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Racconti di Dominazionericatto

La lunga notte cap. 6.7

By 22 Aprile 2026No Comments

Nota: questi erano i capitoli 6 e 7 già pubblicati. Ho corretto alcuni refusi che mi davano ai nervi e li ho uniti in un unico capitolo per dare maggiore continuità alla lettura. La trama resta invariata.
Dai prossimi capitoli i titoli cambieranno, pur mantenendo la numerazione progressiva: ogni parte sarà pensata per reggere anche da sola.
Non mi sembra rispettoso imitare passo passo Lord Byron, anche se quella è stata la base di partenza.
***
Cammino accanto a Idra, il respiro si condensa nell’aria fresca di dicembre. Le luci appese ai balconi sono filo spinato, mi separano dal mondo della gente normale.
Elena entra in casa, scintillante come sempre, il vestito riflette la luce.
Idra si sporge verso di lei: “Ho trovato lavoro in pescheria per Angela”, dice.
Elena si avvicina, si toglie un guanto di velluto nero, tessuto con fili d’argento, e si versa un Don Papa. Idra ha una vetrina di liquori ben fornita. Elena sorride, un sorriso che le invade il viso.
“Ebbene, tu ti occuperai del pesce, e noi invece dei polli.”
“Polli?” chiede Idra, allacciandosi le mani dietro la nuca.
“Ieri sera c’era una fila incredibile al locale, abbiamo fatto un sacco di soldi.” Elena si asciuga le labbra col dorso della mano nuda.
“E tu?” chiede alla falsa zingara.
“Anche io ho spennato parecchi polli”, risponde Idra. “Ultimamente viene una donna cicciotta, sulla quarantina, madre di figli, fissata sull’idea che io l’aiuti a conquistare un ragazzo di ventitré anni. Ogni venerdì le appioppo un sale colorato che vendo come filtro d’amore, e ci crede, sai? Me lo paga un sacco di quattrini e se ne va baciandomi le mani.”
Io le osservo, ammirata.
Alla fine faccio un passo avanti e chiedo: “Idra, e tu… raccontami di te, almeno una volta.”
Mi ha parlato molto della sua solitudine da quando vive a P.R., ma mai della sua vita di prima.
Idra sorride, lo sguardo che si perde in un ricordo lontano. “Vengo da una città colorata e rumorosa. Ma ho una casa in campagna, grande, luminosa. Poco prima di Natale, mio marito mi si avvicinava dolce, quando non era in galera, chiedeva quanti parenti avessi invitato per il pranzo della natividad e quanti polli avessi spennato.”
“Quanti?” chiedo io, curiosa.
“Parecchi…” risponde lei, e la luce le attraversa il viso mentre ripensa a quei giorni.
“Ed erano polli veri. Mia suocera allevava decine di pulcini. Li spennavamo insieme e…”
Io ascolto, sento il cuore stringersi tra invidia e dolore al pensiero di una suocera che ho amato e non ho più. Non voglio diventare una pescivendola. Voglio essere anch’io scintillante come Elena, vorrei che qualcuno mi chiedesse quante cose ho preparato, quanti uomini ho amato, quanti polli ho cucinato.
E senza giudicarmi.
Ma ho già tutto questo! Qui, accanto a Idra, guardando le luci fredde fuori dalla finestra, intrappolate nelle inferriate dei balconi simili a gabbie.
Parlo del sabato in cui mi sentii davvero in gabbia…

Dormii appena due ore quel mattino. Mi svegliò il suono dolce di una sveglia che mio padre mi aveva regalato da bambina: la musica de La Bella e la Bestia. La melodia mi avvolse come un abbraccio lontano, una sequenza di note sempre uguale.
Mi infilai nel box doccia, l’acqua calda che scivolava sulle spalle, immaginando Dasho dietro il vetro sfumato, a osservare ogni mio movimento; richiamando alla mente le ultime parole che mi aveva detto.
Se non avesse voluto vedermi per un mese… quella sì, sarebbe stata una vera sofferenza.
Un orrore sottile mi attraversò, una consapevolezza che bruciava: ero lì, catturata da qualcosa che non poteva darmi nulla di vero.
Ricominciai a respirare e sentivo il cuore serrato per qualcosa che non avevo mai immaginato di provare. Matteo non sapeva, mi sentivo sporca, colpevole fino al midollo. Mi bruciava il pensiero che avrei tradito la sua fiducia, che il mio desiderio mi aveva già ingannata. Eppure non riuscivo a distogliere la mente da Dasho.
Mio marito stava tornando, ma un messaggio mi avvisò che sarebbe arrivato solo la sera. Così decisi di andare a trovare la ginecologa da cui avevo portato Liveta.
La dottoressa Canai aveva una criniera raccolta, biondo platino. Occhi blu penetranti che leggevano dentro di me. Mi sedetti di fronte a lei, le parlai cercando di non tradirmi. Poi, un po’ più audace, le chiesi:
“Che metodo contraccettivo invisibile ha dato a Liveta?”
Lei sollevò un sopracciglio, calma, professionale. “Stai tranquilla, sei pulita.” Non rispondeva alla mia domanda, eludeva.
Insistetti.
“Insomma… davvero nulla che mi dia indicazioni, neanche per curiosità?”
Si appoggiò allo schienale della sedia, occhi fissi nei miei, sereni e severi. “Non tradirò il segreto professionale, anche se Liveta è una povera clandestina.”
Capii subito tutto: la spirale, l’unico metodo invisibile.
Diedi un piccolo cenno, come per confermare senza parlare. “La spirale… può applicarsi a donne che non hanno mai partorito?”
La Canai scosse la testa. “Di solito no, non lo facciamo. È rischiosa, c’è pericolo di infezioni nelle donne che non hanno mai partorito.”
Il cuore mi fece un tuffo. Povera Liveta… aveva già avuto figli.
Ripensai a quella notte in cui l’aveva costretta a tagliarmi i capelli, alle frecciate crudeli di lui… mi avevano rivelato che un tempo si erano amati, o almeno che lei lo aveva amato.
Rimasi in silenzio, pensando a quanto il passato di Liveta fosse intrecciato con lui, quanto fosse fragile e coraggiosa al tempo stesso.
Pagai la visita e mi alzai per avviarmi a casa sollevata. Ma… una sensazione così fugace che non potei né afferrarla né definirla mi trattenne mentre salutavo la Canai, e lei ricambiava con uno sguardo che mi dava il permesso di andare.
Il senso di colpa mi aveva portata fino allo studio della dottoressa.
