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orgeRacconti di Dominazione

La lunga notte cap. 13- Bleu de Chanel brucia

By 14 Maggio 2026No Comments

Luce arriva come se il mondo potesse ancora essere aggiustato. È qui di fianco, sta seduta composta, le mani già pronte a sistemare qualcosa che non c’è: una piega, la borsa, un’aria storta. Ha una dolcezza che si vede prima ancora che lei parli, e un’età che non nasconde: la porta addosso come un abito pratico.
Sono andata a prenderla per portarla dal cardiologo, ma il cuore sofferente pare essere il mio. Non trovo pace pensando a Francesco, a Dasho, a Monica, a mio marito che stasera torna.
So perfettamente, ora, che non c’è niente a cui credere. Niente ha davvero importanza… a parte la famiglia, l’amore prima di tutto.
E poi la posso sempre trovare una maniera per uscire da questa storia.
Luce entra dal dottore. Io alzo gli occhi e vedo il crocifisso sulla parete dello studio medico.
Intanto è andato tutto bene, quindi stiamo tornando a casa mia. Sono sul divano, lei è voluta venire qui e ora prepara, con la sua ricetta vecchia di molte generazioni, la Regina. È la nostra famosa cotoletta milanese. Impugna il batticarne come se dovesse regolare un conto in sospeso. Spacca le uova con una mano sola, diventano oro liquido. Lei ci annega dentro la carne, poi la lancia nel pane grattugiato. Il burro chiarificato sfrigola nella padella, il profumo sale denso. Non teme il fuoco: per girarla, quando la crosta diventa color dell’ambra vecchia, usa le dita. L’osso comincia a trasudare il suo midollo.
Mi godo il calore gentile del sole delle sei. Mi dice: “Vieni a tavola che ho fatto.”
Mi alzo con lo strano timore che la vecchia saggia possa leggermi negli occhi tutti i segreti.
Neanche questo vino rosé che ci siamo fermate a prendere dalla Cantina di Franco riesce a lavare via la puzza di coniglio che sento ancora.
Devo chiudere perché quello che ho sentito ieri è troppo.
Suona il campanello. La figura di uomo sfacciatamente sorridente compare sullo sfondo del tramonto. Ha aperto Luce, mi fa:
“Da dove viene questo signore?”
Questo signore sembra molto contento. Sicuro è andato tutto bene a Genova, me lo dicono gli occhi guizzanti che ha mentre bacia la madre e poi me. La valigia lo segue col suo rumore di rotelle.
Luce gli sta dando il referto del cardiologo. L’unica cosa degna di nota è che la sua dieta va leggermente migliorata. Naturalmente, è per dar retta al consiglio del dottore che ci siamo fatte le cotolette affogate nell’olio.
Appena lei se ne va, lo spazio è finalmente nostro, possiamo darci un bacio vero.
Non aspetto: gli salto addosso, gli caccio la lingua in bocca e sento il sapore del suo respiro.
È una strabiliante magia quello che sento ora stando tra le sue braccia, con la lingua nella sua bocca. E poi ormai sono addestrata a sollecitare ogni nervo. La nostra credenza contiene così tante bottiglie che qui possono solo dare piacere…
“Ho messo una bottiglia di Berlucchi in frigo,” gli sussurro sulle labbra.
“Stappala mentre vado a farmi la doccia,” mi risponde.
Mi viene in mente Valjet: -Dille bene le bugie.
Be’, ho pensato che se lo accolgo più che bene quando torna, gli verrà sempre più voglia di partire.
In camera da letto recupero l’ agent provocateur viola scuro che ho comprato due anni fa e non ho mai messo. Il pizzo si imprime sulla pelle come un tatuaggio, la trama a fiori costringe il seno in alto. Mi sta da Dio, dovrà amarmi per forza. Anzi penso che dovrebbe perfino dispiacergli che nessun altro me lo veda addosso.
