Questa è una storia vera che ho vissuto nel 2002, raccontata con nomi modificati per tutelare la privacy di tutti: io ero Davide, Andrea il marito, Elena la moglie. Fu un Capodanno che ci ha segnati nel profondo, un passaggio lento e inaspettato da un’amicizia solida a qualcosa di più intimo, più nudo, più vero. Elena non aveva mai nemmeno sfiorato l’idea di un’esperienza con più di una persona: era la sua prima volta assoluta, e all’inizio la timidezza le chiudeva la gola, le faceva tremare le mani. Eppure, con pazienza e desiderio reciproco, si aprì come un fiore notturno, rivelando una sensualità profonda, generosa, che ci avvolse tutti e tre. Dopo quella notte non fu un fuoco di paglia: tornammo a cercarci altre volte, in momenti scelti con cura – compleanni, weekend isolati, serate in cui il silenzio della casa diventava invito. E ogni tanto, tra un bicchiere di vino e un sorriso complice, Elena posava lo sguardo su Andrea e mormorava con voce leggera ma maliziosa: “Sai che Davide ce l’ha un po’ più grosso del tuo, vero amore?” Lui rispondeva sempre con una risata bassa, stringendola per la vita: “Lo so… e tu li ami entrambi, piccola.”
Andrea e io avevamo corpi simili, forgiati dagli stessi anni: alti quasi uno e novanta, spalle larghe da palestra e da lavoro manuale, toraci solidi, braccia forti, un po’ di pancia da birre serali che non toglieva nulla alla presenza fisica. Eravamo uomini che davano sicurezza solo standoci vicini. Elena era il loro contrario e il loro completamento: una quarta misura naturale, seni pieni, morbidi, alti, con capezzoli rosa scuro che si indurivano al minimo soffio; vita stretta che si apriva in fianchi rotondi; e soprattutto quel culo – rotondo, alto, sodo, con due fossette perfette alla base della schiena che sembravano fatte apposta per essere sfiorate. Quando camminava, ondeggiava con una grazia naturale che ipnotizzava. Aveva 26 anni, capelli castani che le cadevano in onde morbide fino a metà schiena, occhi verdi grandi e profondi, labbra piene che si incurvavano in sorrisi timidi o audaci a seconda dell’umore.
La sera del 31 dicembre 2002 nevicava piano fuori dalle finestre. Arrivai con una bottiglia di spumante metodo classico e due di rosso corposo, il cuore tranquillo come sempre quando entravo in quella casa. Elena aprì la porta con un abbraccio lungo, il corpo premuto contro il mio per un secondo di troppo: maglione nero di lana fine che le modellava il seno, gonna aderente di lana grigia che le fasciava il culo in modo quasi indecente, calze velate nere trasparenti e stivaletti con un tacco basso. Il suo profumo – vaniglia e qualcosa di speziato – mi entrò subito nelle narici. “Davide… sei qui,” sussurrò contro il mio collo, come se fosse un sollievo. Andrea dalla cucina: “Entra socio, il brasato è quasi pronto. Vieni ad assaggiare.”
La cena fu lenta, intima, quasi cerimoniale. Tortellini in brodo fumante, arrosto di vitello tenerissimo con patate al forno croccanti, insalata russa fatta in casa, pandoro sbriciolato con le dita e spolverato di zucchero a velo. Il vino scorreva senza fretta: un Barolo che Andrea aveva tenuto da parte per un’occasione speciale. Parlammo a voce bassa – del lavoro che ci consumava, dei prezzi che con l’euro sembravano impazziti, della neve che imbiancava tutto fuori. Elena sedeva tra noi due, le gambe che ogni tanto sfioravano le mie sotto il tavolo: un contatto leggero, apparentemente casuale, ma che lasciava una scia di calore. I suoi occhi verdi cercavano i miei più a lungo del solito, poi scivolavano su Andrea con un sorriso complice.
