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RITA

Il viaggio di Rita è un incubo. Scacciata dal padre, scacciata da Dario, abbandonata dalla sorella, non sa a quale santo votarsi. Guida come ipnotizzata per un lungo tratto e poi sente il bisogno di fermarsi, di muovere le gambe. Si ferma in un autogrill e guarda affascinata un viadotto poco distante. Sarebbe così facile finirla lì, cessare di soffrire, non avere più pensieri… Ma Rita ama troppo la vita e tutti i suoi aspetti, forse è proprio per questo, la voglia di vivere tutte le esperienze, che si è lasciata coinvolgere da Dario. Ripensare a lui significa tornare alla propria situazione, con la rabbia che cresce dentro verso di lui, per come l’ha trattata e, lo concepisce allora, l’ha sfruttata, ed anche verso se stessa, per averlo lasciato fare. La rabbia vira verso l’odio, un odio intenso, autodistruttivo, e torna punto a capo fissando il cavalcavia. Un loop che si interrompe di colpo per un ricordo molto vecchio. Lì vicino, a pochi chilometri, vive o viveva Matilde.

Matilde: I rapporti tra lei e la sua famiglia si erano interrotti per motivi a lei misteriosi ma non vede altra persona a cui poter chiedere aiuto, è uno spiraglio, un accenno di speranza a cui si aggrappa e la spinge a risalire in auto e ripartire. Mentre guida ripensa ancora a tutto quello che è successo. La coscienza si fa strada in lei ora sotto forma di autocritica, e le fa provare orrore per le lacrime fatte versare al padre, per il dolore e l’umiliazione di sua sorella che le ha fatto da madre per così tanto tempo. Valeva la pena perdere tutto quanto per un’avventura con Dario? No. E’ la risposta definitiva che si dà. All’inizio le era sembrato un gioco, un divertimento, un modo per vincere la noia. Senza pensare alle conseguenze aveva portato avanti una storia con… non sa definire l’uomo. Più ci pensa e più si rende conto che lui l’ha usata, ha approfittato di lei senza sentimento, abbandonandola proprio nel momento in cui lei aveva più bisogno, proteso egoisticamente ad affrontare i propri problemi. Rivive la conversazione con lui, l’amore che pensava di aver provato. L’odio diventa monolitico con lui come unico bersaglio, un odio feroce per quello che lui le ha tolto. L’odio verso se stessa per averlo permesso, per essere stata complice e co-artefice della sua stessa rovina, passa in secondo piano ma non le impedisce di piangere.

Le lacrime calde che le scendono ininterrottamente quasi le impediscono di accorgersi del casello. Con una brusca manovra esce dall’autostrada e va verso la città sperando che la vecchia amica sia ancora lì, di ritrovarla e che lei sia disposta ad aiutarla.

La depressione che la pervade trova un minuscolo e momentaneo sollievo quando l’indirizzo che ricordava si rivela ancora esatto. Forse la fortuna sta cambiando, pensa mentre suona il campanello ed alla porta si affaccia una signora avanti con gli anni che stenta a riconoscere.

– Matilde?… Zia Matilde?… –

– Chi sei?… no… Rita? –

Un altro scroscio di lacrime la fa quasi piegare in due vedendo di essere stata riconosciuta. Se non avesse pianto avrebbe visto l’espressione della donna diventare dura, astiosa. Invece non si accorge di nulla ed accetta l’invito ad entrare della donna.

Matilde un tempo era molto amica dei genitori di Rita e Gloria, tanto che le bambine la chiamavano “zia” quando le facevano visita o ne ricevevano. Una amica molto intima che, però, nascondeva un segreto. Proprio lo svelarsi di questo segreto aveva provocato il suo allontanamento. Rita non sa che Matilde organizzava giri di prostituzione, e che aveva tentato di coinvolgere Gloria appena maggiorenne. Quando avevano saputo da Gloria dei tentativi della donna, i genitori delle due l’avevano scacciata costringendola a non farsi più vedere.

In tutti quegli anni Matilde non aveva cessato la propria attività di maitresse, casomai l’aveva affinata, e ancora adesso gestiva un vasto traffico di prostituzione, di basso, medio ed alto bordo, da cui ricavava una cospicua percentuale.

Rivedere Rita le aveva riportato alla memoria il rancore provato per i suoi genitori quando, con una scenata costellata di insulti, grida e minacce, l’avevano sbattuta fuori dalla loro casa. Rivederla in lacrime le aveva fatto provare soddisfazione, la figlia dei suoi “nemici” era disperata, ed anche curiosità di sapere cosa la spingesse lì al suo portone. L’aveva fatta entrare fingendosi premurosa, cordiale, e poi l’aveva fatta sfogare facendosi raccontare tutto. Scaltramente, accorgendosi che Rita non sapeva nulla della vera storia, aveva lasciato cadere nel discorso delle presunte incomprensioni con i suoi genitori, badando bene a non attaccarli apertamente, lasciando solo immaginare di essere lei la vittima, ed aveva abbracciato la donna come potrebbe fare veramente una zia comprensiva.

Dando la stura alle ultime lacrime, Rita le aveva raccontato tutto: la stupida scelta di cadere tra le braccia di Dario, il torto fatto alla sorella, le lacrime del padre, la perdita di Vittorio e, in ultimo l’abbandono da parte di Dario.

Matilde maschera il suo vero pensiero, la sua voglia di rivalsa, l’opportunità che le si offre di umiliare il padre di Rita e Gloria; finalmente ha un asso in mano, ed è un asso bellissimo.

– Matilde… ho bisogno di trovare un posto dove stare, ed anche un lavoro. Puoi aiutarmi? –

– Certo tesoro mio, puoi dormire qui da me, ci sono tante stanze vuote, e domani parlerò con un mio carissimo amico che è sempre alla ricerca di donne di bella presenza a cui far fare l’hostess a cene ed eventi particolari. Adesso vieni di là e aiutami a preparare la cena, poi ti riposerai e vedrai che domani tuto ti sembrerà diverso. –

Rita si addormenta serenamente ma la notte, in sogno, rivede il volto mesto di Vittorio, ode ancora le sue parole intrise di tristezza. E’ una notte orribile per lei, in cui rivive tutte le sue colpe, i suoi errori. Si accorge di avere il cuore pieno di amore per il suo ex marito, e questo amore si scontra contro il muro della realtà riportandola indietro, a rimpiangere il momento in cui si è lasciata andare, e più vede in sogno l’espressione sul volto di Vittorio e più odia se stessa e Dario, in un altalenarsi di sentimenti profondi e contrastanti che la fanno svegliare in un bagno di sudore, affatto riposata dopo la notte peggiore da quanto tutto è iniziato.

Nel frattempo, Gloria e Vittorio proseguono la loro unione felice, benedetta dall’annuncio dell’arrivo di un bimbo. Tutto sembrerebbe andare per il meglio ma su di loro pesa, condizionandoli, l’umore del padre che vanno spesso a trovare. Questi, da quel giorno maledetto, è intristito, non gli hanno più visto un sorriso sul volto e, intuendone i pensieri, loro stessi hanno rielaborato gli avvenimenti e le prese di posizione. Il tempo passato, l’essersi incontrati ed aver ricostruito una vita felice, tutto concorre ad essere “più buoni”. L’astio dei primi tempi non c’è più:

– Papà mi ha detto: “sono felice di diventare nonno, ma lo sarei di più se avessi qui entrambe le mie figlie… anche chi ha sbagliato.” … Vittorio, anche io comincio ad avere dei dubbi, forse sono stata troppo cattiva? Non verso Dario, lui si è meritato tutto quello che gli può capitare, ma Rita è sempre stata più debole, facilmente preda di chi non ha scrupoli. –

I due sono sul divano di casa loro. Vittorio tiene una mano protettiva sulla pancia oramai evidente di Gloria e discutono della loro situazione.

– Forse ho fatto un errore anche io Gloria. Un giorno, uscendo dall’ufficio, l’ho vista nella sua auto. Mi fissava ed ho avuto l’impressione che volesse parlarmi. Ero indeciso, non era da lei, severamente voleva parlarmi credo fosse disperata. Poi sei arrivata tu… ed ho dimenticato tutto –

Fa un risolino Vittorio dando un bacio pieno di affetto a Gloria.

– Mentre ci baciavamo l’ho vista ripartire e, passandoci accanto, che piangeva. Chissà, forse dovevo fermarla, magari parlarle insieme a te, sarebbe stata un’occasione… ed invece ho lasciato perdere. Da allora non ho più notizie di lei –

– Nemmeno io, comincio a preoccuparmi, e se le fosse successo qualcosa? –

I due si guardano incerti, la loro felicità ha allontanato l’astio ed il rancore e si sentono sinceramente preoccupati per Rita.