Sposto lo slip e la vista della mia fica mi provoca una scossa: è liscia, nuda, ancora calda del ricordo dell’ultimo cliente a cui l’ho premuta addosso prima di uscire con Valjet. L’ultimo cazzo che ci è passato sopra ieri mattina. È pronta a lavorare di nuovo.
Scendo, sento ancora l’acqua della doccia che scorre. Grido: “Lo champagne l’ho aperto!”
Matteo urla: “Un altro minuto!”
“Ma si riscalda!”
Parto alla carica, porto i calici in bagno e mi getto sotto la doccia con lui senza levarmi quello che indosso. Il pizzo beve l’acqua e si stringe come un laccio emostatico. Il bagno è pieno di vapore.
Svuotiamo i bicchieri e poi le dita di Matteo rincorrono il bordo del reggicalze, risalgono sui miei glutei, si piantano all’ingresso del culo. Mi abbasso senza che debba dirmelo, seguo col viso le curve del suo inguine, poi con la lingua risalgo dalle sue palle alla punta del cazzo già eretto. Le sue mani continuano a cercare il mio ano, non sollevo obiezioni. Le sue dita iniziano a entrare dietro, un centimetro alla volta.
Il mio avvocato sembra molto contento di come accetto la sua invasione, mentre io uso la lingua per asciugare le gocce trasparenti che colano dalla punta del suo cazzo.
Il mio respiro si fa affannoso, sento una trepidazione mentre mi stuzzica l’ano. La mia fica si bagna per l’attesa.
Per fortuna, mentre mi incula con colpi regolari, che fanno sbattere il mio bacino contro le sue cosce, ha l’accortezza di diteggiarla. Sento il suo cazzo che si gonfia dentro di me, il ritmo accelera. Sto perdendo il controllo, la fica si contrae attorno alle sue dita mentre il mio ano accoglie ogni spinta.
Continueremo di sopra, ovviamente.
E domani io sarò salvata.
Sì, lo sento. Stavolta ne uscirò. Ho pur sempre il mio libero arbitrio.
***
Il portone è sfregiato da un vecchio solco nella vernice, me ne accorgo per la prima volta oggi. Salgo le scale che mi portano da Dasho.
Ora so che la morte rossa non aiuta davvero la gente a tornare a casa. Quella ragazza, Monica, non esiste più da nessuna parte, tranne lì dove lui l’ha mandata. Nello spazio profondo, come questo luogo freddo e silenzioso.
L’unica cosa che mi resta da fare, l’unico modo per riconquistare la libertà e conservare un minimo di umanità, è fare ciò che non voglio fare: fermare la corsa. Dire a Dasho che voglio andarmene.
Ho bisogno di ribellarmi contro me stessa.
È l’esatto contrario della ricerca della felicità, ma devo fare ciò che più temo.
Ditmir mi apre la porta. Dico in fretta: “Dov’è Dasho?”
“In cucina, Angela.”
Di là nel posacenere le sigarette bruciano, consumate a metà. Sul tavolo c’è una birra aperta che ancora frizza.
Lori non si vede. Dasho è seduto accanto a Nadia. Lei gli appoggia la testa sulle gambe e lui le tiene una mano sulla testa.
Sento lo sfrigolio della radio accesa. Irina è appoggiata di spalle ai fornelli al posto suo. È questo a dirmi che qualcosa non va.
Nadia alza gli occhi rossi: “Non devi mettere il coperchio sulla pasta.”
Irina lascia il cellulare, si gira verso i fornelli. L’amido bianco nell’acqua che bolle si è fatto schiuma, è salito oltre il bordo, ha raggiunto il coperchio di vetro e sta per fuoriuscire.
Irina toglie il coperchio e Nadia riabbassa la testa.
Vedo Dasho che le scosta i capelli dagli occhi e la fissa: “Smettila adesso, se è forte si salverà.”
