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Racconti di Dominazione

La lunga notte cap. 7.7

By 19 Marzo 2026Marzo 22nd, 2026No Comments

CAPITOLO 7

La stanza è piena di luce calda, rossa e intensa, e il disco del sole pulsa dietro le tende.
Filtrano i raggi dalle tende leggere e disegna ombre lunghe sul pavimento. Respiro piano, cercando di convincermi che il lavoro non sarà così terribile. Ma dentro, un’ansia viscosa mi stringe lo stomaco: non voglio andare in pescheria, non oggi, non domani.
Idra si è svegliata da poco. “Oggi sei arrivata presto, se volevi dirmi qualcosa, meglio aspettare Elena, è lei che vuole sentire di Francesco, pare essere l’argomento che più la interessa.”
Mi siedo sul divano, le ginocchia abbracciate al petto, e la guardo. Il pensiero che più interessa Elena emerge subito, ma lo scaccio.
Idra deve averlo capito, Elena pure, quindi perché parlarne ora?
Mi aspettavo la domanda di Idra e lei legge la risposta nella mia faccia di carta.
“Hai qualche senso di colpa in merito?”
“Mah, credo di no.”
“Perdona la mia curiosità.”
“Curiosità legittima la tua.”
Vedo un’ombra nei suoi occhi.
Rimorso per aver insistito?
Le cose non dette ingombrano più delle altre.
Il silenzio non è mai stato imbarazzante qui. Oggi sì.
“Se ho sensi di colpa,” dico, “riguardano solo Matteo. Il sabato in cui è tornato con quel regalo. Lui c’era. Sempre. Era casa. Io ascoltavo. Facevo le cose. Eppure non c’ero, io ero da Dasho.”
Entra Elena con la spesa. Odore di pane caldo. Le buste sul tavolo.
“Briscoletta prima di cena?” dice Idra.
“Solo se giochi a soldi,” dice Elena. “Senza niente da perdere non mi diverto.”
Idra mescola le carte veloce. Le dita sottili, le unghie laccate scuro. Il fruscio del cartoncino contro cartoncino sembra un respiro. “Pensa alla domanda”, dice. “Mentre giochiamo ti leggo le carte”. Io non penso. Io ricordo. Idra mi offre il mazzo. Taglio con la mano sinistra. Il mazzo si apre, ferito.
TRE DI SPADE.
“È la sfida,” dice Idra.
“Lo sai,” dico, “che ogni volta che parliamo fatico a riferirmi al passato? Mi sembra di vederli. Qui. Adesso.”
“Parla al presente.”
“Ho paura di tornarci. I miei ricordi sono acqua sporca.”
Elena getta via le scarpe, volano sul pavimento come carcasse di uccelli: “Buttati dentro l’acqua sporca, dentro l’acqua delle fogne, con con tutte e due i piedi. Così forse quando risali, risali una volta per tutte.”
Lei ha ragione.
Trattieni il respiro sott’acqua quando sei al mare, e l’acqua è verde e sporca. E poi quando torni su respiri davvero e vedi attorno a te solo acqua azzurra.
“Affoga per riemergere” dice Elena, “muori per rivivere. Una bella donna non dovrebbe mai morire senza aver goduto ogni istante, anche sporco, di una intensissima vita.”
Lei ammicca. Io fremo.
“Spesso non riesco a parlare di tutto,” dico.
Idra mi passa un block notes e una penna. La plastica è fredda, liscia. “Continuiamo con la recita dello strizzacervelli. Quello che non vuoi dire a noi scrivilo lì. Come faceva Freud. Come fanno i dottori.”
Prendo il taccuino. Pagine bianche.
Guardo loro e le carte sul tavolo. Tre di spade. Due di coppe. Denari. Sogni, affetti, soldi.
Tutto ciò che ho avuto e non ho saputo tenere.
Dopo il ritorno di Matteo mi addormento sul letto fresco. Il materasso è coperto dal lino bianco, le lenzuola celesti e i cuscini leggeri. Sogno di dormire tra le nuvole, avvolta da lenzuola di cielo, il corpo sospeso, leggero. Al risveglio il sogno svanisce.
Il cellulare vibra sul comodino e avanza, spinto dalla suoneria. Striscia come un verme e rischia di cadere. Sono nuda sotto la coperta e penso a Matteo: a come gli ho voltato le spalle. La suoneria strilla dal telefono. Ogni nota è una lama, ogni vibrazione un colpo. Il nome di Francesco lampeggia sul display. Ho già rifiutato tante sue chiamate.
Tiro il telefono sotto il lenzuolo. Soffocata dalle mie mani Bette Midler canta:
Quando un uomo ama una donna,
non riesce a pensare ad altro.
scambierà il mondo intero
per il bene che ha trovato.
Se lei è cattiva, lui non lo vede.
Le dà tutto ciò che possiede,
cercando di proteggere il suo amore.