Lì ebbi una sorta di illuminazione mentre la guardavo.
Lo studio era spoglio e gli arredi costosi erano stati scelti senza gusto.
Né fiori, né foto.
Dalla finestra si vedeva solo l’orrendo panorama cittadino: piccioni che sembravano topi del cielo e mezzi gracchianti. Odore di smog mi riempiva le narici.
La dottoressa? Autorevole, bionda, occhi blu. Occhi come vetri rotti.
Mi ricordava Dasho? Sì, e no. Non bastava l’autorità, non bastavano i tratti somatici. C’era qualcos’altro: lo squallore che li circondava.
Mi chiesi allora: la dottoressa avrà mai desiderato un capo? Forse sì, il primario.
E Loredana, la moglie di Francesco, quand’era impiegata di banca, avrà mai voluto un capo bello? Sì, certo, e me lo aveva detto: il dirigente.
Via via compresi che la mia attrazione per Dasho non era che la normale attrazione per i capi provata da troppe donne. Eppure lui, come la dottoressa, spiccava nello squallore.
Un capo del degrado.
Ma come mai le altre volevano capi circondati da yacht e ristoranti stellati, e io quelli attorniati da prostitute, ladri, banditi e altri orrori?
Restai con quella domanda, dicendomi che il motivo doveva essere lo stesso per cui ero venuta dalla dottoressa.
Molti altri professionisti avevano studi più raffinati, ubicati in zone migliori della città. Non che quella fosse male come zona, e aveva anche bella clientela, però…
Ora lo sapevo.
Al tempo in cui avevo scelto lei, mi avevano attratta quegli occhi chiari e sereni, infilzati in quel brutto luogo.
Zaffiri incastonati nel buio.

Fisso Idra, cercando di capire come io abbia potuto costringere la donna che legge il futuro a leggere il passato.
“È una contraddizione”, penso.
Glielo chiedo.
La risposta per lei è scontata.
“Leggo il futuro”, dice, “ma mi baso sul passato per capire chi ho davanti. Con te faccio il contrario. Leggo il tuo passato guardando chi sei adesso.”
La associo subito alla Canai.
Perché ho scelto Idra?
Perché è una truffatrice mascherata da gitana.
Lei sembra molto più vicina a me.
È più reale.
I dottori in camice bianco, anche quelli più preparati, vendono parole a peso d’oro. Ma non capiscono. Non capiscono davvero.
Fanno parte di un altro mondo.
Mostrano solo la loro “parte per bene”.
Non ne vedo il torbido.
Idra invece sa come si abita il male.
E io mi fido del male reale molto più che del bene tessitore d’inganni.
“E allora dimmi”, le chiedo, “perché volevo stare lì allora e oggi voglio stare qui?”
“Perché hai una ferita che vibra”, risponde, “e quello è il tuo male interno. E per quanto brutto sia, pensi che il male esterno non potrà mai davvero farti una brutta sorpresa. Non più brutta di quella che troveresti se ti guardassi dentro sul serio.”
Elena ha finito di addobbare l’albero di Natale. “Ma io”, ci interrompe, “voglio un’altra bottiglia dalla cantina di O. e voglio sapere che fine ha fatto Francesco.”
Sento le mie spalle tremare. Davvero è venuto il momento di parlare di questo? Davvero per anni ho pensato che avrei potuto dimenticare per sempre la fine di Francesco?
La fine di Francesco non avvenne quel giorno.
Quel giorno tornò a casa Matteo.
Io rientrai a piedi, a pomeriggio inoltrato. La città mi scivolava accanto, indifferente, sorda. Mi mancò il non dover andare dalle altre. Mi mancò non vedere Dasho. Non sentire i suoi occhi azzurri ficcati dentro la mia vita.
Pensai a Liveta. Mi chiesi se avesse figli altrove. Se la vita le avesse dato frammenti di felicità che a me erano ignoti.
Aprii la porta. Matteo era già in soggiorno. Immobile. Sul tavolo c’era un piccolo pacco.
Gettai le scarpe lontano, ero stanca.
Lui era stanco.
“Ho pensato di portarti qualcosa da Roma”, disse.
La voce svuotata.
Sì, era colpa mia… quanto poco l’avevo chiamato quella settimana?
E non ci aveva forse fatto caso?
Aprii.
Un profumo a forma di tacco a spillo.
Carolina Herrera. Sapevo quanto costasse.
Lo presi tra le mani. Il cuore mi batteva forte… ma era un battito di paura, non di gioia. Ogni sorriso, ogni bacio, era un promemoria del mio segreto.
Era nero come le notti che Matteo non avrebbe mai dovuto conoscere.
Mi venne voglia di piangere, dentro di me c’era Dasho.
Il mare di sporcizia che aveva portato nella nostra vita. Tutto nascosto. Tutto sotto onda il tappeto.
Matteo si avvicinò. Le sue mani mi presero il viso.
Fu un bacio lungo. Lacrime calde spinsero contro le mie ciglia. Non capiva. Io non capivo. Eppure tutto si stava spegnendo, mentre dentro di me… un’altra Angela urlava.
Scoppiai a piangere. Lacrime calde, incomprensibili per lui.
Mi schermii prima che potesse chiedere qualsiasi cosa.
“Mi sei mancato”, dissi tesa. “Ti amo… nonostante tutto.”
E lui credette fosse vero. Io recitavo.
Per una volta, non fece caso al “nonostante tutto”. Mi baciò come se volesse mangiarmi. Le lacrime scorrevano. Tirai su col naso. Non volevo fermarmi, ma non volevo lasciare la mia casa.
Credo… con quel nonostante tutto di aver agito come fa il killer quando desidera essere scoperto…
Gli chiesi di parlarmi di Roma, come era andata.
Rispose che aveva piovuto sempre, più di quando eravamo stati in Irlanda.
Parlava di pioggia, di strade bagnate… parole normali, ma per me suonavano come un sottofondo irreale, un mondo da cui ero estranea.
Per fortuna se ne andò in bagno, non si era ancora fatto la doccia.
Potei abbandonarmi a un accesso di pianto. Mi mancavano da morire i giorni in Irlanda.
Quando lo sentii andare in camera lo raggiunsi.
Mi sdraiai accanto a lui, le nostre mani congiunte.
Mi avvicinai per mangiare il suo cazzo, volevo che dopo quella settimana di pioggia e freddo potesse avere un orgasmo caldissimo.