Se conoscessero la sua situazione si preoccuperebbero ancora di più, perché Rita è veramente caduta in una trappola da cui non sa come uscire.

Matilde l’ha manipolata come meglio non poteva, trovandole dei lavoretti come hostess che le hanno permesso di tirare avanti con uno stile di vita simile al precedente se pur meno solido economicamente. E quando l’ha vista riprendere un po’ di fiducia in se stessa, quando Rita cominciava a pensare che il peggio fosse passato, l’ha riportata ancora sull’orlo del precipizio, col pericolo di perdere quel poco che stava riguadagnando.

Le è bastato dirle che c’erano pochissimi lavori come hostess, che non era più in grado di aiutarla in quel senso, se pur avrebbe continuato ad ospitarla per quanto tempo voleva, e Rita si è accasciata di nuovo. Lo spettro delle difficoltà economiche le si era parato ancora davanti terrorizzandola.

– Rita… io conosco un altro modo per guadagnare….. non avrei mai voluto dirtelo ma se lavori da hostess per ora non se ne trovano… Qui c’è Costanza che ha avuto lo stesso problema…-

Ha lasciato la frase a metà, indicando con la testa l’altra ragazza presente al colloquio, con cui Rita ha già lavorato come hostess pur non diventandone amica, e Rita ha compreso solo che c’era un altro modo per vivere. Non si è domandata quale, si è buttata sull’esca come una trota vorace abboccando all’argomento.

– Non importa Matilde. Devo lavorare per vivere. Cosa devo fare? Andare fuori città? Prendere di meno per lo stesso lavoro? Ditemi, il lavoro non mi spaventa. –

E Matilde le ha spiegato, alternandosi con la sua complice Costanza nel discorso.

– Ecco, vedi… non è una cosa facile, e infatti a te non l’ho mai proposta, perché speravo non ce ne fosse bisogno, che tu potessi continuare a lavorare come hostess a lungo. –

– Cosa c’è? Dimmi tutto –

– Beh, tu non te ne sei mai accorta ma c’erano due tipi di hostess agli eventi a cui hai partecipato: il secondo non è come te… il loro lavoro non finiva con la cena o con il convegno…. –

Rita comincia a capire e inorridisce, ma subito Costanza interviene:

– Ho fatto la tua stessa faccia quando Matilde me lo ha detto… ma poi ho scoperto che non è poi così brutto sai? –

– Vuoi dire che tu…. Che io dovrei… –

– Non è un obbligo, però queste persone spesso, sempre più spesso, non si accontentano di avere una bella donna vestita elegantemente vicino a loro durante la cena. Vorrebbero anche… proseguire l’incontro. Gli invitati ai convegni si aspettano che le hostess siano… disponibili anche oltre l’orario normale. –

– Ma è… ma è… –

– Sì, dillo pure, è fare la puttana. Anche io la pensavo così quando ho iniziato, ma ora non mi dispiace, anzi. Si fanno bei soldi e in fondo cosa mi costa? Sono gentile con queste persone e loro sono gentili con me, spesso capitano anche begli uomini con cui andresti anche gratis e poi… l’alternativa è la miseria. –

Costanza e Matilde magnificano l’attività ad una sempre più sconcertata ed impaurita Rita che, alla fine, si convince che il diavolo non è poi così brutto, o quantomeno che è l’unica via che le resta.

– Devo pensarci, scusatemi, vado a farmi una doccia… mi sento “sporca”. –

Lascia le due donne in salotto e si tuffa sotto l’acqua bollente ripensando alla discussione.

Le altre due invece continuano a parlare, e se Rita le potesse sentire fuggirebbe via all’istante:

– Bene, ci vorrà veramente poco a convincerla. Il difficile è il primo passo, gli altri vengono da soli. –

– Sì, e prima o poi scoprirà che le abbiamo detto una marea di cazzate. Le basterebbe parlare con le altre hostess per sapere che solo poche, come me… arrotondano la paga vendendosi –

– Per questo conto su di te. I primi tempi deve poter parlare solo con te e poche altre. Prima o poi scoprirà la verità, ma allora sarà troppo tardi. –

La trappola si chiude intorno a Rita che, se pur ogni molecola del proprio corpo le dica di rifiutare e scappare via, accetta di provare almeno una volta. Quel sì “strappato” con notevole fatica soddisfa Matilde che sa come lo scoglio psicologico sia il più duro da superare. Organizza una “prima volta” direttamente lì a casa sua, con Costanza che è parte attiva poiché, dicono a Rita, il “cliente” ha richiesto specificatamente due donne. Si tratta di un uomo che è loro cliente da diverso tempo, l’hanno selezionato con cura per la sua presenza fisica gradevole come i suoi modi di fare, affinché l’esperienza risulti “piacevole” per Rita.

Nella camera messa a disposizione da Matilde, un piano sotto quella dove Rita stessa dorme, l’uomo e le due donne arrivano dopo un’ottima cena. A lui hanno spiegato che per Rita è il debutto, di non badare a qualche piccola ritrosia e, anzi, di corteggiarla come solo lui sa fare. L’uomo, lusingato da quel parere “professionale”, accetta di buon grado, è una piacevole variazione sul tema che comporta anche uno sconto sul prezzo.

Per Rita è stato difficile fin da subito: nervosa, impacciata, ha seguito Costanza in ogni mossa guardando spesso verso l’uomo, conscia che lui sapeva bene come il finale della serata fosse scontato, e però affascinata dai suoi modi, dalla corte che ha saputo farle come se volesse veramente conquistarla. Qualche bicchiere di vino ha aiutato a togliere le inibizioni e quando sono arrivati a casa di Matilde potevano parere veramente un uomo galante che riaccompagna a casa le sue ospiti e due amiche che erano uscite solo per una cena con lui.

Il bicchiere di limoncino che Matilde serve loro nel salotto prima di ritirarsi è il tocco finale. Quando l’uomo, chiamiamolo Gianluca, prende Rita per le spalle e resta in attesa per lei è facile appoggiarsi al suo petto, alzare il viso incontro alle sue labbra, sfiorargliele con le proprie sentendo il sapore forte del limone, lasciarsi baciare nella verosimile illusione che nulla sia preordinato.

Costanza, pronta ad intervenire, non ha dovuto fare poi molto. Rita e Gianluca si sono baciati, e poi baciati ancora, le mani di lui a carezzarle la schiena lasciata nuda dall’abito, quelle di lei aggrappate ai forti muscoli delle spalle di lui. Rita si è lasciata condurre verso la camera ed ha avuto solo un sussulto di nervosismo quando lui le ha fatto cadere le bretelline che reggevano l’abito, scoprendole il florido petto, le dita insinuate sotto il reggiseno, ma quando la bocca dell’uomo si è impadronita di nuovo della sua ha lasciato fare, appena appena cosciente che era Costanza a fargli scivolare l’abito alle caviglie, era l’altra donna a slacciarle il reggiseno scoprendo i capezzoli già turgidi.

Rita si è scoperta a desiderare quell’uomo sconosciuto o quasi che la guardava con occhi pieni di desiderio mentre si toglieva la giacca, la camicia, tutto il resto rimanendo nudo davanti a lei con il membro orgogliosamente orizzontale.

Quando poi lui l’ha fatta sdraiare sul letto scivolandole sopra, deponendo baci e tocchi di lingua sul suo ventre e sulle cosce mentre le toglieva le mutandine, Rita ha allargato le gambe in una muta offerta, ricompensata immediatamente dalla lingua di lui che le scivolava tra le pieghe carnose del sesso.

Le è stato facile concedersi, ricordando nel momento del piacere, quando ha bagnato abbondantemente il volto dell’uomo, le sue labbra appiccicate alla calda fessura, la lingua indurita che le scavava dentro, che era tanto, tanto tempo che non provava più quelle sensazioni. Ha guardato con riconoscenza l’uomo che si è alzato ed è scivolato accanto a lei porgendole il cazzo teso, inginocchiato da un lato, prima di prenderglielo in bocca chiedendosi come aveva fatto fino ad allora senza quella complicità umidiccia. Ha accettato anche che Costanza le si chinasse dall’altra parte contendendole l’uccello bagnato di saliva, lasciandosi coinvolgere in un pompino a due bocche e quattro mani che presto ha fatto singhiozzare di piacere l’uomo sopra di loro. E che piacere quando lui si è staccato a forza dalle loro labbra, timoroso di godere troppo presto, e le è salito sopra puntandole la micina, strusciandole la cappella ingrossata tra le labbra intime, su fino a picchiettarle gentilmente il clitoride. Una, due volte e poi se lo è sentito poggiare all’ingresso e, dopo mesi di astinenza, si è sentita ancora dilatare, aprire, penetrare con lentezza me senza esitazioni.

