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Deborah era stata la segretaria nell’ufficio in cui lavoravo.
Per qualche mese, in sostituzione di maternità.
Io sono un dirigente, diciamo il capo, almeno in quella parte dell’ufficio.
Deborah aveva circa trent’anni, carina di faccia, relativamente in carne, con qualche chilo di troppo, ma niente di eccessivo.
Si vestiva in modo normale, accurato ma professionale.
Insomma, una classica segretaria.
Diventammo amici, per quanto si possa essere amici in un ufficio tra capo e segretaria; qualche battuta, qualche confidenza non troppo intima al caff&egrave. Poi, la aiutai a risolvere un suo nemmeno troppo piccolo problema di famiglia, senza che la cosa passasse attraverso i canali ufficiali del gruppo.
Ci misi anche qualche euro di tasca mia, dopo che lei mi spiegò delle sue gravi difficoltà economiche (solita storia: era sola, senza genitori, con l’affitto da pagare e piccoli debiti).
Da quel momento, per qualche tempo ci fu tra di noi lo scherzo su come avrebbe potuto ringraziarmi, e tra una battuta e l’altra era chiaro che tra noi c’era una certa attrazione fisica.
Finita la sostituzione di maternità, se ne andò.

Mi contattò poi via facebook, e da un account email creato ad hoc ci scambiammo qualche messaggio, finch&egrave lei mi disse che sarebbe stata disponibile a passare una serata intima, senza impegni, solo per togliersi lo sfizio.
Io risposi che non ero interessato.
Il sesso ‘tradizionale’, ben fatto, soddisfacente e con appagante regolarità ce l’ho a casa, risposi.
Però, io da te potrei volere qualcosa di diverso.
Alla domanda su cosa volessi, le inoltrai qualche link a video, foto e racconti BDSM, nemmeno troppo forti, ma lei rispose che in generale non era interessata né incuriosita.
Dopo qualche altra mail e battuta, la cosa finì lì e non ci pensai più.

Dopo più di un anno, per caso tornai ad aprire quell’account mail.
C’era un suo messaggio, di poche settimane prima.

Diceva che non aveva più il mio numero di cellulare (e anche se l’avesse avuto ancora, io lo avevo nel frattempo cambiato per motivi di lavoro), ma che aveva bisogno di parlami.
Risposi di scrivermi, che avrei letto le sue mail quando avessi avuto tempo.

Mi scrisse il giorno dopo una mail lunga, prolissa e lacrimosa.
In poche parole, spiegava che la situazione economica era peggiorata ancora dall’ultima volta; che aveva saltellato tra qualche lavoretto part time, in un paio di casi non l’avevano nemmeno pagata e non aveva potuto permettersi neanche un avvocato ed era disoccupata da due mesi.

Ma proprio quando le cose sembravano essere senza speranza, all’improvviso era stata chiamata da una grande azienda, che l’aveva selezionata per un posto fisso, impiegata, con un buon stipendio, benefit e anche un acconto sullo stipendio per sistemare i problemi più urgenti’

Questo fino a due giorni prima, quando la responsabile delle risorse umane dell’azienda l’aveva chiamata invitandola a prendere un caff&egrave.
Fuori dall’ufficio, per essere sicura di non essere ascoltata, la responsabile le aveva spiegato che il posto sarebbe stato certamente suo ma, all’ultimo momento, era arrivata una chiamata da un dirigente che aveva raccomandato una sua amica’

– cosa posso fare??? – aveva chiesto disperata Deborah
– per questo ti ho chiamata ‘ le rispose la responsabile ‘ il dirigente che ha fatto la raccomandazione &egrave uno che conta davvero poco, ma io non posso dirgli di no. Però, se conosci qualcuno che possa dare anche a te una spinta, allora io ho la scusa per non prendere quella raccomandata’ -.

Deborah ci aveva pensato, e poi si era ricordata che io, quando lei lavorava da noi, avevo detto di conoscere molto bene un dirigente dell’azienda per cui voleva lavorare.

Deborah scriveva che le dispiaceva molto, che si vergognava a disturbarmi ancora, ma mi chiedeva se potessi fare qualcosa per lei, magari tramite quel mio amico.

Le risposi con un laconico ‘vedrò. Ti faccio sapere’.

Contattai subito il mio amico. Queste cose, in certi ambienti, sono normali: lui mi doveva qualche favore, e poi Deborah era già stata praticamente assunta, quindi non chiedevo niente di straordinario. Dopo due giorni, avevo in mano il contratto di assunzione di Deborah, firmato dall’amministratore delegato, con condizioni ancora più favorevoli di quelle che le avevano proposto. Il contratto non aveva data.

– quando vi serve averlo firmato? ‘ chiesi al mio amico, dicendo che la ragazza era al momento lontana per un po’ per improvvisi motivi di famiglia.

– vai tranquillo ‘rispose ‘ ho bloccato le assunzioni per un mesetto, con la scusa di una verifica interna di alcuni aspetti fiscali a livello di corporation internazionale’ una cosa talmente complicata e noiosa che nessuno oserà fare niente fino al mio ok, per paura che gli chieda di aiutarmi’ – chiuse la conversazione ridendo.

‘Ho una sorpresa per te’, scrissi a Deborah quella sera.
E allegai un link ad una pagina internet di un provider che avevo testato un anno prima nel corso delle trattative per un contratto internazionale.
Cliccando sul link, si apriva una schermata per la visualizzazione di documenti, che tuttavia non potevano essere scaricati, né salvati; non era nemmeno possibile fare lo ‘snapshot’ dello schermo, perché il programma riconosceva l’operazione e cancellava il documento prima che il pc scattasse la foto dello schermo. Non si poteva nemmeno fotografare lo schermo con uno smartphone o una camera digitale, perché i pixel avevano una luminosità studiata apposta per non risultare riconoscibili da una fotocamera normale. Insomma, una roba tipo CIA (e infatti l’anno prima ci era costata un bel po’ di soldi, ma proprio per quello il provider mi mise a disposizione la pagina senza chiedermi soldi, probabilmente sperando in una nuova commessa).
Infine, dal mio pc potevo sapere in tempo reale quando Deborah avrebbe visualizzato il file.

Il file, evidentemente, era una scannerizzazione del contratto di lavoro.

BLING! Fece il pc, e io seppi che Deborah aveva appena visualizzato il file. Feci partire il cronometro.

30 secondi dopo, diedi il comando e il file sparì per sempre. Il provider garantiva di non tenere nemmeno una copia di backup sui suoi server. Ero abbastanza certo che fosse vero, visto il livello dei clienti che si affidavano a quel servizio.

Avrei pagato per vedere la faccia di Deborah quando il file sparì davanti ai suoi occhi’

In meno due minuti arrivò una mail di ringraziamenti, altri sproloqui noiosi su come la stessi aiutando, sulla mia gentilezza etc. Poi, chiedeva dove fosse il contratto, come, quando e dove firmarlo.

Non risposi, per due giorni.

Deborah mi mandò diverse mail, alcune supplichevoli, altre stupite, altre preoccupate; mi cercò anche in ufficio al telefono, ma mi feci negare.

Dopo quattro giorni, inviai una mail.

‘Sei davvero interessata a quel contratto?’
‘Certo!!!!!!!’ rispose lei
‘Sai, per fartelo avere ho dovuto smuovere mari e monti, chiedere favori e impegnare me e il gruppo per cui lavoro” tutte balle, ma lei non poteva saperlo
‘lo so lo so grazie grazie, dimmi come posso ringraziarti, cosa posso fare?’.

La lasciai aspettare ancora due giorni, senza rispondere.
Dal tono delle mail che mi mandò, capii che era disperata e temeva di aver fatto qualcosa che mi avesse fatto arrabbiare.

‘vediamoci domani, al caff&egrave XXX alle 15,00′ le scrissi. Non aprii nemmeno più la posta per vedere se avesse risposto.

Mi presentai con mezz’ora di ritardo.
Lei si alzò per salutarmi, le feci prendere le sue cose e ci sedemmo in un separ&egrave. La musica era alta anche a quell’ora e il posto era vuoto dopo il pranzo, avevo scelto per quello il locale, in modo che nessuno potesse sentirci, nemmeno per sbaglio.

– grazie, grazie, davvero non so come’ – iniziò lei.
– aspetta ‘ la interruppi ‘ ascoltami bene, perché quello che dirò lo dirò una volta sola, e rispondi alle domande –
la mia voce era tranquilla, ma distaccata, Deborah capì e annuì.
– quanto ci tieni a questo contratto? ‘ le dissi, mentre tiravo fuori dalla cartella l’originale del documento e lo appoggiavo sul tavolo, alla mia destra, dove lei potesse vederlo ma non prenderlo.
– tanto, tanto davvero, tantissimo, io’ –
– zitta. Ti ho spiegato cosa ho dovuto fare per fartelo avere –
– sì sì e io ti ringrazio moltissimo’ –
– non mi interrompere più, se no mi alzo, me ne vado e butto il contratto nel tritadocumenti appena rrivo in ufficio –
– scusami –
– ho deciso che poiché per questo contratto ho dovuto fare molto, anche tu dovrai fare molto per averlo –
– certo, se &egrave per i soldi, appena avrò lo stipendio io’ –

Presi il contratto, lo infilai nella cartella e feci per alzarmi
– fermo!!! No!!! Scusa scusa scusa non ti interromperò più –

Mi sedetti. Il contratto di nuovo sul tavolo.

– attenta, rispondi alla domanda, ma prima di rispondere pensa bene. Cosa sei disposta a fare per avere il contratto? –
– tutto. Tutto, tutto. Qualsiasi cosa, davvero &egrave troppo importante per me ‘
– sei sicura? –
– sì, sono sicura, davvero ‘ disse lei, con espressione seria.
– bene. Allora, siccome sei disposta a fare ‘qualsiasi cosa’ per il contratto, penserò un po’ a cosa mi piacerebbe, tra le ‘qualsiasi cosa’ che potresti fare per me ‘ e mi alzai, prendendo il contratto.

Feci passare altri due giorni.
Poi le mandai una mail facendola venire allo stesso caff&egrave.

– qualsiasi cosa? ‘ le chiesi subito, senza nemmeno salutarla.
– sì ‘ annuì lei ‘ qualsiasi cosa’ cio&egrave, non lo so, dipende da cosa, cio&egrave non ucciderei nessuno, almeno credo’ ma sostanzialmente sì, qualsiasi cosa –
– bene. Ecco la mia offerta. Sei pronta? perché non la ripeterò –
Lei annuì.
– ricordi quei link che ti avevo mandato? –
– sì, certo ‘ rispose lei, quasi sorridendo dal sollievo ‘ avevo immaginato che intendessi quello, e certo, io sono disposta a’ –
– no ‘ dissi, calmo
– no? –
– no. Quello &egrave un gioco, un divertimento, una scopata, potremmo dire, un po’ particolare. Non penserai, vero, di cavartela con così poco? –
Lei scosse la tesa, dubbiosa.

Lo avevo immaginato.
Deborah aveva pensato che le avrei chiesto di fare quello che un anno prima non aveva voluto fare, e aveva pensato di cavarsela con una o due scopate, magari con le manette, qualche sculacciata e due mollette sui capezzoli’

– no ‘ ripetei ‘ quello che ti ho procurato &egrave un contratto che ti metterà a posto la vita, dal giorno della firma. Ebbene, io voglio possedere la tua vita, per una settimana, la settimana prima della firma del contratto, l’ultima settimana della tua vecchia vita –

Deborah mi guardava, aspettando che proseguissi: non capiva. Io tacevo.

– in che senso? ‘ chiese finalmente. – &egrave semplice, in un certo senso ‘ dissi ‘ voglio che tu sia mia per una settimana –
– tua? Tua in che senso? Per il sesso? –
– no. Non solo, intendo. Quello che intendo &egrave spiegato molto bene con una parola – sorrisi
– quale? Che parola? –
La guardai negli occhi ‘ ‘schiava’ ‘ dissi.

– ‘schiava’? ‘ mi chiese, scuotendo la testa, come se non capisse ‘ in che senso? Cosa vorrebbe dire essere la tua ‘schiava’? –
– bhe, ragiona: cosa fa una schiava? ‘
– bhe una schiava fa’ non &egrave che faccia qualcosa’ credo’ cio&egrave una schiava fa’ –
– fa? ‘ le chiesi, incoraggiandola: ci stava arrivando, lentamente, ma ci stava arrivando
– fa’ fa’ quello che le dice il padrone ‘
– le ‘dice’? ‘
– sì’ le dice, le’ ordina? ‘
– brava. E il padrone, cosa può ordinare alla schiava, secondo te? ‘
– ‘quello che vuole’ – rispose a bassa voce Deborah.

– bene! ‘ dissi ad alta voce, tanto che Deborah sussultò ‘ bene!! Adesso che abbiamo capito di cosa parlo, ecco alcuni dettagli. Come forse sai, da anni affitto una villa al mare, a XXX. &egrave una villa grande, isolata. In questa stagione, là non c’&egrave praticamente nessuno, nemmeno in paese. Andiamo là, io e te, una settimana. Io sono il padrone, tu la schiava. Io ordino, tu obbedisci. Sei mia. Tutta. Ti possiedo. Come un oggetto. Non puoi dirmi no. Mai. Se alla fine della settimana sarai stata una brava schiava, avrai il contratto –

Avevo parlato con il tono che uso quando discuto di contratti per il mio gruppo, trattando i singoli aspetti della schiavitù temporanea di Deborah come normali clausole di un accordo.

– attenta ‘ aggiunsi, con lo stesso tono professionale e distaccato ‘ fammi adesso tutte le domande che ti vengono in mente, perché dopo, quando mi sarò alzato da questo tavolo, non potrai più chiedere o discutere niente –

Deborah annuì.
– cosa vorresti farmi? –
– tutto quello che mi viene in mente. Bhe, prima di tutto, naturalmente il sesso: premesso che non mi piacciono le cose a tre o più, per il resto, diciamo tutto quello che ti viene in mente, e intendo tutto quello che ti viene in mente usando molta fantasia’ – sorrisi.

Deborah annuì ancora, con sicurezza: questo, apparentemente, non sembrava un grosso problema.

– ti punirò. E ti farò male. Sculacciate, piccole fruste, mollette, righelli, cose così ‘ lei annuì, questa volta più pensierosa.

– però, ti avviso che il mio scopo non sarà (solo) scoparti o punirti, ma quello che voglio fare &egrave trovare il limite, capire cosa non ti piace, cosa odi, cosa ti fa davvero male, o ciò che non vorresti mai fare, e fartelo fare. Vedere le lacrime nei tuoi occhi, la disperazione, la sottomissione, la fatica ad accettare. Questo voglio farti ‘ conclusi appoggiandomi allo schienale della sedia.

– tu lo sai, vero, che sei malato??? ‘ sbottò lei, raccolse le sue cose e si alzò, uscendo dal locale.
Io chiamai il cameriere, mi feci portare un caff&egrave e iniziai una telefonata di lavoro.

Dopo cinque minuti, Deborah entrò nel locale, cercandomi: quando mi vide ancora lì, il sollievo fu evidente. Si avvicinò, fece per sedersi.
La fermai con la mano, facendole segno di restare in piedi.
Continuai la telefonata per almeno cinque minuti, mentre lei stava lì, in piedi, guardandosi intorno imbarazzata. Per sua fortuna, il locale a quell’ora era praticamente vuoto.
Finita la telefonata la guardai.
Fece per sedersi, ma di nuovo la fermai con la mano, senza parlare.

– scusami ‘ mormorò ‘ scusami ma’ &egrave che’ quelle cose che hai detto’ senti posso sedermi??? –
– no. Resta in piedi –
– sì. No, dicevo, quelle cose’ la storia della schiava e tutto’ io non credo di potere’ senti, se vuoi, cio&egrave’ una cosa normale, per tutto il tempo che vuoi, anche più di una settimana intendo, ma quella roba là io’ ‘
– no ‘ dissi, con un sorriso di circostanza
– come no? ‘
– no. Come ti ho detto, questa non &egrave una trattativa, non &egrave un’offerta. &egrave semplice. &egrave o sì o no. E se non dici di sì entro, vediamo, stasera alle otto, allora &egrave no e il contratto sparisce per sempre. Se invece dici sì, dopodomani, venerdì, comincia la settimana. Fammi sapere. Adesso vattene ‘ dissi, prendendo il telefono e facendo una nuova chiamata di lavoro.

Lei rimase lì ancora un po’, poi, scuotendo la testa, se ne andò.

Alla sera aprii la mail.
Deborah mi aveva scritto. Alle 19,55.
‘va bene. sì’.

Risposi dandole alcune istruzioni.
Al mattino, un fattorino le avrebbe portato una busta con dei contanti.
Avrebbe dovuto usarli per andare da un’estetista e provvedere ad una depilazione completa, tranne una piccola striscia di peli al centro del monte di Venere.
Poi, parrucchiere, manicure e pedicure.
Scarpe, almeno tre paia, nere, bianche e rosse, tacco 12 o più, stiletto.
Autoreggenti e guepierre, nere, bianche, rosse.
Intimo, trasparente, tanga ma anche culotte, tutto di almeno una misura in meno di quello che porta abitualmente.
Vestiti, le scrissi di portare abiti da ufficio, da sera e di comprare almeno un paio di cose ‘da troia’. Sorrisi, pensando alla sua faccia mentre leggeva.
Tutto il necessario per stare via una settimana. Niente cellulari, computer, tablet etc.
Un’auto con autista ‘ pagata dalla mia azienda e messa in conto a un cliente che usufruiva di tali servizi più volte alla settimana ‘ l’avrebbe presa e portata a XXX venerdì mattina.

Venerdì mattina l’auto con Deborah arrivò a XXX, all’ingresso della villa; era davvero isolata, sul mare, lontano alcuni chilometri dal paese più vicino. Già d’estate era molto difficile che qualcuno venisse fino lì, ma in questa stagione era come essere sulla Luna.
L’autista, come da istruzioni, lasciò Deborah davanti al cancello, con le sue due valigie.
Io arrivai con un taxi dopo pochi minuti.
Scaricai anche io la mia valigia, pagai e aprii il cancello. La villa distava circa cento metri, e per raggiungerla si dovevano fare diversi scalini.