E per un istante vidi nei suoi occhi qualcosa di diverso. Non paura, non rabbia, solo un’ombra che non sapevo interpretare.
Ma io conoscevo tutte le attenzioni di cui aveva bisogno.
Prima di essere succhiato voleva essere leccato, mordicchiato.
Stuzzicato con la lingua quando i primi liquidi iniziavano a lucidarlo.
Lui impazziva per la sensazione di essere spompato e per la voglia di scoparmi in bocca.
Di dirmi che ero la migliore mangiatrice di cazzo mai incontrata nella sua vita.
Quando risalii non riconobbi i suoi occhi.
Mentre sentivo le sue mani, vedevo gli occhi di chi quella notte mi aveva pagata. Mi chiesi se Matteo avrebbe mai potuto capire… se lo avesse scoperto, cosa sarebbe rimasto di noi.
Lo sentii tra le cosce, caldo, duro.
Si avvicinò e si ritrasse più volte, senza penetrarmi.
Uno scherzo crudele.
Lo tirai a me per i capelli sopra la nuca.
Gli succhiai la pelle del collo.
L’amore stampato sul collo.
Rimane il segno.
Non sul collo.
Dentro.
“Scopami.”
“Oh, no.”
Il suo no tagliava più del mio “ti amo nonostante tutto”.
“E perché no?”
“Perché sei una puttana.”
Mi scostai abbastanza da guardarlo dritto negli occhi.
Era quasi l’ora di cena e la luce del tramonto invadeva la stanza.
Strano contrasto quel rosso col nostro divano e i nostri tappeti blu.
Doveva aver percepito il mio sussulto perché rise con il sorriso per il quale una volta mi ero innamorata di lui.
“Vedo… che quella lunga notte ha messo per sempre fine al nostro gioco. Eppure una volta la puttana era un bellissimo gioco per te.”
Sentii girarmi la testa vuota e ricordai che vuoto avevo anche lo stomaco.
Era vero, andavamo di notte a giocare laggiù fino a poco tempo prima e io avevo l’inferno in corpo.
Il rossore salì al viso.
“Sembri un chicco di melograno”, disse Matteo.
Le lacrime mi invasero occhi e cuore di nuovo.
Mi aveva mai detto prima una cosa così bella?
E qualcuno avrebbe mai potuto dirmene una più bella?
Finalmente lo sentii scivolare dentro di me, il mio corpo lo accolse, morbido e pieno di umori.
Il nostro orgasmo si spense con la luce del sole e, mentre lui già dormiva, mi accorsi che se l’avessi amato abbastanza… lo avrei lasciato.
Capii che anche quell’amore non era mai stato pulito. Mai completamente nostro.
Non era mai stato giù dal palco, fuori da una recita.
Era sempre stato così.
E ora il sipario della notte scendeva.
La stanza è piena di luce calda, rossa e intensa, e il disco del sole pulsa dietro le tende.
Filtrano i raggi dalle tende leggere e disegnano ombre lunghe sul pavimento.
Respiro cercando di convincermi che il lavoro non sarà così terribile. Ma dentro, un’ansia viscosa mi stringe lo stomaco: non voglio andare in pescheria, né oggi, né domani.
Idra si è svegliata da poco.
“Oggi sei arrivata presto, se volevi dirmi qualcosa, meglio aspettare Elena, è lei che vuole sentire di Francesco, pare essere l’argomento che più le interessa.”
Mi siedo sul divano, le ginocchia abbracciate al petto, e la guardo. Il pensiero che più interessa Elena emerge subito, ma lo scaccio.
Idra deve averlo capito, Elena pure, quindi perché parlarne ora?
Mi aspettavo la domanda di Idra e lei legge la risposta nella mia faccia di carta.
“Hai qualche senso di colpa in merito?”
“Mah, credo di no.”
“Perdona la mia curiosità.”
“Curiosità legittima la tua.”
Vedo un’ombra nei suoi occhi.
Rimorso per aver insistito?
Le cose non dette ingombrano più delle altre.
Il silenzio non è mai stato imbarazzante qui. Oggi sì.
“Se ho sensi di colpa,” dico, “riguardano solo Matteo. Il sabato in cui è tornato con quel regalo. Lui c’era. Sempre. Era casa. Io ascoltavo. Facevo le cose. Eppure non c’ero, io ero da Dasho.”
Entra Elena con la spesa, porta odore di pane caldo. Mette le buste sul tavolo.
“Briscoletta prima di cena?” dice Idra.
“Solo se giochi a soldi,” dice Elena. “Senza niente da perdere non mi diverto.”
Idra mescola le carte veloce. Ha le unghie laccate di scuro. Il fruscio del cartoncino contro cartoncino sembra un respiro.
“Pensa alla domanda,” dice. “Mentre giochiamo ti leggo le carte.”
Io non penso. Io ricordo.
Idra mi offre il mazzo. Taglio con la mano sinistra. Il mazzo si apre, ferito.
TRE DI SPADE.
“È la sfida,” dice Idra.
“Lo sai,” dico, “che ogni volta che parliamo fatico a riferirmi al passato? Mi sembra di vederli. Qui. Adesso.”
“Parla al presente.”
“Ho paura di tornarci. I miei ricordi sono acqua sporca.”
Elena getta via le scarpe, volano sul pavimento come carcasse di uccelli.
“Buttati dentro l’acqua sporca, dentro l’acqua delle fogne, con tutti e due i piedi. Così forse quando risali, risali una volta per tutte.”
Lei ha ragione.
“Affoga per riemergere,” dice Elena. “Una bella donna non dovrebbe mai morire senza aver goduto ogni istante, anche sporco, di una intensissima vita.”
Lei ammicca. Io fremo.
“Spesso non riesco a parlare di tutto,” dico.
Idra mi passa un block notes e una penna. La plastica è fredda, liscia.
“Continuiamo con la recita dello strizzacervelli. Quello che non vuoi dire a noi scrivilo lì. Come faceva Freud. Come fanno i dottori.”
Prendo il taccuino. Pagine bianche.
Guardo loro e le carte sul tavolo. Tre di spade. Due di coppe. Denari. Sogni, affetti, soldi.
Tutto ciò che ho avuto e non ho saputo tenere.
Dopo il ritorno di Matteo mi addormento sul letto fresco. Il materasso è coperto dal lino bianco, le lenzuola celesti e i cuscini leggeri. Sogno di dormire tra le nuvole, avvolta da lenzuola di cielo, il corpo sospeso, leggero. Al risveglio il sogno svanisce.