Il cazzo duro, grazie all’abbondante miele di lei, è entrato con decisione fino in fondo, i muscoli della vagina che già gli si contraevano intorno.

L’uomo ha preso a muoversi avanti e indietro come un metronomo, con Rita che inspirava quando lui si ritraeva ed espirava quando lui la penetrava, un sincronismo perfetto spezzato da lei nel momento in cui gli ha avvolto le gambe intorno incitandolo a fare più forte, più veloce, e lui ha abbandonato il trotto per darsi a un galoppo sfrenato che l’ha fatta impazzire e urlare il proprio piacere, il cervello pieno di sensazioni deliziose. Un unico pensiero quando ha sentito il membro ingrossarsi dentro di lei e si è ricordata di avere smesso la pillola non avendo più rapporti da tempo, e subito dopo il flash di Costanza che infilava in fretta un profilattico sull’uccello teso allo spasimo, l’istante prima che lui si intrufolasse tra le sue cosce.

Costanza ha assistito all’amplesso con un pizzico di invidia verso Rita ma anche di eccitazione. Conosce Gianluca, sa che è un valido amante, eppure l’espressione felice dell’altra donna l’ha turbata desiderando di essere al suo posto, di essere capace come lei a lasciarsi andare. Un fugace rimorso le ha attraversato la mente perché sa che il debutto di Rita è stato congegnato appositamente così, per farle vedere solo un lato, quello migliore, della medaglia, e che presto dovrà fare i conti con aspetti molto meno piacevoli. Un senso di colpa, leggero come una piuma, svanito presto, e quando Gianluca si è alzato, stanco e soddisfatto, ha pensato lei a sfilargli il profilattico usato, sperando che tornasse presto al pieno vigore, come sa che è capace, per potersi inserire lei tra i due distesi sul letto.

Rita è tornata sulla terra sorridente. Guarda lì al suo fianco la testa di Costanza china sopra il ventre dell’uomo che si muove lentamente. Allunga una mano per carezzare la spalla dell’uomo venendo ricambiata da una stretta forte sull’avambraccio ed un sorriso gentile. Si sposta di fianco all’altra donna per aiutarla riuscendo poco dopo, insieme a lei, a donare nuovo vigore al membro infiacchito. Poi guarda con attenzione Costanza salire sopra l’altro, cavalcarlo alla ricerca del proprio piacere, mugolare e poi gemere, lasciarsi disarcionare e voltare bocconi. Assiste da una posizione privilegiata alla sodomizzazione di quella che ora ritiene un’amica, carezzandone con tenerezza la schiena i primi momenti, carezzandosi da sola nel momento in cui ha capito che l’altra era partecipe entusiasta, sperando che l’uomo non godesse subito così da provare anche lei quella sensazione di dolore/piacere che quasi sente mancarle. Si masturba fino all’orgasmo arrivando appena dopo i due.

Mentre si butta all’indietro sopra le coperte, ripensa a quello che ha fatto e sì, ammette a se stessa, è diventata una puttana ma è stato tutto bellissimo.

– Il più è fatto e tu sei stata bravissima –

Matilde è con Costanza in cucina. Sorseggiando un caffè commentano la “prestazione” da poco effettuata.

– Non è stato difficile. Gianluca ha interpretato perfettamente la parte del “corteggiatore” e Rita…. Lei era più che pronta –

– State parlando di me? –

Rita entra nella cucina avvolta in un accappatoio e Matilde si chiede cosa possa aver sentito. Poi, sicura di non aver detto nulla di compromettente, risponde:

– Sì, stavamo dicendo che sei stata bravissima. Gianluca è andato via completamente soddisfatto… ed ecco la tua parte –

Le allunga due banconote da cento euro che Rita afferra esitante per poi guardarle con attenzione.

– Suppongo che adesso che ho ricevuto il pagamento possa dire di essere davvero una puttana, a tutti gli effetti –

Lo dice con tono amaro, realizzando proprio con il passaggio del denaro quello che ha appena fatto.

– Perché? Non è stato bello? Mi è sembrato che ti fosse piaciuto –

Rita medita un istante e poi risponde a Costanza:

– Sì…. Sì, mi è piaciuto, è solo che…. Accidenti, cosa importa? E’ andato tutto come mi avevi detto tu: mi sono divertita ed ho guadagnato una bella sommetta. –

Il suo umore muta radicalmente e si serve una tazzina di caffè prima di accomodarsi al tavolo.

– Bene, oramai è fatta. In fondo è un modo semplice di guadagnare. –

– Ricordati che non sarà sempre così, potrebbe capitarti qualcuno non proprio gradevole come Gianluca –

Costanza ha un ultimo scrupolo, sotto lo sguardo indispettito di Matilde, ma Rita oramai è entrata nell’ordine mentale di potersi vendere.

– Beh, sono i rischi del mestiere no? Non si dice così? Anche dandola via gratis non è che io fossi sempre soddisfatta al cento per cento –

Matilde approfitta subito, dando un calcetto sotto il tavolino a Costanza per farla tacere:

– Brava la mia ragazza. A volte non sarà così bello ma l’importante è che paghino e paghino bene. Per divertirti c’è sempre tempo –

Stringe il polso di Rita con fare amichevole, e la mano dell’altra che si sovrappone alla sua ricambiandola le dice in che misura ora Rita le appartenga.

E’ facile per Rita proseguire lungo la china: il cliente successivo è tutto per lei ed è sulla falsariga del primo, poi un altro ed un altro ancora senza che si ripeta la “magia” della prima volta, e poi si prosegue come per abitudine, quando quello che conta è il colore delle banconote che riceve alla fine.

Matilde dosa bene gli incontri e solo dopo un poco chiede una piccola percentuale “per il rischio” che corre. Rita non sa che fin dalla prima volta ha fatto la cresta sul compenso, come pure non sa che sono diverse le ragazze della sua scuderia. Dopo più di un mese Matilde le chiede un favore, un incontro di livello “più basso”, con un compenso inferiore, con un cliente nemmeno paragonabile al primo. Solo quando Rita obietta timidamente un qualcosa si rivela il vero volto di Matilde, che non si fa scrupoli ad usare ricatto e minacce per costringere Rita a continuare quella vita; ed i mesi scorrono lenti, costellati da incontri singoli ed anche orge dove il sesso si mescola ad alcool e droga, dove gli uomini sono spesso brutti, volgari e maleodoranti, e la mercede è lontano riflesso della prima volta.

Matilde è contenta: potrebbe trarre parecchio denaro dall’attività di Rita ma è maggiore il piacere che trae nel vederla degradata, nel pensare all’umiliazione per suo padre, per questo fa in modo che i clienti di Rita siano sempre più “scadenti”. Una vendetta per essere stata scacciata anni prima, una vendetta il cui atto finale, far conoscere al padre la situazione, rimanda di giorno in giorno per gustare appieno la disperazione di Rita.

Sdraiata nella sua stanza, Matilde non ha mai voluto che prendesse un appartamento da sola, Rita medita sulla sua situazione, sul come sia stata tradita ancora una volta nei suoi sentimenti più intimi.

Quando si guarda allo specchio vede ancora una bella donna ma non più gaiezza nei suoi occhi infossati. Lentamente perde il rispetto per se stessa, mantenendo giusto quel minimo che le permetta di continuare a esercitare il mestiere più antico del mondo, quello che le dà da mangiare. Non ricorda nemmeno più quando è stata l’ultima volta che si è concessa per piacere, non sa nemmeno più cosa significhi la parola orgasmo. Il sesso è diventato un’azione meccanica a cui soggiace facendo vagare la mente.

– Ho un lavoro per te –

Matilde l’ha cercata e Rita ora attende che la maitresse, che nemmeno più finge di esserle amica, le dia un indirizzo dove troverà un ambiente squallido con un uomo squallido a cui aprire le cosce.

– Per i prossimi giorni non lavorerai ma penserai a riposarti e farti bella, e domenica andrai a Milano.