E l’assenza di Lori ricomincia subito a scavarmi nello stomaco.
— Cosa volevo pretendere?
Me lo sono già scordato.
Alle mie spalle la porta si apre ed entra Marina. Dietro di lei si affaccia Erdian, era da un pezzo che non lo vedevo. Si ferma sulla soglia, si guarda intorno con la sigaretta tra le dita. Marina agita una mano per dissipare il fumo e dice: “Ma che cazzo…”
E lui fa: “Quando si mangia?”
Siccome Nadia non gli risponde, si prende il posacenere e se ne va.
Lei rovescia la testa all’indietro contro la spalla di Dasho, resta a occhi chiusi finché lui la sposta e si alza. Mi dice: “Ciao.”
Io dico:
Dico: “Ciao,” e continuo a fissarlo dritto negli occhi.
“Mi vuoi dire qualcosa?”
“No.”
Il mio libero arbitrio esiste davvero… ma dura il tempo delle scale. O comunque è caduto di sotto quando sono arrivata all’ultimo gradino.
Irina scola l’acqua.
“È pronto.”
Nadia dice: “Io non ho fame. Me ne vado in camera.”
Si raddrizza, si toglie il grembiule ed esce in silenzio.
Il mio respiro rallenta mentre mi siedo, ma la voce di Irina mi s’infrange contro i timpani: “Prima che tu cominci a chiederti chi è stato assassinato, sappi che stanotte una macchinaccia ha investito la gatta di Nadia. L’abbiamo portata dal veterinario, ma ancora nessuno ci fa sapere come sta.”
Ditmir mi sta fissando da mezz’ora.
“Che c’è?” dico.
“Sei andata nel bar qui sotto l’altro ieri?”
“Sì, con Massimo.”
“Il barista ci ha detto che l’hai minacciato di denunciarlo e l’hai chiamato pirla.”
Dasho viene a sedersi. “Ha detto quello che è.”
Suona sempre male quando mi dà ragione.
“Credevo che fosse amico tuo,” dico.
“Io ho solo fratelli, non sono amico di nessuno. Degli spioni e degli infami meno che mai.”
Be’, pare che siamo in vena di confidenze. Quindi ora voglio sapere di che blaterava Luciano. “Ha detto che lui, col suo avviso, mi avrebbe salvato la vita.”
Ditmir stringe gli occhi: “Sì. All’inizio pensavo volessi vendicarti. Stavo decidendo come farti fuori. Poi Luciano mi ha detto che era il quarto giorno che ti incollavi per tre ore al suo tavolino pieno di polvere, a guardare la nostra finestra. Come se non avessi altro posto dove andare. A quel punto ci siamo detti: lasciamola stare. Se torna, vuol dire che non scappa. È più utile portarla su un guardrail. Quando mi ha telefonato per dirci che eri tornata la quinta volta mi sono commosso. E sono venuto a prenderti solo con l’idea di accoglierti in famiglia.”
Appena finiamo, se ne vanno.
Guardo Irina: “Sono riuscita a fare pena a un magnaccia omicida, sto al livello della gatta randagia di Nadia.”
Irina sghignazza. “La gatta entra ed esce quando le pare. Nessuno le chiede niente. Tu invece devi chiedere il permesso anche per respirare. Stai molto più in basso di quel gatto.” Mi guarda di lato. “E io uguale.”
***
Mentre saliamo sul guardrail Marina mi dice: “Questo e la zona industriale sono i posti dove di solito capita il peggio. Troppa gente di passaggio. Al viale di notte, allo spiazzo grigio, lì si è formata invece la nostra bella clientela abituale.”
L’unica visita che temo sempre sono quei poliziotti amici di Dasho.
Ma siccome mia madre ha ragione, Jasmin ha ragione, la saggezza popolare ha ragione: non c’è mai fine al peggio.
Due vogliono caricarci tutte e tre, quello che guida ha lo sguardo torbido di uno che vuol vedere un circo.
Mah…
Arriviamo nel solito lurido posto.

