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La strana voglia

La strana voglia

SEBBENE ne fossi attratta, non possedevo un paio di manette. Erano anni che mi baloccavo con l’idea di acquistarne un paio ma ancora non ne avevo fatto nulla. Un po’ anche perché oltre ad eccitarmi mi intimorivano.

Delle manette mi piaceva l’idea che una volta chiuse non sarebbe stato possibile aprirle se non ricorrendo alla chiave; la quale chiave, se in mano ad un compagno di giochi diventava immediatamente il simbolo che racchiudeva in se tutto ciò che c’&egrave di bello nel bondage: prigionia, possesso, dominazione e sottomissione, attesa struggente ed indeterminata, assenza “irreparabile” di libertà. Perlomeno questo &egrave quello che apprezzo io.

Oltre a non avere un paio di manette, non avevo neppure un compagno di giochi. Questo rendeva tutto più complicato, poiché se pure avessi finalmente comprato le manette, mai e poi mai avrei avuto il coraggio di farmele scattare da sola ai polsi tenuti dietro la schiena. Temevo che avendole non avrei resistito alla tentazione, ma ero terrorizzata dall’idea di non riuscire a venirne fuori. Senza voler neppure immaginare ipotesi ben peggiori e più definitive, sarei stata costretta a chiamare aiuto, e il mio segreto hobby sarebbe stato scoperto, cosa che non potevo tollerare. Per questo temporeggiavo.

Praticavo il self bondage ormai dalla tenera età di 15 anni. Naturalmente all’epoca non sapevo che si chiamasse così, ma nelle mie attività e fantasie di bambina erano già presenti alcuni degli elementi fondamentali che avrebbero poi caratterizzato negli anni a venire il mio immaginario erotico.

Il primo ricordo relativo al bondage riguarda un semplice gioco fra me e i miei amichetti di allora: una volta mi legarono ad una sedia, ed il gioco consisteva nel liberarsi. Ho riflettuto spesso su l’attrazione che la maggior parte dei bambini provano per questo genere di giochi, credo che chi più chi meno tutti abbiano giocato a legarsi. Non tutti sono diventati fanatici del bondage, questo no; ma tutti i fanatici del bondage credo possano riferire momenti e sensazioni simili alle mie, risalenti alla loro infanzia.

Mentre mi dibattevo per liberarmi le mani impastoiate malamente dietro la schiena ricordo che provai una emozione molto simile a quella che più tardi avrei scoperto essere pura e semplice eccitazione sessuale. Mentre mi sforzavo di sfilare i polsi dalle corde o tastavo con le dita alla ricerca dei nodi, ricordo che mi sorpresi di provare quegli strani brividi. Ma non se feci parola con nessuno, anche perché non sarei stata in grado di descriverli. E con l’eccitazione cresceva anche una sorta di smisurato imbarazzo: cominciai ad arrossire, e a rendermi conto che il dibattermi sotto gli occhi dei miei amici mi stava facendo vergognare.

Una volta, al mare, mi sporcai di gelato il costume da bagno: avevo solo otto o nove anni, non avevo ancora sviluppato alcuna forma femminile, ma come molte bambine della mia età insistevo energicamente per coprirmi anche la parte superiore del corpo. Mi madre, nel tentativo di smacchiare il costume, me lo tolse senza troppo riguardo, nel bel mezzo della spiaggia. In quella occasione provai un imbarazzo tale che mi misi quasi a piangere (in verità piangevo facilmente).

L’imbarazzo che iniziava a crescere dentro di me mentre mi dibattevo legata alla sedia, era molto simile a quello provato al mare pochi anni prima: mi sentivo scoperta, nuda. Iniziai a lamentarmi dicendo che volevo che mi slegassero, che quel gioco non mi piaceva più. I miei amici, ben lontani dal capire le ragioni del mio disagio, mi derisero pensando che la mia fosse una resa; non mi sciolsero e dovetti cavarmela da sola. Nonostante l’imbarazzo provato ricordo comunque una vaga fitta di delusione quando le corde alla fine cedettero, ed io ebbi finalmente i polsi liberi. Insomma, stavo cominciando a sperimentare quella selva di emozioni spesso contraddittorie che avrebbero caratterizzato tutto il resto della mia vita.

Da quella volta, incuriosita da quelle sensazioni, cominciai ad avere confuse fantasie in cui io ero sempre legata, talvolta persino imbavagliata. Nel letto, quando restavo sola, incrociavo le mani dietro la schiena, chiedendomi come mai quel semplice gesto mi desse sensazioni così dolci. Poi, nelle rare occasioni in cui i miei mi lasciavano sola a casa, presi a legarmi da sola, adoperando le cinghie di tutti e tre gli accappatoi della casa. Non so più nemmeno io quanto nastro adesivo isolante sottrassi dalla cassetta degli attrezzi di mio padre, per poi appiccicarmelo sulla bocca.

Grazie ad Internet e alla maggiore indipendenza offerta dalla camera singola nella quale andai ad abitare appena mi iscrissi all’università, cominciai a scoprire e sperimentare nuove tecniche di self, facendo sempre moltissima attenzione alle raccomandazioni sulla sicurezza.

Fu allora che iniziai a pensare che potevo acquistare delle manette. Ero stanca dei nodi deboli e delle legature simboliche: desideravo ardentemente essere avvinta da legacci robusti, nodi stretti e impossibili da raggiungere. Desideravo sperimentare la sensazione di dover sopportare per lungo tempo l’immobilità, senza avere la facoltà di decidere quando slegarmi.

Nello stesso tempo non avevo il coraggio di mettere in pratica la maggior parte delle tecniche di self bondage illustrate in alcuni siti Internet che visitavo: la paura di non riuscire più a slegarmi malgrado l’attenzione posta, era troppo forte per spingermi fino a quel punto.

Avevo soprattutto paura della mia vena di follia: il mio atteggiamento nei confronti della vita era ed &egrave tutt’ora “intanto lo faccio, poi si vedrà”. L’unico settore nel quale non applicavo tale filosofia era appunto il bondage. Avevo paura di arrivare un giorno a pensarla allo stesso modo anche per quello, e avere modo di pentirmene quando era ormai troppo tardi.
Grosso modo fu proprio la mia vena di follia a cacciarmi nella situazione di cui vi racconterò.

* * *

Trascorsi i primi due anni di università in un appartamento assieme a due studentesse con le quali non andavo molto d’accordo. Nel frattempo mi ero fatta diverse amicizie, e avevo creato un buon rapporto con Francesco, Patrizio, Virginia e Giovanna, con i quali vivo tuttora. Quando si vennero a creare i primi dissapori antipatici tra me e le mie due compagna di stanza, decisi che non avrei retto a lungo, e mi misi a cercare casa.

Come al solito applicai la mia dannata filosofia di vita del “intanto lo faccio, poi si vede”. Diedi il preavviso di due mesi prima ancora di rendermi conto che il periodo non era proprio felice per cercare un appartamento. Eravamo in settembre, la città si stava riempendo di giovani matricole a loro volta impegnate a cercare casa. Vagai fra annunci ed agenzie inutilmente per tutti e due i mesi, senza trovare una soluzione che mi soddisfacesse.

Mancava ormai una settimana prima della consegna delle chiavi alle mie due prime compagne d’appartamento, e loro avevano comprensibilmente già trovato la mia sostituta. Così fui costretta a chiedere ai miei quattro amici con i quali trascorrevo la maggior parte del tempo, di ospitarmi.

Loro ovviamente non mi rifiutarono la cortesia, e fui sistemata in camera con Giovanna, che disponeva di una stanza più grande. Durante quel periodo di ospitalità, durato tre mesi, mi trovai così bene che alla fine, quando anche loro quattro dovettero, circa un anno dopo, trovare un nuovo appartamento, ne cercammo uno che potesse accoglierci tutti e cinque. Questo nonostante io avessi trovato già una sistemazione, e mi trovassi ragionevolmente bene con le mie nuove coinquiline.

Prendemmo in affitto questa casa, un appartamento situato nella parte terminale di un gruppo di villette a schiera. Era un terratetto con cantina e un quadratino di giardino perennemente in ombra a causa delle abitazioni di fronte e dell’alto muro di cinta che lo chiudeva dal lato della strada principale.

All’inizio questo aspetto mi intimorii: temevo che qualche malintenzionato potesse scavalcare il muro ed entrare nella cucina di casa nostra. Ma non accadde mai, forse perch&egrave il muro era alto quattro metri, e il bordo superiore era cosparso di irti cocci di bottiglia: questo evidentemente scoraggiava ogni proposito di intrusione.