– Perché? –

– Un cliente ha chiesto espressamente di te, un cliente a cui tengo e quindi cerca di farmi fare bella figura. –

– Chi è? –

– Gianluca, se ricordi bene è stato il tuo primo cliente. Non so cosa ci abbia trovato in te ma ti vuole, e insieme a te Costanza. Andrete in un albergo vicino al centro e lì passerete la notte con lui e due suoi amici. Non metterti in testa strane idee, è solo per questa volta e perché non ho modo di proporgli alternative. –

Per Rita tornare a Milano è un tuffo nel passato. Dalla Centrale, andando in taxi all’albergo insieme a Costanza, rivede i posti che conosce tanto bene ed ogni posto è un ricordo che le trafigge il cuore. Con uno sforzo cosciente che le costa fatica smette di abbandonarsi all’autocommiserazione e prende possesso della stanza prenotata per lei e l’altra concedendosi una lunga doccia bollente senza pensieri.

L’incontro con Gianluca ed i suoi amici avviene poche ore dopo, a cena. Arnaldo e Matteo, questi i loro nomi, si rivelano due quarantenni anche piacenti con la voglia di divertirsi in maniera diversa, concedendosi una divagazione dal tran tran familiare.

Per poco più di un’ora le è facile credere di vivere una vita normale, di essere a cena con amici e la prospettiva di una notte piacevole. Tutto grazie a Gianluca e gli altri due, molto simili a lui nei modi, che le trattano come le due belle donne che appaiono, con una corte discreta e mai volgare. Per la prima volta dopo mesi Rita ride di gusto ad una battuta. Quando la cena termina è ben predisposta a quel che sa dovrà seguire. Senza problemi tornano tutti in albergo e salgono nella stanza di Gianluca, molto grande e con un letto ampio capace di contenerli tutti. Una bottiglia di bollicine fresche fa la sua apparizione ed i cinque brindano lanciandosi occhiate maliziose l’un l’altro.

– Vieni, facciamo uno spettacolino per loro –

Costanza prende per mano Rita e la conduce al centro della stanza, la abbraccia ed inizia a ballare al ritmo di una lenta musica soffusa. Quando le due donne si baciano i tre maschi applaudono entusiasti ammirandole con occhi eccitati. Da quando Matilde l’ha instradata alla prostituzione Rita ha avuto diversi rapporti saffici. Inizialmente le hanno dato fastidio, poi sono diventati parte del lavoro, quando nelle orge i maschietti paganti si aspettano cose del genere, infine, quando abbracciata ad una “collega” semidisperata come lei cercava conforto, sono diventati l’unico momento in cui poter essere rilassata. Anzi l’ultimo orgasmo l’ha avuto proprio con una sua “amica” una sera che si sono ritrovate insieme a sfogarsi e rimpiangere il passato. Non è questo uno di quei momenti, Rita non dimentica che proprio Costanza è stata la prima a consigliarla, e anche se non ha mai potuto provare che fosse in combutta con Matilde lo ha sempre sospettato. Però nella sua testa, nonostante la presenza degli altri due, pare ripetersi quella prima volta, quando era ingenua e timorosa. Ricorda quanto le sia piaciuto e decide di abbandonarsi relegando i cattivi pensieri in un cantuccio.

Ricambia con fervore il bacio di Costanza, la aiuta a spogliarsi venendo aiutata a sua volta, le carezza i seni sodi, le anche, le apre le natiche tornite per mostrare agli spettatori i tesori nascosti. Il gemito che le sfugge quando Costanza le mette una mano tra le cosce è quasi sincero.

Lo spettacolo prosegue sul letto, con le due donne capovolte che si leccano vicendevolmente. Un cazzo duro appare improvvisamente davanti agli occhi di Rita che è sdraiata supina, le contende l’ingresso della micina di Costanza che lei abbandona per leccarlo, succhiarlo brevemente e indirizzarlo all’apertura lucida di saliva e forse altro. Rita sente un’altra lingua occuparsi di lei, non sa chi sia e non le importa, conta solo che è invadente, dura e decisa e le sta toccando i punti sensibili Con entusiasmo lecca ancora l’asta che scorre nel ventre di Costanza, i testicoli che le ballano davanti. Quando qualcuno la penetra è pronta a lasciarsi andare, gustandosi lo scivolare veloce del cazzo nella sua carne più intima, raggiungendo un orgasmo che sperava, senza attenderlo, rovinato parzialmente dagli spruzzi caldi dell’uomo che stava scopando Costanza e che, godendo, si è tirato fuori schizzandole in faccia.

La nottata prosegue ed entrambe le donne hanno modo di fare una conoscenza approfondita con ogni singolo cazzo che leccano e succhiano a turno e insieme, prendendoli dentro nelle varie combinazioni possibili. Nel momento in cui Rita vede Costanza presa in mezzo da Arnaldo e Matteo le torna in mente la sua prima volta con Gianluca, il desiderio che aveva, ed è lei stessa a staccarsi da lui, che la stava scopando a pecorina, per aprirsi le natiche ed offrirgli il buchino nascosto. L’uomo, che già meditava di chiederlo, non perde nemmeno un istante per entrarle dentro, con la sola accortezza di evitare brutalità, gestendo in base alle reazioni di lei, si suoi sospiri e gemiti, la penetrazione. Godendole infine dentro poco prima di lei che, per raggiungere l’orgasmo, è costretta ad aiutarsi con due dita sul clitoride.

Il mattino seguente, Rita e Costanza rientrano nella loro camera per una lunga doccia e preparare le valige. La fanno insieme, senza secondi fini, solo per risparmiare tempo, insaponandosi a vicenda senza malizia.

Le loro strade si dividono mentre si dirigono verso la Centrale per prendere il treno che le riporterà a casa. E’ un impulso che prende Rita passando davanti a un piccolo parco che ricorda bene. Fa fermare il taxi.

– Dove vai? Dobbiamo prendere il treno –

Costanza è stupita e poco convinta della spiegazione dell’altra di essersi ricordata una cosa e che prenderà il treno successivo, ma non si oppone a che Rita scenda e si diriga dentro il parco.

E’ un parco piccolo, non molti alberi, qualche panchina ridotta male, una fontanella disastrata, ma per Rita ha un valore incredibile. E’ il parco vicino casa sua dove spesso incontrava suo padre fermandosi a chiacchierare con lui. La speranza di rivederlo è fortissima come è forte il timore che lui possa allontanarla infastidito. Indossa gli occhiali da sole, si copre la testa con un foulard, acquista un giornale, uno qualsiasi, all’edicola all’angolo e va verso una panchina libera al centro del verde. Si siede e fa finta di leggere. Nella testa le passano tutti i bei momenti vissuti lì, quando era una donna sposata felicemente con poche preoccupazioni e la sicurezza di una famiglia affettuosa dietro. Dopo pochi minuti vede a distanza una figura e la riconosce subito. E’ suo padre. Al suo fianco vi è una donna che guida un passeggino. Il cuore le balza in gola riconoscendo Gloria, sua sorella. Non sapeva avesse un bimbo e immagina che il padre sia Vittorio… il Suo Vittorio.

I due le passano accanto chiacchierando allegramente e Rita ha modo di vedere nel passeggino un bimbo di forse due anni dal viso allegro e sorridente. Si accomodano in una panchina poco distante.

Rita è contenta di vedere suo padre in buona salute, si sforza di tendere le orecchie per captarne la voce e scopre con stupore che stanno parlando di lei.

– Non ho notizie Gloria, vorrei tanto rivederla perché mi sento in colpa. Sul momento mi è sembrata la cosa più giusta da fare ma ora… sento di averla abbandonata al suo destino mentre avrei dovuto capire che anche lei era una vittima di Dario. –

– Neanche io ho notizie papà, e ti assicuro che ho cercato tra gli amici in comune. Nulla, sembra sparita. Ma tu non devi essere triste, la colpa è soprattutto la mia. Ero così arrabbiata che non ho voluto nemmeno guardare oltre; eppure conoscevo la sua fragilità interiore. Tutta colpa di quel bastardo, ha giocato con tutti noi, non so come posso essermene innamorata a suo tempo. –

Il viso triste del padre stringe il cuore a Rita, come anche la voce altrettanto triste della sorella. Ha l’impulso di alzarsi, farsi riconoscere ora che sa che vorrebbero rivederla, che forse potrebbero perdonarla, ma non ci riesce, il senso di colpa è più forte della speranza.

Si alza di scatto abbandonando il giornale sulla panchina e si allontana in fretta, gli occhi gonfi di lacrime, ma non abbastanza in fretta da non sentire le ultime parole di suo padre:

– Vorrei tanto rivederla, abbracciarla, chiederle perdono per come l’ho trattata… –

Passa altro tempo e la vita di Rita prosegue sui binari in cui l’ha incanalata. L’unica nota positiva è che ora Matilde pensa più ai soldi per cui le riserva incontri meno squallidi. In pratica si è “specializzata” in incontri multipli, più remunerativi. A lei non importa quanti cazzi la penetrino, quanto sperma riceva in faccia, quante mani la stringano a volte anche rudemente. Soggiace alle attenzioni maschili con abbastanza verve da apparire partecipe eppure estraniandosi dal contesto, quasi guardasse un’altra persona stretta tra corpi sudati su un letto sfatto.

