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L’innocenza perduta di una ragazzina – Cap.3 – Aiutami sorellona!

By 18 Aprile 2026No Comments

Alina avanzava a passo svelto, i piedi rapidi sul marciapiede rovente di un mezzogiorno ormai passato. Il corpo le vibrava ancora, elettrico per tutto ciò che aveva fatto, per tutto ciò che era diventata. Quando raggiunse casa, si guardò intorno con circospezione, prima di entrare nel condominio e poi, ancor di più, davanti alla porta di casa. Appoggiò l’orecchio contro il legno. Silenzio. Con le chiavi in mano, varcò la soglia e un sospiro di sollievo le sfuggì: non c’era nessuno. Finalmente poteva smettere di fingere, di nascondersi.
Si chiuse in camera e si spogliò in fretta, i vestiti appallottolati finirono direttamente nel cesto della biancheria sporca, quello privato. Non poteva rischiare di mescolarli agli altri: l’odore e le macchie avrebbero insospettito sua madre Diana. Li avrebbe lavati lei a mano, più tardi.
Nuda, si osservò nello specchio appannato: il corpo minuto, la pelle chiara ancora arrossata in alcuni punti, i segni dei denti su una spalla, il collo segnato da succhiotti violacei. I capelli biondi, scompigliati e appiccicati alla fronte sudata, le tettine piccole ma rotonde, sode, con i capezzoli duri e scuri per l’eccitazione. La vita stretta, i fianchi appena accennati e quel culetto piccolo e sodo, perfetto, ancora segnato dalle dita che l’avevano stretto, dalle mani che l’avevano spalancato. Si passò una mano tra le cosce, sentendo il bruciore della fica ancora sensibile, gonfia, umida. Si morse un labbro, eccitata solo a ripensare a come l’avevano usata.
Si diresse in bagno, attratta dalla doccia che prometteva di lavare via il sudore, l’uso, la voglia sempre più insaziabile di piacere.
Aprì il rubinetto e l’acqua calda le colpì la pelle come una carezza violenta, scivolando lungo la schiena, tra i seni, giù per la pancia piatta, fino a insinuarsi tra le gambe. Chiuse gli occhi, lasciando che il getto le massaggiasse i muscoli indolenziti, le cosce ancora tremanti. Le mani si mossero meccaniche, insaponando ogni centimetro del suo corpo minuto. I polpastrelli scivolarono sui seni, sui capezzoli duri che si rizzarono ulteriormente sotto il tocco, poi giù, lungo la pancia, fino a sfiorare il pube rasato, la fica ancora sensibile, le labbra gonfie e aperte. Si insaponò con movimenti circolari, sentendo il bruciore del sapone sulla pelle irritata, ma non si fermò. Le dita scivolarono indietro, tra le natiche, dove il dolore si mescolava al piacere, il ricordo di come l’avevano presa lì, per la prima volta, senza pietà. Si piegò leggermente in avanti, allargando le gambe, lasciando che l’acqua le scivolasse addosso, lavando via ogni traccia, ma non i ricordi.
Mentre si lavava i capelli, le dita affondarono tra i ricci biondi, massaggiando il cuoio capelluto, ma la sua mente era altrove. I pensieri tornarono alla mattinata, a ogni dettaglio di quella discesa nella lussuria. L’uomo nell’androne, con la bocca viscida e le mani che le avevano stretto la gola mentre le scopava la bocca fino a farle venire le lacrime agli occhi. Il ragazzo sul bus, che l’aveva fatta sborrare su di sé, le mani che le stringevano i seni mentre lei si mordeva le labbra per non gemere troppo forte. E poi i tre uomini nel bar, quelli che l’avevano usata in ogni modo possibile, facendola godere fino a farle perdere i sensi, prendendole la verginità anale con una violenza che l’aveva fatta urlare di dolore e piacere. Era stata un’esperienza intensa, travolgente, una trasformazione.
Si era svegliata pudica, con il corpo ancora vergine in alcuni modi, e era tornata a casa come una troia consumata, segnata, cambiata per sempre. Quello dell’androne l’aveva persino pagata, come se il suo corpo valesse qualcosa, come se potesse essere comprato. Ma l’esperienza più intensa era stata con i tre bruti nel bar. L’avevano usata come mai nessuno aveva osato fare. Forse l’avevano drogata per spingerla oltre, per farle superare le ultime inibizioni, ma ora non le importava. Anzi, in parte li ringraziava: senza di loro, forse non avrebbe mai conosciuto le gioie del sesso vero, quello sporco, quello che ti lascia senza fiato e con il corpo che trema. E invece, a soli diciotto anni e tre giorni, aveva scoperto un piacere che la eccitava solo a ripensarci, che le faceva stringere le cosce e gemere sotto il getto della doccia.
Poi le tornò in mente ciò che le avevano detto poco prima che varcasse la soglia di quel bar sudicio, ancora sconvolta dagli orgasmi, con le gambe che tremavano e la fica che pulsava: «Perché non ci porti tua mamma? E tua sorella?». Una richiesta così sporca, così folle e sbagliata da farla pensare, da farla eccitare all’idea. Sua madre, Diana, era troppo legnosa, troppo rigida per una situazione come quella che aveva vissuto lei. Ma sua sorella Clara?
Clara. La sua sorellona. La sua guida, il suo faro, il suo primo, segreto oggetto di desiderio. Ora che era cambiata, ora che il suo corpo conosceva il peso del piacere e della sottomissione, il solo pensarla le faceva contrarre la fica in spasmi involontari, le faceva sentire il proprio corpo—minuto, acerbo, ancora troppo simile a quello di una bambina—come un abbozzo imperfetto di fronte alla sinuosa, matura femminilità di Clara. I capelli biondi, sì, identici ai suoi, ma in Clara erano lisci come seta, raccolti in un caschetto ordinato, così composti da sembrare una maschera di perfezione borghese, una facciata che nascondeva chissà quali oscurità. Gli occhi verdi, gli stessi che Alina aveva ereditato, ma in Clara erano più profondi, più scuri, come due pozzi in cui annegavano segreti che lei non avrebbe mai osato immaginare. E poi quel corpo: le curve generose, il seno grosso, pieno, pesante, con i capezzoli scuri e grandi come monete, che sembravano chiedere di essere succhiati, morsi, tirati fino a far gemere. Il culo rotondo, sodo e al contempo morbido al punto giusto, il tipo di culo che non invitava, ma esigeva di essere leccato, scopato senza pietà.
