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Le due taccheggiatrici – Epilogo

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La prima cosa che percepì Marianna quando si riebbe fu il forte dolore all’ano, come se non ne aveva mai provati prima, seguito da uno stato di malessere concentrato allo stomaco, quasi l’avesse pieno di aria. Quando aprì gli occhi, confusa, le ci volle qualche secondo per rendersi conto che si trovava su una panca, sdraiata sui propri abiti stropicciati. Vide Francesca accanto a sé, seduta sul pavimento e appoggiata al muro. La sua amica era vestita, sebbene gli abiti sembravano essere stati appallottolati più volte e sbattuti per renderli minimamente guardabili, ed alcune macchie, di cui non ebbe difficoltà ad immaginare la provenienza, catturavano l’attenzione; lei, invece, era ancora nuda.

Si guardò il corpo, in cui spiccavano un paio di lividi, l’inguine era coperto da croste biancastre ed un numero, probabilmente di telefono, era scritto sulla sua pancia con quello che sembrava essere uno dei rossetti che avevano trafugato e che poi le erano stati requisiti; l’accompagnava la scritta “telefonami se vuoi ancora divertirti, troietta”.

Provò a sedersi, ma nel peggiore dei modi si ricordò che aveva appena perso la sua verginità anale, ricadendo a sdraiarsi.

– Lo so, fa male. – commentò Francesca, comprensiva. – Le prime volte che l’ho dato ho fatto una fatica a sedermi… Per il resto come stai?

– Una favola. – rispose Marianna, stringendo i denti e mettendosi su un fianco, per poi cadere dalla panca sulle mani e le ginocchia.

– Magari è meglio se non ti metti a pecorina. – scherzò l’altra, alzandosi e allungandole una mano per aiutarla a mettersi in piedi a sua volta. – Mi sa che hai avuto un certo successo oggi, anche solo a guardarti la faccia.

Marianna non capì cosa intendesse, ma quando si toccò il viso lo trovò pieno di croste di sborra secca.

– Immagino ti abbiano tributato un’ultima sborrata quando sei svenuta.

La bionda si trascinò allo specchio sopra il lavandino nella piccola cella. La sua faccia era piena di colate di desiderio maschile da farle credere che chiunque nel locale dove avevano fatto sesso avesse deciso di scaricare il fondo dei propri coglioni sulla sua faccia. Riuscì a stento a trattenere un sorriso.

– Dovresti farti un selfie, prima di lavarti la faccia. – le propose Francesca. – Io l’ho fatto, come ricordo di questa giornata. Sborra in faccia, sulle tette, sulla passera. Se avevo il dubbio di essere desiderabile, ora non ce l’ho più. – aggiunse, scherzando.

Marianna le diede retta, poi si lavò la faccia per bene, pulendosi anche i capelli le cui ciocche si erano incollate per lo sperma che vi era colato sopra.

– E guarda. – le disse Francesca, aprendosi la camicetta e mostrando il numero di telefono che le era stato scritto sulle tette: la sborra secca c’era ancora, perché la ragazza aveva paura di cancellare la scritta lavandosi. – Almeno passerò il resto della giornata godendomi il profumo di sperma. Dev’essere di Vitto, quello che mi ha dato quell’orgasmo.

Marianna si allacciò il reggiseno. Nemmeno lei si era lavata nulla oltre la faccia perché pure lei voleva godersi ancora il profumo della sborra che le avevano riversato addosso. – Lo sai che lo stronzo, dopo, mentre eri svenuta, si è fatto un pompino con la tua bocca?

Francesca sorrise. – Te l’ho detto che non svengo veramente, e non mi pare abbia fatto nulla di diverso dagli altri. Anzi, mi piacerebbe sapere il numero di quello che mi ha usata come una bambola gonfiabile. Sentivo dentro un cazzo di dimensioni colossali… Non stava usando un manganello, giusto? – aggiunse sorridendo.

Marianna sorrise di riflesso, pensando però che a Camilo non avrebbe certo chiesto il numero di telefono, sebbene un po’ fosse dispiaciuto non trovarselo nella passera. O almeno sperò che non le avesse fottuto anche quella, dopo bocca e culo.

– Oh, finalmente le due ladruncole sono tornate tra noi. – commentò serio Borio, apparendo sulla porta.

Le due ragazze sussultarono per lo spavento, non avendolo visto arrivare.

Francesca si avvicinò alle sbarre. – Adesso siamo a posto, vero?

– Sì, sì. – disse Borio, poco interessato. Se quando erano state portate nel suo ufficio era furioso, ora sembrava dovesse solo completare un paio di pratiche prima di potersene tornare a casa e rilassarsi dopo una giornata di lavoro faticoso e noioso. – Appena la tua amica troia finisce di mettersi quegli abiti da sfigata, potete andare. E, a proposito… – Fece un paio di passi verso la cella, afferrò una delle sbarre della porta e questa, al minimo sforzo, si aprì cigolando. – non eravate mica prigioniere, eh.

Marianna finì di indossare le scarpe e seguì l’amica fuori dalla gabbia. Passando accanto a Borio ed al suo sguardo arcigno, non poté resistere alla rabbia che l’assalì: con una manata afferrò le palle dell’uomo e le strinse. – Sai, sei un gran bell’uomo, e mi piacevi, ma sei un gran pezzo di merda. – sibilò.

