Cammino accanto a Idra, il respiro si condensa nell’aria fresca di dicembre. Le luci appese ai balconi sono filo spinato, mi separano dal mondo della gente normale.
Elena entra in casa, scintillante come sempre; Idra si sporge verso di lei. “Ho trovato lavoro in pescheria per Angela”, dice.
Elena si avvicina, si sfila un guanto di velluto nero tessuto con fili d’argento e si versa un Don Papa. Idra ha una vetrina di liquori ben fornita.
“Ebbene, tu ti occuperai del pesce. E noi, invece, dei polli.”
“Polli?” chiedo.
“Ieri sera c’era una fila incredibile al locale. Abbiamo fatto un sacco di soldi.”
“E tu?”
Idra dice: “Anch’io ho spennato parecchi polli. Ultimamente viene una donna cicciotta, sulla quarantina, madre di figli, fissata con l’idea che io l’aiuti a conquistare un ragazzo di ventitré anni. Ogni venerdì le appioppo un sale colorato che vendo come filtro d’amore. Me lo paga un sacco di quattrini e se ne va baciandomi le mani.”
Qui, accanto a Idra, guardo le luci fredde oltre la finestra, intrappolate nelle inferriate dei balconi simili a gabbie.
E allora ripenso a quel sabato, a quando la gabbia si era chiusa davvero…
“Lo sai,” dico, “che ogni volta che parliamo fatico a riferirmi al passato? Mi sembra di vederli. Qui. Adesso.”
“Parla al presente.”
“Ho paura di tornarci. I miei ricordi sono acqua sporca.”
Elena lancia via le scarpe.
“Buttati dentro l’acqua delle fogne, con tutti e due i piedi. Così forse quando risali, risali una volta per tutte.”
“Spesso non riesco a parlare di tutto,” dico.
Idra mi passa un block notes e una penna. La plastica è fredda, liscia.
“Continuiamo con la recita dello strizzacervelli. Quello che non vuoi dire a noi scrivilo lì. Come faceva Freud. Come fanno i dottori.”
Prendo il taccuino. Pagine bianche.
Guardo loro e le carte sul tavolo. Tre di spade. Due di coppe. Denari. Sogni, affetti, soldi.
Tutto ciò che ho avuto e non ho saputo tenere.
***
Ho dormito appena due ore. Mi strappa al sonno il suono dolce di una sveglia che mio padre mi regalò da bambina: la musica de La Bella e la Bestia. La melodia mi avvolge come un abbraccio lontano, una sequenza di note sempre uguale.
Mi infilo nel box doccia, l’acqua calda scivola sulle spalle.
Un orrore sottile mi attraversa: sono lì, intrappolata da qualcosa che può inghiottirmi da un momento all’altro.
Mentre mio marito sta tornando, un messaggio mi avvisa che arriverà solo la sera. Così decido di andare dalla ginecologa da cui ho portato Liveta.
La dottoressa Canai ha una criniera raccolta biondo platino. Occhi blu che leggono dentro di me. Mi siedo di fronte a lei, le parlo cercando di non tradirmi. Poi, con un’audacia che mi sorprende, le chiedo:
“Che metodo contraccettivo invisibile ha prescritto a Liveta?”
Lei solleva un sopracciglio, calma, professionale. “Stai tranquilla, sei pulita.”
Non risponde davvero. Elude.
Insisto. “Insomma… davvero nulla che possa darmi un’indicazione? Neanche per curiosità?”
Si appoggia allo schienale, gli occhi fissi nei miei, sereni e severi. “Non tradisco il segreto professionale, anche se Liveta è una povera clandestina.”
Capisco subito: la spirale, l’unico metodo invisibile.
Accenno appena col capo, come se quella risposta muta bastasse. “La spirale… può applicarsi a donne che non hanno mai partorito?”
La Canai dice:“In passato si evitava più spesso, ma dipende dai casi. Ogni corpo ha la sua storia.”
Il cuore mi fa un tuffo.
Povera Liveta… ha già avuto figli.
Pago la visita e mi alzo, pronta a tornare a casa, sollevata. Ma una sensazione fugace mi trattiene mentre la saluto, e lei ricambia con uno sguardo che sembra concedermi il permesso di andare.
Il senso di colpa mi ha portata fin lì. Ma proprio lì, osservandola, ho una sorta di illuminazione.
Lo studio è spoglio. Gli arredi costosi sono stati scelti senza gusto. Né fiori, né foto. Dalla finestra si vede soltanto l’orrendo panorama cittadino: piccioni che sembrano topi del cielo, mezzi gracchianti, smog.
L’odore sporco della città mi riempie le narici.
La dottoressa? Ha occhi come vetri rotti.
Mi ricorda Dasho?
Sì. E no.
C’è qualcos’altro. Lo squallore che li circonda.
Molti altri professionisti hanno studi più raffinati, in zone migliori. Non che quella sia una cattiva zona — anzi, la clientela è buona — però ora lo so.
Quando l’ho scelta, mi avevano attirata quegli occhi sereni, incastonati in quel brutto luogo.
Fisso Idra.
Perché ho scelto Idra?
Glielo chiedo. Se legge la mente, può dirmi anche questo.
“Perché hai una ferita che vibra dentro”, risponde. “E quello è il tuo male interno. E per quanto brutto sia, pensi che il male esterno non potrà mai davvero farti una sorpresa peggiore. Non più brutta di quella che troveresti se ti guardassi dentro sul serio.”