Matteo non è nel letto. Me ne accorgo di scatto. Le cifre rosse della sveglia segnano le dieci. Dal bagno sento la sua voce: “Cos’è?”
“La sveglia!” rispondo, strozzata.
“Che hai messo a fare la sveglia di domenica?”
Sono una pessima attrice. Non ho mai saputo mentire. Così capirà tutto.
Matteo compare in camera pieno di fretta, mi pare di sentire il battito del suo cuore in corsa nell’aria insieme al mio respiro affannoso.
Più ignoro il nome sul display, più mi sembra di perdere la sanità mentale.
Se mi chiama di nuovo, penso, lo giuro: pagherò qualcuno che lo uccida.
“Tutto bene?” mi chiede Matteo. Ha quasi finito di vestirsi.
“Ho una forte emicrania.”
“Vuoi che ti prepari un oki?”
Le sue premure in questo momento mi irritano.
“No, ti ringrazio.”
Le cifre rosse della sveglia mi fissano. Il telefono vibra ancora. Cerco di indovinare chi altro può chiamarmi a quest’ora.
Matteo passa in sala in cerca della giacca.
Io sbircio.
Sul display si alternano i nomi di Marina e Valjet.
Mi chiedo se il loro superiore, Dasho, abbia dato l’ordine di contattarmi.
Sorrido: è ridicolo pensarlo come un superiore. Se davvero hanno ricevuto quell’ordine, non devono essersi divertite. Mi si stringe il cuore. Non solo per quello che Dasho potrebbe aver fatto, ma perché riconosco in loro due parti di me: Marina e Valjet. Parti opposte, che tengo nascoste.
Sento la porta che si apre. Matteo esce precipitoso,il telefono stretto tra spalla e orecchio, la camicia stirata ma sbottonata a metà, la 24h in mano.
È evidente: anche lui è stato svegliato dal suo superiore.
Sospiro. Non mi dà il solito bacio prima di andare.
Non dice nulla sul mio nuovo taglio di capelli.
Possibile che non lo noti? No, non è possibile: Matteo fa sempre caso ai dettagli.
D’impulso lo richiamo, troppo piena d’ansia.
Risponde subito: “Tesoro, che c’è?”
“Non mi saluti. Non dici niente sui miei capelli.”
Lo sento sorridere; riconosco il cambio nel ritmo del suo respiro.
“Sono troppo in ritardo, e per i tuoi capelli penso che sia un cambiamento grande. Hai sempre detto che volevi i capelli di Raperonzolo… poi mi sono ricordato… be’, quello che sai. Ho pensato che sia naturale che tu voglia cambiare per dimenticare. Non voglio farti pressione notando tutto. Ora vado, ok?”
“Ok,” dico. Sorrido anche io.
So dove sta andando: al lussuoso caffè dove spesso conferisce col capo dello studio, protetto dal separé messo a disposizione dai titolari, al riparo dalla curiosa clientela.
Scusa Matteo, penso.
Mi alzo per uscire sul balcone. Lo guardo correre verso la macchina.
La nostra casa e la strada restano silenziose un attimo dopo.
I quartieri alti a quest’ora dormono.
Mi rimetto sul letto. Voglio chiamare Valjet, ma un messaggio di Francesco la spinge via dai pensieri. Guardo l’icona di WhatsApp come una cesoia pronta a troncare la giornata. Solo quell’essere è riuscito a farmi sentire violata in queste settimane. Apro il messaggio:
“So che sei sola. Matteo mi ha accennato a un’udienza urgente domani per un cliente dello studio. Succede, anche di domenica. Se oggi non ti presenti al ristorante dove abbiamo mangiato l’altra volta, farò in modo che mi sfugga quella registrazione. Esci di casa. Vestiti come l’ultima volta che siamo stati laggiù.”
Le dita scattano da sole. Non posso credere che Matteo abbia parlato con lui prima che con me di un impegno di domenica. Sono in collera anche con mio marito.
Il pollice trema e perde aderenza sul vetro. La mascella si serra; sento un dente pulsare.
Questa sensazione può a malapena essere tollerata.
Ricordo Valjet. Mi ha dato il modo di difendermi, la giusta traiettoria. Penso al primo bar che vedo sulla piazza di don Mimì: un posto sbagliato per sentirsi al sicuro, perfetto per esporsi. Riprendo il telefono.
Scrivo: “Hai ragione, ti ho trascurato. Suppongo che tu sia furioso. Che posso farci? Non sei l’uomo più importante della mia vita. Sono stata influenzata. Non credo ti importi davvero della mia salute, ma oggi mi sento fragile. Non voglio vestirmi come l’altra volta, prendo freddo, e non voglio un posto dove ci possano guardare. Preferirei qualcosa di più nostro. Preferirei vederci al bar Veronica. Non temere, riuscirò a mettere qualcosa che ti piacerà.”
Invio.
Il cuore non è più in gola.
La paura cambia indirizzo.
