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L’innocenza perduta di una ragazzina – Cap.2 – Un viaggio di piacere

By 15 Aprile 20262 Comments

Quando il bus si fermò, con un suono di freni stridenti, Alina guardò la gente ferma in attesa, disgustata all’idea di infilarsi dentro quel carnaio e una volta salita, si addentrò nel corridoio, cercando un angolo dove nascondersi, ma il bus era un inferno di corpi.
Borse che sbattevano, gomiti che le si conficcavano nelle costole. Si spostò verso il centro, ma finì solo per incastrarsi di più, schiacciata tra un uomo in completo e una donna con le buste della spesa strapiene. Quando il bus ripartì con uno strattone, si aggrappò all’appiglio, le dita strette sul metallo freddo, il corpo che oscillava, instabile, elettrico.
Il caldo soffocante e l’odore di umani risvegliarono i ricordi, prepotenti. L’odore dei tre uomini le si attorcigliava nelle narici, come se fossero ancora lì: sudore, sperma, quel misto di maschio e sporco che le si era appiccicato addosso, insinuato sotto la pelle. Chiuse gli occhi e rivisse tutto: le mani che la afferrarono, i cazzi che la riempirono. Sentì di nuovo il sapore della sborra sulla lingua, salato, denso, e si leccò le labbra, lentamente, come per assaporarlo ancora.
Poi avvertì delle contrazioni, e qualcosa di umido le scivolò giù lungo la coscia. La sborra. Quella che si stava asciugando sulla sua pelle, che era colata fuori dalla fica e dal culo anche dopo la lavata frettolosa nel bagno del bar. L’avevano riempita troppo bene. Ora, in piedi in quel bus affollato, aveva ripreso a uscire, colandole lungo l’interno coscia, giù fino al calzino.
Il bus sobbalzò di nuovo, e lei si strinse più forte all’appiglio, sentendo un altro grumo colare. Le gambe si sfioravano, i capezzoli si indurivano sotto la camicetta bianca, fin troppo trasparente. Il reggiseno l’aveva lasciato lì, nel bagno lurido, insieme alle mutandine, insieme a tutto il resto. Ora, senza nulla che li coprisse, i capezzoli le sfregavano contro la stoffa, visibili, duri, tradendo ciò che era: una troia. Una lurida puttanella. Una ragazza che aveva appena preso tre cazzi in tutti i buchi e che, ammettiamolo, ne voleva ancora.
« Apri gli occhi. »
Davanti a lei, seduto, un ragazzo magro, gli occhi incollati sul suo seno, non distoglieva lo sguardo. Non si vergognava. Le sue pupille avevano percorso ogni centimetro del suo corpo e si erano fermate lì, sui capezzoli. Ora Alina aveva la certezza che si vedessero, duri e puntuti, sotto la stoffa sottile. Un brivido le percorse la schiena. Sapeva cosa stava pensando. Sapeva cosa stava immaginando. Per fortuna, da dove era, non poteva vedere la sborra colare. E lei, invece di coprirsi, distolse lo sguardo e sorrise—un sorrisetto malizioso, complice, come se condividesse un segreto con lui.
Poi avvertì un tocco. Lento, quasi timido. Una mano le sfiorava il sedere, sopra la gonna leggera. Alina non reagì: rimase immobile, le dita strette all’appiglio, il respiro sospeso in gola. Quella mano—calda, ruvida—le accarezzava il culo attraverso il tessuto sottile. Non le importava chi fosse: l’uomo con la giacca dietro di lei, un altro passeggero, uno sconosciuto qualunque. Era solo un corpo tra tanti, un paio di mani incapaci di resistere a una ragazzina sudata, minuta, in quella mattinata afosa di fine primavera.
Le dita scivolarono sotto la gonna, direttamente sulla pelle nuda. Callose e sudate, le sfiorarono le natiche, umide di sudore e di ricordi. Il sapore dello sperma degli uomini le bruciava ancora addosso, viscido e persistente. Alina sospirò, ma non si ritrasse. Rimase lì, le gambe leggermente divaricate, il corpo che accettava quel tocco, lo desiderava, lo reclamava. Pensò alla donna con la borsa della spesa, all’uomo in giacca, al ragazzo che la fissava con le labbra socchiuse. Ma non le importava chi fosse. In quel momento, si sentiva solo una troia: una puttana in un bus affollato, senza intimo, con la fica e il culo ancora pieni di sborra.