A dire il vero nella mia fantasia, quando ero proprio eccitata e folle, vedevo spesso un bel malintenzionato dai tratti mediterranei che scavalcava agilmente il muro, per poi introdursi in camera mia silenzioso come un gatto. In quelle immaginarie occasioni finivo invariabilmente legata e baciata dal tipo. Erano solo fantasie, in fondo: non facevano male a nessuno. Di fatto, se qualcuno, tratti mediterranei o meno, avesse fatto qualcosa del genere, sarei morta di paura, e avrei sperato che Patrizio fosse in casa e gli rompesse il culo.

Una volta la settimana circa, Giovanna tornava a casa dai suoi, ed io restavo a godermi la solitudine della stanza. Volevo molto bene a Giovanna, ed era la migliore compagna di camera che avessi mai avuto, ma sentivo sempre il bisogno della mia intimità, e talvolta era un sofferenza dover attendere fino al fine settimana per ottenerla.

Ovviamente ad aumentare il mio bisogno di privacy era la mia tutt’altro che sopita passione per il bondage. Le poche corde che possedevo erano accuratamente nascoste, ma ero sempre sulle spine: temevo che Giovanna le trovasse per caso e capisse che uso ne facessi. In realtà Giovanna non era abituata a frugare nella roba altrui, per cui le probabilità che trovasse il mio equipaggiamento segreto (sia pure misero) erano assai ridotte: nonostante ciò non riuscivo mai ad essere del tutto tranquilla.

Tutto ebbe inizio quando trovai su Internet un sito che illustrava alcune tecniche di bondage e self bondage. Era un sito piacevole e ben fatto, e fra le altre cose fui attratta da quello che nel link e nella pagina apposita veniva definito “nodo-manetta”. Si trattava di una particolare maniera di annodare una corda in modo che si ottenessero due anelli che potevano essere stretti facilmente tirando i due capi. Non era difficile da realizzare, e con l’esperienza che avevo in nodi memorizzai facilmente la sequenza.

Nodo manetta’ l’idea mi piaceva. Se avesse funzionato avrei potuto in pratica disporre di un paio di manette realizzate in corda. Avrebbero svolto in tutto e per tutto, diceva il commento nella pagina, la funzione di un vero paio di manette, ma avrebbero offerto la sensazione di calda morbidezza della corda. Io ne fui attratta soprattutto perché la corda, in caso di emergenza, avrebbe potuto essere tagliata con un coltello, cosa che con le manette non si poteva chiaramente fare.

Appena ebbi salutato Giovanna sulla porta, mi precipitai in camera mia, ansiosa di mettere in pratica quel che avevo da poco imparato. Estrassi le mie poche corde dal nascondiglio segreto, e ne scelsi una bianca lunga all’incirca un metro. Replicai con gesti lenti ed attenti la sequenza di immagini illustrata nel sito, e alla fine, con una senso di grande eccitazione mi resi conto che avevo finalmente un paio di manette. Restava da verificarne l’efficacia.

Non volevo rischiare subito, quindi come prima cosa mi legai i polsi sul davanti. Tirai i due capi ad uno ad uno, e alla fine la corda mi si strinse attorno a ciascun polso. Non era necessario che l’anello stingesse e premesse sulla carne: era sufficiente che la dimensione fosse abbastanza piccola perché la mano non vi potesse passare; esattamente il funzionamento delle manette.
Sorrisi tra me e me, convinta di avere vissuto degli attimi inutili di gloria: la corda sembrava così facile da sciogliere’ Ero sicura che appena avessi tirato nel modo giusto, gli anelli si sarebbero allargati, ed io sarei stata di nuovo libera.

Invece, con mi grande sorpresa e una fitta di gioia nello stomaco, mi resi conto che mi sbagliavo: dieci minuti dopo capii che mi sbagliavo di grosso! Non c’era modo di estrarre i polsi dagli anelli di corda. Per quanti sforzi facessi non era possibile liberarsi da soli. Ovviamente sapevo che avendo le mani ammanettate davanti avrei potuto adoperare il cutter in qualunque momento: questo mi rassicurava. Ma non mi impediva di godere per la prima volta della gioia di sentirmi effettivamente legata, senza possibilità di fuga. Più tiravo e più il nodo centrale si stringeva, ma i due anelli non riducevano il loro diametro, non si serravano ulteriormente attorno ai polsi facendo male. Era una meraviglia, quello che avevo sempre desiderato.

Mentre divincolavo i polsi sorridente, udii Francesco salire le scale. Non sarebbe entrato senza bussare, ma temevo che potesse entrare senza bussare, se riesco a spiegarmi.
Mi divincolai energicamente e stupidamente, con il preciso desiderio di liberarmi i polsi, stavolta. Quel lieve timore di essere scoperta, accompagnato però dalla calda sicurezza che non sarebbe successo, mi stava eccitando.

Seduta sul letto attesi con il cuore in gola di sentire la porta della camera di Francesco che si chiudeva, con i pugni stretti abbandonati sulle cosce.
Curioso l’animo umano, talvolta. Quando udii la porta chiudersi e mi fui tranquillizzata mi sentii quasi delusa; e provai un vago senso di nostalgia per la lieve paura provata poco prima.

Il cuore mi batteva forte, io avevo la fronte lievemente imperlata di sudore (avevo chiuso gli scuri e le finestre per non farmi vedere dal palazzo di fronte e faceva molto caldo). Ed ero eccitata. Avrei dovuto chiudere la porta a chiave, ma mi fidavo della riservatezza di Francesco, che se avesse voluto entrare avrebbe bussato e atteso il mio permesso.

Forte di questa convinzione, e desiderosa di perseverare in quel lieve, dolce timore di essere beccata, mi distesi sul letto, e mi accarezzai a lungo. Ogni tanto interrompevo gli accarezzamenti per contorcere le braccia, tentando di sfilare i polsi. Una volta saputo che l’unico modo di venirne fuori era di tranciare la corda, diventava eccitante tentare di liberarsi in qualche altro modo: cercando di raggiungere il nodo, oppure provando ad allargare gli anelli.

A giudicare dal modo in cui la corda era annodata, se avessi avuto una grande forza fisica penso che avrei potuto anche allargarli, alla fine. Ma io non ci stavo riuscendo, ed ero emozionatissima. Per la prima volta in vita mia avevo i polsi saldamente legati fra loro, ed era una sensazione profondamente entusiasmante.

In quel momento avrei tanto voluto indossare un robusto bavaglio, ed avere anche i piedi legati. Avrei voluto avere legate anche le ginocchia, e delle corde strette attorno busto. Ma per quella volta mi limitai alle manette di corda, troppo presa dalle mie fantasticherie per avere la voglia di interrompermi ed aggiungere nuovi vincoli al mio corpo.

Venni con un senso di gratitudine nei confronti dello sconosciuto che mi aveva fatto dono di quella fantastica tecnica.

* * *

Non avevo mai pensato di adoperare la cantina. Ovvero ci avevo pensato, ma avevo scartato subito l’idea. Si accedeva alla cantina da una piccola porta nel sottoscala, ed era perlopiù un antro umido e pieno di cianfrusaglie appartenute al vecchio proprietario.

Di tanto in tanto Patrizio o Francesco scendevano in quei locali adoperando alcuni degli attrezzi del padrone di casa per piccoli lavoretti di bricolage. Continuavamo a dire che avremmo dovuto mettere insieme un po’ di soldi e farla finalmente sistemare, in modo da poter sfruttare quelle piccole stanze, ma in definitiva non se ne fece mai niente.

Era divisa in più vani, alcuni stretti e lunghi, alcuni un po’ più larghi. A dire il vero ci si sarebbe potuto fare veramente poco, laggiù.

Erano trascorsi due giorni da quando mi ero legata per la prima volta i polsi sul davanti adoperando le nuove manette in corda. Nel frattempo avevo ovviamente già fatto diverse prove.

Mi ero legata i polsi dietro la schiena, scoprendo che – sia pure con una certa, accettabile fatica – era possibile tagliare la fune. Acquistando sicurezza sui tempi di reazione mi imbavagliai più volte, e finii per arrivare a legarmi anche sul pavimento, mani e piedi. Dopo essermi debitamente tappata la bocca con un paio di vecchie mutandine e del nastro adesivo argentato mi ero dibattuta a lungo sul pavimento nel tentativo di raggiungere il cutter che avevo lasciato in un angolo ben lontano, su un tavolo.