Il cellulare vibra sul comodino spinto dalla suoneria. Striscia come un verme e rischia di cadere. Sono nuda sotto la coperta.
La suoneria strilla dal telefono. Il nome di Francesco lampeggia sul display. Ho già rifiutato tante sue chiamate.
Tiro il telefono sotto il lenzuolo.
Soffocata dalle mie mani Bette Midler canta:
– Quando un uomo ama una donna,
non riesce a pensare ad altro.
scambierà il mondo intero
per il bene che ha trovato.
Se lei è cattiva, lui non lo vede.
Le dà tutto ciò che possiede,
cercando di proteggere il suo amore. –
Matteo non è nel letto. Me ne accorgo di scatto.
Le cifre rosse della sveglia segnano le dieci. Dal bagno sento la sua voce: “Cos’è?”
“La sveglia!” rispondo, strozzata.
“Che hai messo a fare la sveglia di domenica?”
Matteo compare in camera pieno di fretta, mi pare di sentire il battito del suo cuore in corsa nell’aria insieme al mio respiro.
Più ignoro il nome sul display, più mi sembra di perdere la sanità mentale.
– Se mi chiama di nuovo, penso, lo giuro: pagherò qualcuno che lo uccida.
“Tutto bene?” mi chiede Matteo. Ha quasi finito di vestirsi.
“Ho una forte emicrania.”
“Vuoi che ti prepari un oki?”
Le sue premure in questo momento mi irritano.
“No, ti ringrazio.”
Il telefono vibra ancora. Cerco di indovinare chi altro può chiamarmi a quest’ora.
Matteo passa in sala in cerca della giacca.
Io sbircio.
Sul display si alternano i nomi di Marina e Valjet.
Mi chiedo se il loro superiore, Dasho, abbia dato l’ordine di contattarmi.
Sorrido: è ridicolo pensarlo come un superiore. Se davvero hanno ricevuto quell’ordine, non devono essersi divertite.
Sento la porta che si apre. Matteo esce precipitoso, il telefono stretto tra spalla e orecchio, la camicia stirata ma sbottonata a metà, la 24h in mano.
È evidente: anche lui è stato svegliato dal suo superiore.
Sospiro. Non mi dà il solito bacio prima di andare.
Non dice nulla sul mio nuovo taglio di capelli.
Possibile che non lo noti? No, non è possibile: Matteo fa sempre caso ai dettagli.
D’impulso lo richiamo, troppo piena d’ansia.
Risponde subito: “Tesoro, che c’è?”
“Non mi saluti. Non dici niente sui miei capelli.”
Lo sento sorridere; riconosco il cambio nel ritmo del suo respiro.
“Sono troppo in ritardo, e per i tuoi capelli penso che sia un cambiamento grande. Hai sempre detto che volevi i capelli di Raperonzolo… poi mi sono ricordato… be’, quello che sai. Ho pensato che sia naturale che tu voglia cambiare per dimenticare. Non voglio farti pressione notando tutto. Ora vado, ok?”
“Ok,” dico. Sorrido anche io.
So dove sta andando: al lussuoso caffè dove spesso conferisce col capo dello studio, protetto dal separé messo a disposizione dai titolari, al riparo dalla curiosa clientela.
Mi affaccio alla finestra. Lo guardo correre verso la macchina.
La nostra casa e la strada restano silenziose un attimo dopo.
I quartieri alti a quest’ora dormono.
Mi rimetto sul letto. Voglio chiamare Valjet, ma un messaggio di Francesco la spinge via dai pensieri. Guardo l’icona di WhatsApp come una cesoia pronta a troncare la giornata. Solo quell’essere è riuscito a farmi sentire violata in queste settimane. Apro il messaggio:
“So che sei sola. Matteo mi ha accennato a un’udienza urgente domani per un cliente dello studio. Succede, anche di domenica. Se oggi non ti presenti al ristorante dove abbiamo mangiato l’altra volta, farò in modo che mi sfugga quella registrazione. Esci di casa. Vestiti come l’ultima volta che siamo stati laggiù.”
Le dita scattano da sole. Non posso credere che Matteo abbia parlato con lui prima che con me di un impegno di domenica. Sono in collera anche con mio marito.
Il pollice trema e perde aderenza sul vetro. La mascella si serra; sento un dente pulsare.
Questa sensazione può a malapena essere tollerata.
Ricordo Valjet. Mi ha dato il modo di difendermi, la giusta traiettoria. Penso al primo bar che vedo sulla piazza di don Mimì: un posto sbagliato per sentirsi al sicuro, perfetto per esporsi. Riprendo il telefono.
Scrivo: “Hai ragione, ti ho trascurato. Suppongo che tu sia furioso. Che posso farci? Non sei l’uomo più importante della mia vita. Sono stata influenzata. Non credo ti importi davvero della mia salute, ma oggi mi sento fragile. Non voglio vestirmi come l’altra volta, prendo freddo, e non voglio un posto dove ci possano guardare. Preferirei qualcosa di più nostro. Preferirei vederci al bar Veronica. Non temere, riuscirò a mettere qualcosa che ti piacerà.”
Invio.
Il cuore non è più in gola.
La paura cambia indirizzo.
Trovo quanto di più volgare e meno attraente nel mio guardaroba. Certo avrei fatto di meglio con l’armadio di Nadia, ma ora bisogna accontentarsi. Trovo un abito comprato tempo fa in un sexy-shop: arriva alle ginocchia, con una catena di strass e una scollatura inutile che nessuno potrebbe chiamare elegante. Maniche corte, tessuto lucido che fa rumore quando mi muovo: è un pugno in faccia. Perfetto per Francesco. Perfetto per fargli capire che non m’importa nulla di lui.
Sono io, rabbia e disprezzo, in carne e stoffa.
Arrivo al bar Veronica in taxi. Scendo, pago il conducente senza guardarlo e stringo la borsa al petto mentre entro. Lui è già lì, seduto vicino alla finestra, le braccia larghe sul tavolo, come se fosse a casa sua. Lo fisso senza muovermi: nessun saluto, nessun sorriso. Mi siedo davanti a lui.
“Sembri una mignotta dei marciapiedi con quel vestito,” dice. “Si vede che hai preso il loro stile.”
Quanto mi è diventato insopportabile.
Ciarla a vuoto.
Della sua settimana.
Degli appuntamenti.
Di chi ha visto, di chi lo ha chiamato, di cosa ha fatto e di quanto sia stata pesante la festa di compleanno di Loredana.
E poi quella di suo figlio.
