Il ticchettio della pioggia contro i vetri dell’ufficio era l’unico suono a riempire il silenzio, interrotto solo dallo scatto secco di una chiavetta USB appoggiata sul tavolo di mogano.
Elena fissò l’oggetto metallico, poi sollevò lo sguardo su Marco. Il suo capo, l’uomo che fino a quel mattino aveva considerato solo un brillante e distaccato direttore finanziario, la stava guardando con una calma raggelante.
Qui dentro c’è tutto, Elena, disse Marco, la voce bassa, quasi vellutata. I bilanci truccati degli ultimi due anni. Ci sono le tue firme digitali, le tue autorizzazioni. Abbastanza per farti passare i prossimi dieci anni in un tribunale, distruggendo la tua carriera e la tua famiglia.
Elena sentì il sangue defluire dal viso. Aveva commesso quegli errori per disperazione, per coprire un debito che non era nemmeno suo, convinta che nessuno se ne sarebbe accorto. Cosa vuoi?, sussurrò, con la gola secca. Sei venuto a chiedermi dei soldi? Lo sai che non li ho.
Marco accennò un sorriso, un movimento d’angoli che non toccò gli occhi. Si alzò lentamente, aggirando la scrivania, e si fermò a pochi centimetri da lei. L’aria attorno a Elena sembrò farsi improvvisamente densa, irrespirabile.
I soldi non mi mancano, Elena. Voglio qualcosa di molto più prezioso. Il controllo. Si chinò leggermente, stringendo il bordo del tavolo e bloccandola nello spazio della sua sedia. Da oggi in poi, la tua volontà non ti appartiene più. Farai esattamente quello che ti dirò, quando lo dirò. Sarai a mia completa disposizione, in ufficio e fuori. Se rifiuti, domani mattina questo file sarà sulla scrivania del procuratore.
Il cuore di Elena batteva così forte da farle male al petto. Si aspettava di essere travolta dal panico, dal disgusto, da una ribellione feroce. E in parte era così. Ma sotto lo strato superficiale del terrore, accadde qualcosa di inspiegabile, un brivido sotterraneo e sconosciuto che le partì dalla base del collo e si diffuse in tutto il corpo.
Per mesi aveva vissuto nel terrore di essere scoperta, schiacciata dal peso di una responsabilità enorme e dall’ansia costante di dover gestire ogni cosa da sola. Ora, improvvisamente, la decisione le veniva strappata dalle mani. Non doveva più lottare. C’era un padrone, adesso, che decideva per lei.
Io…, provò a dire, ma la voce le mancò.
Niente obiezioni, la interruppe lui, con un tono di assoluto comando che le fece scattare una strana, calda scossa lungo la schiena. Marco le prese il mento tra le dita, non con violenza, ma con una fermezza incrollabile, costringendola a guardarlo negli occhi. Voglio sentire la tua sottomissione, Elena. Dimmi che accetti.
Elena guardò quegli occhi scuri. La paura era ancora lì, ma si stava trasformando in qualcos’altro: un’eccitazione torbida, il sollievo quasi perverso di essere stata dominata, di non avere più scelta. La morsa del ricatto, invece di spezzarla, stava risvegliando una parte di lei che non sapeva di possedere, un desiderio segreto di arrendersi al potere di un altro.
Abbassò leggermente le palpebre, espirando a fondo, e per la prima volta sentì il peso del mondo scivolarle via dalle spalle.
Accetto, sussurrò. E, con sua stessa sorpresa, la sua voce non era un lamento, ma una promessa.
Il lunedì successivo, l’ufficio di Marco era immerso nella penombra. Le tende veneziane erano accostate, lasciando filtrare solo lame di luce geometriche che tagliavano la stanza. Quando Elena entrò, con il cuore che le tamburellava nel petto, lo trovò seduto dietro la scrivania.
Sul ripiano di vetro scuro non c’erano faldoni o bilanci, ma un unico documento rilegato in pelle nera, accompagnato da una penna stilografica.
Chiudi la porta e a chiave, Elena, ordinò Marco senza sollevare lo sguardo.
L’autorità della sua voce, così priva di esitazioni, fece scattare in lei quel brivido familiare. Obbedì subito, sentendo il clic della serratura come il punto di non ritorno. Si avvicinò e rimase in piedi davanti a lui, le mani intrecciate dietro la schiena, assumendo istintivamente una postura d’attesa.
L’addestramento richiede struttura, esordì Marco, appoggiando i palmi sul tavolo. La coercizione iniziale serve a stabilire i ruoli, ma l’obbedienza si coltiva con la disciplina. Questo è il nostro protocollo. Leggilo ad alta voce.
Elena prese il documento con dita leggermente tremanti. La carta era pesante, d’alta qualità. Cominciò a leggere, la sua stessa voce che risuonava insolita e sottomessa nel silenzio della stanza.