Marina si occupa di incassare i soldi. Uno dei due mi chiede di baciare Jasmin: la guardo, non mi sembra contentissima, ma al cliente non si dice di no.
“Anche se non mi sono mai piaciute le donne,” dice Jasmin, “la tua lingua è la cosa meno schifosa che mi metterò in bocca oggi pomeriggio.”
Mi prende il viso tra le mani e mi bacia come a teatro. È un bacio umido, così forzato che serve solo a far tirare fuori al porco un cazzo livido.
“Fate le lesbiche, troie, voglio sbattere nel culo due lesbiche…”
L’uomo alla mia destra continua a dire cose di questo genere e io vorrei levarmi un tacco a spillo, arma micidiale, e ficcarglielo in gola.
“Ditemi chi è la prima?”
Detesto quella voce melliflua. Ma smetto di resistere.

Lo voglio, così è più facile sparire nel blu.
“Mettetevi vicine!”
Io e Jasmin ci voltiamo entrambe.

Sento la sua mano che mi allarga le natiche e il suo sputo che mi cola sull’ano, e poi la punta che preme sullo sfintere. Spinge e mi strappa un gemito strozzato, Il dolore arriva netto, ma subito dopo si confonde, si mescola a qualcosa di più difficile da nominare. La mia fica risponde, inizia a pulsare, a bagnarsi per il solito insulto. Stringo gli occhi, come se bastasse a rimettere ordine tra quello che sento e quello che dovrei sentire. Rilasso le palpebre chiuse per spostarmi altrove. Dietro le palpebre tutto diventa più azzurro.
Distante.
Sopportabile.
Lo riconosco, quel tradimento silenzioso: mentre la testa si oppone, qualcosa sotto pelle si apre, risponde, si accende contro la mia volontà.

Si sposta da me a Jasmin. La sento sussultare sotto il peso di quei movimenti ritmici, mentre io cerco di restare altrove con la mente. È un’alternanza continua di invasione e sporcizia.
Che depravazione: ficcarlo in un culo e in un altro, alternati.
Continua a parlarci con quella voce da checca viscida.

Jasmin si appoggia alla mia spalla, l’uomo dietro di noi mi palpa le tette. Sento mani che non so a chi appartengono, respiri che non riconosco. Voci che sembrano uscire dalla stessa bocca.
E Marina? È sul sedile di dietro col viso rosso, quell’altro passa di continuo dalla sua fica al suo culo.
Le sta dicendo: “Muoviti, fogna di femmina.”

Non siamo più tre, non siamo più donne. Siamo qualcosa che viene usato insieme, senza nome. Carne offerta che viene consumata perché diventi altro.

Marina fatica a tirarsi su, le offro il braccio e lei si aggrappa ma senza volere mi graffia con la lama che tiene incollata all’unghia per i casi di emergenza.

“Oh, scusa Angela.”

Lo dice guardando il bracciale di perle rosso sangue che mi si sta formando intorno al polso. Ma il taglio è in superficie.

Quello che finora l’ha scopata butta via il preservativo. Mi chiede di succhiarglielo.

Nonostante il lattice che lo copriva, sul suo inguine sento l’odore della fica di Marina, si mescola a quello del sangue.

Ha comunque un odore migliore del suo, mi tira verso di sé. Col viso contro i suoi peli pubici lo sento ancora più forte. Muovo la lingua più veloce.
Lo sento dire a Jasmin e Marina: “Baciatevi, che belle puttane siete…”

Non le vedo ma so che lo stanno accontentando. Sento che si toccano l’un l’altra.

Lui dice: “Mi dai la tua bella fica adesso, vero? Mentre guardo quelle due lesbiche.”

Marina mi aveva avvisato anche su questo. I clienti guardano il porno e poi lo vogliono inscenare nei loro camion.

Quell’altro sta dicendo: “Ne avete ancora voglia, vero?”

Marina prende altri soldi e risponde: “Sì, sì… ne abbiamo ancora voglia.”

Io sto ancora succhiando a occhi chiusi. Il cazzo viene sfilato dalla mia bocca proprio mentre mi bagnavo.

“Questa me lo sta consumando come una caramella, girati voglio la fica.”

Parla a Marina. “Vieni anche tu, fogna di femmina.”

Lei lo guarda male ma torna accanto a me.

Spinge e torna indietro, spinge e torna indietro, ma non riesce a venire.

Jasmin deve tornare a baciare me e Marina, chiudo gli occhi e godo mentre lei succhia i miei capezzoli.

