Ripubblicato per correzioni e uniformazione del testo.
***
Entro in casa di Idra dalla porta laterale vicino alla pasticceria, quella che nessuno guarda mai. Fuori resta l’odore di zucchero e fritto, appiccicato ai vestiti. Dentro comanda il rosso. Le tende sono arancioni. Questa non è una buona zona, ma la casa è un buon rifugio.
Siamo in un’altra regione. Io non vivevo qui prima.
Mi siedo su un divano consumato, pieno di decorazioni che imitano Fabergé, cede sotto il mio peso e mi accoglie.
Idra entra con le sporte della spesa, cucina sempre lei. Appoggia le borse, si toglie il cappotto, e inizia a darsi da fare con un trinciante d’acciaio che quando tocca il tagliere fa un rumore secco, definitivo.
Sedano.
Prezzemolo.
Aglio.
Il coltello si alza e si abbassa, ascolto il ritmo della lama. I seni grossi di Idra oscillano davanti a me mentre lavora. Gli odori verdi, vivi, mi entrano nei polmoni e qualcosa, dentro, si apre. Per un attimo non penso a Dasho. Non penso a niente.
“Com’è andata la notte?” domando.
Idra fa sì con la testa e sorride, continua a tagliare.
“Bene, ho ascoltato tonnellate di cazzate. Ho venduto filtri finti, ho dato consigli ai fessi.”
Osservo il coltello che sale e che scende. Penso a quanto potrebbe fare male. Penso a quanta fiducia serve per restare seduta qui, con la schiena scoperta davanti a una strega zingara.
La verità è che non è zingara, quello è un nome che le hanno dato i condomini. Idra è sudamericana, sa molte cose, conosce molte erbe e poi è convincente… Ti venderebbe una pianta che non esiste e te la farebbe pagare a peso d’oro.
“Continuerai anche con me? Se ti pago…”
Idra sorride. Prima con gli occhi, poi con la bocca.
“Ma certo. Io, per chi mi paga, parlo anche coi morti.”
Nessun pericolo. Conosco Idra, non usa le parole per fare scena e poi io ho consumato notti intere a incassare i suoi sfoghi, gratis, senza metterle in conto un minuto. Il saldo tra noi è in pari.
Questo pensiero mi diverte un attimo, poi mi blocca. Questo scambio di cibo e chiacchiere è l’unico legame che ho e a lungo termine non sarà abbastanza.
Ha un marito in carcere, Idra, e mentre lo aspetta fa soldi.
La prima volta che me ne ha parlato le ho chiesto come mai si fosse messa a fare la maga.
“Io faccio tutto quello che paga. E sono orgogliosa di aver fatto tutto meno che un mestiere. Idra non si è mai levata le mutande per i quattrini.”
Io ero rimasta zitta ma Idra non chiede scusa, non è nel suo stile.
“Togliti quella faccia da cagna bastonata, nemmeno tu l’hai fatto.”
“Come no? Dasho e tutti gli altri… Te l’ho già detto.”
“Tu non l’hai fatto per fare cassa. Ci sei finita perché sei malata.”
“Malata di che? Nemmeno la ninfomania esiste più nel prontuario delle malattie mentali.”
“Sei malata d’azzurro. L’azzurro ti ha rovinata.”
“Ma come?”
“Lo troveremo come.”
***
Quel pomeriggio accompagnai Liveta dal dottore e tornai a casa; avevo davanti tre giorni liberi prima del ritorno di mio marito.
Quella sera non feci nemmeno in tempo a preoccuparmi di Francesco, che già da giorni mi guastava l’aria intorno.
Decisi di riempire il tempo, di tapparlo come una falla.
Chiamai la mia estetista.
Unghie, lampada, massaggio.
Avevo ore da buttare fino alle nove, ora in cui Dasho mi aspettava.
La mia pelle aveva bisogno di calore, allo specchio il mio volto mi appariva bianco innaturale, come se il sangue avesse deciso di ritirarsi lasciandomi in prestito solo la forma.
Mi guardai a lungo senza riconoscermi del tutto quando mi vidi più abbronzata.
Passammo il pomeriggio a parlare, io e Gioia, l’estetista, con quella confidenza che nasce quando le mani di un’altra persona lavorano sul tuo corpo e sciolgono le difese.
Francesco, l’ultima volta, aveva coinvolto Andrea, un amico di mio marito.
Lo faceva per spaventarmi, per farmi capire che il cerchio si stava stringendo e che non esistevano zone neutre.
Quando il restauro estetico finì, mi sentii come una casa ridipinta in fretta: le pareti nuove, le crepe sotto ancora aperte. Presi il solito taxi e scesi all’androne.
L’androne si aprì come al solito ma mi accolse una scena strana. Liveta era in piedi a fianco all’armadio, ancora non l’avevano portata via. Nadia e Valjet camminavano avanti e indietro nervose. L’armadio di Irina aperto sembrava un ventre pieno di serpenti di stoffa arrotolati, attorcigliati.