CONTRATTO DI DISCIPLINA E ASSEGNAZIONE DEL CONTROLLO
Articolo 1: Rinuncia e Sottomissione
La Sottoscritta (da qui in avanti denominata la Schiava) riconosce e accetta l’autorità assoluta del Padrone. Ogni diritto di scelta decisionale in merito ai tempi, alle modalità di comportamento e alle mansioni indicate dal Padrone viene irrevocabilmente ceduto a quest’ultimo.
Articolo 2: L’Uso della Parola e del Corpo
La Schiava non parlerà se non interpellata. Manterrà una postura eretta, lo sguardo basso in presenza del Padrone, a meno che non le venga esplicitamente ordinato di guardarlo negli occhi. Il corpo della Schiava deve essere curato e abbigliato secondo le direttive che il Padrone riterrà di impartire.
Articolo 3: Il Protocollo di Addestramento
La Schiava si impegna a superare una fase iniziale di addestramento della durata di novanta giorni. Durante questo periodo, dovrà eseguire ordini di complessità crescente, volti a testare la sua prontezza e la sua capacità di totale abbandono della propria volontà.
Articolo 4: Sanzioni e Punizioni
Qualsiasi esitazione, ritardo o tentativo di negoziazione degli ordini sarà considerato un atto di insubordinazione. Il Padrone applicherà sanzioni disciplinari proporzionate, che la Schiava accetta fin d’ora di ricevere senza proteste, riconoscendone il valore correttivo.
Articolo 5: Clausola di Riservatezza e Salvaguardia
Il presente accordo e tutto ciò che ne deriva restano strettamente confidenziali. In cambio della totale e impeccabile obbedienza della Schiava, il Padrone si impegna a non divulgare il materiale compromettente in suo possesso e a provvedere alla tutela della Schiava dai rischi esterni.
Elena terminò la lettura. La gola le bruciava, ma non per la rabbia. Sentiva una strana, densa pesantezza al basso ventre. Mettere nero su bianco quella dinamica, formalizzarla in articoli rigidi, non faceva che amplificare il sollievo di non dover più decidere nulla per se stessa. Era intrappolata, sì, ma in una gabbia che cominciava a sembrarle incredibilmente accogliente.
Ci sono domande?, chiese Marco, alzandosi e facendole fare un passo indietro per la sua vicinanza.
No… Padrone, rispose lei, sperimentando per la prima volta quel titolo sulle labbra. Le parve quasi un tabù violato, un brivido proibito.
Bene. Firma.
Elena impugnò la stilografica e scrisse il suo nome in calce al foglio. Non appena sollevò la penna, Marco le prese il mento con le dita, stringendo quel tanto che bastava per farle capire che la teoria era finita ed era tempo della pratica.
Il tuo primo ordine di addestramento comincia adesso, mormorò lui, lo sguardo magnetico e severo. Per tutta la giornata, sotto i tuoi abiti da ufficio non indosserai biancheria intima. E ogni volta che entrerò in una stanza in cui sei presente, ti alzerai in piedi e aspetterai che io ti dia il permesso di risederti. Muoviti, vai in bagno e applica l’ordine.
Elena lo fissò, le guance in fiamme, il cuore che batteva a un ritmo forsennato. Sentiva l’umiliazione e, insieme, una spinta erotica e psicologica devastante.
Sì, Padrone, disse. Fece un piccolo inchino con la testa e si avviò verso la porta, sapendo che da quel momento in poi ogni suo passo avrebbe risposto soltanto a lui.
Al suo ritorno trovò Marco seduto alla scrivania e quindi le sembrò naturale restare in piedi di fronte a lui guardandolo negli occhi; aveva un vestito leggero, che la copriva fino alle ginocchia.
Piegati verso di me appoggiando le mani sulla scrivania, le disse; devo controllare una cosa.
Poi si alzò girando intorno alla scrivania e posizionandosi dietro di lei.
Adesso abbassati di più, appoggiandoti sui gomiti e guardando solo davanti a te.
Elena eseguì, meravigliandosi di trovare naturale mettersi in quella posizione così intima e umiliante nello stesso tempo, allargando anche leggermente le gambe per mantenere un migliore equilibrio.
Elena respirava a fatica e sentiva distintamente il cuore martellare nel petto, cercando di immaginare tutto quello che avrebbe potuto succederle.
Lui comincio a sfiorarle la schiena, esercitando una leggera pressione al centro per farla inarcare di più; poi con entrambe le mani le abbracciò i glutei spingendo la gonna verso l’alto fino a liberare completamente le sue gambe affusolate, trovandole straordinariamente diritte.
