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Il suocero

Quando Gigino mi portò a conoscere i suoi genitori, non avevo il minimo sospetto di stare cadendo in una pentola rovente. Avvenne a pranzo, nella casa dei due signori Colombini sulle colline sopra Torino dove si erano trasferiti una volta in pensione.
La madre era stata una insegnante, il padre un militare. Ambedue godevano di pensioni corpose e si erano potuti ritirare in età giovane. Avevano, quando li conobbi, sessantaquattro anni ciascuno.
Chi deteneva la guida della casa però, contrariamente a ogni stereotipo, era la donna. Una autoritaria magra e antipatica donnetta bassa, piena di tic e con degli occhiali dalla spessa montatura che la facevano somigliare a una caricatura. Ella si interessava di tutto, con tutti. Chiamava il figlio più volte al giorno, decideva gli orari della casa, e quando appunto eravamo stati suoi ospiti ci era toccato un rituale comandato di visita alla grande villa, di visione delle fotografie di Gigino da piccolo. E avanti così, fino al pranzo, cucinato da una gastronomia esclusiva vicino casa. Almeno non era tirchia!
Il padre, mio futuro suocero, se ne stava imbronciato e silenzioso quasi per tutto il tempo. Osservava e parlava poco, come abituato alla presenza della moglie che esondava continuamente. Che pazienza, e che noia!
Gigino sembrava assuefatto alla madre, mentre io mi sforzavo con grande fatica di restare gentile e calma.

In fondo sposarmi con Gigino avrebbe significato mettere un piede nella futura eredità di quella famiglia, e a sentire Gigino i suoi genitori erano davvero ben assortiti, in quanto a finanze.
Fu dopo pranzo che i ruoli all’interno della scena cambiarono.
La madre e Gigino se ne salirono al piano di sopra, adducendo di doversi occupare di alcune questioni burocratiche. Non feci in tempo a indispettirmi che il padre, Remo, mi prese sottobraccio per condurmi in giardino. Non disse una parola, mi prese e basta. Anche questo comportamento non mi andava molto a genio, sembrava mi stesse arrestando.
Il giardino era davvero grande e dotato di una vista spettacolare sulla città. C’erano alberi da frutto, siepi ben curate, e deliziosi angoli con panchine, e perfino un dondolo bianco, come nelle favole. Sarei potuta essere la principessa di quella favola, se non che Remo per me aveva altre idee, e un altro ruolo.
-Che intenzioni hai con mio figlio?
La domanda mi arrivò come una frustata.
-Beh, le migliori. Vorremmo sposarci.
-Lo so, lo so. Non sto parlando della facciata. Intendo qui dentro.
E mi puntò l’indice sulla fronte.
-E qui.
E mi punto lo stesso indice in mezzo al petto. Ora il suo sguardo era serio.
-E anche qui.
E la mano scese, puntando ancora l’indice, questa volta tra le mie gambe.
Mi ritrassi un po’, sconvolta da quel gesto così intimo.
-Allora? Rispondimi, Chiara.
Avevo ventisette anni, e mai mi ero sentita in imbarazzo come in quel momento.
-Le ho detto, Remo, io sono serissima. Siamo innamorati, io e Gigino.
-Bene, bene.
Si voltò, dando una controllata a dei fiori.
Dandomi le spalle mi fece una domanda che ancora adesso mi rimbomba nelle orecchie.
-Ti scopa bene?
Rimasi impietrita.
-Cosa?
-Hai capito benissimo. Ti ho chiesto se ti scopa bene. La sua ultima fidanzata lo tradiva, e quella prima pure. Non ho avuto bisogno di indagare troppo per capire che mio figlio non è un grande amatore. E voi femmine al cazzo ci tenete.
Era incredibile come quell’uomo era cambiato, completamente un’altra persona rispetto al severo e silenzioso personaggio che conoscevo.
Ma ancora di più a stupirmi, e tuttora non mi capacito come sia potuto succedere, fu la mia risposta.
-No.
-No cosa?
-Non…non mi scopa bene.
Anche lui si dovette stupire un po’. Alzò il sopracciglio, e mi scrutò per bene.
-Ah, vedi?
Rimanemmo in silenzio per un po’. Io ferma e lui che continuava a mettere le mani dentro dei grandi vasi. Ora le sue mani grandi erano sporche di terra.
-Vieni qui.