Elena ha finito di addobbare l’albero di Natale.
“Ma io”, ci interrompe, “voglio sapere che fine ha fatto Francesco.”
Le cose dovevano peggiorare ancora, prima che io potessi avere la gioia di vedere la fine di Francesco.
Quel giorno tornò a casa Matteo.
Rientro a piedi, a pomeriggio inoltrato. La città mi scivola accanto, indifferente, sorda.
Mi manca il non dover andare dalle altre.
Mi manca non vedere Dasho.
Non sentire i suoi occhi azzurri ficcati dentro la mia vita.
Penso a Liveta. Mi chiedo se abbia figli altrove. Se la vita le abbia lasciato frammenti di felicità che a me sono ignoti.
Apro la porta.
Matteo è già in soggiorno. Immobile.
Sul tavolo c’è un piccolo pacco.
Getto via le scarpe. Sono stanca. Lui è stanco.
“Ho pensato di portarti qualcosa da Roma”, dice con la voce svuotata.
Sì, è colpa mia… quanto poco l’ho chiamato quella settimana? E non ci avrà fatto caso?
Apro.
Un profumo a forma di tacco a spillo. Carolina Herrera.
So quanto costa.
Lo prendo tra le mani. Il cuore mi batte forte… ma è paura, non gioia. Ogni sorriso, ogni bacio, è un promemoria del mio segreto. È nero come le notti che Matteo non deve conoscere.
Mi viene voglia di piangere.
Dentro di me c’è Dasho.
Il mare di sporcizia che ha portato nella nostra vita. Tutto nascosto. Tutto sotto il tappeto.
Matteo si avvicina. Le sue mani mi prendono il viso. È un bacio lungo. Lacrime roventi premono contro le ciglia.
Non capisce.
Io non capisco.
Eppure tutto si sta spegnendo, mentre dentro di me un’altra Angela urla. Scoppio a piangere. Lacrime silenziose, incomprensibili per lui. Mi schermisco prima che possa chiedere qualcosa.
“Mi sei mancato”, dico tesa. “Ti amo… nonostante tutto.”
E lui crede sia vero.
Io recito.
Per una volta, non fa caso a quel “nonostante tutto”. Mi bacia come se volesse divorarmi.
Le lacrime scorrono ancora. Tiro su col naso. Non voglio fermarmi, ma non voglio neppure perdere la mia casa.
Credo… con quel nonostante tutto… di aver agito come un colpevole che desidera lasciare una traccia.
Quando lo sento andare in camera lo raggiungo. Mi sdraio accanto a lui, le nostre mani sono congiunte. Mi avvicino per mangiare il suo cazzo, voglio che dopo quella settimana di pioggia e freddo possa avere un orgasmo caldissimo. Vedo nei suoi occhi qualcosa di diverso. Non paura, non rabbia, solo un’ombra che non so interpretare.
Ma io conosco tutte le attenzioni che vuole.
Prima di essere succhiato vuole essere leccato, morso e impazzisce per la sensazione di essere spompato e per la voglia di scoparmi in bocca. Gli piace dirmi che sono la migliore mangiatrice di cazzo mai incontrata nella sua vita.
Quando risalgo, non riconosco i suoi occhi.
Mentre sento le sue mani, vedo gli occhi di chi quella notte mi ha pagata. Mi chiedo se Matteo potrà mai capire… cosa rimarrebbe di noi.
Lo sento tra le cosce, caldo, duro. Si avvicina e si ritrae più volte, senza penetrarmi. È uno scherzo crudele.
Lo tiro a me per i capelli sopra la nuca e gli succhio la pelle del collo. L’amore resta stampato lì. Il segno non rimane sul collo, ma dentro.
“Scopami.”
“No.”
Il suo no taglia più del mio “ti amo nonostante tutto”.
“E perché no?”
“Perché sei una puttana.”
Mi scosto abbastanza da guardarlo dritto negli occhi.
È quasi l’ora di cena e la luce del tramonto invade la stanza: strano contrasto quel rosso col nostro divano e i nostri tappeti blu. Deve aver percepito il mio sussulto perché ride con il sorriso per il quale una volta mi sono innamorata di lui.
“Vedo… che quella lunga notte ha messo per sempre fine al nostro gioco. Eppure una volta la puttana era un bellissimo gioco per te.”
Sento la testa girare, vuota, e ricordo che vuoto ho anche lo stomaco. È vero, andavamo di notte a giocare laggiù fino a poco tempo prima e io ho l’inferno in corpo.
Il rossore sale al viso.
“Sembri un chicco di melograno”, dice Matteo.
Le lacrime mi invadono occhi e cuore di nuovo.
Mi ha mai detto prima una cosa così bella?
E qualcuno potrà mai dirmene una più bella?
Finalmente lo sento scivolare dentro di me, il mio corpo lo accoglie, morbido e pieno di umori. Il nostro orgasmo sfuma con la luce del sole.
Il sipario della notte scende.
****
La stanza è piena di luce calda, e il disco del sole pulsa dietro le tende. Filtrano i raggi dalle tende leggere e disegnano ombre lunghe sul pavimento. Sto cercando di convincermi che il lavoro non sarà così terribile. Ma dentro, un’ansia viscosa mi stringe lo stomaco: non voglio andare in pescheria, né oggi, né domani.
