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In viaggio nei ricordi. Parte 3.

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Chiara e Michela.
Mi ritrovo qui. A letto. Le dita a sfiorare la punta del mio cazzo che adesso, dopo aver ripensato a quello spettacolo erotico in cam, è di certo piuttosto visto.
Sento le grosse vene, e ripenso alla mano di Chiara che adorava le vene.
Però non mi voglio fermare. Perché nel mio gioco dei ricordi, dopo il sesso in cam con Michela c’è la vacanza in Sicilia.
La stessa estate di quelle belle sessioni web-porno con Michela, avevo decido di andare in Sicilia con tre amici. Nessuna aspettativa, nessuna promessa, ma di certo essere sulla stessa isola e non a centinaia di chilometri di distanza poteva aiutare me e Michela e vederci dal vivo.
E in effetti fu quello che accadde.
Michela mi raggiunse in treno arrivando a Palermo e io mi feci trovare in stazione con i miei amici. Non era sola, mossa prudente, non ci eravamo mai visti dal vivo solo in cam. Con lei due amiche. Non ricordo nemmeno come si chiamavano, avevo occhi solo per lei.
Ci eravamo scritti, avevamo fantasticato, ci eravamo desiderati sul web così tanto che adesso non sembrava vero.
Dal vivo, era ancora più sensuale. Capelli neri, non tanto alta, occhi chiari. Un fisico che mi faceva impazzire. Con le curve al punto giusto e poi quell’accento. Quel soave accento siciliano che prometteva, eccome se prometteva, meraviglie.
Insomma passammo il pomeriggio insieme, tutti e sette. Io e lei parlammo tanto e a un certo punto decidemmo di stare un po’ soli. Due passi, niente di più. Superati i timori iniziali “Sarà come l’ho visto in cam? E se dal vivo non dovesse piacermi? E se non dovessimo avere niente di cui parlare?”, volevamo stare insieme.
Ricordo quella panchina.
Ci mettemmo lì, vicini e un po’ imbarazzati. Parlammo, non ricordo di cosa, poi io l’abbracciai chinando la testa e quasi appoggiandola sulle sue gambe. Aveva un profumo buonissimo. Parlavamo piano poi, un centimetro alla volta, iniziai ad alzare la testa.
Una guancia contro l’altra, la mia pelle sulla sua, morbida e calda. E, finalmente, le labbra si trovarono. Fu naturale. Tastare le sue labbra carnose con la lingua e poi passare oltre a cercare, e trovare, la sua. Si intrecciarono, desiderio condensato in quell’attimo e ci tornarono alla mente tutte le ore al telefono, le foto, i messaggi. Affondai, senza curarmi di ciò che avevo intorno. Le morsi un labbro, piano, per dimostrarle il mio desiderio. Mi avvicinai e più le lingue giocavano tra loro più i corpi si stringevano: il suo petto sul mio, le sue tette che tanto avevo fissato, immaginato, toccato con le sue mani in cam su di me.
Mi feci audace. Era estate. Faceva caldo. Avevamo entrambi poco più che una maglietta perciò scivolai con le mani sul suo ventre e il contatto con la pelle trasformò la mia erezione in qualcosa di doloroso tanto era forte. Lei ebbe un brivido, sussultò, si ritirò appena ma sapevo che provava quello che provavo io e quindi si avvicino. La baciavo, la mordevo: la mano salì e incontrò la curva del seno. Le dita si arrampicarono sul reggiseno, lo abbassarono appena, cercarono il capezzolo e strizzati. Come avevo fatto in cam, come lei aveva fatto in cam.
Reagì con un morso di piacere e con un piccolo gemito.
Dovevamo fermarci: eravamo in parco pubblico, e non esattamente soli.
Il pomeriggio trascorse lento e veloce al tempo stesso.
Andammo in spiaggia io, Michela e mi tre compari di viaggio.
“Sapevo che non avrei dovuto baciarti” Michela.
“Perché?”
“Perché adesso passerò la notte nel tuo albergo”
Il cuore perse un battito. Il mio cazzo sotto il costume ricordò il bacio, ricordò la sua pelle e mi mise nella spiacevole situazione di dovermi girare a pancia in giù.
Michela mi guardava maliziosa mentre giocava con i capelli, mentre con l’altra mano si sfiorava il ventre, mentre con il dito faceva piccoli cerchi sulla pelle.