Poi se ne torna da quell’altro. Questo qui dietro ringhia e suda come un cane, è un bagno di sudore mentre si sforza di sborrare.

Finalmente ce la fa, non so perché ma lo tira fuori e il suo getto acquoso mi arriva al collo e in faccia.

Meno male che porto la parrucca, dato che mi sono fatta i capelli solo domenica. Per fare questo lavoro conviene sempre avere una parrucca. Controllo il taglio involontario che mi ha fatto Marina.

Mi aveva detto: – Se ti incolli l’unghia rasoio, ricorda di non stringere mai un cazzo più piccolo del collo di una bottiglia.

Eppure ce ne sono molti… ecco perché conviene avere anche un amico in macchina che, se serve, ti porti al pronto soccorso.
Ma non è il caso di quello che affonda nella gola di Jasmin. La vedo mentre, con colpi ravvicinati e violenti, alla fine si svuota nella sua bocca, lo sperma le cola dalle labbra. Quando tutto finisce, non capisco subito che è finito.
Jasmin si sta passando una salvietta sulla pelle. “Vorrei farmi un bagno nel disinfettante,” dice a bassa voce.

Rimango indietro, respiro piano, cercando di tornare dentro me stessa. Per fortuna è durato poco.
Il tempo di recuperare profilattici sudici con le salviette e torniamo al nostro posto, Irina è qui da un pezzo. Dal suo stato capisco che non se l’è passata meglio.
Sorella eleganza ha il rossetto sbafato fino alla guancia.

Sento su di lei cattivi odori, senso di inquietudine.

“Tutto bene?” le chiedo.

Lei cerca qualche cosa nella borsa. “Non ne posso più dei loro liquami,” risponde.

Prende dalla borsa una bottiglia. La guarda controluce.

“E se ti fanno tanto schifo perché sprechi il profumo per loro?” chiede Jasmin.

“Disinfetta. Non lo sapevi?”

Irina spruzza su di sé e poi sulla mia pelle, soprattutto sul polso che mi ha tagliato Marina. Il bruciore arriva subito, netto.

Si mette a ridere: “Molto meglio dell’alcol.”

Un’altra spruzzata.
Sui polsi.
Sul collo.

Guardo la marca: Bleu de Chanel. Brucia sempre nello stesso punto, più del necessario.

“Così non resta niente di loro,” aggiunge.
Torniamo a casa.
Torniamo qui.
Il cielo è ancora nero. Il caffè che mi passa Nadia in cucina è nero.
“Che avete fatto oggi?” ci chiede Nadia. Sembra stare meglio, forse la sua gatta si è ripresa.
Raccontiamo le novità di un allegro troiaio. A quest’ora si ride di tutto.
– Fogna di donna – fa molto ridere Ditmir. “Mi piace questa storia, anche se è stupida.”
È ancora presto, Matteo ha detto che tornerà alle otto.

Irina mi invita da lei, toglie un fazzoletto arrotolato dal suo nuovo cassetto.

Fuma e mi passa la canna.

“Dovresti smettere,” dico prendendola.

Scrolla le spalle e mi risponde: “Se ora mi mettessi a dirti che devi smettere con lui, che faresti?”

Non parlo.

“Bene,” dice. “Non ci facciamo prediche. Questa è una chiesa solo per finta.”

“Ma…” balbetto. “Questa roba ti ucciderà.”

“Anche lui può farlo, magari senza volerlo, ma il rischio rimane.”

Uno sguardo così.
Senti la scossa.

Una scintilla di vita azzurra.

E ti siedi di tua spontanea volontà sulla sedia elettrica.

“Perché ti droghi?” chiedo.

“Questa risolve tutto,” dice. “Metti che ti ritrovi su un tappeto, e dietro di te ci siano cinque maschi che aspettano il proprio turno di incularti. Con questa,” indica l’erba ancora nel fazzoletto, “a te pare di sentire solo un paio di botte a testa. Ti sborrano sulla schiena e ti pare una carezza. Con questa…” indica il fumo che le esce dal naso, “a un certo punto perdi il conto. Sennò,” batte l’indice sul mio petto, “che ti rimane qui dentro?”

