Premessa : Equinox è la conclusione dei racconti di Pax e la fine dell’universo di Licanes.
Consiglio di leggere i racconti precedenti prima di cominciare a leggere questo, per avere coscienza dell’antefatto e dei personaggi siccome sono tutti presenti in Pax. Epilogo.
Due giorni. Bastarono due giorni a Licius Carcio Quadro e al Celeste per fare un miracolo diplomatico incomparabile, in un atto di conciliazione che non aveva euguali dai tempi di Calus e Aristarda Nera.
Il Concilio di Beijing e le massime cariche della Confederatio avevano siglato l’armistizio e, sebbene in alcuni punti vi fossero ancora scontri, il grosso delle forze di ambo gli schieramenti aveva compreso l’imperativo vigente. Il che aveva permesso la creazione di Equinox.
Una forza congiunta, i migliori di Licanes e gli Invisibili di Chin, oltre a una manciata di operativi dell’Unio Africae. Una forza d’intervento rapido munita del meglio che ci fosse sulla piazza. L’obiettivo era impedire a ZEUS, l’abominevole intelletto artificiale e ultimo rimasto dei membri del Progetto Pax Aeterna, di eseguire l’Imperativo ultimo, l’annientamento della cività. Ma ZEUS era stato furbo. Aveva disseminato risorse in giro, così, dopo appena un giorno di addestramento congiunto per riuscire a stabilire una linea di condotta comune, la forza di Equinox fu chiamata in campo.
-L’obiettivo è il Sito Wang-yu.-, dichiarò Licius. La sala conteneva tutti e cinquantasei i membri di Equinox. Uomini di Chin, di Licanes, e dell’Unio Africae. Nessuno era escluso.
-Non risponde ai nostri appelli, ed eventuali tentativi di accedere alle pittocamere in loco sono risultati vani. È interamente isolato.-, Licius aveva perso molta della sua spocchia, Marduk Atbash se ne accorse. Era visibile. A tutti. Forse il pericolo di un’autentica apocalisse incombente come un’immane Spada di Damocle l’aveva infine scosso dai suoi sogni di potere. O forse aveva ottenuto ciò che aveva sperato, ma non come aveva voluto.
-Wang-yu è nella regione autonoma dello Zwang-He. Attualmente due pattuglie di Chin hanno riferito di scontri a fuoco in zona. Le preoccupazioni di Beijing sono giustificate.-, disse l’uomo, -Passo dunque la parola al Generale Ye-Num.-. Si fece da parte mentre sullo schermo scorrevano mappe e immagini della regione.
Un ufficiale di Chin salì in cattedra, dando appena un cenno col capo a Licius, con un’atteggiamento affettato che Marduk seppe riconoscere come un rispetto solo di facciata.
-La regione Zwang-He è brulla, montuosa, in una parola, il terreno ideale per guerriglia e imboscate come descritto dal nobile avo Sun-Tzie.-, disse in tono melato, -È quindi compito delle nostre forze colpire in due punti: una squadra di Equinox attaccherà tramite mezzi aerei mentre una seconda infiltrerà via terra, supportata da una divisione di veicoli leggeri.-.
“Chissà perché credo proprio che saranno mezzi di Licanes.”, pensò Marduk.
Era chiaro che Chin voleva che a sacrificarsi fossero i loro temporanei alleati, forse per garantirsi un vantaggio una volta terminata quella crisi.
-Il Magister Militum Sajanus ha decretato che la colonna corazzata del Legato Plirius Oficio Sixto si recherà in zona. L’ordine è d’ingraggiare tutte le forze ostili.-, dichiarò Licius riprendendo la parola, -Alla Gruppo d’attacco di Equinox spetta un altro compito: introdursi nell’avamposto Wang-Yu e riprenderne il controllo. Con qualunque mezzo necessario.-.
La vera doccia fredda arrivò pochi istanti dopo.
Equinox comprendeva sei squadre, di uomini e donne addestrati ai massimi livelli.
Marduk, Gannicus, Sho-Mi e Lie Nu facevano parte della squadra Beta, insieme a Seleucinea e altri due operatori, uno di Chin e uno di Licanes.
Ma non sarebbero stati loro a intervenire. Fu la Squadra Epsilon a venire scelta.
Marduk attese la fine della riunione, notando le occhiate di delusa frustrazione di Gannicus e di altri membri del gruppo.
Pur potendo immaginare le motivazioni di Licius Carcio Quadro, intendeva chiedergli spiegazioni. Le pretendeva. Soffocò un colpo di tosse, ignorando il respiro sibilante. Ricacciò l’impulso a tossire, sapendo che non poteva permetterselo. Non lì.
Il suo male si manifestava spesso, ma non intendeva farsi distrarre da esso.
Non ancora, almeno. Anche se non dubitava che sarebbe giunto il momento in cui non gli sarebbe stato possibile ignorarlo.
Lie Nu uscì dalla sala briefing. Scivolò oltre gli alloggi, sino a un punto del perimetro meno guardato dalle sentinelle. Attese il passaggio di una ronda e superò una serie di caserme. Sino a una breccia nel muro. Un buco, appena visibile. Sfiorò crepe con le dita. Trovò il biglietto. Sfilô. Lo aprì e lesse. Poche parole. Ordini dalla figura in nero.
Gli ordini a cui avrebbe dovuto obbedire. Annuì. Non si faceva illusioni.
Per la figura in nero era un’arma, né più né meno. Ma andava bene.
Era intenzionata a svolgere il suo compito fino alla fine. Distrusse il biglietto e, durante una pausa alle latrine, lo eliminò definitivamente.
il suo segreto era al sicuro.
-Non andremo noi, dunque.-, la voce di Marduk Atbash parve emergere dal vuoto, e forse era così. Licius non l’aveva sentito entrare.
-No.-, rispose, -E non credere di potermi persuadere a cambiare idea.-.
-In realtà…-, altra voce decisamente inaspettata. Gannicus Vaian, emerse dalle ombre della sala. Licius abbandonò nuovamente la speranza di compilare una serie di moduli nell’immediato futuro, osservando i due agenti, -…Speravamo almeno in una motivazione valida. Perché riteniamo ce ne sia una. Ammesso e non concesso che ci sbagliamo.-.
-La motivazione c’é. Ma non vi compete conoscerla. Avete degli ordini e siete soldati. Obbedirete. Questo ê quanto.-, disse Licius Carcio Quadro, dedicandosi ai moduli.
-Tempo sbagliato, Licius. Momento sbagliato. E luogo sbagliato. Il tempo degli ordini ha una fine.-, disse Marduk, parlando lentamente, con assoluta calma.
-Non sono sorpreso di sentirtelo dire, Marduk. Non sei mai stato un campione di obbedienza…-, replicò lui, -Ma i tempi cambiano, e dovrai farlo anche tu.-.
-Non senza una ragione valida.-, ribatté Gannicus al posto di Marduk.
-Credo proprio che tu ce lo debba. A tutti noi.-, disse un’altra voce. Femminile. Timbro difficile da identificare. Parlata senza accento. Licius a quel punto sospirò. Alzando lo sguardo incrociò gli occhi della donna appena giunta. Silenziosa, abbastanza da far trasalire Marduk e Gannicus. Non poteva essere altrimenti.
-Sho-Mi… Non credo di aver mai avuto il piacere.-, disse, -Ma ritengo che ciò che io devo, a Marduk o a chiunque altro, non sia rilevante. Non nel grande schema delle cose.-.
-Allora supponiamo che si tratti piuttosto di ciò che devi al funzionamento del grande schema.-, nessun dubbio da Sho-Mi. Solo adamantina risolutezza.
-Supponiamolo.-, cedette Licius, almeno in apparenza. In realtà era fin troppo conscio che rivelare più del dovuto sarebbe stato dannoso.
Sho-Mi attese, fissandolo. Improvvisamente Licius ebbe una certezza, matematica.
Quella donna lo odiava. E lui odiava lei. Antipatia istintiva, viscerale e inappellabile.
-Anche supponendolo, significherebbe dovervi spiegare qualcosa di tremendamente pIù complesso. Qualcosa che non sono sicuro di poter spiegare qui.-.
Altri passi. Misurati, ma udibili. Saida. La nera filtrò nella stanza, con assoluta calma. Le bastò notare le espressioni degli altri per capire.
-Credo che la questione invece sia da discutere. Qui e ora.-, disse. Fronteggiò Licius a testa alta, -La stanza è sicura. Parla. Ora.-, disse. Nel suo viso c’era una durezza nuova.
Licius sospirò.
-Ce lo devi, Licius.-, aggiunse Marduk. L’ufficiale notò l’entrata di Seleucinea. E di un’altra figura, -Lo devi a tutti noi. E a Lie Nu.-, disse.
-Apprezzo che tu mi abbia incluso, Marduk.-, disse la Chin entrando.
-D’accordo.-, sospirò Licius. Non poteva evitare di parlare. Non più.
Cercò una posizione più comoda sulla sedia.
-Come sapete, Equinox è composta di sei squadre. Ma al momento, brancoliamo nel buio.-, disse, -Non sappiamo né fin dove si spinge la cospirazione, né quanti siano accoliti di ZEUS e neppure di quali e quante risorse disponga.-.
-Questo… è abbastanza chiaro.-, disse Gannicus.
-Allora immagino possiate capire perché abbiamo scelto, io e Il Celeste, per non farvi entrare in azione. Non ancora. Voi siete il meglio che abbiamo. Voi, voi soli, siete sopravvissuti alla corsa nella notte.-, disse Licius.
-Certo. Tenete in riserva noialtri per capire con cosa abbiamo a che fare.-, annuì Seleucinea.
La licanea capiva, forse meglio di tanti altri essendo una tiratrice.
-Almeno finché non abbiamo più informazioni.-, annuì Gannicus, -Poi colpiremo come un maglio.-.
-Esattamente.-, annuì Licius.
-E ovviamente, la cosa è stata decisa tra te e il Celeste, o mi sbaglio?-, chiese Lie Nu.
A Licius non sfuggì una vena di disprezzo, appena una punta di purissimo odio nei suoi confronti. Lui sorrise. I suoi trascorsi con Lie erano stati piacevoli, sebbene lei non la vedesse così, ma non si faceva illusioni: la Chin era ormai fuori dalla sua portata. Andava bene così.
-Precisamente. Anzi, è stato lo stesso Celeste a richiedere che voi foste messi in attesa. È ben conscio del vostro valore.-, replicò, -Quindi, se non ci sono altre domande, siete congedati. A partire da ora.-.
-Non ci credo.-, disse Marduk.
-Ma è vero.-, disse Saida, -Me ne ha parlato poco prima della riunione. Io ho sostenuto che un’arma potente è inutile lontano dal campo di battaglia, ma non ne ha voluto sapere.-.
-Lui e Il Celeste stanno giocando un gioco pericolosissimo.-, disse Marduk, -Ogni istante che rimaniamo fermi è un istante in più che ZEUS userà per colpire.-.
-Sì.-, ammise la nera, -Ma colpire alla cieca potrebbe risolversi in un fallimento irrimediabile. Lo sai tu e lo so anche io.-. Marduk la fissò. Le trecce la rendevano bella. Bella come lui l’aveva sempre vista. Annuì, piano.
-Ma ci dev’essere qualcosa che possiamo fare.-, disse lui.
-Ci sarebbe qualcosa. Ma dovremo essere in pochi. Tre agenti al massimo.-, disse lei.
-Io, Gannicus e Sho-Mi.-, rispose l’uomo, di getto. L’africana annuì.
-Allora preparatevi. Io parlerò con Licius. Sono convinto che approverà.-.
-Il bersaglio è un treno. Una vecchia ferrovia collega la città di Weng-tze con l’installazione militare di Houn-chie.-, spiegò Il Celeste. Erano di nuovo nella sala, in tre. Lui, Sho-Mi, Gannicus. Armati e pronti. Sullo schermo a parete, mappe e immagini.
-Il centro di Houn-chie ha ricevuto una serie di comunicazioni non decifrabili. Probabilmente codificate da ZEUS. Mezz’ora fa, un convoglio ha lasciato la stazione dell’avamposto.-, spiegò Licius, -Riteniamo che ZEUS stia muovendo qualcosa, su quel convoglio. Non sappiamo cosa. Ma sappiamo che il convoglio conta almeno una ventina di uomini di scorta. Armati e capaci. Gente di Chin.-.
-Lo fermeremo.-, disse Gannicus.