Di quanto gli è costato ritagliarsi la domenica mattina per stare solo con me.
Io penso: – Muori. Ogni frase è aria fritta, mi rimbalza addosso.
Poi dice che ci aspettano amici.
Sorrido appena, dentro.
Perfetto. Più gente, più rumore, più scuse per ignorarlo.
Mi tiro indietro sulla sedia, braccia incrociate, e aspetto.
Che capisca, anche solo un poco, che non ha nulla di me.
Saliamo in macchina. Non ho paura. Mi preoccupo quando gira verso il nostro quartiere.
“Dove stai andando?”
“Andiamo a trovare i miei amici.”
Ancora un isolato e vedrei casa mia. Non posso crederci.
Siamo all’autolavaggio dove ci serviamo io e Matteo.
“Se passi di nuovo tre giorni a non rispondermi, troia, ti porto anche dal tabaccaio, dal macellaio e dal giornalaio.”
Entrano loro.
Due uomini che mi scrutano come predatori.
Il primo porta una canotta grigia, torace largo e folto di peli, una barba che gli incornicia il volto nervoso. L’altro, alto e slanciato, pelle chiara, capelli biondi corti, occhi azzurri freddi ma decisi, contrasto netto con l’altro.
Francesco li presenta.
Ma non ce n’è nessun bisogno, li conosco bene.
Lo guardo con odio.
“Sapevo che ti avrebbe fatto piacere conoscerli.”
Sorriso appena accennato.
E sì, mi incuriosiscono.
Conosco bene le loro facce e immagino che molte volte avrebbero voluto avermi quando andavo a lavare la macchina.
“Ti sei superato,” gli dico, “tu non sei lontanamente il mio tipo ma loro due sono perfetti.”
Quello che dice dopo Francesco è ciò che non mi fa provare nessun senso di colpa.
“E pensare che il povero Matteo lo presentavi a tutti come l’amore più grande della tua vita. Da una parte ti capisco, a certi uomini le corna stanno bene come il cappello al prete. Lui è sempre così precisino, un damerino da farti incazzare! Pensa sempre a tutto lui! Pensa sempre a tutti lui!”
In quel preciso istante penso che Vendetta, dea tremenda, si è appuntata questa brutta frase.
Decido di ignorare Francesco come un rumore di fondo.
Ce ne andiamo di lì a bordo della loro auto.
Riesco a impormi su Francesco e chiedo di andare fuori dalla città.
Mangiamo insieme anche stavolta ma in un autogrill, lontano, sicuro. Sotto il tavolo percepisco attenzione. Sento le loro mani appoggiarsi sulle mie cosce, uno da una parte e l’altro dall’altra. Francesco ci fissa ma non ha alcun controllo su tutto ciò e sicuramente ne è ferito.
Mi sento come se potessi diventare io il cibo di quei due.
E infatti penso che tutto questo sta succedendo perché ho voluto rivedere gli occhi di Dasho. Penso a lui e non ho più nessuna intenzione di resistere, anzi…
Il cameriere si gira.
“Non finirò sbranata,” dico guardando quello scuro.
Sarà egiziano?
“Scommetto che questo signore non mangia carne di maiale.”
Ho provocato la sua risata.
“Maiale no, ma la fica di maiala la mangio volentieri.”
“Torniamo in macchina”, dice Francesco.
Mi siedo tra loro che premono i loro corpi contro di me e mi spogliano, uno a destra, uno a sinistra. Ho un cazzo bianco in bocca e uno scuro dentro la fica. Chiudo gli occhi e vedo l’azzurro. La mia fica e la bocca si fanno morbide e umide. Non mi rendo nemmeno conto che Francesco ha preso il posto dell’egiziano dentro di me. Li sento scambiarsi il posto nei miei buchi.
Quello che stavo succhiando mi aiuta a bagnarmi massaggiandomi i capelli, la nuca, i capezzoli.
Ma ha smesso all’improvviso.
Chi ha interrotto un massaggio così?
E gli occhi dolci gli sono diventati duri e freddi ma capisco subito che non ce l’ha con me.
Come mi giro vedo che sta combinando quel verme di Francesco.
“No, signore,” dice l’egiziano levandogli il telefono, “questo non si fa, non senza chiederlo a lei.”
Mi stava filmando! Oh, roba da pazzi!
La registrazione non gli basta più.
“Lo faccio per lei,” dice Francesco, “le piace rivedersi mentre fa la cagna!”
Sono allibita!
Non mi guarda.
Guarda loro.
Come se io fossi già fuori.
Grido: “Non è vero!”
L’egiziano lo guarda. “Lei dice di no. Fai il bravo amico.”
Per fortuna quel frammento di video viene prontamente cancellato.
“È un vigliacco sì, infatti non ha osato dire no quando gli hanno detto di sparire il video.”
Mi rimetto a succhiare l’uomo che mi accarezza le guance, ora che mi ha difesa non mi è così difficile ingoiare tutto il suo sperma. Il cazzo dell’egiziano dritto come una spada si svuota nella mia fica. Così anche il cazzo di Francesco un attimo dopo.
Mi guarda in modo strano il ragazzo che ho davanti.
Cerco di vedermi con i suoi occhi, una bellissima donna, mal vestita sì, ma giovane che gli si dà senza chiedere nemmeno il suo nome.
Raggiungo il WC dell’autogrill per sistemarmi.
Torno e nessuno dice niente.
Niente… neanche una parola.
Li riaccompagniamo all’autolavaggio e ripartiamo.
“Ancora non mi hai detto come mai fai la puttana,” dice Francesco mentre scendo.
“Fatti i gran cazzi tuoi.”
Non risponde.
Sorride.
Come se sapesse che non è finita.

“Eppure dovresti ringraziarmi, mi sei sembrata così contenta oggi.”
“Grazie. Vieni sempre accompagnato perché tu da solo non mi fai sentire un cazzo.”
Me ne vado, che cuocia nel suo brodo.
Poi mi ricordo di Valjet e Marina.
Salgo le scale e chiamo Valjet.
“È successo qualcosa?” chiedo, il respiro corto. “Lui ti ha fatto qualcosa?”
“No, niente… ancora,” risponde. Poi aggiunge: “Se vuoi salutare Liveta, vieni un’ora prima domani. Sta andando via. Non dirle che te l’ho detto. È triste e forse le farà piacere vederti. È una mia idea.”
Il cuore salta.
Un’ora prima.
Via.
I minuti e le ore e piccole cose programmate della giornata successiva si stringono attorno alla sua immagine.