Quindi non si sorprende quando Matilde la informa che dovrà recarsi ancora a Milano, in un albergo, per tre nuovi clienti.

– Verrò con te perché questi tre richiedono qualcosa di particolare e voglio essere sicura che ti trattino bene –

L’apatia di Rita è rotta da questa frase che fa intuire un interesse da parte della maitresse, possibile che tenga a lei? Sarebbe la prima volta che lo dimostra dopo aver scoperto la sua vera natura. Le parole successive stroncano ogni speranza:

– Non voglio che ti rendano impossibile lavorare, puoi farmi guadagnare dei bei soldi ancora –

Depressa, Rita annuisce e chiede con voce atona:

– Cosa di particolare? –

– Ti vogliono bendata e in loro balia. Tu devi essere un oggetto per loro, soddisfare ogni desiderio, obbedire ad ogni comando senza fare storie. Io sarò presente se eventualmente dovessero andare oltre un certo limite… ovviamente la mia percentuale per questo è più alta, ma è per la tua sicurezza mia cara, penso lo capirai. –

Rita annuisce ancora, oramai assuefatta al proprio degrado fisico e morale.

Il giorno prescelto si reca in auto all’hotel dove trova Matilde già in attesa.

– Sbrigati, i signori stanno già aspettando –

Rita la segue nell’ascensore, entra con lei nella stanza la cui porta trovano aperta e non vede nessuno.

– Dove…? –

– Sono in bagno. Entreranno solo dopo che ti avrò bendata, e ora spogliati, completamente. –

Rita ubbidisce in silenzio appoggiando gli abiti, via via che li toglie, su una poltrona. Una volta nuda, Matilde le si avvicina:

– Vai sul letto e sdraiati supina –

Le ordina, e lei esegue. Stendendosi vede che alla testiera sono fissate delle strane manette, ricoperte di quella che sembra pelliccia, che Matilde le stringe ai polsi.

– Adesso ti benderò e poi arriveranno loro. Puoi anche dimenarti, le manette sono morbide e non ti lasceranno segni. Da ora sei una loro proprietà esclusiva. –

Matilde completa l’opera con una mascherina, di quelle che si usano per dormire in aereo, con sopra una morbida sciarpa di seta che serra stretta.

Abbandonata sul letto, privata della vista, Rita cerca di capire dai suoni cosa stia accadendo. Sente dei fruscii, come passi sulla moquette, poi qualcuno sale sul letto alla sua destra e una mano calda le copre il seno stringendolo piano. Un’altra persona sale sul letto dall’altro lato, due dita le scorrono sul volto, le aprono le labbra e le si spingono in bocca. Remissiva e disponibile, Rita spontaneamente lecca e succhia le dita e intanto sente due mani aprirle le cosce, scorrerle sulla pelle e confluire sul suo ventre. Si sente aprire la micina e subito una lingua intrufolarsi in mezzo. Freddamente, Rita pensa che i tre clienti non siano dei bruti. Si era preparata mentalmente ad essere trattata male, come spiegare altrimenti la messinscena, e invece i tre paiono più dediti a lei, a farla scaldare. Quando le dita che ha in bocca vengono sostituite da un cazzo si presta ben volentieri a prenderlo dentro, muovendo la lingua mentre l’asta le scorre giù fin quasi in gola. Un gemito roco sopra di lei le fa capire quanto sia apprezzato. L’azione dei tre ben presto la scalda veramente e Rita sente di aver voglia di partecipare attivamente. Non le capitava da tempo e si sorprende di questo. Si lascia andare alle sensazioni che le carezze le danno, soprattutto le dita che ora le scavano dentro la figa in un movimento prima lento e poi più veloce, man mano che l’uomo la sente bagnarsi e partecipare.

Il sospiro che le esce dalle labbra quando le viene sottratto il cazzo che stava succhiando è di piacere e di delusione insieme, ma subito, dall’altra parte, un altro cazzo le bussa sulle labbra che lei spalanca immediatamente. Il non vedere, il sentirsi legata e impossibilitata a muoversi, tutto sembra amplificare le sue sensazioni ed è un orgasmo reale quello che la coglie all’improvviso grazie alle tre dita che la aprono muovendosi leste ed una lingua che le preme vogliosa sul clitoride. Gode mugolando, smettendo di succhiare la carne calda che la riempie e subito ricominciando, lui che i muove a scoparle la bocca che lei consegna arrendevole. I mugolii sopra di lei si fanno più forti, parole smozzicate e incomprensibili le arrivano alle orecchie ed il cazzo che le scorre in bocca i fa più grande, più gonfio. Uno schizzo improvviso le arriva direttamente in gola, seguito da altri che l’uomo sparge sul viso stravolto di lei che ancora sta godendo stupita dalle forti sensazioni che prova.

Non appena l’uomo si scosta, sente un peso sopra il proprio corpo e carne dura bussare alla porta della sua micina. Riconoscente, spalanca ancora di più le cosce lasciandosi penetrare da un cazzo di dimensioni normali che l’uomo muove velocemente, sempre più velocemente, mugolando forte e accasciandosi sul suo seno quando le viene dentro riempiendola del proprio seme.

Rita si stava godendo la scopata anche se era ancora lontana dal secondo orgasmo, ora si sente sollevare e rigirare sul letto e subito l’uccello duro di qualcuno, sicuramente il terzo uomo, quello che ancora non ha goduto pensa, le entra dentro ricominciando a scavarla. Uno schiaffo le colpisce una natica facendola sobbalzare e gridare per la sorpresa. Subito un altro le cade sul lato opposto. Non sente troppo dolore mentre la sculacciata prosegue, anzi la sensazione la spinge più avanti verso il proprio piacere. Incita l’uomo sentendosi prossima e all’improvviso si sente vuota. L’uomo è uscito da lei. Non ha nemmeno il tempo di chiedere cosa succede che si sente forzare l’ano.

– Perchèèèèè –

Chiede miagolando. Non è nuova alla sodomia, sperava solo che l’altro continuasse a scoparla fino a farla godere. L’introduzione non è agevole, Rita non era affatto pronta. Cerca di rilassare lo sfintere sopportando pazientemente quel desiderio che sa essere comune tra gli uomini. Riesce a prendere dentro metà dell’uccello teso senza dolore, solo fastidio, ma di colpo la gentilezza che fino a quel momento le avevano riservato sparisce. Un altro schiaffo le cade sulla natica esposta, più forte dei precedenti. Le fa male e Rita urla, e urla ancora quando l’uomo le spinge senza preavviso il pene dentro l’ano fino in fondo. Rita rimane a bocca aperta per la sorpresa ed il dolore, lacrime le riempiono gli occhi.

– Pianooooooooo –

E’ l’inutile preghiera che rivolge a quello che adesso la sta montando con forza, entrando e uscendo da lei senza preoccuparsi del suo dolore. Schiantata sul letto, il peso dell’uomo che la blocca, Rita subisce l’inculata lamentandosi e sperando che lui faccia in fretta. Lo sente mugolare, bestemmiare tra i denti e colpire più forte, più a fondo. Il senso di caldo che prova dentro quando lui viene le dà sollievo, certa che tutto sia finito.

Sbaglia, e sbaglia di grosso. Come l’uomo che l’ha appena sodomizzata si toglie, un altro ne prende il posto infierendo senza pietà sul piccolo ano martoriato. E’ uno dei primi due che ha fatto godere, ma nessun tatto accompagna questo secondo rapporto, solo durezza e parolacce gridatele nelle orecchie.

– Prendi troia, prendilo tutto in culo. Te lo sfondo, te lo allargo tutto. –

Sente le voci degli altri due incitare l’uomo che la sta penetrando brutalmente, sono voci eccitate, roche, gli sembra di riconoscerne una ma è troppo il dolore che la attraversa.