-Vi è richiesto di farlo prima che arrivi a Weng-tze.-, disse Il Celeste, -Non sappiamo cosa stiano trasportando, ma di certo, non è nulla di buono.-.
-Ricevuto.-, annuì Marduk.
-Seleucinea e Lie Nu, insieme al resto della squadra, formeranno un’ultima linea difensiva sui rilievi vicini all’ingresso ferroviario di Weng-tze. Se non riusciste a bloccare il convoglio, interverranno loro.-, chiarì Licius.
-Allora procediamo.-, disse Gannicus.
Gannicus si mise la protezione pettorale modello Hamata con discreta rapidità. Marduk fece lo stesso. Presero le armi. Mitraglietta Secutor per Marduk, fucile Gladius per Gannicus.
Sho-Mi, passando quasi come una corrente fredda lungo la sala, inudibile, appoggiò la mano su un fucile da tiratrice. Una tacita scelta. Gannicus sorrise.
-Immagino che ci coprirai le spalle.-, disse.
-Conto di fare molto di più.-, sussurrò lei. Lui la fissò. Era una bella donna. Ed era letale.
Era una Justicar, non doveva dimenticarlo. Ma faceva parte del suo fascino.
-Se anche solo metà delle storie che si raccontano sui Justicarii è vera…-, disse lui.
-Sono tutte vere.-, interruppe lei, -Sino all’ultima frase.-.
Gannicus la fissò. Lei si voltò, fissandolo di rimando. Lui improvvisamente intuì di star varcando un confine. Un confine ignoto. E pericoloso.
“Hic sunt leones…”, pensò nell’antica lingua che i cartografi usavano per designare le zone non mappate del territorio, laddove pericoli e nemici si annidavano nell’ombra.
-Vedi niente?-, chiese la voce della donna. Gannicus sbatté gli occhi, improvvisamente intontito.
-Cosa? Io…-, disse. Lei lo fissò. Un sorrisetto beffardo, divertito, fece capolino sul suo viso.
-Tu, Gannicus Vaian, stai fissando da parecchio. Mi pare di capire che qualcosa ti renda molto interessato a ciò che vedi…-, disse lei. Lui tracheggiò.
-Io… scusami… spero che non mi taglierai la gola, per questo. Alcune voci su di voi…-, disse.
-… Sono esagerate. Ma c’erano Justicarii che uccidevano come respiravano.-, ammise Sho.
-Erano i migliori di voi?-, chiese Gannicus. Il viso dell’asiatica parve adombrarsi.
-I peggiori.-, corresse, -Erano mostri.-.
Marduk fissò Gannicus. Erano poco distanti dal mezzo, un Phoenix Mod. 3. Un velivolo a propulsione verticale multiproposito con schermature sthealth e contromisure per evitare l’individuazione a più livelli.
Era un velivolo di ultima generazione, con anche alcune opzioni offensive, nello specifico razzi aria terra non guidati e due ciclomitragliatori.
Un mezzo d’attacco leggero, il cui unico compito era portare una squadra in zona operativa senza che venisse rilevata finché non era troppo tardi.
-Si vede che t’interessa.-, disse Marduk. Gannicus lo fissò con stupore.
-Sho-Mi.-, chiarì l’agente, -Si vede.-.
-No, ma cosa dici!-, esclamò il licaneo. Marduk sorrise appena.
-A me puoi dirlo. Non te la ruberò di certo.-, disse.
-Pensavo che voi foste… sai, no? Commilitoni…-, azzardò l’altro.
-Fummo Justicarii. Sia io che lei. E poi, io rinunciai all’Ordine durante la prima guerra. Lei non lo fece ma… rimase indietro. A Licanes. Gli altri Justicarii se ne sono andati. Rimaniamo noi.-, il tono di Marduk era divenuto cupo. Anche il viso. Pareva rivedesse i ricordi.
-Siete gli ultimi?-, chiese Gannicus.
-No. I Justicarii ci sono, ma non sembrano più interessati a sacrificarsi per Licanes.-, replicò Marduk, -Ci fu chi si chiese perché supportare Aristarda Nera al posto di Amsio Calus, a suo tempo, ma la verità era che l’agire dei Justicarii era volto all’instaurarsi della Pax di Licanes. Fu il nostro dono supremo, ma fu anche la fine di un’era, e l’inizio di un’altra che ci vide reietti.
E ora… la Pax è perduta, frantumata.-.
-E Sho-Mi è rimasta. Ti sei mai chiesto se… fosse stato per te?-, chiese Gannicus.
-So che è stato per me. Ma non è stato solo per questo. Credo… credo che Sho non sia riuscita ad accettare la veduta dell’Ordine. Come me, anche lei si è trovata in disaccordo con loro.-, spiegò Marduk.
-Tu e lei siete solo questo? Compagni d’arme?-, chiese il licaneo.
-Esattamente, Gannicus. Hai campo libero.-, sorrise Marduk. Lui sorrise di rimando.
Poi, Marduk tossì. Una tosse forte, grassa. Sputò qualcosa in un fazzoletto. Abbassò lo sguardo. C’era una traccia cremisi nel muco. Striature che si allungavano.
Strinse il fazzoletto senza una parola. Strinse ben oltre la soglia del mero dolore.
-La possibilità è reale.-, disse Saida.
Lie Nu e Seleucinea ascoltavano, la nera intanto spiegava la logica dietro ai movimenti di ZEUS. A entrambe era chiaro che il piano dell’intelletto artificiale era di riuscire a trasportare qualcosa, probabilmente una testata, sino a una città sufficientemente popolata per poi farla detonare là. Un ottimo piano. Ma era ancora superficiale.
A detta di Saida, tale piano era solo un’esca, per una trappola più vasta.
-Per questo dobbiamo avere l’assoluta certezza di copertura alla nostra squadra.-, concluse lei. Seleucinea annuì, revisionando per la terza volta il mirino del fucile.
-E qui entriamo in gioco noi.-, disse.
-Voi, ma anche altri. Uomini della mia organizzazione. Una retroguardia necessaria.-, spiegò la nera. Lie Nu sollevò lo sguardo.
-Gente affidabile, presumo.-, disse.
-Sì. Sono gente che non ha avuto alcun contatto con ZEUS.-, chiarì Saida. Se c’era dell’ironia nel tono di Lie, l’africana pareva non averla colta. Seleucinea annuì. Si gettò il fucile a tracolla.
-Muoviamoci.-, disse. Lo sguardo di Lie la fissò per un brevissimo istante, poi uscirono ambedue.
La figura in nero aspettava. Sapeva che il momento sarebbe venuto.
I suoi piani erano proseguiti senza intoppo. La formazione di Equinox era stata una sorpresa, ma non motivo di allarme.
Presto, tutto sarebbe finito. Ma prima, c’erano gli ultimi, minuscoli aggiustamenti da fare.
Si mosse rapidamente, eludendo lo sguardo delle sentinelle.
Lasciò il messaggio.
Il volo era quasi silenzioso, il rumore dei motori era appena percettibile attraverso le paratie del mezzo. Marduk sospirò. Sapeva che prima o poi il suo male l’avrebbe ucciso.
Non aveva fretta di andarsene, non così. Aveva ancora da fare.
Ma se avesse voluto la certezza di restare vivo, avrebbe dovuto fermarsi.
E fermarsi non era semplicemente concepibile. Non per lui. Non più.
Doveva fermare ZEUS. Poi, avrebbe anche potuto pensare a sé. Se avesse fatto in tempo.
“Ma se non fermeremo ZEUS, tutto questo non servirà a nulla.”.
Strinse la presa sulla sua arma. Non era il momento di compatirsi.
Era il momento di combattere. Sho-Mi si mosse, fluida. Aprì il portellone a destra. Si posizionò accovacciata. Postazione di tiro.
-Pronta.-, disse. Marduk annuì. Non c’era molto altro da dire.
-Il convoglio è in vista.-, annunciò il pilota, -Ingaggiamo?-. Domanda di rito.
-Così dev’essere.-, replicò Gannicus, secco. Marduk annuì. Tolse la sicura.
-Ingaggiamo.-, il pilota. Il ruggito dei ciclomitragliatori parve frantumare la quiete del silenzio. Marduk vide: dal portello notò che qualcuno cadeva dal convoglio in movimento lungo la piana brulla. Urla. Spari in risposta. Vani.
-Si organizzano!-, esclamò il pilota. Marduk vide. Alcuni degli ostili portavano dei lanciatori.
-Minaccia al suolo! A ore tre!-, esclamò al pilota.
-Tienici fermi.-, il tono di Sho-Mi era appena un sibilo nel vento. E un sibilo nel vento furono gli spari. Quattro. Metodici. Sho si era appena mossa. Neanche un sussulto.
Non fosse stato per i sibili del fucile, simili a colpi di tosse soffocati che non avrebbe udito se fosse stato più lontano, Marduk avrebbe giurato che non aveva sparato.
Ma l’aveva fatto. E vide i due uomini con i lanciatori crollare contro la parete dei vagone del convoglio. Neutralizzati da colpi precisi a centro di massa e in testa.
-Notevole…-, disse Gannicus. Tiri del genere erano difficili anche per tiratori esperti.
-Muoviamoci.-, esortò Marduk. Il velivolo affiancò il vagone. L’agente saltò, atterrando sul tetto del vagone seguito da Gannicus.
-Ore sei!.-, urlò questi. Tre nemici. Uno cadde fulminato da un colpo di Sho-Mi, gli altri due da Gannicus e Marduk. Avanzarono rapidamente, trovando un ingresso.
-Dobbiamo muoverci!-, esclamò il pilota, -Weng-tze è in vista, arrivo stimato in trentadue minuti.-. Lo scossone improvviso dell’accelerazione fece barcollare i due proprio mentre Marduk abbatteva uno dei nemici. Erano uomini e donne ma parevano robot: non urlavano, sparavano e basta, con rapidità ma senza la precisione che sarebbe loro servita.
“Come fossero sonnambuli…”, pensò l’uomo.
-Il convoglio sta accelerando… Merda, vogliono arrivare a Weng-Tze con l’intendo di far saltare l’intera stazione…-, il tono del pilota aveva un che di panico. I due avanzarono. Copertura uno su uno, Marduk in basso, Gannicus in alto. Nessun bisogno di parlare. Una raffica del licaneo abbatté un uomo con un fucile. L’ultimo di quel vagone.
-Passiamo al prossimo.-, riferì Marduk, -Tempo?-.
-Almeno diciassette minuti.-, riferì il pilota.
-Lie Nu e Seleucinea sono in posizione.-, disse la voce di Saida.
-Ricevuto.-, disse l’agente. Aprì la porta. E la vide. La motrice principale. Nessuno alla guida. Avevano lanciato il treno alla massima velocità. E c’era una fottuta mostruosità d’acciaio in cabina. Gannicus imprecò. Si avvicinarono a quella sorta di monolite cilindrico d’acciaio.
-Testata balistica Sehan, nome-codice Licanes: Cantaguerra.-, disse.
-Saida?-, chiese Marduk.
-Ci dovrebbe essere un pannello lungo il fianco. In basso.-, disse la nera.
Marduk sfregò i palmi lungo l’ogiva, percorrendo il corpo metallico sino a trovarlo.
-Lo apro.-, disse. Sfilò il coltello. Il coperchio non era saldato.
“Chiunque abbia fatto questo non aveva previsto che avremmo neutralizzato la resistenza così rapidamente…”, pensò. Si trovò davanti un vano con una serie di cavi intrecciati di vari colori, e cifre in rapida decrescita.
-C’è un timer. Conta dieci minuti.-, disse Marduk.
-Descrivimi i cavi.-, ordinò Saida. Lui lo fece. Lei tacque, poi parlò.
-Non dovrebbero essere così. Hanno alterato lo schema… Non va per niente bene…-, mormorò. Gannicus fissò la bomba, e Marduk.
-Che diavolo significa?-, chiese. L’agente scosse il capo. Cercò di riflettere richiamando alla mente varie nozioni circa la demolizione e il disarmo di ordigni apprese anni prima.
-Saida, contatta la città. Devono evacuare la stazione e un’area di almeno cinque chilometri in ogni direzione da essa.-, disse Gannicus al vox.
-Ho già proceduto, ma ci metteranno troppo.-, la voce della nera pareva velata di paura.
-Merda…-, Gannicus imprecò a denti stretti. Marduk mosse le mani, piano. Scansò cavi, fili. Seguì tracciati. Le cifre continuavano a calare.
-Sette minuti…-, disse il licaneo Marduk non rispose. Seguì un filo. Lo escluse. Poi annuì.
