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Quel Gianni era un grandissimo coglione, non avevo dubbi. La sua ragazza era, a mio avviso, assolutamente deliziosa e lui la trascurava. Preso dal pallone, pensa te!
Le morivo dietro, a Sandra, una deliziosa brunetta che mi faceva letteralmente ribollire il sangue. Sarei partito lancia in resta alla sua conquista, ma c’era un problema: lei aveva ventidue, ventitré anni, io purtroppo troppo piccolo, maledizione, e così vivevo un’impotente frustrazione. Avevo però la buona sorte che la finestra del mio bagno, rivolta verso il cortile interno, si trovasse in linea retta con quella della sua camera da letto. Perciò, quando possibile, ero di vedetta. Se poi non c’era nulla da vedere, ed era ahimè sempre così, fantasticavo.
Finalmente la sorte fu benigna e potei prendere visione del corpo tanto sognato di Sandra che si spogliava al termine di una giornata di lavoro. Ero estasiato di quel poco che riuscii a cogliere e dovevo avere una faccia da vero ebete quando lei, guardando oltre la finestra, sorprese il mio sguardo, sognante si, ma di certo non valorizzato da un’espressione particolarmente intelligente. Ma, stranamente, mi sorrise benevola e il suo sorriso mi conquistò definitivamente.
Diedi inizio a una serie di progetti per sbarazzarmi del ragazzo di Sandra, architettando delitti tanto esecrabili quanto inattuabili: erano chiaramente velleitari; di più, ridicoli. Degni di un poppante qual ero.
Lei era molto carina con me e, quando avevo l’occasione di incrociarla, mi sorrideva e talvolta mi faceva l’occhiolino, quasi a sottolineare una sorta di complicità fra noi. Ah, se avessi avuto qualche anno di più……
Quella sera, Sandra e Gianni, come sovente accadeva ultimamente, fra loro litigavano.
– Con quel calcio che hai sempre in testa, sempre e solo quello…. Basta! Sei un coglione!
Caspita, quello che avevo sempre pensato anch’io. Uniti il pollice l’indice tracciai un’immaginaria linea orizzontale a livello del mio naso per rafforzare il concetto (l’avevo sempre detto!). Udii un rumore di porta che sbatteva. L’ebete se ne andava, furioso per giunta.
Passati pochi minuti, Sandra si affacciò alla finestra e mi vide, al mio solito posto di combattimento. La sua espressione da arrabbiata divenne beffarda, il fuoco nei suoi occhi era alimentato ora dalla malizia e non più dal furore. Sembrava mi dicesse:
– Rimani a guardare, ne varrà la pena.”
L’esibizione era esclusivamente riservata a me e mi apprestai a gustarla con calma, calma si fa per dire.
Sandra iniziò lo spettacolo, in piedi sul letto, ben illuminata da una lampada posizionata con perizia; prese a togliersi la camicetta, indugiando abbassò la zip della gonna, che fece cadere ancheggiando deliziosamente. Era uno strip casereccio, non preparato ad arte, ma per me era sublime. Si tolse le scarpine. Appoggiata alternatamente con un piede ad una sedia, si sfilò sensualmente il collant (calze autoreggenti sarebbero state il top, ma pazienza, non si può avere tutto!), che lanciò nella mia direzione, scalciando con i suoi piedini. Tolto con consumata lentezza il reggiseno, si schiacciò con le mani le tette, sempre fissandomi negli occhi, dimenando mollemente i fianchi, inarcandosi all’indietro e giocando con le sue chiome. Quando la sua figa, con il suo nero vello, fu liberata dalle mutandine e svelata a me, privilegiato spettatore, pensai che non sarei sopravvissuto all’emozione, che, in realtà, doveva ancora toccare lo zenith raggiunto quando la ragazza allargò con le sue manine quella fessura meravigliosa e introducendovi, in un erotico gioco, le sue dita. Non contenta si girò e rivolse a me la sua pesca mirabile; allargò le natiche e si titillò, con un ditino malizioso, la bruna roseola.
Il mio sguardo era fisso, ipnotizzato, il mio cazzo esplose ripetutamente in orgasmi travolgenti. Quella sera la stanza da bagno fu testimone di un’autoerotismo di sesto grado superiore.
– Vuoi uscire una buona volta da quel cesso? – Urlavano i miei.
Ma cosa avevano da berciare? Vivevo in un’aura di esaltazione erotica, loro non potevano capire.
Pochi giorni dopo incontrai Sandra sulle scale. Arrossii quando mi fissò.
– Questo è per chi mi sa apprezzare -. Cinguettò consegnandomi un pacchettino che aprii poco dopo nella mia stanza, chiusa la porta a chiave.
Erano le sue mutandine, usate, odorose. Ho la fortuna di godere di un’ottima vista, ma quella volta temetti di veder depauperata, brutalmente, la mia ricca dotazione di diottrie. Per fortuna non accadde niente di tutto ciò, anche se, annusandolo nel tempo consumai il tessuto di quegli slip, intriso di quel meraviglioso profumo di figa.

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Autore Pubblicato il: 19 Novembre 2022Categorie: Racconti sull'Autoerotismo, Voyeur0 Commenti

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