– Matilde, aiuto,… è troppo… è troppo… –

Rita cerca aiuto alla donna che sa essere poco distante, la sua risposta le è impietosa e secca:

– Niente da fare, hanno pagato e tu sei cosa loro. Cosa vuoi che sia un po’ di rudezza, è il mestiere che ti sei scelta. –

Rita vorrebbe rispondere che no, non è stata lei a scegliere quel mestiere, ma di colpo si sente vuota: l’uomo è uscito da lei e la sta tirando su. Avverte un corpo scivolarle sotto tra lei e il letto, un cazzo già duro entrarle nella micina e subito l’altro cercarle ancora l’ano e penetrarla. Impossibilitata a reagire, Rita subisce l’amplesso cercando di distaccarsi dalle sensazioni fisiche, pur continuando a chiedere che la lascino stare, che la smettano, restando corpo morto nelle mani dei due che, fregandosene altamente di lei, continuano a scoparla insieme tra gemiti ed insulti volgari.

Finalmente, uno dietro l’altro, le vengono dentro, Rita si permette di sperare che sia finita. Sola, supina sul letto, il petto che le si gonfia nel respiro accelerato, subisce l’ultima umiliazione dal terzo uomo, quello che aveva dimenticato, che le sale cavalcioni e si masturba inondandole volto e petto della sua crema bollente

Quando tutto è finito, Rita resta immobile, sentendo rumori intorno a se di cui non si cura. Solo quando due mani la liberano dalle manette respira più lentamente sentendo la voglia abnorme di una doccia che le tolga la sporcizia di dosso. Si toglie la benda, afferra un asciugamano che vede lì accanto e prova a pulirsi come può, indifferente ai tre uomini che stanno finendo di rivestirsi lì di lato. Solo all’ultimo alza gli occhi incontrando lo sguardo di disprezzo di due sconosciuti e… il sorriso sardonico di Dario. Il sangue le si gela nelle vene riconoscendo l’ex cognato, colui che l’ha condotta al punto in cui si trova.

– Bene cara, l’hai riconosciuto? –

Matilde la guarda con occhi cattivi, in mano un mazzetto di banconote che evidentemente le hanno dato i tre.

– Doppio guadagno per me oggi. Soldi e la rivincita su tuo padre. –

Con cattiveria, Matilde le spiega cosa le ha fatto e perché.

– Mi terrò una copia del video per riguardarlo ogni tanto, e se azzardi anche solo una volta a dirmi di no lo faccio avere a tuo padre per farle vedere che lurida troia ha come figlia –

Solo in quell’istante Rita si accorge della videocamera su un cavalletto. Qualcosa le scatta dentro e, come impazzita, balza in piedi slanciandosi contro Dario. Vene accolta da due sberle, una dietro l’altra, che la rigettano sul letto dolorante.

– La troia osa ribellarsi eh? –

Un calcio la coglie a un polpaccio che sporgeva dal letto.

– Fermo, non farle lividi. –

Matilde si frappone tra lei e Dario, ma è evidente che non lo fa per pietà o amicizia ma solo per evitare che l’uomo “rovini” la merce.

Rita scatta di corsa verso il bagno e si chiude dentro, apre il rubinetto e si tuffa sotto il getto bollente strofinandosi sempre più forte con una spugna. Inutile, continua a sentirsi sporca anche quando la sua pelle è tutta arrossata. Si asciuga con rassegnazione e torna di là dove la sola Matilde è restata.

– Bene, ce ne hai messo di tempo. Su rivestiti. –

La maitresse la spinge rudemente verso la pila di abiti sulla poltrona e Rita si veste come imbambolata.

– Brava, adesso torna a casa. Ci sentiamo domattina, ho un altro lavoro per te. –

In auto, tornando a casa, rivive gli istanti appena passati e ripensa all’ultima frase di Matilde.

Il piede pigia sull’acceleratore mentre Rita scuote la testa velocemente, gli occhi allagati dalle lacrime. Chi la vedesse penserebbe che c’è una pazza alla guida, ma nessuno ha modo di vedere bene dentro l’auto, troppo veloce passa davanti ai pochi che la notano.

No, Rita non vuole più, non tornerà indietro, non sa cosa farà ma è certa che non si sottometterà più a Matilde, mai più si prostituirà per lei, mai più darà modo a Dario di metterle le mani addosso. La strada è un imbuto, un rettilineo troppo breve ed è troppo tardi quando si accorge della curva secca alla sua fine. Si aggrappa forte allo sterzo provando a controllare l’auto impazzita che slitta sull’asfalto scivolando fuori strada e schiantandosi contro un albero. Dolorante in tutto il corpo Rita sente come distante l’eco delle sirene, il brusio di gente che parla vicino a lei. Prova a muoversi senza riuscirci, le è faticoso anche aprire gli occhi e l’ultima frase coerente che ascolta è:

– Merda, sta andando in arresto… –

Il padre di Gloria e Rita sta guardando il telegiornale mentre mangia svogliatamente un boccone. La notizia è di pochi secondi sul TG nazionale: “sgominata un’organizzazione di sfruttamento della prostituzione. Grazie alla confessione di una donna vittima di un incidente stradale… “

Vede una foto di una donna con gli occhi coperti da una striscetta nera e le pare di riconoscerla. Incuriosito va sul un canale locale e lì trova un servizio molto più lungo. Il nome delle persone arrestate non è più esposto per iniziali ma per esteso e riconosce Matilde. Prova un brivido ricordando il passato, quando scoprì come la più cara amica di lui e della moglie li stava tradendo. Ha un sussulto quando sente anche il nominativo di Dario. Impossibile sbagliare, anche se pure questa foto ha una striscia nera sugli occhi. Segue attentamente la cronaca e scopre che le indagini sono partite dalle rivelazioni di una donna vittima di un incidente stradale. Appaiono le immagini dell’auto distrutta, del corpo che viene caricato sull’ambulanza e un presentimento lo fa concentrare su quella figura.

Non vede bene il volto, i capelli sono diversi da come li ricordava eppure… il profilo gli sembra quello di Rita.

Prova ad avere informazioni ma, al telefono, la voce cortese ma decisa di un’infermiera gliele nega. Spinto da un impulso incontrollabile corre all’ospedale e fatica immensamente per avere notizie.

  • Privacy, che cazzo è questa privacy? Voglio solo sapere se è mia figlia –

Un medico interviene vedendo quel signore anziano esagitato che alza la voce. Con calma e pazienza riesce a farlo quietare e, accertata la sua identità, gli fornisce finalmente le informazioni che cercava.

  • Sì, la paziente si chiama Rita X. .

  • Voglio vederla. –

  • Purtroppo è impossibile, solo il personale medico ha accesso al reparto, è per la sicurezza di sua figlia che, comunque, è in stato di incoscienza –

  • ma come sta? –

  • Sarò sincero: è troppo presto per dirlo. Ha subito diverse lesioni che stiamo curando e la teniamo in coma farmacologico. Sta reagendo bene alle cure ma non possiamo ancora sciogliere la prognosi –

  • Me la faccia almeno vedere, ci sarà un vetro, un qualcosa. –

Turbato dall’evidente disperazione dell’anziano, il medico accondiscende e il padre può finalmente avvicinarsi ad un vetro. Al di là vede un fagotto umano circondato da macchinari con vari tubi colorati che scompaiono nel suo corpo. Calde lacrime gli rigano le guance riconoscendo sua figlia nel volto tumefatto.

  • Quando si sveglierà? –

  • E’ presto, come le ho detto. Ma stia tranquillo che la terremo informato di ogni novità –

  • No, aspetterò qui che si svegli –

  • Non è possibile, ci potrebbero volere giorni, settimane. Vada a casa, le faremo sapere noi.-

  • No… –

Da quel momento il padre di Rita diventa una figura familiare per il personale della terapia intensiva. Un signore anziano, composto, che siede a testa bassa appena fuori dal reparto. Non potrebbe stare lì ma nessuno ha il cuore di allontanarlo. Anzi, cercano di aiutarlo come possono, chiedendogli se ha bisogno di qualcosa, portandogli un caffè, permettendogli per qualche minuto di guardare la figlia attraverso il vetro. L’amore e la disperazione che traspaiono dal suo volto muovono a pietà tutti e tutti trovano un breve minuto per sedergli di fianco, tenergli la mano, consolarlo come possono, dire brevi parole di conforto e speranza.

Il padre siede ed aspetta, andandosene quando gli dicono di andarsene e ripresentandosi la mattina dopo, puntuale, appena gli può essere permesso di sedersi su quella sedia scomoda, così vicina e così lontana dalla figlia.

Gloria e Vittorio si preoccupano per il padre. Inizialmente ha risposto brevemente, quasi scocciato, alle loro chiamate, poi ha lasciato squillare il telefonino invano ed infine l’ha spento. A casa non lo trovano se non in un’occasione in cui Gloria si mette di posta e lo attende. Impaurita dal vederlo così cadente, così privo di animo, gli chiede cosa succeda e lui risponde con parole dure dicendogli di farsi gli affari suoi, che lui ha cose più importanti a cui pensare.