-La cavetteria non è come dovrebbe essere. Quindi il cavo che dovrei tagliare non è quello che taglierei normalmente…-, ragionò tra sé. Seguì altri fili.
-Marduk…-, sibilò Gannicus.
-Cinque minuti. Lo so.-, disse lui. Pareva tediato.
-Come fai a essere così calmo?!-, chiese Gannicus, -Stiamo per morire!-.
-Non è una novità.-, rispose l’altro seguendo un cavo. -No.-, disse.
-Moriremo così…-, sussurrò il licaneo.
-Non moriremo.-, sibilò Marduk, -Non così.-.
-Come fai a saperlo?! Non sai neppure che filo tagliare!-, esplose Gannicus. Era arrabbiato, ma non con Marduk, si rese conto. Era arrabbiato con sé stesso.
Perché non era stato in grado di vendicare Hawo. E si odiò per quello.
E improvvisamente, ebbe un’intuizione.
-Il filo giallo, quello collegato all’ogiva e che non tocca il timer.-, disse.
-Come?-, chiese Marduk. Gannicus gettò un occhio all’orologio. Tre minuti.
-Il filo giallo. È l’unico che non è collegato all’orologio. Questo perché è quello responsabile della detonazione.-, disse, -Ed è quello perché normalmente sarebbe quello sopra, il verde. Che invece è stato riderezionato verso una falsa destinazione.-.
Un minuto. Marduk annuì. Taglio il filo giallo.
Il timer si fermò a 46 secondi esatti.
L’ovazione scosse il vox. L’esultanza di Saida, di Licius, di Gannicus e persino di Lie Nu e Seleucinea coprì ogni altra comunicazione. Poi, lentamente, Licius richiese rapporti, furono organizzati interventi per mettere in sicurezza l’ordigno mentre i due agenti fermavano il treno.
I nemici erano stati abbattuti. Tutti. Nessuno di loro aveva chiesto pietà, o ne aveva concessa.
Eppure… erano stati semplicemente troppo imprecisi. L’azione era stata condotta in fretta, senza perdite e in numero risibile rispetto ai nemici. Ed era stata un successo.
“È stato tutto troppo facile.”, pensò Marduk. Si avvicinò a uno dei sovversivi morti. Il viso era coperto da una maschera che copriva tutto il volto, occhi inclusi.
-Gannicus… con me.-, disse.
-Che cosa cerchi?-, chiese il Licaneo.
-Prove di un sospetto. È stata una missione semplice, troppo. Se ZEUS è così furbo, perché non ha protetto meglio questa bomba? Perché non ha messo più uomini, o uomini migliori, a scortarla? Perché non ha fatto di meglio? Poteva.-, disse Marduk.
-È vero. E anche i nostri nemici… non erano truppe d’elité, ma non sembravano neppure militari addestrati. Il loro fuoco era impreciso.-, rifletté Gannicus.
Marduk tolse la maschera. Il viso di un asiatico, gli occhi fissi nell’immobilità della morte, fece capolino.
-Guarda gli occhi!-, esclamò Gannicus, -Era drogato.-.
-Già. Come anche scommetto lo erano gli altri. Questi non erano le truppe di ZEUS. Erano carne da macello. Fanteria di bassa lega.-, disse Marduk.
-Ma… perché?-, chiese l’altro, -Perché far scortare loro una testata sapendo che non l’avrebbero potuta proteggere adeguatamente?-.
-Forse…-, disse Sho-Mi al vox, -La vera battaglia non è mai stata questa.-.
-Rientrate a rapporto. Le squadre dei Servizi stanno arrivando sul posto. Ma intanto ci sono stati sviluppi.-.
Gli sviluppi non erano dei migliori. Si ritrovarono nella sala riunioni.
-La Squadra Epsilon ha trovato solo un sacco di nemici, drogati, come quelli che avete affrontato voi.-, disse Il Celeste, -E come nel vostro caso, non difendevano nulla di rilevante.-.
-La testata sarebbe esplosa…-, disse Gannicus, esterrefatto.
-Sì. Ma era proprio solo questo: una bomba. Nessun mutageno all’interno, nessuna minaccia biologica. Era tutto costruito ad arte per distrarci.-, disse Licius con un sospiro.
-ZEUS sta giocando con noi.-, disse Marduk, -E intanto prepara la sua vera mossa. In più, ora sa cos’abbiamo a livello di armi e addestramento. Equinox deve progredire, evolvere più in fretta di ZEUS e dei suoi piani. O sarà un autentico disastro.-.
-Stiamo provvedendo. Per intanto, abbiamo segnalazioni di possibili operazioni non autorizzate nell’Africae, nel deserto. L’Unio Africae ha inviato alcuni dei suoi. Riferiscono di nemici drogati, come quelli che avete affrontato.-, disse Il Celeste.
-Ma allora… i veri operativi di ZEUS dove sono?-, chiese Lie Nu.
-Probabilmente… in difesa.-, disse Sho-Mi. Marduk imprecò sommossamente.
ZEUS stava giocando una partita in cui aveva lassciato loro a scoprirsi, inseguendo il miraggio di pericoli minori mentre la sua vera mossa restava celata.
-Dev’esserci qualcosa. Qualcosa che non sappiamo. Qualcosa che ci sfugge…-, ragionò.
-Tutti i nostri uomini dei Servizi stanno vagliando comunicazioni e informazioni, ma attualmente… Niente.-, disse Licius.
-La droga… Da dove la prende?-, chiese Seleucinea. Saida annuì. Mostrò loro una serie di immagini.
-È un composto di vegetali. Annulla la volontà.-, spiegò, -L’origine sembra risalire a Merak. Ma… se così fosse, significherebbe che ZEUS ha avuto a disposizione molto tempo e tutto lo spazio necessario ad ammassare un esercito.-.
-E noi colpiamolo! Insomma, privandolo della droga forse lo obbligheremo a reagire!-, esclamò Gannicus.
-Non è una cattiva idea, ma non lo farà Equinox. Venti coorti della Militia Licanea e otto reggimenti dell’Armata Popolare sono in rotta verso Merak. Abbiamo un’idea della zona, e abbiamo agenti sul posto. Se ne occuperanno loro. Voi dovete restare a disposzione. Con così tante forze in movimento, ZEUS potrebbe fare la sua mossa.-, disse Il Celeste.
-E noi aspetteremo che agisca. Per fermarlo.-, chiarì Lie Nu.
Inattività.
La madre di ogni paura. Per qualunque soldato.
Saida era partita verso l’Africae per sincerarsi della situazione laggiù, lasciando di fatto la squadra senza un valido elemento di coordinazione e analisi.
Per Gannicus, quell’inattività era una tortura. Si massacrava di esercizi, di sessioni al poligono di tiro, di analisi dati. Sentiva il bisogno fisico di agire. Un bisogno che non riusciva a evitare.
Anche Marduk e gli altri parevano soffrirla. Marduk di fatto accompagnava spesso Gannicus nel suo allenamento. Col tempo, il Licaneo era giunto a considerarlo un amico.
A loro, sorprendentemente, si erano unite Lie Nu e Sho-Mi. La prima era distaccata, ma pareva concentrata in modo quasi ossessivo su ciò che faceva, la seconda era di poche parole, ma il suo agire parlava di una guerriera addestrata al massimo livello.
Gannicus spesso e volentieri si era trovato a benedire il fatto di averla dalla loro parte.
La sera del primo giorno, Marduk era all’esterno degli alloggi. Beveva una bibita. Nulla di alcoolico, ma qualcosa di moderatamente zuccherato. Importato da Licanes.
Una piccola gioia. Mentre assaporava il sapore della bevanda, vide avvicinarsi Lie Nu.
La Chin lo fissò, senza animosità, con una bizzarra assenza di sentimenti.
-Dobbiamo parlare.-, disse. L’uomo la fissò. Nell’addestramento avevano comunicato il minimo indispensabile, spesso e volentieri senza neppure parlare.
-Dobbiamo.-, soppesò lui, -O tu devi?-, chiese.
-Io devo. E forse ciò che dirò ti sarà di aiuto.-, disse lei.
-Per cosa? Discorsetto motivazionale di squadra?-, chiese Marduk con sarcasmo.
Non aveva voglia di parlarle. Non perché la odiasse ma sapeva benissimo che in più di un istanza Lie Nu aveva tentato di ucciderlo. Sebbene quella parentesi fosse chiusa, preferiva non averci nulla a che fare. La Chin scosse il capo.
-Sana preoccupazione.-, disse. Sollevò un oggetto informe. Marduk sospirò.
L’oggetto, che Lie teneva con due dita senza dissimulare il proprio disgusto, era un fazzoletto.
Un fazzoletto in cui Marduk aveva tossito sangue. L’aveva buttato.
-Frughi nell’immondizia, ora?-, chiese lui, determinato a non cedere.
-Sì, se significa scoprire se un membro della squadra è compromesso.-, ribatté lei.
Aveva una serietà che celava qualcosa. Preoccupazione? Umanità?
Marduk sentì una fitta di antica rabbia risorgergli in petto.
-È colpa vostra. Di Chin. Della fottuta prima guerra.-, sibilò incapace di evitare che l’odio filtrasse, -Ci avete trasformati in armi, in bombe virali ambulanti. Ci avete rimandati indietro sperando che contagiassimo tutta Licanes e che la Confederatio avvizzisse nella putredine.-.
Lie Nu lo fissò. Assenza di emozioni quasi totale. Quasi.
-Voi avreste fatto lo stesso a parti invertite.-, disse.
-No! Noi Licanei… avevamo un codice, delle regole. Dei limiti.-, la voce dell’uomo si arrochì appena. La Chin lo fissò ancora. Stavolta, un filo di rabbia fece capolino.
-Non siete così puri. Gannicus ti ha raccontato che sono finita prigioniera di Licius per un po? Vuoi sapere cosa mi ha fatto?-, domandò di rimando.
-Licius è…-, iniziò Marduk, -Un’eccezione.-. Lie Nu annuì, scettica.
-Già. Come Pacuvio Sinodeo… Ma almeno… lui mi amava.-, sibilò.
Pacuvio Sinodeo. L’uomo che Marduk aveva ucciso, molto tempo prima.
-O lui o me, e non fingere di non saperlo.-, disse. La frase gli uscì senza cattiveria. Piatta.
Era un dato di fatto. Una semplice constatazione. E Lie Nu annuì appena.
-Lo so. È stato così per tutti, vero? Per questo dico che voi avreste fatto lo stesso. Era una guerra, e nessuno di noi voleva perdere.-, disse piano. Marduk sospirò.
-E ora siamo alleati.-, disse, -E ti preoccupi che io possa star male sul campo.-.
-Tu stai male, Marduk. Sputi sangue.-, disse lei, -Un comandante di squadra competente, in tempi normali, ti avrebbe già rimosso dal servizio attivo.-.
Marduk la fissò. Sì. C’era preoccupazione in quel tono. Ma era strana, da parte sua.
-Evidentemente sono ancora idoneo a servire.-, rispose lui.
-Oppure sei solo atrocemente testardo e i tempi non permettono di prendere le misure del caso.-, replicò lei, -Magari Licius non voleva privarsi di un buon elemento.-.
Marduk sospirò. Lie lo fissò, senza nessuna volontà di lasciar perdere.
-Da quanto tempo?-, chiese.
-Da poco prima che arrivassimo in Nepalia.-, disse lui, -Tosse…e catarro striato.-.
-E nient’altro?-, chiese la Chin.
-Per ora no.-, riconobbe lui. Lei annuì. Piano.
-So perché lo fai. Altri avrebbero mollato. Tu non lo farai. Ma… anche se mi odi, sappi che non sei solo. E se devo aiutarti, lo farò senza esitare.-, disse. Lui annuì, piano.
Lie Nu lo lasciò ai suoi pensieri.
Era andata bene. La Chin sorrise. Non si aspettava certamente che Marduk crollasse così facilmente aprendosi con lei come un’ostrisca, ma era andata bene. Lei aveva fatto la sua parte. I piani procedevano come previsto. Presto, tutto sarebbe finito. Avrebbe avuto giustizia.
Licius sospirò. Seleucinea era una bella donna, ma sicuramente non era una facile.
Non che non fosse interessata, palese che lo fosse, ma non sembrava intenzionata a cedere.
E Licius Carcio Quadro aveva da tempo imparato a non sprecare tempo ed energie con donne disinteressate a lui, specie in periodi come quello.