– porta le valigie ‘ le dissi, e mi incamminai.
Arrivai in un attimo alla porta, aprii e mi misi ad osservarla mentre arrancava con le tre valigie su per la scala.

– seguimi – le dissi quando arrivò. La portai in una grande camera da letto
– disfa la mia valigia e sistema tutto. Poi prendi le tue cose e mettile in bagno. Tutte. Poi, fatti una doccia e vestiti e truccati da troia. Hai mezz’ora. Ti aspetto di là –
La faccia che fece quando le dissi ‘da troia’ così, come se fosse normale, mi fece diventare il cazzo duro in un attimo.
Andai in sala, a guardare dello sport in televisione.

Dopo 35 minuti, Deborah arrivò.
Era quasi perfetta.
Trucco abbondante, rossetto rosso.
Indossava una camicetta bianca con una giacca leggera nera, allacciata.
Una gonna nera corta, sopra il ginocchio.
Calze, immaginavo autoreggenti, nere e scarpe nere col tacco a spillo.

– cammina ‘ le dissi indicando il soggiorno ‘ voglio guardarti –
Lei cominciò a camminare avanti e indietro.
– non ci siamo ‘ dissi ‘ tu sei una troia. O no? ‘ le chiesi
– cosa’ io’ –
– rispondi: sei una troia, o no? ‘
– sì ‘ sussurrò, senza guardarmi
– sì che cosa? Rispondi, a voce alta. E guardami ‘
– sì, sono una troia ‘ disse, con la voce che tremava, guardandomi negli occhi, a metà tra la disperazione e la rabbia
– bene. Potrei chiamarti troia, però troia &egrave un nome troppo generico, non credi? Ci vole qualcosa che ti rappresenti meglio’ vediamo’ troia sei troia, magra non sei’ che ne dici di ‘vacca’? ‘ le chiesi, contento
– in che senso? ‘
– come nome!!!! Per questa settimana, mi sembra che potrei chiamarti ‘vacca” che ne dici?? Ti ci vedi?? Sei contenta? ‘
Deborah scosse la testa, ma fece un respiro e disse a mezza voce ‘ sì ‘
– bene! Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto’ allora, dillo bene, ad alta voce: cosa sei ecome ti chiami? –
Deborah chiuse gli occhi, poi li aprì e disse ad alta voce ‘ sono una troia e mi chiamo vacca –
– e brava, la mia vacca. Adesso, cominciamo l’addestramento della mia schiava’ siccome abbiamo appurato che sei una troia, quando cammini devi camminare come una troia. Forza, fammi vedere –

Deborah ripet&egrave la piccola sfilata di prima, questa volta ancheggiando e sculettando, una imbarazzante parodia di una prostituta o di una modella. Lo sapeva, e vedevo che l’umiliazione le serrava la gola.

– adesso altre tre regole. La prima: io per te sarò solo il ‘padrone’, e al padrone darai sempre del lei. Non potrai rivolgere la parola al padrone, e se lui ti darà un ordine o una ti farà una domanda, dovrai rispondere ‘sì padrone’ o ‘no padrone’. Hai capito? –
– sì ‘ sussurrò Deborah
– ecco, lo sapevo. Non sei solo troia, sei anche stupida. Non ti ho appena detto che quando ti faccio una domanda devi rispondere ‘sì padrone’ o ‘no padrone’? ‘
– sì’ sì padrone. Scusami ‘
– uff’ troia, stupida e lenta, proprio come una vacca. Non avevo detto di rami del lei?? ‘
– sì’ – Deborah vide il mio sguardo e si corresse ‘ sì padrone’ mi scusi’padrone? ‘
– meglio. Ma vedi, io so per esperienza che le vacche hanno poca memoria, e che l’unico modo perché imparino &egrave punirle per i loro errori’ quanti errori hai fatto, fino adesso, vacca? ‘
Deborah chiuse gli occhi.
Quel nome, mi sembrava, le dava davvero fastidio.
Bene.
Sospirò.
– uno’ – io la guardai, stupito ‘ no, due’ mi scusi, padrone –
– e quali errori hai commesso? ‘
– ho’ non ho detto sì padrone ma solo sì’ e ti ho’ cio&egrave, le ho dato del tu invece che del lei’ padrone ‘
– brava la mia vacchetta’ ebbene, due errori, due punizioni.
– punizione? ‘ chiese Deborah
– sì, per ogni errore che commetterai, verrai punita. Ho in mente diverse punizioni, che voglio provare, per scoprire quale mi da più soddisfazione’ ma hai ancora un po’ di tempo prima che ti punisca. Parliamo –
Deborah annuì, senza rispondere.
– brava ‘ le dissi ‘ non parlare a meno che non sia espressamente interrogata o non ti dica di farlo –
Lei annuì di nuovo.
– siccome dovremo stare insieme per qualche giorno, ecco come dovrai comportarti con me. Quando io faccio altro, cose che non hanno a che fare con te, come guardare la televisione, leggere un libro o fare una telefonata, tu devi stare in piedi, davanti a me, leggermente sulla destra. Le braccia dietro la schiena, con le mani che tengono l’avambraccio dell’altra mano, alte a metà schiena. Fammi vedere se hai capito –
Deborah mise le mani dietro la schiena, e studiò la posizione.

– ti ho dato un ordine’ –
– sì padrone, scusi padrone ‘ rispose pronta
– un’altra punizione, a quante siamo? ‘
– tre, padrone ‘
– bene. Vai avanti ‘

Deborah mise le mani dietro la schiena, nella posizione che le avevo indicato.
– spingi indietro le spalle e in fuori le tette –
– sì, padrone ‘ rispose subito, eseguendo
– le gambe leggermente divaricate, diciamo alla larghezza delle spalle. Così, brava. Questa &egrave la posizione che dovrai tenere sempre, se io non ti dirò di fare altrimenti. &egrave chiaro? ‘
– sì, padrone ‘

Mi appoggiai al divano, allargando le gambe.
Da sotto il tessuto leggero dei pantaloni si vedeva che avevo il cazzo duro. Ci appoggiai spra la mano in maniera evidente, carezzandomelo.
La guardai.
Lei mi guardò.
– checcazzo ti guardi? –
Lei distolse lo sguardo.
– mentre sei in posizione non devi guardarmi, devi tenere lo sguardo fisso, nel vuoto –
– sì, padrone ‘
– in posizione! ‘ ordinai.

Deborah si mise accanto a me, incrociò le mani dietro la schiena, spinse in fuori il seno e allargò le gambe, tremando un po’ sui tacchi. Poi alzò lo sguardo e fissò un punto sul muro.
– brava la mia vacca. Perché tu sei’? –
– una vacca, padrone ‘
– solo? ‘
– nnn’ no’ una vacca troia? ‘
– non lo so, non chiedermelo, dimmi cosa sei ‘
– sono una troia vacca, padrone ‘
– e di chi sei? ‘
– sono sua, padrone’ sono la sua troia vacca? ‘
Deborah rispondeva in modo più sicuro, ora.
Aveva capito e proseguiva quasi automaticamente, ma con una piccola espressione di fastidio ogni volta.
Quel fastidio mi piaceva molto.
Decisi di proseguire e divertirmi un po’ così, prima di passare alle cose serie.

– brava, vacca. Ora parliamo –
E mi alzai.
Le andai davanti, guardandole sfacciatamente le tette, dentro la giacca e la camicia.
– spingile in fuori. Di più. Ancora di più –
Deborah spinse indietro le spalle e inarcò la schiena, spingendo più in avanti possibile il seno.
– come cazzo te lo devo dire che mi devi rispondere quando ti do un ordine??? ‘ le urlai in faccia all’improvviso.
Deborah si spaventò, arretrò e alzò istintivamente le mani davanti al viso.
– brutta stupida vacca! ‘ urlai a piena voce, andandole ancora più vicino ‘ mi sono rotto il cazzo. Se non sei abbastanza intelligente da capire una regola semplice come il rispondere ad ogni ordine, che cazzo stiamo qui a fare??? Non hai voglia di avere quel contratto? Bene, basta dirlo. Io non ho voglia di perdere tempo. Dimmelo subito, e ce ne andiamo. Non sono io ad avere bisogno di questo, e non ho bisogno di te per averlo. Rispondi, stupida inutile troia ‘ aggiunsi, adesso a bassa voce, quasi sussurrando.

Ebbi l’impressione che Deborah stesse per darmi uno schiaffo.
O che stesse per piangere, o tutte e due le cose insieme.
Poi chiuse gli occhi, sospirò,deglutì ricacciando un singhiozzo di pianto.

Poi, dopo quasi dieci secondi in cui nessuno si mosse, lentamente riprese la posizione e riaprì gli occhi.

– no ti pre’ la prego, padrone, mi scusi mi scusi starò attenta giuro padrone padrone la prego no –
– ferma ‘ le dissi
– sì, padrone ‘
– rispondi alle mie domande ‘
– sì, padrone ‘
Le girai intorno e mi misi dietro di lei, dove non poteva vedermi, ma immagino sentisse che le guardavo il culo stretto nella gonna.
– quand’&egrave l’ultima volta che hai scopato? –
– tre’ quattro mesi fa ‘
– dove ti &egrave venuto? ‘
– addosso’ –
– perché non in bocca? ‘
– perché non’ non mi piace ‘
– bene. Gli hai dato il culo? ‘
– nnnn’ no ‘
– perché no? ‘
– perché non me l’ha chiesto’ –
– ti piace farti inculare? ‘
Deborah non rispose, ma vidi che tremava leggermente.
Ebbi la netta impressione che più che gli argomenti, fosse la volgarità delle parole usate a ferirla.
Bene, pensai. Interessante.
– ti ho fatto una domanda –
– sì, padrone’ scusi padrone. No, non mi piace ‘
– cosa non ti piace? ‘
– quello’ dietro’ mi fa male ‘
– ‘quello’ cosa? Rispondi alla domanda, sii precisa ‘
Un altro tremito. Un sospiro.
– farmi inculare. Non mi piace –
– fai l’ingoio? Ti piace la sborra?’
– sì’ no ‘
– rispondi bene, o m’incazzo davvero, non sono qui per sentirti farfugliare. Sei o non sei una troia? ‘
– sì padrone ‘
– sì padrone cosa? –
– sì, sono un troia ‘
– e allora parla come la troia che sei. Fai l’ingoio? Ti piace la sborra? ‘
– no, non ingoio’ l’ho fatto qualche volta ma mi viene da vomitare’ non mi piace… ‘
Silenzio.
Deborah sospirò e buttò fuori tutta d’un fiato ‘ non mi piace la sborra, padrone -.
– bhe, peggio per te. Adesso, occupiamoci del tuo vestito. Fila in cucina e prendimi delle forbici –
– sì, padrone ‘
Deborah si allontanò, sculettando goffa sui tacchi e ritornò con le forbici.

– avvicinati –
– sì padrone ‘
Presi le forbici e tagliai la gonna, da sotto in su, proprio nel centro, fino praticamente alla cintura. La feci girare, e feci lo stesso dietro.
Adesso, se Deborah stava dritta e ferma, la gonna si allargava leggermente davanti e dietro lungo i tagli, come se avesse due lunghi spacchi.
– cammina, di nuovo, come prima –
– sì, padrone –

Deborah aveva capito che non appena si fosse mossa, la gonna si sarebbe allargata lungo i tagli, scoprendola davanti e dietro.
Deborah cominciò a camminare e io mi gustai la vista di quel culo, che appariva dalla gonna ad ogni passo, leggermente abbondante ma non troppo grosso, con il minuscolo filo nero del tanga tra le chiappe. Davanti, il tessuto trasparente del tanga faceva intuire il gonfiore della figa.

– posizione ‘ dissi calmo
Deborah si fermò davanti a me, e le gambe divaricate mi facevano vedere bene la strisciolina di pelo sotto le mutande.
La guardai insistentemente, mentre vedevo le sue guance diventare rosse per la vergogna.
– togli la giacca e slaccia la camicia –
Deborah obbedì.
– taglia il reggiseno e toglilo ‘ ordinai dandole le forbici.
Deborah obbedì di nuovo, e attraverso la camicia aperta facevano capolino due tettine di media grandezza, con dei bei capezzoli scuri.

Presi un giornale, ne strappai una pagina, la appallottolai e la lanciai nell’angolo lontano del soggiorno.
– prendilo e riportamelo –
– sì, padrone ‘ disse Deborah, perplessa, muovendo un passo.
– ferma ‘
Deborah si bloccò.
– non così. A quattro zampe. E riportala con la bocca. Fai con calma, voglio godermi la vista del tuo culo mentre vai, e delle tue tette che penzolano mentre torni –
La guardai, in attesa.
Deborah aveva le lacrime agli occhi.
– sì, padrone ‘ sussurrò, e si mise prima in ginocchio, poi a quattro zampe.
Non appena si mosse, la gonna si aprì completamente e io ebbi per la prima volta la visione completa di quel culo, per il quale avevo grandi progetti.
– sculetta di più. agita il culo a ogni passo, troia –
– sì padrone –
Deborah avanzò lentamente, a quattro zampe, con la gonna aperta, le scarpe col tacco e le autoreggenti.
Arrivò alla palla di carta, la prese in bocca e me la riportò, mentre io osservavo le sue tette penzolare a ogni passo.
– brava la mia vacca ‘ le dissi con un sorriso, prendendo la palla in mano ‘a desso, più in fretta!!! ‘ e lancia di nuovo la palla.
Feci quel gioco due, tre, quattro volte.

Avevo il cazzo in tiro ormai da un’ora, e Deborah era passata dall’umiliazione a una rabbia sorda che le leggevo negli occhi.

Mi odiava.
E si odiava per quello che faceva.
Bene.
Era il momento di alzare i livello.

– bene ‘ dissi, quando Deborah mi riportò la palla di carta per la quarta volta ‘ &egrave ora di occuparci della tua punizione. Sei contenta? –
Deborah mi guardò, non sapendo quale fosse la risposta da dare. Poi azzardò ‘ sì padrone ‘
– brava. Andiamo –
Deborah fece per alzarsi.
– chi ti ha detto di alzarti? Cazzo, sei davvero stupida. Non riesci nemmeno a capire le cose più semplici’ e siamo a quattro errori, che fanno quattro punizioni. Andiamo ‘ ripetei, avviandomi verso la camera.

Deborah non si mosse, a quattro zampe, non sapendo cosa fare.
– oh, hai ragione povera vacca’ aspetta aspetta, mi ero dimenticato! ‘ le dissi sorridendo.
Tornai indietro, e dalla borsa presi un collare nero e un guinzaglio.
– Ecco, così potrai venire con me’ – le dissi sorridendo gentile, avvicinandomi per metterle il collare.
Istintivamente, Deborah si ritrasse.
Io feci tre passi allontanandomi da lei, mi fermai con il guinzaglio in mano e il collare che penzolava appeso al guinzaglio.
– hai dieci secondi per venire qui, chiedermi scusa, e metterti il tuo collare. Altrimenti me ne vado –

Deborah mi guardò.
Che visione meravigliosa.
A quattro zampe, sul pavimento, con la camicia slacciata e il seno penzolante, la gonna aperta e il culo in su, il tanga nero, le autoreggenti e le scarpe.
I capelli le incorniciavano il viso.
E lo sguardo, quello sguardo pieno di risentimento, odio, disprezzo, lo sguardo combattuto tra il desiderio di dare ragione all’orgoglio e alla stima e al rispetto di se’, e la consapevolezza di non poterselo permettere.
Avrei voluto avere una macchina fotografica.
D’ora in poi l’averi sempre tenuta a portata di mano.

– ‘due’ tre’ – contai
Deborah abbassò lo sguardo e si mosse.
Arrivò ai miei piedi davanti a me e senza alzare lo sguardò sussurrò ‘ mi scusi padrone ‘
Prese il collare e se lo infilò, chiudendolo.
Io tenevo sempre in mano il guinzaglio.
– andiamo ‘ disi avviandomi. Deborah non era pronta e appena sentii il guinzaglio tendersi diedi uno strattone. Deborah quasi cadde, si rimise a quattro zampe e quasi trottò per stare al mio passo.
– il culo. Muovi sempre il culo come la troia che sei ‘ le dissi
– sì padrone ‘ rispose, agitando il culo.

Arrivammo in camera.
La camera era grande e ben illuminata dalla luce cruda di due alogene.
C’era un grande letto matrimoniale con uno specchio su un lato, e una scrivania con una sedia e un grande specchio sopra la scrivania.
Mi sedetti sulla sedia, con Deborah ai miei piedi.
– alzati –
– spogliati, togli la gonna, la camicia e le mutande ‘ aggiunsi.
Era nuda davanti a me.
– posizione –
Osservai con attenzione la sua figa ‘ aprila ‘ le ordinai, facendo un cenno verso le labbra.
Deborah portò una mano alla figa e con due dita la allargò.
– di più. Con due mani, e spingila in fuori –
Deborah eseguì meccanicamente, mentre io mi godevo il suo sguardo, perso nel vuoto.
– guardami ‘ Deborah mi guardò, mentre mi alzavo e mi avvicinavo alla sua faccia; quando fui a pochi centimetri le sussurrai
‘ ti rendi conto di quanto sei troia? Ti rendi conto di cosa hai fatto finora? E ti rendo conto di quello che verrà dopo? Sei proprio una troia, vero? –
– sì, padrone ‘ sussurrò.
– bene. Adesso occupiamoci della punizione –

Spostai la sedia verso la scrivania, con lo schienale appoggiato contro la scrivania.
Poi la feci inginocchiare sulla sedia, appoggiandola pancia sullo schienale e i gomiti sulla scrivania.
Aveva il culo in su, le tette che penzolavano sopra la scrivania e grazie allo specchio avevo una perfetta visuale della sua faccia e dei suoi occhi.

– hai commesso quattro violazioni, e meriti di essere punita, vero? –
– si padrone ‘
– per oggi, la punizione sarà qualcosa di tradizionale. Per ogni violazione, riceverai quindici colpi sul culo, con uno strumento diverso ogni quindici colpi. I primi quindici saranno sculacciate, poi userò questo, e questo, e questo ‘ dissi, mostrandole nell’ordine una racchetta da ping pong, un frustino da cavallo e una canna di bambù.

