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E’ una mattina qualunque di gelsomini e lavoro ed io sto correndo verso quest’odore di mare che m’appiccica sempre più intenso l’ansia al respiro. Sulla corsia di sorpasso corro contro questo vento caldo che mi sbatte sulla faccia e mi distribuisce i capelli. Un uomo si fa da parte e mi guarda con gli occhi di chi sta vedendo una bionda che dietro un paio di occhiali da sole, suona e chiede strada, suona ed accelera tra due file di pini che storti scorrono contromano. E poi ancora un altro che vorrebbe inseguirmi, magari solo perché ho gli zigomi alti o sono al volante di questa macchina rossa che da sola promette una donna da favola. Ma accelero e scompaio veloce quanto la sensazione di essere libera, slegata da questa rete di macchine e uomini che negli anni, fuggendo, mi sono meticolosamente cucita addosso.

Ho un uomo che m’ama, che m’ammorbidisce ogni sera anima e cuore con tenerezze e parole che nessun altro avrebbe il coraggio di dire. Paziente m’aspetta ed accetta nel letto i miei frequenti dinieghi, i miei slanci improvvisi dove divarico il cuore come le gambe a cavalcioni sul sesso. Mai rinuncerei alle sue mani forti e capienti che scacciano ansie e paure come mosche sul viso di un bimbo che dorme. Mai rinuncerei alla sua voce comprensiva che più delle parole mi convince e mi rassicura come se causa non fosse mai esistita, come se effetto fosse un sonno tranquillo tra le sue braccia generose.

Ne ho invece un altro che m’ha stregata in una notte di nuvole e pioggia a dirotto, che m’ha rapita fino alle prime ore dell’alba quando il bianco della luce scontornava il profilo dei miei seni ancora protesi. Senza parlare ci siamo trovati sporgenti a riempirci le bocche di respiri e saliva perché le parole fanno fatica quando il cuore che batte t’impedisce di parlare. Non c’era la luna e ne avrei fatto comunque a meno quando non viene il minimo dubbio di rimandare a domani il piacere che senti e l’uomo accanto ti ha già rivoltata almeno due volte ed ancora ti cerca sfacciato dove altri nel tempo c’hanno impiegato sentimenti e raggiri.

Da anni m’appiattisce ragione ed io l’accontento ogni volta nei suoi dettagli, come in piedi di notte sbattuta contro il muro delle scale di casa, dove basterebbero due occhi qualunque per non avere uno straccio di scusa e ricominciare daccapo una vita. Ma lui mi pretende ed io non rifiuto, le sue mani insistono senza chiedere permesso di scostarmi mutande quando le porto, di lasciare libero il passaggio a quella brama impetuosa che arriva al cervello prima di riempirmi la voglia. Non dura che secondi, intensi frammenti di tempo reale che m’annaffiano il cuore e m’inondano di sangue le tempie come un ago che penetra una vena, un aereo che buca una nuvola dove mi bagno e m’annego prima che un buon senso qualsiasi mi venga in aiuto.

Schiaccio il pedale e corro più in fretta convinta di non allontanarmi da niente, perché di nulla cambierei la mia vita. Non mi sento divisa e sballottata, penso solo, tra gli occhiali che mi fanno ombra e riflesso, che la mia anima è in grado di spartire l’amore che provo, che il mio corpo è capace di dividersi in parti uguali, senza far paragoni, senza che involontariamente avverta l’urgenza di fare una scelta. Non mi sento infedele, perché do ad ognuno parti diverse, perché loro m’aiutano non chiedendomi le stesse. Non mi sento di tradirli, perché mi generano pensieri differenti, mi generano amori come se avessi due cuori siamesi, che s’attivano e tacciono in un automatico mistero.

Li amo tutti e due perché è indissolubile il sentimento che provo, inseparabile l’emozione di amore e tradimento che mi rivolta il fegato e mi scioglie le viscere in un flusso di voglia scompagnata che scorre e diluisce lungo le mie pareti emozionate da un interminabile trasgressione. A pensarci bene, nel momento sublime, non mi è mai successo di confonderla perché ogni voglia ha un verso, un senso, un saliscendi morbido e improvviso, luoghi differenti dove depositarsi a condensa. Perché ogni voglia ha le sue rime accompagnate da un cinguettio di passeri di razze diverse che cantano e stonano sopra rami di rose d’infiniti colori.