Idra si è svegliata da poco.
“Oggi sei arrivata presto, se volevi dirmi qualcosa, meglio aspettare Elena, è lei che vuole sentire di Francesco, pare essere l’argomento che più le interessa.”
Mi siedo sul divano, le ginocchia abbracciate al petto, e la guardo. Il pensiero che più interessa Elena emerge subito, ma lo scaccio.
Idra deve averlo capito, Elena pure, quindi perché parlarne ora?
Mi aspettavo la domanda di Idra e lei legge la risposta nella mia faccia di carta.
“Hai qualche senso di colpa in merito?”
“Mah, credo di no.”
“Perdona la mia curiosità.”
“Curiosità legittima la tua.”
Vedo un’ombra nei suoi occhi.
Rimorso per aver insistito?
Le cose non dette ingombrano più delle altre.
Il silenzio non è mai stato imbarazzante qui. Oggi sì.
“Se ho sensi di colpa,” dico, “riguardano solo Matteo. Il sabato in cui è tornato con quel regalo. Lui c’era. Sempre. Era casa. Io ascoltavo. Facevo le cose. Eppure non c’ero, io ero da Dasho.”
Entra Elena con la spesa, porta odore di pane caldo. Mette le buste sul tavolo.
“Briscoletta prima di cena?” dice Idra.
“Solo se giochi a soldi,” dice Elena. “Senza niente da perdere non mi diverto.”
Idra mescola le carte veloce. Ha le unghie laccate di scuro. Il fruscio del cartoncino contro cartoncino sembra un respiro.
“Pensa alla domanda,” dice. “Mentre giochiamo ti leggo le carte.”
Io non penso. Io ricordo.
Idra mi offre il mazzo. Taglio con la mano sinistra. Il mazzo si apre, ferito.
TRE DI SPADE.
“È la sfida,” dice Idra.
Dopo il ritorno di Matteo mi addormento sul letto fresco. Il materasso è coperto dal lino bianco, le lenzuola celesti e i cuscini leggeri. Sogno di dormire tra le nuvole, avvolta da lenzuola di cielo, il corpo sospeso, leggero. Al risveglio il sogno svanisce.
Il cellulare vibra sul comodino spinto dalla suoneria. Striscia come un verme e rischia di cadere. Sono nuda sotto la coperta.
La suoneria strilla dal telefono. Il nome di Francesco lampeggia sul display. Ho già rifiutato tante sue chiamate.
Tiro il telefono sotto il lenzuolo.
Soffocata dalle mie mani Bette Midler canta:
– Quando un uomo ama una donna,
non riesce a pensare ad altro.
Scambierà il mondo intero
per il bene che ha trovato.
Se lei è cattiva, lui non lo vede.
Le dà tutto ciò che possiede,
cercando di proteggere il suo amore. –
Matteo non è nel letto. Me ne accorgo di scatto.
Le cifre rosse della sveglia segnano le dieci. Dal bagno sento la sua voce: “Cos’è?”
“La sveglia!” rispondo, strozzata.
“Che hai messo a fare la sveglia di domenica?”
Matteo compare in camera pieno di fretta, mi pare di sentire il battito del suo cuore in corsa nell’aria insieme al mio respiro.
Più ignoro il nome sul display, più mi sembra di perdere la sanità mentale.
– Se mi chiama di nuovo, penso, lo giuro: pagherò qualcuno che lo uccida. –
“Tutto bene?” mi chiede Matteo. Ha quasi finito di vestirsi.
“Ho una forte emicrania.”
“Vuoi che ti prepari un Oki?”
Le sue premure in questo momento mi irritano.
“No, ti ringrazio.”
Il telefono vibra ancora. Cerco di indovinare chi altro può chiamarmi a quest’ora.
Matteo passa in sala in cerca della giacca.
Io sbircio.
Sul display si alternano i nomi di Marina e Valjet.
Mi chiedo se il loro superiore, Dasho, abbia dato l’ordine di contattarmi.
Sorrido: è ridicolo pensarlo come un superiore. Se davvero hanno ricevuto quell’ordine, non devono essersi divertite.
La porta si apre. Matteo esce precipitoso, il telefono stretto tra spalla e orecchio, la camicia stirata ma sbottonata a metà, la ventiquattrore in mano.
È evidente: anche lui è stato svegliato dal suo superiore.
Sospiro. Non mi dà il solito bacio prima di andare.
Non dice nulla sul mio nuovo taglio di capelli.
Possibile che non lo noti? No, non è possibile: Matteo fa sempre caso ai dettagli.
D’impulso lo richiamo, troppo piena d’ansia.
Risponde subito: “Tesoro, che c’è?”
“Non mi saluti. Non dici niente sui miei capelli.”
Lo sento sorridere; riconosco il cambio nel ritmo del suo respiro.
“Sono troppo in ritardo, e per i tuoi capelli penso che sia un cambiamento grande. Hai sempre detto che volevi i capelli di Raperonzolo… poi mi sono ricordato… be’, quello che sai. Ho pensato che sia naturale che tu voglia cambiare per dimenticare. Non voglio farti pressione notando tutto. Ora vado, ok?”
“Ok,” dico. Sorrido anche io.
So dove sta andando: al lussuoso caffè dove spesso conferisce col capo dello studio, protetto dal séparé messo a disposizione dai titolari, al riparo dalla curiosa clientela.