Solo cinque anni di differenza, eppure era come se Clara appartenesse a un altro pianeta, un pianeta dove le donne non si limitavano a sognare il piacere, ma lo divoravano, lo esigevano, lo facevano loro. Alina l’aveva spiata troppe volte, nascosta dietro la porta socchiusa o fingendo distrazione, mentre Clara si spogliava o si vestiva davanti allo specchio della sua camera. Le dita che scorrevano distratte sui fianchi, sul seno. Aveva visto anche la sua fica, la pelle liscia come porcellana, perfetta, depilata con precisione chirurgica, come solo il laser poteva renderla. Alina ci aveva provato, con rasoio e ceretta, ma la sua pelle rimaneva sempre irritata, arrossata, segreta testimonianza della sua inesperienza, della sua goffaggine. Clara era una donna. Alina solo una ragazzina che giocava a esserlo, che si graffiava le cosce nel tentativo di sembrare ciò che non era.
Eppure, ora, dopo quella mattinata, dopo aver conosciuto il sapore del sesso vero, sporco, senza limiti, si sentiva più vicina a quel mondo. Si sentiva meno bambina e più troia. E se Clara lo avesse saputo? Se avesse scoperto che la sua sorellina non era più la stessa, che ora conosceva il gusto dello sperma, il bruciore di un cazzo in gola, la violenza di tre uomini che ti usano come un giocattolo? Che avrebbe pensato? L’avrebbe guardata con disgusto, con pietà, o forse—forse—con qualcosa di più oscuro, di complicità?
Più ci pensava, più si eccitava. Le dita scivolarono sul suo corpo minuto, sui seni piccoli ma sodi, i capezzoli duri come sassolini sotto i polpastrelli, poi giù, sulla pancia piatta, contratta dal desiderio, fino ad affondare tra le labbra della fica, già bagnata, già pronta a farla godere. Si immaginò Clara, distesa sul letto, le cosce spalancate, le dita che affondavano nella fica fradicia, gli occhi socchiusi, le labbra dischiuse in un gemito roco, mentre con l’altra mano si strizza un capezzolo, tirandolo fino a farlo diventare violaceo, quasi dolorante.
Clara che la scopa, non come una sorella, non come un’amante dolce, no. Non era questo che voleva Alina. La voleva come padrona. Una padrona sadica che la scopasse con malizia, con crudeltà, con quel sorriso da predatrice che nascondeva segreti così sporchi da farle venire i brividi lungo la schiena, da farle contrarre la fica in attesa di essere riempita, usata, umiliata. Immaginò Clara nuda, distesa sul letto, le gambe spalancate, le dita che si muovevano lentamente tra le labbra gonfie, mentre le ordinava, con voce roca e dominante: «Inginocchiati, sorellina. Voglio sentire la tua piccola lingua innocente.» Alina ubbidiva senza esitare, strisciando sul pavimento, le ginocchia che bruciavano contro il legno, la bocca già aperta, già pronta a divorare quella fica perfetta, già bagnata, già profumata di desiderio e di peccato. «Vieni a mangiare, sorellina…» le avrebbe detto Clara, mentre le affondava le dita tra i capelli biondi, costringendola a premere la lingua contro il clitoride gonfio, a leccare ogni piega, ogni umore, ogni traccia di piacere proibito.
Lei avrebbe annuito, avrebbe detto di sì con la bocca piena, con gli occhi lucidi, con il corpo che tremava di eccitazione e di sottomissione. Avrebbe fatto qualunque cosa per Clara, per la sua padrona. Avrebbe leccato, ingoiato, sofferto, goduto, pur di sentirsi dire che era brava, che era sua, che era finalmente diventata una donna. Una troia. La troia di Clara.
«Una vera puttanella deve avere ogni buco aperto e scopato…» La voce di Clara le risuonava nelle orecchie, calma e posata come sempre, anche quando era arrabbiata. Quella voce che conosceva fin troppo bene, che ora si insinuava nella sua mente come un ordine, come una promessa. Le dita di Alina scivolarono più in giù, verso il culo stretto e ancora dolorante per la mattinata trascorsa, mentre il desiderio diventava una tortura insopportabile. Ma le dita non bastavano, non dopo il cazzo grosso che l’aveva sfondata quella stessa mattina, per la prima volta, strappandole un grido di dolore e piacere. Si guardò intorno, gli occhi lucidi di eccitazione, e vide l’oggetto del desiderio. Con una mano tremante—mentre l’altra continuava a giocare con il clitoride gonfio e sensibile—prese la spazzola dalla mensola della doccia. Il manico era liscio, affusolato, perfetto per ciò che aveva in mente.
Lo insaponò bene, sentendo le dita scivolare sulla plastica dura, immaginando che fosse il cazzo di Clara a prepararla, a spalancarla. Con un gemito strozzato, se lo infilò tra le natiche, piano all’inizio, poi sempre più a fondo, immaginando che fosse Clara a farlo. Che fosse lei a spalancarle il culo con le dita affilate, a sputarle addosso, a dirle «Rilassati, troietta, così entrerà tutto», mentre le affondava il manico sempre più dentro, fino a farle male, fino a farle gridare di dolore e piacere. «Ti piace, eh? Ti piace farti aprire il culo…» le avrebbe sussurrato all’orecchio, con quella voce roca e dominante, mentre con l’altra mano le strizzava un seno, le torceva un capezzolo fino a farlo diventare violaceo, le graffiava la schiena con le unghie, lasciandole segni rossi che bruciavano come fuoco.
Alina continuava a scoparsi il culo sempre più forte, sempre più a fondo, tanto da premere anche sulla vescica, stimolandola fino a farle venire una voglia disperata di fare pipì. Pensò di lasciarsi andare, di svuotarsi lì, sotto il getto della doccia, ma poi la perversione prese il sopravvento. No. Non doveva sprecarla. Con un gemito animale, aprì la porta della doccia, l’acqua che continuava a scorrere sul suo corpo tremante, e afferrò il bicchiere di plastica dura vicino allo specchio, quello che usava per i gargarismi. Lo posizionò tra le gambe, senza smettere di scoparsi il culo con la spazzola, e si lasciò andare. Il getto schizzava nel bicchiere con un rumore umido, osceno, riempiendolo rapidamente di un liquido giallo chiaro, caldo, quasi fumante. «Brava troietta», immaginò che le dicesse Clara, la voce carica di disprezzo e desiderio, mentre lei finiva di riempire il bicchiere, il respiro affannoso, il corpo scosso da brividi. «Ora bevi. Voglio vederti ingoiare ogni goccia. Così imparerai cosa significa essere mia.»
