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Racconti di Dominazione

La lunga notte cap. 4.4

By 18 Maggio 2026No Comments

Ripubblicato per correzioni e uniformazione del testo.
***
La partenza sulla macchina di quei due nella zona di don Mimì fu scivolosa come l’olio.
Mi piazzai dietro, Valjet al mio fianco con le spalle più rigide del solito. L’uomo al volante partì piano, con una gentilezza che faceva venire voglia di controllare le portiere.
Parlava come un cliente normale: del traffico, del freddo che stava arrivando. Disse persino qualcosa sul lavoro che “non è più quello di una volta”.
Non rispondevamo. La sua voce era morbida.
La strada si fece dissestata. Ogni buca mi faceva sobbalzare. Avvertii la paura salire dallo stomaco, molle, vischiosa.
Guardai Valjet: si mordeva il labbro, una mano ferma sulla coscia, l’altra appoggiata allo sportello. Mi parve che anche lei vacillasse ogni volta che prendevamo un ostacolo.
Il secondo uomo, seduto accanto al guidatore, rimase sempre in silenzio.
Ogni tanto si voltava, giusto il tempo di farmi sentire osservata, poi tornava a fissare la strada.
Normali fino a un certo punto.
Arrivammo al parcheggio senza che nessuno avesse alzato la voce. Un posto largo, spoglio, illuminato male. Il motore si spense.
L’uomo alla guida scese, fece il giro dell’auto e si piazzò davanti a Valjet. La voce, quando parlò, era roca:
“Visto che hai saltato i convenevoli, mi pare di capire che sai chi è il compare nostro.”
Convenevoli. Ci misi qualche momento a collegare. Ah, certo, non aveva chiesto il denaro.
Trattenni il respiro. Il cuore mi batté nelle orecchie. Valjet non rispose subito. Lo guardò negli occhi, immobile. In quel momento capii che il tragitto non era stato un passaggio, ma un avvicinamento a qualcosa da cui poteva molto difficile uscire.
E Dasho? Ormai mancavamo da troppe ore. La mente iniziò a oscillare.
Ebbi mal d’auto, mal di mare.
Il mare, l’azzurro…
Anche Valjet sembrava bloccata. Si voltò l’altro uomo dal sedile anteriore; forse pensava che smorzare i toni ci avrebbe sciolto la lingua:
“Allora, figliole… che ci fate da queste parti?”
Valjet rispose:
“Ci lavoriamo.”
Lui accennò un mezzo sorriso nello specchietto: “E per chi?”
La paura mi palpitò nelle tempie. Valjet restò ferma: “Per… il capo Francesco.”
Ci studiò come si guarda una merce che non convince: “Chi vi tiene? Non ho capito.”
“Francesco.”
“Francesco chi? È già tanto che Mimì tolleri Dasho e la sua banda di albanesi. Un altro gallo a cantare, proprio no. E siccome non sono così vecchio, bella, mi ricordo di te. E tu sicuramente ricordi il nostro accordo, vero? E lo so che siete donne di Dasho. Vero o no?”
Valjet non abbassò gli occhi: “Vero.”
“E allora spiegami una cosa,” disse il guidatore, tornando a farsi sentire, “come mai donne di Dasho finiscono a fare giri per conto di un altro?”
Valjet rispose dopo un attimo: “Siamo anche sue.”
“Non mi quadra niente… Dasho sa tutto perché si è procurato un alleato e vuole litigare ancora. Fuochino?”
“No!” scattammo insieme. “Non sa niente e se sapesse ci ucciderebbe.”
“E come potreste tenere il piede in due scarpe senza il permesso di Dasho?”
“Perché Francesco ricatta. E quando uno ricatta, non chiede permesso.”
“Ricatta? E come, sentiamo.”
Valjet non si mosse. Immobile come un’ombra, rispose senza alzare la voce: “Francesco ha una registrazione di Michela mentre lavorava, l’ha ottenuta a tradimento. Ora la sfrutta facendola bere, costringendola a fare passaggi davanti a lui, portando gente che la conosce al nostro posto per spaventarla. Lei sta con noi per Dasho ma non è del mestiere. Se la registrazione diventasse pubblica perderebbe tutto ciò che ha nella vita. Ora Francesco la usa per farci invadere zone che non sono nostre, vuole ritagliarsi uno spazio personale, per mettersi in affari. Sa che se uno perde tutto quello che ha non teme di perdere la vita. Così è anche per Michela.”
Sentii lo stomaco chiudersi.
Seguì un silenzio lungo, pesante. L’uomo fuori dall’auto lo spezzò: “E perché non ne avete parlato a Dasho?”
Valjet sorrise appena. Un sorriso senza calore: “Perché Dasho ci faceva più paura di Francesco e volevamo risolvere da sole.”
A quel punto i due uomini si misero a parlare tra loro in un dialetto stretto, duro, invalicabile. Il cuore mi impazzì nel petto.
“Come ti chiami?” chiese a Valjet quello che era sceso dall’auto.
“Valeria.”
La guardai chiedendomi come mai quella mistificazione, ma lasciai perdere. Era sempre meglio non dire chi si è.
“Bel nome.” Si alzò mentre lei restò seduta, aprì la portiera dal suo lato e le mise davanti al viso un grosso palo di carne scura. “Succhia e metticela tutta… lasciami a secco, forse se mi fai contento mi passa la voglia di spezzarvi le gambe.”