Mi affaccio alla finestra. Lo guardo correre verso la macchina.
La nostra casa e la strada restano silenziose un attimo dopo.
I quartieri alti a quest’ora dormono.
Mi rimetto sul letto. Voglio chiamare Valjet, ma un messaggio di Francesco la spinge via dai pensieri. Guardo l’icona di WhatsApp come una cesoia pronta a troncare la giornata. Solo quell’essere è riuscito a farmi sentire violata in queste settimane. Apro il messaggio:
“So che sei sola. Matteo mi ha accennato a un’udienza urgente domani per un cliente dello studio. Succede, anche di domenica. Se oggi non ti presenti al ristorante dove abbiamo mangiato l’altra volta, farò in modo che mi sfugga quella registrazione. Esci di casa. Vestiti come l’ultima volta che siamo stati laggiù.”
Le dita scattano da sole. Non posso credere che Matteo abbia parlato con lui prima che con me di un impegno di domenica. Sono in collera anche con mio marito.
Il pollice trema e perde aderenza sul vetro. La mascella si serra; sento un dente pulsare.
Questa sensazione può a malapena essere tollerata.
Ricordo Valjet. Mi ha dato il modo di difendermi, la giusta traiettoria. Penso al primo bar che vedo sulla piazza di don Mimì: un posto sbagliato per sentirsi al sicuro, perfetto per esporsi. Riprendo il telefono.
Scrivo: “Hai ragione, ti ho trascurato. Suppongo che tu sia furioso. Che posso farci? Non sei l’uomo più importante della mia vita. Sono stata influenzata. Non credo ti importi davvero della mia salute, ma oggi mi sento fragile. Non voglio vestirmi come l’altra volta, prendo freddo, e non voglio un posto dove ci possano guardare. Preferirei qualcosa di più nostro. Preferirei vederci al bar Veronica. Non temere, riuscirò a mettere qualcosa che ti piacerà.”
Invio.
Il cuore non è più in gola.
La paura cambia indirizzo.
Trovo quanto di più volgare e meno attraente nel mio guardaroba. Certo avrei fatto di meglio con l’armadio di Nadia, ma ora bisogna accontentarsi. Trovo un abito comprato tempo fa in un sexy-shop: arriva alle ginocchia, con una catena di strass e una scollatura inutile che nessuno potrebbe chiamare elegante. Maniche corte, tessuto lucido che fa rumore quando mi muovo: è un pugno in faccia. Perfetto per Francesco. Perfetto per fargli capire che non m’importa nulla di lui.
Sono io, rabbia e disprezzo, in carne e stoffa.
Arrivo al bar Veronica in taxi. Scendo, pago il conducente senza guardarlo e stringo la borsa al petto mentre entro. Lui è già lì, seduto vicino alla finestra, le braccia larghe sul tavolo, come se fosse a casa sua. Lo fisso senza muovermi: nessun saluto, nessun sorriso. Mi siedo davanti a lui.
“Sembri una mignotta dei marciapiedi con quel vestito,” dice. “Si vede che hai preso il loro stile.”
Ciarla. A vuoto. Della sua settimana, di compleanni inutili, di sé. Sempre di sé.
Io penso: – Muori. –
Ogni frase è aria fritta, mi rimbalza addosso.
Poi dice che ci aspettano amici.
Sorrido dentro di me. Perfetto.
Mi tiro indietro sulla sedia, braccia incrociate, e aspetto. Saliamo in macchina. Non ho paura. Mi preoccupo quando gira verso il nostro quartiere.
“Dove stai andando?”
“Andiamo a trovare i miei amici.”
Ancora un isolato e vedrei casa mia. Non posso crederci.
Siamo all’autolavaggio dove ci serviamo io e Matteo.
“Se passi di nuovo tre giorni a non rispondermi, troia, ti porto anche dal tabaccaio, dal macellaio e dal giornalaio.”
Entrano loro.
Due uomini che mi scrutano.
Il primo ha un torace largo e folto di peli, una barba che gli incornicia il volto nervoso. L’altro, alto e slanciato, pelle chiara, capelli biondi corti, occhi azzurri freddi ma decisi, contrasto netto con l’altro.
Francesco li presenta.
Ma non ce n’è nessun bisogno, li conosco bene.
Lo guardo con odio.
“Sapevo che ti avrebbe fatto piacere conoscerli.”
Sorriso appena accennato.
E sì, mi incuriosiscono.
Conosco bene le loro facce e immagino che molte volte avrebbero voluto avermi quando andavo a lavare la macchina.
“Ti sei superato. Tu non mi interessi. Loro sì.”
Quello che dice dopo Francesco è ciò che non mi fa provare nessun senso di colpa.
“E pensare che il povero Matteo lo presentavi a tutti come l’amore più grande della tua vita. Da una parte ti capisco, a certi uomini le corna stanno bene come il cappello al prete. Lui è sempre così precisino, un damerino da farti incazzare! Pensa sempre a tutto lui! Pensa sempre a tutti lui!”
In quel preciso istante penso che Vendetta, dea tremenda, si è appuntata questa brutta frase.
Decido di ignorare Francesco come un rumore di fondo.
Ce ne andiamo di lì a bordo della loro auto.
Riesco a impormi su Francesco e chiedo di andare fuori dalla città.