Alina chiuse gli occhi, il bicchiere pieno di pipì calda tra le mani, mentre si riappoggiava contro le piastrelle fredde della doccia. Lo portò alle labbra, assaporando l’idea proibita di bere la pipì di sua sorella, di sentirne il sapore salmastro, intenso, suo. Immaginò che fosse Clara a costringerla, a tenerle la testa indietro mentre le versava il liquido caldo in gola, mentre le diceva: «È solo l’inizio, sorellina. La prossima volta ti farò bere direttamente dalla fonte. E poi ti farò pulire con la lingua la mia fica sporca e il mio culo.»
E con quel pensiero, Alina bevve. Ingoiò ogni goccia, sentendo il sapore acido scendere lungo la gola, la spazzola infilata a fondo nel proprio culo mentre le dita si muovevano frenetiche sul clitoride. Il corpo le tremava, l’orgasmo la travolgeva come un’onda, le gambe le cedevano e si accasciava contro le piastrelle, la doccia che continuava a scorrere su di lei, lavando via tutto tranne il desiderio.
Mentre il piacere la consumava, mentre si abbandonava a quel momento di pura sottomissione, Alina sapeva una cosa con certezza: avrebbe fatto di tutto per rendere quella fantasia realtà. Avrebbe supplicato. Avrebbe mentito. Avrebbe obbedito. Avrebbe persino tradito. Perché Clara, nella sua testa, non era più solo sua sorella.
Era la sua padrona. La sua dea. La sua ossessione.
Ancora scossa dall’orgasmo, con il fiatone che le bruciava i polmoni, posò il bicchiere vuoto per terra, le dita che tremavano per l’adrenalina. Lentamente, con un gemito strozzato, sfilò la spazzola dal culo, sentendosi di nuovo troppo vuota, troppo aperta, troppo usata. Il corpo le pulsava, la pelle arrossata e ipersensibile, quando all’improvviso la voce di Clara risuonò nell’appartamento come uno shock. Uno scherzo del destino o un segno, a seconda di come lo si guardava.
«Sono a casa!» urlò Clara dalla porta d’ingresso, la voce allegra, spensierata, ignara di tutto.
Alina sobbalzò, il cuore che le martellava nel petto. Rispose con un grido, la voce che rimbombò nel bagno, ancora carica di eccitazione, mentre l’acqua continuava a scorrere sul suo corpo tremante.
«Sono sotto la doccia!»
Si costrinse a riprendere a lavarsi, le mani che scorrevano meccaniche sulla pelle, come se potessero cancellare le tracce di ciò che aveva appena fatto. Quando ebbe finito, sciacquò spazzola e bicchiere con cura, quasi ossessiva, poi chiuse l’acqua. Uscì dalla doccia con il corpo ancora scosso dall’orgasmo, la pelle arrossata e ipersensibile in ogni punto in cui le dita si erano posate, in cui il manico della spazzola l’aveva aperta e fatta godere.
Ma non era il semplice desiderio a farle accelerare il cuore. Era lei. Era Clara.
Si avvolse l’asciugamano intorno alla vita, stringendolo bene, come se potesse nascondere il tremore che la percorreva. Poi prese la crema lenitiva dal mobiletto del bagno, il tubetto bianco e blu che prometteva di lenire le irritazioni. Ma Alina sapeva che non l’avrebbe usata per quello.
Con un respiro profondo, carico di un’eccitazione che le bruciava dentro, Alina uscì dal bagno e si diresse verso la camera di Clara. La porta era socchiusa, e da lì filtrava la luce dorata del sole pomeridiano, che disegnava un rettangolo luminoso sul pavimento. Si fermò sulla soglia, il cuore che le martellava nel petto così forte da farle quasi male, e guardò dentro. Clara era in piedi, di spalle, le mutandine bianche di lycra aderenti si infilavano tra le natiche del suo culo rotondo e sodo.
Con un gesto lento, sensuale, si stava togliendo il reggiseno, e Alina vide il seno grosso e pesante di Clara liberarsi da quella gabbia di stoffa, i capezzoli scuri e turgidi che si rizzavano all’aria fresca della stanza, quasi a cercarla. Alina sentì un’ondata di calore tra le cosce
Bussò con le nocche, un colpo leggero, esitante, come se fosse davvero in difficoltà, come se quel momento la mettesse a disagio.
«Clara?» chiamò, la voce finta preoccupata, quasi tremula, gli occhi che brillavano di un misto di eccitazione e malizia. «Posso entrare?»
Dall’interno, un fruscio di stoffa, un mormorio di risposta.
«Aspetta, sto cambiandomi!»
Ma Alina non aspettò. Entrò lo stesso, con un’espressione finta imbarazzata, gli occhi bassi, come se fosse mortificata di disturbare. E invece, quando sollevò lo sguardo, ciò che vide le fece accelerare il cuore e inumidire le labbra. Clara era in piedi, il reggiseno ancora in mano, il seno nudo e glorioso, i capezzoli grossi e scuri che sembravano chiamarla, supplicarla di essere toccati, succhiati. Tra le gambe semiaperte si vedevano le mutandine bianche di lycra. Erano così aderenti da sembrare una seconda pelle e mostravano le labbra della fica, ben definite. Clara si coprì istintivamente il seno con le braccia, il viso che arrossiva per l’imbarazzo.
«Alina! Non puoi entrare così!» la rimproverò, ma la sua voce non era arrabbiata. Era solo sorpresa, quasi divertita.
«Scusa, Clara…» disse Alina, la voce rotta da una finta sofferenza, gli occhi lucidi di una finta ansia. Si torceva le mani, il corpo che tremava appena, come se fosse sul punto di crollare. «Ma… ho bisogno di te. C’è qualcosa che non va.»
Clara esitò, guardandosi intorno alla ricerca di una maglia che non trovava. La preoccupazione le attraversò il viso, sostituendo l’imbarazzo, trasformando la sua espressione in qualcosa di materno, di protettivo.
«Cosa c’è che non va?» chiese, la voce che si ammorbidiva, che si faceva calda, rassicurante. «Stai male?»
Alina annuì, gli occhi che si riempivano di finte lacrime, le labbra che tremavano.
«È da un po’ che ho questo fastidio…» sussurrò, la voce appena udibile, carica di una disperazione calcolata. «Ma non riesco a raggiungere bene il punto. Ho paura che sia qualcosa di brutto.»
Clara sospirò, le braccia che si abbassarono lentamente, la preoccupazione che aveva la meglio su tutto il resto. «Va bene, dimmi dove» disse, indicando il letto con un cenno del capo, il tono che tradiva una rassegnazione affettuosa, quasi indifesa. «Siediti. Vediamo cosa c’è.»
Alina obbedì, ma non senza calcolo. Si avvicinò al letto, i movimenti lenti e incerti, come se ogni passo le costasse fatica, come se quel momento fosse troppo intenso da sopportare. Si sedette sul bordo, le gambe chiuse, le mani che stringevano l’asciugamano intorno alla vita, come se potesse proteggerla da qualcosa di indefinito, di minaccioso.
