;

COME PRATO D’IRLANDA

COME PRATO D’IRLANDA

Sto sistemando gli appunti della giornata di lavoro, le dita veloci sul touch screen, mentre i gabbiani volano sul mare azzurrissimo emettendo i loro richiami.

Ogni tanto alzo gli occhi, guardo le barche a vela che ondeggiano attraccate alla marina.
Fa caldo, anche se il pomeriggio è già inoltrato, ho sete.
Chiamo la cameriera.
-Parakalò?-
-parakalò?

Resto muto e immobile, come fossi una statua di sale, come se avessi visto un fantasma…
Trovo la parola:
– Mithos, a bottle, thank you.-

Ma il fantasma è ancora lì davanti a me.
La cameriera mi mette la bottiglia di birra sul tavolo, la prendo, verso un bicchierone abondante, sorseggio avidamente, spengo l’ipad; resto a fissare il mio fantasma.

Riesco ad intravvederne gli occhi, occhi d’un colore verde intenso e raro.
Conosco due sole persone che hanno occhi così, e sono lontane entrambe, una nello spazio, a due ore e mezzo di volo da qui, una nel tempo, sepolta da venti anni di vita passata.
Un fantasma, appunto.

Prendo la bottiglia e il bicchiere, mi alzo, lascio qualche euro sul tavolino.

-Buon giorno signora, posso?

Vedo due occhi d’un verde profondissimo scrutarmi prima con fastidio, poi con stupore, infine vedo un sorriso allargarsi:

-si, certo! Ma … tu qui? Ma quanti anni sono passati dall’ultima volta?

-venti.
Vorrei dire di più, ma non ci riesco, mi si secca la gola.

-posso sedermi qui?

-certo, certo, ma va che piccolo il mondo! Cosa fai adesso?

Cosa faccio?

Mi viene in mente Verdone ‘faccio cose, vedo gente’.

– vendo plastica

In realtà è un po’ più complicata di così, ma tendo a riassumere.

-E tu?

– sono qui per un convegno di farmacologia…

Ah, mi trovo a pensare.
La signora è bella, e affascinante: lo è sempre stata, anche quando eravamo poco più che ragazzini.
C’è stato un momento della vita, per lo meno della mia, in cui avremmo potuto essere i protagonisti del racconto ‘fosforo’, di primo Levi: solo che non eravamo seduti su di una panchina, bensì sui sedili di una vecchia automobile rossa, la mia.
Ma vicini quanto un tiro di dado siamo stati.
Un tiro di dado: poteva uscire 6, è uscito 1 e la cosa è finita lì.
E’ stato tanto tempo fa.
Tanto.
E sono successe tante cose.
Troppe cose.
Ma ogni tanto quel fantasma ha visitato i miei sogni, sono tornato a volte in quella vecchia macchina rossa.
Il dado s’era fermato sul sei.
Mah.

-dai raccontami della farmacologia.

Non m’importa un pico della farmacologia, nemmeno ascolto molto, mi limito a guardare quegli occhi verdi come prato d’Irlanda fra capelli color miele di lavanda che svolazzano nella brezza di mare.

La farmacologia cede il passo alle solite cose: la famiglia, i figli, il lavoro, cosa fai e dove vai, dove andrai in vacanza.

Siamo alla terza birra, le prime luci del tramonto sulla marina fanno luccicare i bicchieri di scintille rosse ed oro.

Il sole cala in fretta in questa staggione.

-Hai mai visto la baia di Salamina?

La luce rossa del sole rende i suoi occhi quasi neri, ma in fondo baluggina un lampo verde cupo.

-no, com’è?

-bella, piena di navi e verde, non è tanto lontano, se vuoi ti ci porto. Ho la macchina.

Due minuti dopo la mia spyder sta correndo lunga la costa verso i frutteti di Megara e la baia di Salamina.

Il sole è già quasi completamente calato, il crepuscolo riempie il mare d’ombre viola.
Vado fino a Megara, esco dall’autostrada e mi addentro fra le campagne.
Guido immerso nel profumo dei frutteti e nelle onde di fragranza profumata che mi arriva da quei fili di miele di lavanda scompigliati dall’aria in movimento.

Mi fermo sulla baia di Salamina.

Le navi stanno svanendo lentamente nel blue e nel violetto del crepuscolo e i grilli cominciano a cantare.

-qui s’è combattuta una delle battaglie navali più importanti della storia: quelle navi sono ancora là sotto…

Qui non ci sono frutteti; la fragranza dei suoi capelli m’invade le narici.
Stiamo così fino a quando il Sole e il suo chiarore di porrpora e violetta s’è perso oltre l’orizzonte della baia.
La sera è blu cupo è profumata di mare e di vento; è un poco fresca.

-dove ti devo riportare? Comincia a fare fresco, devo chiudere il tetto?

Mi dice di no, che le piace il vento fra i capelli ‘ piace anche me il vento fra i suoi capelli, che mi porta quel profumo dolce.

Mi dà l’indirizzo di un hotel di Glyfada, non troppo distante dal mio, invero.

Via, seguo la costa lentamente per godermi le luci che si muovono sull’acqua nera dell’Egeo.
Christina Perri ci avvolge con la sua voce meravigliosa e le note di ‘Jars of heart’… blu e verdi anche loro…

Via fino a che compaiono le pinete di Glyfada…

-siamo arrivati…

Non riesco a non fissarla intensamente negli occhi.

-grazie, mi ha fatto piacere la gita…

Come venti anni fa, ancora in una macchina ma stavolta non vecchia e rossa, bensì bianca e nuovissima.

Come venti anni fa resto a fissare quegli occhi così vicini, perso in quel profumo dolce.
Indeciso come allora se sfiorare quelle labbra di raso…

La mia spyder vola fra le pinete di Glyfada ‘ non sono altrettanto verdi’ penso…
Quegli occhi come prato d’Irlanda.

Devo ringraziare Spiros Siskas che m’ha fatto conoscere la bellezza della costa di Glyfada: verde delle pinete, azzurra ed oro.

Lascia un commento

I racconti erotici di Milù DEVI ESSERE MAGGIORENNE PER POTER ACCEDERE A QUESTO SITO.