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NOTTE SULLA CITTA’

La notte sulla città aveva i riflessi di perla degli occhi delle donne, il blu profondo degli sguardi appassionati e fuggitivi, il mistero proibito delle stelle immense.
Vi dimorava il rosso purpureo delle labbra più belle, quelle carnose e sublimi, che soltanto le giovani più corteggiate e alla moda possedevano. Vi brillavano bionde chiome appena increspate dalla brezza, o il rosso scarlatto di lunghi e morbidi boccoli che parevano fatti soltanto per essere accarezzati.
La notte sulla città aveva i colori dell’immenso e del piacere.
Vi si sussurravano segreti, sospirati a malapena sullo schiocco di un bacio sulla bocca, regalato da una sconosciuta ad un passante. I grattacieli dalle luci bianche brillavano sull’acqua del fiume, tuffati come stelle nel suo blu.
A volte, passava un traghetto, che spandeva nell’etere cupo il suono della sua sirena, quasi un lamento d’oblio, fatto per cullare i sogni degli addormentati, o suscitare quelli ad occhi aperti degli insonni. Sembrava di veder passare la felicità.
Era vestita da donna, le calze a rete nere, velate, le scarpe in vernice rossa con i tacchi a spillo, i lunghi capelli biondi che le ricoprivano le spalle illuminati da una luce furtiva, forse, quella di un fanale, correva leggiadra, la borsetta di pelle verde sottobraccio, il dito posato sulle labbra di fuoco, come per regalare un bacio. Era meravigliosamente truccata…
Poi, saliva su di un’automobile, una decappottabile rossa, e svaniva così, nella nebbia di piacere che avvolgeva i palazzi e le strade di mezzanotte. Oh, sì, quelli erano lidi felici, in cui i sogni proibiti volavano con ali di farfalla, ogni desiderio diveniva realtà, e assumeva le fattezze di donna, dalle grandi forme flessuose, avvolte in veli che spandevano profumo.
Oh, sì, il profumo del piacere inebriava, e vagava come un fantasma lungo il fiume, abitava negli autobus che passavano vuoti, nei tram, lungo le scalinate perdute ove languivano gli amanti.
Vidi un uomo e una donna, correvano appassionati nella notte, lei teneva tra le labbra una rosa scarlatta, senza le spine, a tratti, si fermavano per un bacio fuggitivo, alla fine lei inciampò e cadde, senza farsi male, lui si gettò al suo soccorso e ruzzolarono assieme felicemente nella passione. Vidi i loro corpi nudi, attorcigliati, nella luce furtiva di un lampione.
Il desiderio passeggiava come un fantasma per le strade deserte.
Era uno spettro, sì, ma aveva le fattezze di donna, avvolta in un lungo mantello nero, ma completamente nuda, sotto, le belle mani dalle dita lunghe, e le unghie dipinte di rosso, erano ornate da anelli con rubini, le chiome erano lunghe, d’oro puro, spuntavano da un cappellino nero, decorato con fiori di carta, giungevano sino al fondoschiena, ed erano state pettinate da una dea.
Le labbra erano semiaperte, lasciavano sfuggire dei sospiri, o parole d’amore fatte per stregare, dette forse in francese, o nella lingua del mistero, ma per chiunque comprensibili.
Il fantasma mostrava le sue gambe, e quel grande tatuaggio proibito, rosso e nero, poco sotto l’ombelico, ma a nord del monte di Venere. Faceva dei cenni, dei gesti, poi s’incamminava veloce, facendo risuonare nel silenzio blu della notte il rumore dei suoi tacchi a spillo.
Il desiderio sapeva sedersi ed accavallare le belle gambe in modo affascinante, saliva e scendeva dagli autobus, a volte, s’incamminava verso la metropolitana, o si fermava sotto la luce di un lampione, a tirare dei baci, o a fare cenno con la mano di avvicinarsi, nel frattempo scriveva col lapis scarlatto delle lettere d’amore, che avrebbe riposto in seno, o abbandonato alle correnti del fiume, perché le recapitasse all’alba ai suoi amanti.
Il desiderio era donna, sì, lo vidi accostare un passante, baciarlo sulla bocca e prenderlo per mano, per poi condurlo via con sé. Fecero sesso alla luce di un lampione. Poi la bionda lo avvolse nel suo mantello, e lo rapì così.
Ricordo che mi addormentai.
Parlavo con l’amica del cuore lungo il grande viale dei lampioni dalla luce scarlatta, il pensiero suo cercava il silenzio e l’affetto proibito che soltanto quell’ora rendeva possibile.
Attendevamo il tram, mentre un tintinnio sommesso e magico di campanelli si spargeva nell’etere. Pareva che mille bolle rosse, verdi e turchine ci volassero intorno, forse, erano fatte di sapone, o di cristallo, le aveva preparate il gigante della notte per far sognare i suoi compagni di avventure.