«È… è dietro» disse, la voce quasi un sussurro, le guance che si infiammavano di finta vergogna. «Lì… dove c’è il buchino.»
Clara arrossì di nuovo, ma questa volta non si coprì. Invece, si sedette accanto a lei, le gambe accavallate, gli occhi attenti e preoccupati, quasi clinici. «Vuoi dire… l’ano?» chiese, la voce bassa, come se parlarne ad alta voce potesse renderlo più reale, più tangibile, più perverso.
Alina annuì, il viso che si arrossava di una vergogna recitata a perfezione, le dita che giocavano nervose con l’orlo dell’asciugamano.
«Sì…» sussurrò, gli occhi che sfuggivano il contatto. «È lì che mi fa male. Ma non riesco a vedere bene. Ho paura che sia infiammato o qualcosa del genere.»
Clara esitò solo un secondo, il tempo di un respiro. Poi, con un sorriso rassicurante, le mise una mano sulla spalla, le dita che si conficcavano appena nella pelle, come se potesse trasmetterle forza, sicurezza. Non pensò neanche a coprirsi dato che la preoccupazione per la salute della sua sorellina aveva per lei la priorità su tutto.
«Va bene, non preoccuparti» disse, la voce calma, materna, quasi ipnotica. «Ti aiuto io. Sdraiati a pancia in giù, così controllo.»
Alina finse di esitare, come se quella richiesta la mettesse a disagio, come se fosse sul punto di rifiutare. «Ma…» cominciò, la voce che tremava. «Non è che… cioè, non vorrei metterti a disagio.»
Clara scosse la testa, un sorriso gentile sulle labbra, quel sorriso che Alina conosceva fin troppo bene, quel sorriso che ora le sembrava carico di un significato nuovo, proibito, perverso.
«Sciocchina» disse, accarezzandole i capelli come faceva quando era piccola, come se Alina fosse ancora la bambina indifesa di un tempo. «Sono tua sorella. Se hai un problema, sono qui per te.»
Alina abbassò lo sguardo, come se fosse troppo imbarazzata per guardarla negli occhi, come se quella vicinanza la facesse sentire nuda anche prima di esserlo. Poi, con un respiro profondo, annuì.
«Va bene» sussurrò, la voce appena udibile.
Si alzò dal letto, le gambe che tremavano appena, come se fosse nervosa, come se quel momento fosse troppo intenso da sopportare. Si girò, dando le spalle a Clara, e lentamente, con movimenti studiati, slegò l’asciugamano. Lo fece scivolare giù lungo il corpo, lasciandolo cadere a terra con un fruscio ovattato, come se stesse rivelando un segreto, un’offerta.
Rimase completamente nuda, di spalle. Esposta. Vulnerabile. Sentiva gli occhi di Clara su di sé, il suo respiro che si faceva appena più veloce, più affannoso, come se anche lei, in quel momento, fosse consapevole di varcare una soglia invisibile. Ma Clara non disse nulla. Non si tirò indietro. Era troppo preoccupata per la sua sorellina, troppo abituata a proteggerla, a prendersi cura di lei. Non poteva immaginare che quella fragilità fosse solo una maschera, che quella richiesta d’aiuto nascondesse un desiderio molto più oscuro, molto più perverso.
«Va bene» disse Clara, la voce un po’ tesa, ma determinata, come se stesse affrontando una prova, come se stesse varcando una soglia da cui non avrebbe più potuto tornare indietro. «Sdraiati. Che così ti controllo meglio.»
Alina, con un sorrisetto appena accennato, nascosto dai capelli biondi che le ricadevano sul viso, obbedì. Si sdraiò a pancia in giù sul letto, le gambe leggermente divaricate, il culo esposto, la schiena tesa. Sentiva il freddo del lenzuolo sotto la pelle calda, sentiva il respiro di Clara che si avvicinava, sentiva le dita della sorella che sfioravano la sua pelle, esitanti, preoccupate.
“Dove esattamente?” chiese Clara, la voce bassa, quasi un sussurro.
Alina indico con un dito tremulo, fingendo imbarazzo. “Lì” sussurrò. “Proprio… lì.”
Clara annuì. Alina sentì le sue dita avvicinarsi, esitanti, poi ferme sopra il suo ano. Non premevano. Non entravano. Aspettavano.
“Fa male se tocco?” chiese Clara, la voce tesa.
Alina scosse la testa, un gemito finto che le sfuggì dalle labbra. “No… cioè, sì, un po’…” mentì. “Ma non troppo. È come… un bruciore.”
Clara sospirò. “Va bene” disse. “Adesso metto un po’ di crema. Vediamo se ti passa.”
Alina chiuse gli occhi.
Era esattamente dove voleva essere. Nuda e sotto le ditsa di sua sorellsa.
E ora, sua sorella era lì, con le dita a un solo centimetro dal suo buco, pronta a toccarla, a curarla—senza sapere che, in realtà, stava per corromperla.
Clara prese una noce di crema lenitiva, le dita che tremavano leggermente mentre cercava di mantenere un’espressione professionale. “Stai ferma, Alina” disse con voce calma, quasi materna, mentre iniziava a spalmare il gel tra le natiche della sorella. “Così ti passa il bruciore.”
Alina, sdraiata a pancia in giù sul letto di Clara, aprì lentamente le gambe con un movimento che sembrava innocente, quasi involontario. “Grazie, Clara” sussurrò con un filo di voce, fingendo un’imbarazzo che non provava. “Mi fai sentire meglio.”
Clara, concentrata sul gesto, non si accorse subito di quanto Alina si stesse esponendo. Ma quando il suo sguardo cadde sulla fica della sorella, umida e leggermente aperta, arrossì violentemente. “Alina!” esclamò, ritirando istintivamente la mano. “Cosa…”
“Mi fa male anche lì” interruppe Alina con una voce finta tremante, indicando con un dito esitante le labbra della sua fica. “Non riesco a toccarmi… mi brucia troppo.”
Clara esitò, il viso che passava dal rossore all’incertezza. “Ma… sei sicura che non hai fatto niente?” chiese, cercando di mantenere un tono da sorella responsabile. “Non hai… insomma, non hai avuto rapporti o qualcosa del genere?”
Alina scosse la testa con un’espressione di finta innocenza. “No, Clara, te l’ho detto!” mentì, abbassando lo sguardo come se fosse troppo imbarazzata per guardarla negli occhi. “Ho solo… giocato un po’ da sola. Ma deve essere successo qualcosa, perché mi brucia tanto.”
