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Fermezza e buona sorte

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“Lo sai, che forse dovremmo iniziare ad argomentare sensatamente di convivenza, ovverosia giudiziosamente dello sposalizio”.

“Non posso amore, io non ho denaro a sufficienza, per davvero, poi serve senza dubbio alcuno una casa dove stare. Vivere in affitto, corri alla fine il serio rischio, che ti sbattano fuori da un giorno all’altro”.

“Sono già nove anni che stiamo insieme, io ho risparmiato qualcosa con numerosi sacrifici, tante privazione e consistenti rinunce. Tu invece?”.

“Io ho un sacco di doveri d’adempiere, tante mansioni da realizzare e molti debiti non pagati attualmente da corrispondere. Hai presente quell’eredità che m’assilla di continuo? E quelle diatribe nel tribunale assieme ai continui diverbi, ai mostruosi battibecchi sia con i miei fratelli quanto con le mie sorelle, sul lascito ancora in sospeso da definire? Se ci pensi, a ben vedere, non sono soltanto due euro”.

“Lo intuisco e lo colgo molto bene, sì, certo, comprendo e mi rendo conto, però io avrei desiderio di certezze e di sicurezze, perlomeno di verità. Mi capisci Beppe, non trovi?”.

“Le hai. Ti amo, che cosa vuoi di più?”.

“Io vorrei vivere con te, svegliarmi con te al mattino, condividere la vita con te, amarti quando ne sento e ne avverto il puro desiderio, non quando c’è unicamente una casa libera. Mi pare di vivere con te, essenzialmente e praticamente a rate”.

“Questo lo avrai nel tempo in cui si potrà, per adesso dovrai accontentarti”.

“Accidenti Beppe, sembra che la vita mi sfugga infernalmente e detestabilmente via. Francamente sono stufa”.

“Che esagerazioni, sciocchezze e che spropositi. Da te non me lo aspettavo proprio Maura, tutte queste perenni ossessioni, con tutti questi durevoli svarioni e questi assidui tormenti”.

“T’assicuro che mi sento talmente derubata e chiaramente svaligiata, direi espressamente vuota e scaricata, senza sottintesi, per davvero, in un certo qual modo da qualche tempo”.

Beppe, contrariamente, a dispetto di ciò che esprime e che esterna non l’interpella né la sente più, perché s’alza in piedi, saluta gli amici appena entrati nel pub, scherza con loro e lascia Maura da sola al tavolo. Maura li sente parlare di vacanze, ascolta il suo uomo che narra, illustrando e descrivendo di voler compiere un viaggio da sogno, perché ha un sacco di soldi da spendere, intanto udendo quegli argomenti le crolla speditamente il mondo ai piedi. Maura ha trentasette anni, giacché li ha compiuti sullo scadere dell’inverno, quando già i primi germogli sbocciano impercettibili sui rami e i boccioli dei fiori mostrano le loro prime gemme ancora immature, lei è alquanto delusa e ferita, assai amareggiata e innegabilmente sconfortata dagli uomini, vivamente afflitta e profondamente ferita nell’orgoglio e nel senso dell’onore, in realtà è insoddisfatta, scontenta e alquanto inappagata del suo uomo.

Quello che ha lasciato in città, lontano parecchi chilometri da lei, dopo la sua fuga in questa piccola isola, dove adesso tenta malinconicamente di rimettere insieme i pezzi della sua vita, giacché questa è una follia, un’insolita temeraria irragionevolezza. Maura questo lo sa bene, è sconsolata, eppure non demorde né desiste, poiché chi corre attraverso il mare cambia soltanto il cielo sotto al quale vive, non di certo l’animo né il proponimento dentro di sé. Non si può schivare né sfuggire all’angoscia, scampare all’oppressione e sottrarsi al tormento, perché l’animo e l’intento lo si fortifica anche standosene a casa, affrontando il dolore e la sofferenza soltanto se lo si vuole veramente. Maura, al contrario, in un piccolo atto di vigliaccheria o forse di coraggio aveva preferito partire e attualmente se ne sta lì, seduta all’ombra di quella palma a bere il latte di cocco, osservando in modo afflitto e malinconico l’oceano davanti a sé, dove i riflessi del sole s’incontrano quieti, unendosi in maniera flemmatica alla brillantezza delle onde. Quelle immagini la confondono, la turbano in un certo senso, l’arruffano e la sovvertono, dal momento che ricorda quando Beppe era il sole e lei l’acqua dell’oceano, dato che rievoca molto bene quei raggi che la penetravano, creando innegabilmente una magia con il suo liquido di vita, facendo nascere prima un timido e poi sempre più potente quell’inaspettato, ma ambito e auspicato orgasmo.