“Va bene,” dico. “E Marina perché mi aveva chiamata?”
“Per lo stesso motivo. Le ho detto di provare quando non rispondevi.”
Chiudo la chiamata e salgo. La casa mi aspetta. Domani, con quell’anticipo, Liveta potrebbe sparire se non sono pronta.
La porta si apre che è già ora di cena. Matteo entra con l’aria tirata, la giacca ancora addosso.
“Com’è andata?” gli chiedo dalla cucina.
Si passa una mano tra i capelli. “Un giornale ha diffuso un dettaglio sulla causa in corso. Ora rischiamo che il giudice ne sia influenzato. Devo preparare daccapo l’arringa d’apertura.”
“Andrà tutto bene,” dico.
Si versa del vino. Il bicchiere urta il tavolo, il rosso gli cade sulla camicia. Impreca piano. Mi avvicino subito, prendo un tovagliolo, tampono la macchia.
“È tutto a posto,” mormoro.
“Non mi preoccupa questo,” dice guardando il tessuto bagnato. “Ho paura di ritrovarmi una bella macchia sul curriculum se non faccio rientrare la questione.”
Si siede, sospira. “Tu che hai fatto tutto il giorno?”
“Sono stata a pranzo da amiche.”
“Hai fatto bene. Mi dispiace averti fatto passare la domenica da sola. E domani dovrò scappare di nuovo al mattino presto. Spero di non dover andare a Genova per sistemare quella cosa.”
“A Genova?”
“Sì. Il cliente ha l’azienda là. Prima è stato seguito da un legale genovese che forse avrò bisogno di incontrare.” Poi mi guarda. “Mi fai un favore?”
“Sì.”
“Domani porta a lavare la mia macchina, per sicurezza, nel caso dovessi partire. Io andrò allo studio con la tua.”
“Va bene. C’è qualche altro autolavaggio qui vicino? La tua macchina è grande e ho paura di strisciarla entrando, che dove andiamo di solito è stretto.”
“Ma no, vai lì. Se non riesci a far manovra, scendi e fatti aiutare dai ragazzi che lavorano. Avevo promesso a Jamal di portargli da Roma un liquore che fanno solo da loro, lo vende un negozio etnico. È per lui.” Mi porge una bottiglia incartata. “Salutamelo.”
“Chi è Jamal?”
“Il titolare del lavaggio. È tanto cortese, mi fa sempre lo sconto.”
Prendo la bottiglia. Sento il ghigno di Francesco: – un precisino da farti incazzare! Pensa sempre a tutti lui.
La mattina corro all’autolavaggio. Ho lo stomaco in subbuglio. Paura di rincontrare i due uomini di ieri, paura di fare tardi e perdere Liveta.
Entro. Ci sono proprio loro.
Fingiamo di non conoscerci. Mi chiedono le chiavi con professionalità asciutta. La macchina entra nel tunnel. Io resto in piedi, nervosissima, le braccia strette al petto. Non uno sguardo tradisce il segreto. Solo movimenti precisi, acqua, schiuma, spazzole.
Quando tutto finisce, mi avvicino.
“C’è il signor Jamal?”
L’egiziano di ieri annuisce. “C’è il signor Jamal.”
“Può chiamarlo?”
“Certo, signora.”
Arriva Jamal. Un gigante gentile, ha le mani grandi, il sorriso misurato.
“Tenga,” dico porgendogli la bottiglia. “Mio marito le ha portato questa da Roma.”
“Lo ringrazio tanto, signora Angela.”
Metto mano al portafoglio. “Quanto le devo?”
“No, signora Angela, non c’è bisogno. Anzi, dovrei pagarla io.”
“Per cosa?”
“Per la disponibilità di suo marito… e per la sua. Ho saputo.”
Mi attraversa un tremito di rabbia. L’egiziano ridacchia. Il ragazzo biondo ride solo con gli occhi.
“Tranquilla, signora Angela,” continua Jamal. “Non mi scandalizzo e non la tradirò. Qui conosciamo bene i vizi di voi ricchi zozzoni.”
Mi giro per andarmene.
“Signora,” aggiunge, “me lo faccia sapere se vuole conoscere un mio amico meccanico. È da poco a Milano, ma riesce ad aggiustare qualsiasi cosa.”
Mi volto di scatto. “E che mi dovrebbe aggiustare, la fica?!”
“Anche,” risponde lui, senza perdere il sorriso, “ma prima il cervello, signora Angela. Il cervello.”
Me ne vado lasciandolo lì, che ride con i suoi dipendenti.
Corro a casa. Salgo le scale senza sentire i gradini.
Mi cambio. Mi fermo davanti allo specchio.
Mi gira la testa.
Vedo me stessa.
Vedo me stessa.
Vedo me stessa.
Ma sono ancora io?
Mi affaccio alla finestra. Il cielo è azzurro, sono le undici. Un azzurro indifferente.
Penso a Dasho.
E non so più chi sono.
Prendo la borsa. Scendo. Fermare un taxi è un gesto automatico.
Il taxi corre sulla strada.

Corriamo da lui.

Passiamo davanti al barretto dove un uomo mi ha riconosciuta e lo ha avvisato. I vetri sono lisci, lucidi. Cerco il mio riflesso sulla superficie.
Davvero in fondo lo faccio per lui?
O in superficie?
In fondo o in superficie, per chi sto correndo?
Guardo il portone. È chiuso.
Sempre lo stesso. Potrei andarmene… Basterebbe dire al conducente di ripartire.
Pago e scendo.
È Ditmir ad aprire, come sempre.
“Ciao, Angela!”
L’androne è freddo. Sa di umido e di ferro.
Ogni passo rimbomba troppo.
Salgo le scale dietro di lui. Salgo le scale felice di lui, di come mi ha salutata.
Entra in cucina e lo seguo.
Sembra un giorno come un altro. Nessuno appare più nervoso del solito. Ci sono Valjet e Marina, Nadia e Ditmir che prende posto accanto a lei, Erdian e Dasho a capotavola. Irina alla sua destra, Liveta alla sinistra.
Nadia è l’unica con un grembiule addosso, allegro, coi fiori sul petto.
Una tovaglia bianca con ricami azzurri, del colore dei suoi occhi.
Penso: – questa è ossessione.
Se non sapessi che si tratta di un troiaio organizzato, potrei scambiarli per una tranquilla famiglia a pranzo.
Penso alla mia famiglia. Del resto, tutte le famiglie sembrano tranquille a pranzo.