Lui l’afferrò all’improvviso, e lei terrorizzata si aspettò che la colpisse con un pugno. Invece, un attimo dopo era addosso a lui, un braccio per trattenerla, una mano dietro alla nuca, le loro labbra che si univano. In pochi istanti la paura di Marianna scivolò via dal suo corpo, come le energie, mentre si godeva uno dei baci migliori della sua vita. Lo abbracciò a sua volta, improvvisamente desiderandolo. Non solo aveva un gran bel corpo, un signor cazzo e scopava davvero bene, ma era pure bravo a baciare. Chissà se pure il suo carattere era così di merda o se era solo una maschera che usava sul lavoro?

Lei sentì di nuovo bagnarsi, e avrebbe voluto fare di nuovo l’amore con lui, ma questa volta per bene, niente orge o violenza, ma coccole e massaggi. Quando si staccarono, lei si sentiva avvampare, dispiaciuta che i loro corpi si fossero separati.

– E tu – le rispose lui, con una voce calda e seducente che non aveva mia sentito pronunciare prima in tutto il pomeriggio, alzandole il mento con una mano verso il suo viso, – sei l’unica troia che sia mai stato felice di scopare.

Marianna fece qualche passo indietro, confusa da quanto stava succedendo. Incapace di scegliere cosa fare, fece l’unica cosa che le sembrò intelligente e, appoggiandosi a Francesca non meno confusa di lei, la spinse fuori dall’ufficio, praticamente scappando.

La voce di Borio, nuovamente tagliente come una lama, le raggiunse mentre uscivano nei corridoi del centro commerciale. – E non osate mai più farvi vedere qui in giro!

Senza voltarsi indietro, le due ragazze corsero, per quanto fosse possibile a Marianna, fuori dalla zona degli uffici, nella folla che popolava il tardo pomeriggio la galleria e, dopo aver avvistato uno degli uomini che le aveva possedute, si nascosero dietro un capannello di persone intente a parlare delle imminenti ferie e, senza farsi vedere, uscirono nel parcheggio ormai pieno di macchine.

Superarono a passo svelto un paio di blocchi di parcheggi, schivando i carrelli carichi spinti da operai stanchi e massaie che dovevano correre a casa a preparare la cena, poi, allontanatesi abbastanza dal centro commerciale, si fermarono, si guardarono e scoppiarono in una risata.

Francesca con una manata diede una pacca sulla schiena di Marianna, piegata in due dalle risate. – Cosa avevi detto? “Secondo me questa volta ci va male”?

Marianna si raddrizzò, passandosi una mano sotto un occhio per tergersi una lacrima che le stava solcando una gota. – Ah… quanto mi sono sbagliata: questa volta ne abbiamo trovati di giovani e ben dotati. La volta migliore, fino ad ora. – commentò.

– E parecchi. – aggiunse Francesca, soddisfatta. – Mi sono proprio divertita. Unico appunto l’ufficio, soffocante e freddo.

– Fottutamente freddo. – concordò l’altra. – Quando mi ha fatto sdraiare sul tavolo, sembrava di stendersi sul ghiaccio.

Si avviarono verso la pensilina della fermata del pullman, Marianna che sembrava zoppicare.

– Adesso che ti hanno sfondato il buco del  culo, lo darai al tuo fidanzato?- chiese Francesca, porgendole un braccio per farla appoggiare.

Marianna lo prese come le vecchie comari che vanno spettegolando per la piazza del paese. – Sì. – rispose. – Tra un paio di mesi, quando riuscirò a sedermi di nuovo.

La loro risata fece voltare parecchie teste di persone intente a caricare la spesa sulla loro auto. Marianna, però, pensò che il cazzo che le aveva sverginato il sedere avrebbe voluto trovarselo davanti: quella sarebbe stata un’esperienza che avrebbe preferito davvero di più. Peccato, si disse…

– Se non te lo scopi tu domani, – disse Francesca con un occhiolino, – posso rimediare lunedì quando viene al lavoro. Oh, sì: verrà al lavoro in tutti i sensi.

– Che troia che sei. – commentò con un sorriso la bionda. – Solo perché mi sono spompinato il tuo una sera che eravamo tutti al bar.

– Almeno lui quando sborra non ti strozza come il capo di quelli là. – disse Francesca, indicando come un cenno del capo il centro commerciale.

Marianna preferì non commentare. Borio era un uomo strano, ed al tempo stesso interessante. La spaventava e la arrapava… Mah… – Peccato che ormai ci siamo fatte sbattere fuori da quasi tutti i supermercati del Veneto: dovremo cominciare a fare trasferte in Friuli e Romagna.

– Ci ripenseremo il mese prossimo durante le vacanze, – disse la mora – ho idea di organizzare sole io e te il giro dei rifugi dell’Alto Adige: niente soldi, pagamenti con queste. – e afferrò con una mano l’inguine di Marianna.

– Basta che non paghiamo con il culo e a me va bene! – ribatté l’altra.

E ridendo, giunsero alla stazione degli autobus.

FINE

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