Alina non era più la stessa ragazza che, solo poche ore prima, era uscita di casa con lo zaino in spalla e lo sguardo basso. La studentessa timida, quella che arrossiva al minimo complimento o si irrigidiva se un ragazzo le sfiorava un braccio, era svanita. Al suo posto c’era una creatura diversa: una donna che aveva assaporato il gusto del peccato, che aveva scoperto il piacere di essere usata, riempita, umiliata. Ora non c’erano più remore, né vergogna. Solo un desiderio bruciante, un bisogno viscerale di essere toccata, violata, posseduta ancora.
Con un movimento lento, quasi impercettibile, divaricò le gambe. Non troppo, solo quel tanto che bastava per lasciare uno spiraglio, un invito. L’aria condizionata del bus, tiepida e umida, le accarezzò l’interno coscia, già appiccicosa di sudore e di quel liquido viscido che continuava a colarle giù, residuo degli uomini che l’avevano usata. Un sospiro le sfuggì dalle labbra socchiuse, un suono gutturale, quasi un gemito, mentre spingeva il bacino all’indietro, premendo il culo contro la mano sconosciuta che la stava esplorando. Le dita—calde, ruvide, callose—le afferrarono la natica, stringendola leggermente, prima di muoversi verso quel buco ancora gonfio, ancora aperto.
Non era paura. Era eccitazione, pura e bruciante, un fuoco che le divampava dentro, alimentato dal ricordo di come l’avevano usata, riempita, violata. In quel bus affollato, tra corpi ignari e sguardi distratti, si sentiva di nuovo viva, di nuovo desiderata, di nuovo troia. Ogni tocco, ogni sfioramento, era un promemoria di ciò che era diventata: una creatura fatta per il piacere, per il peccato, per l’abbandono totale.
Inclinò la testa di lato, esponendo il collo al fiato caldo e affannoso dello sconosciuto. Lui sembrò capire al volo. Senza esitazione, senza preamboli, affondò il dito nel suo culo, ancora umido dei loro liquidi, ancora pronto per essere penetrato. Alina spalancò gli occhi, sorpresa e eccitata, mentre una scarica di piacere le attraversava il corpo, dal ventre alle punte dei capezzoli, duri come sassi sotto la camicetta trasparente.
Un gemito le sfuggì dalle labbra, soffocato, rotto, mentre il dito dello sconosciuto si muoveva dentro di lei, lentamente, inesorabilmente. Non era dolore. Era piacere. Era quella sensazione di essere usata, di essere desiderata, di essere solo un buco per chiunque volesse prenderla.
Con la mano libera, finse di sistemarsi i capelli. Un gesto naturale, innocente. Ma le sue dita non si fermarono lì: scesero, lente, lungo il collo madido di sudore, fino al secondo bottoncino della camicetta. Lo slacciò. Poi, con un altro movimento calcolato, ne aprì un secondo, tenendo la stoffa chiusa tra le dita, come se stesse solo aggiustando un dettaglio. Ma non era così. Lo sapeva bene. E lo sapeva anche il ragazzo davanti a lei, che spalancò gli occhi quando l’areola rosa e gonfia fece capolino dalla stoffa, mentre Alina la sfiorava con le unghie, accarezzandola, stuzzicandola.
Lui arrossì all’istante, il rossore che gli divampò sulle guance e gli salì fino alle orecchie. Con dita tremanti si infilò gli occhiali da sole, come se quel gesto potesse nascondere lo sguardo fisso su di lei, come se potesse fingere di non essere eccitato al punto da perdere il controllo. Ma Alina non lo guardò nemmeno. Non le importava. Era troppo immersa nel proprio piacere, nel brivido di essere osservata, desiderata, mentre il bus frenava di colpo a una fermata, facendo barcollare i passeggeri in piedi.
L’autobus si fermò di colpo alla fermata e l’uomo dietro di lei ritirò la mano di colpo lasciandola vuota. Alina sentì la frustrazione salire di colpo, mentre l’autobus si svuotava di quasi tutti i passeggeri, lasciando solo lei, lo sconosciuto, il ragazzo e qualche altra persona seduta davanti.