Anche perché, dopo il loro vacuo successo nell’ultima azione, aveva preferito distaccarla ad un’operazione congiunta con la Squadra Beta. Ricevette il rapporto riguardo quell’operazione.
Pessime nuove: nonostante l’effettivo recupero di un’altra testata a pochi passi dalla diga di Lancang, la quasi totalità della squadra era stata eliminata dai nemici. Stavolta era gente un filo più capace. Della squadra beta rimanevano due membri. E Seleucinea.
“ZEUS sta alzando il livello dello scontro.”, pensò Licius.
Gli ostili, stando ai rapporti erano meno, ma meglio organizzati, più precisi. E fanatici.
“Ancora non sappiamo le motivazioni di questa gente.”, ragionò lui, “Né se ci sia una gerarchia nel loro gruppo, o un ideologia. Non sappiamo quasi nulla. Salvo che vogliono la fine della nostra civiltà. E sono pericolosamente vicini a ottenerla.”.
Si decise a fare una chiamata. Doveva capire meglio.
-Peng Tze? Mi servono tutte le info circa i nemici. Nomi, visi, dati anagrafici e biologici, autopsie, tatuaggi, tutto. Ci dev’essere qualcosa, un filo comune a tutti loro.-.
Se lo avessero trovato, forse avrebbero capito con maggiore chiarezza chi e cosa stessero affrontando. E magari, avrebbero anche trovato un modo per contrastarlo.
Perché l’impressione che Licius ne aveva, era che la rete di ZEUS fosse come un cancro, una metastasi in espansione continua, inarrestabile.
Ma sin lì, la metastasi era rimasta anonima, quasi che non fosse esistito un modo per catalogarla, o per circoscriverla, o anche solo per studiarla.
Qualcosa non quadrava. E Licius Carcio Quadro intendeva venirne a capo.
Si fece portare dell’altro thé. I Chin non bevevano altre bevande energetiche. Il thé macerato il giusto dava una sferzata d’energia. Il licaneo annuì. Sarebbe bastato. Accolse il soldato che gli porse una pila di documenti e schede-dati.
-Dunque… Shubodai.-, disse osservando l’immagine dell’uomo descritto nel primo documento. Prese a leggere.
Gannicus sospirò. La sera era la parte peggiore. Nulla da fare, inattività forzata imposta.
Leggeva dati. Posò il documento, non senza stizza. Non serviva.
Si sentiva bloccato. Il peggio non era l’inazione, era la l’impotenza, la consapevolezza che non importava cos’avrebbe fatto: nessuna sua azione avrebbe cambiato la situazione, almeno finché non fossero tornati in azione.
Era quello a stizzirlo. Imprecò tra sé. Avrebbe dovuto avere autocontrollo. Non lo aveva.
Perché era intimamente conscio di quanto realmente fossero prossimi al disastro.
Uscì dalla camerata con rabbia. Forse avrebbe dovuto correre, sfogarsi fisicamente.
E forse sarebbe stata una pessima idea. Di fatto anche Licius gli aveva più spesso fatto notare che tendeva a spendere energie in esercitazioni che avrebbe potuto evitare ma di cui lui non sapeva privarsi. Perché l’inattività gli pareva il preludio a catastrofi che non era stato in grado d’impedire e che di certo non avrebbe impedito ora.
-Vai da qualche parte?-, chiese una voce. Lie Nu. Lo fissava appena.
-Sì. Tu?-, chiese lui sulla difensiva. Si sentiva colto in fallo e non sapeva perché.
-Rilassati. La squadra Beta è decimata e non tornerà prima di domani. Non c’è nulla che possiamo fare. Per ora.-, chiarì la Chin. Emerse dall’angolo in ombra.
Gannicus la fissò. Non era brutta, ma sin da quando l’avevano catturata, la sua apertura e la sua disponibilità l’avevano messo in allarme, allarme poi rivelatosi giustificato.
-Eri agli ordini del Celeste, a Clavis.-, disse.
-Sì. E anche prima. Era tutto pianificato. Per portarvi a lui.-, spiegò lei.
-Non sarebbe stato più semplice parlare?-, chiese l’uomo.
-Non avreste capito. Voi occidentali siete così… idealisti. Testardi. Credete di avere la verità in tasca perché siete eredi di grandi civiltà del passato, e non capite che a nostro modo lo siamo tutti, ma nessuno più di voi si ammanta di arroganza. Era necessario che vedeste, Gannicus.-.
Si era avvicinata. Lui la fissò. Lei ricambiò lo sguardo.
-Abbiamo visto. E ora c’è Equinox.-, disse, -direi che il Celeste ha avuto quel che voleva.-.
-Quel che vuole il Celeste è che ZEUS venga eliminato.-, chiarì lei.
-E che cosa vuoi tu?-, chiese Gannicus. Il volto di Lie si contrasse in un’espressione di vaga confusione. Lui sorrise piano. Rilassò le spalle.
-Tutti vogliono qualcosa. Tu continui a parlare di quello che gli altri vogliono, e non hai torto, ma tu? Perché sei qui? Perché stai facendo questo?-, chiese lui.
-Questo? Intendi essere parte di Equinox?-, gli occhi della Chin agganciarono quelli dell’uomo, -O essere qui ora, a parlare con te?-. Lui attese. Lei sorrise appena.
-Nel primo caso, faccio ciò che mi è stato ordinato. Nel secondo… faccio ciò che voglio.-.
-E che cos’è che vuoi?-, chiese Gannicus. La Chin lo fissò. Intensamente.
L’uomo si accorse di sentirsi eccitato.
-Sai… di tutti i licanei che ho conosciuto, tu mi sei sembrato il meno… perverso.-, disse lei.
-Oh, non sono privo di perversioni.-, ammise.
-Neanche Licius.-, disse Lie Nu, -E neppure Amrisa.-.
-L’hai uccisa, vero?-, chiese Gannicus. Lei lo fissò.
-Lei non è stata gentile. E, a differenza tua, ha trasgredito alle vostre regole. Penso di non aver fatto nulla di diverso da ciò che avresti fatto tu, a parti invertite.-, disse.
Gannicus la fissò. Si accorse di provare un mix di sentimenti contrastanti.
Odio, desiderio, ma anche rabbia. La rabbia di chi non ha alcuna intenzione di perdonare.
Eppure… tutto assieme era impossibile districarli.
-Me lo dici ora perché vuoi vendicarti?-, chiese, non senza rabbia.
-No. Te lo dico ora perché siamo alleati. E voglio che tu sappia che ora, e finché tutto questo non sarà finito, potrai contare su di me, a prescindere da ciò che è stato.-, disse lei.
-E dopo?-, chiese lui. Lie si avvicinò. Di un passo.
-Il dopo… è meno importante, infinitamente meno importante dell’adesso.-, sussurrò.
Il suo alito sapeva di spezie. Una bevanda, magari chai speziato alla maniera nepalese.
-Sembra semplice…-, mormorò lui. Aveva abbassato a sua volta la voce, quasi per farle eco.
-Lo è.-, sussurrò ancora la Chin. Gannicus annuì appena. Avvicinò il viso al suo.
Lie non si ritrassse. Il bacio fu quasi tenero. Quasi. Esitante da principio, prese ritmo e profondità. Le lingue si trovarono. Lie si staccò sorridendo.
L’uomo si accorse di essere eccitato, attirato, ammaliato.
-Dentro non c’è nessuno, hai detto?-, chiese. La Chin lo trascinò all’interno.
La camerata era un ambiente semplice, minimale. Come da regolamento.
Poco spazio per ogni singolo soldato, minimo ingombro e armi disciplinatamente in punti raggiungibili, ma senza le munizioni nell’arma. Nessuna foto, o effetti personali in vista.
Anonime, impersonali. Non c’era nulla in quello spazio che ne suggerisse l’occupazione da parte di qualcuno che non fosse loro. Gannicus annullò nuovamente la sua percezione del mondo esterno per concentrarsi su un lungo bacio con Lie Nu. La giovane rispose, accarezzandogli il petto, l’addome, scendendo sino al sesso che già aveva preso consistenza e turgore. Lui strinse i glutei della Chin. Lie mugulò piano mentre scendeva a baciarle il collo.
Il manuale delle forze armate di Licanes impediva formalmente qualunque fraternizzazione.
La parte superiore dell’uniforme della Chin cadde a terra. Seguita dal reggiseno in tessuto che indossava. Lei strappò quasi di violenza l’uniforme di Gannicus. Gli leccò i capezzoli.
Scariche di piacere inaspettate costrinsero l’uomo a rallentare.
Era oltremodo vietato a detta di ogni manuale di Licanes intraprendere relazioni amorose con i commilitoni. La pena era la detenzione e il congedo con disonore.
Gannicus fece girare Lie. Le abbassò i calzoni dell’uniforme. Erano andati da molto i tempi dei chitoni e delle toghe. Anche Licanes da quel lato aveva abbandonato il vestiario più classico per opzioniritenute barbare, ma più funzionali. Il sedere di Lie Nu pareva una bellissima luna piena. La Chin sospinse il culo veso di lui. Gannicus ridacchiò. Cercò la fessura vulvare.
La trovò. Lie Nu era già bagnata. Pochi tocchi le strapparono ansiti.
Si posizionò dopo essersi abbassato rapidamente i calzoni dell’uniforme. Puntò il sesso.
Marduk osservava la notte.
Qualcosa stava accadendo. Ne aveva la netta percezione. Haragei? Poteva essere.
Dopo il morbo dei Chin, aveva creduto di avere perso quella facoltà. Ma la verità era che non poteva perderlo tanto facilmente.
Guardò verso il cielo. Dov’era Saida?
Lie Nu accolse la penetrazione di Gannicus con un ulrletto acuto. Emise versetti musicali, parole in dialetto che il Licaneo sicuramente ignorava. Lo sentì andare avanti e indietro. Profondo, quasi irruento. E sentì le sue labbra sul collo, le mani sulle anche, e gli spasmi del suo stesso corpo che godeva di qualcosa di cui si era privata da parecchio.
Gannicus non ci andava piano: spingeva forte, ansimando, stringendola senza timore di farle male. Lie sorrise. Sentì il membro dell’uomo pulsare. Stava per godere. Aumentò il ritmo.
-Godi… godi!-, sibilò. S’inarcò nel piacere quando lo sentì schizzarle dentro il seme.
Poi lo trascinò verso una delle brande.
Il volo di Saida era quasi giunto a destinazione. Sotto di lei, la giovane vedeva il deserto. L’Africa. La sua terra. Sorrise. E poi lo notò. Uno degli uomini del mezzo la fissava.
Non era uno sguardo normale. La nera se ne accorse. Si allarmò. La mano corse alla pistola.
-Quella… Non ti servirà.-, disse l’uomo.
Gli altri due, uomini di Equinox, lo fissarono. L’uomo non distolse lo sguardo.
E poi avvenne: la stasi si frantumò. A bordo del velivolo parve esplodere la follia.
Uno degli uomini si alzò, facendo uscire una lama corta dalla manica. Fece per colpire quello che aveva fissato l’africana, ma mancò. Lui invece no: colpo letale al petto con una lama corta. Si girò, rapidsissimo. L’altro si era alzato. Puntava la pistola su Saida.
La nera si accorse di tremare. Era accaduto tutto così in fretta che nessun addestramento, nessun riflesso difensivo inculcatole in continue sessioni di esercizi aveva potuto entrare in azione. Vide il cane abbassarsi. Si gettò a terra, picchiando il mento sul pavimento in metallo del mezzo. Gli spari mancarono e bucarono il vano del mezzo. E altri spari colpirono.
Ma non lei. L’uomo con la pistola cadde a terra, morto, due buchi in petto. Dietro di lui l’altro uomo. Viso non più nascosto dal passamontagna. Carnagione chiara, tratti anonimi, rasato sia della barba che dei capelli, occhi duri, color nocciola.
-Stai bene?-, chiese.
-Io… Sì… ma…-, si accorse di tremare. Lui le tirò due ceffoni. Shock scaccia shock.
Il mondo riprese nitidezza, e il suo pensiero riprese coerenza.
-Ci hanno fregati…-, mormorò. Le implicazioni la fecero rabbrividire. Se Equinox era stata infiltrata…. Non voleva, né poteva pensarci. L’altro le gettò un qualcosa. Una borsa. Pesante.
-Paracadute.-, disse lui, -Credo tu sappia lanciarti.-.
-Se la situazione lo richiede…-, ammise lei. Non era mai stata così brava, ma l’alternativa era la morte. Indossò lo zaino. Ripassò mentalmente come agire.