Mi costrinse ad avvicinarmi, mi prese una mano e la infilò dentro la terra. Quel contatto con la sua mano forte e la terra morbida e umida mi eccitò. Ero sovrastata da sentimenti diversi, come fossi drogata. Ma ero lucidissima, a pranzo nemmeno avevvo bevuto del vino.
-Hai fatto bene a rispondermi con sincerità. Lo apprezzo. È la maniera giusta per impostare il nostro rapporto.
Continuava a tenermi la mano nella terra. Mi venne istintivo muovere le dita, mi piaceva sentire quella sensazione.
-D’altronde se dobbiamo diventare una famiglia, è giusto che ci conosciamo per bene.
Mentre ero china sul vaso, anzi nel vaso, con l’altra mano lui andò a mettersi dietro la mia schiena, e velocemente scese sotto la gonna. Mi palpò il culo per bene. Non riuscivo a reagire.
-Gigino sarà anche un cornuto con il cazzo piccolo, ma ha buon gusto in fatto di femmine. Glielo devo riconoscere. Tu sei una bella femmina.
La sue dita mi scostarono le mutandine e mi toccarono la figa. La trovarono umida, contro ogni senso. Mi stavo bagnando.
-Brava, Chiara. Brava, vedo che ti piace.
-Remo…ci possono vedere.
-Non ti preoccupare, conosco mio figlio e conosco quella scassacazzo di mia moglie. Ci metteranno un sacco di tempo lassù. E poi tutti e due non amano questo giardino come me, hanno paura di sporcarsi. Io invece adoro sporcarmi con la terra, e anche con le femmine sporche come te.
Le sue dita cominciarono un movimento circolare e sapiente che mi sciolse completamente. Stavo godendo come una troia, e soltanto con la mano di un uomo che avrebbe potuto essere mio padre. L’altra mia mano dentro la terra del vaso cominciò a simulare lo stesso movimento, di riflesso. Era una sensazione incredibile e mi stordiva.
Lui lasciò la presa dal mio braccio infilato nella terra, sicuro che non mi sarei spostata. Prese a palparmi le tette prima da sopra la camicetta, poi si infilò prepotentemente dentro, tirandomi fuori le mammelle dal reggiseno e lasciandomi seminuda e a suo servizio. Si chinò a leccarmi un capezzolo, e io mi lasciai scappare un gemito.
-Ti piace, eh? Si sente. Bene, bene. Ora ti faccio vedere il cazzo.
E armeggiando rapidamente con i pantaloni, liberò il suo cazzo. Grosso, scuro, vigoroso, già praticamente duro e sfacciato. Gigino non aveva preso da lui.
I miei occhi dovevano luccicare, perché sul suo volto apparve un ghigno. Mi aveva scoperta a godere di quella visione. Mi aveva scoperto puttana. Non era la prima volta che vedevo il cazzo di un sessantenne. Ai tempi dell’università feci una sega a un benzinaio, perché io e la mia amica eravamo rimaste a secco e senza soldi. Quello ci chiese un pompino, ma contrattando riuscimmo a ottenere venti euro di benzina per una sega. Ci promise il pieno per un bocchino, ma ci rifiutammo. Così mentre la mia amica improvvisava uno spogliarello, quello si tirò fuori il cazzo e me lo fece impugnare. Non ci mise molto a venire, e ne fui sollevata.
Ma il cazzo di Remo non aveva nulla a che spartire con quello del benzinaio di dieci anni prima. Il cazzo di remo era un invito alla lussuria, una dichiarazione di guerra. Mi stavo bagnando, ero fradicia, e mi venne voglia di quella minchia superba.
-Prendilo in mano, muoviti.
Lo feci, senza esitare.
Era caldo, pulsava. Muovevo il polso e lo segavo. Era di circonferenza grossa, non lunghissimo. Tozzo, quasi. Volgare.
-Ora succhialo.
Alzai gli occhi, come a ribadire una timida incredulità.
-Su, da brava.
Mi spinse la nuca, e io inghiottii quel cazzo.
Lo lavorai per qualche minuto, mentre lui si era appoggiato al muro. L’ombra e gli alberi ci nascondevano. Eravamo sporchi in un paesaggio così delicato.
Ero inginocchiata, con le tette che mi uscivano di fuori e la figa gocciolante, stavo succhiando il mio futuro suocero.
Lo guardavo, cercando la sua approvazione.