Era uno dei miei giochi preferiti, e farlo sapendo che quel coltello era l’unica via di fuga possibile era molto diverso e molto più eccitante di quando lo facevo fingendo che avessi assolutamente bisogno di quel coltello. In quelle occasioni andava a finire quasi sempre che nel dibattermi i nodi si allentavano da soli, infastidendomi invariabilmente.

Per quanto si trattasse di giochi solitari e perversi, mi rendevano comunque felice. Trovavo anche molto rilassante lo stare legata per diversi minuti, senza alcun pensiero che le sensazioni che le corde mi davano sulla pelle. Era piacevole quel mio gioco segreto; piacevole ed eccitante, e non riuscivo a fare a meno di dedicarvi del tempo.

La mia sottile vena di follia, fomentata anche da un violento senso di eccitazione che mi pervadeva completamente, mi stava suggerendo di andare nello scantinato. Vi ero scesa per cercare delle candele (ovviamente per i miei giochini). Non avevo trovato le candele, ma mi ero resa conto di come quell’ambiente scuro e polveroso solleticasse le mie fantasie.

Vidi una vecchia sedia in un angolo, e l’immagine di me stessa legata saldamente su di essa, con la bocca coperta da un corposo bavaglio mi si disegnò nella mente con un tale nitore da sembrare vera. E se ci avessi provato? Perché no in fondo’ sarebbe stato sufficiente che mi portassi dietro tutto il necessario, corde, cutter, nastro adesivo. Sarebbe stata una esperienza unica, completamente nuova. Avrei provato il perverso brivido del disagio dovuto al fatto di essere per la prima volta non più dentro la mia stanza, chiusa a chiave ma in un posto completamente nuovo.

Al solito, mi rendevo conto che le possibilità di essere scoperta erano veramente scarse, abbastanza scarse da essere accettate: e nel frattempo avrei goduto di quella sottile ansia, così simile al quel senso di torbida anticipazione ed attesa che caratterizza il bondage. Quella sottile vena di paura che avrebbe reso tutto ancora più eccitante.

Appena ebbi formulato il pensiero completo, mi ritrovai nell’impossibilità di pensare ad altro. Ormai dovevo farlo, o non avrei più avuto pace! L’idea di quella sedia vecchia e tarlata mi avrebbe tormentato durante la notte, l’idea di me stessa che mi divincolavo sulla sedia nel buio per il terrore d’essere scoperta mi avrebbe torturato per i giorni a venire.

Salii in camera mia, e mi chiusi dentro. Dunque: in casa mancava solo Giovanna. Francesco era uscito da una oretta, ma di certo sarebbe stato di ritorno entro pochi minuti. Patrizio era al piano di sopra, e stava studiando con la radio accesa (come faceva? Mistero!). Virginia si stava probabilmente schiacciando il suo sonnellino pomeridiano, e appena sveglia avrebbe fatto la doccia, poi ci avrebbe impiegato una eternità a vestirsi; Virginia &egrave una di quelle ragazze che non si sentono a loro agio se non mettono il fondotinta e i tacchi anche solo per stare in casa.

Avrei potuto aspettare un momento migliore, un momento in cui fossi stata sola. Ma avrei avuto il coraggio, una volta sola in casa, di avventurarmi fin sotto la cantina? Dubitavo. Se ci fossi andata in quel momento era solo perché ero troppo eccitata e sedotta da quell’idea, e perché se pure avessi incontrato l’Uomo Nero lungo le scale, avrei sempre potuto lanciare un urlo, e i ragazzi sarebbero accorsi in mio aiuto.

Il cuore mi batteva forte, e la parte razionale di me mi suggeriva che era una follia: la cantina era buia, polverosa, sudicia, umida, un posticino tutt’altro che confortevole, perché andarmi ad infilare là sotto? Topi non ce n’erano di certo, ma se ne avessi visto uno mentre ero legata come avrei reagito? Ero capace di una crisi isterica, alla vista di un ratto, lo sapevo.

Un’altra parte di me trovava invitante proprio la sgradevolezza del posto: era come se mi fosse stato imposto da qualcuno; in fin dei conti se fossi stata rapita e tenuta prigioniera in una cantina, avrei forse potuto scegliere l’ambiente in cui stare?

Decisi che avrei aspettato tempi migliori, per fare quel gioco. Era meglio, in effetti certo. Sarei solo tornata un attimo giù a dare un’altra occhiata, non mi ci sarei soffermata più dello stretto indispensabile. Men che meno mi sarei sottoposta ad una seduta di self bondage.
Presi con me l’occorrente e mi diressi in cantina con il tuono del mio cuore che ormai riempiva il mondo, azzittendo in un colpo solo tutte le voci che nella mia testa mi sconsigliavano di farlo.

* * *

La cantina era in penombra, arrivava giusto un filo di luce da alcune piccole feritoie che davano sulla strada. Se uno si fosse disteso per terra, sul marciapiede ed avesse sbirciato dentro aguzzando gli occhi, mi avrebbe vista. Sentivo i rumori delle macchine che trasitavano, e di tanto in tanto udivo i tacchi dei passanti.

Appena aprii il sacchetto con dentro tutto il mio materiale segreto, mi resi conto che ero quasi del tutto sprovvista di corde. In effetti il problema principale di quelle manette di corda era che ogni volta occorreva tagliarle, sicché alla fine rimanevi senza.

Ma ricordavo benissimo che da qualche parte in quella cantina c’era della corda. Non avevo mai voluto usarla perché non mi apparteneva, era del vecchio padrone di casa. Ed era rigida, di canapa intrecciata, piuttosto ruvida e polverosa. Ero talmente eccitata che persino l’idea di usare una corda che normalmente non avrei mai usato in quanto troppo sporca, mi stuzzicava. Al solito trovavo eccitante l’idea che in un rapimento non mi sarei potuta scegliere le corde che preferivo. Ne tranciai due pezzi di un metro buono ognuno, con il cutter. Era rigida, si tagliava con difficoltà, ma si tagliava.

Rapidamente piegai ed annodai la corda fino ad ottenere le famose manette.

Scelsi uno dei tanti piccoli vani di cui la cantina era composta. Dalla stanza principale nella quale ci si trovava appena scese le scale, girando a destra si trovava una porta chiusa con un chiavistello. Questa porta si apriva producendo tre caratteristici cigolii in sequenza, progressivamente più alti. In questa stanza c’era un grosso tavolo di lavoro ingombro di ogni genere di vecchi oggetti arrugginiti.

Fra la porta ed il tavolo, entrando a destra, c’era un’altra porticina più piccola, con maniglia. Da lì si entrava nel locale da me scelto: era una specie di corridoio, probabilmente uno spazio di risulta senza nessuna ragione d’essere. C’era ancora uno scaffale adibito a rastrelliera per il vino con tre o quattro bottiglie in orizzontale, ma nessuno di noi aveva mai osato aprirne una. Era profondo una trentina di centimetri e lungo forse due metri. Infilai la sedia nel vano, e mi ci sedetti provando ad incrociare i polsi dietro lo schienale. C’era appena lo spazio per muoversi.
Indossavo jeans tagliati corti e una camicia maschile di cotone blu. In preda ad una autentica follia autolesionista, incurante della polvere del posto, mi tolsi i jeans e li posai con cura sulla sacca che avevo usato per portare giù il mio armamentario.

Fissai con una striscia di nastro adesivo il cutter ad una delle gambe posteriori della sedia. Lì avrei potuto raggiungerlo facilmente. Ci pensai su’ lo avrei potuto raggiungere troppo facilmente. Quindi lo presi e lo portai fuori dal vano, oltre la prima porticina. Lo posai sul tavolo. Quando avessi voluto liberarmi avrei dovuto saltellare un po’, proprio come un eroina rapita in un film.

Mentre compivo questi gesti mi rendevo conto che stavo trasgredendo sistematicamente tutte le regole che fino a quel giorno mi ero imposta di rispettare senza alcun genere di concessione. Sapevo che stavo correndo il rischio di cacciarmi nei guai, ma non riuscivo a fermarmi. L’ambiente era inquietante e silenzioso, avevo paura di quella cantina. Ma mi eccitava la mia paura. Paura di cosa, poi? Del famoso Uomo Nero? Ebbene, Uomo Nero, vieni, manifestati, ma abbi la compiacenza di legarmi ed imbavagliarmi per bene, te ne supplico! E poi fa’ di me ciò che vuoi, perché io sarò immobilizzata e non potrò opporre alcuna resistenza!
Era esattamente ciò che pensavo: dovevo essere diventata pazza.