Poi si sedette dietro di lei e cominciò ad accarezzare le gambe nella parte interna delle sue cosce partendo dal ginocchio e risalendo lentamente fino a fermarsi poco prima di raggiungere il pube.
Dimmi che cosa provi, le chiese.
Non… non saprei, Padrone, disse in un sussurro…. È un po’ come sentirsi in pericolo e al sicuro nello stesso tempo….
Una buona risposta, disse lui alzandosi in piedi e appoggiandole una mano alla base della schiena facendo pressione per farla inarcare meglio e iniziando a percorrere l’incavo dei glutei sopra il vestito fino a superarne l’orlo ed appoggiare la mano sul suo sesso.
Sei tutta bagnata; questo non indica che ti senti in pericolo…. Sei anche tutta rasata e non va bene; voglio che lasci crescere i peli del pube mantenendoli corti e curati.
Adesso alzati e mettiti al lavoro; io devo uscire.
Elena andò alla sua scrivania e – quando il suo capo uscì – la sua mano corse istintivamente in mezzo alle gambe ed iniziò a masturbarsi per domare l’eccitazione che l’aveva assalita per tutto il tempo.
Le bastarono meno di due minuti per esplodere in un orgasmo talmente devastante che le provocò un grido soffocato a grande fatica per evitare l’accorrere di qualche collega preoccupato.
La dominazione psicologia applicata al sesso fa parte delle fantasie che molti amano immaginare, ma esserci dentro e viverla così come le era appena capitato aveva superato ogni aspettativa.
Il mattino seguente, l’addestramento di Elena entrò nella sua fase più metodica e tangibile. Non c’erano più scuse o spazi per la vecchia routine: ogni sua azione doveva riflettere la sua nuova condizione di totale sottomissione.
Arrivata in ufficio alle sette, un’ora prima di chiunque altro come da ordini ricevuti via messaggio la sera prima, trovò sulla sua scrivania un biglietto scritto a mano da Marco, accompagnato da un set di stracci, detergenti e un secchio.
La tua mente ha bisogno di capire l’umiltà. Prima di toccare qualsiasi pratica o computer, pulirai a fondo il mio ufficio privato. Lo farai in ginocchio. Se trovo una sola traccia di polvere al mio arrivo, ci saranno conseguenze. Al termine, presentati da me per il controllo.
Elena fissò il secchio. Lei, che fino a pochi giorni prima coordinava un intero team di analisti, ora doveva lavare i pavimenti. Sentì una fiammata di orgoglio ferito salirle al volto, ma subito dopo subentrò quel solito, denso senso di resa. Il contrasto tra il suo completo elegante e i compiti degradanti che le venivano imposti creava in lei una tensione quasi insostenibile, che tuttavia alimentava quel brivido di totale dipendenza.
Si tolse le scarpe col tacco, si rimboccò le maniche della camicetta bianca e si mise in ginocchio sul pavimento di marmo freddo, iniziando a strofinare.
Alle otto e mezza Marco fece il suo ingresso senza guardarla ed Elena, ricordando l’Articolo 2 del contratto, interruppe subito il lavoro, chinò la testa e rimase immobile finché il capo non chiuse a chiave la porta dell’ufficio.
Pochi minuti dopo Marco passò un dito sul bordo della scrivania e poi sulla cornice di un quadro, ispezionando il lavoro.
Accettabile per essere la prima volta, disse con tono freddo e distaccato. Ma non abbiamo finito. Oggi sarai la mia assistente personale. Annulla tutti i tuoi appuntamenti. Passerai la giornata ad ordinare i miei archivi cartacei arretrati e portarmi il caffè esattamente alla temperatura che pretendo.
Marco si alzò e le si avvicinò, costringendola a fare un passo indietro finché la schiena di Elena non toccò la parete.
Ogni volta che mi servirai il caffè, lo farai porgendomi la tazza con entrambe le mani, tenendo le ginocchia leggermente piegate e gli occhi fissi a terra. Se ti rivolgerò la parola, la tua risposta dovrà iniziare sempre con ‘Sì, Padrone’ o ‘No, Padrone’.
Elena sentiva gli occhi lucidi, un misto di vergogna e di una profonda, viscerale gratificazione nel compiere quei gesti di puro servilismo per lui. Il fatto che lui decidesse ogni minimo dettaglio della sua giornata le toglieva l’ansia del controllo, lasciandola svuotata e, in un modo perverso, protetta.
Hai capito le mie istruzioni?, domandò Marco, la voce che risuonava vicina e severa.
Elena abbassò lo sguardo sul pavimento, un piccolo tremito sulle labbra. Sì, Padrone. Ho capito.
La difficoltà è parte della tua purificazione. Il tuo orgoglio è il tuo peggior nemico, sentenziò Marco avvicinandosi a lei.
