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OrgiaTradimento

il negozio della carne 4

By 17 Febbraio 2026No Comments

l dito di Rosario affondava ancora nel culo stretto di Irene, muovendosi con lentezza sadica mentre lei ansimava, le labbra gonfie avvolte attorno al cazzo di Franco. Il sapore salato del pre-sperma le riempiva la bocca, mescolato al retrogusto metallico del sangue secco che impregnava l’aria della macelleria. «Brava puttana… così si fa» grugnì Franco, affondando le dita tra i suoi capelli e spingendo il bacino in avanti, costringendola a prendere ogni centimetro della sua asta gonfia fino in gola. Irene sentì le lacrime pizzicarle gli occhi, ma non per il dolore era l’umiliazione bruciante a farle tremare le cosce, la consapevolezza che due uomini la stavano usando come un giocattolo di carne, senza alcun rispetto.

Rosario estrasse il dito con un pop umido, lasciandola vuota e tremante. «Guarda come si dimena, Franco. Una troia nata, solo che non lo sapeva» ridacchiò, passandosi la lingua sulle labbra sudaticce. «Ma ora lo sa, vero, Irene?» Le diede uno schiaffo sul culo, facendola sobbalzare. Franco rise, tirando indietro i fianchi per lasciarle un attimo di respiro giusto il tempo per guardarla negli occhi, con quel ghigno da predatore che le gelava il sangue. «Allora, tesoro… vuoi giocare sul serio?» Le accarezzò la guancia con il pollice, sporco dei suoi stessi umori. «Rosario mi ha detto che sei una brava ragazza… obbediente. Ma io voglio vedere fino a che punto.»

Irene deglutì, sentendo il cazzo di Franco pulsarle contro le labbra. «Non… non so» balbettò, ma la sua voce era già un tradimento troppo debole, troppo arresa. Rosario le afferrò i capelli da dietro, tirandole la testa all’indietro fino a farle inarcare la schiena. «Certo che lo sai, troia. Vuoi che ti riempiamo entrambi, vero? Vuoi sentirci dentro, uno nella figa e uno nel culo, a turnarti come una puttana da due soldi.» Le parole le caddero addosso come colpi di frusta, accendendo un fuoco tra le gambe. «Dillo» ordinò Franco, stringendole il mento. «Dillo, o giuro che ti faccio leccare il pavimento prima di sculacciarti fino a farti sanguinare.»

Il cuore le martellava nel petto. «Sì…» sussurrò, chiudendo gli occhi. «Sono la vostra puttana.»

Franco emise un verso gutturale, quasi un ringhio. «Allora alzati. Voglio vederti in piedi, gambe aperte, mentre Rosario ti prepara il buco che preferisco.» La trascina su per i gomiti, costringendola a raddrizzarsi. Irene barcollò, le ginocchia ancora deboli, la camicetta aperta che le pendeva dalle spalle come un sudario. Rosario non perse tempo: le afferrò i fianchi e la spinse contro il bancone di legno, facendola piegare in avanti. «Apri bene, troia» le ordinò, e lei obbedì, divaricando le cosce tremanti. L’aria fresca le accarezzò il sesso bagnato, esposto, vulnerabile.

Franco si posizionò dietro di lei, il cazzo duro che le sfiorava l’interno coscia. «Guarda che spettacolo, Saru. Questa qui è già fradicia» schernì, passandole le dita tra le labbra gonfie. «Dimmelo tu, Irene… ti piace l’idea di essere scopata da due cazzi contemporaneamente?» Le infilò due dita dentro senza preavviso, curvandole verso l’alto per strofinarle quel punto che la faceva impazzire. «Ahhh!»* gridò lei, aggrappandosi al bordo del bancone. «Rispondi» insistette Rosario, leccandole il collo sudato. «O ti lego e ti faccio urlare fino a che non ti sentono in piazza.»