Almeno di una cosa mi sentivo più o meno sicura: il cutter c’era. Non era facilissimo da raggiungere ma c’era. Mi sarei legata mani e piedi, ma non alla sedia. In qualunque momento mi sarei potuta alzare e saltellare a piedi uniti fino al cutter. Anche se la mia follia mi avesse spinto a chiudere la porta fra me e il cutter, avrei potuto riaprirla senza troppe difficoltà anche con le mani legate dietro. Inoltre, sebbene i miei amici fossero tutti presenti in casa, calcolavo che nessuno di loro avrebbe avuto bisogno di scendere in cantina nella prossima oretta. Non era una certezza matematica, ma il mio febbrile stato di eccitazione mi suggerii che mi potevo accontentare.

Finalmente mi sedetti. Tirai un profondo sospiro, poi cominciai a legarmi strettamente le caviglie, incurante dei segni che mi sarei procurata. Mi infilai in bocca una vecchia calza autoreggente e mi avvolsi attorno alla testa l’altra calza facendola passare fra i denti: era il mio bavaglio preferito. strinsi bene in modo da spingere il riempimento della mia bocca più in profondità. Poi adoperai tre strisce di nastro adesivo preventivamente tagliate ed incollate provvisoriamente sulla manica della camicia, per sigillarmi del tutto la bocca.
Infine, con gesti lenti, portai le braccia dietro lo schienale, infilai i polsi negli anelli e mi legai stretta, tirando i capi come meglio potevo.

Ero pronta. Se l’Uomo Nero fosse apparso in quell’istante, avrebbe visto un delizioso bocconcino di ragazza seminuda, legata ed imbavagliata dentro la propria cantina. Mi faceva compagnia il mio battito cardiaco concitato. Nonostante il fresco, sudavo per l’eccitazione. Avevo le mutandine fradice, sul davanti, e il sentirmi graffiare la pelle delle natiche dal sedile vecchio e scheggiato non faceva che aumentare a dismisura il mio godimento. Avrei tanto voluto avere a disposizione una delle mie corde pulite, per potermela avvolgere attorno alla vita e poi passare fra le gambe: invece avevo solo quella vecchia corda con me, e non me la sentivo di farla venire a contatto con le mie parti più intime. Almeno in quello fui saggia.

Rimasi legata sulla sedia circa una ventina di minuti, calcolai. Trascorsi il tempo in gran parte a mugolare sommessamente e a godermi la rigida resistenza delle corde. Muovevo le gambe sentendo le caviglie bloccate dalla fune, e lo stesso facevo con le braccia scuotendole un po’. Mi immaginai varie storie in cui io ero stata rapita e segregata in cantina, magari per giorni e giorni.

Vidi un ragnetto risalire lentamente lungo il muro, a mezzo metro circa da me. Diede il via ad una serie di orripilanti fantasie. Masochisticamente giocai con le mie paure, fingendo di vedere un topo in un angolo: mi sforzai talmente tanto di vederlo che alla fine fu quasi come vederlo realmente. Più aumentava il mio senso di disagio e di paura (tanto il topo di fatto non c’era), maggiore era la mia eccitazione.

Cominciai a rimpiangere di non avere avuto una corda da passarmi fra le gambe: se l’avessi avuta sarebbe stata una delizia farsi stimolare da quei movimenti che stavo compiendo. Feci assurdi progetti per giochi futuri: avrei adoperato una corda fra le gambe; oppure avrei trovato qualcosa da infilarmi nel corpo e sopportare quella dolce tortura; oppure, ancora, avrei potuto mettere il cutter più a portata di mano, in modo da potermi legare alla sedia ancora più saldamente.

Ma stava trascorrendo troppo tempo: decisi che era il momento di sciogliermi, farmi una doccia ed infine cercare di soddisfarmi. Ero eccitatissima, oltre ogni misura.

Mi alzai quindi in piedi, cautamente. Adesso avrei dovuto saltellare fino alla porta, aprirla, recuperare il cutter e tranciare la fune. Dopo i primi due salterelli mi resi conto di quanto ero stata stupida: saltare a piedi uniti con le scarpe da tennis slacciate ai piedi non era facile come sembrava. La cosa mi fece innervosire e decisi di accelerare i tempi, pur facendo attenzione a saltellare senza cadere.

Ero al quarto salto quando la luce si spense all’improvviso.

Il locale piombò in una oscurità densa come il catrame, ed io mi ritrovai con il cuore in gola, legata e imbavagliata dentro la mia cantina, al buio più completo.

* * *

Il mio cuore fece una vera e propria capriola nel petto, e sentì i capelli dietro la nuca rizzarsi freddi ed irti. Era andata via la corrente, Dio santo! Era andata via la corrente mentre ero legata in cantina! Cominciai a sudare freddo sentendomi nella merda, più o meno come mi ero sentita quella volta che da piccola mi ritrovai i polsi bloccati dentro le spire del cavo telefonico. Non avevo preso in considerazione quella sia pur remota eventualità.

Me ne stetti un paio di minuti buoni, in attesa silenziosa. Ero terrorizzata dalla situazione, sola in una cantina completamente buia. Non filtrava neppure la luce dall’esterno e questo voleva dire che ero rimasta legata più tempo di quanto avessi calcolato, perché era scesa la sera. Dovevano essere le otto, più o meno.

Al piano di sopra sentii i ragazzi che cominciavano a muoversi cautamente per la casa, parlando fra loro. Non capivo quello che dicevano, ma probabilmente imprecavano. Mi resi conto che avrei dovuto vedere se non altro una pallida luce provenire dall’illuminazione stradale attraverso la stretta feritoia che dava sul giardino in fondo al corridoio: questo significava che la corrente era mancata a tutto il quartiere, che non era semplicemente scattato il contatore di casa nostra. Quindi la corrente non sarebbe stata ripristinata a breve.

Il cutter era fuori portata. Non sarebbe stato facile raggiungerlo con la luce, saltellando e aprendo la porta. Figurarsi al buio. Ero bloccata nel bel mezzo del corridoio, con la mia sedia alle spalle e la porta immersa nell’oscurità davanti a me.

Mi imposi di ragionare con calma, ingoiando il panico. Avrei solo dovuto aspettare. Perché quell’imprevisto mi stava facendo temere di essere scoperta all’improvviso? In fondo non era ragionevole pensare che qualcuno dei miei amici decidesse di scendere giù in cantina senza luce. Per fare cosa poi? No, da quel punto di vista potevo sentirmi al sicuro, almeno razionalmente.

Emotivamente il discorso era diverso. E poi avevo paura. Paura del buio, pura e semplice.
Non potevo aspettare che la luce tornasse, avrebbe potuto impiegarci pochi altri minuti, come delle ore’

Provai a muovere dei timidi ed incerti passettini a piedi uniti, muovendomi di uno o due centimetri per volta. Cercai di essere cauta: cadere in avanti in quelle condizioni sarebbe stato disastroso, avrei rischiato di farmi seriamente male. Intanto le voci provenienti dal piano di sopra continuavano:

Patrizio disse qualcosa ad alta voce, e seguirono alcune risate. Si erano già accorti che non ero in camera mia? Nella paranoia del momento mi convinsi che stessero ridendo di me, ma non era il momento di fare simili pensieri.

Dopo un tempo che mi parve interminabile raggiunsi finalmente la porta. Mi girai di spalle, cercando la maniglia a tentoni. Le mie mani legate brancolavano nel buio tastando il legno ruvido della porta. Finalmente trovai la maniglia ed aprii.

Nel momento in cui superavo cautamente la soglia, udii che la porta della cantina in cima alle scale veniva aperta, e le voci di Patrizio e Francesco si fecero d’improvviso chiare e distinte.

Stavano venendo giù in cantina. Ricordo ogni parola del loro dialogo:

– ‘ esserci delle candele, quaggiù. – stava dicendo Patrizio.
– Ma non ti avevo detto di portarle su, accidenti a te? – chiese Francesco.
– Ma non te potevi portartele da solo? Qua sotto non si vede un cazzo, dammi l’accendino che faccio strada.
– Fai piano, ci sono le scope appoggiate al muro’
– Sì, mamma. Faccio pian’ eh che cazzo! Ho inciampato in una scopa!
– Sì mamma, sì mamma! – lo schernì Francesco, imitando la voce baritonale di Patrizio.
– Solo dei deficienti terrebbero le candele in cantina! Ma come si fa?
– Ci dovrebbe essere una di quelle lampade a petrolio. Magari ne becchiamo una.