Alle volte mi chiedo quanto potrà continuare, per quanto tempo s’incastreranno perfetti i giorni che passano all’unisono e paralleli senza che nessun nodo li leghi o un contrattempo imprevisto li faccia incontrare. Mi domando se davvero dovrò costringermi a farmi del male, come una madre ad abortire un gemello e scegliere quale. Se dovrò optare per un unico amore, pensiero, ragione che altre donne con orgoglio ne fanno un vanto per tutta la vita. Cosa sarebbe stata la mia? Cosa sarebbe stato del mio corpo? Magari come la casa di un single rassettata alla buona la domenica mattina, o quella di una vedova affranta, che non apre da anni la sala da pranzo. Invece sono qui nello stesso giorno che passa a farmi bella due volte perché mai ne trascurerei uno a favore dell’altro, perché mai mescolerei odori diversi sul mio corpo che s’offre. Cosa sarebbe stato delle mie calze color carne che da anni ne faccio collezione e indosso ogni volta che esco e le separo scrupolosamente nel cassetto da tutte le altre? Come se non si dovessero mai toccare, come se il contatto partorisse un incesto o svelasse segreti che con cura nascondo ogni giorno che passa. Cosa sarebbe stato dei miei occhi verdi bosco che a guardarli bene sono solo castani, ma qualcuno ogni giorno me li dipinge vedendoci perfino foglie gialle cadere sullo sfondo di un tramonto autunnale.

Ed ora in faccia a questo sole di maggio m’abbronzo e mi faccio più bella, per entrambi senza distinzione, come se avessero le stesse mani, gli stessi occhi. M’accorgo di pensarli in un unico pensiero ricambiato dalle voglie che in questo preciso momento mi stanno pensando e contemporaneamente stanno assaporando la mia pelle distesa su questa sabbia dorata.

Credo che la fortuna mi sia venuta in aiuto perché ho incontrato due uomini esattamente contrari che mi desiderano nella stessa misura e mi soddisfano entrambi non lasciandomi vuoti.

Ma allora perché ogni giorno corro verso il mare? Ma allora perché rischio la vita lanciata dentro una macchina dove la morte è dietro ogni sbadiglio, uno starnuto più forte o peggio un pensiero, che si fa desiderio e voglia di raggiungere in fretta qualcuno.

Ora lo vedo ed è solo un ragazzo, un banale uomo totalmente diverso da quelli che mi riempiono i giorni. Lo guardo e mi chiedo se due siano veramente sufficienti, se questo ragazzo che mi rivolge gentile parole non sia degno di destarmi interesse. Lo vedo che ringrazia il destino per avermi incontrato e vorrebbe tuffarsi nei miei occhi che dice profondi, che dice innocenti, che dice espressivi come se gli avessero già raccontato quella che sono. A volte mi chiedo quante parole diciamo ogni giorno e quante, poche di queste, hanno un senso mentre le altre vanno a finire inutili in quest’acqua di mare. Perché hanno soltanto un fine senza essere vere, come quelle di questo ragazzo che sottintendono altro come se fossi un’esperta e mi vorrebbero abbandonata dietro questa duna che mantiene segreti. Mi dice parole d’amore come se la poesia fosse un codice segreto per aprire le mie cosce, come se il mio cuore non aspettasse altro in questa mattina normale, con questo sole normale, con questo mare inquinato vicino alla foce di un fiume. Sapesse invece quella che sono, che questo corpo dorato al sole di maggio, lo sparto e lo doso per amare ed esserlo altrettanto. Sapesse! Se solo aprissi la bocca e gli parlassi diretta come parlo a me stessa credo che rinuncerebbe ai quei versi tacciandomi semplicemente puttana dove l’amore che sento e che provo è solo un pretesto per farmi due uomini nella stessa giornata. Cosa direbbe se sapesse davvero che ho un marito e un amante, che il mio corpo è affollato come Via del Corso all’ora di punta.