Quando il bus ripartì con uno strattone, il ragazzo si alzò in fretta, chiedendo scusa con una voce strozzata, e si spostò verso il fondo, vicino alla porta di uscita. Continuava a fissarla, ma i suoi occhi guizzavano anche dietro di lei, dove lo sconosciuto era ancora premuto contro il suo corpo, approfittando degli scossoni del mezzo per strusciarsi, per sfiorarle il culo con movimenti furtivi.
Alina aveva una voglia insaziabile: giocare, scopare, essere usata e godere senza freni. Con un gesto furtivo slacciò un altro bottoncino, lasciando che l’incavo dei seni e i capezzoli duri si intravedessero ad ogni oscillazione del bus. Si spostò accanto al ragazzo, aggrappandosi a un sostegno sopra la testa. Lui, dapprima distolse lo sguardo, poi, come attratto da una forza invisibile, ruotò il corpo verso di lei. Alla prima frenata, Alina fece un mezzo passo in avanti, riducendo la distanza tra loro.
Lo sconosciuto dietro di lei si era di nuovo appiccicato al suo corpo. La mano era tornata sotto la gonna, le dita a giocare con il suo buco già violato. Ma stavolta Alina non voleva mezze misure: a ogni tocco, spingeva il culo indietro e in avanti, invitandolo a fare esattamente ciò che desiderava. E lui non si fece pregare.
L’uomo aggiunse un secondo dito, infilandoli lentamente, come se volesse assaporare ogni centimetro di lei. Poi iniziò a muoverli—avanti e indietro, con ritmo costante—scavandola, aprendo il suo culo, come se volesse farla venire lì, in quel bus, tra tutta quella gente indifferente.
Alina chiuse gli occhi. Un sospiro le sfuggì dalle labbra, mentre le due dita la penetravano, la riempivano, la facevano godere. Guardò intorno, fingendo indifferenza, controllando chi potesse accorgersi del suo stato. Ma tutti erano girati verso la strada, e lo sconosciuto alle sue spalle copriva la visuale a eventuali curiosi. Solo il ragazzo la spiava da sotto gli occhiali scuri, la mano poggiata sulla patta gonfia, con finta innocenza.
Un sorrisetto malizioso, complice, le sfiorò le labbra. Le dita dello sconosciuto si muovevano dentro di lei, lente e profonde, mentre il bus sobbalzava. Ogni spinta le strappava un gemito soffocato, coperto dal rumore del motore e del traffico. Non poteva nascondere l’eccitazione che le bruciava dentro, quel fuoco che le faceva contrarre i muscoli attorno alle dita che la penetravano, la riempivano, la facevano sentire viva come mai prima.
Con un gesto lento, girò appena la testa verso l’uomo dietro di lei. Le sue labbra sfiorarono il suo orecchio, il fiato caldo che gli accarezzava la pelle mentre sussurrava, la voce un mormorio roco e perverso:
«Non ti fermare, papi. Voglio che mi fai godere…»
L’uomo ringhiò, le dita si fermarono per un istante, poi ripresero con ancora più forza. Ora la stava scopando sul serio. Alina godeva, la fica fradicia, e in testa solo il bisogno di un cazzo.
Era così vicina al ragazzo da percepire il calore del suo corpo, l’odore del sudore, la tensione del cazzo duro che premeva contro i pantaloni. Ora lo voleva più di ogni altra cosa. Con la mano libera, Alina si mosse verso la sua patta, sentendolo duro, gonfio, pronto. Con dita esperte iniziò a segarlo attraverso il tessuto, avvertendo il ragazzo tremare, ansimare, mentre cercava invano di mantenere la calma. Ma lei non voleva calma: voleva che perdesse ogni controllo.
Il ragazzo sospirò, poi allungò le mani verso il suo seno, accarezzandolo prima sopra la stoffa, poi direttamente sulla pelle. Alina sentì un brivido quando lui tirò e strizzò i capezzoli, sempre più eccitata. Con un gesto rapido, gli slacciò i pantaloni, liberando il suo cazzo—giovane, pulsante, bollente—e lo strinse nella mano, iniziando a masturbarlo con lentezza. Era enorme nella sua manina, e pronto a esplodere.