Dasho mi infilza gli occhi negli occhi. So che è arrabbiato con me. Abbasso i miei e non dico nulla.
Dalla finestra entra l’odore delle aromatiche che Nadia coltiva sul balcone, venato dalla fragranza dolce delle rose.
L’orologio sul muro ticchetta, placido.
Lui prende tempo. Sottrae il mio tempo. Ogni volta che entro qui la mia vita resta fuori, sospesa.
“Siediti,” dice dopo un lungo momento, ha uno sguardo terribile, da lupo che bada alla sua tana.
“Ti ho fatto venire a quest’ora perché mangi con noi.”
Sento l’ironia della sua voce.
Nadia mi fa spazio tra lei e Ditmir. Mi porta la sedia, il piatto, docile.
Valjet lo guarda con la forchetta a mezz’aria.
“Perché mi guardi così? L’ho solo invitata a pranzo. Non ho tempo per voi due oggi, sto organizzando un’altra cosa.”
Valjet non si fida. Lo vedo. Teme uno scherzo sinistro. Se prima aveva poca fame, ora lo stomaco le si chiude del tutto.
“Mangia,” continua Dasho. “Oggi non ti faccio niente. Lo sai che sono di parola. Finito qui, andate a lavorare.”
La forchetta sparisce nella bocca di Valjet. I suoi capelli viola brillano sulla fronte, ombreggiandole gli occhi.
Io guardo il piatto. Nessun desiderio mi sale alla lingua. Penso perfino che possa avermi dato un piatto avvelenato.
Dasho osserva il mio spavento. Ticchetta le dita sul tovagliolo, in sincronia con l’orologio. Uno scandire irrequieto dei secondi.
“Eppure pensavo di farti contenta, aprendoti lo spazio della mia famiglia. Ho pensato: dovrà vedere com’è la vita nella scuderia quando non si lavora. Ma è troppo poco, certo, per una signora come te… abituata a ristoranti stellati.”
Il disagio che sale… lo sento nel sangue che affluisce alle guance.
Mangio e Nadia mi versa del vino. Bevo.
Mi gira la testa.
Guardo lui e penso: – Cosa mi hai messo nel vino?
Non riconosco lui, né la casa, né gli altri, né me stessa. Sembra che il mondo abbia cambiato lingua durante la notte.
Nadia deglutisce e mi guarda: “Cucino sempre e solo io Angela, ti puoi fidare.”
Gli occhi di Dasho la fulminano. Non alza un dito stavolta.
“È già la seconda volta che parli quando non è ora.”
Nadia si zittisce subito e torna a guardare il piatto vuoto.
“Perché anche sabato mattina hai aperto la bocca senza che nessuno ti avesse chiesto niente. Sbaglio?”
“No, non sbagli,” risponde Nadia: “Scusa.”
“Hai finito di mangiare?”
“Sì, ho finito.”
“Allora sai cosa devi portarmi.”
Nadia prova a far finta di nulla riprendendo la forchetta.
Lui continua a guardarla.
Lei ricambia lo sguardo con la coda dell’occhio.
Dasho la fissa: “Non mi farai cambiare idea con i tuoi begli occhi. Quindi non farmi divertire troppo. Vai.”
Nadia sospira, porta il piatto nel lavandino e sparisce nel corridoio. Torna un attimo dopo con un frustino da equitazione e lo mette nelle mani di Dasho.
Nadia si inginocchia davanti a lui dandogli le spalle. Slaccia il grembiule spontaneamente e scosta i capelli dalla nuca.
Il primo colpo di taglio sul collo.
Il suono mi attraversa prima ancora del dolore che deve averle acceso la pelle.
Lei non emette un lamento.
Il secondo.
Il terzo.
Non conto fino a dodici.
Non voglio.
Righe rosse compaiono sulla sua pelle chiara.
Linee nette.
Ordinate.
Non sopporto la vista della carne marchiata. Quel rossore rende l’aria troppo calda e il respiro più corto.
E non posso sapere come sta Nadia. Non riesco a leggere il suo viso, liscio e immobile, inclinato da una parte.
Persino… cosa vedo nei suoi occhi?
Serenità?
Possibile?
Ma lui ha la febbre negli occhi.
E senza vederla indovino la tensione che c’è nel suo ventre e anche più giù.
“Alzati.”
Nadia si ricompone e lui le riconsegna la frusta.
“Rimettila a posto.”
Si sente solo il rumore delle posate.
Qualcuno beve.
Io no.
Ho la bocca asciutta.
Due minuti dopo siamo di nuovo tutti intorno al tavolo al centro del quale Nadia stessa appoggia un vassoio di dolci. Come se niente fosse successo, come se tutto fosse normale.
Ditmir chiede a Nadia: “Sei andata tu a prenderli in pasticceria?”
“Sì,” gli dice lei, “stamattina. Mi ero alzata tardi e non avevo avuto tempo di fare niente per dolce, e ho pensato così.”
Irina approva: “Questo l’hai pensato bene.”
Marina domanda che le si passi quello alla nocciola.
E continua così fino all’una.
La perfetta normalità delle famiglie peggiori.
“Va bene,” dice Dasho, “vediamo, perché stai con quella faccia? Se stai mangiando forse è di lavorare che non hai voglia. Vero?”
Mi viene voglia di mandargli per traverso tutto quello che sta ingurgitando.
“Non è che non ho voglia, ma non so come fare. Ho il ciclo.”
“Non ti hanno insegnato un cazzo queste cavalle. Marina, dormi?”
Marina si pulisce la bocca:
“Non si danno troppe informazioni se non servono all’istante, si dimenticano e basta.”
“Giusto.” Dasho mi guarda: “Marina studiava per fare la maestra, è molto brava. Vero?”
Non gli rispondo.
“Quando finite di mettere a posto spiegale una cosa e anche quell’altra.”
“Certo, Dasho.”
Aiuto Nadia a sparecchiare quando tutti si sono alzati. Marina rimane a lavare i piatti, Valjet passa la scopa. Liveta mette ogni cosa nel frigo.
Dasho è sparito insieme agli altri uomini nelle sue stanze.
Non li vedo né li sento.
Solo la luce s’insinua nel corridoio.
“Cos’hai?” mi chiede Nadia.
“Niente, tu come stai?”
“Stavo meglio prima, ma va bene. Perché stai con quella faccia?”
“Perché vi siete rimessi a parlare come niente fosse. Non mi pare normale.”
Nadia alza le spalle: “Non è nemmeno normale che tu sia tornata qui come niente fosse dopo quella notte.”