Il portellone della rampa di coda del mezzo si aprì. L’aria invase la carlinga. L’effetto improvviso di apertura fece scivolare fuori armi, bossoli e il corpo di uno dei due.
-Ora! Salta!-, esclamo lui. La spinse fuori, di peso.
Era un lancio a bassa altitudine, alta apertura. Saida lottò per aprire il paracadute.
Sopra di lei, l’esplosione del velivolo fu assordante e spaventosa. Fu annichilito in un lampo.
Come se improvvisamente sull’Africa fossero brillati due soli.
Erano rimasti sdraiati sulla branda. Per minuti lunghi come ore.
Lie Nu non aveva quasi parlato. Gannicus aveva sorriso, per una buona volta, senza più l’urgenza quasi animale di agire. Le aveva accarezzato appena il fianco, finendo verso la natica. La mano si avventurò tra le cosce della Chin, trovandovi gocce di umidore vischioso.
-Ti è piaicuto?-, chiese. Lei lo fissò. Si tolse una ciocca dal viso.
-Ti preoccupa davvero?-, chiese. C’era un che di freddo, di distaccato in quella domanda.
-Beh… Sì…-, ammise lui. Ma non era del tutto vero. Lui lo sapeva, e certamente anche lei.
C’erano cose, l’uomo l’aveva capito da diverso tempo, che non si potevano nascondere.
Era stato uno sfogo, per lui. Ma per lei?
-E a te?-, chiese, -Importava davvero che mi piacesse?-, si accorse di una nota di rabbia.
-Non ti ho lasciato molta libertà d’azione.-, aggiunse con un tono piû pacato.
-No, infatti.-, ammise Lie Nu, -Ma sicuramente me ne hai lasciata più di Licius…-.
Ora nel suo tono c’era un’ombra d’odio.
-Ti ha violata, vero?-, chiese Gannicus.
-Mi ha costretta. E mi ha… usata.-, sussurrò la Chin, -Se non lo uccido è solo perché so che non aiuterebbe nessuno. Almeno, non per ora.-.
Gannicus, senza pensare, le accarezzò il viso. Si avvicinò ancora a lei, sdraiati entrambi su un fianco a fissarsi negli occhi. A contatto. Non osava neppure parlare: sapeva bene di non avere alcun diritto di dire niente. Si limitò ad accarezzare appena il collo della Chin. La mano scese piano lungo il petto e il seno. Lie sorrise.
-Hai ancora voglia?-, chiese. Era una possibilità, sicuramente. Lui sorrise.
-Potrei.-, ammise. La mano di Lie gli toccò appena il sesso. Era ancora flaccido.
-Faremo con calma…-, disse lui. In realtà sapeva che gli ci sarebbe voluto un bel po prima di riavere un’erezione. Era normale. Ed era una gran rottura. La Chin lo fissò con un mezzo sorrisetto. Quasi beffarda. La mano di Gannicus, ancora adagiata sul sesso di Lie si mosse piano, solleticando appena. Lei sorrise.
-Bravo, licaneo…-, sussurrò con gli occhi socchiusi. Lui sorrise appena. Lei lo accarezzò lungo il petto, sfiorando i capezzoli con lentezza volutamente esasperante.
Gannicus sorrise. Spostò la mano dal sesso della Chin al seno. Sentì un’altra mano di Lie scendere lungo il collo, accarezzargli la spina dorsale con un polpastrello sino alle reni. E poi un’altra mano che gli prendeva il sesso e…
“Aspetta!”, improvvisamente si accorse che c’erano tre (tre!) mani a giocare su di lui.
Aprì gli occhi. Lie teneva gli occhi socchiusi davanti a lui, gemeva piano.
Tra le cosce dell’asiatica c’era un’altra mano. Una mano femminile.
Gannicus alzò lo sguardo ruotando il capo. Vide Sho-Mi.
La Justicar era gloriosamente a seno nudo, la carnagione perlacea e il seno piccolo dalle aoreole scure e i capezzoli puntuti ed eretti, una mano immersa tra le cosce di Lie Nu e una intenta ad accarezzare piano Gannicus. Quella mano, fino a poco prima intenta ad accarezzargli la schiena gli ghermì il sesso.
Fu un movimento improvviso, rapido e imprevisto. La frustata di eccitazione che l’uomo provò gli precluse la possibilità di parlare. Lie Nu emise un verso che culminò in un’esclamazione. Sho si chinô su di loro, i capelli della Justicar solleticarono il viso di Gannicus, che si preparò al bacio, domandandosi se si fosse meritato la fortuna gli déi avevano deciso di concedergli.
Ma la testa di Sho affondò più in basso. Le due asiatiche si baciarono. La mano di Sho-Mi aumentò il ritmo. Lie emise versi soffocati dalla bocca dell’altra. Anche l’altra mano della Justicar era all’opera. Gannicus sentiva l’erezione montare.
Di scatto, Sho-Mi si staccò da Lie. Gannicus fece per farle posto, ma lei non si mosse, tuttavia le labbra della Justicar trovarono quelle del licaneo. Fu un bacio lento, passionale. La lingua di lei gli entrò in bocca con agilità, velata di un sapore dolciastro che lui non seppe identificare. Un frutto, o forse una bibita. La mano che gli stringeva il sesso continuava la sua opera con una maestria che stava vanificando qualunque illusione Gannicus avesse mai avuto di controllo sulla propria libido. Era prossimo all’eruzione.
E Sho puntò il suo sesso verso il basso. Proprio mentre Lie avvicinava il bacino.
La spinta di reni successiva fu rapida. E vide Gannicus immerso nella Chin.
Lie lo abbracciò. Rotolarono sulla branda. Lui sopra di lei.
Il cervello di Gannicus era regredito alla più semplice funzione di osservatore: l’impulso primario in quel momento era la soddisfazione del godimento. Sentiva Lie Nu colare miele.
La Chin era eccitata almeno quanto lui. Gli spasmi che li portavano a collidere e a separarsi erano erratici, frenetici e quasi violenti. L’uomo si impose di resistere, o almeno ci provò.
Ma fu inutile: quando Lie guadagnò il predominio e lo cavalcò, mostrò di volere esattamente quello che voleva lui e di volerlo in modo talmente totale da non curarsi di renderlo romantico, dolce o altro. Lo cavalcò selvaggiamente affondandogli le unghie nel petto, quasi a volergli strappare la carne dalle ossa, impalandosi a più riprese finché non godettero insieme urlando.
Quando infine giacquero fulminati dal piacere, solo allora, Gannicus notò che Sho-Mi era uscita di nuovo. In un momento imprecisato, la Justicar aveva preferito lasciar loro la riservatezza della reciproca compagnia. Si chiese il perché di tale scelta, ma si accorse di avere sonno. Molto. C’erano molte domande, ma non aveva semplicemente la forza di considerarle. Si addormentò accanto a Lie Nu, che già stava scivolando nell’oblio con lui.
Licius sospirò. Erano quasi le due, e ogni sua analisi, ogni confronto si era rivelato vano.
Quegli uomini erano sconosciuti gli uni gli altri. Il solo punto in comune, e neanche fra tutti, era la disapprovazione nei confronti del sistema, ma questo non era di certo un indizio sull’inizio della loro… attività anomala. Imprecò. ZEUS aveva creato il suo esercito di scontenti dal nulla cosmico, pareva.
Riprese la scheda su una donna, Sun Chi. Era una contadina della regione dello Ze-lie.
Nulla di degno di nota… Una vita anonima, insignificante. Eppure, la stessa esistenza anonima e insignificante, si era infine conclusa grazie a un proiettile di Sho-Mi in pieno midollo allungato. Eppure… nessun addestramento militare, nessuna frequentazione anomala, niente. Persino i controlli in zona dei funzionari dei servizi interni di Beijing avevano mostratro che Sun Chi e suo marito Yun Guye erano leali e miti.
Eppure, lei era divenuta una sovversiva, e lui… lui stava venendo interrogato dagli sgherri dei sottoposti del Celeste per trovare anche solo una labile crepa, una traccia anche minima per comprendere perché una donna perfettamente normale, all’improvviso si fosse trasformata in un folle burattino che…
Improvvisamente, Licius ebbe un’autentica intuizione. Un lampo di genio che gli strappò di dosso il sonno. Uscì dall’ufficio. La sua assistente, Len Je alzò uno sguardo assonnato.
-Signore? Ha finito?-, chiese.
-No. Abbiamo appena iniziato. Mi servono i contatti dei principali impianti di distribuzione di acqua e viveri della provincia di Ze-lie. E mi occorre una linea di contatto diretta con il Celeste. Ora.-, ordinò lui. L’assistente, una giovane bruttina che Licius non considerava minimamente al di fuori del mero ruolo professionale, scattò all’opera.
Forse finalmente aveva una traccia.
Il Celeste rispose alla comunicazione sapendosi privato del sonno, ma lucido e determinato.
Diramò le comunicazioni del caso a chi di dovere, ma soprattutto, si diede dell’idiota per non aver pensato a quell’eventualità. Licanes, Chin… ogni nazione civile degna del nome aveva una rete di distribuzione capillare di cibo e risorse. Bastava contaminare uno snodo di distribuzione per infettare migliaia di persone.
“L’acqua è un vettore controllato. Il cibo è già più accessibile, specie quello prodotto da filiere locali.”, rifletté.
Avrebbe spiegato anche le varie identità e l’assenza di collegamenti tra i vari agenti di ZEUS.
Il problema era capire quale filiera di cibo fosse responsabile della contaminazione, e soprattutto, come arginarla.
“Non abbiamo scelta.”, pensò mestamente.
Ogni secondo guadagnato era un seguace in meno per ZEUS.
Diramò gli ordini.
Il giorno colse Marduk intento in una serie di esercizi. Voleva essere pronto. Pronto al momento in cui avrebbero dovuto colpire, perché non s’illudeva che fosse ancora lontano.
-Licius ci chiama a rapporto.-, disse Sho-Mi. Anche lei stava finendo il suo allenamento.
Rapidamente ma senza fretta, entrarono nella sala riunioni dopo essersi preprati a dovere.
-Abbiamo due notizie. Una buona e una… meno.-, disse Licius. Era un oratore nato.
-La buona è che abbiamo isolato il vettore di indottirnamento di ZEUS a Chin. Si tratta di alcune razioni governative, provenienti da stabilimenti minori.-, spiegò.
Marduk annuì. Aveva senso. Quelle razioni potevano venir comodamente inviate anche all’estero. Licius spiegò che la Squadra Gamma aveva già proceduto a mettere in sicurezza li stabilimenti e che gli Invisibili di Chin stavano procedendo all’arresto dei dipendenti e dei dirigenti. Una vittoria per Equinox, tutto sommato.
La notizia successiva fu come un pugno allo stomaco, una coltellata.
-Dobbiamo notificare che la squadra Yota è attualmente presunta morta nella sua totalità. Un ordigno ha fatto detonare il loro volo poco sopra l’Africae. Resti del velivolo sono stati trovati da alcune delle tribù del deserto. Non si hanno notizie di sopravvissuti.-, disse Licius.
Marduk affondò il viso tra le mani. Saida… La sua Saida…
“Anche lei…”, pensò soltanto. Era un dolore totale. Fortissimo.
-Mi dispiace.-, disse Licius. Nessuno osò fiatare. L’unico suono fu un gemito strozzato di Marduk. Non un pianto, ma un lamento, per una perdita insanabile.
Gannicus entrò nella sala d’allenamento. Marduk era intento in una routine massacrante. Esercizi a corpo libero, con pesi, corsa, un circuito ripetuto più e più volte, in spregio alla fatica e alle difficoltà, senza quasi fare pause, con abbandono, o forse con disperazione.
Lui poteva immaginare. Perdere Hawo per lui era stato terribile. Quand’era morta, uccisa da un cecchino ignoto, lui si era sentito svuotato, come se una parte della sua anima gli fosse stata strappata di dosso.
Era stato terribile. Semplicemente terribile. Marduk doveva star provando la stessa rabbia, la stessa impotenza, lo stesso spasmodico bisogno di cancellare la sofferenza nell’attività, nella furia, nel dolore dei colpevoli. E forse, a differenza di Gannicus, avrebbe potuto farlo.
-Marduk. Posso parlarti?-, chiese.
-Non credo ci sia molto di cui parlare.-, fu la risposta, rapida e corta come il fiato dell’uomo intento a sollevare due pesi in sequenze di dieci esercizi rapidi.