Ma per lei non era abbastanza. Con un sorrisetto malizioso, si alzò sulle punte dei piedi, abbastanza per prendere il cazzo del ragazzo e guidarlo tra le sue gambe. La cappella sfiorò il clitoride gonfio, sensibile, mentre Alina lo masturbava, strusciando la punta contro le labbra fradicie. Le dita dello sconosciuto le aprivano il culo, il respiro sempre più affannoso, rotto.
Alina era al limite, troppo eccitata per resistere ancora. «Così, bravo», sussurrò al ragazzo, gli occhi socchiusi, le labbra dischiuse, mentre usava il suo cazzo come un dildo, sfregando la cappella contro di sé. «Fammi godere… Voglio sentirti sborrarmi addosso.»
Mentre il bus proseguiva, mentre la gente intorno viveva ignara, Alina chiuse gli occhi e si abbandonò. L’orgasmo la colpì come un pugno nello stomaco. Serrò le labbra, i denti che si conficcavano nel labbro inferiore. Le dita dello sconosciuto le martellavano il culo, il cazzo del ragazzo sfregava contro il clitoride gonfio, avido. Un gemito le sfuggì, soffocato e animale, mentre il piacere la travolgeva, la distruggeva, la ricostruiva in qualcosa di ancora più sporco, più perverso.
Con un gesto convulso, quasi disperato, Alina strinse il cazzo del ragazzo e lo strusciò con forza contro la fica, facendolo scivolare tra le labbra bagnate. La punta del membro entrava e usciva in un ritmo sempre più frenetico, come se volesse penetrarla lì, in piedi, tra la folla ignara. Il ragazzo ansimava, il respiro sincronizzato con quello rotto di Alina, finché un calore viscido le esplose addosso: lo sperma, denso e appiccicoso, le sporcò la fica, la mano, colando giù lungo la gamba fino alle scarpe.
Alina rallentò il movimento fino a fermarsi. Lentamente, portò le dita imbrattate di sperma alla bocca e le leccò, assaporando quel gusto salato e proibito. Gli occhi socchiusi, le labbra lucide di quel liquido caldo, emise un gemito basso, quasi un ringhio: «Mmm…». Il ragazzo, paonazzo, il cazzo ancora mezzo duro, si sistemò i pantaloni in fretta, gli occhi sgranati tra l’eccitazione e il timore di essere stato scoperto. Poi, senza dire una parola, si voltò di scatto e si diresse verso l’altra porta.
Alina non lo degnò di uno sguardo. Non le importava. Non era ancora sazia; più giocava, più la fame cresceva. Doveva averne di più. Agì di conseguenza, come se non ci fossero limiti alla sua perversione, un buco nero di lussuria che la divorava dall’interno e la spingeva oltre ogni confine, a una velocità allucinante.
Allacciandosi i bottoncini della camicetta, si sporse appena indietro, la testa rivolta verso lo sconosciuto, le labbra che si curvavano in un sorrisetto malizioso, gli occhi che brillavano di lussuria pura. «Scendi con me se vuoi godere», disse, la voce un sibilo carico di perversione. Non era una richiesta. Era un ordine.
E lui lo sapeva.
L’uomo con la giacca annuì, un ghigno che gli deformava le labbra, mentre il bus frenava alla fermata successiva. Quando le porte si aprirono, Alina scese, le gambe ancora tremanti per l’orgasmo, per l’adrenalina, per la voglia di ciò che stava per accadere. Non si voltò. Non ne aveva bisogno. Sapeva che la stava seguendo. Sapeva che non avrebbe potuto resistere.
L’aria calda del pomeriggio le colpì il viso, mescolandosi al sudore che le imperlava la pelle e al sapore dello sperma ancora vivo sulla lingua. Con passi decisi, iniziò a camminare, lo sguardo che scrutava l’ambiente circostante. Dove fermarsi? Dove portarlo? Poi lo vide: un portone aperto, un androne buio, un corridoio che si perdeva nell’ombra. Non esitò. Un venticello fresco le accarezzò le gambe mentre entrava, l’orecchio teso per captare qualsiasi rumore. Silenzio.
Alina girò l’angolo, si fermò, poi si inginocchiò. Il pavimento in marmo era freddo sotto la pelle. Lei con le cosce aperte, la bocca spalancata, affamata, aspettava. Il fiato le tremava sulle labbra, il cuore le martellava nel petto, la fica ancora pulsava per l’orgasmo appena provato.