Sapevo che era troppo.
Solo in certi film in rete avevo visto usare quegli strumenti per così tanti colpi, con attori e attrici professionisti che, probabilmente, dopo la ‘performance’ ci mettevano settimane a recuperare. E io volevo Deborah ‘aggiustata’ ancora per qualche giorno.
Lo sapevo che era troppo, e infatti avevo altro in mente.

– ad ogni colpo, dovrai dire il numero, poi dire ‘grazie padrone’ e chiedere ‘posso averne un altro’. Tutto chiaro? –
– sì, padrone ‘ rispose Deborah guardandomi nello specchio.
Mi misi dietro di lei e le guardai la figa, era bella, gonfia e liscia, con la pelle delle labbra di un colore leggermente più scuro del resto del corpo.
Il buco del culo era insolitamente piccolo, poco più scuro del resto della pelle.
Lei intuì che la stavo guardando così, e istintivamente strinse le chiappe.
Il mio cazzo ebbe un sussulto nei pantaloni.

Mi avvicinai e mi accostai alla sua sinistra, all’altezza dei suoi fianchi.
– sei pronta? –
– sì padrone ‘
– chiedimi di punirti ‘
– cosa? ‘
– chiedimi, con gentilezza, educazione e rispetto, di punirti. Guardandomi negli occhi. E mi raccomando, devi essere credibile’ –
– per piacere, padrone, potrebbe’ potrebbe essere così’ così gentile’ da punirmi? ‘
– bhe, se proprio insisti’ – risposi.

Il primo colpo fu una meraviglia.
Una poesia, un’opera d’arte.
Non l’avevo ancora toccata, nemmeno con un dito, da quando eravamo arrivati alla villa.
Il colpo fu forte, sulla chiappa destra, a mano piena.
Fece un bel suono, secco.
Io guardavo Deborah nello specchio.
Il dolore così forte era inaspettato, gli occhi si spalancarono e dalla bocca uscì un piccolo urlo.
Le tette fecero un meraviglioso avanti indietro.

Deborah fece per portare la mano sulla chiappa, istintivamente, per massaggiarsi.
– ferma. Non farlo. Se no il colpo non conta. Rimetti a posto la mano –
Deborah ubbidì.
– allora? Non devi dire qualcosa, dopo ogni colpo? –
Deborah chiuse gli occhi.
– No, ad occhi aperti e guardandomi, se no non conta’ – sorrisi
Deborah aprì gli occhi, mi guardò e disse ‘ uno’ grazie padrone’ –
– ‘posso averne un altro?’ – suggerii ‘ forza, da capo –
– uno’ grazie, padrone’ posso averne un altro? –

Non appena finì la frase, la colpii di nuovo, sull’altra chiappa.
Un altro urletto, la mano che fa per andare a massaggiare la chiappa, si ferma e torna a posto
– due’ grazie padrone’ posso averne un altro? –

Arrivammo a quindici.
Il culo di Deborah era bello rosa, con i segni delle mie dita in evidenza.
Gli ultimi colpi erano stati una vera sofferenza, Deborah aveva le lacrime agli occhi e aveva gridato forte.
Presi la racchetta da ping pong.
– pronta? Questa fa male’ – dissi, per farla spaventare
Colpii forte.
Questa volta Deborah gridò davvero e disse ‘ no no basta ti pre’ la prego basta no basta basta –
– ma se non stai nemmeno piangendo’ – sussurrai
– basta, davvero basta’ – disse scuotendo la testa.
– facciamo una cosa. Adesso io ti do un colpo con ciascuno dei tre strumenti, perché tu sappia cosa ti aspetta. Poi, ti farò una proposta. Va bene? –
Deborah annuì, e io feci finta di non accorgermi che la risposta non era stata data nel modo dovuto.

– pronta? Questo lo conosci già’ ‘ le dissi, mostrando la racchetta da ping pong.
Deborah annuì, strinse gli occhi e io colpii.
Gridò di nuovo, meravigliosamente.
– questo, brucerà ‘ le dissi mostrandole il frustino da cavallo.
Deborah tremava e gli occhi iniziarono a lacrimare.
Colpii.
Non troppo forte, sapevo che altrimenti le avrei fatto male davvero.
Ma il colpo la scioccò ugualmente.
Saltò giù dalla sedia, saltellando per il dolore e tenendosi una mano sulla chiappa colpita. Le tette ballonzolavano, tremava e piangeva.

– torna a posto!!!! ‘ le urlai
– no no’ basta farò tutto tutto quello che vuoi no basta ‘
– torna. a . posto. ‘ scandii
Deborah piangeva, singhiozzando.
Il trucco da troia le colava lungo la faccia.
Era una meraviglia.
Si arrampicò di nuovo sulla sedia.
Tramava di dolore e paura.
– chiedimelo –
Singhiozzava.
– chiedimelo!!! – urlai
– per piacere’ padrone’ posso averne un altro? ‘

Presi il bambù.
Lo agitai nell’aria.
– questo farà davvero, davvero male’ – le dissi guardandola negli occhi.
Il colpo fu secco, con poca forza, ma sufficiente per farla schizzare in piedi urlando e piangendo.
Aspettai.

Quando si fu un po’ calmata, la rimisi sulla sedia, in posizione.
– adesso ascoltami. Ecco la proposta. Sei pronta? –
Deborah annuì, disperatamente. Avrebbe fatto qualsiasi cosa, per evitare altri colpi.
– allora, adesso io faccio partire il cronometro ‘ le dissi indicando il telefono ‘ che suonerà ogni trenta secondi. Ogni trenta secondi, io ti darò un colpo, fino alla cifra prevista dalla tua punizione. A meno che’ –
– a meno che? ‘ chiese lei
– a meno che tu non mi convinca a incularti ‘
– co’ co’ come? ‘ balbettò
– devi chiedermelo. Pregarmi. Supplicarmi di incularti. Devi essere convincente. Devi farmi capire che essere inculata da me &egrave la cosa che desideri di più al mondo. Devi contorcerti, urlare, allargare le chiappe con le mani, mostrarmi il tuo buco del culo’ insomma, io non ho nessuna voglia né intenzione di incularti, voglio andare avanti a punirti, voglio rovinarti, voglio frustarti a sangue’ questo &egrave ciò che voglio fare. Ma se proprio ci tieni, ad essere inculata, posso farti questo piacere’ ma devi essere davvero convincente’ – sorrisi

Deborah mi guardava scuotendo la testa.
– hai capito? –
– sì’ – sussurrò
– e? ‘
– va bene’ –
– va bene? ‘
– va bene, padrone’ –

– bene. Allora siamo d’accordo. Quando parte il cronometro, puoi iniziare. Ogni trenta secondi, finch&egrave non mi convinci, io ti darò un colpo della punizione. Pronta? Tre’ due’ uno’ via!!!! -.
Silenzio.

Deborah restò in silenzio, in ginocchio sulla seggiola, appoggiando la pancia sullo schienale, rivolta verso lo specchio, le braccia sulla scrivania.
Indossava solo autoreggenti nere, scarpe nere con tacco a spillo, il collare e il guinzaglio, appoggiato sula scrivania.

Io ero in piedi, alla sua sinistra, appena dietro di lei.
In mano, la racchetta da ping pong.

Sulla scrivania, sul display del telefono il timer procedeva il suo conto alla rovescia, da trenta a zero.

Deborah mi guardò, riflessa nello specchio.
Ha gli occhi rossi per il pianto, e il trucco &egrave colato lungo le guance.

I secondi passano.
Siccome io sto zitto, e sono fermo, Deborah provò a dire qualcosa.

– io non’ non ho’ cosa devo’? –
Io non le risposi, non la guardai nemmeno.
– cosa’ cose devo dire? ‘ ripet&egrave guardadomi
Io, di nuovo, non risposi.
– non ho capito cosa’ –

PLIN!
Suonò il telefono, il timer arrivato a zero.
Io, all’improvviso, senza alzare lo sguardo, dire nulla o cambiare espressione alzai la mano con la racchetta e colpii il culo di Deborah nel mezzo, tra le due chiappe.

Forte; non troppo, ma abbastanza.
Non voglio farle male, non ho nemmeno voglia di continuare a colpirla, ma questo dolore mi serve per convincerla a fare ciò che desidero davvero da lei.

Deborah gridò e si portò le mani al sedere.
– se non conti, non ringrazi e non ne chiedi un altro, questo non conta, ti ricordi? ‘ chiesi con voce monotona, come se stessi spiegando qualcosa di noioso e banale.
– no’ sì’ – balbettò Deborah; l’interruzione e i miei discorsi devono averle fatto perdere la concentrazione.
– stai perdendo tempo ‘ dissi con lo stesso tono monocorde, mentre toccavo lo schermo del telefonino e faccio ricominciare il timer.
– trenta secondi ‘ annunciai freddo.
– aspetta aspetta’ aspetti!!! Aspetti!!! No no no’ uno!!! Cio&egrave’ due!!!! Due, grazie padrone, posso averne un altro??? ‘ disse tutto d’un fiato, guardandomi nello specchio e facendo di ‘no’ con la testa.

&egrave troppo sotto pressione, non progredisce.
Devo darle una spintarella.

– allora, cosa hai deciso? –
– cosa? Deciso cosa? ‘ mi chiese agitata.
– uff’ – sbuffai, fingendomi stanco e seccato, e allungai la mano fermando il timer del telefono.

Questo gesto, lo vedo nello specchio, tranquillizza Deborah, perché sa che finch&egrave non farò ripartire il timer avrà tempo per cercare di capire in quale modo potrà evitare altri colpi.

– allora ‘ aggiunsi, con il tono più annoiato e deluso che posso ‘ te lo rispiego, l’ultima volta. Sei pronta? –
– sì ‘ rispose annuendo
Io, taccio e allungo la mano verso il telefono.
&egrave importante, mi dico, farle capire che di tutto quello che accade sono io, e solo io, ad avere l’assoluto controllo.
– sì padrone padrone sì padrone!!! ‘ disse subito Deborah, scuotendo la testa ‘ mi scusi padrone –
– questo vale un colpo in più. Da ora in avanti, ogni errore sarà punito. Chiaro? ‘
– sì, padrone ‘
– bene. Per completare la punizione, dovrei ancora darti’. Vediamo, quattordici colpi con questa ‘ dissi mostrandole la racchetta da ping pong ‘ e poi altri quattordici con quest’altra – aggiunsi indicando la canna di bambù.
– però, poiché mi sembra di aver capito che queste punizioni siano molto difficili da sopportare per te, ti ho proposto una possibilità. Hai capito quale? ‘

Deborah mi guardò riflesso nello specchio e annuì ‘ sì, padrone –
– e sarebbe? – chiesi
– di’ di’ prendermi da dietro’ –
– no, non ci siamo. Prima di tutto, usa le parole giuste’ riprova, altrimenti faccio ripartire subito il tempo ‘ dissi, facendo un cenno al timer. Bastò questo perché Deborah abbassasse gli occhi e dicesse, a bassa voce
– di incularmi ‘
– non ho sentito ‘
– di incularmi ‘ ripet&egrave, questa volta ad alta voce.
– guardami mentre lo dici ‘
Deborah alzò gli occhi, mi fissò nello specchio e ripet&egrave ‘ di incularmi ‘

Adoravo lo sguardo pieno di vergogna che faceva quando la obbligavo a usare certe parole.

Era lì, nuda, vestita da troia, con il culo in su, con i segni delle sculacciate e le righe rosse lasciate dalla canna di bambù, il trucco colato e le tette che ballavano a ogni suo movimento, e ancora si vergognava e imbarazzava a usare certe parole.
Questo era un aspetto da tenere in considerazione.

– bene. Ma l’offerta non era semplicemente di incularti, vero? –
– no, padrone ‘
– qual era l’offerta che ti ho fatto? Rispondi esattamente, se no la finiamo qui di chiacchierare e ricominciamo con la punizione’ –

– di convincerla a’ –
– guardami ‘ Deborah aveva di nuovo abbassato gli occhi. Li alzò di nuovo, e mi guardò con uno sguardo vuoto.

Riuscivo a vedere che aveva superato la fase della rabbia, e si stava avvicinando alla decisione di fare il possibile per far finire il tutto prima possibile, a qualsiasi costo.
Bene.

– di convincerla a’ – ancora un sospiro ‘ di convincerla a incularmi, padrone –
– meglio. Insomma, devi pensare che io non ho nessuna voglia di scopare quel tuo grosso culo, e che preferirei continuare a punirti, per vedere quanto dolore riesci a sopportare’ ma se mi convinci, posso lasciar perdere e incularti. Ci siamo? &egrave tutto chiaro? ‘
– sì, padrone, &egrave chiaro ‘
– oh, bene. Adesso riparte il timer’ siccome sono buono, ripartiamo da trena. Tre, due, uno’ via ‘
Toccai lo schermo del telefono.

Deborah mi guardò nello specchio.
Io sorrisi e dissi ‘ comincia ‘

– padrone’ mi’ Mi inculi, padrone. Mi inculi, mi inculi, padrone. Per piacere, mi inculi’ – ripet&egrave Deborah con voce piatta e lo sguardo vuoto.
Io rimasi fermo.
– mi inculi, padrone, mi inculi’ – ripet&egrave ancora.

PLIN! Suonò il timer del telefono.
STACK! Fece la racchetta da ping pong colpendola.
Non la colpii forte, ma la sorpresa le tolse il fiato. Mi guardò con gli occhi spalancati.

– devi essere convincente ‘ dissi ‘ se ripeti come un pappagallo ‘mi inculi mi inculi’ come hai fatto adesso, non mi viene nessuna voglia’ impegnati!!! –
– sì, padrone’ ma io’ –
– per esempio, perché vuoi che ti inculi? ‘
– per’ perché’ per la punizione’? ‘
– No!!! Tu vuoi che io ti inculi perché a) sei una troia, b) adori prendere cazzi in culo, c) il tuo culo &egrave bollente tanta voglia hai che te lo scopi. Questo &egrave un esempio’ vuoi provare? Io intanto faccio ripartire il timer ‘
– sì’ padrone’ –
Deborah sospirò.
Io toccai lo schermo del telefono.
Deborah comnciò
– padrone mi scopi il culo’ mi inculi padrone’ sono una troia, padrone’ –
– bene ‘ sussurrai, come se le stessi suggerendo durante un’interrogazione ‘ ti piace’ –
– mi piace farmi inculare ‘
– il tuo culo com’&egrave? ‘ sussurrai complice
– &egrave caldo’ il mio culo &egrave caldo’ –
– adesso tutto insieme ‘
– mi inculi padrone ‘ disse Deborah guardandomi nello specchio ‘ mi inculi sono una troia mi inculi mi piace il cazzo nel culo padrone il mio culo &egrave caldo’ –

STACK!!!!
Un altro colpo con la racchetta.
Deborah gridò.
– conta ‘ le dissi, secco.
– tre’ grazie padrone’ posso avere un altro? ‘ ripet&egrave meccanicamente, aggiungendo ‘ ma stavo’ –
– stavi, stavi, ma non eri convincente. Non ci metti cuore’ anzi, culo’ hahaha l’hai capita? No, eh? Vabb&egrave’ ascoltami, vacca ‘ il suo viso si contorse in una smorfia quando mi sentì usare quel termine non come un insulto, ma proprio come se fosse il suo nome ‘ ripeto, convincimi. Supplica, chiedi, urla, agita il culo, allarga e stringi il buco’ mettici fantasia, passione’ Via!!! ‘ e toccai di nuovo il telefono.

Deborah chiuse gli occhi.
L’idea di essere colpita ancora la terrorizzava, lo vedevo.
Era pronta per impegnarsi, sul serio, questa volta, a convincermi a incularla.

– padrone mi scopi il culo’ sono una troia, una vacca’ la supplico padrone, mi inculi mi inculi’ ho voglia, padrone’ il mio culo &egrave caldo e stretto’ mi inculi padrone –
– muoviti ‘ le dissi
Deborah iniziò ad agitare il culo a destra e sinistra, avanti e indietro.
– continua –
– padrone mi inculi mi inculi padrone ho voglia ho bisogno del suo cazzo nel mio culo ‘ disse Deborah, agitando il culo ancora di più
– stringi e allarga il buco, fammi vedere come lo fai ‘
Deborah inarcò la schiena e il suo piccolo buchetto si strinse ancora di più, quasi sparendo lasciando intravvedere solo un puntino nero, per poi rilassarsi e far allargare appena appena il buco.
– parla. E allargati le chiappe con le mani –

Deborah fece tutto.
Si prese le chiappe con le mani, allargandole, mentre agitava il culo a destra e sinistra, stringendo e allargando il buchino, mentre mi supplicava di incularla.

PLIN!!!
Fece il timer.
Deborah si bloccò, guardandomi terrorizzata.
Io rimasi fermo un secondo, gustandomi l’istante e il suo sguardo.
– continua. Guardami. E grida ‘ le dissi.

Deborah era così felice di non essere più colpita che quasi mi sembrò sul punto di ringraziarmi davvero, e non per obbligo.
Ricominciò a muoversi, e a supplicarmi di incularla.

Lo gridò.
Guardandomi nello specchio, gridò supplicando che la inculassi.
– più forte – dissi
e Deborah gridò, urlo ‘mi inculi padrone mi inculi la supplico mi inculi’ con tutta la voce che aveva.
– continua. Ancora –
Mi scostai, per osservarla da lontano, e per godermi quello spettacolo meraviglioso.

La feci continuare fino al PLIN!!! successivo.

– zitta. Ferma –
Deborah si fermò, guardandomi spaventata mentre mi avvicinavo a lei.
Mi misi accanto alla sua faccia, sussurrandole nell’orecchio – davvero vuoi che ti inculi? –
Deborah tremò, nel sentirmi così vicino e al tono confidenziale e dolce che avevo usato
– sì’ padrone –
– bene, se proprio insisti, allora va bene. Mettiti sul letto, a quattro zampe. Sul bordo, con la faccia rivolta verso lo specchio e il culo che sporge –
Deborah si alzò dalla sedia, e istintivamente le mani corsero verso le chiappe, rosse e con le strisce rosse.
Io feci un piccolo cenno di ‘no’ con la testa. Lei si fermò, e prese la posizione che le avevo ordinato.