-Lo so. So che ti senti così, d’accordo? Quando è morta Hawo… avrei solo voluto avere il suo assassino tra le mani, per poterlo massacrare di persona.-, disse.
Da Marduk, nessuna risposta, l’esercizio continuava. Gannicus sospirò.
-A me non è stato concesso. Non so chi abbia ucciso Hawo, non lo saprò mai. Ho cercato tra i rapporti di Seleucinea e di Saida, non c’era niente su Hawo. Nulla su chi l’abbia uccisa. E dunque… sappi che se sapremo chi è stato a uccidere Saida, io ci sarò. Per aiutarti. E assicurarmi che quel figlio di puttana paghi.-, disse.
Marduk si fermò, lasciando cadere i pesi. Si volse verso il licaneo.
-Ti ringrazio, Gannicus.-, disse.
-C’è un’altra cosa: alcune informazioni sono filtrate. Stando ai tecnici, è avvenuto ieri notte, tra la una e le due. Insomma, qualcuno ha inviato informazioni. Stiamo cercando di capire chi ma non ne abbiamo la certezza. In ogni caso, tutto il personale di servizio ê stato congedato e verrà sostituito in giornata. Ma il punto è che queste informazioni avevano una destinazione.-.
Ora, ora Gannicus Vaian era assolutamente certo di avere tutta l’attenzione di Marduk.
-Dove?-, chiese l’altro. Il licaneo lo fissò.
-Luivria Parisii.-, disse, -È… praticamente a casa nostra.-.
-In piena Confederatio…-, mormorò Atbash, -Impossibile.-.
-Non credo. Non tanto quanto vorremmo, almeno.-, disse Gannicus.
-Chi se ne sta occupando?-, chiese Marduk.
-La Squadra Gamma ma…-, iniziò lui.
-Allora stavolta andiamo anche noi.-, disse Marduk, determinato.
-Licius non la prenderà bene.-, osservò Gannicus.
-Non m’importa.-, fu la risposta.
Licius non la prese bene, ma, con sorpresa di Marduk e di Gannicus, dimostrò comprensione.
E ordinò di distaccare Marduk, Lie Nu e Gannicus alla Epsilon, temporaneamente.
Partirono un’ora dopo.
La figura in nero sorrise. In realtà tutti i pezzi erano apposto.
L’implacabile geomtria del piano ormai era pressoché chiusa, mancavano solo pochi ritocchi, minuscole migliorie. Poi…
Poi tutto si sarebbe concluso. E il mondo avrebbe conosciuto finalmente una nuova era.
La figura inviò pochi brevi messaggi. Poi spense il palmae.
Non l’avrebbe riacceso. Non serviva. Lo posò a terra e, metodicamente, lo fece a pezzi con una pietra. Seppellì i resti. Era finita. Ed era giusto che lo fosse.
Si sollevò in piedi e si preparò a tornare ai suoi compiti. Era pressoché sicuro che fosse stato via a lungo, ma non tanto da compromettere il suo alibi.
Forse il lato più positivo del ritorno di Seleucinea era proprio il fatto che distrasse Licius dall’immane tensione degli ultimi giorni. In tal senso, l’ufficiale era ben conscio di star affrontando una crisi di proporzioni oltremodo ragguardevoli.
Marduk, Gannicus e Lie Nu erano partiti per il cuore della Confederatio. Licius li avrebbe raggiunti in seguito, ma prima doveva ascoltare il rapporto di Seleucinea. La tiratrice spiegò rapidamente la situazione, evidenziando anche una caratteristica peculiare.
I suoi avversari erano gente nota. Mercenari, spade vendute, certo. Ma tutti ex membri di Licanes, o di Chin, o di alcuni clan delle steppe, o delle tribù dell’Africae.
In un modo o nell’altro, era un’armata di reietti. Reietti e indottrinati. L’armata di ZEUS.
Restava da capire la proporzione. Quanti uomini esperti aveva ZEUS? Un pugno? Un manipolo? Una legione? Selecuinea non lo sapeva, ma spiegò con dovizia di particolari che le forze degli insorti avevano accesso a equipaggiamenti di vario tipo molto avanzati.
“Non mi sorprende.”, pensò Licius, “ZEUS ha sempre avuto personale militare a disposizione, e con le conoscenze di chi ha servito nelle forze armate di Chin e Licanes non dovrei sorprendermi del fatto che abbia accesso al meglio sulla piazza.”.
-C’è altro?-, chiese. La tiratrice, in piedi davanti a lui, annuì.
Lancang era salva e stavolta la testata recuperata era vera, il che aveva senso, spiegò lei.
Lancang era una diga che bloccava il corso di uno degli affluenti del grande fiume, il Fiume Giallo. Di fatto tale diga era un impianto di generazione di energia eletricca, un autentico generatorum il cui potenziale si stimava essere l’equivalente di almeno due generatorum di Licanes. E un generatorum bastava ad alimentare una città.
La perdita di Lancang avrebbe compromesso l’intera provincia. Ma soprattutto, notò Licius, avrebbe eliminato o comunque fortemente danneggiato e ridotto le capacità di rilevamento delle posizioni antimissile di Beijing.
ZEUS aveva perso uno scontro: non poteva attaccare la capitale di Chin impunemente.
Ma non significava che avesse perso la guerra, tutt’altro.
-Col dovuto rispetto, signore, credo che ora mi recherò alla mensa.-, disse Seleucinea.
-Sì, è giusto.-, annuì Licius. Sorrise alla volta della tiratrice, come a voler sottolineare il suo sollievo di saperla ancora viva. Lei sorrise a sua volta e uscì.
La posizione era stata triangolata: i dati sottratti erano stati spediti a quelle coordinate.
Un punto anonimo, diverse case in periferia. Gannicus, Marduk e la squadra Gamma sbarcarono sul posto. Sbarco da manuale, copertura su tutti i settori, mezzo alleato in sorvolo della zona. Tutto secondo programma.
Tutto inutile: non c’erano nemici da combattere lì. La Squadra Gamma richiamò esperti per il rilevamento di qualsivoglia traccia. Marduk, imbronciato, mise la sicura al fucile.
-Se ne sono andati. Sapevano di essere in pericolo.-, disse.
-La domanda è dove.-, annuì Gannicus, -Perché da qualche parte devono pur essere.-.
-Se si muovono in fretta…-, disse uno dei membri della Gamma, una donna licanea chiamata Milva, -A quest’ora possono essere in Hiberia, o nelle insulae Britanniche, o in Renania Citeriore.-. La consapevolezza di aver mancato il bersaglio era una delusione, per tutti loro.
-Non possono essere spariti.-, obiettò Lie Nu, -I vostri Praefecti non hanno visto nulla di sospetto?-, chiese.
-Stiamo contattandoli… abbiamo…-, pausa, -Abbiamo una segnalazione. Un mezzo terrestre, almeno tre occupanti. Ha ignorato i divieti di circolazione. Lo stanno inseguendo.-.
-Procediamo!-, esclamò Gannicus.
-Ok. Voi andate.-, disse Marduk.
-E tu?-, chiese Gannicus. Lui si guardò attorno.
-Devono aver lasciato qualcosa.-, disse . Aveva il netto sospetto che fosse così.
-Andiamo!-, esortò Lie. Si mossero verso il mezzo. Marduk sospirò. Cercò di centrarsi. Di respirare come gli avevano insegnato. Posò la sua arma. SI guardò attorno. Classica casa di periferia. Belineum, camere da letto, due, cucina.
Anonima, dozzinale, priva di ogni personalità anche solo accennata.
-Stiamo buttando via tempo.-, disse uno dei tecnici, -Qui non c’è nulla.-.
-Non è possibile.-, disse Marduk, -Pensateci: hanno avuto poche ore di tempo per ripulire tutto. Non sapevano che stavamo arrivando, dunque è improbabile che abbiano veramente ricordato ogni singolo particolare.-.
-Qui abbiamo dei peli, e capelli. Si sono rasati.-, disse uno dei tecnici.
Marduk annuì. Era illogico, ma già un inizio. Eppure… Passò al bagno, niente. Tastò le pareti. Niente. Doveva però esserci qualcosa… Si sforzò di pensare ignorando il mal di testa che stava lanciandosi all’attacco del suo encefalo.
Le mattonelle delle pareti erano belle, piacevoli a vedersi, intarsi disegnavano lettere e… Numeri! Era folle, improbabile, ma…
-ZEUS…-, disse lui. Toccò una mattonella con il 21, poi il 4 e proseguì.
-Cosa sta facendo?-, chiese uno dei tecnici. Marduk pigiò l’ultimo numero.
Si aprì uno sportello, piccolo, sufficiente a metterci un braccio, ad altezza pavimento.
Marduk vi tuffò il braccio. Trovò qualcosa. Carta.
-Che cos’è?-, chiese il tecnico. Lui estrasse il foglio arrotolato. Lo srotolò sul pavimento.
-I progetti della stazione di Madridia. Vogliono colpire lì!-, esclamò lui.
-E hanno lasciato qui gli schemi?-, chiese il tecnico. Pareva scettico.
-Forse. Forse hanno creduto che non li avremmo trovati. Magari non sono agenti di ZEUS, ma indottrinati. In ogni caso è tutto ciò che abbiamo.-, rispose l’agente.
Gannicus ricevette la comunicazione della scoperati di Marduk meri minuti più tardi.
Il resto della squadra aveva eliminato la cellula a bordo del mezzo terrestre, senza feriti né morti. Ai Praefecti non era andata così bene: tre morti e sei feriti a causa dell’inseguimento.
-Madridia? Ma come possono colpirla? Li abbiamo fermati!-, esclamò lui.
-Forse non erano solo loro.-, disse Marduk, -Potrebbero essercene altri.-.
-Sono d’accordo.-, disse Lie Nu, -Dobbiamo controllare per sicurezza.-.
-Affermativo.-, la voce di Licius filtrò nella frequenza vox, -Io e Seleucinea, insieme agli altri della vostra squadra, ci stiamo muovendo. Le squadre Delta ed Epsilon sono distaccate presso gli impianti di Xen-Deng. ZEUS ha tentato o sta tentando qualcosa. Le guarnigioni in zona non rispondono.-.
-È passato all’attacco?-, chiese Lie Nu.
-No. Almeno, non ancora. Ma non possiamo ignorare gli allarmi. Per questo abbiamo creato altre due squadre ad hoc per la gestione di altre crisi, la Iota e la Lambda.-, spiegò l’ufficiale.
-Gestiranno loro la situazione a Chin.-.
-E noi ci occuperemo delle crisi a Licanes?-, chiese Gannicus, -Anche così, siamo soverchiati.-.
-Non necessariamente.-, disse Licius, -Sto attendendo i risultati di alcune analisi, ma ci vorrà un po’, voi procedete.-. La comunicazione con lui terminò.
-Ha chiaramente in mente qualcosa.-, disse Gannicus.
-Ovviamente.-, disse Marduk, -Ma ho come la sensazione che cercherà ugualmente di guadagnarci.-. L’altro non rispose, non subito.
-Se anche lo facesse, non ci vedo questo gran male: questa è una guerra, e noi siamo la resistenza all’annientamento globale. Ogni aiuto è benaccetto.-.
Marduk si limitò a un click del vox. Chiusura del canale.
Madridia era divenuta, durante la Pax, una megalopoli tentacolare protesa verso l’estrema espansione. Aveva inglobato le cittadine di Hocea e Nova Limandia, conquistandosi un accesso al mare che in precedenza non aveva avuto.
Una simile estensione richiedeva dei trasporti capillari. Da qui l’idea di treni a levitazione magnetica. Mezzi, mezzi volti a spostare gente e prodotti in quella città immensa.
Una rete vulnerabile. La governatrice di Madridia garantì il suo pieno supporto, e ordinò alle coorti urbane di collaborare con Equinox al massimo. L’intera linea fu messa sotto stretta sorveglianza, perquisizioni e controlli furono effettuati con celerità e precisione, massimo scrupolo. Chiunque fosse anche solo vagamente sospetto fu arrestato, e di fatto, la cosa portò all’arresto di alcuni indottrinati.
-Da loro non ricaveremo nulla.-, disse Lie Nu, sicura. Era vero: torchiarli non servì.
Quella sostanza, quale che fosse, non permetteva all’individuo di rivelare alcunché.
Lasciava dei gusci vuoti, individui svuotati di personalità e volontà.
Ma fu durante la sera che Marduk lo vide. Un gruppo di agenti delle Coorti, alla stazione principale. Intenti a trasportare qualcosa su un vagone.