Mi tocco il petto, dove c’è il cuore. Lo sento battere.

Per un istante tutto sembra poco importante.

“Ma io lo rifarei,” dico, “e senza droga.”

“Perché?” dice Irina.

“Perché lui, infine, si volti e mi veda. Anche così.”

– Guardami, penso, come se esistessi in questo momento e non fuori da esso.

“Se ti lasci andare a questi effetti, diventi simile a me.”

Lei non lo sa ma è già troppo tardi.

“Hai almeno provato a chiederti come hai fatto a ridurti così?” dice Irina.

“Non lo so. A volte mi ricorda mia madre…”

“Tua madre?”

“Qualcuno che quando lo guardi pensi… dammi attenzione. O se non ci riesci, almeno guardami come se ti interessassi. ”

“Che?”

“Oppure il dio del vino, che se vede una vita in ordine la manda in pezzi.”

Irina ha un’espressione interrogativa.

Scaccio il fumo con la mano. “Lascia stare.”

“Hai ragione, tu non hai bisogno della droga se al naturale pensi di essere diventata una puttana perché tua madre ti odia, o che un dio sia incazzato con te.”

“Si chiama estasi dionisiaca,” dico.

“A me la droga fa lo stesso effetto.”

La guardo inspirare.

“Dovresti andare da uno psichiatra.” Dice dopo un po’.

“Non mi piacciono i dottori.”

“Provaci.”

“Lo farò se anche tu lo farai.”

Irina pare pensarci. “Meglio continuare come stiamo facendo. Se resteremo per sempre nella condizione di ora, almeno nessuno avrà scritto da qualche parte che siamo malate.”

Ho un fiume che scorre dentro e occhi bagnati. Matteo se ne accorgerà?

Non fumo erba dal liceo, lui non voleva.

“Non farmi passare per una vipera,” dice Irina, “ma se pensi che tornerà a guardarti quando si è già girato, evita. Se stai per metterti a implorarlo così, evita. Non funziona. Tu, per lui, sei una semplice troia. Come me.”

Le lancette dell’orologio raggiungono piano le sette e mezza. Le giornate si stanno accorciando.

L’ultima luce fa brillare e riscaldare gli oggetti intorno a noi: le sue scatole piene di pasticche.
Le confezioni trasparenti di ombretti grigi e verdi e le sue bottiglie di profumo. Ne tocco una: Bleu de Chanel, brucia.

Ecco lo sconfinato inferno in cui siamo precipitate tutte e due.

– Oh, tutto questo è abbagliante.

Esco dalla stanza di Irina barcollando, ma il cuore è lucido. Mi avvio lungo il corridoio, la porta di Lori è socchiusa. Mi fermo.
Il silenzio qui dentro è diverso da quello di prima: sa di tregua, di sonno pesante.
Mi affaccio. Lori è stesa sul letto, profondamente addormentata. La maglietta è risalita, lasciandole scoperta la pancia che si alza e si abbassa a un ritmo regolare. La luce fioca che filtra dalla finestra colpisce proprio lì, sulla pelle nuda.
La vedo finalmente quell’immagine stampata sul suo ventre.
È una colomba nera, sembra che sia andata a schiantarsi in volo, spiaccicandosi sulla carne. Resta inchiodata lì, sopra l’ombelico.
Sento un brivido.
“Che guardi?”
La voce di Dasho mi arriva alle spalle.
Mi giro.
Nell’ombra del corridoio, le mani in tasca, diresti che è solo uno che è uscito dal lavoro. Uno che potrebbe portarti la spesa, tenerti aperto l’ascensore o consolarti perché stanotte t’hanno investito il gatto.
“Niente,” sussurro, scostandomi dalla porta.
Lui allunga il collo e guarda oltre me. Respiro il suo odore di whiskey. Tira la porta verso di noi per chiuderla, lo spostamento d’aria mi spegne la preoccupazione come una fiammella.
Il tempo di un riflesso, e non sei più tu.
Angela del vetro è solo un travestimento per il weekend ormai.

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