“Nel mio albergo” risposi, ma non so cosa uscì dalla mia bocca.
Cenammo insieme, tutti e quattro. Era bella, spiritosa, imbarazzata e disinvolta al tempo stesso. Indossava jeans e una maglietta bianca forse di una taglia in meno, un pelo di pancia scoperta e quelle splendide tette che mostravano la loro abbondanza anche attraverso una t-shirt. Era bella. Bellissima.
Ci ritrovammo dopo un paio d’ore nella sua stanza tra l’imbarazzo e l’eccitazione. Era incerta, come lo ero io. Chiacchierammo, tanto. Ma non sapevamo davvero cosa fare perché nessuno dei due era abituato a una cosa del genere e c’era, comunque, la voglia di non ridurre tutta alla scopata di una sera. O almeno, non SOLO alla scopata di una sera.
A un certo punto, non ricordo come, non ricordo se avevo detto qualcosa di sbagliato, lei chiuse gli occhi. O forse ero andato nella mia camera a recuperare qualcosa, non ricordo. Fatto sta che quando tornai la trovai cosi: era sdraiata a pancia in su. Con un perizoma nero, un reggiseno con orli in pizzo, nero. E quella fascia nera intorno al collo. A occhi chiusi, quel corpo pazzesco, lì vicino a me. E io? Io non sapevo cosa fare a parte avere una clamorosa, monolitica, irresistibile erezione.
Le sfiorai il braccio: niente. Restava a occhi chiusi, ferma. La bocca socchiusa. Quella bocca che avevo baciato. Quella lingua calda e sensuale. Era un gioco? Era un rifiuto? Non ne avevo idea ma non potevo, non volevo, lasciare nulla di intentato.
Allora iniziai ad accarezzarla. Dalle dita, poi il polso, poi piano sul braccio. Aveva una pelle morbida e la penombra della stanza d’albergo la rendeva tremendamente sensuale. Fingeva di dormire, ma quando mi spostasi dal braccio al fiano, viti che il petto, il suo seno, si alzava e si abbassava più veloce.
Voleva giocare? Ero pronto. Quella notte doveva durare il più a lungo possibile.
E allora continuai ad accarezzarla. Tutte le dita incidevano piccoli sentieri di piacere sulla pelle del ventre e poi salivano a sfiorare il reggiseno in pizzo, poi saltavano sotto al collo, poi sulle guance e a toccare quasi per caso le labbra e poi, di nuovo verso il basso. Mi concentrai sull’incavo tra collo e spalle e poi, ancora più giù mentre nei boxer il mio cazzo cominciava a pulsare.
Giocai con il bordo del reggiseno, prima a destra e poi a sinistra. Muovevo la mano sul petto di Michela e adesso qualche perla di sudore stava iniziando a rendere la pelle lucida. La muovevo e ogni passaggio le dita si insinuavano sotto il tessuto, sulla pelle morbida di quelle tette fantastiche, sempre più a fondo.
Quando sfiorai il capezzolo per la prima volta, Michela sussultò. Ma non aprì gli occhi. Solo la vidi mordersi il labbro e pensai a come sarebbe stato bello se quei denti piccoli e bianchi si fossero stretti sul mio glande.
Mi ritirai subito: volevo farla impazzire.
Lasciai il petto e tornai sulla pancia, adesso molto più sudata. Scesi, le mani piatta sul ventre, piano. Lento, lentissimo. Esasperato persino. Raggiunsi il margine del perizoma e mi fermai, scendendo solo di pochi centimetri. Avevo in mente altre cose da fare, lì. Poi mi mossi di lato arrivano sulla coscia e la accarezzai ancora. Ma mentre massaggiavo piano, a volte stringendo le sue gambe piene e muscolose, a volte sfiorandole solo, allungai appena il mignolo e con la nocca toccai il centro del perizoma. Michela inarcò la schiena. Era piacere condensato, corde di lussuria che stavo esplorando, pizzicando, uno da dopo l’altra.
Gemette. E io feci davvero fatica a trattenermi. Ma non sapevo se e quando ci saremmo rivisti perciò avevo intenzione di togliermi ogni desiderio.