-Stanno muovendo qualcosa.-, disse, -Una cassa, in legno. Nessun sigillo.-.
-Ricevuto. Trasporto normale?-, chiese Gannicus.
-Non ne sono certo. Li seguo. Lie? Ne sai qualcosa?-, chiese Marduk.
Interferenze improvvise sulla linea vox. Non era molto, ma bastava per fargli capire che stava accadendo qualcosa. L’agente decise. Scattò verso il gruppo. Niente mitra, stavolta: estrasse la pistola. L’arma da pugno era più maneggevole, anche in ambienti stretti.
La folla intuì qualcosa. Si misero a urlare, in panico.
-Equinox! Fate largo!-, ringhiò Marduk. Il trio di agenti accelerò l’imbarco, due estrassero le armi. Errore fatale: Marduk freddò il primo con un colpo alla testa e il secondo con due colpi al petto che disgregarono il Hamata e lo abbatterono.
Riuscì a entrare nel vagone appena prima della chiusura delle porte.
Fu accolto da una sventagliata. L’ultimo dei bastardi era armato, ovviamente.
Pendolari furono falciati dalla raffica. Urla e panico.
-Lie, Gannicus! Chiunque mi riceva, sto inseguendo un traditore, è armato e presumibilmente ha con sé un ordigno, convoglio M23, linea verso Nova Limandia! Intervenite appena potete!-.
Non si aspettava risposta. Sparò altri tre colpi, ma l’altro era al riparo in un canto e la cassa con la bomba forniva ulteriore deterrente. Una donna fu colpita dal fuoco incrociato.
Marduk udì le pallottole fischiargli a pochi centimetri dalla testa. Quel tizio era bravo. E il treno era in movimento. Da dietro una coraggiosa guardia della coorte di sicurezza cercò di attaccare di sorpresa, ma il sovversivo sparò, tre colpi a centro massa. L’uomo della sicurezza cadde. E Marduk agì, rapido. Lo voleva vivo. Sparò due colpi mentre avanzava. L’altro si espose uscendo dalla copertura. E l’agente sparò di nuovo. Il ginocchio sinistro del ribelle si spappolò sotto l’impatto del proiettile. L’uomo crollò a terra. Marduk gli allontanò l’arma dalle mani con un calcio, aprendo di scatto la cassa. E rimase basito.
Era pienda di mattoni. Nel tolse alcuni, scoprendo che ce n’erano altri.
Non era una bomba. Non lo era mai stata.
Il treno uscì dalla stazione, sul Pons Merdianae, una rotovia sopraelevata che costituiva l’orgoglio di Madridia. Marduk si rivolse all’uomo.
-La bomba! Dov’è?!-, ringhiò. L’uomo sorrise. Marduk gli sferrò un pugno, poi un altro.
Nessun dolore l’avrebbe farmato. Ma improvvisamente lo vide. Un bagliore innaturale, come l’alba di un secondo sole.
-Merda…-, sussurrò. La risata del terrorista gli rimbombò nelle orecchie mentre il boato dell’esplosione infrangeva i vetri.
L’attacco era stato perfetto: un diversivo alla stazione di Madridia.
Una diversione efficace, semplice, diretta. Fatta per catalizzare l’attenzione di Equinox.
Poi l’infiltrazione delle coorti di sicurezza, la corruzione dei Praefectii.
E infine, il bersaglio. Il Generatorum di Madridia.
Non si occupava del solo fabbisogno elettrico della città: il Generatorum sovrintendeva anche all’alimenzazione dei sistemi difensivi antimissile dell’intera zona.
In un solo colpo, ZEUS aveva abbattuto magistralmente qualunque difesa Madrida potesse vantare contro un suo attacco. E mentre Equinox ripiegava, portando via il suo prigioniero, tutti seppero che il peggio doveva ancora venire.
Le conseguenze furono devastanti: panico, civili arrabbiati, infuriati o persino resi folli dal terrore, si riversarono per le strade, rivoltandosi e protestando contro l’inefficenza dei potenti che non avevano saputo proteggerli. I Praefectii imposero la legge marziale, ma presto il sangue prese a scorrere nelle strade. Il Governatore Lucio Ausivio Placido ordinò una serie di misure draconiane per garantire il mantenimento dell’ordine pubblico.
Per Licanes, Madridia e parte dell’Hiberia, erano abbandonate a loro stesse.
-Siamo stati giocati come dei dannati pivelli!-, ringhiò Licius.
Marduk, Gannicus, Lie e i membri della Gamma erano sugli attenti davanti all’ufficiale, muti.
-Com’è stato possibile? Come abbiamo fatto a non accorgersi che aveva infiltrato i Praefectii e le coorti della sicurezza?!-, domandava l’ufficiale battendo passo a passo più e più volte la superficie dell’ufficio temporaneo.
-È evidente che ZEUS voleva che quest’operazione riuscisse.-, disse Marduk.
-Perché? Perché questa sì e le altre no?-, chiese Licius, -Perché spreca risorse?!-.
-Forse non le spreca.-, Lie Nu parlò in un soffio, -Le investe. Per costringerci a guardare ciò che vuole che vediamo.-. il pugno dell’ufficiale calò sulla scirvania, rimbombando.
-Da quel che mi state dicendo, è sempre un dannato passo avanti a noi!-, sbottò.
-Sì.-, disse unn voce femminile. Sho-Mi fluì nella stanza. Nessuno l’aveva udita entrare.
-Allora come facciamo a recuperare?!-, chiese Licius, fuori di sé.
-Tramite una contromossa. Fin qui abbiamo giocato in difesa.-, gli occhi Sho-Mi agganciarono quelli dell’ufficiale, nessuna paura e nessun rimorso, solo pura determinazione, ferrea, -Se vogliamo cambiare la situazione, dobbiamo costringere ZEUS a difendersi, dobbiamo giocare in attacco.-. Licius la fissò di rimando.
-Mi stai chiedendo di sacrificare consapevolmente la sicurezza di Licanes, e dei nostri alleati. Non sono certo di poterlo fare con tanta leggerezza.-, ammise.
-Perché?-, chiese Sho, -Solo perché hai promesso loro protezione? Stiamo affrontando un nemico le cui capacità sono ben oltre quelle di una mente umana. Questo piano è evidentemente ramificato, come una partita a Wei-qi. A ZEUS non importa di perdere qualcosa se può vincere la partita, noi dobbiamo pensarla allo stesso modo.-.
La voce di Sho-Mi in tutto ciò era rimasta pacata, priva di emozioni.
-Ha ragione, signore. A Chin siamo abituati al sacrificio. Durante l’ultima guerra ve ne abbiamo dato prova, direi.-, disse Lie Nu.
-Quindi dovremmo attaccare? Molto bene! Ma dove?-, chiese Licius.
-Questo ce lo dirà il nostro ospite.-, disse Marduk.
Il prigioniero, l’unico superstite del commando fermato da Marduk, era rasato a zero, mostrava circa quarant’anni. Ed era taciturno. Non aveva reagito quando Licius gli aveva ingiunto di parlare dopo avergli illustrato i reati a suo carico e l’eventuale esecuzione.
Gli occhi dell’uomo erano normali. Neri. Punti di ossidiana nel viso caucasico sbarbato.
-Non sembra importargliene niente di morire.-, disse Seleucinea uscendo insieme a Licius dalla stanza.
-ZEUS ha costruito il suo esercito sul fanatismo. Non otterremo niente minacciandolo.-, ragionò Gannicus, -Serve un altro approccio. Uno che non contempli questo.-.
-Già.-, ammise Lie Nu, -Ma è anche vero che in questo voi Licanei non siete particolarmente capaci… Tendete a minacciare, a vantarvi. A volte occorre altro.-.
-Cioè cosa?-, chiese Gannicus. Fissava l’uomo, seduto al tavolo in una stanza i cui muri erano vetri offuscati all’interno. Lui non poteva guardare fuori, ma loro vedevano tutto ciò che accadeva dentro. E grazie ai microfoni, sentivano.
E ciò che avevano sentito confermava quanto detto da Seleucinea.
-E che cosa dovremmo fare? Lusingarlo? Promettergli l’amnistia?-, chiese Licius.
Dall’attacco a Madridia, l’ufficiale aveva avuto un’aria pessima, sbattuta. In realtà, Gannicus lo sapeva, Licius soffriva per l’aver permesso a quella strage di compiersi. Sentiva di aver fallito, e che tale fallimento avrebbe annientato qualunque possibilità di una qualsivoglia gloria futura. Cercava redenzione, ma non per Licanes. Per sé.
-Dobbiamo indurlo a credersi vincitore. Superiore.-, la voce di Sho-Mi emerse dal nulla, come la donna. Nessuno l’aveva sentita entrare. Gannicus rimaneva costantemente sorpreso da quella sua capacità di passare da visibile all’invisibile, e all’opposto.
-E lo farai tu?-, chiese Licius.
-Sì.-, rispose lei, dura, -Io e Lie Nu.-.
-Sho, io…-, iniziò Gannicus. Lei si voltò. Lo fissò.
-Voi siete licanei. Siete le vittime del suo agire. Non si fiderà mai di voi.-, disse lei.
-Ma di voi sì? Perché siete Chin?-, chiese Licius.
-Sì.-, rispose Lie, -Perché non siamo voi.-. Calò il silenzio. Un lungo, lunghissimo istante.
-D’accordo. Andate.-, cedette Licius.
La sala dell’interrogatorio era spoglia, oltremodo. Un tavolo, tre sedie. Una occupata dal prigioniero, le altre libere. Lie e Sho si sedettero senza esitare o discutere sul posto.
Fissarono per un lungo istante l’uomo, senza parlare.
Lui ricambiò lo sguardo. Gannicus poté notare come lo sguardo del prigioniero fosse cambiato, evidenziando una discreta curiosità. “Forse non si aspettava davvero di essere interrogato da due Chin…”, pensò.
-Non perderemo tempo a dirti cose che già sai.-, esordì Sho-Mi. Il suo tono pareva tagliare il metallo. Fissava l’uomo con assoluta freddezza, -Non intendo neppure mentirti: la possibilità di un qualsiasi sconto o rivisitazione della pena è dubbia.-.
-D’altro canto…-, fece Lie, -Un attacco simile non si vedeva da ben prima della Pax di Licanes.-. Il suo tono sembrò a Gannicus vagamente ammirato.
Il prigioniero fissava Lie, ora. Quasi si aspettasse altri elogi, e non rimase deluso.
-È sicuramente notevole.-, annuì la Chin, -Un attacco impeccabile. Il meglio di Licanes ha tentato fermarvi… E ha fallito.-. E finalmente, dall’uomo giunse un suono, vago. Derisorsio.
Un sogghigno. Una contrazione dei muscoli facciali quasi più che un sorriso.
-La cosa ti diverte?-, chiese Sho-Mi, secca.
-Oh… no. No! Non mi diverte…-, disse lui. Fissava le due donne con una tale calma da sembrare perfettamente a suo agio e perfettamente incurante di qualunque conseguenza dei suoi atti, ma quella frase grondava autocompiacimento. Gannicus strinse i pugni, con rabbia.
Il bastardo era fiero di quel che aveva fatto, ne era orgoglioso!
-Brutto pezzo di merda…-, sibiò il soldato. Sentì qualcosa. Seleucinea gli appoggiò una mano sulla spalla, come per imporgli una calma che non posedeva. Lui annuì. Calmo. Già.
Non proprio evidente restare tale. Non dopo Madridia.
-È solo… appagante, sai?-, chiese l’uomo, -Non so se potete immaginare.-.
-Non possiamo. Non sappiamo cosa rappresenti per te.-, chiarì Lie.
-No?-, l’espressione dell’uomo mutò in sorpresa, totale.
-No.-, disse Sho-Mi, -Perché non siamo te.-.
-Ah… E non vorreste esserlo, credetemi.-, disse lui.
-Perché? Sei un soldato, è chiaro. Ben addestrato, e ben conscio della situazione. Hai paura di morire? Se così fosse stato, avresti parlato prima. La morte non ti spaventa.-, Sho-Mi stava parlando con tono calmo, pacato, ma Gannicus notò che l’uomo contraeva il viso come in un rictus. Che quelle parole gli fossero così odiose da suscitare una reazione nervosa?!
“Coraggio Sho…”, pensò, “Spingilo al limite.”.