«Sì!» ansimò, le unghie che graffiavano il legno. «Mi… mi piace. Sono una troia. Vi prego, scopatemi.»

Franco rise, estraendo le dita con un suono osceno. «Allora prendi.» Con un colpo secco, le affondò il cazzo nel culo stretto, senza preparazione, senza pietà. Irene urlò, il dolore che le squarciava le viscere, ma Rosario fu lì a zittirla, premendole una mano sulla bocca. «Shhh, puttana. Goditelo» le sibilò all’orecchio, mentre con l’altra mano le apriva le labbra della figa, esponendola. «Franco ti sta allargando quel buchetto stretto… e io ora ti riempio l’altro.» Senza attendere, le spinse dentro tre dita, pompando con violenza mentre Franco iniziava a martellarle il culo con colpi profondi, regolari.

«Dio… cazzo» gemette Franco, affondando le unghie nei suoi fianchi. «Che culo stretto… mi sta strizzando il cazzo come una morsa.» Irene singhiozzava, il corpo scosso da spasmi incontrollabili, la mente annebbiata dal dolore e dal piacere che si fondevano in un’unica, devastante sensazione. «Più forte» supplicò, senza riconoscersi nella propria voce. «Vi prego, più forte.»

Rosario non se lo fece ripetere. Con un movimento brusco, sostituì le dita con la lingua, leccandole la figa dall’alto in basso con colpi lunghi e umidi, mentre Franco aumentava il ritmo, i testicoli che le sbattevano contro il clitoride a ogni affondo. «Succhia, Saru» ansimò Franco. «Falla venire mentre le rompo il culo.» Rosario obbedì, affondando la faccia tra le sue cosce, la lingua che si insinuava dentro di lei con la stessa violenza con cui Franco la penetrava dietro. Irene sentì il mondo sfocarsi, le gambe che cedevano, il corpo che si tendeva come una corda di violino sul punto di spezzarsi.

«Vengo… sto venendo!» strillò, le pareti interne che si contraevano attorno alla lingua di Rosario, il culo che si stringeva attorno al cazzo di Franco. Lui grugnì, affondando un’ultima volta prima di esplodere dentro di lei, riempiendole l’intestino di sperma bollente. «Cazzo, sì… prendilo tutto, troia» ringhiò, tenendola ferma mentre si svuotava dentro. Rosario si ritirò giusto in tempo per vedere il liquido bianco colare fuori dal suo buco violato, scivolando lungo le cosce.

Non le diedero trepidare. Rosario la spinse giù in ginocchio di nuovo, il cazzo già duro in mano. «Apri» le ordinò, e lei obbedì, le labbra ancora gonfie, gli occhi lucidi. «Ora tocca a me.» Le afferrò la nuca e le spinse la testa avanti, infiltrandosi nella sua bocca senza resistenza. Franco, ancora ansimante, si accovacciò dietro di lei, allargandole le natiche con le mani. «Guarda che spettacolo, Saru. La tua troietta è già pronta per un altro giro.» E senza altre parole, le affondò di nuovo il cazzo nel culo, ancora semiduro ma già pronto a risorgere.

Irene gemette attorno all’asta di Rosario, le lacrime che le solcavano il viso, il corpo ridotto a un ricettacolo di piacere e umiliazione. «Sono la vostra puttana» pensò, mentre i due uomini ricominciavano a usarla, senza pietà, senza fine.
l corpo di Irene tremava ancora per l’orgasmo appena svanito, le cosce scivolose di sudore e sperma, le labbra gonfie e doloranti per aver ingoiato due cazzi senza sosta. Rosario si ritirò dalla sua bocca con un gemito roco, il suo cazzo ancora semiduro che le sfiorava la guancia, lasciandovi una scia appiccicosa. Lei rimase in ginocchio, le mani appoggiate sulle cosce aperte, il respiro affannoso che le sollevava il petto magro sotto la camicetta strappata. Non aveva più la forza di alzare lo sguardo, ma sentiva gli occhi di Franco su di lei, pesanti come pietre.