Spostai di nuovo la mano, mi spostai anche io mettendomi a cavalcioni e mentre lo facevo il mio cazzo, attraverso i boxer, le sfiorò il fianco. Solo quel contatto, solo quel piccolo contatto, era quasi bastato a farmi venire.
Adesso ero su di lei, quasi seduto sulle cosce. Abbassai lo sguardo e vidi che la punta del mio cazzo era appena uscita dai boxer ed era vicina, forse venti centimetri, al perizoma. Stavo per rinunciare a ogni gioco, stavo per scostarle il perizoma liberando la sua figa per poi entrare e scoparla come tante volte avevo sognato.
Ma resistetti. Con entrambe le mani scivolai sui fianchi, stringendola, e poi ripresi a salire con una carezza lunga e desiderosa. Arrivai al reggiseno e lo trovati appena solleva: quando l’aveva slacciato? Non me ne ero accorto ma non potei rifiutare l’invito. Le dita scivolarono sotto il pizzo nero del reggiseno, incontrarono la curva del seno, morbida e invitante. Allargai medio e anulare, risalii il dolce declivio di quel seno che tanto avevo immagino e incontrai la pelle più turgida del capezzolo. Strinsi le dita, lo strizzai.
“Mmmmhhh…”
Michela inarcò la schiena, persi l’equilibrio e per un attimo la punta del mio cazzo toccò la sua pelle nuda.
Dio. Era stupendo.
Adesso entrambi le mani le stringevano le tette, piene e sode. I capezzoli sempre più turgidi erano impossibili da non stuzzicare, stringere, lasciare e poi tornare ad afferrare. Le sue mani si unirono alle mie, guidandole, come io avevo fatto in cam tante volte.
Scivolai verso il basso infilando un ginocchio tra le sue gambe, allargandole appena. Non volevo lasciare le sue splendide tette, non volevo farlo ma avevo in mente altro. Perciò mi allungai ancora verso il masso riuscendo, con le dita, a titillarle il centro di tutto il suo piacere, il capezzolo turgido e scuro.
Mi trovai con il volto a pochi centimetri dal perizoma e non resistetti più. La mia lingua scivolò sul tessuto morbido dell’intimo. Si infilò nel suo orlo esterno e continuò la corsa verso il centro. Non incontrò ostacoli: nessun pelo, nessuna ruvidità. Era liscia. Levigata. Pensare che lo aveva fatto per me mi mandò in estasi.
Mi graffiò le mani dopo che le avevo stretto con forza entrambi i capezzoli e io ricambiai affondando la lingua, appoggiando il mento sul suo pube e cercando di arrivare dove volevo.
Trovai il clitoride gonfio e bagnato, lo sfiorai appena e Michela mi spinse in faccia il ventre.
“Oddio …” gemette.
Io ricambiai ripiegando con i denti il perizoma. Non volevo usare le mani. Al centro delle sue gambe dovevo arrivare con la morbida lussuria umida della mia lingua. Adesso il perizoma si era infilato tra le labbra della sua figa e io esplorai ogni centimetro con la lingua. Salivo e scendevo, poi spostavo il tessuto con il mento giocando con il clito e quando la stoffa tornava al suo posto, sfregandolo, sentivo Michela gemere senza più trattenersi.
“Ahhhhh …”
Sollevai appena gli occhi. Il suo ventre sudato sia alzava e si abbassava, le sua mani correvano sulle mie braccia stringendo, graffiando, accarezzando. Aveva le gambe completamente allargata e la bocca aperta in un gemito di piacere costante.
“Dio … ” disse quando liberai del tutto la sua figa e affondai la lingua sotto il clito. Era bagnata. Caldissima. Sentii le sue cosce tremare mentre il mio cazzo esplodeva al solo contatto con la stoffa del letto.
Mi afferrò i polsi e iniziò a tirarmi a sé. Io non volevo smettere, volevo recuperare i mesi di cam, di sesso virtuale, di piacere a distanza. Ma aveva una forza e una determinazione a cui non riuscii ad oppormi.
In un attimo, stordito dall’odore del sesso e dal desiderio, sentii qualcosa di caldo avvolgermi la punta del cazzo.
Mi aveva spinto in avanti, tanto da trovarsi lei, questa volta, con la faccia davanti al mio pene e quando era arrivata lì, lo aveva avvolto con labbra e lingua.