Se era così, la Justicar avrebbe solo dovuto continuare a pressarlo…
-Dunque, un uomo come te, un soldato come te, dovrebbe obbedire a degli ordini, no? Qualcuno ti ha detto dove colpire, quando, come… È chiaro. Lo stesso qualcuno che ha organizzato l’altro attacco, quello al Generatorum.-, disse Sho-Mi.
-Era quello l’attacco importante.-, concluse la Justicar, -Tu, i tuoi compagni… eravate tutti sacrificabili. A ZEUS importava solo di riuscire a colpire in quel punto, in quel momento.-.
L’uomo emise un verso rabbioso.
-Cagna! Cagna bastarda! Puttana!-, ringhiò. Si protese col viso verso Sho e sputò. Il bolo di saliva arrivò a metà del tavolo. L’espressione dell’asiatica non mutò minimamente.
-Tu… te ne stai lì a sputare sentenze! Ma non hai idea di cosa io abbia fatto per Licanes! Di quanta merda io abbia mangiato! Di quanto sangue versato! La prima cazzo di guerra contro i Chin ci ha lasciato solo briciole! E al ritorno, eravamo solo scarti. Noi, noi abbiamo resistito dove altri si sono spezzati! Noi abbiamo attraversato il regno di Yneas! Abbiamo camminato nelle tenebre, corso nel fuoco! E la vostra ricompensa è questo sdegno? Allora che tutto bruci! È questa la verità, se proprio la vuoi!-.
Il silenzo dopo quella tirata era rotto solo dai respiri del prigioniero.
-Esattamente. È la verità che vogliamo.-, disse Lie Nu, -Anche perché a te non resta altro.-.
L’uomo la fissò. La sua faccia parve deformarsi, come se all’improvviso avesse compreso quanti ponti avesse bruciato dietro e dentro sé. E poi, improvvisamente, emise un gemito strozzato. E singhiozzò, piangendo.
La confessione dell’uomo fu rapida, quasi l’eruzione di un vulcano sotterraneo.
Si chiamava Marcus, Marcus Elagio Ruvio, ed era cittadino di Licanes. Aveva servito nella prima guerra di Chin, ed aveva provato sulla sua pelle cosa significava essere perdenti pure nella vittoria, quando il tuo stesso paese ti dimentica, ti ignora. Ti abbandona.
-ZEUS vi ha offerto una via di fuga, no?-, chiese Sho-Mi.
-ZEUS ci ha offerto la vendetta!-, esclamò l’uomo, -E voi imparerete a temerlo!-.
-È stato solo ZEUS a muovervi?-, chiese Lie. Lui la fissò, come se la domanda stessa fosse stata un’immane idiozia.
-Natrualmente no! C’è una gerarchia.-, disse.
-E tu che grado occupi?-, chiese Sho-Mi.
-Io sono solo un esecutore.-, replicò l’uomo, -Altri sono i comandanti.-.
-E tra questi ci sono Chin, e persino gente che non appartiene ad alcuna nazione.-, commentò Lie Nu con calma. L’uomo sorrise.
-Sì. Siamo ovunque. Tutti e nessuno. Siamo una legione. Siamo la vostra fine.-, sibilò con caustico disprezzo. E fu tutto ciò che ebbe da dire.
-Siamo la vostra fine.-, ripeté Marduk mentre compiva l’ennesimo giro di esercizi.
-Ha detto così.-, annuì Gannicus, impegnato in una serie di piegamenti.
-Il suo odio era… genuino. L’esercito di ZEUS è incorruttibile. Vogliono la vendetta.-, disse Lie.
La Chin, come loro vestita di un corto indumento da palestra, eseguiva una forma di movimenti lenti e armoniosi che man mano divenivano più rapidi.
Sho-Mi, poco distante, compiva una serie di affondi sulle gambe. Stava misurando l’intero perimetro della sala praticamente.
-Ci odiano. Odiano Licanes e Chin.-, disse Gannicus, -Ma non ha detto nulla su come funziona il loro esercito. Solo che ci sono dei superiori. Superiori che non si palesano durante le azioni.-.
Marduk annuì. Eppure qualcosa sfuggiva. Dei superiori dovevano pur avere un passato nell’esercito.
-Immagino che Licius stia già vagliando eventuali possibilità, giusto?-, chiese.
-Sì. Lui e altri stanno analizzando una valanga di dati.-, confermò Lie Nu.
-Dovremmo cercare gente che ha scelto il congedo, disertori, uomini e donne a cui Licanes e Chin hanno chiesto tutto, senza rendere nulla in cambio.-, disse l’agente.
A quella frase di Marduk, Sho-Mi si fermô. Eseguî l’ultimo affondo prima di tornare eretta e sortolare la schiena allungandosi sino al suolo.
-Saranno a centinaia! E non stiamo calcolando quelli che vengono dall’Africae o dalle piane centroasiatiche.-, disse Gannicus. Marduk annuì. Era un fronte di ricerca vastissimo, eppure…
Eppure ora avevano un’altra informazione su come ZEUS aveva costruito la sua armata.
-Ma una simile armata deve avere una base. Dev’esserci.-, disse.
-Una base, rifornimenti, un impianto logistico…-, Gannicus scosse la testa, -Non abbiamo trovato niente del genere, sin qui. Solo posizioni temporanee.-.
-Il che ci fa capire che ZEUS non vuole vite lunghe.-, disse Sho-Mi. Lie annuì appena.
-No. Per lui sono tutti sacrificabili.-, disse, -Vado a fare la doccia.-.
Gannicus terminò il suo giro di esercizi e uscì. Sho e Marduk rimasero soli.
-Se tutti sono sacrificabili, comunque ZEUS non sembra intenzionato a usare i suoi seguaci con avventatezza…-, rifletté Marduk.
-No, esatto. Quindi credi che ci sia una base.-, disse Sho.
-Ne sono certo. La domanda è: dove?-, chiese lui. Lei scrollò le spalle, la veste aderente da allenamento che delineava i muscoli con precisione anatomica.
Marduk dovette sforzarsi di non pensare a quei muscoli, a quel corpo…
-Ogni movimento sospetto verrebbe notato. Sarebbe solo questione di tempo, trovare questa base. A meno che… non si sposti.-, disse infine.
Sho lo fissò, improvvisamente dimentica della routine di esercizi.
-Spiegati.-, disse.
Lo scroscio dell’acqua era discretamente rumoroso. Gannicus non si aspettava che nello spoliarium maschile ci fosse qualcuno, oltre a loro.
Si spogliò ed entrò nel balinarium, il locale dove lavarsi, le docce.
E vide una figura nota. Lie Nu. Lo fissava, immobile sotto il getto.
-Ti voglio…-, sussurrò la Chin. Si avvicinò. Il sesso di Gannicus, pur eccitato, non era eretto.
Il pensiero dell’ultimo loro amplesso, e della partecipazione di Sho-Mi, gli attraversò la mente.
Fu un lampo, ma il suo corpo reagì. Il guizzo del sesso fu subitaneo. Al ricordo di quel tocco, l’uomo non poteva contenere una scarica di eccitazione.
-Mi vuoi?-, chiese Lie. Era vicina. Il suo pube era a contatto con il sesso di Gannicus, eppure…
Eppure c’era qualcosa. Qualcosa che mancava. E quel qualcosa era Sho-Mi.
-Io…-, iniziò lui. Lei lo fissò, dura, quasi ostile.
-Dimmi la verità.-, disse. Non c’era rabbia in quel tono, ma determinazione.
-Io voglio… lei.-, sussurrò Gannicus. Lie sbatté gli occhi. -Lei?-, chiese, -Sho-MI?-.
-La vuoi anche tu?-, chiese lui. La Chin sospirò.
-Ci ha stregati, vero? È una Justicar, e forse qualcosa di vero c’é. Ci ha legati a sé.-, mormorò.
-Ci ha avvinti.-, disse Gannicus. Era orribile. Lie gli si stava donando spontaneamente, eppure lui non la voleva. E gliel’aveva anche detto. Cosa ancora più folle, anche lei bramava la stessa donna che lui avrebbe voluto…
-Ci ha…-, iniziò lui. Lie non parlò. Lo baciò, ferocemente, bocca a bocca, come a volergli impedire di parlare. Si staccò il tempo da dire una parola: -Taci.-.
Il resto non fu un amplesso: fu uno sfogo brutale, di labbra su labbra, mani su corpi, spasmi, sessi a contatto, Lie impalata dal sesso dell’uomo che gemeva mentre lui la prendeva da dietro, poi lei che lo avvinghiava come un lichene che avvinghiava una statua.
I capelli di Lie le caddero sul viso, sfatti e bagnati. Gannicus continuò. Pompò nell’asiatica sino a goderle dentro, incurante del fatto che anche lei stesse godendo.
Rimasero avvinghiati, ansimanti, scossi, vivi. Senza parlare.
-Ha senso.-, disse Sho dopo che Marduk ebbe esposto la sua tesi. L’uomo notò che il viso della donna era corrucciato da un’espressione simile all’allarmismo.
-Ce l’ha?-, chiese, -In fin dei conti parliamo di ZEUS. È pur sempre un costrutto umano, generato da noi, su linee guida che noi abbiamo impartito…-, rifletté.
-Ce l’ha.-, lo rassicurò l’asiatica, -E questo ridurrebbe anche il margine territoriale entro cui trovare una simile base. Dobbiamo parlarne con Licius.-, decretò. Si alzò. Fissò Marduk con un sorrisetto, uno che lui sapeva essere compiaciuto.
-Le tue capacità deduttive restano ottime, Marduk.-, disse. Lui sorrise. Fece per rispondere ma un nodo alla gola glielo impedì. Tossì, diverse volte. Sho lo fissò.
Un’ombra di preoccupazione velava il suo viso.
-Sta tornando, vero?-, chiese. Lui annuì. Artigliò un fazzoletto passandoselo sulle labbra.
Niente sangue, stavolta. Ma la tosse tagliava il respiro, l’aria entrava e usciva dai suoi polmoni con fischi sibillini. Il dannato morbo che i Chin gli avevano inoculato durante la prima guerra era una condanna inappellabile.
-È da un po’ che torna.-, disse infine. Sho annuì.
-Dovresti curarti.-, sentenziò, -Ma capisco perché non lo fai.-.
“Davvero?”, si chiese Marduk, “Faresti lo stesso?”. Si diede subito dell’idiota: era ovvio.
Ovvio che l’avrebbe fatto. Erano entrambi consapevoli che il loro addestramento da Justicarii li aveva portati a non considerare il rischio di morire come un deterrente, ma come una mera eventualità. Annuì appena, grato.
-Dobbiamo parlarne con Licius. E con il Celeste.-, disse. Sho annuì a sua volta.
Licius assorbì l’ipotesi. Pareva corrucciato e non ci volle molto per capirne il motivo.
-Abbiamo una pessima notizia.-, disse senza mezzi termini. Aveva fatto riunire l’intera squadra. Il Celeste era presente, e appariva più vecchio, consunto, stanco. Era Licius a parlare e al vecchio Chin pareva accettabile.
-Le squadre Delta ed Epsilon sono disperse. Abbiamo cercato di rilevare la loro posizione, ma sono sparite dai radar.-, disse. Anche lui pareva improvvisamente più stanco, più abbattuto.
-Hanno tradito?-, chiese Gannicus.
-Forse.-, ammise il Celeste, -Non abbiamo prove.-.
-Dobbiamo ipotizzare il peggio.-, disse Marduk.
-Esattamente. Per questo abbiamo attivato alcune strutture d’emergenza, insospettabili e di cui i singoli operativi non sono a conoscenza. Abbiamo predisposto lo spostamento di ogni operativo di Equinox in queste strutture, ma intendiamo comunque procedere all’attacco. Quindi la squadra Gamma procederà come previsto. L’obiettivo è la posizione di una ridotta in terra africana. Una delle posizioni di ZEUS, secondo le nostre fonti.-.
-Tra quanto ci muoviamo?-, chiese Seleucinea.
-Tra sei ore.-, ordinò Licius, -Siete congedati.-.
Tutti uscirono, tranne la tiratrice.



Ti ringrazio per il bel commento. In realtà la storia è basata sulla lunga confidenza di una coppia di sottomessi,…
Che voce ipnotica. Leggerei anche l'elenco telefonico scritto da te.
Ciao, il racconto intero lo puoi trovare gratuitamente sul mio profilo substack: https://substack.com/@lirio642235
Molto eccitante spesso e volentieri ma mi sembra molto surreale in molti capitoli. Comunque se dici che è tutto reale…
Grazie Piombo, ora siamo quasi al finale