Ha ragione, a chi faccio la predica?
“Dopo un po’ lo diventa,” dice lei, “e forse per me lo è sempre stato. Mio padre non era tanto diverso. Ma è colpa mia, non dovevo parlare a vuoto.”
Adesso è lei a sembrare strana tra noi due.
“Come fai a pensare che sia vero quello che hai detto?”
“Angela… io dopotutto per molte cose a Dasho devo dire grazie, e non avevo nessuno a cui appoggiarmi prima di venire qui. Perciò non me la prendo tanto con lui. Non mi ha fatto tanto male rispetto ad altre persone. Capisci?”
“No.”
“Fa lo stesso, nemmeno io capisco te ma si può essere amiche lo stesso.”
Marina viene vicino a noi.
“Vieni, devo farti vedere due cose.”
La seguo nel corridoio fino in fondo, dove sta un armadio a muro.
“Qua dentro,” mi dice, “c’è quella cosa che ha preso Nadia. Se lui te lo chiede, vieni a prenderla qua.”
Non la nomina, e comprendo che ne ha repulsione.
La guardo con un sopracciglio alzato.
“Te lo chiederà,” aggiunge Marina, “così come oggi ti ha chiesto di venire a pranzo. Ancora non lo conosci, ma se continuerai a venire qui capirai tante cose di lui. Lui ti manda qui quando vuole avvertirti, ti sta dicendo che la prossima volta che sbagli ti andrà peggio. Lui gode a vedere che ti consumi. E Nadia parla sempre con lui, non la tocca mai, tranquilla. Ha fatto quella sceneggiata solo per farti vedere chi comanda.”
“Be’, non ce n’era bisogno,” rispondo.
Chiude l’anta piano.
“In ogni caso se te lo chiede, vieni qui e fai come ha fatto Nadia, se lui non ti dice di fare qualcosa di diverso. Lui dà sempre dietro il collo quando dobbiamo lavorare. È l’unico punto che non si vede. I capelli coprono. E i clienti non ti guardano dietro la nuca. E l’altra cosa è questa.” La guardo disgustata. Non farei mai una cosa simile. Marina mi legge nel pensiero:
“Be’, se lui te lo chiede e non gli obbedisci, ti mette le mani addosso direttamente. Ora vieni.”
La seguo fino in bagno.
“Quando hai il ciclo lavori lo stesso. Prendi una spugna, quelle della doccia. Sotto al lavandino ce ne sono tante nuove.”
Armeggia con un paio di forbici.
“Si fa così: ne tagli un pezzo, lo bagni e poi lo infili dentro. Funziona e non se ne accorge mai nessuno, anzi ti fa la fica molto più stretta.”
“Ok,” dico prendendo la spugna in mano.
“Loro sono sempre nei dintorni quando lavoriamo, ma non si può mai sapere. Per questo prendiamo un pezzo di lametta di rasoio — di solito queste piccole, tonde in cima — la incolli a un’unghia e la copri con lo smalto. Dovesse servirti mai per difenderti di corsa.”
Mi prende una mano e mi incolla l’unghia-rasoio alla mia.
Irina entra dietro di noi e dice: “Certe, alla fine della carriera, si tagliano anche le vene con l’unghia-rasoio.”
Marina le lancia un’occhiataccia. Irina si abbassa, mi prende una caviglia tra le mani, legge la marca delle mie scarpe. “Quiet Luxury,” dice. “Io ero rimasta a Gucci e Prada. È una nuova moda tra le signore?”
Sorrido. “Sì.”
Lei dice: “Tra di noi vanno di moda le Adidas quando non si lavora, e le AIDS al lavoro.” Ride della sua brutta battuta.
Marina dice: “Basta Irina, non sei divertente.”
Irina se ne va.
“Va bene, quando sei pronta andiamo.”
Alle due siamo sedute sul guardrail.
Il traffico scorre lento.
L’aria odora di benzina e sole caldo.
Nadia si massaggia il collo con due dita leggere.
Le righe rosse hanno iniziato a gonfiarsi.
Quando i capelli le sfiorano la pelle, fa una smorfia.
Nota che la guardo e scioglie meglio i capelli sulle spalle per nascondere quei segni alla mia vista.
Le dita continuano a massaggiare piano.
Nadia mi guarda.
Non offesa.
Non difensiva.
“Per cosa dovresti essergli grata?” chiedo col fumo di Irina che mi entra nelle narici.
“Non parliamo di cose che hanno portato il pianto una volta,” dice Nadia, come se nominarle potesse farle tornare.
“È più bello dire che mi ha ridato una casa.”
Irina sembra su una passerella. Cammina davanti a noi.
“Più bello dire che mi ha ridato una famiglia. Per quanto non tradizionale.”
Guarda la strada, non me.
“Più bello dire che mi ha ridato una vita regolata… quando ho rischiato davvero di perdermi.”
“Più bello o più comodo, Nadia?” chiedo.
Il traffico passa.
Irina passeggia. Nadia non mi dà una risposta.
Io sento quella parola:
perdermi.
Non chiedo dove.
Non chiedo come.
Capisco che c’è stato un punto in cui Nadia non ha avuto più argini e qualcuno ha rimesso una direzione al posto suo.
Le presenze ingombranti sono spesso migliori del vuoto.
“E mi ha tenuta qui anche quando non potevo lavorare,” aggiunge. “Non tutti restano quando smetti di essere utile.”
Marina parla, la sento appena: “Con te quella volta si è comportato stranamente bene.”
“Sì,” riflette Nadia, “è la persona più contraddittoria che abbia mai conosciuto, Dasho.”
“Che lavoro facevi prima?” le chiedo.
“La cameriera,” dice Nadia.
Mi chiede Valjet: “E tu?”
Non vuole offendermi, davvero mi accorgo che non ci pensa.
“La signora,” rido.
“Ma se non avessi fatto la signora, che lavoro avresti voluto fare?”
Questa è facile.
“La professoressa.”
“Davvero?” fa Nadia. “Di cosa?”
“Di lettere antiche.”
“Come mai non l’hai fatto?”
“Ho studiato,” rispondo, “ma poi mi sono sposata e non serviva che lavorassi… così.”
Poi un cliente se la porta via e rimango con Marina.
“Non tutti,” dice Marina, “stanno bene liberi, Angela. C’è chi senza qualcosa addosso non sta in piedi. Portaglielo via, e Nadia crolla tutta.”
Il cielo delle tre è giallo e malato.

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