Trovo quanto di più volgare e meno attraente nel mio guardaroba. Certo avrei fatto di meglio con l’armadio di Nadia, ma ora bisogna accontentarsi. Trovo un abito comprato tempo fa in un sexy-shop: arriva alle ginocchia, con una catena di strass e una scollatura inutile che nessuno potrebbe chiamare elegante. Maniche corte, tessuto lucido che fa rumore quando mi muovo. Non c’è nulla di raffinato: è un pugno in faccia. Perfetto per Francesco. Perfetto per fargli capire che non m’importa nulla di lui. Che non riuscirà a essere padrone di me.
Sono io, rabbia e disprezzo, in carne e stoffa.
Arrivo al Bar Veronica in taxi. Scendo, pago il conducente senza guardarlo e stringo la borsa al petto mentre entro. Lui è già lì, seduto vicino alla finestra, le braccia larghe sul tavolo, come se fosse a casa sua. Lo fisso senza muovermi: nessun saluto, nessun sorriso. Mi siedo davanti a lui.
“Sembri una mignotta dei marciapiedi con quel vestito,” dice. “Si vede che hai preso il loro stile.”
Quanto mi è diventato insopportabile.
Ciarla a vuoto.
Della sua settimana.
Degli appuntamenti.
Di chi ha visto, di chi lo ha chiamato, di cosa ha fatto e di quanto sia stata pesante la festa di compleanno di Loredana.
E poi quella di suo figlio.
Di quanto gli è costato ritagliarsi la domenica mattina per stare solo con me.
Dice che dovrei essergli grata.
Io penso muori. Ogni frase è aria fritta, rumore inutile che mi rimbalza addosso.
Poi dice che ci aspettano amici.
Sorrido appena, dentro.
Perfetto. Più gente, più rumore, più scuse per ignorarlo.
Mi tiro indietro sulla sedia, braccia incrociate, e aspetto.
Che capisca, anche solo un poco, che non ha nulla di me.
Tanto saremo visti.
Ricordo come il proprietario del tugurio in cui ero andata a osservare l’androne del palazzo di Dasho lo avesse avvisato in fretta. So che anche la porta qui ha occhi e orecchie. E pensare che fino a poco prima lo consideravo un amico di famiglia. Ho una voglia tremenda di farlo soffrire.
Saliamo in macchina. Non ho paura. Mi preoccupo quando gira verso il nostro quartiere.
“Dove stai andando?”
“Andiamo a trovare i miei amici.”
Ancora un isolato e vedrei casa mia. Non posso crederci.
Siamo all’autolavaggio dove ci serviamo io e Matteo.
“Se passi di nuovo tre giorni a non rispondermi, troia, ti porto anche dal tabaccaio, dal macellaio e dal giornalaio.”
Stavolta non c’è stupido di Andrea. Entrano loro.
Stavolta non c’era quello stupido di Andrea, entrano loro.
Due uomini che mi scrutano come predatori.
Il primo porta una canotta grigia, torace largo e folto di peli, una barba incolta che gli incornicia il volto nervoso. L’altro, alto e slanciato, pelle chiara, capelli biondi corti, occhi azzurri freddi ma decisi, contrasto netto con l’altro.
Francesco li presenta.
Ma non ce n’è nessun bisogno. li conosco bene.
Lo guardo con odio.
“Sapevo che ti avrebbe fatto piacere conoscerli.”
Mi affiora un sorriso sulle labbra. E sì, mi incuriosiscono.
Conosco bene le loro facce e immagino che molte volte avrebbero voluto fottermi quando andavo a lavare la macchina…
Gli occhi del primo mi seguono con intensità, e sento subito il solito brivido lungo le gambe, il cuore che accelera, il calore familiare tra le cosce.
“Ti sei superato tesoro,” gli dico “tu non sei lontanamente il mio tipo ma loro due sono perfetti.”
Quello che dice dopo Francesco è ciò che non mi fa provare nessun senso di colpa.
“E pensare che il povero Matteo lo presentavi a tutti come l’amore più grande della tua vita. Da una parte ti capisco, a certi uomini le corna stanno bene come il cappello al prete. Lui è sempre così precisino, un damerino da farti incazzare! Pensa sempre a tutto lui! Pensa sempre a tutti lui! Sarebbe bastato, appena hai iniziato a mostrargli la mignotta che sei, prenderti a schiaffi fino a farti sanguinare. Strapparti le mutande per farti il culo gonfio e dolorante e poi sfondartelo. E sicuramente adesso non sarebbe tanto cornuto!”
In quel preciso istante penso che Vendetta, dea tremenda, si è appuntata questa brutta frase.
Decido di ignorare Francesco come un rumore di fondo.
Là ci sono un vichingo e un sultano e mi interessano molto più di lui.
Ce ne andiamo di lì a bordo della loro macchina.
Riesco a impormi su Francesco e chiedo che andiamo fuori dalla città.
Mangiamo insieme anche stavolta ma in un autogrill, lontano, sicuro. Sotto il tavolo percepisco l’attenzione che i ragazzi.