Cercavano le candele, quelle che io stessa avevo cercato nel pomeriggio senza trovarle. Stavano venendo giù in cantina, dove la loro compagna di appartamento stava dedicandosi a del self bondage prima di essere sorpresa dalla mancanza di corrente. Mi avrebbero trovata.

CAPITOLO 2

Per un attimo provai una paura ed una vergogna talmente intensa che temetti di svenire. Non avrei mai fatto in tempo a cercare il cutter e tagliere la fune che mi legava; ma se pure lo avessi fatto cosa avrei ottenuto? Mi avrebbero trovata in cantina con addosso solo le scarpette da tennis ed una camicia, che spiegazione avrei potuto dare loro? Dimenticandomi del tutto che indossavo delle robuste manette di corda, strattonai freneticamente i polsi. Adesso che mi sentivo in pericolo non c’era più nulla di divertente nello starmene legata. Era anzi orribile non poter adoperare le mani, non potersi muovere, non poter scappare. Ero bloccata!

Continuai così qualche secondo, con le mie braccia che quasi si muovenano da sole, lottando contro le corde. Ricordo che dovetti fare uno sforzo per ordinare loro di fermarsi. In quel modo non risolvevo niente, e mi stavo scorticando i polsi.

I ragazzi stavano scendendo le scale, continuando a prendersi in giro a vicenda. Procedevano lentamente per non farsi male. Patrizio era probabilmente davanti, ed essendo alto quasi due metri si muoveva a fatica in quell’ambiente angusto. Io ero nella stanzina attigua a quella dove si sarebbero ritrovati loro dopo l’ultimo gradino: ci avrebbe separati solo una porta socchiusa, una volta che fossero stati giù. Non avevo mai provato una paura così intensa prima di allora, ero disperata e maledicevo le mie manie e la mia idea di legarmi in cantina: non potevo accontentarmi di farlo in camera mia?

Se non fosse stato per le loro voci che mi fornivano un punto di riferimento, non avrei saputo come orientarmi. Tornai a muovere dei passettini lenti, per rientrare nella stanza nella quale mi ero legata. Mi aiutai con una spalla a chiudere la porta, poi sentii le forze che mi mancavano quando udii le loro voci così vicine, e mi accasciai per terra strisciando sulla porta. Il pavimento ero sporco e polveroso, ma mi ci sedetti quasi con gratitudine: accucciata nell’angolo mi sentivo protetta, anche se era assurdo pensarla così.

– Cazzo, scotta! – esclamò Patrizio. La sua voce era orrendamente vicina. Doveva essersi bruciato le dita con l’accendino.
– Fesso, cosa ti aspettavi? Fallo raffreddare un attimo prima di riaccenderlo.
– Ma si &egrave vista Silvia? – chiese Patrizio. Parlava di me. Gesù! Oh, Gesù!
– No, non &egrave uscita dalla stanza. Forse dorme, non si dev’essere accorta di niente.
– Forse dorme. Forse! – scherzò Patrizio. Mi aveva sempre fatto un garbata corte, il primo anno con convinzione, poi aveva continuato a farlo per scherzo anche quando aveva capito che non poteva funzionare.
– Dì la verità’ – chiese Francesco a bassa voce – ti piace, vero?

Il mio cuore era una carica di bufali in una prateria, lo sentivo martellare nelle orecchie e a tratti avrebbe potuto coprire le loro voci. Una goccia di sudore mi scivolò nell’occhio, facendomelo bruciare.
– Scusa, ne possiamo parlare in un altro momento? E’ buio pesto quaggiù, dai, cerchiamo ‘ste cazzo di candele.

Confabularono a bassa voce per un po’. A volte non capivo cosa dicessero. Io ero appoggiata con la schiena alla porta, ed oltre la parete al mio fianco sentivo le loro voci, e i rumori di oggetti che venivano spostati nel corso delle ricerche. Il fatto di dipendere da quell’accendino li costringeva a delle continue pause, rallentando di molto le loro operazioni.

– Non le trovo, porca puttana! – si lamentò Francesco.
– Guardiamo qui dentro, – disse Patrizio, e li sentì spingere la porta che li conduceva alla stanzina attigua a quella in cui ero rintanata io. Udii i tre cigolii in sequenza, progressivamente più alti.
Avevo rinunciato a lottare contro le mie manette di corda, erano invincibili. Rassegnata a dovermene stare legata e imbavagliata fino al momento in cui non mi avessero scoperta, mi appiattivo contro la porta, accucciata nell’oscurità, pregando.

Avevo voglia di piangere, invece dovevo trattenere il respiro, perché loro erano oltre la porticina contro la quale ero appoggiata io.

– Ma che cazzo di casino, in questa cantina! Guarda, &egrave tutto lercio. Se tocchi qualcosa ti becchi il tetano. – si lamentò Francesco.
– Guarda là sopra quello scaffale, dovrebbero essere lì.
– Fammi luce. Niente, non c’&egrave niente.

Se avessi saputo con certezza che le candele erano in quella stanza forse sarei stata meno spaventata. Invece io stessa le avevo cercate poche ore prima per tutt’altri utilizzi, senza trovarle. In effetti non ricordavo d’aver guardato nella stanza nella quale ero in quel momento, per cui le candele avrebbero potuto essere lì, accanto a me, posate sullo scaffale che una volta era servito per contenere le bottiglie di vino del padrone di casa.

Patrizio diede un pugno di stizza contro la mia porta, dall’altra parte. Io che vi tenevo il capo appoggiato incassai il colpo sentendomi rintronare la testa. Chiusi forte gli occhi per il lieve dolore e lo spavento. – Ma che cazzo, non torna più la luce? – Patrizio aveva una voce possente, quando alzava il volume. Mi fece rabbrividire, come rabbrividivo da bambina quando papà era in collera con me e alzava la voce.

– Torniamo su? Qui non ci sono, dai.

Mi si accese una speranza nel cuore. Sì, andate via, andate via!

– Proviamo qua dentro, – disse Patrizio, e lo sentì appoggiare la mano contro la maniglia.

Era finita. Provai un capogiro quando udii la maniglia che ruotava: di lì ad un secondo avrebbe spinto la porta, incontrando la resistenza del mio corpo.

– Aspetta! – esclamò Francesco. – Fai luce qui. – Poi, dopo una manciata di secondi: – Eccole, che cazzo!

Il sollievo fu tale che per un attimo pensai che me la sarai fatta sotto. In effetti mi scappava, ma in quel trambusto non ci avevo fatto caso.

– Eccolo qua, nuove nuove. Dicevo io che c’erano. Dammi che accendo’

Continuando a trattenere il respiro attesi che andassero via. Ma perché non andavano via? Non avevano trovato quello che cercavano? Non so come mai quando le avevo cercate io non le avevo viste: da quel che capivo dovevano essere sullo stesso tavolo dove avevo lasciato il taglierino.

Come dando voce ai miei pensieri udii Francesco che chiedeva:- Che ci fa qui questo cutter?

Di nuovo il cuore in gola. Avevano trovato il mio taglierino. Adesso avrebbero pensato: un taglierino in una cantina a cosa può servire, se non a tagliare le corde di una ragazza che pratica self bondage?
– Ma come cazzo c’&egrave finito, qui? Non &egrave quello di Silvia?

Sentì che Francesco apriva e richiudeva la lama, producendo quella serie di scatti che in quei giorni mi era diventata molto familiare.

– Ma che cazzo vuoi che ne sappia? Andiamo, dai. Le bambine sono ancora al buio.

I due ragazzi si allontanarono ma non feci in tempo a godermi il sollievo, perché chiusero la porta della stanza attigua con il chiavistello dall’esterno: la porta si poteva chiudere ed aprire solo da fuori; in pratica ero stata rinchiusa dentro.

Il sunto della mia situazione: legata mani e piedi, imbavagliata, al buio completo, rinchiusa dentro una stanza in cantina. Magnifico. Era esattamente il tipo di situazione che decine di volte avevo immaginato, eccitandomi. Eppure in quel momento non ero eccitata. Avevo solo voglia di piangere. Non mi ero mai sentita così stupida e spaventata come in quel momento.

* * *

Il panico era il mio peggior nemico, in quel momento. Lottavo per tenerlo a freno, imponendomi una immobilità ancora maggiore a quella alla quale ero costretta dalle corde. Mi sarei potuta lasciare andare ad una crisi isterica, dibattendomi come una forsennata sul pavimento sporco di quella cantina, lottando senza speranza contro i legacci che mi stringevano.

