai?” dice.
“Bene, e tu?”
“Sono libera,” pare pensarci, “be’… libera di andare a lavorare, ma ci accontentiamo.”
Sento un sollievo enorme. “Meno male.”
“Vieni stasera?”
“No, domani. A volte purtroppo devo stare con la mia famiglia vera,” rispondo.
“Non vedo l’ora di vederti.” Poi aggiunge: “Scusa… Dio… Non è che voglio vederti a fare il mio lavoro ma…”
“Ho capito. Voglio vederti anche io. E poi non serve chiedere scusa a Dio: il Signore non mi perdonerà mai.”
“Non ha perdonato Maddalena?”
Valjet conosce il Vangelo, a mia madre piacerebbe.
“Sì, ma Maria Maddalena era pentita. Io no,” rido.
“Sei strana oggi,” Valjet sta sospirando.
“È l’effetto che mi fa mia madre. È religiosissima, anzi bigotta, anzi un autentico sepolcro imbiancato. E poi anche l’effetto del vino di ieri.”
“Quale vino? Nadia compra sempre l’acqua rossa del discount. Quel vino l’uva l’ha vista solo da lontano.”
“Ho pensato che con una bottiglia di vino, ti passerebbe la paura che hai di prenderlo nel culo.”
“Stai parlando del pazzo che hai beccato all’autoporto? Me l’ha raccontato Jasmin, scusa ma ho riso.”
“Sì, di quello parlo. Pensavo a te. Ma in effetti per farti passare la paura devi berla la bottiglia, non te la mettere nel culo.”
Lei ride. “Non vedo l’ora di vederti.”

Chissà perché l’ha ridetto.

“Ma mi hai vista ieri.”

Ha parlato come una che dice addio.

Allora insisto. “Che c’è?”
“Niente, davvero.”
Ma non è “niente” come quando si dice per chiudere. È “niente” come quando si trattiene qualcosa con le mani.
“Sei strana anche tu oggi.” La voce mi è uscita bassa. “Eri strana anche ieri.”
“È che… Non lo so nemmeno io se è una cosa da dirti al telefono.”
Resto zitta.
Anche lei.
“Quando ci vediamo me lo dici.”
“Ok,” risponde, ma non sembra un sì.
Sento un rumore in salotto.
“Scusa. È arrivato mio marito.”
Chiudo la chiamata. Non vedo l’ora che questa giornata finisca.
Ma appena finisce e chiudo gli occhi, e Matteo è accanto a me nel letto… una mano che si alza per lanciarmi qualcosa e io grido.
Sento il click dell’interruttore e la luce si accende. Era un secolo che non urlavo nel sonno.
Matteo è curvo su di me: “Dimmi cosa sta succedendo.”
“Ho sognato che ero in Galilea e volevano lapidarmi.”
“È colpa di tua madre… e di tutte le sue ciarle sulla chiesa.” Matteo spegne di nuovo la luce. “La prima pietra non arriva mai da Dio.”

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