Sento le loro mani appoggiarsi sulle mie cosce, uno da una parte e l’altro dall’altra. Franscesco ci fissa ma non ha nessun controllo su tutto ciò e sicuramente ne è ferito.
Mi sento come se potessi diventare io il cibo di quei due.
E infatti penso che tutto questo sta succedendo perché ho voluto rivedere gli occhi di Dasho. Penso a lui e non ho più nessuna intenzione di resistere, anzi…
“Lo avevo detto che era una porca!” Il commento di Francesco è infelice come sempre. Il cameriera si gira, ci guarda.
“Non finirò sbranata,” dico guardando quello scuro. Sarà egiziano? “Scommetto che questo signore non mangia carne di maiale.”
Ho provocato la sua rude risata.
“Maiale no, ma la fica di maiala la mangio volentieri.”
“Torniamo in macchina”, dice Francesco.
Mi sedetti tra loro che premono i loro corpi contro di me e mi spogliano, uno a destra uno a sinistra, mi. Ho un cazzo bianco in bocca e uno scuro dentro la fica. Chiudo gli occhi e vedo l’azzurro. La mia fica e la bocca si fanno morbide e umide. Non mi rendo nemmeno conto che Francesco ha preso il posto dell’egiziano dentro di me. Li sento scambiarsi il posto nei miei buchi.
Quello che stavo succhiando mi aiuta a bagnarmi massaggiandomi i capelli, la nuca, i capezzoli.
Ma ha smesso all’improvviso.
Chi ha interrotto un massaggio così?
E gli occhi dolci gli sono diventati duri e freddi ma capisco subito che non ce l’ha con me.
Come mi giro vedo che sta combinando quel verme di Francesco.
“No, signore,” dice l’egiziano levandogli il telefono, “questo non si fa, non senza chiederlo a lei.”
Mi stava filmando! Oh roba da pazzi!
La registrazione non gli basta più.
“Lo faccio per lei,” dice Francesco, “le piace rivedersi mentre fa la cagna!”
Sono allibita! Grido: “non è vero!”
“Lei dice di no.” Ha detto l’egiziano. “Fai il bravo amico.”
Per fortuna quel frammento di video viene prontamente cancellato.
È un vigliacco sì, infatti non ha osato dire no quando gli hanno detto di sparire il video.
Mi rimetto a succhiare l’uomo che mi accarezza le guance, ora che mi ha difesa non mi è così difficile ingoiare tutto il suo sperma. Il cazzo dell’egiziano dritto dritto come una spada si svuota nella mia fica. Così anche il cazzo di Francesco un attimo dopo.
Mi guarda in modo strano il ragazzo che ho davanti.
Cerco di vedermi con i suoi occhi, una bellissima donna, mal vestita sì, ma giovane che gli si dà senza chiedere nemmeno il suo nome.
Franscesco? Si è ancora qui, ma non me ne importa nulla.
Raggiungo il WC dell’autogrill per sistemarmi.
Torno e nessuno dice niente.
Niente….. neanche una parola.
Li riaccompagnamo all’autolavaggio e ripartiamo.
“Ancora non mi hai detto come mai fai la puttana” dice Francesco mentre scendo. Credo che si stia limitando perché non è poi così sicuro del carattere dei due che ha coinvolto.
“Fatti i gran cazzi tuoi” dico voltandomi.
“Eppure dovresti ringraziarmi, mi sei sembrata così contenta oggi.”
“Grazie, dico. Vieni sempre accompagnato perché tu da solo non mi fai sentire un cazzo.”
Me ne vado, che cuocia nel suo brodo.
Poi mi ricordo di Valjet e Marina.
Salgo le scale e chiamo Valjet.
“È successo qualcosa?” chiedo, il respiro corto. “Lui ti ha fatto qualcosa?”
“No, niente… ancora,” risponde. Poi aggiunge: “Se vuoi salutare Liveta, vieni un’ora prima domani. Sta andando via. Non dirle che te l’ho detto. È triste e forse le farà piacere vederti. È una mia idea.”
Il cuore salta.
Un’ora prima.
Via.
I minuti e le ore e piccole cose programmate della giornata successiva si stringono attorno alla sua immagine.
“Va bene,” dico. “E Marina perché mi aveva chiamato?”
“Per lo stesso motivo. Le ho detto di provare quando non rispondevi.”
Chiudo la chiamata e salgo. La casa mi aspetta. Domani, con quell’anticipo, Liveta potrebbe sparire se non sono pronta.
La porta si apre che è già ora di cena. Matteo entra con l’aria tirata, la giacca ancora addosso.
“Com’è andata?” gli chiedo dalla cucina.
Si passa una mano tra i capelli. “Un giornale ha diffuso un dettaglio sulla causa in corso. Ora rischiamo che il giudice ne sia influenzato. Devo preparare daccapo l’arringa d’apertura.”
“Andrà tutto bene,” dico.