Dopo cena ci spostammo in soggiorno. La televisione trasmetteva lo spettacolo di Capodanno a volume basso, quasi un rumore di fondo. Andrea prese la sua vecchia Canon AE-1, quella con il rullino in bianco e nero che amava ancora: “Facciamo qualche foto… per ricordarci di questo passaggio d’anno.” Elena incrociò le braccia sul seno, un gesto difensivo: “Con me vestita così? Sembro… insignificante.” Lui le si avvicinò, le sfiorò la guancia con il dorso della mano: “Amore, vai a indossare qualcosa che ti faccia sentire bella. Le calze a rete nere, il perizoma di pizzo, quel top trasparente che ti ho regalato… solo per noi due.” Lei arrossì fino alle orecchie, la voce che tremava leggermente: “Andrea… c’è Davide. Non l’ho mai fatto davanti a nessuno. Mi sento nuda solo a pensarci.” Lui le prese il viso tra le mani, serio: “È Davide. Ci fidiamo ciecamente. Se in qualsiasi momento vuoi fermarti, lo facciamo. Senza domande, senza musi lunghi. Promesso.” Io aggiunsi piano, guardandola negli occhi: “Elena, davvero. Non c’è niente di obbligatorio. Se preferisci, mettiamo via la macchina e beviamo ancora un bicchiere.” Lei rimase in silenzio per un tempo che sembrò eterno, poi annuì, un piccolo sorriso incerto sulle labbra: “Va bene… ci provo. Ma se mi blocco, stop.”
Quando tornò dalla camera da letto, il respiro mi si fermò per un istante. Il top di pizzo nero era quasi trasparente, lasciava intravedere il reggiseno push-up che sollevava e comprimeva la sua quarta misura in un décolleté profondo; la minigonna di pelle nera cortissima le copriva a malapena il culo rotondo; le calze a rete con la riga dietro le allungavano le gambe in modo infinito; tacchi alti che la facevano oscillare appena mentre camminava. Si fermò sulla soglia, le mani che tiravano nervosamente l’orlo della gonna: “Mi sento… esposta. Ridicola.” Mi alzai dal divano, le andai vicino piano: “Non sei ridicola, Elena. Sei bellissima. Vulnerabile e bellissima.” Andrea iniziò a scattare con calma: pose semplici all’inizio – lei seduta sul divano, gambe accavallate, un sorriso timido; poi più intime – “Amore, appoggia la mano sul petto di Davide… sì, così.” Il mio palmo le sfiorò la coscia calda sotto la calza a rete; lei inspirò piano, un brivido le attraversò il corpo visibile.
L’atmosfera si fece densa, quasi palpabile. Andrea posò la macchina fotografica sul tavolino: “Bacialo, Elena. Solo un bacio… per augurarci il 2003.” Lei mi guardò negli occhi per lunghi secondi, esitante, poi si avvicinò lenta. Le sue labbra toccarono le mie con una dolcezza infinita, un contatto leggero che si aprì piano piano: lingua che sfiorava, respiri che si mescolavano, mani che salivano piano sulle mie spalle. Andrea le si mise dietro, le baciò il collo con lentezza deliberata, le mani che le accarezzavano i fianchi: “Brava, amore… lasciati andare.” Lei gemette piano contro la mia bocca, un suono basso e sorpreso.
Da lì tutto fluì naturale, senza fretta. Elena si inginocchiò tra noi due sul tappeto morbido, le mani tremanti che ci sfioravano con reverenza. Prese i nostri cazzi con delicatezza, alternando sguardi tra noi: “Siete… così caldi, così duri.” Iniziò con pompini lenti, esplorativi – succhiava me guardandomi dritto negli occhi, la lingua che girava piano intorno alla punta, poi passava ad Andrea con la stessa devozione. Dopo qualche minuto si fermò, le labbra gonfie e lucide: “Mi fa ancora male la mandibola con il grosso cazzo che hai, Davide…” Lo disse piano, quasi sussurrando, ma con un lampo di malizia e desiderio negli occhi verdi. Poi si tolse il reggiseno con un gesto lento: avvolse il mio cazzo tra i seni pieni, morbidi, caldi – una spagnola ritmica, profonda, le tette che stringevano con dolce fermezza, la lingua che lambiva la punta a ogni salita. “Ti piace così?” chiese con voce roca, guardandomi dal basso. Andrea la osservava incantato, la mano nei suoi capelli: “Sei incredibile, amore… continua.”