Mi allontanai, e mi tolsi scarpe e pantaloni.
Tenni i boxer, attraverso i quali si vedeva il cazzo già duro.
Deborah mi guardava dallo specchio.

Mi avvicinai a lei.
– avanti ‘ le dissi
Deborah mi guardò senza capire.
– continua a chiedermelo. Chiedimelo finch&egrave non sarò dentro al tuo culo. E mentre ti inculo, voglio che tu goda come se stessi avendo il più grande orgasmo della tua vita, voglio che tu goda, che mi chieda di scoparti di più e più in fretta, perché il cazzo in culo non ti basta mai. Chiaro? –
– sì, padrone ‘
rispose Deborah, automaticamente.
– bene. Comincia –

E Deborah ricominciò.
A chiedere, a supplicare che la inculassi.
Agitando il culo e allargandosi le chiappe con le mani.
Aveva imparato proprio bene.

Mi tolsi i boxer, facendo attenzione che mi vedesse nello specchio.
Mi presi il cazzo in mano e mi misi dietro di lei.
Deborah si azzittì, istintivamente, temendo quello che stava per succedere.
Senza cambiare espressione o muovermi, le diedi una sculacciata con la sinistra, mentre la destra teneva in mano il cazzo.
– continua. Non ti ho detto di smettere, vacca –
Era importante che capisse, in quel momento, che rischiava di rendere inutile tutto ciò che aveva sopportato, se non avesse eseguito tutto quello che ordinavo.

Deborah ricominciò.

Io appoggiai il cazzo al suo buco, piccolo e scuro.
Con un po’ di pressione, vidi il buco del suo culo quasi sparire, spinto dentro dalla mia cappella.
L’anello dello sfintere mi stringeva la punta del cazzo, mentre spingevo.

– adesso puoi cominciare a godere –
le dissi, assestandole un’altra pacca sul culo.

Non ci credevo nemmeno io, ma Deborah aveva davvero deciso di andare fino in fondo alla cosa e finirla il prima possibile.

Man mano che spingevo e mi facevo largo nel suo culo, Deborah iniziò a far finta di godere, mugolando e sospirando.
Il mio cazzo era sempre più duro, mente il canale del culo diventava via via più largo e io potevo cominciare a scoparla regolarmente avanti e indietro, con forza.

– ringraziami, adesso ‘ le dissi, sculacciandola per sottolineare l’ordine ‘ guardandomi –
– grazie padrone grazie per incularmi’ aaaahh’ – gemette di dolore quando le diedi un colpo spingendo il cazzo più in fondo
– grazie padrone grazie ohhh sì ooooh così ‘

Andai avanti un po’, facendole dire tutto quello che mi veniva in mente.
Deborah ubbidì senza protestare.

Ad un certo punto, smisi di spingere, con il cazzo spinto fino in fondo al suo culo.
Mi chinai, le afferrai una tetta che penzolava e le strinsi un capezzolo, piano all’inizio e poi sempre più forte.
– sai perché faccio così? ‘ le chiesi con aria indifferente
– no’. Aaaaaaahi’. No padrone non lo so’. Ahhhhi’ –
– perché quando ti faccio male, stringi il culo’ vuoi che smetta di farti male? ‘
– sì padrone ti pre’ la prego’ non mi faccia più male’ aaaaaaahi’ –
– e allora stringi il culo’ massaggiami il cazzo con il tuo culo ‘

Deborah cominciò a stringere e rilassare il culo attorno al mio cazzo, mentre io le tenevo un capezzolo in mano, decidendo con la forza della pressione se dovesse stringere o rilassare i muscoli del culo.

– adesso basta ‘ le dissi ‘ ho voglia di venire –
Deborah mi guardò, sollevata.
– scegli tu’ in culo o in bocca? –
Deborah mi guardò, senza rispondere.
SCIAFF!!
Uno schiaffo sul sulo.
– culo o bocca? –
SCIAFF!!!
Un altro schiaffo sul culo.
– culo o bocca?? –
SCIAFF!!

Deborah non ci mise molto a capire: finch&egrave non avesse scelto, avrei ripetuto la domanda molte altre volte, accompagnandola con una sculacciata.

– cullo!!! Culo!!!! ‘ gridò dopo la quarta sculacciata.
– e culo sia. Chiedimelo, però’ –
– padrone, per piacere, potrebbe venirmi nel culo? ‘
– però, stai imparando, brava vacca’ ma, sai cosa fanno le vacche, quando vengono montate? Proprio prima che il toro che le monta venga, sai cosa fanno le vacche??? ‘
– no’ no padrone, non lo so’ –
– muggiscono. E tu cosa sei? ‘
– una’ vacca, padrone ‘
– e allora ‘ dissi, cominciando a spingere con forza, allargandole le chiappe con le mani il più possibile, e dandole un ennesimo schiaffo sul culo ‘ e allora inizia a muggire, vacca!!!!! ‘

Fu bellissimo.

La inculai ancora, non so se per un minuto, cinque, o dieci.

Confesso che persi il conto.

Io la inculavo, e lei muggiva, e mentre muggiva iniziò a piangere, e io la sculacciai ancora, allora la feci muggire più forte, la inculai, e lei pianse, e io la sculacciai, e lei ricominciò a muggire e ancora e ancora’ e le venni nel culo, come le avevo promesso, gridando, e caddi sul letto, accanto a lei.

La guardai e le sorrisi, dolcemente.

Ero sfinito.

Stanco, ma felice.

Deborah era ancora nella stessa posizione, a quattro zampe, col culo in alto.

Presi il guinzaglio, che pendeva sul letto, attaccato al collare, e gentilmente tirai, facendola sdraiare.

Lei lentamente si mise giù, sdraiandosi su un fianco e dandomi le spalle; portò una mano sul sedere, tastandosi con cautela il buco
Io non lo vedevo, ma immaginavo quello che avrebbe sentito.
Il muscolo dell’ano, di solito teso e duro, contratto, sarebbe apparso rilassato e morbido al tatto, e molto più caldo e sensibile di quanto sia di solito.

Infatti, Deborah si irrigidì quando le sue dita sfiorarono il suo buco.

– non preoccuparti, passerà in fretta. L’indolenzimento e la sensazione di essere ‘aperta’ passeranno in pochi minuti, il dolore forse resterà un po’ di più, magari quando andrai in bagno’ ma non &egrave nulla di irreparabile o di grave’ –

Deborah non disse nulla, e ritrasse la mano, come se non volesse condividere con me quel momento di intimità.

– sei stata brava ‘ le dissi, accarezzandole una natica.
Quel tocco la fece irrigidire.
– girati, guardami ‘ aggiunsi, tirando leggermente il guinzaglio.

Deborah si girò sull’altro fianco, girando il viso verso di me.

A metà del movimento, fece una smorfia e disse ‘ah!’, portando la mano al culo; probabilmente una fitta quando si era mossa’ oppure sentiva un liquido che le colava fuori, e immaginando cosa fosse, non sapeva decidere se fosse peggio trattenerlo dentro di se’ o lasciarlo uscire’ ebbi la tentazione di utilizzare questo momento per infliggerle qualche altra umiliazione, e alcune immagini molto interessanti mi si formarono in mente’ ma no, decisi, non devo esagerare, ora &egrave il momento di rallentare.

Devo farla respirare, devo farle capire che questo tempo &egrave come un’onda, che sì, ci sono dei momenti molto difficili, molto duri fisicamente o mentalmente, ma che alla fine le darò il tempo di recuperare, di capire che tutto questo &egrave possibile sopportarlo e superarlo.

Devo premiarla, e prepararla a quello che verrà.

E, soprattutto, devo rinsaldare la sua consapevolezza sui motivi per i quali sta sopportando tutto questo.

– sei stata brava, davvero – ripetei
Deborah scosse la testa, e gli occhi le si riempirono di nuovo di lacrime.

– sei stata brava. Ti ha fatto molto male? –
Deborah annuì, e le lacrime ripresero a scendere dai suoi occhi. Fece per dire qualcosa.

– sssssssh’ – la fermai ‘ ascoltami, &egrave importante che mi ascolti, adesso. Lo so, non capisci perché io abbia fatto quello che ho fatto, o perché ti abbia fatto fare quelle cose’ ascoltami, non devi capire, non &egrave importante. Ricorda solo perché –
Deborah mi guardò, trattenendo un singhiozzo.

– ascolta, stai per cambiare la tua vita, e questo &egrave il prezzo da pagare. &egrave giusto? Non lo so. Sono buono, perché ti sto dando la possibilità di cambiare la tua vita per sempre, o sono cattivo, perché ne sto approfittando? No so nemmeno questo, e, ascoltami, nemmeno questo &egrave importante. L’unica cosa che conta, adesso, sono le scelte che ognuno di noi ha fatto, e farà. Mi ascolti? ‘ le chiesi, con dolcezza.

Lei annuì.
– brava. La mia, di scelta, &egrave di continuare con te, qui, per il tempo che abbiamo deciso, a farti e farti fare cose come quelle di prima. Questa scelta &egrave mia, e solo mia. Non puoi cambiarla. &egrave così, e basta. Non devi capirla, non devi pensare ai perché, devi solo accettarla, va bene? –
Deborah annuì, ancora.

– e poi c’&egrave la tua, di scelta. La scelta, che farai adesso, e ogni minuto, ogni secondo per i prossimi giorni. La scelta se accettare di pagare il prezzo della tua nuova vita, o rinunciare. Adesso questa scelta diventa ancora più importante, perché fino a poche ore fa non sapevi nulla di cosa ti avrebbe aspettato, ma adesso lo sai, e lo puoi immaginare ‘ feci una pausa
– &egrave adesso, che devi fare la tua scelta, quella vera. Non ieri. Adesso. Ma aspetta, prima rispondi alle mie domande –

Deborah mi guardò, senza dire nulla.

Proseguii.
– ti ho fatto male? –
– sì’ – disse Deborah –
– tanto ‘ dissi; non una domanda, un dato di fatto.
Deborah annuì, senza rispondere.

– ma non troppo ‘ aggiunsi, ancora come un dato di fatto – male, forse molto male, ma non troppo. Infatti puoi sopportarlo. L’hai appena fatto. Puoi farlo ancora ‘ di nuovo, senza chiedere conferma: la stavo semplicemente informando.

– pensaci ‘ aggiunsi ‘ ti ho fatto ‘abbastanza’ male, a sufficienza per ottenere quello che voglio io, e non troppo da impedirti di darmelo. Deborah ‘ aggiunsi, usando per la prima volta il suo nome, facendola quasi sussultare ‘ del tuo dolore, del tuo ‘male’, me ne occuperò io. Considera questo, per la tua scelta –

– ti sei sentita umiliata, ferita, svuotata? –
Ancora un cenno di assenso, con gli occhi bassi.
– però ascoltami. Per superarlo,devi capire questo. Non &egrave successo nulla, nulla contro la tua volontà. Tutto quello che &egrave successo, quello che hai fatto, quello che ti ho fatto fare’ l’hai accettato, possiamo dire che in un certo senso hai scelto tu di farlo. &egrave vero? –
– sì, ma io’ – provò a dire con un tono duro, quasi violento
– aspetta, aspetta. Lascia stare rabbia, risentimento e dolore, per un minuto. Hai accettato tutto. Hai avuto sempre tu il controllo. Sei d’accordo? ‘

Deborah prima scosse la testa, poi abbassò gli occhi e annuì, appena.

– adesso, allora, ascoltami. Il dolore fisico &egrave stato tanto, ma l’hai sopportato, e non ti &egrave successo nulla che non passerà dopo qualche giorno. Lo so io, e lo sai anche tu. Per l’umiliazione e la rabbia, hai deciso tu che quello che facevi era un prezzo adeguato per la tua nuova vita, e hai deciso di andare avanti perché ne valeva la pena. D’accordo? –

Deborah annuì ancora, abbassò gli occhi e sospirò.

Non era stupida, e aveva intuito a quale conclusione sarei giunto.

– bene. Allora, te lo chiedo, ancora. Andiamo avanti? Se non ce la fai, la finiamo qui e ognuno se ne va per la propria strada? Decidi tu-
– no ma io non’ –
– no no no ‘ la interruppi alzando una mano ‘ la regola non &egrave cambiata’ o sì, o no. O ci stai, o non ci stai. Sì, contratto. No, niente contratto. Facile, semplice, diretto. Pensaci, mentre vado a prendermi una birra. Ma non ti alzare, resta nel letto –

Mi alzai io, invece, e nudo com’ero andai lungo il corridoio, in cucina, presi una birra dal frigo e ritornai in camera.
Deborah era ancora nel letto, ma si era coperta con le lenzuola.

Io rimasi in piedi, nudo; presi un sorso dalla birra, la guardai.

– allora? – chiesi

Deborah mi guardò.

Era bellissima.
Bellissima nel suo avere un volto ordinario, non brutta, carina, normale.
Bellissima nei suoi trenta e qualcosa anni.
Bellissima nel suo fisico attraente, appena un po’ sovrappeso.
Bellissima nel suo trucco da supermercato, colato lungo le guance per le lacrime.
Bellissima nel collare che aveva al collo e nel guinzaglio che era attaccato.
Bellissima nel suo pudore che la faceva coprire con il lenzuolo, vergognandosi della sua e della mia nudità, anche dopo tutto quello che era successo.

Bellissima nel suo essere normale, nella sua rabbia, nella sua impotenza, nel suo dubbio.

– sì ‘ sussurrò in un sospiro.

Bellissima nel suo essere mia.

– bene ‘ dissi io, sedendomi sulla sedia, con la birra in mano.

– allora, in posizione ‘ ordinai.
Deborah mi guardò.

Era sdraiata, a letto, su un fianco.
Si era tirata addosso il lenzuolo, ma immaginavo che sotto fosse ancora nuda, eccezion fatta per le autoreggenti e le scarpe.
Al collo portava ancora il collare e il guinzaglio.
Io ero sdraiato accanto a lei, nudo.

– avanti, non voglio ripetermi. Alzati e mettiti in posizione –

Deborah spostò il lenzuolo con una mossa decisa e con un sospiro si alzò in piedi, davanti al letto.
Allargò le gambe, mise le braccia dietro la schiena e si afferrò gli avambracci.
Spinse in fuori il seno e rimase così, con lo sguardo fisso verso un punto del muro.

Ebbi modo di guardarla con calma, da vicino, e mi presi tutto il tempo.
Osservai i suoi seni, piccoli ma non minuscoli, con i capezzoli piccoli e scuri.
La vita stretta, malgrado l’accenno di adipe sulla pancia.
La fica rasata, con le grandi labbra pronunciate, strette sulla fessura, e la striscia di pelo sul monte di Venere.
Le cosce, strette dalle autoreggenti.
Le spalle diritte, ma non da sportiva.
Un bel collo, non lungo ma nemmeno tozzo, impreziosito dal guinzaglio.

– hai bisogno di lavarti? –
– sì, padrone ‘ rispose Deborah
– allora andiamo –
Deborah fece per muoversi ‘ aspetta ‘ ordinai.
Mi alzai, presi in mano il guinzaglio – adesso andiamo ‘ e mi avviai.
Deborah mi seguì, ticchettando sui tacchi.
Passammo davanti ad uno specchio e mi fermai, così anche lei si bloccò.
Mi gustai il riflesso di me, nudo, con in mano il guinzaglio a cui &egrave attaccata una donna, nuda anche lei, in autoreggenti e tacchi a spillo.

– come siamo belli’ non trovi? ‘ le chiesi
Lei girò la testa e guardò il nostro riflesso.
Sono sicuro che non le piacque ciò che vide, perché colsi una contrazione delle sue spalle, come un moto di ribrezzo, e distolse subito lo sguardo.
– sì, padrone ‘ disse con tono monotono.
– non so’ – dissi dubbioso, guardando l’immagine nello specchio ‘ non so se ti preferisco così o a quattro zampe’ tu che ne dici? –

Non che mi interessasse la sua opinione. &egrave che non potevo e non volevo ricominciare subito con qualcosa di ‘fisico’, temevo che cambiasse la sua decisione di proseguire: avrei invece aumentato la pressione psicologica, dandole delle prove da superare. &egrave più facile restare saldi nelle proprie scelte quando l’unica parte del corpo che deve obbedire &egrave la mente.
Quando avessi capito che la sua mente si era convinta, avrei di nuovo preso possesso anche del corpo.

– non’ non so’ padrone ‘ rispose sussurrando
– dai, dimmi! ‘ la incitai con il tono di chi chiede se preferisca una sciarpa o un’altra ‘ dimmi, come ti preferisci? Così in piedi o a quattro zampe?? –
– padrone’ io’ in piedi padrone ‘ rispose alla fine, quasi sbuffando, con un tono infastidito e forse rabbioso.
Era il momento di stringere un po’ la corda.

– non rispondermi più con quel tono. Questo ti costerà una punizione ‘ alla parola ‘punizione’, Deborah si irrigidì: il ricordo di quello che era successo in camera era ancora fresco, come i segni rosi sul suo culo.
– sì’ scusi padrone non volevo’ –
– ecco, questo tono va meglio. Siccome sei stata maleducata, intanto mettiti a quattro zampe. Subito ‘
– sì padrone ‘
rispose Deborah, e lentamente si abbassò appoggiando prima le ginocchia poi i palmi delle mani.
– tieni alta la testa, voglio vederti in faccia –
– sì padrone ‘ rispose, alzando la testa.

– andiamo ‘ dissi, e mi avviai verso il bagno, seguito da Deborah a quattro zampe, al guinzaglio.
Arrivammo in bagno e la feci alzare.
– forza, avanti ‘ le dissi, facendo un cenno verso bidet e water.
Deborah non si mosse, e mi guardò.
– vorresti che me ne andassi? ‘ le chiesi stupito
– sì, padrone’ io non’ io devo’ ‘ e fece un cenno verso il water
– muoviti, fai quello che devi e in fretta. Subito ‘ dissi
Deborah abbassò la testa e si avvicinò al water.
Si sedette, mentre io prendevo un accappatoio e lo indossavo.
Sedersi sul water doveva averle fatto sentire una fitta, perché contrasse la faccia e fece ‘ahi’.