Liveta mi guardò come se dovesse chiedermi scusa. Sentii in bocca la saliva al sapore di paura.
Non potei resistere. Glielo chiesi a fior di labbra perché non sentissero le altre.
“Siamo già state scoperte?”
“No.”
Fece un cenno con lo sguardo a Valjet, e lei venne incontro.
“Scusami…” disse Valjet con il fiato corto. “Dasho mi ha fatto il terzo grado su quel tipo della scorsa settimana, quello che ti chiamava Angela. Gli ho detto che avevi paura.”
Dasho entrò senza bussare. La conversazione tra noi quattro si interruppe di colpo, il mio cuore atterrò sul pavimento.
“Vieni.”
Camminai dietro di lui. Il bagno apparve diverso all’improvviso: doccia, piastrelle bianche, lucide, fredde come ossa. La finestra alta, vetri così puri che il cielo nero fuori sembrava sospeso dentro.
“Le ragazze dissero che eri una signora riconoscibile. Dovevamo fare qualcosa.”
“Non avere paura,” aggiunse, come se potesse leggere i miei pensieri. “Spettava a me prendermi cura di te.”
La voce era calma. Non mi fidavo.
“Era molto bravo a proteggere le persone, Liveta te lo poteva confermare.”
Liveta non si vedeva e non si sentiva, allora alzò la voce guardando oltre la mia spalla.
“Vero, Liveta?”
Silenzio.
“Liveta! Vieni.”
Il silenzio scese come un mantello. Poi, dal corridoio, si sentì il passo leggero di Liveta. Arrivò, ma si fermò sulla soglia come una cerbiatta impaurita, aveva occhi grandi, scuri, incerti. Le spalle le tremavano.
Dasho la fissò, e la sua voce cambiò, si indurì.
“Liveta.” Era il terzo richiamo, e la finta gentilezza era sparita del tutto. “Diglielo tu che porta bene credere in me. Tanto vi dite tutto.”
Liveta deglutì. Era piccola e minuta, ma ora pareva più bassa che mai… Il cielo nero fuori, riflesso nella finestra, avrebbe potuto inghiottire la stanza.
“Perché non glielo dici? Non mantengo le mie promesse?”
Il silenzio era tagliente, il tempo si dilatava. La doccia gocciolava, ogni stilla suonava come un colpo lontano. Il cielo fuori era indifferente, assoluto. Le labbra di Liveta non si muovevano. Gli restituì un’occhiata che metà era veleno e metà era vomito. Lui registrava ma non muoveva un dito.
Era sicuro di averla azzerata. Lo sapevamo perché, noi tre. Io conoscevo la storia, lei conosceva la storia. Eppure io non sapevo la loro parte. Lui non sapeva la nostra.
La truffa di noi tre: io fotti a te e tu fotti a me, basta che io vengo e tu ci guadagni.
“Bene, se non vuoi parlare fai la parrucchiera…”
Si girò verso di me.
“Liveta era stata una parrucchiera una volta, se avesse dato ascolto alla sua famiglia, sarebbe stata ancora una parrucchiera. Forse.”
Liveta si rimpicciolì contro lo stipite della porta.
“Forza, dai un nuovo look alla signora.”
Guardai la mia faccia bianca nello specchio, pensando: – Puoi darmi un look per morire. –
Liveta uscì e la sua schiena sfumò nel corridoio finché non restò più niente da vedere.
Ricomparve con una sedia in mano. Le tremavano le dita sul legno. Io restai ferma con il petto che si muoveva a scatti, mentre mi spingeva verso il lavandino.
“Siediti,” sussurrò.
L’acqua prese a scorrere. Liveta mi accompagnò la testa all’indietro. Le sue dita affondarono tra i miei capelli, massaggiarono la cute, impastarono lo shampoo con una pressione che mi fece male al collo. Tutta la lampada, il trucco e il calore del pomeriggio si sciolsero, diventarono un’acqua profumata e tiepida che mi entrò nelle orecchie, mi colò dietro le spalle.
Lo sentii avvicinarsi dietro di me e sollevare una ciocca intrisa d’acqua. Lo sentii inspirare, stava osservando ogni capello come una mappa.
“Qui, taglia qui.”
Io chinai leggermente la testa.
Ogni ciocca cadeva come una prova eliminata.
“Più corto qui.”
Le lame vibravano nell’aria e mordevano e si portavano via manciate di capelli.
Quand’ebbe finito, l’acqua mi colava lungo i fianchi. Dasho premette dove Liveta doveva ancora pareggiare. Io restai incastrata sotto la loro attenzione.
La mia faccia nello specchio diceva: – Riprenditi la tua testa, prima che sia troppo tardi. –
E lui disse: “Asciugali, forza.”
Liveta si spostò nel riflesso. Il soffio d’aria mi accarezzò la nuca, le ciocche frusciarono sopra la spazzola.
Appena Liveta finì, Dasho la mandò via a chiamare Ditmir. Lui spuntò alla porta dopo pochi secondi. Dasho gli chiese come stavo. Ditmir rise con la bocca chiusa.