I passi dell’uomo tuonarono nel corridoio buio, pesanti come quelli di un orco. Alina rimase immobile, le mani strette dietro la schiena, come una schiava in attesa del suo padrone. La bocca spalancata, la lingua protesa in un gesto di sottomissione totale, gli occhi semiaperti ma vuoti—non per paura, ma per eccitazione. Non era una ragazza. Non era una persona. Era un giocattolo. Un buco da usare.
L’uomo si fermò davanti a lei. Gli occhi iniettati di sangue la scrutavano, un mezzo sorriso sadico gli deformava le labbra. Si guardò intorno poi la valigetta cadde a terra con un tonfo sordo. Le dita grosse, callose, slacciarono la cintura con un fruscio secco, i pantaloni si abbassarono appena, il cazzo saltò fuori—duro, gonfio, la punta già bagnata.
«E così ti piace fare la troia, vero?»
Alina accennò un mezzo sorriso e annuì.
La mano dell’uomo si abbatté sulla sua guancia con un colpo secco, abbastanza forte da farle girare la testa. Nei suoi occhi non c’era solo lussuria. C’era violenza. Possesso. Alina sentì gli occhi riempirsi di lacrime mentre sollevava il viso e spalancava di nuovo la bocca. Non le importava della violenza; anzi, in fondo la voleva. Voleva essere solo un oggetto per lui. Da usare a suo piacimento.
L’uomo le afferrò la testa, le dita che si conficcavano nella cute tra i capelli, tirando quasi a strapparli, mentre spingeva il cazzo fino in fondo nella sua bocca, senza preavviso, senza pietà. Alina gemette—un suono soffocato, gutturale—mentre il cazzo le colpiva la gola, le toglieva il respiro, le faceva venire le lacrime agli occhi. Ma non si tirò indietro. Non protestò. Accettò tutto, le mani strette dietro la schiena, immobili. Prendeva tutto. Perché era questo che voleva. Questo che meritava.
L’uomo iniziò a scoparle la bocca con colpi brutali, animali—ogni spinta un affronto, ogni affondo un’umiliazione. Il cazzo le sfregava contro la gola, le faceva venire i conati, le toglieva l’aria, ma Alina non protestò. Sbavava come se avesse la rabbia, prendendo tutto, senza resistenza.
L’orco, eccitato oltre ogni controllo, raggiunse il culmine con un ringhio animale. Le sue dita si strinsero ancora di più tra i capelli di Alina, i fianchi che si sollevavano in un ultimo, brutale affondo. Poi, senza alcun preavviso, la sborra le esplose in gola: un getto caldo, denso, quasi soffocante. Alina sentì il liquido invaderle la bocca, colmare ogni spazio, scivolare dagli angoli delle labbra in rivoli viscido che le solcavano il mento. Il sapore amaro e salato le bruciava la gola mentre cercava disperatamente di deglutire, di respirare, di non annegare in quel fiume di lussuria. Le lacrime le scendevano lungo le guance, mescolandosi al sudore e al trucco sbavato, ma lui non si fermò. Rimase lì, il cazzo ancora piantato nella sua bocca, mentre lei annaspava, i polmoni che bruciavano per la mancanza d’aria, il corpo scosso da conati che non poteva reprimere.
Quando finalmente si ritirò, fu con un gesto brusco, quasi di disprezzo. Si rimise il cazzo nei pantaloni con un movimento rapido, si sistemò la cintura, poi, senza degnarla di uno sguardo, senza proferire parola, frugò nella tasca dei pantaloni. Il portafoglio uscì con un rumore di cuoio logoro, e da esso estrasse una banconota spiegazzata, che le gettò addosso con la stessa cura con cui si butta via un mozzicone di sigaretta. La banconota atterrò sul pavimento freddo, vicino alle sue ginocchia, come un insulto tangibile, un promemoria di ciò che era appena stata: un oggetto, un buco da usare, una troia da pagare.
Alina rimase immobile, ancora in ginocchio, il sapore della sborra che le impregnava la bocca, il corpo scosso da tremori che non erano solo di freddo. Non si mosse per raccogliere i soldi. Non subito. Prima voleva assaporare ogni istante di quella sottomissione, ogni secondo di quell’umiliazione che le scorreva nelle vene come droga. Respirò a fondo, sentendo l’aria fredda del corridoio mescolarsi al calore del suo corpo, al bruciore della gola, al dolore delle guancia dove la mano dell’uomo l’aveva colpita. Ogni sensazione era amplificata, ogni dettaglio un tassello di quel momento che voleva imprimersi nella memoria.
Poi, lentamente, con una calma che contrastava con il tumulto dentro di sé, allungò una mano verso la banconota. Le dita le tremavano leggermente, non per la paura, ma per l’eccitazione che ancora le percorreva le vene. La raccolse, sentendo la carta umida tra le dita, poi si portò la mano alla bocca e si leccò le labbra, assaporando gli ultimi residui di sperma che ancora le ricoprivano. Non c’era fretta. Non c’era vergogna. Solo il piacere di sapere di essere stata usata, di aver dato piacere, di aver superato ogni limite.
Si alzò con eleganza, come se si fosse appena alzata da un tavolo da tè e non dal pavimento di un androne buio. Si sistemò i capelli con un gesto lento, passandosi le dita tra le ciocche arruffate, poi si asciugò gli occhi con il dorso della mano, cancellando le ultime tracce di lacrime.
E ora, con la banconota stretta in mano e il sapore dell’orco ancora sulla lingua, uscì dall’androne. La luce del sole la colpì come uno schiaffo, ma non si fermò. Camminò verso casa con la stessa determinazione con cui aveva varcato quel portone. Il sorrisetto che le curvava le labbra era malizioso, quasi trionfante. Si sentiva viva, potente, anche se era stata in ginocchio. Perché era stata lei a scegliere. Era stata lei a volere tutto questo e ora ne voleva ancora.