Le bolle volavano, sospinte dal vento notturno, mentre l’amica del cuore mi stringeva morbidamente tra le sue braccia…
– Arriveranno i sogni – mi diceva. – E saranno fatti di stelle, di carrozze tirate da cavalli bianchi, di fate che volano da un capo all’altro del cielo, di calliopi dalle pupille d’argento, che cantano al silenzio le loro poesie perdute, accompagnandosi con l’arpa.
– Chi &egrave stato – dicevo – chi &egrave stato a dipingere di blu profondo ogni cosa? Quale astrale pennello mai ha potuto tanto?
– Non &egrave stato un pennello, ma un bacio, dato dal cielo e le sue stelle alla terra amica, come questo…
Fu allora che la bella posò languidamente le sue labbra sulle mie, facendomi cadere addormentato.
Un idrovolante passava luminoso sopra la città, celere e sublime come una stella cadente.
E sembrava di galoppare, di galoppare, sì, in sella al cavallo del piacere, verso il meraviglioso corpo di una Venere, dagli occhi socchiusi, le gambe divaricate, aperte, senza alcun velo indosso, la bella femminilità accarezzata dal vento, languida, piacente, liscia, vellutata, pronta per ricevere il suo uomo.
E il suo uomo le avrebbe scritto il proprio nome con inchiostro blu, il colore della notte, sul ventre glabro e bianco, poco sotto l’ombelico, come ricordo dell’accoppiamento fatato celebrato fra le luci della città.
Vidi una finestra illuminata.
Ve n’erano poche, parevano stelle del destino perdute nella notte, accese soltanto per svelare il destino.
Dalla finestra si sporse la fata, aveva lunghi capelli turchini, i seni grandi, lasciati quasi completamente nudi dal bell’abito di seta, sul capo portava un gran cappello a cono, celeste, decorato di stelle, poteva avere vent’anni, le mani e le braccia sue erano lasciate delicatamente scoperte dal bel mantello che portava indosso, e che volava nel vento.
Tutti gli occhi e tutti i sospiri della notte erano per lei.
Forse, all’alba, avrebbe preso il volo, racchiusa in una sfera di cristallo che l’avrebbe custodita sino al crepuscolo seguente. La brezza notturna faceva volare forte i suoi lunghi boccoli azzurri, la bella chiamò il suo piccione viaggiatore, e gli affidò un messaggio.
Vidi la sua bella mano, dalle dita lunghe e dalle unghie d’argento che si posava dolcemente sul suo pube; era per regalarsi il piacere.
Sospirava e spargeva all’intorno la sua voce suadente come quella di un’arpa, i suoi versi di perla vagavano nell’oblio della città, erano fatti per annunziare il suo orgasmo e destare quello dei fortunati auditori.
Io dormivo, eppur vivevo e sognavo di tutte queste sensazioni.
Chiesi alla fata il suo nome.
Mi disse di chiamarsi Mezzanotte.
Brividi di piacere, intanto, solcavano le mie membra, come quelli che fra poco avrebbero travolto quella bella, che aspettava ansante il suo compagno di letto.
Salii su di un taxi, che mi condusse verso i luoghi del lusso e del divertimento.
Vidi ballerine, locali notturni, dalle insegne illuminate e variopinte, oh, quante, quante luci, verdi, gialle, rosse, blu! Promettevano festa e felicità. Vi erano anche dei luoghi ove si giocava d’azzardo, vi erano belle donne, che si facevano aria col ventaglio, si beveva, si fumava, si giocava a poker, a Teresina, a baccarà, o a non so che.
E sempre a bordo del taxi giallo vagavo sotto i grattacieli, le luci rosse o verdi dei semafori erano per me il segno del mistero, o leggendari arcani fatti per svelarmi il futuro.
Sapevo che dietro ogni finestra illuminata, o forse, ancor più, dietro ogni finestra oscura, si celava la passione, fatta di accoppiamenti sfrenati, consumati in piedi o contro il muro, a ritmo frenetico, le gambe delle fortunate sognatrici strette contro il corpo dei loro maschi, che le sorreggevano, incastrati nel loro sesso, da cui entravano e uscivano, entravano e uscivano, ombre appassionate del silenzio. Udii gridare forte, udii piangere di piacere, udii lamenti felici e strazianti, erano voci di donne, le sole che sapessero veramente godere.
Le loro lacrime di passione inondavano la notte, fiume straripante di ebbrezza, che inebriava più dell’oppio.
Sentivo le voci di fuoco, sotto le stelle.
Le sognatrici avevano i capelli biondi, i volti fatati, di perla, le labbra di corallo, gli occhi di topazio, e il vento stellato carezzava languidamente i loro boccoli morbidi.

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