Clara sospirò, chiaramente a disagio, ma non poteva lasciarla così. “Va bene” disse, prendendo un altro po’ di crema. “Ma solo perché sei mia sorella. Non dire a nessuno che l’ho fatto, d’accordo?”
Alina annuì con gratitudine esagerata, mentre Clara, con dita tremanti, iniziò ad applicare la crema anche sulle labbra della fica. “È solo per il bruciore” mormorò Clara, cercando di giustificare a sé stessa quel gesto. “Solo per quello.”
Ma Alina non stava pensando al bruciore. Stava pensando a come Clara, senza rendersene conto, le stava accarezzando la fica. A come le sue dita, pur esitanti, stavano sfiorando il punto più intimo del suo corpo. E mentre Clara continuava a spalmare la crema, Alina contrasse leggermente i muscoli, facendo sì che il buchino del culo si aprisse appena quel tanto che bastava per far scivolare dentro la falange di Clara.
Clara trasalì. “Alina!” esclamò, ritirando la mano come se si fosse scottata. “Cosa stai facendo?!”
“Scusa!” disse Alina con una finta sorpresa. “È che… mi fa male anche lì dentro. Forse la crema deve entrare un po’.”
Clara la guardò con sospetto, ma Alina mantenne un’espressione innocente, quasi implorante. “Per favore, Clara” sussurrò. “Non so come fare da sola.”
Clara esitò, chiaramente combattuta. Ma alla fine, con un sospiro rassegnato, riprese a spalmare la crema, questa volta con più cautela, ma lasciando che la falange scivolasse dentro il buchino di Alina. Alina chiuse gli occhi, godendo di quel tocco involontariamente intimo. “Grazie. Sei la sorella migliore.” sussurrò, con una voce che tradiva una gratitudine che non era del tutto finta.
L’aria nella stanza era pesante, carica di un silenzio che solo il rumore dell’acqua che scorreva nel lavandino riusciva a spezzare. Clara aveva le dita ancora tremanti mentre spalava la crema sulla pelle di Alina, cercando di ignorare quanto fosse intimo quel gesto. Ogni volta che le sue dita sfioravano il buchino della sorella, sentiva un brivido percorrerle la schiena, un misto di disagio e una curiosità che non osava ammettere.
«Stai ferma, Alina” ripeté per l’ennesima volta, la voce leggermente tesa.«Non muoverti, altrimenti non riesco a mettere la crema bene.»
Alina obbedì, ma solo in apparenza. In realtà, aprì lentamente le gambe, come se cercasse una posizione più comoda, esponendo ancora di più la sua intimità. «Scusa, Clara» sussurrò, fingendo un imbarazzo che non provava. «È solo che… mi fa male anche lì sotto. Non so cosa fare.»
Clara esitò, le dita che si fermarono a mezz’aria, come se quel gesto potesse già tradirla. «Alina…» cominciò, la voce che oscillava tra preoccupazione e un sottile tremore di qualcosa di più oscuro. «Sei proprio sicura che non hai combinato niente di… strano? Non hai usato qualcosa che ti ha irritata?»
Alina abbassò lo sguardo, le guance che si tingevano di un rossore finto, calcolato. Si morse il labbro inferiore, come se quella confessione le costasse uno sforzo immenso. «Be’…», sussurrò con un filo di voce, quasi impercettibile, «ho provato a mettere… qualcosa. Solo per capire.»
Clara la fissò con occhi sgranati, le dita che si bloccarono all’istante, come se quel contatto improvvisamente scottasse. «Cosa?!», domandò, la voce un misto di shock e una curiosità che non riusciva a nascondere del tutto. Le sue labbra si serrarono, come se volesse trattenere parole che non avrebbe mai dovuto pronunciare.
Alina esitò, fingendo un’imbarazzo che le faceva tremare le mani. «Un manico…», confessò, abbassando ulteriormente lo sguardo, le dita che si attorcigliavano nervose tra loro. «Quello della spazzola. Solo per vedere come ci si sente…» Poi, con una voce ancora più bassa, quasi un sussurro, aggiunse: «E poi… ho provato a metterlo anche… dietro.»
Clara trasalì, le dita che si ritirarono di scatto, come se avessero toccato qualcosa di proibito. «Alina!», esclamò, la voce che tradiva un misto di scandalo e una morbosa fascinazione. «Cosa vuol dire “dietro”?!», domandò, anche se in realtà lo sapeva fin troppo bene. Il suo respiro si fece più affannoso, le guance arrossate, come se quella immagine le avesse acceso qualcosa dentro.
Alina abbassò ulteriormente lo sguardo, fingendo una vergogna che le faceva tremare le labbra. «Nel… culetto», confessò, la voce appena udibile, «…solo un po’. Ma poi mi ha bruciato, e ho avuto paura di essermi fatta male.»
Clara arrossì violentemente, le dita che tremavano mentre riprendevano a spalmare la crema, come se quel gesto potesse giustificare tutto. «Alina, non si fa!», ripeté, la voce che oscillava tra rimprovero e una preoccupazione che suonava sempre più falsa. «È pericoloso! Puoi farti male davvero!» Ma le sue dita non si fermarono. Anzi, sembravano quasi attirate da quel punto, come se non potessero resistere all’idea di esplorarlo.
Alina annuì, fingendo un pentimento che non provava, gli occhi lucidi di finte lacrime. «Lo so…» sussurrò, la voce spezzata, «e ora mi fa male. Mi aiuti, Clara? Per favore…» Fece una pausa, come se stesse per crollare. «Non so cosa fare. Ho paura che si sia infiammato, o che… che mi sia fatta male sul serio.»
Clara esitò, chiaramente combattuta. Le dita le tremavano, ma non poteva tirarsi indietro. Non ora. Non quando Alina era lì, nuda, indifesa, sua. «Va bene…», disse infine, con un sospiro che suonava più come una resa che come una decisione. «Ma non farlo più, hai capito? È troppo pericoloso.»
Mentre riprendeva a spalmare la crema, le sue dita scivolavano con una cautela che tradiva una curiosità inconfessata. Il buchino di Alina era aperto, più di quanto si aspettasse, come un invito silenzioso, irresistibile. Clara non poteva fare a meno di esplorarlo, anche se solo per “accertarsi che non ci fossero danni”. «Devo controllare bene…», mormorò, la voce che tradiva un tremore che non era solo preoccupazione.
L’altra mano, quasi senza volerlo, continuò a sfiorare le labbra della fica di Alina, umide e gonfie, e ogni tanto il polpastrello le sfiorava il clitoride, facendola tremare appena. «Stai ferma…», sussurrò Clara, la voce che si faceva sempre più roca, mentre le dita sembravano perdere la loro innocenza, come se stessero scoprendo qualcosa di nuovo, di proibito.