– cazzo, ti ho proprio sfondato il culo, eh? ‘ le chiesi sorridendo. Sapevo ormai che l’uso di termini crudi e volgari, quando riferiti a lei, la feriva. Lo feci apposta.
– rispondi! ‘ le intimai
Deborah sospirò, prese forza e disse senza guardarmi ‘ sì, padrone –
– no no no, così non vale’ lo sai come devi fare’ forza, riprova ‘ le dissi avvicinandomi.
Mi misi i piedi accanto a lei, seduta
– sì padrone – cominciò
– guardami’ – le suggerii
lei alzò gli occhi e mi guardò negli occhi ‘ sì padrone, mi ha sfondato il culo ‘
Lo disse guardandomi negli occhi con uno sguardo di sfida, ma la soddisfazione e il piacere che ne trassi furono meravigliosi.

Deborah finì di lavarsi e si alzò.
– mettiti qui ‘ le ordinai
lei si mise accanto a me.
Mi misi in piedi davanti al water, e pisciai.
L’idea era solo di trasmettere a Deborah la sensazione che la considerassi un ‘oggetto’, una ‘cosa’, per la quale non provavo alcun imbarazzo e alla presenza della quale mi comportavo in assoluta libertà.
Però, mentre ero lì con il mio cazzo in mano e il getto che usciva, mi venne un’idea.
Era un tentativo, un colpo alla cieca, ma ero curioso di vedere come avrebbe reagito, volevo studiare la sua reazione: magari ne poteva uscire qualche cosa di interessante.

Finii di pisciare, ma non pulii il cazzo né lo sgrullai.
– in ginocchio, qui ‘ le dissi
Deborah obbedì senza esitazione, inginocchiandosi accanto a me.
Non aveva idea di cosa avessi in mente, evidentemente.
Bene.
– non lì. Mettiti qui ‘ dissi, prendendola per il collare e tirandola.
La feci spostare fino a che si trovò in ginocchio, alla mia sinistra, perpendicolare rispetto a me. La tirai ancora, facendola avvicinare il più possibile fino a che la sua spalla destra non toccò la mia coscia.
La sua testa era all’altezza del mio cazzo, sulla sinistra. Deborah mi guardava, senza capire cosa sarebbe venuto dopo.

– puliscimi – ordinai
Deborah mi guardò con gli occhi dubbiosi, non capendo.
– il cazzo. Puliscimi il cazzo –
Deborah mi guardò il cazzo, lì a pochi centimetri dalla sua faccia, che io ancora tenevo in mano dopo aver pisciato.
– sì, padrone ‘ disse, allungando una mano verso la carta igienica.
– furbetta’ – sorrisi, tirando il guinzaglio per allontanare la sua mano dalla carta igienica.
– non con quella ‘ dissi indicando la carta ‘ con la bocca ‘ spiegai, tirando con il guinzaglio la sua faccia verso il mio cazzo.
– nnnn’. No’ per piacere’ non voglio’ – mi disse.

La repulsione, l’imbarazzo e l’umiliazione che lessi nei suoi occhi e nel tono con cui mi rispose mi fecero capire che avevo ragione.
Il mio colpo alla cieca aveva colpito l’obbiettivo: quella, era una cosa che Deborah avrebbe fatto molta, molta fatica ad accettare.
Non sono un grande fan delle pratiche di pissing o delle golden showers, ma l’effetto che anche solo il mio ordine aveva avuto su Deborah mi fece decidere di metterla alla prova.

– puliscimi. Con la bocca. Adesso. O vattene via. Non ci saranno punizioni o altre possibilità. Deciditi, e fallo subito ‘ sussurrai, insistendo sul tono minaccioso e tenendo sempre in tensione in guinzaglio, così che avesse la sensazione di non potersi né alzare né allontanare.

Deborah rimase ferma.
Distolse lo sguardo e restò ferma.
Poi, impercettibilmente, vidi le spalle e il collo rilassarsi.
Leggermente ma con fermezza tirai il guinzaglio avvicinandole la testa la mio cazzo.
Quando fu davanti al cazzo, aprì la bocca e chiuse gli occhi.
– no ‘ dissi, tirando il guinzaglio per fermarla.
– con gli occhi aperti, guardandomi – spiegai.
Deborah aprì gli occhi e mi fissò.
Il suo sguardo non aveva più rabbia, ma tristezza e rassegnazione.
Era il momento di insistere e sfruttare fino in fondo la sua decisione di arrendersi.
– prima pulisci la punta con la lingua ‘ spiegai, tenendo sempre in tensione il guinzaglio ‘ poi continua leccando tutto intorno, finch&egrave non &egrave tutto pulito ‘ aggiunsi, rilasciando appena il guinzaglio.

Si era arresa.
Lo capii perché non appena sentì il guinzaglio ammorbidirsi non si allontanò, ma immediatamente, anche se con lentezza, si avvicinò al cazzo.
– la lingua. E guardami ‘ ripetei.

Deborah mi fissò, e tirò fuori la lingua.
Io le porsi il cazzo, e lei cominciò a leccarne la punta.
Aveva la lingua liscia e calda.
– piano. Lentamente ‘ dissi, tendendo leggermente il guinzaglio ‘ devi sentire il sapore –
Deborah rallentò, dandomi delle lunghe leccate alla punta del cazzo, pulendolo dalle gocce di orina.
Guidandola con una leggera pressione su guinzaglio, la feci muovere facendole leccare tutta la cappella, piano piano.

– &egrave pulito? ‘ le chiesi
– sì, padrone – mormorò
– e dentro? –
Deborah mi guardò senza capire.
– magari c’&egrave qualche goccia dentro il canale del cazzo’ come facciamo a essere sicuri che sia pulito? –
Deborah mi guardò di nuovo, senza capire e senza rispondere.
– &egrave facile’ – dissi sorridendo ‘ pensa che sia una cannuccia da cui devi far uscire delle goccioline’ come faresti? –
Deborah mi guardò, poi abbassò gli occhi e sospirò. Aveva capito.
– succhiando? –
– brava’ avanti, adesso ‘ dissi tirando un po’ il guinzaglio.

Deborah aprì leggermente la bocca e lentamente si infilò il mio cazzo.
Cominciò a succhiarlo.
– fermati ‘ ordinai.
Lei fece per allontanarsi ma la tenni ferma con il collare, lasciandole così il mio cazzo in bocca.
– ogni volta che avrai il mio cazzo in bocca dovrai, prima di tutto, guardarmi sempre neglio occhi. Così, brava ‘ annuii, quando Deborah mi fissò.
– e poi dovrai mugolare di piacere, come se il mio cazzo fosse la cosa più buona e piacevole che tu abbia mai tenuto in bocca. Fammi sentire ‘ ordinai, dando un piccolo colpo al guinzaglio.

Deborah ricominciò a succhiare, lentamente, guardandomi negli occhi.
– mmmmmmh ‘ mugolò, con il tono di chi stia assaggiando un cibo particolarmente gustoso.
– brava. Con più passione, e varietà. E guardami ‘ dissi con tono fermo, dando tre piccoli strattoni al guinzaglio.

Deborah era in ginocchio, davanti al water dove avevo pisciato, e mi guardava disperata negli occhi mentre succhiava via le gocce di piscio dal mio cazzo, mentre gemeva e mugolava di (finto) piacere.

Era bellissima.
Lo so, sono ripetitivo.
Ma davvero, adoravo quella donna.
Adoravo spingerla a fare ciò che non avrebbe mai pensato di fare, e adoravo vedere il momento in cui la diga dell’autostima, dell’orgoglio, della rabbia dentro di lei cedeva e l’onda dell’accettazione e della sottomissione la rendeva morbida e malleabile.
Decisi di provare a spingerla ancora più in là su quella stessa strada.

– voglio fare una doccia, spogliati –
dissi staccandomi da lei all’improvviso, dirigendomi verso la cabina della doccia ed aprendo l’acqua.
Deborah si alzò e senza capire si tolse calze e scarpe, e fece per mettere le mani sul collare.
– no ‘ la fermai ‘ solo io posso toccarlo e toglierlo. Vieni qui –

Dopo averle tolto il collare, entrai nella doccia.
In quella casa, la doccia &egrave molto larga, ci si potrebbe stare in tre o quattro comodamente; c’era anche una panchetta su un lato.
– vieni ‘ ordinai, e lei entrò.

Mi infilai sotto il getto di acqua calda.
– lavami –
– sì, padrone –

Deborah si versò lo shampoo nelle mani e cominciò a lavarmi i capelli.
La lascia fare restando in piedi, fermo e passivo, mentre mi godevo la vista del suo corpo.
Mi risciacquò la testa e prese a lavarmi il corpo con le mani piene di bagnoschiuma.
Già mentre mi lavava spalle e petto il mio cazzo si fece duro.
Mentre mi lavava cominciai a toccarla.
Non l’avevo ancora fatto, tranne forse una palpata alle tette mentre la inculavo, prima.
Adesso mi dedicai all’esplorazione del suo corpo bagnato e caldo per l’acqua della doccia.
Afferrai i seni con le due mani, e mi divertii a stringerli e a lasciarli guardando le espressioni sulla sua faccia.
Poi le misi una mano sulla fica, e piano spinsi l’indice dentro di lei.
Era secca, ma calda.
Salii con il dito fino a sentire un clitoride piccolo ma definito.
Deborah si irrigidì, e si rilassò quando ritirai la mano.
Le palpai il culo, con tranquillità, prendendomi tutto il tempo, per farle percepire che la mia era una specie di ispezione di un oggetto che mi apparteneva.
Lei, e di questo devo dargliene atto, rimase concentrata e continuò a lavarmi.

Arrivò sotto l’ombelico ‘ in ginocchio – ordinai
Lei si inginocchiò, e continuò a lavarmi.
Si dedicò prima ai piedi, poi alle gambe e alle cosce.
Mi girai e lei si occupò del culo, passando con un dito insaponato sul buco.
Il cazzo mi si indurì ancora di più.
Mi girai e lei mi lavò le palle e poi prese in mano il cazzo.
Immagino che abbia pensato che se mi avesse fatto star bene e godere in maniera ‘tradizionale’, non avrei pensato a qualcosa di peggio.

Decisi di lasciarglielo credere, e di godermi per un po’ il suo impegno.
Ma avevo altri progetti.

Le lasciai qualche minuto per tirarmi una sega, poi senza dirle nulla impugnai il cazzo e glielo misi davanti alla faccia.
Deborah aprì la bocca e lo prese, cominciando a succhiare.

Io lo tirai subito fuori e con il cazzo le diedi una specie di schiaffo, forte e improvviso.
– ah! ‘ gridò lei sorpresa
– non ti ricordi quello che ti ho appena insegnato???? ‘ le urlai, guardandola dall’alto mentre l’acqua calda mi scorreva addosso.
– scusi padrone ‘ rispose pronta, e rimise il cazzo in bocca guardandomi fisso negli occhi e mugolando di piacere.
– brava troia succhiacazzi ‘ dissi piano, e lei chiuse un attimo gli occhi, come per farsi forza ed accettare l’insulto.
Il mio cazzo ebbe un sussulto di piacere.

– mettiti lì ‘ le ordinai, indicando l’angolo della doccia.
Deborah si allontanò e si mise nell’angolo, dove non arrivava l’acqua.
– appoggia le spalle alle pareti, alza la testa, metti le mani dietro la nuca. Resta in ginocchio, e allarga le gambe ‘ Deborah eseguì.

Mi avvicinai a lei.

Mi misi davanti, con il cazzo dritto.

Deborah era ferma, nella doccia.

Nell’angolo, in ginocchio, appoggiata con le spalle alle due pareti dietro di lei, con le mani dietro la nuca.

– allarga le gambe ‘ le dissi ‘ appoggiale alle pareti –
Deborah allargò le gambe e le sue ginocchia toccarono le due pareti della doccia.

Rimasi lì, a godermi quella vista, mentre l’acqua calda mi scorreva addosso e Deborah mi guardava dall’alto in basso, con il mio cazzo duro che puntava deciso verso la sua faccia.

Ero sicuro che non avesse ancora capito.

– aspetta ‘ le dissi, chiudendo gli occhi e sospirando ‘ questo richiede un momento di concentrazione’ &egrave una questione di’ idraulica’ di valvole’ –
Deborah restò ferma, guardandomi.
Ancora non capiva.

– eeeeecco’ – sospirai.
Presi il cazzo con la mano, lo puntai verso il suo seno, e iniziai a pisciare.

Deborah urlò.
Deborah protese le mani a intercettare il getto.
Deborah scostò la testa.
Deborah fece per alzarsi.

Io ero pronto.
Interruppi subito il getto, non volevo sprecare nulla.

– ferma!!!! ‘ gridai, e le afferrai i capelli con la mano.
Con i suoi capelli stretti in mano, tirai in basso e a destra, impendendole così di alzarsi e, in generale, di muoversi.

Era la prima volta che le facevo male senza avvisarla prima.
Anche questo, fu una scelta ponderata.
Una nuova, piccola prova per quanto riguardava l’intensità del dolore (alla fine era una semplice tirata di capelli), ma importante per verificare come avrebbe reagito.
Reagì come speravo.

Cio&egrave non reagì, semplicemente si bloccò.
Ancora, trattenni un sorriso di soddisfazione: avrebbe potuto provare a liberarsi, spostare la mia mano, afferrarmi il polso o addirittura provare a colpirmi, in fondo aveva davanti a se’ il mio cazzo e le palle.
Invece, si bloccò e mi guardò.
Che meraviglia, quegli occhi spaventati e tristi.
Era il momento di essere forte e duro, non dovevo lasciare che anche solo pensasse a riprendere il controllo.

– che cazzo fai???? ‘ le dissi, dall’alto, mentre con la mano le giravo la testa in modo che non riuscisse a guardarmi.
– aaaaahi ‘ si lamentò e portò le mani ai capelli, dove la stavo tenendo.
– tieni giù quelle cazzo di mani e rispondi!!!! ‘ le urlai, torcendo ancora di più i suoi capelli.

Deborah abbassò le mani ‘ no io no non voglio –
– ‘non voglio’ cosa??? ‘ le chiesi, scuotendole leggermente la testa
– non voglio’ quello’ quello che stavi’ aaaaahi ‘ gridò non appena tirai ‘ scusi’ quello che stava facendo’ –
– cosa stavo facendo? Cosa intendi? –
– quello’ la’ la’ –
– guardami ‘ dissi girando la sua testa in modo che potesse alzare gli occhi verso di me ‘ non volevi che ti pisciassi addosso?-
– ssss’ ssssì’ – Deborah provò ad annuire, mentre la tenevo stretta
– e allora dillo, cazzo –
Deborah rimase zitta, guardandomi, e allora io tirai ancora i capelli ‘ dillo!!! – ripetei

– io’ non volevo’ non voglio’ che mi’ che mi pisci addosso’ – disse infine, chiudendo gli occhi.
– rimettiti in posizione ‘ ordinai, lasciandola all’improvviso.

Eccoci ad un altro momento molto importante, pensai.
Adesso Deborah era libera, non c’era nessun vincolo fisico che le impedisse di dire o fare alcunch&egrave.

Deborah si mosse, lentamente, rimettendosi in posizione; ma prima di mettere le mani dietro la testa disse ‘ sì ma io non voglio’ quello –

– quello che tu vuoi o non vuoi, non conta niente. Su questo siamo d’accordo, ormai. Non sei tu che decidi quello che io faccio, o quello che tu fai, o come lo faccio o come lo fai. Tu decidi solo e soltanto se restare o andartene –
Deborah non si mosse.

– io adesso ti piscio addosso. Perché ho voglia di farlo. Puoi alzarti e andartene, o restare e farti pisciare addosso. Io adesso chiudo gli occhi, mi concentro e quando li riapro inizio a pisciare. O ti alzi e te ne vai, o metti le mani dietro la testa e aspetti che finisca –
Senza guardarla, chiusi gli occhi e mi concentrai.

Fu difficile, perché quello che era successo mi aveva eccitato ancora di più, ma in pochi momenti ero pronto.
Però aspettai ancora qualche secondo, con gli occhi chiusi mentre cercavo di capire, tra gli scrosci della doccia, se Deborah si stesse alzando.
Poi, aprii gli occhi.

Deborah era lì, in ginocchio, con le mani dietro la testa.
Mi guardava, ed ero quasi sicuro che quelle che scendevano sulla sua faccia fossero lacrime, e non acqua della doccia.
Feci un piccolo passo, avvicinandomi a lei.
Lei si irrigidì.
Presi in mano il cazzo, duro e dritto, e di nuovo lo puntai verso il suo seno.

Decisi di rischiare.
– chiedimelo ‘ le dissi
Lei mi guardò.
– chiedimelo ‘ ripetei, accennando al cazzo con il mento ‘ con le parole di prima –
e rimasi fermo.

Deborah chiuse gli occhi, sospirò e disse con voce sottile ‘ mi pisci addosso, per piacere –
Non mi aveva guardato, non mi aveva chiamato ‘padrone’ e il tono non era stato per nulla sincero, ma non era il momento di esagerare.

Pensai a tutto quello che avevo ottenuto, e decisi che era abbastanza.
Era il momento di trasformare le parole e i pensieri in azioni.

Così le pisciai addosso.
Con calma.
Sulla pancia, sulle tette.
Sulle spalle, con gli schizzi che arrivavano sulle guance e lei che chiudeva gli occhi disgustata e girava la testa.
– ferma’ – dissi piano, mentre dirigevo il getto sulla sua fica, esposta dalla posizione con le ginocchia aperte, appoggiate alle pareti.

Dopo un tempo che sembrò troppo, troppo breve, finii.
– apri gli occhi – ordinai
Deborah aprì gli occhi.
Senza dire nulla, feci un altro piccolo passo verso di lei e avvicinai il mio cazzo alla sua bocca.
Quando fu proprio davanti alle sue labbra, vidi che Deborah le aveva strette.
– puliscimi. Come prima ‘ dissi.
Avevo il cazzo proprio davanti alle sue labbra, e con un piccolo movimento avrei potuto appoggiarglielo sopra e probabilmente, spingendo, le avrei fatto aprire la bocca.
Ma restai fermo.