Sapeva che ero al limite perciò si limitò a mordere, solleticare. Io avevo appoggiato le mani al muro e quando mi girai vidi che con una mano lei era scesa tra le sue gambe e si massaggiava piano il clito mentre tutto il corpo tremava. Arrivò un altro morso, piacere e dolore insieme, che mi costrinse a chiudere gli occhi.
E poi sentii qualcosa. Ci misi un attimo perché il piacere era così grande e il desiderio così forte da avermi trasformato in carne e godimento. Ma lo sentii. Una pressione dapprima timida e poi più forte sul mio ano.
Non feci in tempo a rendermi conto che Michela aveva infilato la sua piccola e forzuta punta del dito nel mio culo. Istintivamente, spinsi il bacino in avanti e trovai la bocca di Michela ad accogliermi. Fermò la mia corsa con bocca, labbra, lingua e gola e spinse più a fondo il dito.
Era pazzesco. Il mio cazzo divenne più duro che mai e in qualche modo la trasgressione di quel gesto mi allontanò dall’orgasmo che prima era a pochi passi. Entrò e uscì col dito mentre io avevo appoggiato la testa al muro e mi mordevo le labbra. Sentì le sue tette salire e scendere, sfiorandomi scroto e testicoli e mi resi conto, nel deliro di piacere, che adesso le sue dita entrano entrate nella figa.
Non avrei permesso che quella notte finisse cosi. Con uno sforzo incredibile mi staccai da lei, avrei voluto quella strana commistione di piacere e disagio continuasse in eterno ma adesso avevo voglia di lei.
Capì cosa intendevo fare e per la prima volta Michela aprì gli occhi: “Scopami, ti prego” mi disse.
La bocca schiusa, i capelli umidi sul collo: quella è l’immagine del desiderio che porterò per sempre con me.
Non me lo feci ripetere. Tolsi la maglietta, il cazzo già usciva per tutta la sua lunghezza dai boxer e non volevo perdere tempo: in un attimo fui su di lei e affondai con un lungo, lento, spietato, meraviglioso colpo.
La sua figa mi accolse come se fosse la cosa che più desiderava a questo mondo e io andai più a fondo che potevo. Era calda, avvolgente, sentivo le pareti comprimere sulle vene quasi esplose del mio pene.
Rimasi fermo alcuni secondi muovendo appena il bacino poi uscii quasi completamente, ma non del tutto. Lasciai il glande, la cappella, lì appena dentro. Poi contrassi i glutei, il cazzo reagì irrigidendosi e sbattendo contro le pareti della figa, andando a spingere sul glande.
“Dio … “mormorò.
” Mi fa impazzire” dissi io.
E poi affondai ancora, con un colpo forte e determinato.
Questa volta Michela gridò. Un grido strozzato che mi mandò alle stelle.
Aumentare il ritmo con lungi affondi che quasi uscivano dalla sua figa e poi entravano per tutta la lunghezza del mio cazzo. Le mi graffiò le natiche, io le strinsi le tette poi sollevai una gamba e mentre entravo e uscivo morsi la pianta del piede, poi il dorso, poi le dita.
Non capivo più niente. Sentii che lei si sollevava verso di me, che una mano mi stringeva i glutei e l’altra scivolò di nuovo tra le mie natiche. Adesso pensavo, no, speravo, succedesse quello che volevo.
Lei lo fece. Aggrappata a me, pelle su pelle, sudore su sudore, io che le avevo stretto la schiena per tenerla più vicina, mi entrò le culo con tutti il dito e come era successo prima inarcai la schiena andando, se possibile, ancora più dentro di lei.
Rimasi così mentre lei entrava e usciva, sempre più forte, sempre più frenetica e il cazzo si contraeva, percuoteva le pareti della sua figa, vene roventi che grattavano, sollecitavano, spingevano.
Lo sentivo a ogni affondo del suo dito pulsare di una forza che non avevo mai provato. Sentivo le pareti della sua vagina stringersi sempre di più sul glande, abbracciarlo mentre lui si dibatteva.
Venimmo insieme e gridammo insieme.
Non mi interessava niente se lei, il mio cazzo, la sua figa e il nostro piacere.
Crollamo sul letto. Esausti. Bagnati.
Ecco. Questa era Michela. Questa è stata una delle mie donne.
Ditemi che ne pensate. Qui o in privato.

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