Alina chiuse gli occhi, godendo di quel tocco che diventava sempre più audace, sempre più intimo. «Grazie, Clara…», sussurrò, la voce che tradiva una gratitudine che non era del tutto finta. «Sei così gentile con me…»
Mentre riprendeva a spalmare la crema, le sue dita scivolavano con una cautela che tradiva una curiosità inconfessata. Il buchino di Alina era aperto, più di quanto si aspettasse, come un invito silenzioso, irresistibile. Clara non poteva fare a meno di esplorarlo, anche se solo per “accertarsi che non ci fossero danni”. «Devo controllare bene…», mormorò, la voce che tradiva un tremore che non era solo preoccupazione.
L’altra mano, quasi senza volerlo, continuò a sfiorare le labbra della fica di Alina, umide e gonfie, e ogni tanto il polpastrello le sfiorava il clitoride, facendola tremare appena. «Stai ferma…», sussurrò Clara, la voce che si faceva sempre più roca, mentre le dita sembravano perdere la loro innocenza, come se stessero scoprendo qualcosa di nuovo, di proibito.
Alina chiuse gli occhi, godendo di quel tocco che diventava sempre più audace, sempre più intimo. «Grazie, Clara…», sussurrò, la voce che tradiva una gratitudine che non era del tutto finta. «Sei così gentile con me…»
Ma dentro di sé, Alina sorrideva. Perché sapeva che, piano piano, stava corrompendo Clara. Stava trasformando sua sorella in qualcosa di molto più oscuro, molto più perverso. E Clara, pur fingendo pudore, non si stava tirando indietro. Anzi, le sue dita sembravano quasi godere di quel contatto, come se stessero scoprendo una parte di sé che non avevano mai osato esplorare prima.
«Clara…» sussurrò, la voce tremante, mentre le dita della sorella le accarezzavano il culo e sfioravano la fica umida, «tu… hai mai provato a toccarti… lì?»
Clara si irrigidì all’istante, le dita che per un attimo si fermarono, come se quella domanda l’avesse colpita come una scossa elettrica. «Alina!» esclamò, la voce un misto di shock e imbarazzo, ma il suo respiro era già più affannoso, le dita che, invece di ritirarsi, rimasero lì, sospese, come se non volessero davvero smettere. «C-cosa intendi?»
Alina si morse il labbro, fingendo un’imbarazzo che in realtà era solo un gioco per spingerla oltre. «Voglio dire…» continuò, con una voce che sembrava quella di una ragazzina confusa, «hai mai usato le dita… per toccarti… dentro?» Fece una pausa, come se stesse lottando con sé stessa per chiedere il resto. «O… altro?»
Clara arrossì violentemente, ma le sue dita, invece di allontanarsi, sembrarono quasi premere un po’ di più, come se quella domanda le avesse risvegliato qualcosa. «Alina, non sono affari tuoi!», protestò, ma la sua voce era meno convinta di prima, il tono che tradiva una colpa che stava già crescendo dentro di lei.
«Scusa…» mormorò Alina, fingendo di ritirarsi, ma in realtà spingendo ancora un po’. «È solo che… se anche tu l’hai fatto, allora forse non è così sbagliato.» Lasciò la frase in sospeso, come se stesse aspettando una conferma, come se avesse bisogno di sapere che non era l’unica a desiderare quelle cose.
Clara esitò, le dita che ora sembravano muoversi da sole, come se avessero una volontà propria. «Io…» cominciò, la voce che si faceva più bassa, più intima, «ho usato le dita, sì. Lo fanno tutte le donne Alina… è normale diciamo… in certi momenti.» Si interruppe, come se stesse lottando con sé stessa per non dire altro, ma il suo corpo tradiva già l’eccitazione: il respiro più veloce, le dita che sfioravano Alina con una lentezza che non era più solo “cura”.
«E… altro?» insisté Alina, con una voce che sembrava quella di una sorellina ingenua, ma gli occhi che brillavano di malizia.
Clara chiuse gli occhi per un istante, come se quella domanda le facesse male. «Forse…» ammise, la voce appena un sussurro, «ho provato con… qualcosa di più grosso. Ma solo qualche volta.» Le sue dita si fermarono di nuovo, come se quella confessione l’avesse scossa, ma il suo pollice, quasi senza volerlo, sfiorò il clitoride di Alina, facendola sussultare.
«Cosa?» chiese Alina, fingendo una curiosità innocente, mentre in realtà stava già immaginando ogni dettaglio, ogni possibilità.
«Un…» Clara esitò, il viso che ardeva di vergogna, «un vibratore E l’ho usato solo… lì davanti.» Non aggiunse altro, ma il modo in cui le sue dita ora si muovevano su Alina, come se stessero ricordando quel piacere, diceva più di mille parole.
Alina gemette piano, come se quella confessione l’avesse eccitata ancora di più. «E dietro… non hai mai provato?» chiese, con una voce che sembrava quella di una ragazzina curiosa, ma il suo corpo si inarcò leggermente, come se stesse offrendo a Clara un invito silenzioso.
«No!» rispose Clara, troppo in fretta, come se quella domanda l’avesse colpita nel profondo. Ma le sue dita, invece di ritirarsi, scivolarono ancora un po’ più giù, verso il culo di Alina, come se quella negazione fosse in realtà una bugia.
Clara sentiva il cuore martellarle nel petto, un ritmo frenetico che le bruciava le tempie. Le dita le tremavano mentre continuavano a muoversi su Alina, come se avessero una volontà propria, come se fossero guidate da un desiderio che non osava ammettere. «Così va meglio?», chiese, la voce che tradiva un’imbarazzo sempre più difficile da nascondere, le labbra secche, il respiro che si faceva sempre più corto.
Alina annuì, le labbra serrate per non tradire quanto quel tocco la stesse eccitando, quanto quel contatto proibito le facesse contrarre la fica in spasmi di piacere. «Sì…», sussurrò, con una voce che sembrava sincera, quasi innocente, mentre in realtà ogni fibra del suo corpo bruciava di desiderio. «Mi sembra che stia migliorando. Ma non è ancora passato il bruciore.» In realtà, non c’era nessun bruciore. C’era solo il fuoco del desiderio, che le divampava tra le gambe ogni volta che Clara la sfiorava, ogni volta che le dita della sorella si avvicinavano a quel punto proibito.