Deborah mi guardò, poi aprì appena le labbra, chiuse gli occhi e mi prese il cazzo in bocca, succhiandomelo piano.

– guardami ‘ le dissi, facendole così aprire gli occhi.
E le parlai, sorridendole.
– cazzo, ti sei fatta pisciare addosso’ anzi, no’ mi hai chiesto, per piacere, di farlo’ – Deborah si fermò, ma io le misi una mano sulla testa e la spinsi leggermente, così ricominciò a succhiare.
– che troia’ che fantastica, meravigliosa, unica e incredibile troia, che sei’ ti &egrave piaciuto? –
Deborah scosse la testa e mugulò un ‘ nnnnh ‘
– lo immaginavo’ per questo, siccome sapevo che non ti sarebbe piaciuto, non la prima volta, almeno, questa volta non ti ho pisciato in faccia e in bocca’ ma non preoccuparti’ abbiamo tempo ‘ sorrisi, e vedendo la disperazione nei suoi occhi il cazzo ebbe un brivido.

Mi godetti quel pompino per un po’, mentre la doccia mi scrosciava sulle spalle e un sottile odore di urina saliva da Deborah, che mi succhiava il cazzo.

D’improvviso tirai fuori il cazzo dalla sua bocca, mi girai e uscii dalla doccia, chiudendo l’acqua e infilandomi l’accappatoio.
– lavati, che puzzi di piscio ‘ le dissi senza voltarmi.

Deborah si alzò subito, e riaprì l’acqua.
– no! – dissi
Si bloccò.
– non coll’acqua calda. Tu puoi usare solo quella fredda –

Era una cosa da poco, dopo tutto quello che le avevo imposto e fatto subire.

Ma forse proprio per questo, ogni piccola ulteriore umiliazione aveva su di lei l’effetto di una frustata, ogni piccolo passo era per lei faticoso come il passo di un maratoneta dopo quattro ore di corsa.

Che meraviglia, poter ottenere così tanto con così poco.

L’acqua, nella villa, veniva direttamente dalle colline su cui la casa era appoggiata.
E specialmente in questa stagione, era giacchiata.

Ero curioso di vedere come avrebbe reagito Deborah, tra l’urgenza di lavarsi via ogni traccia di urina e il freddo gelido dell’acqua.
– solo due gocce di sapone ‘ aggiunsi, e mi avvicinai al vetro della doccia per vedere tutto da vicino.

Deborah aprì l’acqua fredda.
Non appena il getto colpì il pavimento, Deborah si ritrasse dagli schizzi ghiacciati.
Poi, sempre facendo attenzione a non finire sotto il getto, prese due gocce di bagnoschiuma.
Con così poco sapone, sarebbe stata costretta a restare più a lungo sotto l’acqua, prima di sentirsi pulita.
Finalmente si infilò sotto la doccia.
Tremava di freddo, mentre si sfregava la pelle, il seno, le spalle, la fica, mentre si piegava per strofinarsi le gambe.
Finalmente, sembrò aver finito di lavarsi o, forse, non ne poteva più.
Fece per allungare la mano verso il rubinetto.

– ferma! ‘ gridai.
Lei si bloccò, guardandomi senza capire.
– un minuto, ferma immobile sotto l’acqua. Oppure, dieci colpi con la racchetta da ping pong. Scegli –
Deborah scosse il capo.
Poi si mise sotto l’acqua.
– tutta’ anche la testa. Brava’ così va bene ‘ dissi quando si posizionò proprio sotto il getto.
– guardami’ adesso ferma, immobile. E conta, lentamente, fino a sessanta –

Deborah cominciò a contare.
Tremava dal freddo, mentre mi guardava sotto l’acqua ghiacciata che le scrosciava addosso.
Io la guardavo, accarezzandomi il cazzo che usciva dall’accappatoio.

Arrivò a sessanta.
Fece per chiudere l’acqua, si bloccò, mi guardò.
Io feci cenno di sì.
Lei uscì dalla doccia, fece per prendere un asciugamano.

– no, ferma ‘ le dissi
Lei si bloccò.
Teneva le braccia strette al corpo, e tremava tutta.
– in posizione –
Il freddo e la stanchezza erano tali che non aveva nemmeno più la forza di provare a rifiutare.
Tremando, Deborah si mise in posizione, le braccia incrociate dietro la schiena, le gambe divaricate.
Mi avvicinai, e comincia a toccarla, sui seni, sul culo, sulle spalle.
La sua pelle era fredda, aveva la pelle d’oca su tutto il corpo, i suoi capezzoli erano scuri e duri, dritti.
Li presi in mano e li strinsi.
Le misi una mano sulla fica, che era chiusa e fredda, e con un dito le accarezzai il buco del culo, stretto e ridotto ad un minuscolo bottoncino duro.

– hai freddo? ‘ le chiesi
– sss’. Sss’ ssss..ìì ‘ rispose battendo i denti
– vedi, adesso forse non ti farebbe così schifo, una bella pisciata calda addosso’ vero? – sorrisi
Deborah non rispose.

– asciugati, va ‘ le dissi, buttandole tra i piedi un minuscolo asciugamano ‘ che devi occuparti di questo ‘ aggiunsi, indicando il cazzo duro che tenevo in mano, uscendo dal bagno.

Andai in camera e mi accomodai sulla sedia, quella che avevo utilizzato per la punizione di Deborah.

L’accappatoio che indossavo si aprì e io mi accarezzai lentamente il cazzo eretto.
– ti sto aspettando ‘ dissi senza alzare troppo la voce, ma abbastanza forte da essere sicuro che lei mi sentisse.

Deborah arrivò subito.
Completamente nuda, con i capelli bagnati e ancora con qualche brivido di freddo, teneva in mano il piccolo asciugamano ormai fradicio e lo stringeva sul petto, come a proteggersi.
– hai freddo? –
Deborah annuì.
– tieni ‘ le dissi, togliendomi l’accappatoio.
Mi alzai e la aiutai ad indossarlo.
Poi la massaggiai dolcemente, asciugandola sulle spalle, sulla schiena e sul sedere.
– va meglio? –
– mmmmh’ ‘ annuì lei
– non stiamo dimenticando qualcosa? ‘ le chiesi, sempre da dietro e sempre frizionandole dolcemente le spalle e la schiena.
– sì, padrone ‘ rispose pronta.
– brava. Allora possiamo continuare? ‘ le chiesi, sempre dolcemente. Facevo attenzione ad evitare che le mie carezze prendessero una connotazione sessuale. Volevo che non si sentisse minacciata, per quanto possibile, in quel momento.

– continuare con cosa? ‘ mi chiese senza guardarmi
– con questo, come ti ho detto ‘ risposi e le appoggiai la punta del cazzo alle natiche, chiuse nell’accappatoio, spingendo un po’ in modo che lo sentisse.
Deborah rimase ferma.
Io portai le mani sulle sue spalle, stringendole appena, e la tirai leggermente verso di me, aumentando la pressione del cazzo.
– allora? Continuiamo? –
Deborah non rispose, ma annuì.
Io allontanai il cazzo e continuai a massaggiarle le spalle e la schiena, dolcemente.
Continuai fino a quando non sentii che si stava rilassando. La volevo tranquilla, non spaventata o rabbiosa.
Decisi di cominciare lentamente, e in maniera ‘normale’, con qualcosa con cui avesse confidenza e che non la spaventasse.

Mi allontanai e mi misi a sedere sulla sedia.
La guardai.
– slacciati l’accappatoio –
Deborah eseguì.

– non hai risposto. Riallacciatelo, ricominciamo. Slacciati l’accappatoio –
Deborah ubbidì.
Si richiese l’accappatoio, poi disse ‘ sì, padrone ‘ e lo riaprì.
– così va meglio. Avvicinati –
La feci fermare in piedi davanti a me.
– come sei bella ‘ sussurrai mentre con una mano le accarezzavo l’interno della coscia.
– grazie, padrone ‘ rispose lei.
Che brava, pensai, ha risposto subito e nel modo giusto.
Probabilmente, pensai, questo non la spaventa e cerca di compiacermi perché io non smetta e cominci con qualcosa di peggio o di diverso.
Bene, decisi, facciamola sentire tranquilla ancora per un po’.
Dopo quello che &egrave successo in bagno, diamole un po’ di tempo per riprendersi e tornare a controllare le sue emozioni.

Le accarezzai una natica, infilando la mano nell’accappatoio, ma senza avventurarmi verso l’ano o la fica, solo una carezza alla natica, quasi dolce, certo non violenta.
– in ginocchio –
Deborah si inginocchiò, guardandomi, con l’espressione preoccupata per quello che poteva succedere.
– allarga un po’ le gambe, come prima ‘ dissi, e lei ubbidì, aprendo le ginocchia.
– chiedimi di succhiarmi il cazzo ‘

L’espressione di Deborah si rilassò, probabilmente aveva temuto qualcosa di peggio.
Alzò gli occhi e disse ‘ padrone, posso succhiarle il cazzo? –
– sì, certo ‘ risposi, e lei mi prese il cazzo in bocca.
– ti ricordi cosa devi fare, mentre me lo succhi? ‘ chiesi gentilmente, mentre mettevo la mia mano sulla sua testa, senza però stringere i capelli, solo accompagnandola per darle il ritmo che preferivo.

Deborah aprì subito gli occhi che aveva chiuso, e mi guardò; poi iniziò a mugulare di piacere.
– brava ‘ le dissi, e allontanando la mano dalla sua testa mi rilassai, godendomi il pompino.
Non era il miglior pompino della mia vita, ma &egrave certo che Deborah si stava impegnando, probabilmente cosciente che finch&egrave andava avanti così non c’era il rischio che io le facessi o le facessi fare altre cose, ben peggiori.

– adesso, lecca tutto il cazzo, dalla punta alla radice, e poi le palle, avanti e indietro ‘ le dissi, anche perché ero molto eccitato sin da prima e non volevo certo venire subito con quel pompino.
Deborah si impegnò a leccarmi ‘ non smettere di mugolare, &egrave o non &egrave la cosa più buona che tu abbia mai leccato? ‘ le chiesi
– sì, padrone –
– sì cosa? ‘
– &egrave la cosa più buona che abbia mai leccato’ – sospirò Deborah
– e allora fammelo capire ‘
e Deborah iniziò ad emettere sospiri e mugolii di piacere, dopo ogni leccata che dava alle mie palle o all’asta del cazzo.
– continua a guardarmi, non chiudere gli occhi –
– mi scusi padrone ‘

Mossi il piede e lo appoggiai davanti alla sua fica.
Non appena lo sentì, Deborah si irrigidì.
– strusciati –
Deborah mosse la fica un po’ su e giù.
– non ci siamo ‘ sbuffai, allontanando il cazzo dalla sua bocca e il piede dalla fica

Deborah alzò gli occhi spaventata.
Sorrisi dentro di me, vedendo come un semplice cambiamento di tono e di atteggiamento fisico da parte mia avesse provocato un moto di spavento in lei.
Non se ne rendeva conto, certo, ma la stavo in un certo senso addestrando.

– non ci siamo – ripetei
le misi la mano davanti agli occhi e dissi, alzando un dito per volta ‘ uno: ti ho dato un ordine, e non hai risposto come avresti dovuto; due: ti sei strusciata sul mio piede come per grattarti la figa, e non nel modo da troia che evidentemente volevo; tre: hai smesso di leccarmi. Ma devo sempre punirti o farti male, per farti fare qualcosa? ‘ sbuffai con tono esasperato
– no’ no padrone’ scusi padrone ‘ disse lei, guardandomi
– vabb&egrave’ riproviamo’ – dissi io, e ripresi la posizione di prima.

Questa volta Deborah si impegnò davvero.
Mentre mi leccava palle e cazzo, mugolava di piacere guardandomi negli occhi, e strusciava la fica sul mio collo del piede con passione, avanti e indietro e agitando il bacino.
Dopo un po’, sentii la sua fica diventare più calda.
Non credo fosse bagnata o eccitata, ma certamente, tra tutto quello che le era successo da quando era arrivata, quella era di gran lunga la cosa più piacevole e probabilmente il suo corpo reagiva rilassandosi e producendo qualche endorfina.

– cosa preferisci leccarmi, il cazzo o le palle? ‘ le chiesi a un certo punto
Deborah ci pensò un attimo: evidentemente aveva ormai capito che quel tipo di domande avevano sempre uno scopo, un disegno: cercò quindi di capire quale fosse la risposta migliore.
Non riuscendoci, però, si rassegnò e rispose a caso ‘ il cazzo, padrone ‘
– bhe, &egrave il momento che ti dedichi a leccare qualcosa di nuovo’ – dissi, e mi allungai sulla sedia, appoggiandomi solo con il coccige e sporgendo in fuori il bacino
Deborah mi guardò senza capire.

– mi devi leccare il culo. Ma devi chiedermelo gentilmente –
Deborah aprì la bocca ma non disse nulla.
– non l’hai mai fatto? –
Deborah scosse la testa.
– allora meglio ancora’ su, chiedimelo, con gentilezza, mi raccomando –

Deborah prese un respiro, e guardandomi negli occhi chiese ‘ padrone, per piacere, posso’ – e si fermò.
Io annuii, con un cenno di approvazione.
Deborah emise un piccolo sospiro e continuò – posso leccarle il culo? ‘
Io sorrisi, e con le mani mi allargai le chiappe.
– accomodati –
Deborah infilò la sua lingua tra le mie chiappe e iniziò a leccarmi il culo.
– mi raccomando ‘ aggiunsi ‘ fammi sentire che ti piace, e guardami’ –
Deborah iniziò di nuovo a sospirare e emettere grugniti di piacere, guardandomi negli occhi da sotto le palle.
Che visione meravigliosa.

Siccome per leccarmi il culo aveva abbassato la testa, alzai il piede e lo misi di nuovo sulla sua figa, e lei si mosse sfregandola sul piede.

Immagino che fosse quasi contenta.
Cio&egrave, alla fine leccarmi il culo non era niente di speciale, &egrave più il suono delle parole che altro, e poi avevo anche appena fatto la doccia’
Forse per questo Deborah si stava impegnando a farmi felice.
Senza dirle nulla, mi alzai, girandole attorno le tolsi l’accappatoio, poi mentre lei in ginocchio mi guardava preoccupata, presi il collare e il guinzaglio e glieli rimisi.
– continua ‘ dissi, tirando il guinzaglio dietro di me
Deborah ci mise un attimo a capire, poi sentii le sue mani allargarmi le natiche e la sua lingua infilarsi nel mio culo.
– andiamo ‘ dissi, e lentamente mi mossi per la stanza, in modo che Deborah potesse, a fatica, seguirmi restando in ginocchio continuando a leccarmi il culo.
– io camminerò fino a là, e poi indietro ‘ le dissi indicando la porta che dava sul corridoio
– tu dovrai seguirmi così come sei, tenendo la tua lingua nel mio culo. Per ogni volta che la tua lingua perderà contatto col mio culo, avrai una punizione –
Alla parola ‘punizione’ Deborah ebbe un brivido, ma continuò a leccarmi.
– andiamo ‘ ripetei, e mi mossi.
Deborah trottò dietro di me.

Anche se camminavo lentamente, non era facile per lei.
Per tenere la lingua dove le avevo detto, non poteva stare a quattro zampe, perché così la testa non sarebbe stata abbastanza in alto, ma non poteva neppure mettersi in piedi, perché non si sarebbe potuta piegare abbastanza.
Quindi Deborah saltellava sulle ginocchia, cercando di non perdere contatto.
– puoi tenerti a me con le mani ‘ dissi, e lei si aggrappò ai miei fianchi.

Camminai per qualche metro, e arrivai davanti allo specchio dove mi gustai l’immagine di Deborah, al guinzaglio, in ginocchio dietro di me con la faccia infilata nel mio culo, mentre saltella sulle ginocchia.

Quando mi girai, feci due passi velici, così da farle perdere il contatto
– ah, peccato ‘ dissi ‘ punizione’ –
poi la rimisi in posizione, e tornammo in camera.

Là, nel mezzo della stanza, la tirai gentilmente per il guinzaglio fino a farla mettere davanti a me.
– succhia –
– sì padrone –

Mentre lei succhiava, le dissi ‘ ho voglia di scoparti. Ho voglia di scoparti bene, come si deve. A lungo, in tutti i buchi, in tutte le posizioni –
Deborah non smise di succhiarmi, ma mi guardò spaventata, preoccupata per quello che avrei potuto aggiungere.

– bene, facciamo così. Adesso scopiamo. Come ho detto, bene, a lungo, in tutti i modi e in tutti i buchi, finch&egrave ne ho voglia –
Deborah mi guardava
– e tu devi essere la migliore scopata della mia vita. Finch&egrave sarai brava, mi farai star bene, mi farai godere, farai qualsiasi cosa ti dica di fare come se fosse la cosa che non vedevi l’ora di fare, e griderai, e godrai, e mi chiederai di scoparti la figa e il culo, e di succhiarmi il cazzo e di leccarmi il culo, non avrai nessuna punizione per l’errore che hai fatto prima –
Deborah aveva rallentato il ritmo, mentre mi ascoltava e mi guardava.
– ci stai? O preferisci la punzone? – chiesi, indicando il tavolo su cui c’erano ancora la racchetta da ping pong, il frustino e il cane di bambù.

– sì, padrone ‘ rispose subito
– sì padrone cosa?-
– sì mi va bene la… scopare – disse abbassando gli occhi
– ricorda, la migliore scopata della mia vita ‘
– sì, padrone ‘
– bene, mettiti le autoreggenti rosse e le scarpe ‘ dissi, tirando fuori il cazzo dalla sua bocca.

Lei si alzò e si mise le autoreggenti rosse e le scarpe col tacco.

E la scopai.

A letto, mentre mi faceva un pompino, la toccai e la accarezzai, le leccai i seni e le strinsi tra i denti i capezzoli finch&egrave non la sentii contrarsi dal dolore.

La scopai alla missionaria, alla pecorina, di fianco, a pancia in giù.

La obbligai a gridare di essere una troia, una vacca.

Le feci chiedere cazzo, cazzo e ancora cazzo.

La feci simulare un orgasmo dopo l’altro, le dissi di venire una volta, gridando, poi in silenzio, poi tremando.