Calma, mi dissi senza convinzione. Stai calma e ne verrai fuori. Non ti agitare. Sì, sei stata una stupida, avrai tutto il tempo per rimproverartelo, ma dopo! Dopo che ne sarai venuta fuori. Ora, per favore, calmati e ragiona. Ragiona, pensa!

Invece mi lasciai andare ad un pianto quasi disperato. Il nastro adesivo, fra sudore e lacrime, si stava ormai staccando del tutto, ma la calza era stata ben stretta attorno alla testa: il nastro adesivo era stata una aggiunta mia, giusto per assaporare quella sensazione che la mia malattia mi faceva piacere tanto, quella dell’adesivo sulle guance. Però il bavaglio era efficace anche senza.

Scossi la testa cercando di scrollarmi di dosso il nastro adesivo, ma rimase comunque attaccato blandamente al volto.

Dunque: avevo i piedi legati. Non ricordavo se avessi stretto i nodi sul lato anteriore o posteriore delle caviglie. Questo era fondamentale, perché avrei potuto sperare di sciogliere il nodo solo se essi fossero stati raggiungibili dalle mani, una volta inginocchiatami. Questa era la prima cosa da verificare.

Secondo: il mio cutter era stato trovato dai ragazzi. L’avevano rimesso al suo posto o se lo erano portato via? La sola idea che potessero avermi privato della mia unica via di fuga mi terrorizzava al punto da mozzarmi il fiato. In realtà sapevo che avrei dovuto essere più che pronta a quella evenienza: se lo avessi trovato io, quel cutter, l’avrei certamente portato su, pensando che fosse stato dimenticato.

Terzo: ero rinchiusa all’interno di quello stanzino. Per quel che ricordavo la porta non era particolarmente robusta, forse uno come Patrizio avrebbe potuto sfondarla con un calcio ben assestato. Patrizio superava il quintale. L’ultima volta che io mi ero pesata avevo gioito nel vedere l’ago della bilancia fermo sul 53. Avrebbe potuto, una ragazza esile come me, sfondare quella porta? E se l’avessi sfondata non avrei fatto un sacco di rumore, attirando giù i ragazzi? Ma soprattutto: come avrei spiegato la distruzione di quella porta, in seguito?
L’analisi della mia situazione portava ad una conclusione semplice e chiara: ero nei guai.

* * *

Da piccola, una volta mi ero andata a cacciare in un guaio simile. Mi legavo da sola ogni volta che i miei uscivano: appena udivo il motore dell’auto sparire oltre il vialetto, correvo a prendere il necessario, e mi legavo.

Non capivo le mie fantasie, e c’erano occasioni in cui ne ero anche un po’ spaventata. Ma non sono mai riuscita a smettere di legarmi da sola, anche se si trattava il più delle volte di legature blande, facili da sciogliere senza sforzo: ero molto cauta, anche quando non possedevo ancora i mezzi per realizzare legature più complesse.
Ero terrorizzata dall’idea di stringere troppo e non riuscire più a slegarmi, con la prevedibile eventualità che i miei rientrassero trovandomi in quelle condizioni.

In una sola occasione esagerai senza rendermene conto, e mi ritrovai con i polsi legati davanti tanto strettamente da non riuscire più a liberarmi. Quel giorno avevo deciso che ero stanca delle cinghie degli accapatoii, e volendo provare qualcosa di nuovo avevo adoperato un paio di metri di cavo telefonico, recuperato nel laboratorio di mio padre. Non so neppure io come feci, avvolsi a caso i polsi, stringendo i nodi tavolta aiutandomi con i denti. Fatto sta che ad un certo punto mi accorsi che i polsi non venivano più via.

Mi spaventai moltissimo, strattonando i polsi avvinti dentro quel cavo robusto. Le mani mi erano diventante rosse, e mi sentivo sull’orlo delle lacrime. Da piccola ero ovviamente più incosciente, e per quanto fossi spaventata mi fu più facile cercare e trovare la soluzione. Invece di cercare di sfilare i polsi, mi diressi in cucina dove riuscì a prendere un coltello. Con non pochi sforzi e la paura che il coltello non riuscisse a tranciare l’anima in rame del filo riuscii a slegarmi tagliando il cavo in due.

Buttai via il pezzo più corto di cavo telefonico, e rimisi quello più lungo la suo posto. Per una settimana buona vissi nell’incubo che mio padre potesse accorgersi che il filo si era inspiegabilmente accorciato e che venisse a chiedere spiegazioni; peggio, temevo che notando che era successo qualcosa al suo cavo intuisse l’uso che ne avevo fatto. Era assurdo, ovviamente, ma queste erano le mie paure.

Dopo quella volta mi resi conto di quanto effettivamente rischiassi, nel praticare self senza la giusta accortezza. Probabilmente quell’avvenimento mi insengò molto, e non era affatto difficile che possa esserci quella esperienza dietro il mio timore di ricorrere alle manette. Avevo resistito per anni alla facile tentazione di “esagerare”, e mi ero trovata bene.

Fino al giorno in cui scesi in cantina, dimenticandomi di tutto ciò che l’esperienza mi aveva insegnato. Sola nel buio della cantina, prigioniera di una mia fantasia divenuta realtà, tornai con il ricordo a quella storia del cavo telefonico. Quella volta ne ero venuta fuori ragionando con calma, senza lasciarmi travolgere dal panico.

* * *

Maledissi il vecchio padrone di casa. Perché aveva fatto mettere il chiavistello alla porta? Di cosa aveva paura? Che senso aveva quel chiavistello messo lì per chiudere una porta interna?
Sarebbe stato giustificato solo fosse esistito il rischio che qualcuno, dalla strada, entrasse in cantina attraverso quelle stupide feritoie e’

Le feritoie! Ma certo! Mi girai al buio verso il punto dove ricordavo ce ne fosse una. Cercai di fare mente locale.

Dunque: ricordavo con precisione che la finestrella in fondo al vano stretto e lungo in cui mi trovavo non dava sulla strada, bensì sul giardino di casa nostra.

Gli occhi si erano già abituati al buio, ma faticavo a vedere la finestra. Vedevo un rettangolo di ombra appena più chiaro, in fondo. Ma poteva benissimo darsi che me lo stessi immaginando. Per quanto il padrone di casa si fosse premurato di montare un chiavistello alla porta, non aveva pensato di chiudere quella apertura con una grata. Lo ringraziai di cuore con il pensiero, chiudendo gli occhi.

Non ricordavo con precisione quanto fosse ampia l’apertura, poteva benissimo darsi che non fossi stata in grado di passarvi attraverso.

Questa considerazione mi diede la forza di continuare a tentare. Mi inginocchiai e iniziai a tastare la corda che legava le mie gambe alla ricerca del nodo. Lo trovai. Dio, ti ringrazio, ti ringrazio! Il nodo era sulla parte posteriore delle caviglie. Se fosse stato davanti sarebbe stato un ennesimo guaio. Invece per puro caso era dietro! Cercai di convincermi che l’avessi annodata dietro di proposito, proprio per poterlo raggiungere più facilmente in caso di emergenza. Ma onestamente non ricordavo di averci pensato. Era stato un caso.

Lavorai con impegno muovendo scomodamente le dita, e dopo diversi minuti di sforzi ed una nuova sudata, finalmente il nodo cedette, dando sollievo alla mia anima e alle mie povere caviglie.
Mi alzai in piedi.

Le gambe mi tremavano per il nervosismo e la paura.

Mi rassicurava alla lontana pensare che almeno non avrei finito i miei giorni in quella cantina, disidratandomi con il passare delle ore: se entro qualche ora non fossi stata in grado di venirne fuori avrei chiamato aiuto: questo avrebbe significato dare delle spiegazioni talmente imbarazzanti da non riuscire neppure a concepirle, ma era pur sempre meglio dover dare spiegazioni, piuttosto che morire di sete nella propria cantina.

Maledizione a me, alla mia perversione, e accidenti al self! Maledetto lo sconosciuto che aveva messo sul suo sito quelle istruzioni per realizzare il nodo manetta! Guarda in che razza di situazione mi trovo, diosanto! Appena esco di qui ti scrivo una bella e-mail piena di insulti, dannato maniaco!

Uscii dal bugigattolo muovendomi finalmente con dei passi veri e propri, e mi misi a tastare con le mani il piano del tavolo dove avevo lasciato il cutter, senza troppa speranza. Ovviamente non lo trovai: poteva anche essere che Francesco lo avesse riposto distrattamente da qualche altra parte, ignaro del guaio nel quale mi aveva cacciato.