Mangiamo insieme anche stavolta ma in un autogrill, lontano, sicuro. Sotto il tavolo percepisco attenzione. Sento le loro mani appoggiarsi sulle mie cosce, uno da una parte e l’altro dall’altra. Francesco ci fissa ma non ha alcun controllo su tutto ciò e sicuramente ne è ferito.
Mi sento come se potessi diventare io il cibo di quei due.
E infatti penso che tutto questo sta succedendo perché ho voluto rivedere gli occhi di Dasho. Penso a lui e non ho più nessuna intenzione di resistere, anzi…
Il cameriere si gira.
“Non finirò sbranata,” dico guardando quello scuro.
Sarà egiziano?
“Scommetto che questo signore non mangia carne di maiale.”
Ho provocato la sua risata.
“Maiale no, ma la fica di maiala la mangio volentieri.”
“Torniamo in macchina”, dice Francesco.
Sono allibita!
Non mi guarda. Guarda loro, come se io fossi già fuori.
Grido: “Non è vero!”
L’egiziano lo guarda. “Lei dice di no. Fai il bravo amico.”
Per fortuna quel frammento di video viene prontamente cancellato.
Mi rimetto a succhiare l’uomo che mi accarezza le guance, ora che mi ha difesa non mi è così difficile ingoiare tutto il suo sperma. Il cazzo dell’egiziano, dritto come una spada, si svuota nella mia fica. Così anche il cazzo di Francesco, un attimo dopo.
Mi guarda in modo strano il ragazzo che ho davanti.
Cerco di vedermi con i suoi occhi: una bellissima donna, mal vestita sì, ma giovane, che gli si dà senza chiedere nemmeno il suo nome.
Raggiungo il WC dell’autogrill per sistemarmi.
Torno e nessuno dice niente.
Niente… neanche una parola.
Li riaccompagniamo all’autolavaggio e ripartiamo.
“Ancora non mi hai detto come mai fai la puttana,” dice Francesco mentre scendo.
“Fatti i gran cazzi tuoi.”
Non risponde.
Sorride.
Come se sapesse che non è finita.
“Eppure dovresti ringraziarmi, mi sei sembrata così contenta oggi.”
“Grazie. Vieni sempre accompagnato perché tu da solo non mi fai sentire un cazzo.”
Me ne vado, che cuocia nel suo brodo.
Poi mi ricordo di Valjet e Marina.
Salgo le scale e chiamo Valjet.
“È successo qualcosa?” chiedo, il respiro corto. “Lui ti ha fatto qualcosa?”
“No, niente… ancora,” risponde. Poi aggiunge: “Se vuoi salutare Liveta, vieni un’ora prima domani. Sta andando via. Non dirle che te l’ho detto. È triste e forse le farà piacere vederti. È una mia idea.”
Il cuore salta.
Un’ora prima.
Via.
I minuti e le ore e le piccole cose programmate della giornata successiva si stringono attorno alla sua immagine.
“Va bene,” dico. “E Marina perché mi aveva chiamata?”
“Per lo stesso motivo. Le ho detto di provare quando non rispondevi.”
Chiudo la chiamata e salgo. La casa mi aspetta. Domani, con quell’anticipo, Liveta potrebbe sparire se non sono pronta.
La porta si apre che è già ora di cena. Matteo entra con l’aria tirata, la giacca ancora addosso.
“Com’è andata?” gli chiedo dalla cucina.
Si passa una mano tra i capelli. “Un giornale ha diffuso un dettaglio sulla causa in corso. Ora rischiamo che il giudice ne sia influenzato. Devo preparare daccapo l’arringa d’apertura.”
“Andrà tutto bene,” dico.
Si versa del vino. Il bicchiere urta il tavolo, il rosso gli cade sulla camicia. Impreca piano. Mi avvicino subito, prendo un tovagliolo, tampono la macchia.
“È tutto a posto,” mormoro.
“Non mi preoccupa questo,” dice guardando il tessuto bagnato. “Ho paura di ritrovarmi una bella macchia sul curriculum se non faccio rientrare la questione.”
Si siede, sospira. “Tu che hai fatto tutto il giorno?”
“Sono stata a pranzo da amiche.”
“Hai fatto bene. Mi dispiace averti fatto passare la domenica da sola. E domani dovrò scappare di nuovo al mattino presto. Spero di non dover andare a Genova per sistemare quella cosa.”
“A Genova?”
“Sì. Il cliente ha l’azienda là. Prima è stato seguito da un legale genovese che forse avrò bisogno di incontrare.” Poi mi guarda. “Mi fai un favore?”
“Sì.”
“Domani porta a lavare la mia macchina, per sicurezza, nel caso dovessi partire. Io andrò allo studio con la tua.”
“Va bene. C’è qualche altro autolavaggio qui vicino? La tua macchina è grande e ho paura di strisciarla entrando, che dove andiamo di solito è stretto.”
“Ma no, vai lì. Se non riesci a far manovra, scendi e fatti aiutare dai ragazzi che lavorano. Avevo promesso a Jamal di portargli da Roma un liquore che fanno solo da loro, lo vende un negozio etnico. È per lui.” Mi porge una bottiglia incartata. “Salutamelo.”
“Chi è Jamal?”
“Il titolare del lavaggio. È tanto cortese, mi fa sempre lo sconto.”