Le scopai la bocca, tenendola per i capelli e per le orecchie.

Passai dalla bocca alla figa e poi ancora alla bocca.

Le infilai un dito, due dita, tre e quattro dita nella figa, e due dita nel culo.
Le infilai il pollice nella figa e il medio nel culo, e strinsi lentamente finch&egrave non sentii che tra le due dita c’era solo un piccolo strato di carne.

La inculai, di novo, fino in fondo.

Passai dalla figa al culo alla figa al culo, dal culo alla bocca e poi ancora alla figa.

E lei fu bravissima.

Fece tutto quello che le chiesi, disse tutto quello che le dissi di dire, gridò, leccò, succhiò.

Supplicò che la inculassi quando glielo dissi, e supplicò che non la inculassi quando le dissi di supplicare di non essere inculata, e io la inculai ancora più forte mentre lei mi supplicava, gridando, di no, finch&egrave non le dissi di godere, e lei simulò un incredibile orgasmo anale, stringendomi il cazzo con i muscoli del retto.

– ti verrò in bocca ‘ le dissi alla fine ‘ ma non ingoiare. Tieni tutto in bocca –
e venni, a lungo, nella sua bocca, spingendo il cazzo fino in fondo, guardandola negli occhi.
– apri la bocca, fammi vedere ‘ le dissi, appena mi fui ripreso.

Deborah aprì la bocca.
La mia sborra ricopriva la sua lingua e colava dal suo palato.

Aveva un’espressione di disgusto, che mi gustai per un tempo che sembrò non finte mai.
– adesso puoi mandare giù –

E mentre ingoiava, la baciai.

– vai in bagno e restaci. Io devo riposare -.

Dormii per quasi due ore.
Nudo, sotto le lenzuola e le coperte stropicciate su cui avevo usato Deborah, con la testa sul cuscino che le avevo appoggiato sotto la pancia per alzarle il culo e scoparla.
Inspirai, e mi sembrò di sentire un vago odore di noi.
Ascoltai, ma non c’era nessun rumore.
Mi alzai, e andai verso il bagno, piano piano.
La porta era socchiusa. Probabilmente, pensai, Deborah non sapeva se dovesse chiuderla o lasciarla aperta, e aveva deciso per un compromesso. Apprezzai l’attenzione.

Attraverso la fessura della porta socchiusa guardai dentro.
Deborah era sdraiata sul tappeto del bagno, bianco sulle piastrelle bianche.
Aveva fatto un cuscino ripiegando un asciugamano, e si era coperta con l’accappatoio e un altro asciugamano.
Indossava ancora le calze autoreggenti rosse, e il collare.
Aveva tolto le scarpe, che erano appoggiate accanto ai suoi piedi.

Dormiva.
Respirava piano, e i capelli si erano asciugati sulla sua guancia.
Gli asciugamani impedivano la vista sia del seno sia della fica o del culo.
Peccato, pensai, mi sarebbe piaciuto osservarla, guardala, magari da molto vicino, annusarle il culo e la fica mentre dorme, sperando magari di svegliarla, e vedere come avrebbe reagito.
Mi sembrava un ottimo modo di esercitare il mio possesso su di lei.
La prossima volta la farò dormire nuda e scoperta, decisi.

Sempre piano, senza fare rumore tornai a letto.
Mi sdraiai, e mi rimisi sotto le lenzuola.

– vacca!! – gridai.
– VACCA!!! ‘ ripetei.

Ci fu un rumore, e dopo pochi istanti Deborah arrivò in camera.

Aveva indossato l’accappatoio, che teneva chiuso con una mano, aveva le calze rosse ma era scalza, i capelli arruffati e il segno dell’asciugamano che aveva usato come cuscino su una guancia.

– in posizione –
Deborah assunse la posizione, gambe divaricate, petto in fuori, sguardo fisso e braccia intrecciate dietro la schiena.

L’accappatoio si aprì, facendo vedere la fica, col suo ciuffetto di peli sul monte di venere, e un seno.

Non so come mai, ma vederla lì così, mi fece venire voglia di farle male.
Un istinto, un desiderio improvviso di sentirla gemere.
Un bisogno di farla piangere.
La necessità di vedere dei segni rossi sul suo corpo.
Avevo voglia di farle male e di guardarla negli occhi mentre mi supplicava di smettere.
Il cazzo mi si risvegliò.
Feci un lungo respiro, socchiusi gli occhi e il desiderio passò.
Non sparì, rimase latente, ma riuscii a tenerlo a bada pensando tra me ‘dopo’
Questo bastò. Per ora.

– spogliati e siediti ‘ le dissi, indicando la sedia.
Deborah ubbidì, si sfilò l’accappatoio che appoggiò sulla scrivania ‘ non lì. Riportalo in bagno ‘ ordinai. Lo feci solo per il gusto di farle fare ciò che volevo.
– e mettiti le scarpe! ‘ urlai verso il bagno.
Deborah tornò, indossando le scarpe come richiesto.

– siediti ‘ ripetei.
Lei si sedette sulla sedia.
– qui, di fronte al letto ‘ dissi, e mi sedetti anche io, appoggiandomi alla testiera del letto e facendole mettere la sedia accanto al letto, alla mia destra.
Deborah si sedette.
Rigida, con la schiena dritta, accavallò le gambe.
– no ‘ la fermai.
– appoggia le gambe sui braccioli’ come se fossi dal ginecologo ‘ spiegai ‘ voglio vedere la tua fica e il tuo buco del culo –

Deborah eseguì.
Colsi un lampo di imbarazzo, nel momento in cui si rese conto che i braccioli della sedia erano molto larghi, e che le gambe si sarebbero davvero spalancate.
– il culo. Non vedo il buco ‘ dissi, facendo cenno con la mano ‘ spingi in fuori il bacino, fino al margine della sedia –
Deborah spinse in avanti il bacino, e tenendo la schiena appoggiata le spalle le scivolarono verso il basso.
– bene. Adesso porta ancora più indietro le ginocchia, sui braccioli. Aiutati con le mani, afferrati le ginocchia, forza ‘ dissi ‘ e spingi in alto il buco del culo. Voglio poterlo vedere bene –
Deborah si afferrò le ginocchia poggiate sui braccioli e le portò indietro, verso lo schienale della sedia. Così il bacino ruotò in avanti e finalmente ebbi la visione chiara della sua fica con la pelle leggermente scura e del minuscolo anello marrone, quasi nero che racchiudeva il suo ano.

Girai lo sguardo e vidi i miei pantaloni.
La cintura, di cuoio nero, luccicava.
Ancora una volta, il desiderio di farle male; di alzarmi, prendere la cintura e colpire la fica di Deborah, solo per vedere quanti colpi avrebbe sopportato prima di cadere in terra e raggomitolarsi per il dolore.
Ancora un volta, non feci nulla.

La guardai, e sussurrai ‘ se sapessi cosa sto pensando, avresti paura –
Deborah contrasse le labbra e non disse nulla, cercando di interpretare la mia espressione.

– parliamo – dissi
– però facciamo anche un gioco, ti va? – chiesi
Deborah non disse nulla.
– ti consiglio di rispondermi, e anche nel modo giusto ‘ aggiunsi allora, con tono improvvisamente duro.
– ssss’ sssì’ sì padrone ‘ sussurrò subito Deborah.
Apprezzai l’effetto che le faceva anche solo il mio cambio di tono.
Non avevo più bisogno di minacciare, bastava che capisse che ero irritato.
Chissà come avrebbe reagito se avesse saputo che questo, dentro di me, lo chiamavo ‘addestramento’: probabilmente si sarebbe sentita umiliata.
Mi presi un appunto mentale di trovare il momento migliore per farglielo sapere.

– allora, ecco le regole ‘ dissi, alzandomi.
Presi il telefonino dalla scrivania e ritornai a letto.
– ho voglia di parlare un po’, diciamo cinque minuti ‘ dissi, e le feci vedere che stavo impostando il timer sul telefono a 5 minuti.
– però, ho anche pensato una cosa ‘ aggiunsi, lasciando in sospeso la frase.
Deborah mi guardava, preoccupata.
– ti ho scopata ben bene, no? ‘ chiesi, e la guardai.
Deborah colse il mio sguardo e reagì immediatamente ‘ sì padrone, mi ha scopato bene –

Resti zitto, e mi godetti la vista di lei mezza sdraiata sulla sedia, con le gambe spalancate e la fica e il culo in piena vista, che annuiva confermando che l’avevo ‘scopata bene’.
Che meraviglia.

– ecco, però, quando sono entrato dentro di te non eri bagnata. Non eri eccitata, no? –
Deborah non rispose.
Mi guardò confusa.
Probabilmente non sapeva quale fosse la risposta giusta e temeva le conseguenze di una risposta sbagliata.
La stavo addestrando proprio bene, pensai.
– allora? ‘ insistei.
– nnnn’ no’ non ero’ – Deborah si morese le labbra.
– bagnata – suggerii
– bagnata ‘ concluse lei, sospirando e abbassando gli occhi.
Mi stupiva sempre l’effetto che le faceva usare o sentirsi rivolgere termini volgari.

– ecco, prima di cena vorrei scoparti ancora, ma questa volta voglio entrarti dentro e trovarti bella bagnata ‘ spiegai, e tacqui.
Deborah prima rimase zitta, poi vedendo che non aggiungevo nulla, provò a dire ‘ sssì’ padrone –
– ecco, brava. Però, vedi, non mi sembra che la sola idea di farti scopare ti ecciti al punto da farti bagnare come vorrei io’ –
– nnno’ sì’ cio&egrave non so, padrone ‘ balbettò Deborah, probabilmente preoccupata dalla piega che stava prendendo la conversazione.

– allora ecco cosa ho pensato ‘ spiegai sorridendo, come se spiegassi le regole di un gioco semplice ma divertente.
– adesso parliamo, come ti ho detto –
Deborah annuì.
– ma mentre parliamo, tu hai cinque minuti per masturbarti ‘ dissi, indicandole la fica.
– se quando scadranno i cinque minuti sarai bella bagnata ed eccitata, ci facciamo una bella scopata e poi pensiamo alla cena’ – dissi, lasciando in sospeso la seconda metà della frase
Deborah mi guardò, con aria spaventata.
– ‘se invece non sarai bagnata, o non lo sarai abbastanza, lo considererò una grave disubbidienza e sarai punita di conseguenza. E poi penseremo alla cena ‘ aggiunsi sorridendo.

– hai capito? ‘ le chiesi.
Deborah annuì.
– spiegamelo, allora –
Deborah abbassò gli occhi, poi disse ‘ adesso parliamo, e io ho cinque minuti per’ bagnarmi ‘ il modo in cui abbassò gli occhi quando lo disse mi diede una scossa direttamente al cazzo.

– bene. Allora’ via!!!! ‘ dissi felice, toccando lo schermo del telefono che con un ‘bip’ passò da 5,00 a 4,59, 4,58, 4,57′

Deborah rimase ferma.
Io anche, fermo e zitto, mentre la guardavo.
– mmmm’ ma’ – mormorò
– ‘ma’ cosa? –
– ma non’ facciamo? ‘
– parliamo? ‘ chiesi. Lei annuì.
– sì, certo. Quando vorrò io. Ma nel frattempo tu ‘ aggiunsi mostrandole il timer del telefono, a 4,42 ‘ stai perdendo tempo’ –

Deborah scosse la testa ‘ no no’. Io non’ –
– ecco, allora ‘ le dissi gentilmente ‘ se posso darti un consiglio, se fossi in te comincerei a pensare a qualcosa di eccitante e a muovere quelle dita’ – aggiunsi indicando la mano che era poggiata sul bracciolo, accanto alla gamba.

Deborah si riscosse, e lentamente avvicinò la sua mano alla fica.

Io la osservavo, tranquillo.

Poi alzai il telefono e glielo mostrai: 4,15.

Deborah sospirò, socchiuse gli occhi e con l’indice e il medio della mano sinistra aprì leggermente le labbra della fica, mentre poggiava l’anulare e l’indice della destra sulla sommità del solco, e con le stesse due dita allargava leggermente anche quello spazio.

Poi il medio si mosse.
Deborah cominciò ad accarezzarsi.

La mia idea iniziale era di costringerla a parlare con me mentre si toccava, per vedere come si sarebbe sforzata di mantenere la ‘concentrazione’ necessaria ad eccitarsi mentre rispondeva alle mie domande.
Mi era sembrato un bel gioco.

Ma cambiai idea.

Deborah infatti chiuse gli occhi, prese un lungo respiro e piegò leggermente la testa all’indietro.
Indice e anulare tenevano leggermente separate le labbra e il medio cominciò lentamente a muoversi intorno alle piccole pieghe che nascondevano il clitoride.
Lentamente, molto lentamente, piccoli movimenti circolari, senza ma i sfiorare il clitoride.

Io la osservavo affascinato.
Decisi di non interferire.

Deborah espirò dal naso, a fondo, e riprese un lungo, lento respiro.
Contrasse e rilassò le spalle, e finalmente il suo dito strinse il raggio dei cerchi e cominciò a girare attorno al piccolo bottoncino rosso che adesso l’indice e l’anulare avevano liberato.

Non ci passava sopra, come avrei fatto io, da uomo, ma ci girava intorno, e ogni tanto si fermava alla base, all’attaccatura del clitoride, dandogli una piccola, lieve carezza dal basso verso l’alto, per poi ricominciare a girare in tondo.

Mi mossi, abbassandomi sul letto ed avvicinandomi, per vedere meglio, ma lo feci cercando di fare meno rumore possibile.

Deborah emise un suono breve, basso, di gola, una specie di ‘mmmmmh’.

Appoggiò la mano sulla fica, dandosi una specie di carezza, e mi sembrò che infilasse appena una o due dita dentro, per inumidirle.

Poi ritornò subito al clitoride, riprendendo le sue carezze, questa volta sfregando l’intero dito indice, dalla punta del dito fino all’attaccatura alla mano, su e giù, due o tre volte, e poi riprese a girare in tondo.

Ripet&egrave il tutto per due o tre volte, il respiro si fece più intenso e vidi che stringeva gli occhi, chiusi, come se si stesse aggrappando ad un’immagine o a un ricordo.
Le labbra si aprirono e lei fece ‘oh’, e vidi che la mano sinistra stringeva forte il bracciolo.

La carne della sua fica, che intravedevo quando le dita allargavano le labbra, era adesso lucida, bagnata, e un odore che non saprei definire se non come ‘di sesso’ mi cominciò ad arrivare.

Magari stava fingendo, ma lo stava facendo molto bene e le reazioni del suo fisico erano quelle che volevo.

Avrei potuto intervenire.
Interromperla, impedirle di continuare, ordinarle di fare qualcosa di diverso, come infilarsi una o due dita nella fica, nel culo o in tutti e due i buchi insieme; oppure avrei potuto ordinarle di strizzarsi una tetta, o di leccarsi le dita bagnate, come fanno nei film porno; avrei potuto ordinarle di urlare, di dire frasi oscene e di simulare l’orgasmo più da troia che fosse possibile.

Ma invece decisi di non fare nulla.

Pensai che forse averla lì, davanti a me, a masturbarsi e ad eccitarsi, e forse addirittura a venire, fosse un momento di potere, di possesso, di controllo ancora maggiore.
Rimasi fermo, zitto, a guardare.

E Deborah continuò.
Senza farmi sentire, allungai la mano e spensi il timer del cellulare: Deborah avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per finire quello che stava facendo.

E lo fece.
Finì.
Non so se sia stato un vero orgasmo, o se a un certo punto decise di fingere perché immaginava fosse quello che volevo.
Ma mi piacque, perché Deborah venne, o finse di venire, come avevo sempre immaginato che una come lei venisse: con dei piccoli, brevi suoni di gola, respiri brevi, intensi, a metà tra lo sforzo e il piacere.
Strinse i denti, chiuse ancor di più gli occhi.
All’improvviso smise di toccarsi e appoggiò la mano sulla fica, come a proteggerla.
Tolse le gambe dai braccioli della sedia, si girò su un fianco, strinse forte le gambe attorno alla mano sulla fica e portò lentamente le ginocchia verso il petto.
I muscoli della sua schiena, che ora era rivolta verso di me, si contrassero due o tre volte, poi si fermò.
Sentivo il suo respiro.

Poi si girò e mi guardò.
Non disse niente.

– vieni qui ‘ le dissi, sdraiandomi sul letto di schiena.
Deborah lasciò la sedia e salì sul letto.
– qui ‘ dissi.
Indicai il mio cazzo, duro, che puntava verso l’alto.

Deborah non disse nulla, mi salì sopra, prese il mio cazzo con una mano e se lo portò alla fica.
Lentamente lo lasciò affondare.

Era calda, quasi bollente.
Umida, bagnata, scivolosa, larga.
Il mio cazzo entrò fino in fondo subito, senza fatica, e Deborah appoggiò alle mie anche tutto il suo peso.

– fai quello che vuoi ‘ le dissi
Deborah mi guardò, dubbiosa.

Io allora mossi appena il bacino, e sentii la punta del mio cazzo muoversi in fondo a lei.
Deborah fece ‘oh’, poi iniziò a muoversi, lentamente; non in su e in giù ma, tenendo il mio cazzo dentro di se’, spingeva il bacino avanti e indietro, lentamente.

Poi, all’improvviso, fu come se qualcosa fosse scattato dentro di lei e il ritmo aumentò e oltre all’avanti e indietro cominciò anche a salire e scendere sull’asta del mio cazzo.
Non aprì mai gli occhi, non mi guardò mai.
Io, a un certo punto, con leggerezza le accarezzai le anche e, poi, spostai le mani sul sedere e dopo sui seni, accarezzandoli e stringendoli, facendo però attenzione a non farle mai male.

Deborah venne, o finse di venire, di nuovo.

Dentro di lei fu di nuovo caldo, molto caldo, e la base del mio cazzo era bagnata di lei.

La spinsi leggermente e lei subito scivolò fuori dal mio cazzo e si sdraiò accanto a me.

– clitoridea e vaginale? Complimenti’ – sorrisi.