Inginocchiati. Pulisci le mie scarpe. E voglio che tu lo faccia usando solo un fazzoletto di carta e le tue mani, finché non potrò specchiarmi nella pelle.
Elena si calò lentamente sulle ginocchia. Vedere le scarpe di Marco a pochi centimetri dal suo viso accentuò la percezione della propria sottomissione. Prese il fazzoletto e iniziò a strofinare la pelle nera con movimenti metodici e accurati.
Dall’alto, Marco le passò una mano tra i capelli, stringendo leggermente le dita per costringerla a sollevare il viso verso di lui, mentre lei continuava il suo lavoro servile.
Voglio che tu capisca una cosa, Elena, mormorò, guardandola dall’alto in basso con un misto di severità e possesso. Ogni piccolo compito, ogni umiliazione che subisci per mio ordine, ti libera dal peso di dover essere forte. Tu non devi essere forte. Devi solo appartenermi. Lo capisci?.
Adesso apri la bocca e lascia le tue mani sporche a terra, le disse mentre estraeva il suo sesso dai pantaloni.
Elena, con le mani sporche di lucido e le ginocchia che premevano sul pavimento duro, lo guardò negli occhi ed aprì la bocca. La sensazione di totale inferiorità, unita alla cura assoluta che lui metteva nel modellarla, le fece emettere un sospiro tremante.
Sì, Padrone, rispose, sentendo che quel pavimento era ormai l’unico posto in cui desiderava stare.
Lui le appoggiò il cazzo sulle labbra dischiuse e le disse di avvolgerlo completamente e cominciare a scoparsi la bocca cercando di ingoiarlo sempre di più nel fare avanti e indietro.
Elena cercò di eseguire secondo le istruzioni, preoccupandosi solo di essere capace di ingoiarlo come richiesto perché non aveva esperienze di gola profonda.
Mentre un forte languore cominciava a diffondersi nel suo basso ventre cominciò invece a sentirsi più sicura, perché sentiva il cazzo ingrossarsi sempre di più ma nel contempo non riusciva ad ingoiarlo più di tanto.
Sei scarsa di gola, anche se lo avvolgi bene; prova a spingere di più, altrimenti dovrò punirti. Disse Marco.
Lei ci provò, ma un improvviso conato di vomito la costrinse a tossire interrompendo il pompino.
Farai altro esercizio, ma adesso devo soddisfarmi in altro modo; mettiti a 90 sulla mia scrivania e tira su il vestito.
Compiacendosi di trovarla abbondantemente bagnata Marco le insinuò due dita nella figa mentre le umettava con i suoi stessi umori il buco del culo, iniziando a forzarlo con il pollice bagnato.
Che culo stretto che hai, non ti sei ancora fatta inculare?
No, padrone, rispose lei con timore. Ho sempre avuto paura di farmi male.
Il dolore si può evitare con la giusta preparazione, ma la possessione di una donna non può prescindere da una buona inculata.
Quando le appoggiò il cazzo sulla figa cominciando a spingere lentamente lei istintivamente aprì la bocca, desiderando di poterci avere il suo cazzo ancora dentro mentre la scopava.
Nel frattempo lui era arrivato in fondo e cominciò a pomparla con colpi profondi e sempre più frequenti.
Lei gemeva e quando sentì di nuovo la pressione del pollice sul suo culo lo contrasse istintivamente.
Rilassati, schiava; ti sto solo preparando a quello che mi prenderò comunque e se mi obbedirai non proverai dolore.
Nel sentire queste parole venne colta dall’orgasmo, che la fece contrarre ancora di più per un momento, per poi rilassarsi sfinita ed appagata.
Lui sentì la pressione avvolgergli il cazzo e quando percepì il rilassamento successivo le infilò il pollice nel culo mentre continuava a scoparla.
Elena, piacevolmente sorpresa dalla sensazione combinata di sentirsi riempita in entrambi gli orifizi sentiva montare nuovamente l’eccitazione fino a giungere ad un orgasmo più intenso del precedente.
Quando lui sentì lo sfintere anale contrarsi nuovamente in nuovo orgasmo estrasse il cazzo dalla figa ordinandole di girarsi per prenderlo in bocca; poi le sborrò nella gola ordinandole di ingoiare tutto e di ripulire il cazzo con la lingua.
To be continued…
Per commenti e suggerimenti lastime@hotmail.com



Ciao..non trovo la tua email..carlettoporcello@gmail.com
Dopo tanto tempo, bello rileggere i tuoi racconti, complimenti
Sempre più forte il desiderio di lasciarsi andare alla lussuria, bel racconto
Ti ho scritto. Sapere che il racconto ti abbia tenuto col fiato sospeso e che il finale ti abbia colpito…
Complimenti, un racconto scritto in un modo eccezionale, che lascia col fiato sospeso...e che travolge con un ottimo plot twist…