Ci spostammo in camera da letto, luci basse, lenzuola fresche contro la pelle accaldata. Elena si sdraiò al centro, nuda tranne le calze a rete: “Voglio sentirvi… tutti e due dentro di me. Ma piano… è la prima volta, ho un po’ paura.” Lubrificammo con cura, parole sussurrate, tocchi rassicuranti. Andrea si sdraiò sotto di lei, entrò nella sua figa con dolcezza infinita; io mi posizionai dietro, penetrai l’ano millimetro dopo millimetro, ascoltando ogni suo respiro, ogni piccolo gemito. “Oh… fa un po’ male all’inizio… ma è bello… continuate, vi prego,” sussurrò stringendoci dentro di sé con forza sorprendente. Quando fui completamente dentro, emise un gemito lungo, profondo, gli occhi socchiusi: “Sì… vi sento entrambi… riempitemi.” Da lì il ritmo crebbe piano, come onde che si infrangono lente: lei che si muoveva tra noi, chiedendo di più con la voce spezzata, il corpo che tremava in orgasmi silenziosi, intensi, profondi.
Facemmo l’amore per ore, cambiando posizioni con calma: doppie penetrazioni che ci permettevano di guardarci negli occhi, baci profondi mentre i nostri corpi si muovevano all’unisono; anale lento e profondo mentre lei succhiava Andrea con una devozione quasi religiosa, alternando spagnole tra i suoi seni caldi e morbidi; sborrate lente, sentite – dentro di lei, sul suo corpo, sul viso – ogni volta accompagnate dai suoi gemiti bassi, grati, quasi commossi.
Verso l’alba, stretti sotto le coperte, sudati e appagati, brindammo piano con gli ultimi sorsi di spumante rimasto. Elena, la testa appoggiata sul mio petto e la mano intrecciata a quella di Andrea, mormorò con voce roca: “Non sapevo che potesse essere così… intimo. Così profondo. Grazie per avermi tenuta per mano in tutto questo.” Ridemmo piano, complici, sfiorandoci con tenerezza.
Non finì quella notte. Ci furono altre occasioni, rare ma preziose: compleanni festeggiati in tre, weekend lontani da tutto, serate in cui bastava uno sguardo per riaccendere tutto. Ogni volta Elena si apriva di più, diventava più sicura, più affamata, e puntuale arrivava quella battuta leggera, sussurrata con un sorriso: “Andrea… ammettilo, Davide ce l’ha più grosso.” Lui la stringeva ridendo piano: “Lo ammetto… ma tu ci fai impazzire entrambi, piccola.”
Ancora oggi, a distanza di anni, ripensandoci sento lo stesso calore di quella notte del 2002: non solo corpi che si cercano, ma anime che si sono incontrate in un momento di vulnerabilità e desiderio, legandosi per sempre in un modo che le parole faticano a contenere.



Le premesse sono molto interessanti, spero che i moderatori rendano disponibile presto il prossimo capitolo. E vediamo quanto ti metterai…
Ma infatti, perchè aspettare tanto per entrarci dentro - d'altra parte che lei voglia o meno mi sembra poco rilevante…
Grazie, sono felice ti sia piaciuto. Ho pronte una decina di capitoli (un po' più brevi di questo, ma tutti…
Eccerto che vorrei un ulteriore proseguimento del racconto!"! ;-)
Grazie per l'apprezzamento, sono contenta che ti stia piacendo. La mia intenzione era quella di scrivere un racconto che filasse…