Prendo la bottiglia. Sento il ghigno di Francesco: – Un precisino da farti incazzare! Pensa sempre a tutti lui. –
La mattina corro all’autolavaggio. Ho lo stomaco in subbuglio. Paura di rincontrare i due uomini di ieri, paura di fare tardi e perdere Liveta.
Entro. Ci sono proprio loro.
Fingiamo di non conoscerci. Mi chiedono le chiavi con professionalità asciutta. La macchina entra nel tunnel. Io resto in piedi, nervosissima, le braccia strette al petto. Non uno sguardo tradisce il segreto. Solo movimenti precisi, acqua, schiuma, spazzole.
Quando tutto finisce, mi avvicino.
“C’è il signor Jamal?”
L’egiziano di ieri annuisce. “C’è il signor Jamal.”
“Può chiamarlo?”
“Certo, signora.”
Arriva Jamal. Un gigante gentile, ha le mani grandi, il sorriso misurato.
“Tenga,” dico porgendogli la bottiglia. “Mio marito le ha portato questa da Roma.”
“Lo ringrazio tanto, signora Angela.”
Metto mano al portafoglio. “Quanto le devo?”
“No, signora Angela, non c’è bisogno. Anzi, dovrei pagarla io.”
“Per cosa?”
“Per la disponibilità di suo marito… e per la sua. Ho saputo.”
Mi attraversa un tremito di rabbia. L’egiziano ridacchia. Il ragazzo biondo ride solo con gli occhi.
“Tranquilla, signora Angela,” continua Jamal. “Non mi scandalizzo e non la tradirò. Qui conosciamo bene i vizi di voi ricchi zozzoni.”
Mi giro per andarmene.
“Signora, me lo faccia sapere se vuole conoscere un mio amico meccanico. È da poco a Milano, ma riesce ad aggiustare qualsiasi cosa.”
Mi volto di scatto. “E che mi dovrebbe aggiustare, la fica?!”
“Anche,” risponde lui, senza perdere il sorriso, “ma prima il cervello, signora Angela. Il cervello.”
Me ne vado lasciandolo lì, che ride con i suoi dipendenti.
Corro a casa. Salgo le scale senza sentire i gradini.
Mi cambio. Mi fermo davanti allo specchio.
Mi gira la testa.
Vedo me stessa.
– Ma sono ancora io?
Mi affaccio alla finestra. Il cielo è azzurro, sono le undici. Un azzurro indifferente.
Penso a Dasho.
E non so più chi sono.
Prendo la borsa. Scendo. Fermare un taxi è un gesto automatico.
Il taxi corre sulla strada.
Corriamo da lui.
Passiamo davanti al barretto dove un uomo mi ha riconosciuta e lo ha avvisato. I vetri sono lisci, lucidi. Cerco il mio riflesso sulla superficie.
Davvero in fondo lo faccio per lui?
O in superficie?
In fondo o in superficie, per chi sto correndo?
Guardo il portone. È chiuso.
Sempre lo stesso. Potrei andarmene… Basterebbe dire al conducente di ripartire.
Pago e scendo.
È Ditmir ad aprire, come sempre.
“Ciao, Angela!”
L’androne è freddo. Sa di umido e di ferro.
Ogni passo rimbomba troppo.
Salgo le scale dietro di lui. Salgo le scale felice di lui, di come mi ha salutata.
Entra in cucina e lo seguo.
Sembra un giorno come un altro. Nessuno appare più nervoso del solito. Ci sono Valjet e Marina, Nadia e Ditmir che prende posto accanto a lei, Erdian e Dasho a capotavola. Irina alla sua destra, Liveta alla sinistra.
Nadia è l’unica con un grembiule addosso, allegro, coi fiori sul petto.
Una tovaglia bianca con ricami azzurri, del colore dei suoi occhi.
Penso: – Questa è ossessione. –
Se non sapessi che si tratta di un troiaio organizzato, potrei scambiarli per una tranquilla famiglia a pranzo.
Penso alla mia famiglia. Del resto, tutte le famiglie sembrano tranquille a pranzo.
Dasho mi infilza gli occhi negli occhi. So che è arrabbiato con me. Abbasso i miei e non dico nulla.
Dalla finestra entra l’odore delle aromatiche che Nadia coltiva sul balcone, venato dalla fragranza dolce delle rose.
L’orologio sul muro ticchetta, placido.
Lui prende tempo. Sottrae il mio tempo. Ogni volta che entro qui la mia vita resta fuori, sospesa.
“Siediti.” Il gelo dei suoi occhi raggiunge diversi gradi sotto zero. “Ti ho fatto venire a quest’ora perché mangi con noi.”
Sento l’ironia della sua voce.
Nadia mi fa spazio tra lei e Ditmir. Mi porta la sedia, il piatto, docile.
Valjet lo guarda con la forchetta a mezz’aria.
“Perché mi guardi così? L’ho solo invitata a pranzo. Non ho tempo per voi due oggi, sto organizzando un’altra cosa.”
Valjet non si fida. Lo vedo. Teme uno scherzo sinistro. Se prima ha poca fame, ora lo stomaco le si chiude del tutto.
“Mangia,” continua Dasho. “Oggi non ti faccio niente. Lo sai che sono di parola. Finito qui, andate a lavorare.”
La forchetta sparisce nella bocca di Valjet. I suoi capelli viola brillano sulla fronte, ombreggiandole gli occhi.