Lei ricorda amorevolmente la passione, soavemente le sensazioni, premurosamente le carezze, indimenticabilmente quei baci, benevolmente le risate, dolcemente le tenerezze e appassionatamente l’energia, richiama immediatamente alla memoria la prima volta con lui in vacanza sotto una tenda mezza rotta, quando aveva soltanto ventitré anni, in quanto non era vergine perché era stata stupida, però si era notevolmente persuasa ripetendo e convincendosi verso sé stessa che Beppe era indiscutibilmente diverso, in quanto sarebbe stato per sempre. Lei cita l’ultima volta quell’amplesso di breve durata, in cui lui non l’aveva nemmeno aspettata: di solito lo faceva, pensava prima al suo piacere, invece quella volta no, per il fatto che in quella precisa circostanza Maura aveva capito che qualcosa si era enormemente snaturato, il tutto era fatalmente cambiato, mentre adesso appoggia quella noce di cocco sulla sabbia accanto a lei, chinando la testa e piangendo in maniera silenziosa. Sono stati più di dieci lunghi anni buttati a causa del suo impettito, intransigente e massimalista irremovibile orgoglio:

“Ciao, t’ho visto qui piangere tutta da sola. Non mi sembra proprio una buona né spensierata vacanza. Posso sedermi?”.

“Scusa, credo che oggi non sono per niente di grande compagnia”.

“Sai, nemmeno io lo sarei, però dopo otto anni la mia ragazza m’ha lasciato. Anch’io avrei dei buoni motivi per piangere, in effetti”.

“Perché non lo fai?”.

“Non ha senso né significato, dal momento che è un’energia sprecata, usata malamente, in aggiunta a ciò non se lo merita”.

“Quanti perché”.

“Ce ne sono altrettanti, anzi, mille e forse più”.

“Non ci avevo pensato”.

“Succede, adesso non crucciarti più di tanto. Io mi chiamo Donato”.

“Io sono Maura. Vuoi un po’ di latte di cocco?”.

“Grazie, ben volentieri”.

Donato continua a dialogare pacatamente con Maura, i suoi amici lo chiamano, tuttavia lui li saluta da lontano e dice loro d’andare avanti, dato che li avrebbe raggiunti in seguito in albergo. Lui le fa notare quant’è bello il gioco di luci che il sole crea sull’oceano, le racconta di quando lui e la sua ragazza che attualmente lo ha lasciato e chissà dov’è e che cosa stia facendo, sembravano proprio come i raggi del sole e l’acqua del mare, armoniosi, proporzionati e uniti, dato che l’uno senza l’altro si sentivano perduti. Nel momento esatto in cui lui racconta, Maura inizia ad afferrare e a capire per bene quel concetto, perché aveva deciso in fin dei conti di fuggire dalla città, di svignarsela, d’allontanarsi da tutti, di prendere l’aereo e di venire qua.

Il suo, invero, non era stato un atto d’abiezione, di degradazione né di vigliaccheria, bensì una condotta essenziale, un atteggiamento vitale, una condotta più che necessaria, in realtà un intervento d’animo puro, per così dire d’autentica prodezza e di lineare coraggio.

A dire il vero, a ragion veduta, la fortuna in maniera silente, laconica e stringata, talvolta attribuisce, concede e offre nella sua misteriosa e inesplicabile complessità le sue stupefacenti doti e le sue straordinarie inattese e rigogliose qualità, per il fatto che assiste, favorisce e sostiene gli animosi, protegge gli audaci e caldeggia i valorosi che la inseguono, mettendoli però ininterrottamente e durevolmente alla prova.

{Idraulico anno 1999}

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