Clara continuò a spalmare la crema, ma le sue dita scivolavano sempre più a fondo, come se fossero attratte da quel buco stretto e caldo, come se non potessero resistere alla tentazione di esplorarlo. L’altra mano, quasi senza volerlo, sfregava le labbra bagnate della fica di Alina, e ogni volta che il polpastrello sfiorava il clitoride, Alina doveva mordersi il labbro per non gemere, le gambe che si aprivano ancora di più, come se volesse offrire tutto sé stessa a quel tocco involontario, come se volesse che Clara capisse quanto ne avesse bisogno.
Clara era combattuta tra il disgusto e la curiosità. Poi vinse la seconda.
«Alina, dimmi esattamente cosa hai fatto», chiese Clara, la voce tesa, quasi un ordine, mentre le dita continuavano a muoversi su di lei, come se non potessero fermarsi.
Alina abbassò lo sguardo, fingendo un imbarazzo che nascondeva una malizia ben più profonda. «Non so se dovrei dirtelo…», sussurrò, le guance che si coloravano di un rosso finto, gli occhi che sfuggivano il contatto, come se quella confessione le costasse uno sforzo immenso. «È così… sporco.»
Clara sentì un brivido percorrerle la schiena, un misto di eccitazione e colpa che le serpeggiava dentro. «Alina, devi dirmi tutto», insistette, anche se una parte di lei non voleva sapere, anche se una parte di lei sapeva che quelle parole l’avrebbero eccitata ancora di più. «Altrimenti non posso aiutarti.»
Alina sospirò, come se fosse troppo vergognosa per continuare, come se quelle parole le bruciassero in gola. «In verità ho usato… due spazzole», confessò, la voce che tremava di finta vergogna, mentre in realtà stava godendo di ogni istante di quella confessione, di ogni attimo in cui vedeva Clara perdere il controllo. «Una per la fica e una per il culo. Le ho messe insieme e…» Si interruppe, come se non riuscisse a continuare, come se quella immagine fosse troppo oscena anche per lei. Ma in realtà stava solo lasciando che l’immaginazione di Clara facesse il resto, che la sua mente si riempisse di immagini sempre più sporche, sempre più eccitanti.
Clara sentì il cuore batterle all’impazzata, le dita che si bloccarono per un istante, come se quella confessione l’avesse colpita come una scossa elettrica. «Insieme?», chiese, la voce che tradiva un misto di shock e una curiosità morbosa che non riusciva a nascondere. «Alina…»
Alina chiuse gli occhi, come se fosse troppo imbarazzata per guardarla, come se quella verità la umiliasse. «Ho messo prima quella dietro… poi quella davanti…», sussurrò, la voce appena udibile, «e le ho mosse entrambe. E ho… godevo così tanto, Clara. Non riuscivo a fermarmi.»
Clara sentì il cuore batterle all’impazzata, le dita che si bloccarono di nuovo, ma solo per un istante. Poi ripresero a muoversi, quasi ipnotizzate, come se quella confessione avesse risvegliato in lei qualcosa di oscuro, qualcosa che non aveva mai osato ammettere. «Dio, Alina…», mormorò, ma non era un rimprovero. Era qualcosa di diverso. Era l’ammissione di un desiderio che stava crescendo dentro di lei, un desiderio che non poteva più ignorare.
Alina abbassò lo sguardo, fingendo un pentimento che non provava, le labbra che tremavano appena, come se fosse sul punto di scoppiare in lacrime. «Lo so… è sbagliato… ma io…», sussurrò, con una voce che sembrava sincera, quasi spezzata. «Ma non riuscivo a resistere. Mi piaceva troppo. E ora me ne pento.»
Dentro di sé, senza volerlo, Clara immaginò la scena: Alina, nuda, in ginocchio sul pavimento freddo del bagno, il manico della spazzola che le penetrava il culo, gli occhi chiusi, le labbra dischiuse in un gemito soffocato, l’altra spazzola che entrava nella fica fradicia, il corpo che tremava per il piacere. L’idea la fece arrossire ancora di più, un calore che le salì dalle cosce allo stomaco, che le fece stringere le gambe senza volerlo. Ma non disse nulla. Non poteva. Non ora. Non quando Alina sembrava così vulnerabile, così bisognosa del suo “aiuto”.
Il dito di Clara scivolò completamente dentro il buchino di Alina, muovendosi avanti e indietro in un ritmo involontario, mentre Alina si mordeva il labbro per non gemere, il corpo che si inarcava sotto quel tocco, le gambe che si aprivano ancora di più, come se volesse offrire tutto sé stessa a quella penetrazione. Era così vicina all’orgasmo che poteva quasi sentirlo, come un’onda che stava per travolgerla, come un fuoco che stava per consumarla.
Clara non si rendeva conto di quanto fosse eccitante quel gesto per Alina, di quanto la stesse portando vicino al limite. La sua mente era troppo occupata a immaginare la sorella, a vedere quanto fosse sporca, quanto fosse avida di piacere, quanto fosse diversa dalla ragazzina innocente che credeva di conoscere. «Clara…», sussurrò Alina, con una voce che tradiva una gratitudine che non era del tutto finta, «non smettere. Per favore.» E dentro di sé, sorrideva. Perché stava ottenendo esattamente ciò che voleva.
Con un sospiro finto sofferente, Alina si mosse, spostandosi in una posizione che sembrava dettata solo dal bisogno di facilitare il lavoro a Clara. “Aspetta, Clara” disse, la voce che tremava di finta vergogna. “Così non riesci a mettere bene la crema. Forse… forse se mi metto così, riesci ad arrivare meglio. E poi… usa due dita.”
Alina si sistemò, mettendosi carponi sul letto, la testa appoggiata sul lenzuolo, il culo esposto e sollevato come quello di una cagna in calore. Sentiva lo sguardo di Clara su di sé, il suo respiro che diventava sempre più affannoso.
Clara esitò, le dita che si fermarono all’istante. “Due dita?” chiese, la voce tesa, quasi spaventata all’idea. “Ma non ti farà male?”
Alina scosse la testa, fingendo una sicurezza che non aveva. “No anzi, mi aiuterà di più. Per favore, Clara. Ho paura che se non lo fai, peggiorerà.”
Clara rimase in silenzio per un istante, il viso arrossato, le dita ancora immerse in Alina. Poi, con un sospiro rassegnato, annuì. “Va bene” disse, la voce che tradiva un misto di preoccupazione e qualcosa di più oscuro. “Ma se ti fa male, dimmelo subito.”
Quando Clara inserì il secondo dito nel suo culo, Alina dovette mordersi il labbro per non gemere. Il bruciore che aveva finto svanì all’istante, sostituito da un piacere così intenso che le fece contrarre i muscoli intorno alle dita della sorella. “Così… così va meglio” mentì, la voce che tremava non per dolore, ma per l’eccitazione che le serpeggiava dentro.