«Guarda che schifo hai combinato, troia», ringhiò Rosario, afferrandole i capelli e costringendola a sollevare la testa. Il pavimento sotto di lei era una distesa di macchie biancastre, mescolate al sangue secco delle carcasse macellate il giorno prima. «Tutto questo sperma per terra… e chi dovrà pulire, eh?» La sua voce era un ghigno untuoso, le dita grasse che le torcevano i capelli fino a farle bruciare il cuoio capelluto. «Tu. Con quella linguetta che sai usare così bene.»

Irene deglutì, sentendo il sapore amaro del seme ancora in gola. «Per favore…», sussurrò, ma sapeva già che non avrebbe ottenuto pietà. Rosario le mollò un ceffone sulla guancia, non abbastanza forte da farle male, ma abbastanza da umiliarla. «Niente “per favore”. Adesso lecchi. Ogni goccia.» Le spinse la testa verso il basso, costringendola a mettere le mani a terra, le unghie che affondavano nelle piastrelle fredde e appiccicose.

Franco si accese una sigaretta, osservando la scena con un sorrisetto compiaciuto. «Dai, Irene, mostraci quanto sei brava a pulire. Magari ti faccio anche un video da mandare a quel poveretto di tuo marito.» Il riferimento a Michele le gelò il sangue, ma il corpo, traditore, reagì con un brivido di eccitazione. «O forse glielo mostro io, al suo capo. Sai, siamo grandi amici, io e lui. Ci vediamo spesso a pranzo…»

Le parole di Franco le risuonarono nella testa mentre abbassava la lingua verso il pavimento, sentendo il freddo della ceramica contro la pelle calda delle labbra. Il primo contatto fu peggio di quanto immaginasse: lo sperma rappreso si appiccicava alla lingua, denso e salato, misto al sapore metallico del sangue vecchio. «Brava, così. Lecchi come una cagnetta in calore», la incitò Rosario, premendole la nuca per costringerla a strusciare la faccia sul pavimento. «Non ne lasciare neanche una goccia, altrimenti ti faccio ricominciare da capo.»

Irene chiuse gli occhi, cercando di dissociarsi, ma ogni leccata le ricordava quanto fosse caduta in basso. La lingua scivolava avanti e indietro, raccogliendo lo sperma secco, masticandolo con disgusto prima di ingoiarlo. «Che schifo…», mormorò, ma nessuno dei due uomini sembrò sentirla. Franco si chinò, avvicinandole il telefono al viso. «Sorridi, puttana. Voglio un selfie della troia che pulisce il pavimento.»

Lei esitò, le lacrime che le bruciavano gli occhi. «Non posso…» Rosario le tirò i capelli all’indietro, costringendola a guardare l’obbiettivo. «Fallo, o giuro che ti inculo di nuovo qui, davanti a tutti, quando domani aprirò bottega.» La minaccia era abbastanza concreta da farle obbedire. Irene forzò un sorrisetto tremulo, le labbra lucide di sperma, gli occhi arrossati. Franco scattò più foto, ridendo. «Perfetta. Questa va direttamente nel gruppo di lavoro di tuo marito. Così sanno tutti che razza di moglie hanno.»

Il panico le serrò lo stomaco, ma prima che potesse reagire, Franco le afferrò un polso e la tirò su con uno strattone. «Adesso però mi sei debito un altro buco, troia.» La spinse contro il bancone, facendola piegare in avanti, il culo piccolo e tondo esposto verso di lui. «Ricordi che ti ho detto? Io e il capo di tuo marito siamo amici stretti. Sai cosa significa?» Le sue dita si insinuarono tra le natiche, trovando l’ano ancora umido e allargato dalla precedente penetrazione. «Significa che se gli racconto quanto ti piace essere scopata come una puttana, lui potrebbe decidere di dare una promozione a tuo marito… o di licenziarlo.»