Le lunghe ore passate in attesa gli hanno permesso di riflettere. Si colpevolizza per come ha trattato Rita, inconsciamente accusa anche Gloria e Vittorio secondo la semplice logica che, se avessero fatto in altro modo, ora Rita non sarebbe distesa su quel letto. Sa che non è giusto ma i suoi pensieri sono concentrati sulla speranza di rivedere la figlia, di poterle parlare, di chiederle perdono per il male che, dentro di se, sente di averle fatto.

  • Buone notizie. Domani la risvegliamo dal coma farmacologico. Intendiamoci, non si crei false speranze, è tutto’ora grave e, mi dispiace dirglielo, comunque vada non recupererà l’uso delle gambe. Purtroppo ha una lesione alla colonna non curabile. –

Il padre si accascia sulla sedia incerto se essere felice del risveglio, di poterle finalmente parlare, o orripilato dell’altra notizia della sua invalidità.

E’ con animo incerto che il mattino dopo, puntuale, arriva in ospedale accolto dai sorrisi di tutti.

Ognuno ha una parola buona per lui, ognuno gli batte una mano sulle spalle. Il medico lo accompagna davanti al vetro che tanto bene conosce ed ora, su quel letto, vede sua figlia con gli occhi aperti. Gli fa un cenno felice e lei tenta di alzare la mano per rispondere. Vede delle lacrime in quegli occhi e le sente nei suoi.

La routine non cambia, lui è ogni giorno lì, solo che le occasioni in cui lo fanno accostare al vetro ora comportano uno scambio di sguardi, un tentativo di comunicare.

Sua figlia è lì, cosciente, ed ogni giorno i medici gli dicono che va migliorando. Eppure lui la vede sfiorire, i capelli farsi bianchi, l’espressione del viso a volte assente a volte concentrata ma mai, mai serena. Unica occasione di sorriso quando lui la saluta, ed il braccio che si alza in risposta, pur collegato a flebo e tubicini vari, gli pare ogni vola più deciso, più forte.

Alla fine Rita viene trasferita nel reparto lungo-degenti. Non è più in pericolo di vita ma ancora non può essere dimessa ed il padre scambia la sedia nel corridoio con quella altrettanto dura della sua stanza.

Il primo contatto resterà negli occhi e nella memoria dello staff medico, quando il padre si accosta per la prima volta al letto della figlia e questa gli prende le mani, se le porta alle labbra chiedendo perdono per il male che gli ha causato. Non conoscono la loro storia ma comprendono che è meglio lasciarli soli e così fanno.

Viso a viso, piangendo calde lacrime entrambi, si chiedono perdono a vicenda. Lei racconta quel che è successo da quando è stata scacciata di casa, di quel che ha passato, di Matilde e Dario. Con sincerità, senza badare alla vergogna, parla della sua discesa lungo una china interminabile e del suo scatto finale, quando ha deciso di non voler più quella vita. Lui le parla dei suoi sentimenti, del suo senso di colpa per averla scacciata così duramente. Parole di perdono vengono scambiate e un nuovo patto di affetto viene siglato. Alla dimissione dall’ospedale, mesi dopo, Rita chiede al padre di essere messa in un ricovero, di non voler pesare su di lui, che ha abbastanza risorse economiche per cavarsela da sola. Il padre nemmeno le risponde ma la fa condurre a casa in ambulanza.

Le apre la porta e la spalanca mostrandole il luogo della sua infanzia che lei ricorda bene.

– Questa è ancora casa tua Rita, e non sarò più così stupido da lasciarti andare via. Mi occuperò di te, baderò alle tue esigenze…non dimenticherò mai più che sei mia figlia. –

Rita non riesce a rispondere per i singhiozzi di una crisi di pianto, solo la stretta forte sulle spalle del padre che si china su di lei abbracciandola gli dice tuto quello di cui ha bisogno di sapere.

La loro vita è fatta ora di lunghe passeggiate nei parchi, col padre che guida la sedia a rotelle e Rita che recupera una serenità parziale. L’unico cruccio è l’assenza dalla loro vita di Gloria e Vittorio. Il padre inventa scuse su scuse per non farli andare a trovarlo, ancora non riesce a perdonare e perdonarsi quell’errore fatale di tanto tempo prima, anche la notizia di un altro nipote in arrivo non lo smuove costringendo i due a “sopportare” le bizze di quell’anziano signore che tanto amano.

Però anche in una grande città non è facile tenere nascoste le cose per sempre. Prima Gloria e poi Vittorio vengono a sapere del padre che accompagna una donna invalida. Ne parlano, si interrogano se pur evitando di chiedere direttamente. Fanno mille congetture senza avvicinarsi alla verità, limitandosi ad accettare le cose. Passano altri mesi e tutto avviene per caso:

l padre sta spingendo la sedia a rotelle, anche se da tempo motorizzata preferisce essere lui a portarla quando sono insieme, verso una panchina del solto vecchio parco. La sistema, la frena e si siede. Aspira forte la tiepida e profumata aria primaverile. Prende una coperta per sistemarla sulle gambe di Rita ma vi trova una figura accoccolata, aggrappata a quelle gambe, la testa posata sulle ginocchia, il volto in lacrime.

– Gloria! –

La donna non parla limitandosi ad abbracciare le gambe della sorella. Una ben strana scena per chi dovesse passare in quel momento ma, per fortuna, tutto pare deserto.

Gloria e Vittorio erano andati al parco per far svagare i bimbi e lei, da lontano, aveva visto suo padre spingere la sedia a rotelle. Con un tuffo al cuore aveva riconosciuto, se pur invecchiata, sua sorella Rita. Fatto un cenno al marito, come spinta da una volontà non propria, si era avvicinata e, prima che potessero accorgersi di lei, era scivolata al suolo abbracciando quelle gambe immobili.

La calma viene rotta da un vocio allegro di bambini e da dietro una siepe spunta un ragazzino paffutello che ride e si gira per aspettare qualcuno. Questo qualcuno è Vittorio che tiene per mano un altro bimbo di forse due anni che cammina incerto aggrappato alla mano del genitore.

Si sentirebbe volare una mosca, anche i bimbi tacciono sentendo che sta succedendo qualcosa.

A parlare è Gloria, sentendo la mano della sorella che, lieve, le si è posata sulla testa carezzandole i capelli.

– Perdonami Rita, non sapevo, pensavo fossi sparita e papà… papà non mi ha detto nulla. –

Il padre, inquieto, vorrebbe dire qualcosa sentendo di aver sbagliato ancora escludendo l’altra figlia, ma la voce di Rita blocca il suo tentativo:

– Non importa Gloria… E’ bello rivederti… e anche a te Vittorio –

La voce è dolce, tenue, pregna di un affetto che non si aspettavano.

E’ l’occasione per tutta la famiglia di chiarirsi, chiedersi perdono ancora una volta a vicenda, presentare i bimbi a quella loro zia sconosciuta. Timidamente, il più piccolo, si avvicina poggiando una manina sul bracciolo della sedia, afferrandosi per non cadere. Il grandicello invece è più sfrontato:

– Mamma, perché la zia non si alza? –

Non è facile spiegare l’handicap a un bambino che pure pare capirlo ed accettarlo con naturalezza, avvicinandosi, senza tirarsi indietro quando Rita si sporge per un abbraccio difficoltoso.

Gli anni che seguono sono anni duri. I rimorsi e la tristezza di Rita, il senso di colpa mai sopito degli altri, tutto concorre a rendere difficile la convivenza. Il padre e Rita si sono trasferiti, su insistenza di Gloria e Vittorio, nella casa di quest’ultimi molto spaziosa. Lentamente Rita riacquista la gioia di vivere. Circondata dall’amore mai definitivamente perso della sorella e del padre, dalle attenzioni di tutti nonché dalla ritrovata stima di Vittorio che la vede divenire una perfetta compagna di gioco e di confidenze per i nipoti man mano che crescono e che Rita tratta come fossero figli suoi. Il padre si spegne serenamente, felice della ritrovata armonia familiare. Matilde e Dario pagano le loro malefatte impegolandosi in giri sempre più loschi dentro e fuori dal carcere finché non vengono ritrovati poco fuori città riversi in un fossato, ridotti a due stracci. La loro fine sarà in un ricovero per senza tetto, abbandonati da tutti.

Purtroppo la felicità è incrinata da una grave malattia di Gloria che la porta via prematuramente, seguita fino all’ultimo con amore e dedizione dalla sorella ritrovata.