Si versa del vino. Il bicchiere urta il tavolo, il rosso gli cade sulla camicia. Impreca piano. Mi avvicino subito, prendo un tovagliolo, tampono la macchia.
“È tutto a posto,” mormoro.
“Non mi preoccupa questo,” dice guardando il tessuto bagnato. “Ho paura di ritrovarmi una bella macchia sul curriculum se non faccio rientrare la questione.”
Si siede, sospira. “Tu che hai fatto tutto il giorno?”
“Sono stata a pranzo da amiche.”
“Hai fatto bene. Mi dispiace averti fatto passare la domenica da sola. E domani dovrò scappare di nuovo al mattino presto. Spero di non dover andare a Genova per sistemare quella cosa.”
“A Genova?”
“Sì. Il cliente ha l’azienda là. Prima è stato seguito da un legale genovese che forse avrò bisogno di incontrare.” Poi mi guarda. “Mi fai un favore?”
“Sì.”
“Domani porta a lavare la mia macchina, per sicurezza, nel caso dovessi partire. Io andrò allo studio con la tua.”
“Va bene. C’è qualche altro autolavaggio qui vicino? La tua macchina è grande e ho paura di strisciarla entrando, che lì è stretto..”
“Ma no, vai lì. Se non riesci a far manovra, scendi e fatti aiutare dai ragazzi che lavorano. Avevo promesso a Jamal di portargli da Roma un liquore che fanno solo da loro, lo vende un negozio etnico. È per lui.” Mi porge una bottiglia incartata. “Salutamelo.”
“Chi è Jamal?”
“Il titolare del lavaggio. È tanto cortese, mi fa sempre lo sconto.”
Prendo la bottiglia. Sento il ghigno di Francesco: “un precisino da farti incazzare! Pensa sempre a tutti lui”.
La mattina corro all’autolavaggio. Ho lo stomaco in subbuglio. Paura di rincontrare i due uomini di ieri, paura di fare tardi e perdere gli ultimi giorni di Liveta.
Entro. Ci sono proprio loro.
Fingiamo di non conoscerci. Nessun cenno, nessun sorriso. Mi chiedono le chiavi con professionalità asciutta. La macchina entra nel tunnel. Io resto in piedi, nervosissima, le braccia strette al petto. Non uno sguardo tradisce il segreto. Solo movimenti precisi, acqua, schiuma, spazzole.
Quando tutto finisce, mi avvicino.
“C’è il signor Jamal?”
L’egiziano di ieri annuisce. “C’è il signor Jamal.”
“Può chiamarlo?”
“Certo, signora.”
Arriva Jamal. Un gigante cortese, mani grandi, sorriso misurato.
“Tenga,” dico porgendogli la bottiglia. “Mio marito le ha portato questa da Roma.”
“Lo ringrazi tanto, signora Angela.”
Metto mano al portafoglio. “Quanto le devo?”
“No, signora Angela, non c’è bisogno. Anzi, dovrei pagarla io.”
“Per cosa?”
“Per la disponibilità di suo marito… e per la sua. Ho saputo.”
Mi attraversa un tremito di rabbia. L’egiziano ridacchia. Il ragazzo biondo ride solo con gli occhi.
“Tranquilla, signora Angela,” continua Jamal. “Non mi scandalizzo e non la tradirò. Qui conosciamo bene i vizietti di voi ricchi zozzoni.”
Mi giro per andarmene.
“Signora,” aggiunge, “me lo faccia sapere se vuole conoscere un mio amico meccanico. È da poco a Milano, ma riesce ad aggiustare qualsiasi cosa.”
Mi volto di scatto. “E che mi dovrebbe aggiustare, la fica?!”
“Anche,” risponde lui, senza perdere il sorriso, “ma prima il cervello, signora Angela. Il cervello.”
Me ne vado lasciandolo lì, che ride con i suoi dipendenti.
Corro a casa. Salgo le scale senza sentire i gradini.
Mi cambio. Mi fermo davanti allo specchio.
Mi gira la testa.
Vedo me stessa.
Vedo me stessa.
Vedo me stessa.
Ma sono ancora io?
Mi affaccio alla finestra. Il cielo è azzurro, sono le undici. Un azzurro indifferente.
Penso a Dasho.
E non so più chi sono.
Prendo la borsa. Scendo. Fermare un taxi è un gesto automatico.
Il taxi corre sulla strada.
Corriamo verso l’androne.
Corriamo da lui.
Perché in fondo tutto ciò che faccio lo faccio per lui.
Passiamo davanti al barretto dove un uomo mi ha riconosciuta e lo ha avvisato. I vetri sono lisci, lucidi. Cerco il mio riflesso sulla superficie.
Davvero in fondo lo faccio per lui?
O in superficie?
In fondo o in superficie, per chi sto correndo?
È Ditmir ad aprire, come sempre.
“Ciao, Angela!”
Salgo le scale dietro di lui. Salgo le scale felice di lui, di come mi ha salutata.