“Sembra una donna albanese degli anni Ottanta.”
Li ascoltai ridere e parlare tra loro in un’altra lingua. Fissai Liveta. Si chinò verso il mio orecchio, sentii il suo fiato caldo sulla pelle bagnata:
“Questa è la sua protezione, una presa in giro infinita. Era questo che voleva ti dicessi. Lui protegge solo sé stesso, lui adora sé stesso.”
Sbarrai gli occhi. Non ebbi tempo di rispondere. Lui ci interruppe.
“Che dite lì? Tu…”
Una mano mi afferrò per i capelli e mi tirò la testa all’indietro.
“Non hai perso tutta la giornata a tirarti a lucido invece di lavorare solo per farcelo drizzare, vero?”
“No.”
“Allora piegati. Veloce. Apri bene le cosce.”
Mi mossi per farlo, ma mi bloccò.
“Aspetta. Tu, fuori,” disse a Liveta. “Anzi no, resta lì,” aggiunse mentre lei fece un passo indietro. “Non ti dà fastidio, vero?”
Liveta scosse la testa.
“Meglio. Una volta ci perdeva la testa,” disse guardando me.
Mi piegai sul bordo di ceramica, a novanta, con le cosce aperte davanti a Ditmir e a Liveta. Dasho mi si piantò dietro, premette i jeans contro i miei glutei. Mi afferrò il fianco con la destra, piantando le dita nell’osso, mentre la sinistra andò dritta in mezzo alle gambe, mi aprì e mi toccò a fondo. La pelle bagnata si accese di colpo sotto le sue dita, ero già liquida. Tentai di alzare il mento per vedere i suoi occhi nello specchio, ma la sua mano si spostò sulla mia nuca e mi schiacciò la testa verso il basso, bloccandomi lì.
“Stai giù, puttana.”
Sentii un fluido fresco che mi colava tra le natiche.
“E tira su il culo.”
Accolsi le sue dita nello sfintere, che cedette per fargli spazio. Una spinta, due, e mi entrò dritto dentro. Mi sfuggì un gemito per l’impatto. Dasho si fermò un momento, aspettò che il fastidio passasse, poi riprese a spingere con un ritmo regolare. La sua mano si spostò sul davanti, a massaggiarmi la fica a ogni colpo. Piegai la testa all’indietro, con gli occhi chiusi, senza più preoccuparmi di Liveta e Ditmir.
“Mi viene la troia…”
Sentii la voce bassa di Ditmir: “Sì. Lavora bene.”
L’approvazione mi scaricò un brivido caldo lungo la schiena. La verità era che impazzivo a sentire il peso di Dasho che si infilava in quel posto che non aveva mai toccato prima. Trattenni il fiato fino al momento in cui avvertii lo scatto dei suoi muscoli che si bloccarono, poi spinsi indietro il bacino per andargli incontro e incassare l’onda fino all’ultimo secondo.
Lo sentii staccarsi da me. Disse a Ditmir di prendersi la sua parte, come sempre. Avevo i muscoli che fremevano, non sapevo se avrei retto subito un’altra volta là dietro. Ditmir mi si mise dietro e mi allargò le natiche con le dita solo per guardare lo sperma di Dasho che colava fuori. Poi cambiò obiettivo: preferì la mia carne davanti, ancora aperta. Gli bastarono pochi colpi duri, profondi, per scaricarsi dentro di me e lasciarmi addosso il secondo orgasmo della serata.
Mi ripresi, sollevai il viso, mi vidi le guance arrossate. Liveta mi guardò con un misto di stupore e pietà. Aveva ragione, lo sapevo… facevo veramente pena: una signora caduta dalle stelle alle stalle, solo per aver tentato di afferrare due stelle azzurre.
Rimasi ferma con la mano calda di Ditmir poggiata sulla schiena e lo sguardo di Liveta addosso finché Dasho disse: “Dalle una parrucca. Deve essere meno riconoscibile.”
Liveta fece per andare a cercare ciò che le aveva chiesto, ma lui la richiamò ancora: “Finora non abbiamo pensato al suo stile, ma questa signora deve adattarsi ai nuovi ambienti. Voglio un trucco pesante. E niente mutande: la fica deve restare libera.”
Venti minuti dopo eravamo al solito posto, con Nadia, Liveta e Valjet, una parrucca bionda in testa e un trucco da teatro.
***
Il ronzio del frigo mi riporta al presente. Idra strofina il pollice sulla ruota zigrinata dell’accendino e fa uscire l’odore di gas.
“Eri felice?”
Apro il taccuino e scrivo: Come una che è caduta in disgrazia e beve per procurarsi più dolore. E ci gode pure.




Grazie Piombo, ora siamo quasi al finale
Bello complimenti 👍
Ciao Baxi, ti leggo sempre molto volentieri ed i tuoi racconti mi piacciono molto, questo mi sembra un pelo diverso…
Peccato pubblichi raramente e dopo molto tempo il seguito dei racconti
Ti ringrazio, lucar8. A breve pubblicherò anche i prossimi capitoli.