Rimasti soli con i bambini, Vittorio e Rita si riavvicinano, dividendosi i compiti con Rita che aiuta a crescere i bimbi come una madre perfetta, vincendo ostinatamente le difficoltà legate all’essere immobilizzata su una sedia a rotelle. Inevitabilmente la vicinanza e la fiducia reciproca porta ad una tensione sessuale tra di loro che entrambi si negano, fin troppo coscienti del passato. Questo fino ad una sera:

– Guardiamo qualcosa in TV? –

Rita e Vittorio sono nel salotto, i bimbi a letto dopo cena, Vittorio sul comodo divano e Rita lì di fianco, la sedia a rotelle abbandonata per attimi di comodità. E’ un venerdì e Rita invita Vittorio ad uscire:

– Esci Vittorio, non è normale che un uomo come te resti a casa da solo –

– Non sono solo, ci sei tu –

– Non è giusto che tu rimanga a casa. Sto io attenta ai bambini, lo sai che posso farlo, tu vai a divertirti –

– In che senso? –

– Nel senso che sono mesi che Gloria non c’è più… posso immaginare come tu stia, le tue esigenze… Vittorio, te lo dico chiaramente: perché non ti cerchi una donna? Sei Bello, giovanile, puoi ancora rifarti una vita con qualcuna –

Vittorio sospira e tende la mano in una carezza fugace sulla guancia di Rita. La comprensione tra i due è giunta ad un livello superiore a quello di quando erano sposati.

– No, ho amato due donne eccezionali… mi ritengo soddisfatto, ora voglio solo crescere bene i bambini, grazie anche al tuo aiuto –

– Sì ma come fai… conosco voi uomini.. non hai… non senti il bisogno?… –

– Mi controllo … e per rimanere in tema: E tu? Anche tu sei ancora giovane, bella, non…? –

Vittorio stuzzica Rita addentrandosi in un discorso mai affrontato prima. Le sorride amichevolmente dandole un altro buffetto sulla guancia.

A Rita pare che quel contatto le bruci: arrossisce mentre risponde, non volendo confessare che sì, anche lei a volte sente il bisogno, la mancanza del corpo di un uomo sopra di lei. Quelle volte si soddisfa da sola, senza patemi o tabù, quel che la fa arrossire e che non vuole assolutamente rivelare è che nelle sue fantasie sogna di fare ancora l’amore con un uomo ben preciso… e quell’uomo è Vittorio –

– Io non conto… e poi chi vuoi che mi si prenda… così. –

Il tono di voce vira verso l’amarezza ricordando la propria condizione.

– Come non conti? Sono sicuro che ci sarebbero tanti uomini pronti a corteggiarti. Sei bella Rita, socievole, brillante, cosa importa se non puoi camminare? –

E’ vero quel che dice Vittorio, Rita non è forse più la bellezza di un decennio prima ma, spariti i segni della trascuratezza, occultato opportunamente il bianco dei capelli con una tinta, il suo corpo morbido, tenuto in forma da una dieta ferrea, attira più di uno sguardo quando in carrozzina gira per il quartiere.

Rita sospira e scivola con la guancia sulla spalla di Vittorio.

– Grazie Vittorio, fa bene al cuore sentirtelo dire ma guardiamo in faccia la realtà: io sono inchiodata qui. Un tempo ero capace, e lo sai bene, di fare acrobazie sopra le lenzuola, ora chi vuoi che pensi a portarsi a letto una come me? –

Vittorio sente come una corrente elettrica che passa da lei a lui attraverso il lieve contatto della sua testa. Si sente teso, più di tutte le altre volte in cui si è accorto di desiderare ancora Rita.

– Tutti. –

Gli sfugge di getto, sentendo un caldo improvviso al collo.

– Sei un tesoro, farò finta di crederti. –

Rita sorride alla gentilezza dell’uomo e vorrebbe chiudere il discorso perché non si sente sicura di se tremendamente consapevole di quel corpo caldo contro il so. La risposta di Vittorio la annichilisce:

– Lascia che te lo dimostri… –

Vittorio ha preso il coraggio a due mani, si insulta mentalmente per avere di quei pensieri ma è troppo il desiderio che avverte dentro, concentrato tra le sue gambe in forma di calore.

Si stacca da Rita e scivola per terra senza più parlare. Inginocchiato, afferra i bordi del pantalone della tuta comoda che lei indossa e li tira in giù vincendo l’istintiva e debole resistenza di lei. Ai suoi occhi appare quel ventre che conosce bene, coperto da un vezzoso e striminzito tanga. Le toglie la tuta affascinato dalle belle gambe che appaiono lentamente. Si china a baciarle, a carezzarle con mani frementi. Non resiste più e fa scivolare in basso l’ultimo brandello di stoffa e ammira quel che da tanto tempo non vedeva. Rita trattiene il respiro sentendosi sfiorare le pieghe delicate dal pollice di lui, mani calde la sfiorano e nella mente le spunta il ricordo che l’ultimo uomo ad averla toccata così è stato…NO, Non è giusto che il ricordo di Dario le rovini questo momento che, si accorge, desidera intensamente. Quando una mano sale a stringere il seno stuzzicandole il capezzolo indurito non può evitare di gemere, gemito raddoppiato quando sente la lingua sfiorarle il bottoncino del piacere. Vittorio usa la lingua con dolcezza, attento a ogni reazione di Rita. Quando le mani di lei lo afferrano per la nuca vibra la lingua in una carezza più intensa, scivolando in basso tra le pieghe intime, poggiando la bocca come una ventosa, aspirando forte e affondando poi con la lingua, aprendola e facendola sobbalzare. Un caldo miele gli si riversa sul volto, troppo tempo è passato dall’ultima volta che Rita ha provato piacere, troppe volte ha desiderato quelle labbra e quelle mani su di lei. Si abbandona all’orgasmo mugolando e tirando i capelli dell’uomo che insiste nella sua azione portandola al culmine prima di ritirarsi fradicia.

  • Perdonami Rita, non ce la faccio più –

Sente il corpo ruvido dell’uomo stendersi sopra di lei, la sua durezza cercarla, aprirla e sprofondare in lei. Immobilizzata può solo afferrarlo passandogli le braccia intorno alle spalle, spingere la bocca sulla sua, leccargli le labbra e implorarlo di non smettere, di non smettere mai. La vista le si fa sfocata, i muscoli si tendono, le sue dita afferrano il divano come artigli e poi subito perdono la forza mentre i suoi sensi esplodono.

Dopo un tempo che le è parso interminabile, Rita riemerge dalla tempesta di sensazioni che le si è abbattuta addosso. Lo sente ancora dentro di lei: duro, prepotente. Vittorio si sta muovendo lentamente, cercando di ricacciare indietro il piacere che gli invade i lombi e che vuole prolungare il più possibile.

  • Voglio ricambiarti –

La voce di Rita è un sussurro nel suo orecchio. La guarda sorridente, gli occhi che brillano, la lingua che saetta promettendogli il paradiso e capisce.

Con uno sforzo esce da lei facendola fremere ancora, scompostamente si tira su facendo scivolare il pene rigido sulla pelle accaldata, passando tra i seni turgidi, afferrato da due mani carezzevoli che lo massaggiano delicatamente prima di guidarlo verso le labbra protese di lei a impossessarsi della grossa punta. Un gemito roco risuona nelle orecchie di Rita quando sporge la testa prendendone ancora un po’ in bocca mentre la sua mano comincia a muoversi su e giù sull’asta.

Vittorio si gira di lato appoggiandosi al divano. Ha i musi troppo tesi per rimanere in equilibrio sopra di lei e non vuole pesarle sul petto. Sporgendosi di lato Rita prosegue la carezza imboccando il pene fino a metà e succhiando forte. Lo toglie per passare la lingua lungo la vena gonfia: lo sente caldo, liscio come il velluto. Quando torna sulla punta lecca via la gocciolina e poi apre ancora le labbra per farlo entrare e muovere la testa su e giù. La mano forte di lui si chiude sulla sua muovendola avanti e indietro e Rita capisce che lui vuole che la muova al ritmo della bocca. Lo fa con piacere sentendo l’uomo tendersi e sussultare. Riesce a prenderlo fino in gola e poi liquido bollente le esplode sulla lingua riempiendole la bocca ancora e ancora, come non avesse mai fine.

Vittorio si abbandona di lato guardandola con occhi estasiati mentre lei si pulisce le labbra col dorso della mano deglutendo le ultime gocce di piacere.

Quella notte sancisce la riunione dei due vecchi coniugi. Si sposano di nuovo da lì a tre mesi ed insieme crescono i due bambini di Gloria e un terzo tutto loro.

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