Fine Capitolo 2!

Ciao a tutti! Mi chiamo Mathilda, e ho iniziato a scrivere per gioco, per sfogo delle mie fantasie ed esperienze.

Cosa ne pensate del racconto? Vi è piaciuto? I miei racconti sono tutte esperienze di vita vissuta in prima persona e non, ovviamente romanzati. Se questo vi è piaciuto fatemelo sapere, così saprò se continuare. Se non vi è piaciuto, fatemelo sapere lo stesso! ;)

Suggerimenti e idee mi piacciono sempre e scusate se su alcuni aspetti psicologici dei personaggi mi dilungo ma mi piace sia il corpo che la mente. Un bacio! Cherry!

2 Comments

  • avvocato77 avvocato77 ha detto:

    Ciao Mathilda (bel nome, fra l’altro), il racconto mi è piaciuto molto, davvero ben scritto ed eccitante! forse avrei suddiviso in 2 capitoli la storia, così potrebbe essere un pò troppo lunga, anche perchè in realtà racconti di 2 esperienze diverse (anche se in continuazione), ad ogni modo rinnovo i complimenti! hai già idee su come proseguire? se ti aggrada, possiamo scambiarci qualche suggerimento, la mia mail è fabridm77_2022@libero.it, a me farebbe piacere!

    • Cherise Cherise ha detto:

      Grazie! Si diciamo che volendo dare un senso temporale ai miei racconti, in alcuni casi possono esserci più situazioni in un tempo breve. La verità è che quando inizio a scrivere, mischiando ricordi e nuove idee, mi immergo così tanto da perdermi e poi devo tagliare alla fine per non fare un libro intero!!! hahahahah.

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