Ma lui mi fissa senza il minimo dubbio che potrei negarmi. Avrei voglia di giocare e dare un prezzo a quello che chiede per vedere davvero quanto mi desidera, se davvero sono vere le sue parole che non mi lasciano tregua, che non mi lasciano il respiro sufficiente a far scorrere i miei pensieri intorpiditi da tante domande. Vorrei pretendere un compenso per quello che mi sta rubando con gli occhi, per la sua voglia che s’insinua e s’affoga dentro l’ombra del mio seno fino a stringermi il capezzolo e farmi del male.

E’ giovane, avrà gli anni del mio unico figlio, quello che per amore s’è squagliato nel mio ventre e poi diluito tra le lenzuola di un letto d’albergo. La sua mano è a pochi centimetri dalla mia pelle e ne sento il calore più del sole che picchia, più della convinzione che scricchiola e fa rumore fino a dubitare che due uomini mi possano bastare. Più lo guardo e più penso d’essere malata d’amore, malata di considerazione che cerco dentro qualunque pensiero che sappia di maschio, sopra qualsiasi pelle di mano che abbia la sola intenzione d’avvicinarsi dove nessun sottinteso può essere ancora un pretesto. Lo vedo che muore dalla voglia di stringere la mia sensazione d’essere presa, d’essere colta a petalo a petalo come una rosa. Se solo fosse più esperto avrebbe già letto che i miei seni non sono fedeli, non sono uniformi alle mani, alla bocca d’uomo soltanto, avrebbe già capito che la mia parte più fertile è già pronta da tempo, perché s’asseta e si sfama al solo pensiero che qualcun altro lontano la sta desiderando. Ma lui non capisce e non sa, se solo volesse, che questa duna che ci copre dal mare potrebbe contenere un indelebile ricordo. Vorrei dirgli di lasciar stare quella voglia evidente e di starmi ad ascoltare decidendo casomai se sono la donna che ora giura, che sogna ogni volta che dorme. Vorrei dirgli che c’ho messo una vita ad essere quella che sono e non sarebbe una scopata con uno sconosciuto a farmi cambiare l’idea che gli uomini sono una semplice parte .

Distesa chiudo gli occhi ed aspetto che questo raggio di sole diventi umido e prenda la forma di labbra, che quella mano segua l’istinto smettendo di tremare. Vorrei sentirla sicura dalle parti del mio seno che cotto, nudo e sfacciato avrebbe tanto bisogno di ombra. Gli dico senza pensare che questo è il mio ultimo giorno di sole, di mare, di spiaggia, e che da domani riprendo il lavoro. Ma lui non si muove, e per farlo decidere, gli dico che un po’ mi dispiace, che mi mancherà da morire questo odore di mare, questo silenzio di giorno normale che attutisce voci e parole al di là della duna. Ma la sua mano non si muove e non accorcia distanze, mi vede bella e così irraggiungibile da non chiedermi se per caso domani mattina dovessi ripensarci. Perché solo oggi m’accorgo di non aver tolto la fede, perché solo ora m’accorgo che dentro i suoi occhi amore e tradimento non vanno d’accordo. Impacciata rido e me ne domanda il motivo, e rido più forte perché non so proprio cosa dire, non saprei come dirgli che la mia preoccupazione è solo incastrare i giorni alle notti, o peggio le ore ai minuti che corrono quando il destino m’incrocia gli amori e m’appaga le voglie. Ma io non lo invidio e non desidero essere commiserata, come non voglio tornare a vent’anni prima d’adesso quando pensavo che un solo uomo potesse racchiudere il mondo, che una sola donna non dovesse chiedere altro a queste mani che ora mi cercano e sembrano adulte. Le sento, si fanno più decise e vorrebbero insinuarsi dove da tempo gli avevo preparato il ricovero, dove da ore desideravo che ne facesse rifugio. Mi guarda e sembra incredulo di provocare così tanto piacere, mi fissa e si perde senza sapere che non sono le sue mani a farmi fremere la pelle. Mi bacia ed affonda la sua voglia sospettosa nei miei occhi spalancati, senza sapere che le sue dita, che ora s’incuneano tra le pieghe esperte che ogni giorno rassetto, sono solo gocce di sangue di una delle tante vene che m’annaffiano il cuore.

Autore Pubblicato il: 14 Febbraio 2004Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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