Entra in cucina e lo seguo.
Penso: portami a lui.
Sembra un giorno come un altro. Nessuno appare più nervoso del solito. Ci sono Valjet e Marina, Nadia e Ditmir che prende posto accanto a lei, Erdian e Dasho a capotavola. Irina alla sua destra, Liveta alla sinistra.
Nadia è l’unica con un grembiule addosso, allegro, coi fiori sul petto.
Una tovaglia bianca con ricami azzurri, del colore dei suoi occhi.
Penso: questa è ossessione.
Ospita i piatti, la saliera, l’oliera, la teglia appena posata. Tutti mangiano in pace.
Se non sapessi che si tratta di un troiaio organizzato, potrei scambiarli per una tranquilla famiglia a pranzo.
Penso alla mia famiglia. Del resto, tutte le famiglie sembrano tranquille a pranzo.
Dasho mi infilza gli occhi negli occhi. So che è arrabbiato con me. Abbasso i miei e non dico nulla.
Dalla finestra entra l’odore delle aromatiche che Nadia coltiva sul balcone, venato dalla fragranza dolce delle rose.
L’orologio sul muro ticchetta, placido e implacabile.
Lui prende tempo. Sottrae il mio tempo. Ogni volta che entro qui la mia vita resta fuori, sospesa.
“Siediti,” dice dopo un lungo momento, con uno sguardo terribile, da lupo che bada alla tana.
“Ti ho fatto venire a quest’ora perché mangi con noi.”
Sento l’ironia della sua voce, che promette il male sotto forma di invito.
Nadia mi fa spazio tra lei e Ditmir. Mi porta la sedia, il piatto, docile.
Valjet lo guarda con la forchetta a mezz’aria.
“Perché mi guardi così? L’ho solo invitata a pranzo. Non ho tempo per voi due oggi, sto organizzando un’altra cosa.”
Valjet non si fida. Lo vedo. Teme uno scherzo sinistro. Se prima aveva poca fame, ora lo stomaco le si chiude del tutto.
“Mangia,” continua Dasho. “Oggi non ti faccio niente. Lo sai che sono di parola. Finito qui, andate a lavorare.”
“Non ti faccio niente.”
Penso a mia madre. Così diceva ogni volta che stava per torturarmi in qualche modo.
La forchetta sparisce nella bocca di Valjet. I suoi capelli viola brillano sulla fronte, ombreggiandole gli occhi.
Io guardo il piatto. Nessun desiderio mi sale alla lingua. Penso perfino che possa avermi dato un piatto avvelenato.
Dasho osserva il mio spavento, compiaciuto. Ticchetta le dita sul tovagliolo, in sincronia con l’orologio. Uno scandire irrequieto dei secondi.
“Eppure pensavo di farti contenta, aprendoti lo spazio della mia famiglia. Ho pensato: dovrà vedere com’è la vita nella scuderia quando non si lavora. Ma è troppo poco, certo, per una signora come te… abituata a lussi e ristoranti stellati.”
Il disagio che sale… losento nel sangue che affluisce alle guance.
Mi gira la testa, mi gira la testa, mi gira la testa.
Mangio e Nadia mi versa del vino. Bevo.
Mi gira la testa.
Mi gira la testa.
Mi gira la testa.
Guardo lui e penso: cosa mi hai messo nel vino?
Cosa mi hai messo nel cuore?
Non riconosco lui, né la casa, né gli altri, né me stessa. Sembra che il mondo abbia cambiato lingua durante la notte.
Provo un disorientamento totale: non so chi sono davanti a Dasho.
E non so affatto chi sia lui, quando non è in giro a rapinare e minacciare signore sprovvedute di lasciarle vedove.
Nadia deglutisce l’ultimo boccone e si rivolge a me: “Cucino sempre e solo io Angela, ti puoi fidare.”
Gli occhi di Dasho la fulminano. Non alza un dito stavolta.
“Tu è già la seconda volta che parli quando non è ora.”
Nadia si zittisce subito e torna a guardare il piatto vuoto.
“Perché anche sabato mattina hai aperto la bocca senza che nessuno ti avesse chiesto niente. Sbaglio?”
“No, non sbagli” risponde Nadia: “Scusa.”
“Hai finito di mangiare?”
“Sì, ho finito.”
“Allora sai cosa devi portarmi.”
Nadia prova a far finta di nulla riprendendo la forchetta.
Lui continua a guardarla.
Lei ricambia lo sguardo con la coda dell’occhio.
Dasho la fissa: “Non mi farai cambiare idea coi tuoi begli occhi. Quindi non farmi divertire troppo. Vai.”
Nadia sospira, porta il piatto nel lavandino e sparisce nel corridoio. Torna un attimo dopo con un frustino da equitazione e lo mette nelle mani di Dasho.
Lo guardo alzarsi in piedi con la sua terribile calma.
Nadia si inginocchia davanti a lui dandogli le spalle. Slaccia il grembiule spontaneamente e scosta i capelli dalla nuca.
