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BOCCA MISTERIOSA

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Dovevo sottopormi ad un esame particolare dal nome strano e per questo mi ero rivolto alla clinica XXXXXXX di YYYYYYYYYY riuscendo a prenotare per mia fortuna a settimane e non mesi di distanza.

Non ero particolarmente preoccupato, era più uno scrupolo del mio medico per alcuni sintomi, poi rivelatisi passeggeri e infondati, che avevo accusato.

Ad ogni modo, ero nella sala d’attesa, di buon mattino, stupito di trovarmi da solo e contento perché così mi sarei liberato in fretta.

Al di là della porta a vetri che mi separava dall’ambulatorio udivo due voci femminili, giovanili, parlare fittamente. Immaginai fossero infermiere o tecniche di laboratorio. Lo strano era che, come se nessuno potesse udirle, stavano parlando di cose molto personali. Non che potessi udire tutto, visto che era un chiacchiericcio fitto e quasi inintelligibile, però qua e là captavo una frase o una parola che poteva rendere il senso generale del discorso:

  • E allora gliel’ho stretto….. –

  • Ma davvero? E lui….. –

  • duro come….. –

  • Mi ha preso la…. –

Insomma, sorrisi ad ascoltare involontariamente queste confidenze intime e la mia fantasia volò alta, d’altronde dovevo far passare il tempo nell’attesa, immaginando di essere io l’oggetto della discussione. Non comprendevo la maggior parte del discorso ma il tono era chiaramente eccitato. Di colpo non udii più nulla e, dopo qualche secondo, la porta si aprì.

Apparve un ragazzo che mi chiese nome e cognome scomparendo poi all’interno.

Oziosamente pensai che non doveva essere lui il protagonista della chiacchierata. Non lo so, era più una sensazione nel vederlo un po’ effeminato, forse la voce. Ebbi subito l’impressione che fosse gay. Magari mi sbagliavo e, comunque, erano affari suoi, ma questa fu l’impressione a pelle.

Attesi qualche altro minuto e poi la porta si riaprì. Invece del ragazzo vidi una giovane in camice bianco: una brunetta con i capelli raccolti in una lunga coda che mi sorrise invitandomi ad entrare. Quando si voltò ebbi modo di ammirare le sue virtù callipigie che spuntavano dal camice evidentemente non troppo comodo. Beh, ho sempre apprezzato la bellezza femminile e lei era veramente carina. Appena dentro vidi un’altra ragazza, anche lei carina, molto somigliante all’altra anche se con i capelli parecchio più corti e sciolti sulle spalle. Il mio pensiero individuò subito le due come le protagoniste della chiacchierata che avevo spiato e la cosa mi scaldò il sangue nelle vene. Tanto più che entrambe mi sorridevano forse più del necessario per la normale cordialità (non sono poi da buttare, ho 30 anni, faccio sport regolarmentee so di non dispiacere all’altra metà del cielo.).

Insomma, tutto complottò affinché i miei bermuda (era estate e faceva molto caldo) iniziassero a diventare scomodi. Imbarazzato, perché una rapida occhiata in basso mi confermò che qualcosa cominciava a vedersi, esegui i loro ordini togliendomi la maglia e stendendomi su una specie di catafalco spigoloso e stretto. Una risatina eccitata, fuori dalla portata dei miei occhi, e dei sussurri incomprensibili delle due non contribuirono certo a “calmarmi”.

Disteso a torso nudo, le mani sui fianchi, immobile come chiesto, con indosso solo i bermuda da cui, una volta disteso, spiccava più di prima il mio interesse, cercai di concentrarmi sull’esame che stava iniziando e che prevedeva che il piano dove ero steso scorresse sotto il macchinario. Feci il vuoto nella mente e attesi, pur continuamente distratto dal brusio e dalle risatine che ancora udivo.

Ad un certo punto, dopo forse cinque minuti, mi trovai in una situazione claustrofobica. La mia testa era all’altezza del macchinario con il naso a pochi centimetri da una superficie piatta. In pratica ero imprigionato. Sentii una voce dolce ma professionale.

  • resti immobile –

Eseguii sperando finisse in fretta, non era per niente piacevole la sensazione di stare per essere spiaccicato. Udii ancora dei sussurri ed una risatina, il fruscio di abiti vicino al macchinario e… una mano mi si posò proprio lì. Per una frazione di secondo pensai ad un’allucinazione però il contatto era inequivocabile: una mano era sopra il mio inguine e si muoveva leggera seguendo i contorni del mio membro. Lui, testa di c… di nome e di fatto, reagì ergendosi (non posso fargliene una colpa). La mano ora stringeva attraverso la stoffa, muovendosi in un movimento che mi mandava sensazioni dritte al cervello. Troppo strano tutto: la situazione, la mia posizione, e quella mano che mi stimolava. Mi mossi rischiando di dare una craniata al macchinario. Inutile, non sarei riuscito a liberarmi facilmente.

  • resti fermo –

Ancora la voce intervenne per bloccarmi. Le mani intanto erano diventate due, e mi aprivano il bermuda. Mi pentii di non aver indossato intimo ma oramai era troppo tardi. Una sensazione di calore mi avvolse la punta del membro scoperta da quella mano, poi la sensazione si fece umida… e bollente. Intuivo che una bocca si era impadronita di me dispensandomi carezze deliziose. Si faceva sempre più difficile restare fermo eppure non potevo muovermi… e nemmeno lo volevo. Mi abbandonai a quelle sensazioni cercando di resistere e ritardare l’impulso sempre più impellente che mi avvolgeva. Durò non so quanto facendomi tendere come una corda di violino, nelle orecchie i rumori bagnati di quella bocca, nelle orecchie, a tratti, una risatina eccitata e respiri pesanti. Esplosi di colpo non riuscendo più a trattenermi e quella bocca non si sottrasse, anzi, le labbra si serrarono subito sotto la punta mentre la mano scorreva veloce su e giù lungo l’asta. Sospirai, gemetti vedendo lampi di luce davanti agli occhi chiusi, sconcertato, felice e… grato.

Mi accorsi a malapena del fatto che qualcuno mi stava richiudendo i bermuda. Restai ancora immobile e poi il macchinario riprese a scorrere liberandomi. Ci mise un’eternità e per tutto il tempo girai gli occhi, pur restando disteso senza muovermi, senza vedere nessuno intorno a me. Quando finalmente fui fuori, di fianco comparvero le ragazze.

  • Si può alzare e rivestire –

Lo feci guardandole, cercando di capire quale delle due mi avesse così inaspettatamente omaggiato. Inutile, i loro sguardi evitarono di incrociare il mio, eppure entrambe avevano un sorriso ironico, divertito. Solo al termine quella con la coda mi guardò fisso:

  • Può andare, il risultato le perverrà tramite e-mail –

Cercai di parlare ma mi bloccai subito. Cosa potevo dirle? Come potevo chiederle se era stata lei… o l’altra a….

Uscii dalla clinica frastornato e la calura estiva mi aggredì appena varcata la soglia. Mi bloccai di colpo, nella mia mente rividi il ragazzo sbucare dalla stanza accanto all’ambulatorio mentre uscivo, sul suo volto lo stesso sorriso delle ragazze. Un pensiero mi tormentò: “ma non è che è stato… “.

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