Forse trascorsi una decina di minuti a toccare con le mani il tavolo, sperando di posare il palmo sul taglierino, caparbiamente. Alla fine rinunciai.

Se volevo liberami da quella corda dovevo trovare un’altra soluzione. Se invece che restare chiusa in quello stupido stanzino mi fosse capitato di trovarmi nel locale dove il padrone di casa teneva alcuni attrezzi da lavoro, avrei potuto cercare qualcosa per tagliare le corde. La sfortuna mi perseguitava, ma non recriminavo contro di essa: me la prendevo solo con la mia stupidità. Me l’ero cercata, in fondo.

Mi venne in mente un’idea, sia pure pericolosa, ma era meglio di niente. Tornai nello stanzino stretto e lungo, cercando in quella selva di ombre di dare le spalle alla improvvisata rastrelliera per le bottiglie di vino. Ce ne doveva essere qualcuna di bottiglia, e mi misi a palpare i ripiani freneticamente.

Le mie mani toccarono legno polveroso per una infinità di volte e stavo cominciando a temere che potessi ricordare male, che le bottiglie non erano mai state lì. Ma stavolta non era come per il cutter. Stavolta sapevo che c’erano, maledizione! Dovevano esserci!

E finalmente ne toccai una, fortunatamente piena.

Fai attenzione in nome di Dio, fai attenzione! Mi girai, in modo da dare le spalle alla porta, e lasciai cadere la bottiglia per terra facendo contemporaneamente un passo avanti, per sicurezza. La bottiglia si schiantò in una esplosione di vino, vetro ed odore cattivo. Restai con il fiato sospeso, aspettando di udire voci al piano di sopra. L’avevano sentito i miei amici quel rumore? Dopo qualche secondo giudicai di no.

Avevo i polpacci grondanti di liquido fresco e denso che gocciolava giù infilandosi nelle scarpette da tennis e facendomi un solletico fastidioso, come di mosche. Mi appoggiai al muro con una spalla, per tenere meglio l’equilibrio, e mi misi a cercare cautamente con il piede un pezzo di vetro adatto. Quando ne trovai uno che giudicai (per quel che potevo attraverso la suola della scarpa) della dimensione adeguata, lo isolai con un calcetto dal resto del gruppo. Lo colpii e lo spinsi con la scarpa finché non mi parve fuori dalla pozza fangosa di vino misto a polvere sul pavimento. Mi accovacciai e lo presi fra le mani delicatamente.

Il resto dell’operazione fu lenta ed angosciante. In certi momenti mi ritrovai a disperare di riuscire a tagliare quella corda con il coccio di vetro. Muovere le mani dietro la schiena non era facile, sentivo i polsi ardermi tutt’intorno, dove la corda aveva sfregato la pelle a causa dei miei sforzi. Ma non avevo altra scelta, e continuai a segare la fune con il coccio di vetro viscido. Ad un certo punto mi sedetti sulla sedia che aveva preso parte ai miei giochi, in una mia vita precedente.

Quando mi stancavo facevo riposare le dita, a volte passavo il coccio nell’altra mano, poi riprendevo cercando di tagliare in corrispondenza della fenditura già aperta. Le dita mi dolevano in modo intollerabile, sarebbe bastato un gesto sbagliato e il coccio mi sarebbe caduto di mano, per non parlare del rischio di tagliarmi.

Una o due eternità dopo, con me ormai in un bagno di sudore, la corda si tranciò. Semplicemente, senza squilli di tromba o fuochi artificiali la fune cedette spezzandosi, ed io ebbi finalmente le braccia libere. Sciolsi freneticamente il nodo, sbarazzandomi del tutto da quella odiosa manetta in canapa. I polsi mi facevano male, ma soprattutto avevo dolore alle dita con le quali avevo tenuto in mano il coccio di vetro.

Fase numero due: senza perdere tempo avvicinai la sedia alla parete di fondo, dove ricordavo ci fosse la finestrella. Montai sulla sedia, alzandomi lentamente, per paura di battere il capo sul basso soffitto che non vedevo.

La finestrella c’era, grazie a Dio! Ricordavo bene. Era proprio lì davanti a me, e sembrava anche abbastanza grande da permettermi di sgusciare fuori. Il telaio era vecchio e deformato, ma la finestra si aprii verso l’interno e verso il basso. Fui raggiunta da una ventata di fresco che diede un sollievo infinito al mio volto arroventato.
Non mi pareva di udire rumori in giardino, sentivo solo frinire dei grilli ignari.

Mi ricordai di essere in mutande, e tornai giù. Trovai i miei pantaloncini, avrei pensato dopo a far sparire le tracce della mia attività segreta. Questo mi fece ricordare che fra l’altro avevo ancora il bavaglio in bocca: l’avevo tenuto addosso così tanto tempo che ormai non ci facevo più caso. Me lo tolsi in gesti rabbiosi, scagliando nel buio il nastro appallottolato.

Appena mi fui vestita, salì di nuovo sulla sedia, stavolta percependo più chiaramente le ragnatele che si stavano impastando ai miei capelli. Con braccia esauste e quasi prive di forza mi issai.

Mi si incastrò un po’ il culo mentre uscivo, ma dopo diversi sforzi mi ritrovai fuori, sia pure al prezzo di una scarpetta. Irrazionalmente mi tolsi anche l’altra, e la buttai nella cantina al seguito della prima.

Ero libera! Ero finalmente di nuovo libera: stentavo a credere d’aver avuto così tanta fortuna. Adesso le spiegazioni che avrei dovuto dare sarebbero state molte di meno, se fossi stata scoperta. Speravo di non essere costretta comunque a darle, poiché avevo di certo camicia e jeans sporchi, puzzavo di vino marcio, e avevo sicuramente i segni del bavaglio sul volto, e quelli delle corde su polsi e caviglie.

Mi sedetti contro il muro, accanto alla finestra per riprendere fiato. Dopo l’oscurità della cantina, il buio della notte all’aperto pareva quasi luce diurna. Vedevo distintamente il vecchio dondolo sfondato che Patrizio tentava ogni tanto di riparare, ma che cedeva invariabilmente ogni volta sotto il suo peso. Vedevo l’insulsa statuina, imitazione scadente in gesso della Venere di Milo al centro della fontanella essiccata. Vedevo il tavolino da picnic circondato dalle sedie di plastica bianca, sul quale solo la sera prima avevamo consumato una cena. Il muro di cinta che ci proteggeva dall’esterno era un muro di notte nera, ma si distingueva con chiarezza la vecchia apertura, ora murata. Il resto era silenzio, e frinire di grilli. Dio ti ringrazio, pensavo. Ti ringrazio, Dio.

Mi alzai e salii cautamente le poche scale per raggiungere il piccolo terrazzo immediatamente fuori dalla cucina. Le mie ore di sfortuna erano terminate, la cucina era deserta, e la porta era aperta. Se fosse stata chiusa sarebbe stato un guaio, non avevo con me le chiavi. Aprii la zanzariera e mi introdussi in casa camminando in punta di piedi nudi.

I miei amici erano al piano di sopra, li sentivo chiacchierare. Mi chiedevo se avessero già provato a bussare alla porta della mia camera senza ottenere risposta, o se per caso, magari Virginia avesse provato addirittura ad entrare scoprendo che non ero nel mio letto, dove si sarebbe dovuto supporre che fossi dal momento che non avevo reagito minimamente all’assenza di corrente.

Mentre salivo le scale silenziosa come un ombra, camminando a stento al buio, cercavo di elaborare una qualche giustificazione. Fu in quel momento che Patrizio uscii dalla stanza di Virginia dove erano riuniti tutti e tre.
– Buio o no io ho fame, e vado a mangiare! Se volete’ – poi mi vide sulle scale e trasalii per la sorpresa – Oh, cazzo! – esclamò. – Cristo, Silvia, sei tu! Mi hai fatto prendere un colpo!
– E’ andata via la luce? – chiesi io stupidamente, per guadagnare tempo. Mi sorpresi della naturalezza della mia voce.
– No, stiamo risparmiando sulle bollette. – gridò Francesco da dentro la camera di Virginia. Il solito spiritoso, ma me la meritavo una risposta stupida. Patrizio iniziò a scendere le scale venendomi incontro. Se la luce fosse tornata in quel momento sarebbe stato evidente quale era lo stato pietoso nel quale versavano i miei abiti e tutto il mio corpo. Sarebbero stati visibili anche i segni rossi sulla pelle.