Il primo colpo di taglio sul collo.
Il suono mi attraversa prima ancora del dolore che deve averle acceso la pelle.
Lei non emette un lamento.
Il secondo.
Il terzo.
Non conto fino a dodici.
Non voglio.
Righe rosse compaiono sulla sua pelle chiara.
Linee nette.
Ordinate.
Non sopporto la vista della carne marchiata. Quel rossore rende l’aria troppo calda e il respiro più corto.
E non posso sapere come sta Nadia. Non riesco a leggere il suo viso, liscio e immobile, inclinato da una parte.
Persino… cosa vedo nei suoi occhi?
Serenità?
Possibile?
Ma lui ha la febbre negli occhi.
E senza vederla indovino la tensione che c’è nel suo ventre e anche più giù.
“Alzati.”
Nadia si ricompone e lui le riconsegna la frusta.
“Rimettila a posto.”
Due minuti dopo siamo di nuovo tutti intorno al tavolo al centro del quale Nadia stessa posa un vassoio di dolci. Come se niente fosse successo, come se tutto fosse normale.
Ditmir chiede tranquillamente a Nadia: “Sei andata tu a prenderli in pasticceria?”
“Sì,” gli dice lei, “Stamattina. Mi ero alzata tardi e non avevo avuto tempo di fare niente per dolce, e ho pensato così.”
Irina approva: “Questo l’hai pensato bene.”
Marina domanda che le si passi quello alla nocciola.
E continua così fino all’una.
La perfetta normalità delle famiglie peggiori.
“Va bene,” dice Dasho, “vediamo, perché stai con quella faccia? Se stai mangiando forse è di lavorare che non hai voglia. Vero?”
Mi viene voglia di mandargli per traverso tutto quello che sta ingurgitando.
“Non è che non ho voglia, ma non so come fare. Ho il ciclo.”
“Non ti hanno insegnato un cazzo queste cavalle. Marina, dormi?”
Marina si pulisce la bocca:
“Non si danno troppe informazioni se non servono all’istante, si dimenticano e basta.”
“Giusto.” Dasho mi guarda: “Marina studiava per fare la maestra, è molto brava. Vero?”
Non gli rispondo.
“Quando finite di mettere a posto spiegale una cosa e anche quell’altra.”
“Certo, Dasho.”
Aiuto Nadia a sparecchiare quando tutti si sono alzati. Marina rimane a lavare i piatti, Valjet passa la scopa. Liveta mette ogni cosa nel frigo.
Dasho è sparito insieme agli altri uomini nelle sue stanze.
Non li vedo né li sento.
Solo la luce s’insinua nel corridoio.
“Cos’hai?” mi chiede Nadia.
“Niente, tu come stai?”
“Stavo meglio prima, ma va bene. Perché stai con quella faccia?”
“Perché vi siete rimessi a parlare come niente fosse. Proprio non mi pare normale.”
Nadia alza le spalle: “non è nemmeno normale che tu sia tornata qui come niente fosse dopo quella notte.”
Ha ragione, a chi faccio la predica?
“Dopo un po’ lo diventa,” dice lei, “e forse per me lo è sempre stato. Mio padre non era tanto diverso. Ma è colpa mia, non dovevo parlare a vuoto.”
Adesso è lei a sembrare strana tra noi due.
“Come fai a pensare che sia vero quello che hai detto?”
“Angela… io dopotutto per molte cose a Dasho devo dire grazie, e non avevo nessuno a cui appoggiarmi prima di venire qui. Perciò non me la prendo tanto con lui. Non mi ha fatto tanto male rispetto ad altre persone. Capisci?”
“No.”
“Fa lo stesso, nemmeno io capisco te ma si può essere amiche lo stesso.”
Marina viene vicino a noi.
“Vieni, devo farti vedere due cose.”
La seguo nel corridoio fino in fondo, dove sta un armadio a muro.
“Qua dentro,” mi dice, “c’è quella cosa che ha preso Nadia. Se lui te lo chiede, vieni a prenderla qua.”
Non la nomina, e comprendo che ne ha repulsione.
La guardo con un sopracciglio alzato.
“Te lo chiederà,” aggiunge Marina, “così come oggi ti ha chiesto di venire a pranzo. Ancora non lo conosci, ma se continuerai a venire qui vedrai e capirai tante cose di lui. Lui ti manda qui quando vuole avvertirti, ti sta dicendo che la prossima volta che sbagli ti andrà peggio. Lui gode a vedere che ti consumi. E Nadia parla sempre con lui, non la tocca mai, tranquilla. Ha fatto quella sceneggiata solo per farti vedere chi comanda.”
“Be’, non ce n’era bisogno,” rispondo.
Chiude l’anta piano.