Clara, convinta di stare facendo la cosa giusta, continuò a muovere le dita, lentamente all’inizio, poi con un ritmo sempre più sicuro. Le dita di Clara scivolavano dentro e fuori dal buchino di Alina con un ritmo che diventava sempre più insistente, mentre Alina si mordeva il labbro per non gemere, il corpo che si inarcava leggermente, come se cercasse di offrire ancora di più a quel tocco.

Le dita di Clara si muovevano ormai con un ritmo ipnotico, sincronizzato, come se non fossero più sotto il suo controllo, ma guidate da un istinto più profondo, più oscuro. L’indice e il medio affondavano nel culo stretto e caldo di Alina, mentre l’anulare e il mignolo sfioravano le labbra gonfie della sua fica.
Clara fissava la propria mano, le dita che sparivano dentro la sorella, e non riusciva più a distinguere se stava curando o se stava godendo. Se stava aiutando o se stava corrompendo.
Le mutandine le aderivano alla pelle, umide e strette e i capezzoli all’aria, duri come sassi,. Le dita si muovevano ormai da sole, come se non fossero più sue.
«Così, Clara… così è perfetto» gemette Alina, la voce rotta dal piacere, un misto di supplica e incitamento che vibrava nell’aria come una promessa. «Non fermarti, per favore.» Le sue parole erano un veleno dolce, un ordine mascherato da preghiera, e Clara sentiva quel suono scivolarle sotto la pelle, accenderle qualcosa di proibito, di irrefrenabile.
«Ma… Alina, non so se dovrei…» provò a protestare, ma la sua voce era solo un sussurro, soffocato dal respiro affannoso, dal battito del cuore che le rimbombava nelle orecchie. Le dita non si fermarono. Non potevano. Non ora.
«Sì, invece» rispose Alina, con un filo di voce che tradiva quanto fosse vicina al limite, le cosce che tremavano, il culo che si stringeva intorno alle dita di Clara come per trattenerle. «Ti prego… Mi stai aiutando. Non ti fermare ora!»
Clara non riuscì a rispondere. Le dita continuavano ad affondare, sempre più profonde, sempre più audaci, mentre la sua mente si annebbiava, sommersa da immagini oscene: Alina in ginocchio, il culo offerto, le labbra della fica lucide di umori, le sue stesse dita che la penetravano senza pietà. Il desiderio le bruciava tra le cosce, un fuoco che non poteva più ignorare.
Senza rendersene conto, la mano libera scivolò giù, lungo il suo corpo, fino a posarsi sulle mutandine. Sentì il tessuto umido sotto le dita – Dio, quanto era bagnata – e un brivido le percorse la schiena, elettrico, inarrestabile. Alina non poteva vederla. Non poteva sapere che, mentre lei gemeva, le dita di Clara si erano già infilate sotto l’elastico, affondando nella propria fica fradicia con lo stesso ritmo con cui penetrava la sorella.
«Non fermarti, per favore» supplicò Alina, la voce un sussurro roco, il corpo che si contraeva in piccoli scatti, segno che l’orgasmo era lì, a un respiro di distanza. E Clara, persa in quel gioco proibito, non poté fare altro che seguire quel ritmo, le dita che si muovevano all’unisono – dentro Alina, dentro sé stessa – finché non sentì il corpo della sorella irrigidirsi, finché non sentì il proprio piacere esploderle addosso, un’ondata di fuoco che la travolse, lasciandola tremante, senza fiato, due corpi sincronizzati, due sorelle che condividevano lo stesso peccato.

Clara lo sapeva.
Sapeva che stava oltrepassando un confine, che stava affondando in un abisso dal quale non sarebbe più tornata indietro. Ma non poteva fermarsi. Non ora. Non quando sentiva il corpo di Alina contrarsi in piccoli, convulsi scatti, non quando sentiva le pareti strette del suo culo stringersi intorno alle sue dita, non quando sentiva il respiro della sorella farsi sempre più affannoso, sempre più rotto, come se stesse annegando nel piacere.
E poi, Alina gemette.
Un suono roco, spezzato, che si spezzò nell’aria come un ordine, come una supplica, come la conferma che non c’era più ritorno. E in quel momento, il corpo di Clara seguì quello della sorella, travolto da un’ondata di piacere così intensa da farle chiudere gli occhi, da farle mordere il labbro fino a farsi male. Due orgasmi, due corpi sincronizzati al millesimo di secondo, come se fossero una sola carne, una sola anima, due sorelle che condividevano non solo il sangue, ma ora anche il peccato, la lussuria.
Era troppo tardi per i rimorsi. Era troppo tardi per tornare indietro.
Per un lungo, interminabile momento, rimasero così: immobili, silenziose, con il respiro affannoso che riempiva la stanza come un’eco oscena. Clara sentiva ancora il culo di Alina contrarsi intorno alle sue dita, sentiva il proprio corpo pulsare di piacere, il cuore che le batteva all’impazzata contro le costole, come se volesse scappare via da quel peccato, da quella verità. Non riusciva a credere a ciò che era appena successo.
Eppure, non riusciva a pentirsi. Non ancora.
Lentamente, sfilò le dita, sentendo il calore umido che le avvolgeva. Poi si alzò dal letto con movimenti meccanici, prese una maglia a caso, se la infilò con gesti frettolosi, quasi violenti. Non era solo la pelle che voleva coprire, ma anche la vergogna, il desiderio, la colpa.
Alina, invece, si tirò su, prese l’asciugamano e se lo legò sopra il seno, nascondendo appena il corpo che ancora bruciava di piacere. Poi, con voce bassa ringraziò la sorella.
Clara rispose senza girarsi, senza guardarla, la voce strozzata, quasi irriconoscibile:
«Vai.»
E Alina uscì, con un sorrisetto malizioso nascosto dalle labbra, gli occhi che brillavano di un luccichio di trionfo. Un altro passo verso l’abisso. Un altro passo verso la corruzione di Clara.
E nella stanza, rimase solo il silenzio.

Fine Capitolo 3!

Ciao a tutti! Mi chiamo Mathilda, e ho iniziato a scrivere per gioco, per sfogo delle mie fantasie ed esperienze.

Cosa ne pensate del racconto? Vi è piaciuto? I miei racconti sono tutte esperienze di vita vissuta in prima persona e non, ovviamente romanzati. Se questo vi è piaciuto fatemelo sapere, così saprò se continuare. Se non vi è piaciuto, fatemelo sapere lo stesso! ;)

Suggerimenti e idee mi piacciono sempre e scusate se su alcuni aspetti psicologici dei personaggi mi dilungo ma mi piace sia il corpo che la mente. Un bacio! Cherry!

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