Io guardo il piatto. Nessun desiderio mi sale alla lingua. Guardo il piatto come se potesse uccidermi.
“Ti sto facendo un favore. Ti faccio vedere come vive la mia famiglia. Guarda bene, non capita a tutti.”
Mi si azzera la saliva, mangio e Nadia mi versa del vino. Bevo. Mi gira la testa.
Non riconosco nessuno, nemmeno la mia faccia nel riflesso della credenza. Sembra che il mondo abbia cambiato lingua durante la notte.
Nadia deglutisce: “Cucino sempre e solo io, Angela, ti puoi fiancheggiare.”
Gli occhi di Dasho la fulminano. Stavolta non si muove.
“È già la seconda volta che parli quando non è ora.”
Nadia si zittisce subito e torna a guardare il piatto vuoto.
“Anche sabato mattina hai aperto la bocca senza che nessuno ti avesse chiesto niente. Sbaglio?”
“No, non sbagli,” risponde Nadia. “Scusa.”
Lui sposta lo sguardo su di me: “Le sberle non bastano più a smuoverla. Ci è troppo abituata.”
Sparisce nel corridoio. Quando torna ha in mano qualcosa. Nadia impallidisce prima di me. Mi ci vogliono un paio di minuti per capire che è una frusta da cavalli. Nadia si gira un’altra volta verso di me, e all’improvviso ha gli occhi di una che vede Jekyll mentre diventa Hyde. Schizza via di scatto dalla sedia: “Senti…”
Ma lui non sente niente. Le pupille gli sono diventate due buchi neri, enormi, che si mangiano tutto l’azzurro. L’afferra per i capelli con una mano sola. Nadia tenta di svincolarsi, perde l’equilibrio e finisce in ginocchio sul pavimento.
Quella cosa taglia l’aria e poi la pelle della sua nuca. Lei rimane immobile. Non riesco a vederla in viso, si sta mordendo le mani a sangue e le sue spalle sussultano. Combatte con se stessa per sopportare il dolore senza urlare. A un certo punto rialza la testa: i suoi occhi fissi nel nulla mi dicono che ha vinto quella lotta contro la propria carne un sacco di tempo fa.
Quel rumore si ripete ancora e ancora. Vedo le righe scure gonfiarsi sulla sua pelle chiara.
Adesso nella stanza si sente solo il rumore metallico delle posate. Qualcuno beve per mandare giù il blocco. Io no, ho la bocca completamente asciutta.
Due minuti dopo siamo di nuovo tutti intorno al tavolo. Nadia appoggia un vassoio di dolci proprio al centro. Come se niente fosse successo, ma le dita le tremano contro la carta da pasticceria.
Jasmin le chiede: “Sei andata tu stamattina giù al bar?”
“Sì,” dice Nadia, e la voce le esce sottile, incastrata in gola. “Stamattina. Mi ero alzata tardi e non avevo avuto tempo di fare niente per dolce, e ho pensato così.”
Irina ingoia il boccone: “Questo l’hai pensato bene.”
Marina domanda che le si passi l’ultimo.
E continua così fino all’una.
La perfetta normalità delle famiglie peggiori.
“Va bene. Perché quella faccia? Non hai voglia di lavorare.”
Mi viene voglia di mandargli per traverso tutto quello che sta ingurgitando.
“Non è che non ho voglia, ma non so come fare. Ho il ciclo.”
“Non ti hanno insegnato un cazzo queste cavalle. Marina, dormi?”
Marina si pulisce la bocca:
“Non si danno troppe informazioni se non servono all’istante, si dimenticano e basta.”
“Giusto.” Dasho mi guarda. “Marina studiava per fare la maestra, è molto brava. Vero?”
Non gli rispondo.
“Quando finite di mettere a posto spiegale una cosa e anche quell’altra.”
“Certo, Dasho.”
Aiuto Nadia a sparecchiare quando tutti si sono alzati. Marina rimane a lavare i piatti, Valjet passa la scopa. Liveta mette ogni cosa nel frigo.
Dasho è sparito insieme agli altri uomini nelle sue stanze.
Non li vedo né li sento.
Solo la luce s’insinua nel corridoio.
“Cos’hai?” mi chiede Nadia.
“Niente, tu come stai?”
“Stavo meglio prima, ma va bene. Perché stai con quella faccia?”
“Perché vi siete rimessi a parlare come niente fosse. Non mi pare normale.”
Nadia alza le spalle: “Non è nemmeno normale che tu sia tornata qui come niente fosse dopo quella notte.”
Ha ragione, a chi faccio la predica?
“Dopo un po’ lo diventa,” dice lei, “e forse per me lo è sempre stato. Mio padre non era tanto diverso. Ma è colpa mia, non dovevo parlare a vuoto.”
Adesso è lei a sembrare strana tra noi due.
“Come fai a pensare che sia vero quello che hai detto?”
“Angela… io dopotutto per molte cose a Dasho devo dire grazie, e non avevo nessuno a cui appoggiarmi prima di venire qui. Perciò non me la prendo tanto con lui. Non mi ha fatto tanto male rispetto ad altre persone. Capisci?”
“No.”
“Fa lo stesso, nemmeno io capisco te ma si può essere amiche lo stesso.”
Marina viene vicino a noi.
“Vieni, devo farti vedere due cose.”