-Sei brava, Chiara. Toccati la figa.
Lo feci, con la mano che poco prima era dentro la terra. Altro morbido, altro calore.
Venni quasi subito, ne avevo bisogno. La sera prima con Gigino avevamo un po’ amoreggiato, e mi aveva fatto venire leccandomela. Ma non era niente a confronto con la bestialità di quello che stavo facendo adesso.
Mentre mi riprendevo dall’orgasmo, sempre con il cazzo di Remo in bocca, lui si filò, lasciando un filo di saliva a unire il mio labbro e la sua cappella gonfia. Boccheggiavo, mentre lui mitoccava le tette con sapienza e mi fece alzare.
-Qua, mettiti qua.
Mi fece chinare su un tavolo di legno, e mi rialzò la gonna. Abbassò in fretta le mutandine e mi prese a baciare il culo bianco.
-Come sei bella, come sei puttana.
Diedi una leccata alla mia figa umida e subito si rivolse al buco del culo, che cominciò a lavorare con dovizia e bravura. Mi faceva impazzire, stringevo i pugni per non urlare.
Mi leccava il buco del culo e mi stuzzicava la figa. Venni ancora, senza freni, e mentre stavo per riprendermi da quel secondo orgasmo lui mi infilò il cazzo nel culo. Senza troppe cerimonie, senza grazia, senza avvisarmi. Mi spalmò un bel po’ di saliva con le dita, e ci piantò il cazzo.
Rimasi senza fiato e senza parole. Mi rompeva e io non mi ribellavo. MI voltai a guardarlo negli occhi.
-Piano, per favore.
-Zitta.
Si infilò fino alle palle, e rimase lì per alcuni secondi. Il suo cazzo pulsava, e anche il mio sfintere. Sentivamo i reciproci battiti del sangue. Poi iniziò a muoversi, piano. Sapeva quel che faceva.
Mi prese per i capelli, prima, poi per le tette. Mi trattava come una bestia che veniva montata, gli piaceva farmi capire che stava possedendomi. Era proprio così.
Io ridicola gli chiedevo ancora di fare piano, di smetterla.
-Remo, ti prego, cosa mi fai.
Era una scena che lo faceva arrapare forse di più. Mi inculava e mi sputava addosso frasi vergognose.
-Mi rovini il vestito.
-Ti rovino il culo, vedrai. Il vestito non è niente.
E in effetti pareva avere avuto cura, nell’alzare il vestito. Non si era strappato, e le mutandine giacevano di fianco a me, sul tavolo. La camicia si stava in effetti stropicciando, ma avrei potuto inventare qualunque cosa. Ma poi che mi importava. Stavo tradendo Gigino, e lo stavo facendo con suo padre.
-Ora sborro, mi svuoto nel tuo culo di troia.
Lo fece, con una forza bruta e con un verso gutturale e primitivo. Ci eravamo accoppiati, mi aveva fatta sua. Non pensavo a cosa sarebbe successo in futuro, non ci pensavo. Gigino lo avevo tradito soltanto all’inizio del nostro fidanzamento, un paio di volte con un mio ex. Ma avevo poi deciso di smetterla. Adesso suo padre mi aveva sporcato ancora.
Mentre ci ricomponevamo, lui si lasciò scappare una frase che sapeva di ordine, ma sapeva anche di verità, come se mi avesse letto dentro.
-Quando ti verrà voglia di scopare bene, e son sicuro ce ti verrà, adesso sai dove andare e da chi.
Abbassai lo sguardo.
-Rispondi.
-Sì, Remo.
E così fu.
Fu in cantina, qualche settimana dopo. E poi a casa nostra, con la scusa di ripararmi un tavolo. Fu in auto, in un parcheggio, mentre pioveva, mentre Gigino era a fare la spesa a pochi metri da noi.
Fu il giorno delle nozze, dentro al ristorante. E sarà anche tra poco, mentre riordino questi pensieri e sta per arrivare l’orario della sua visita, con mio marito in viaggio per lavoro in Francia, e quattro giorni interi io da sola a casa, attenta a non aprire la porta a nessuno, a non accettare le caramelle dagli sconosciuti, come fossi un’ingenua scolaretta. Suona il citofono, è lui. Sfilo la vestaglia e rimango in lingerie, quella che mi ha comprato Remo e che mi ha detto di indossare oggi.

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