– Gesù, cosa &egrave quest’odore? – chiese Patrizio. Si riferiva al vino che mi aveva bagnato le gambe ed i piedi. – Hai fatto il bagno nell’aceto? – mi domandò. Il cuore tornò a rullarmi nel petto, ma io risposi con calma, sorridendo, pur senza guardarlo in faccia:- Certo, per la cellulite, so che non ti piace molto. – mentre parlavo continuavo a salire le scale, fino a dare le spalle e Patrizio.
– Ah, grazie – mi rispose lui. – Apprezzo, ma la prossima volta che vuoi farti bella per me magari prima chiedimi se preferisco la cellulite o l’odore di aceto. Ma da dove stai ven’?
– Non mancherò! – lo interruppi:- Ora scusami, ma visto che non ti piace, vado a levarmi di dosso questa puzza! – E mi infilai nella mia stanza, chiudendomi dentro.

Ridendo e scherzando avevo più o meno eluso le domande, non gli avevo dato il tempo di chiedermi dove mi fossi cacciata, e da dove stessi venendo. Per il momento l’avevo fatta franca.

Mi appoggiai alla porta con la schiena, poi le gambe non mi ressero più e mi lasciai scivolare verso il basso fino a sedermi per terra. Di fronte a me c’era l’orologio della Pantera Rosa con le lancette fosforescenti. Erano passate da poco le nove e mezza. Ero entrata nella cantina verso le sei e un quarto di quel pomeriggio.

Ero sicura che avrei pianto, per lo shock subito poco prima, per lo spavento, per la stanchezza; ma soprattutto avrei pianto per il sollievo di essere tornata viva e vegeta nella mia stanza, senza che il mio segreto fosse stato scoperto, senza subire l’insopportabile umiliazione di farmi liberare da Patrizio o Francesco, come avevo temuto. Promisi a me stessa che con il self bondage avrei chiuso. Per sempre.

* * *

La luce tornò quasi con indifferenza alle 22.15 in una esplosione candida di neon. Dopo essermi cambiata mi ero distesa sul letto, entrando nel dormiveglia. Quello che avevo appena passato era nulla se messo a confronto con l’orrore di tutti i “se” che da quel momento iniziarono a fiorirmi in testa:

“E se mi fossi lasciata prendere dal panico e avessi dato in escandescenze perdendo l’equilibrio, cadendo e ferendomi?”
“E se la finestra fosse stata troppo stretta per passarci?”
“E se i ragazzi si fossero riuniti in cucina invece che in camera di Virginia?”
“E se Francesco non avesse trovato le candele un attimo prima che Patrizio spingesse la porta dietro la quale ero accucciata ancora in vincoli?”
“E se non fossi riuscita a tagliare le corde con il coccio di vetro?”.

Avevo sentito parlare di una raffinata tecnica di tortura: consisteva nel legare la vittima ad una sedia, e lasciarle gocciolare dell’acqua sulla sommità del cranio. Potrebbe sembrare una cosa da poco, ma si dice che in realtà questo supplizio sia in grado di condurre alla follia, dopo qualche ora. Quei “se” mi davano una idea piuttosto precisa di ciò che il condannato provava in quel momento. Anche io temevo che l’angoscia che mi procuravano avrebbe potuto farmi perdere la ragione.

Mi ripetei più volte che era andato tutto bene, il Cielo aveva voluto che me la cavassi, che forse era stata una sonora lezione che almeno avevo imparato. Mi imposi di non pormi più domande che iniziavano con “e se”, ma era come combattere contro il vento.

Quella sera non cenai, ben sapendo che la compagnia dei miei amici mi avrebbe aiutato a non pensare, ma senza trovare il coraggio di affrontarli, temendo qualche loro domanda. Mi feci una doccia bollente e mi infilai nel letto benedicendo la confortante serenità delle lenzuola fresche.

Non riuscii a prendere sonno: oltre alla selva di “se” c’era il pensiero fisso della cantina, ridotta ad un mosaico di indizi. C’era una pozzanghera di vino e vetri, c’erano spezzoni di corda tranciata malamente, c’era la pallottolina di nastro adesivo argentato, e infine, come una dichiarazione di colpevolezza, c’erano le mie scarpette da tennis zuppe di vino. Attesi che tutti andassero a dormire, poi lottando contro la paura di scendere durante la notte da sola giù nella cantina (una paura irrazionale, infantile, che persisteva nonostante avessi da poco provato paure ben più concrete, laggiù), mi avviai. Adesso che la luce c’era, era tutto diverso.

Spesso mi sono chiesta se il mio timore d’essere scoperta in base a pochi indizi avesse un fondamento, o non fosse più semplicemente il frutto di una paranoia indotta dalla mia ipersensibilità per certi segnali (segni vaghi sulla pelle, foulard un po’ troppo spiegazzati, e io che mi facevo più attenta durante certe scene nei film). Poteva benissimo darsi che una persona senza il bondage fisso in testa, a certi particolari neppure badasse, o che comunque fosse sprovvisto della giusta chiave di lettura.

Ma se uno avesse messo piede in quel corridoio stretto e lungo, non avrebbe avuto alcun dubbio.

Quella stanza era stata il teatro di una evasione.

Le orme dei saltelli a piedi uniti erano stampate con chiarezza nella polvere. Al di qua della pozza di vino rosso (me ne accorgevo solo ora che era rosso), c’era il bianco serpentello della corda con la quale mi ero legata le caviglie. Poi c’era il nastro adesivo accartocciato accanto alla parete; poco più in là c’erano diversi frammenti di corda, i residui tranciati del mio nodo a manetta (più o meno si capiva quale era stata la sua forma originaria, nonostante i tagli); c’erano le due calze che avevo adoperato come bavaglio, una delle quali ormai a forma di piccola palla incrostata di saliva rappresa. Ero sicura che guardandola da vicino avrei visto anche i segni dei denti.

E c’era la sedia appoggiata alla parete di fondo, con le mie scarpette da tennis entrambe rovesciate per terra. Non c’era possibilità di dubbio: in quella stanza c’era stata una donna legata e imbavagliata che era riuscita a liberarsi e scappare: era chiaro come risulta chiara la frattura di un osso in una lastra ai raggi X.

Richiusi la finestra, poi raccolsi tutti i resti della mia avventura. Al vino ci avrei pensato il giorno dopo, mi limitai a spostare il coccio che mi aveva salvata in mezzo agli altri. Lo posai quasi con gratitudine. Provai a cancellare le impronte nella polvere, poi me ne tornai in camera mia, ben sapendo che sarei stata sottoposta fino alle prime luci dell’alba ad un’altra seduta di quella raffinata tecnica di tortura che erano le domande che iniziavano con “e se…”.

* * *

In realtà, malgrado la promessa che feci a me stessa, feci molte altre esperienze di self bondage, ma non utilizzai mai più il nodo manetta, e non pensai mai più di comprarmi un paio di manette vere. Da quel giorno predisposi sempre almeno due vie di fuga, allacciai sempre il nodo delle caviglie sul lato posteriore delle gambe e mi limitai ad adoperare solo ed esclusivamente la mia camera.

Dopo che il pericolo fu definitivamente scongiurato tutta quella brutta avventura divenne solo uno dei tanti ricordi: non di rado, in preda ad eccitazioni forti, tornavo con il pensiero a me stessa legata e imbavagliata, accucciata contro la porta: in fondo era stata la prima volta che in vita mia avevo assaporato gli effetti della prigionia fino in fondo, compresi gli aspetti più sgradevoli. Ed era finito tutto bene, per fortuna. Imparai con il tempo a girare a mio vantaggio i numerosi “e se…”, aggiungendo di proposito dei dettagli inventati, come ad esempio una benda, o una corda che mi avrebbe impedito persino di alzarmi dalla sedia. Tanto niente al mondo mi avrebbe mai più spinta a comportarmi come quella volta, correndo rischi così stupidi. Avevo imparato la lezione.

* * *

Tre giorni dopo Francesco venne da me mentre studiavo.

– Questo &egrave tuo, vero? – mi chiese porgendomi qualcosa. Guardai impietrita il mio cutter giallo quasi che Francesco me lo stesse puntando contro minacciosamente: “adesso ci divertiamo, bambola!”

– L’ho trovato in cantina qualche giorno fa. Chissà come c’&egrave finito. Tieni.
Presi il cutter e ringraziai Francesco con un filo di voce. Chissà come trovai la forza di ripetere la sua domanda:
– Già’ chissà come c’&egrave finito. – se Francesco si accorse che ero impallidita, non lo diede a vedere.

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