Lei tirò fuori le gambe dalla macchina facendole scivolare sul sedile, gli si avvicinò come una gattina, miagolando: “Signore… la prego, già siamo costrette a lavorare doppio, sia comprensivo. In cambio faremo tutto quello che ci chiede…”
“Stai già facendo tutto quello che chiedo, troia.”
Valjet prese subito a fare un gran lavoro. Lui glielo sbatté in faccia. Le tirò le tette fuori dal top a forza un attimo prima di infradiciarle il petto di sperma. La squadrò da capo a piedi, poi guardò me.
L’altro era sceso e ci teneva d’occhio da dietro il parabrezza telefonando. Parlava una lingua che non capivo, inutile sforzarsi. Mentre aiutavo Valjet a ripulirsi, mi sentii tirare i capelli. Il guidatore si era rimesso il telefono in tasca e ora pretendeva da me lo stesso servizio appena fatto da Valjet.
“Vediamo se sei più brava a fare pompini che a inventare stronzate, anche se veramente non sembri una battona da strada.”
Slacciò la cintura sormontata da una fibbia a forma di leone dorato. Un accessorio da tamarro mal messo in tiro, e mi mise davanti alle labbra qualcosa di mai visto. Il suo cazzo era enorme, la cappella viola.
“Sono due settimane che non sfondo un buco…” disse spingendomelo in gola. “Cazzo che voglia!”
Mi sforzai di far lavorare la lingua senza sosta, ma fu difficile. Lui mi strinse la gola. Mi si annebbiò la vista. Per tutta la sera ebbi il terrore di vedere Morte… quella vera, con la falce e la tonaca nera. E allora era lì, accidenti. Ce l’avevo davanti agli occhi. Un velo nero che si approfondiva man mano che l’aria mi mancava sempre più.
“Voglio farti crepare, zoccola… se avessi tempo te lo ficcavo nel culo e fin nello stomaco e ti leccavo per ore la fica consumata dal troppo fottere.”
Dietro il nero delle palpebre serrate iniziai a vederci blu, poi azzurro. La sua mano sulla mia gola mi riportò alla prima volta che Dasho mi aveva scopata, inchiodandomi al cofano di una macchina con una mano sulla gola. Immaginai che fosse lui a farmi quelle promesse e iniziai a godere. Parole oscene, spaventose forse? Non in quel momento, non per me. Era uno scarico di tensione. E Valjet aveva avuto ragione col suo discorso poco prima. Uno che aveva perso tutto, che paura aveva di schiattare? E io ero sempre sul bordo ormai.
Sentii i gemiti di Valjet, l’altro la stava scopando alle mie spalle.
D’un colpo quello che mi strangolava mi liberò il collo. Lo sputai fuori prendendo aria. Mi girai desiderando di vedere Valjet per assicurarmi che stesse bene, ma quello mi riprese per i capelli e mi sbatté il cazzo davanti alla faccia. Il suo sperma mi invase il viso.
Quando tornò in sé ci riportò la telefonata di poco prima. Si piazzò davanti a noi una volta che Valjet si era rialzata. La voce roca tagliò l’aria:
“Ho riferito a Mimì la vostra storia assurda. Nessuno ci crede, ma non vuole che si dica di lui che è cattivo con le femmine, e poi è uno che dà sempre una seconda occasione. Ora vi riporto dove vi ho prese. Non vi spezzerò le gambe, e non chiamerò Dasho per farvele spezzare da lui. Almeno per ora. Ma… se sentirò ancora il nome di Francesco…”
Nessuno terminò, non serviva.
“Prima di andare, dovete consegnare quello che avete preso sulla piazza di Mimì, perché essendo zona sua quei soldi erano suoi. Visto che vogliamo fare i galantuomini, ci fidiamo di voi: fate i conti.”
Valjet contò le banconote; ognuna, passando dalle mie mani alle sue, tremò.
Ci riaccompagnò in silenzio fino al punto di partenza. Una volta fuori, chiamammo Georgi perché ci riportasse dove ci aspettavano Nadia e Liveta. Erano fuori di sé per l’ansia. Appena ci videro, Nadia si agitò:
“Dasho è passato già due volte. Ha chiesto dove eravate e…”
Liveta, con le mani sui fianchi, concluse:
“Non ha bevuto le nostre scuse.”
Valjet sospirò: “Ci abbiamo messo troppo, in effetti. È stata una lunga notte, ma è inutile piangere sul latte versato. Dovevamo solo evitare di farlo arrabbiare di più. Angela, mi raccomando… gentilissima appena arriva, dolce, ma non esagerare che sembri falsa, e non ti tradire con qualche espressione strana.”
“Va bene,” risposi tentando di ignorare il fremito tra le scapole. “Non ci pensiamo ora, ci verrà un infarto se iniziamo a preoccuparci di un’altra disgrazia quando ancora non abbiamo metabolizzato la prima.”
Almeno eravamo ancora vive.
***
Fuori sorge il sole. Nessun gallo canta.
Sono davanti a Elena e Idra.
Elena indossa un abito rosso lucido. Se lo toglie. Le guardo le cicatrici perplessa. Mia madre parlava sempre di tumori.
Pensando a quella notte, scrivo sul mio taccuino: eravamo sopravvissute, ma le metastasi sarebbero partite presto.

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