Io guardo verso la cucina.
Marina si ferma: “Cosa c’è?”
“Pensavo a Nadia…”
“Nadia parla sempre con lui, non la tocca mai, tranquilla. Ha fatto quella sceneggiata solo per farti vedere chi comanda.”
“Be’, non ce n’era bisogno,” rispondo.
“Lui dà sempre dietro il collo quando dobbiamo lavorare. È l’unico punto che non si vede. I capelli coprono. E i clienti non ti guardano dietro la nuca. E l’altra cosa è questa.”
La seguo fino in bagno.
“Quando hai il ciclo lavori lo stesso. Prendi una spugna, quelle della doccia. Sotto al lavandino ce ne sono tante nuove.”
Armeggia con un paio di forbici.
“Si fa così: ne tagli un pezzo, lo bagni e poi lo infili dentro. Funziona e non se ne accorge mai nessuno, anzi ti fa la fica molto più stretta.”
“Ok,” dico prendendo la spugna in mano.
“Loro sono sempre nei dintorni quando lavoriamo, ma non si può mai sapere. Per questo prendiamo un pezzo di lametta di rasoio — di solito queste piccole, tonde in cima — la incolli a un’unghia e la copri con lo smalto. Dovesse servirti mai per difenderti di corsa.”
Mi prende una mano e mi incolla l’unghia-rasoio alla mia.
Irina entra dietro di noi e dice: “Certe, alla fine della carriera, si tagliano anche le vene con l’unghia-rasoio.”
Marina le lancia un’occhiataccia. Irina si abbassa, mi prende una caviglia tra le mani, legge la marca delle mie scarpe. “Quiet Luxury,” dice. “Io ero rimasta a Gucci e Prada. È una nuova moda tra le signore?”
Sorrido. “Sì.”
Lei dice: “Tra di noi vanno di moda le Adidas quando non si lavora, e le AIDS al lavoro.” Ride della sua brutta battuta.
Marina dice: “Basta, Irina, non sei divertente.”
Irina se ne va.
“Va bene, quando sei pronta andiamo.”
Alle due siamo sedute sul guardrail.
Il traffico scorre lento.
L’aria odora di benzina e sole caldo.
Nadia si massaggia il collo con due dita leggere.
Le righe rosse hanno iniziato a gonfiarsi.
Quando i capelli le sfiorano la pelle, fa una smorfia.
Nota che la guardo e scioglie meglio i capelli sulle spalle per nascondere quei segni alla mia vista.
Le dita continuano a massaggiare piano.
Nadia mi guarda.
Non offesa.
Non difensiva.
“Per cosa dovresti essergli grata?” chiedo col fumo di Irina che mi entra nelle narici.
“Non parliamo di cose che hanno portato il pianto una volta,” dice Nadia, come se nominarle potesse farle tornare.
“È più bello dire che mi ha ridato una casa.”
Irina sembra su una passerella. Cammina davanti a noi.
“Più bello dire che mi ha ridato una famiglia. Per quanto non tradizionale.”
Guarda la strada, non me.
“Più bello dire che mi ha ridato una vita regolata… quando ho rischiato davvero di perdermi.”
“Più bello o più comodo, Nadia?” chiedo.
Il traffico passa.
Irina passeggia. Nadia non mi dà una risposta.
Io sento quella parola:
Perdermi.
Non chiedo dove.
Non chiedo come.
Capisco che c’è stato un punto in cui Nadia non ha avuto più argini e qualcuno ha rimesso una direzione al posto suo.
Le presenze ingombranti sono spesso migliori del vuoto.
“E mi ha tenuta qui anche quando non potevo lavorare. Non tutti restano quando smetti di essere utile.”
Marina parla, la sento appena: “Con te quella volta si è comportato stranamente bene.”
“Sì,” riflette Nadia, “è la persona più contraddittoria che abbia mai conosciuto, Dasho.”
“Che lavoro facevi prima?” le chiedo.
“La cameriera,” dice Nadia.
Mi chiede Valjet: “E tu?”
Non vuole offendermi, davvero mi accorgo che non ci pensa.
“La signora,” rido.
“Ma se non avessi fatto la signora, che lavoro avresti voluto fare?”
Questa è facile.
“La professoressa.”
“Davvero?” fa Nadia. “Di cosa?”
“Di lettere antiche.”
“Come mai non l’hai fatto?”
“Ho studiato,” rispondo, “ma poi mi sono sposata e non serviva che lavorassi… così.”
Poi un cliente se la porta via e rimango con Marina.
“Non tutti,” dice Marina, “stanno bene liberi, Angela. C’è chi senza qualcosa addosso non sta in piedi. Portaglielo via, e Nadia crolla tutta.”
Il cielo delle tre è giallo e malato.



Hai ragione, ma la storia è stata presentata così perché è stato soprattutto lui a confidarmi le loro esperienze, con…
È così, alla fine si capisce quanto hanno influito i rapporti incestuosi della famiglia in come è diventata Laura, la…
E mano male che la signora la volta precedente diceva che era il marito che aveva voluto… Che famiglia…
Beh a me non dispiacerebbe invece il racconto da parte di Laura. Ormai da parte di lui è diventato ripetitivo.…
Ti ringrazio per il bel commento. In realtà la storia è basata sulla lunga confidenza di una coppia di sottomessi,…