“Lui gode a ricordartelo sempre. In ogni caso se te lo chiede, vieni qui e fai come ha fatto Nadia, se lui non ti dice di fare qualcosa di diverso. Lui dà sempre dietro il collo quando dobbiamo lavorare. È l’unico punto che non si vede. I capelli coprono. E i clienti non ti guardano dietro la nuca. E l’altra cosa è questa.” La guardo disgustata. Non farei mai una cosa simile. Marina mi legge nel pensiero:
“Be’, se lui te lo chiede e non gli obbedisci, ti mette le mani addosso direttamente. Ora vieni.”
La seguo fino in bagno.
“Quando hai il ciclo lavori lo stesso. Prendi una spugna, quelle della doccia. Sotto al lavandino ce ne sono tante nuove.”
Armeggia con un paio di forbici.
“Si fa così: ne tagli un pezzo, lo bagni e poi lo infili dentro. Funziona e non se ne accorge mai nessuno, anzi ti fa la fica molto più stretta.”
“Ok,” dico prendendo la spugna in mano.
Poi dice Marina: “Loro sono sempre nei dintorni quando lavoriamo, ma non si può mai sapere. Per questo prendiamo un pezzo di lametta di rasoio — di solito queste piccole, tonde in cima — la incolli a un’unghia e la copri con lo smalto. Dovesse servirti mai per difenderti di corsa.”
Mi prende una mano e mi incolla l’unghia-rasoio alla mia.
Irina entra dietro di noi e dice: “Certe, alla fine della carriera, si tagliano anche le vene con l’unghia-rasoio.”
Marina le lancia un’occhiataccia. Irina si abbassa, mi prende una caviglia tra le mani, legge la marca delle mie scarpe. “‘Quiet Luxury’,” dice. “Io ero rimasta a Gucci e Prada. È una nuova moda tra le signore?” Sorrido, dico sì. Lei dice: “Tra di noi vanno di moda le Adidas quando non si lavora, e le AIDS al lavoro.” Ride della sua brutta battuta. Marina dice: “Basta Irina, non sei divertente.” Irina se ne va.
“Va bene, quando sei pronta andiamo.”
Alle due siamo sedute sul guardrail.
Il traffico scorre lento.
L’aria odora di benzina e sole caldo.
Nadia si massaggia il collo con due dita leggere.
Le righe rosse hanno iniziato a gonfiarsi.
Quando i capelli le sfiorano la pelle, fa una smorfia.
Nota che la guardo e scioglie meglio i capelli sulle spalle per nascondere quei segni alla mia vista.
Le dita continuano a massaggiare piano.
Nadia mi guarda.
Non offesa.
Non difensiva.
“Per cosa dovresti essergli grata?” chiedo col fumo di Irina che mi entra nelle narici.
“Non parliamo di cose che hanno portato il pianto una volta,” dice Nadia, come se nominarle potesse farle tornare.
“È più bello dire che mi ha ridato una casa.”
Irina sembra su una passerella. Cammina davanti a noi. Pausa.
“Più bello dire che mi ha ridato una famiglia. Per quanto non tradizionale.”
Guarda la strada, non me.
“Più bello dire che mi ha ridato una vita regolata… quando ho rischiato davvero di perdermi.”
“Più bello o più comodo, Nadia?” chiedo.
Il traffico passa.
Irina passeggia. Nadia non mi dà una risposta.
Io sento quella parola:
perdermi.
Non chiedo dove.
Non chiedo come.
Capisco che c’è stato un punto in cui Nadia non ha avuto più argini e qualcuno ha rimesso una direzione al posto suo.
Le presenze ingombranti sono spesso migliori del vuoto.
“E mi ha tenuta qui anche quando non potevo lavorare,” aggiunge. “Non tutti restano quando smetti di essere utile.”
Marina parla, la sento appena: “Con te quella volta si è comportato stranamente bene.”
“Sì,” riflette Nadia, “è la persona più contraddittoria che abbia mai conosciuto, Dasho.”
“Che lavoro facevi prima?” le chiedo.
“La cameriera,” dice Nadia.
Mi chiede Valjet: “E tu?”
Non vuole offendermi, davvero mi accorgo che non ci pensa.
“La signora,” rido.
“Ma se non avessi fatto la signora, che lavoro avresti voluto fare?”
Questa è facile.
“La professoressa,” rispondo.
“Davvero?” fa Nadia. “Di cosa?”
“Di lettere antiche.”
“Come mai non l’hai fatto?”
“Ho studiato,” rispondo, “ma poi mi sono sposata e non serviva che lavorassi… così.”
Poi un cliente se la porta via e rimango con Marina.
“Non tutti,” dice Marina, “stanno bene liberi, Angela. Per qualcuno è struttura l’amore, non decorazioni di interni. Portale via, Dasho, e Nadia crolla come una casa decrepita.”
Il cielo delle tre è giallo e malato.
Sotto questa luce… l’affetto di Nadia non è più così incomprensibile. È il mio stesso dolore. Ma se andando avanti le stessi causando dolore? Andrò avanti anche se stessi sbagliando. Sbagliare è umano, troppo umano.

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