Irene gemette, divisa tra la paura e l’eccitazione morbosa che quelle parole le scatenavano. «Vi prego, non fatelo…», supplicò, ma il suo corpo tradiva ogni resistenza: le cosce si aprirono ulteriormente, invitanti. Franco non attese altro. Con un colpo secco, le affondò due dita nell’ano, facendola sobbalzare. «Allora dimmi che sei mia. Che sei la nostra puttana.»

«Sì! Sono la vostra puttana!» gridò, la voce rotta dal pianto e dal desiderio. «Scopami, ti prego!»

Franco non se lo fece ripetere. Si slacciò i pantaloni, liberando il cazzo già duro, e con una spinta brutale la penetrò di nuovo, senza preavviso. Irene urlò, le unghie che graffiavano il legno del bancone, il dolore che si mescolava al piacere mentre lui la prendeva con colpi secchi, profondi. «Così, strusciati contro di me. Fammelo sentire quel culo stretto.»

Rosario si avvicinò, il cazzo di nuovo eretto, e le afferrò la testa, costringendola a girarsi verso di lui. «Apri quella boccuccia, troia. Non puoi lasciare un buco vuoto.» Irene obbedì automaticamente, ingurgitando il suo cazzo fino in gola mentre Franco la martellava da dietro. Le lacrime le scorrevano sulle guance, il mascara colato, ma non si fermò. Anzi, cominciò a muovere la testa avanti e indietro, succhiando con avidità, come se la sua stessa sopravvivenza dipendesse da quanto bene li avrebbe soddisfatti.

«Porca puttana, guardala», ansimò Franco, affondando le dita nei suoi fianchi. «Ti piace, eh? Essere la nostra troietta usata.» Le diede una sberla sul culo, il suono eco nella macelleria vuota. «Fatti un altro selfie, così tuo marito sa cosa si perde.»

Irene gemette intorno al cazzo di Rosario, ma Franco non attese una risposta. Le porse il telefono, costringendola a tenere il braccio teso all’indietro, l’obbiettivo puntato verso il suo viso sudato e il cazzo che le entrava e usciva dalla bocca. «Sorridi, puttana. Mostra quanto ti piace.» Scattò la foto proprio mentre Rosario le affondava il cazzo in gola, e Franco le sfondava il culo, gli occhi di Irene spalancati per lo sforzo, le labbra distese intorno alla base.

«Ora incula più forte», ordinò Rosario, ritirandosi dalla sua bocca con un pop umido. «Voglio sentirla gridare.»

Franco non si fece pregare. Le afferrò i capelli con una mano, tirandole la testa all’indietro mentre con l’altra le spingeva il bacino contro di sé, penetrandola con colpi sempre più violenti. «Urla, troia! Fami sentire quanto ti piace!»

Irene obbedì, le urla che si mescolavano ai singhiozzi, il corpo scosso dai loro corpi sudati, dalla forza con cui la usavano. «Sono vostra! Solo vostra!»

«E ora ingoia», ringhiò Rosario, avvicinandosi di nuovo. «Tutto. Fino all’ultima goccia.» Le afferrò la mascella, costringendola ad aprire la bocca mentre Franco, con un gemito roco, cominciava a venire dentro di lei, riempiendole l’intestino di sperma bollente. Irene sentì ogni spinta, ogni getto che le scottava le pareti interne, e quando Rosario le spruzzò il viso con il suo seme, non esitò: aprì la bocca, catturando ogni goccia che le colava sulle labbra, ingoiando con avidità, le guance che si gonfiavano per l’eccesso.

«Brava puttana», sussurrò Franco, accarezzandole il culo come si farebbe con un animale addomesticato. «Ora sai a chi appartieni.»

Irene annuì, le labbra ancora sporche, lo sperma che le colava dagli angoli della bocca. Non aveva più forza per resistere. Non aveva più forza per volerlo fare.

IrisFedigrafa

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