Lei non rispose, poi finalmente mi guardò e chiese ‘ ti &egrave piaciuto? –
– considerando che non sono venuto ‘ risposi, indicando il mio cazzo ancora duro ‘ sì, mi &egrave piaciuto. Molto. Grazie. Ti ringrazio davvero ‘ risposi, sincero.
– e allora, non può essere sempre così? Per tutta la settimana, per tutto il tempo che vuoi’? –

Io tacqui, poi presi un lungo respiro.

– Deborah ‘ risposi, e fu la prima volta che la chiamai per nome ‘ no. Non può essere così, o almeno non ‘solo’ così. Perché io sono diverso da te, e ‘solo così’ non mi basta –

Deborah prima distolse lo sguardo, poi annuì.

– vai in bagno, lavati, se vuoi ‘ le dissi ‘ e quando torni, ricominciamo’ – aggiunsi, indicandomi di nuovo il cazzo, duro – e a modo mio –

Deborah socchiuse gli occhi, si alzò e andò in bagno.

Io mi gustai la vista del suo culo, pensando a cosa le avrei fatto.

Ma dopo pochi secondi la porta del bagno si riaprì e Deborah uscì, con addosso un asciugamano intorno alle spalle.

– vaffanculo ‘ mi disse, con tono gelido ‘ non ci sto più. Vaffanculo tu e le tue fantasie malate. Sei un porco, uno stronzo, una merda. Vaffanculo, vaffanculo. Vaffaculo. Io me ne vado –

E lasciando cadere l’asciugamano, raccolse da terra i suoi vestiti che iniziò a buttare alla rinfusa nella valigia.

Deborah continuò a buttare alla rinfusa la sua roba in valigia.

Poi prese un paio di jeans, e se li infilò, senza nemmeno mettere le mutande.
Un paio di sneakers marroni, una maglietta e una felpa.
Poi chiuse con rabbia la cerniera della valigia, e finalmente si girò verso di me.

– qual &egrave il numero per avere un cazzo di taxi, qui? –
– non vuoi parlarne? Aspetta un momento’ – provai a dirle
– ma vaffanculo!!! ‘ esplose
Mi venne praticamente addosso, in piedi, mentre io ero ancora nudo e sdraiato sul letto.
Quasi urlava, quando agitando le mani disse ‘ che cazzo vuoi parlare? Hai avuto il tuo giochetto da pervertito del cazzo, mi hai scopata, hai avuto il tuo divertimento ma no, non ti bastava’ pezzo di merda!!! Volevi vedermi felice, volevi vedermi stare bene’ mi hai fatto anche godere, mi hai baciata e accarezzata come una persona normale… e adesso vorresti ricominciare con le tue porcherie da pazzo maniaco’ ‘

Io rimasi fermo e zitto, guardandola.
Per un attimo, pensai che avrebbe anche provato a colpirmi, a darmi uno schiaffo.
Non lo fece.

– adesso dammi il numero del taxi –
glielo diedi.

Deborah prese il suo cellulare, lo accese e chiamò.
– otto minuti ‘ mi disse, e raccolse da terra il suo cappotto.
– e allora vattene vattene ad aspettare fuori ‘ le dissi, mentre finalmente mi alzavo e mi infilavo i pantaloni ti una tuta.
– certo che aspetto fuori ‘ disse Deborah mentre si avviava verso la porta ‘ questo posto mi fa vomitare ‘
Aprì la porta, fece per uscire, poi tornò indietro.
– ah, e il tuo contratto, te lo puoi infilare nel culo. Ma prima, per piacere, incendialo’ padrone!!! –
E se ne andò, sbattendo la porta.

Io rimasi in casa, e da dietro le tende osservai Deborah salire il sentierino fino al cancello, uscire e rimanere in attesa, scuotendo la testa e parlando tra sé.
Sicuramente ancora insultandomi, immaginai.
Il taxi arrivò, e Deborah salì senza voltarsi indietro.
Era tardo pomeriggio.

Io tornai in casa, accesi la televisione e misi un programma qualsiasi.
Poi tolsi l’audio, e lentamente mi masturbai, pensando a tutto quello che era successo con Deborah, cercando di non perdere nemmeno un’immagine di lei.
Venni, mi ripulii e andai in cucina, a prepararmi un birra e qualche cosa da mangiare, come aperitivo.
Dovevo decidere se restare almeno per la notte, o andare via subito.
Scelsi di restare.

Accesi il costoso e imponente impianto stereo, e selezionai uno dei miei pezzi preferiti, il piano concerto No. 2 in Fa minore di Shostakovic.
Uno dei vantaggi della villa era l’assoluto isolamento: l’avevo apprezzato prima, perché mi permetteva di far urlare Deborah senza che nessuno sentisse; ma apprezzai forse ancor di più il poter godere della musica con il volume alto, senza paura di disturbare nessuno.

Mentre mi sistemavo sul divano, aprii la borsa e strappai alcune vecchie lettere, lasciando i pezzi di carta sul tavolino, e mi assopii, cullato dalla musica.

Dormii forse tre quarti d’ora.
La musica continuava, ma ad avermi svegliato era stato qualcosa d’altro.
Presi il telecomando e fermai la musica.

Trrrrrrrr’ trrrrrrrrr’trrrrtrrrrtrrrr’ trrrrrrr’
Il citofono.
Andai in cucina e mi avvicinai al video.

Trrrrrrrrr’ trrrrrrrrrr’.

C’era Deborah fuori dal cancello.
Con il dito continuava ininterrottamente a suonare il citofono.
Era calato il buio, e Deborah era illuminata dalla lampada della telecamera del citofono: aveva i capelli in disordine e gli occhi gonfi di pianto.
Diceva qualcosa, ma io non alzai la cornetta.
Probabilmente era lì da un po’, e adesso che aveva sentito la musica fermarsi aveva ricominciato a suonare ed a parlare.
Non alzai la cornetta, ma schiacciai il pulsante con il simbolo della chiave.
Deborah aprì il cancello, trascinandosi dietro la valigia.

Andai alla porta, la aprii e aspettai.
Deborah arrivò dopo pochi secondi.
Io la guardai.
Aveva gli occhi rossi e gonfi di lacrime.
– posso entrare? –
Io ci pensai qualche secondo, poi mi girai e mi diressi verso la sala, senza dirle nulla.
Lei entrò e chiuse la porta.
Mi sedetti sul divano.
Deborah fece per sedersi sulla poltrona di fronte.
– no ‘ dissi ‘ quello che mi devi dire puoi dirlo benissimo in piedi. l’hai già fatto prima, in camera, no? –

Deborah rimase lì, ferma, con il giubbotto, la valigia di fianco e gli occhi bassi.
– senti’ – cominciò
– senti, volevi dirti’ c’ho pensato’ –

Si fermò.
Io la guardai, con espressione neutra.

– no’ ci ho pensato ‘ riprese ‘ e insomma’ tu hai avuto quello che volevi’ più o meno, però dai’ io credo che nemmeno tu potessi immaginare di fare’ fare’ fare quello che hai’ abbiamo fatto’ cio&egrave, insomma’ io penso di avere fatto la mia parte’ e ecco di meritare il mio’ premio’ compenso’ –
Io ancora non dissi nulla.
– il contratto’ io ne ho bisogno’ davvero bisogno’ non posso pensare di non averlo’ &egrave che me lo sono meritato, dai’ ecco’ –
– il contratto? ‘ chiesi
‘ ah, il contratto’ sì, aspetta’ – aggiunsi, fingendo di pensare ‘ dove l’ho messo’ ah, eccolo qui, tieni!!!! –

E mentre dicevo così raccolsi i pezzi della lettera che avevo stracciato prima e li lanciai in aria.
I pezzetti di carta volarono in tutte le direzioni.
– se li raccogli tutti, e poi li incolli bene bene, sono convinto che se domani mattina ti presenti all’ufficio personale, ti daranno subito il posto!!!! –
e vedendo la sua faccia terrorizzata e stupita scoppiai in una risata, mi alzai, la andai vicino e le diedi una spinta verso la porta ‘ e adesso levati dai coglioni, prima che ti prenda a calci in culo per farti pentire di quello che mi hai detto –

La superai, mentre Deborah restava ferma, quasi incapace di muoversi, e aprii la porta. Fuori, aveva cominciato a piovere, forte, nella notte.

– lo sai, vero, che dopo le sei di sera in questa stagione non fanno più servizio taxi? Bene, ora levati dalle palle. Buona camminata –

Deborah rimaneva ferma.
Feci due passi, la afferrai con forza per il giubbotto e la trascinai fuori, sotto la pioggia..
Poi tornai indietro, presi la sua valigia e la scaraventai fuori, nel buio.
Poi, chiusi la porta, lasciandola fuori.
Che andasse davvero affanculo, pensai.

Feci per ributtarmi sul divano, ma mi accorsi, all’improvviso, che il cazzo mi era diventato duro, e attraverso i pantaloni morbidi della tuta reclamava la mia attenzione.

‘&egrave proprio vero che il cervello fa tutti i ragionamenti che vuole, ma alla fine chi decide &egrave il cazzo’, mi dissi.

Mi avvicinai alla porta, e attraverso lo spioncino vidi che Deborah era ancora lì, sotto la pioggia.
Aveva recuperato la valigia e si era seduta a terra, appoggiandosi al muro.
Piangeva.

Tornai in sala e presi una cosa dalla mia borsa.
Poi andai alla porta, e la aprii.
Deborah si alzò e mi guardò.
Era completamente fradicia, e singhiozzava.
Si avvicinò alla porta.
– ferma ‘ le dissi, e le rimase lì, illuminata dalla luce della casa, con la pioggia che le cadeva addosso, e il nero della notte a fare da sfondo.
Che bella foto, pensai.

Andai verso il tavolino, e presi in mano il quello che avevo appena tirato fuori dalla borsa.
Glielo mostrai.
– il’ contratto? ‘ chiese Deborah, spalancando gli occhi.
Io annuii.
Poi lo rimisi nella borsa.
– e’ come’ cosa’ – balbettò lei.

Io misi le mani in tasca e la guardai negli occhi.
– ‘Cosa’? Bhe, &egrave relativamente semplice. Dopo come ti sei comportata, quello che mi hai detto, e come mi hai trattato’ ecco, quello che eri disposta a fare ‘prima’ ‘ e feci una pausa ‘ ecco’ non basta più –
Deborah mi guardò con gli occhi spalancati.
– voglio’ voglio’ voglio’ – dissi, muovendo le mani come se stessi modellando una scultura di argilla ‘ voglio’ bhe ‘ aggiunsi mentre mi sedevo sul divano
– a questo punto non sono più io a doverti dire o spiegare niente’ sta a te decidere –

Deborah raccolse la valigia, fece due passi dentro casa, e chiuse la porta dietro di sé.

Deborah era ferma, in piedi, al centro della sala.

I capelli bagnati sul viso, i vestiti fradici, piangeva.

Piangeva davvero, non era qualche singhiozzo, piangeva con la bocca aperta, il naso che colava e gli occhi chiusi.
Mentre i singulti la scuotevano, si strinse le braccia attorno al corpo.

– no ‘ dissi con voce ferma ‘ le braccia lungo i fianchi –
Deborah non disse nulla, ma lentamente abbassò le braccia e continuò a piangere.

– io’ io’ – cercò di dire tra i singhiozzi ‘ non so se’ ce la faccio’ – e riprese a piangere.
– bhe se non ce la fai, prendi e te ne vai ‘ dissi io ‘ semplice. Senza contratto, ma te ne vai –
Deborah annuì, asciugandosi il naso con una mano.

– però adesso abbiamo un problema più urgente da risolvere’ – dissi io, mentre con una mano mi accarezzavo il cazzo attraverso la tuta.
Deborah lo vide, ed annuì, tirando su col naso.
– no no no’ cosa hai capito? Il problema non &egrave il mio cazzo, questo non &egrave certo un problema’ – dissi, alzandomi e avvicinandomi a lei
– anzi abbiamo DUE problemi ‘ aggiunsi mentre le camminavo attorno ‘ il primo &egrave che se non ricominci subito a comportarti come devi ti prendo a calci e ti ributto in strada. Capito? –
– sì’ sì padrone ‘ rispose Deborah.

– bene. E il primo problema, almeno per ora, &egrave risolto. Ma il secondo problema, sai qual &egrave? –
– no’ padrone? –
– il problema &egrave che dopo come mi hai trattato, meriti di’? –
– di essere’ punita? ‘ chiese lei.
– esatto. Però, vedi, sono talmente incazzato e pieno di rabbia che se ti punissi adesso, e decidessi io la punizione, ti farei male, ma molto, molto’ ripeti: ‘molto’

– mmmm’ ‘molto’ ‘ disse Deborah, dubbiosa
– brava. Molto, molto male. Ma malgrado tutto, non credo sia giusto. Quindi, dobbiamo trovare una soluzione ‘
aggiunsi, risedendomi sul divano davanti a lei.
– hai qualche idea, brutta troia puttana rottinculo succhiacazzi??? ‘ le chiesi, alzando all’improvviso la voce.
Deborah si ritrasse, spaventata.
– ecco, vedi? Ho questa rabbia, che non so se riesco a controllare’ dobbiamo trovare un modo per farmi sbollire almeno un po’ di questa rabbia, ma senza farti troppo male’ –

Deborah non si mosse, restò ferma, solo ogni tanto tirava su col naso.
Mi guardava, con espressione spaventata.

– ho un’idea ‘ dissi finalmente.
– facciamo così. Tu scegli una punizione, che pensi di meritare per come ti sei comportata, e che credi di poter sopportare, e io ti punisco nel modo che hai deciso. Se mi soddisfa, siamo a posto. Se invece alla fine non mi sento pienamente soddisfatto, dovrai scegliere un’altra punizione, e via così. Se non riesci a decidere la punizione in un certo tempo, la punizione la decido io’ e ti assicuro che ti farò urlare’ Cosa ne pensi? –

Deborah annuì. Poi disse ‘ sì, padrone –
– bene, allora comincia a pensare alla punizione’ ma prima c’&egrave un’altra cosa ‘ aggiunsi ‘ devi chiedere scusa –

Deborah mi guardò, poi disse ‘ le chiedo scusa, padrone ‘
Io sorrisi.
– eh no, eh no’ così chiederebbe scusa una persona normale’ ma tu cosa sei? –
– una’ una’ –
Vidi che Deborah stava cercando nella sua memoria, per capire cosa intendessi: immagino che la sua mente avesse ritenuto chiusa quell’esperienza, e invece doveva ricominciare a pensare come l’oggetto sottomesso che era stata fino a qualche ora prima.

– una’ vacca ‘ disse infine, aggiungendo subito ‘ padrone –
– prima. Prima eri una vacca. Ma adesso, per come ti sei comportata, non meriti più il nome che avevi prima. Adesso sei una stupida, grassa vacca di merda succhiacazzi rottinculo. Quindi? –
Deborah annuì di nuovo e disse, meccanicamente ‘ sono una stupida grassa vacca di merda succhiacazzi rottinculo, padrone ‘
– e allora, come chiedi scusa? –

Deborah mi guardò, senza capire.
– siccome non lo sai, te lo insegno io. Ringraziami –
– grazie, padrone ‘
– per cosa? ‘
– per’ insegnarmi a chiedere scusa’ – io restai fermo ‘ a chiedere scusa come una grassa vacca di merda succhiacazzi ‘
– prego. Spogliati. ‘

Deborah si era arresa.
Le mie parole non la ferivano.
Non sussultava, il suo sguardo non si accendeva ai miei insulti.
Aveva accettato di essere usata, di ubbidire, di non pensare, di essere una macchina ai miei comandi.

Bene, pensai, prima mi godrò questa sua resa, e poi la obbligherò a tornare indietro, a pensare, a decidere, a scegliere, non le permetterò di astrarsi.
Dopo. Adesso, ho il cazzo duro, e ho voglia di lei.

Deborah si spogliò.
Rimase in piedi, nuda.
Poi si mise in posizione, senza che le dicessi nulla.
Obbediente, passiva.
– in ginocchio –
– sì padrone –
– a quattro zampe, vacca ‘
– sì padrone ‘
– vai di là, in camera, e prendi il frustino ‘ ancora nessuna reazione, nessun tremito, nessun mutamento nello sguardo passivo ‘ mettitelo in bocca e torna qui ‘
– sì padrone ‘

Mi godetti la vista di Deborah a quattro zampe, che si avviava lungo il corridoio, mostrandomi il culo e la fica, e mi rallegrai con me stesso, pensando che fino a poco prima ero convinto che non avrei più rivisto nulla di tutto ciò.

Il mio cazzo sussultò.
Deborah tornò, sempre a quattro zampe, e in bocca teneva il frustino.
– qua ‘ dissi, facendole cenno di avvicinarsi
– fì fahone ‘ disse lei, cercando di rispondere ‘sì padrone’ anche con il frustino in bocca. Mi piaceva, l’assoluta attenzione che dedicava al suo compito.
Presi il frustino dalla sua bocca.
– qui, davanti- dissi, facendola mettere di fronte a me. Poi aprii le gambe e misi la sua testa tra le mie cosce, dove sotto la tuta il mio cazzo creava una specie di piccola tenda.
– chiedi scusa –
Deborah mi guardò, e disse dubbiosa ‘ mi scusi, padrone –

Io immediatamente mossi il polso e il frustino la colpì su un fianco.
Deborah gridò.
– ferma, troia ‘ dissi, afferrandole con rabbia i capelli. Deborah si bloccò.
– adesso mi chiederai scusa, e continuerai finch&egrave non mi avrai convinto di essere sincera. E ogni volta che dubiterò della tua sincerità e dell’impegno nello scusarti, farò così ‘ e di nuovo la colpii col frustino.
Non mi preoccupai di dosare la forza.
Volevo farle male.
Volevo che avesse paura.
Quindi le feci male.
Deborah cercò di muoversi, ma la tenevo ferma con i suoi capelli nella mia mano sinistra.
– comincia –
– mi scusi padrone mi perdoni mi scusi mi scusi AAHHHHHHH ‘ la colpii subito
– sei noiosa e ripetitiva –
– mi scusi padrone mi perdoni, mi dispiace tanto non volevo mi scusi mi perdoni ‘
– cosa sei tu? ‘
– una vacca di merda succhiacazzi rottinculo AAHHHHHHH ‘ la colpii di nuovo
– una ‘grassa’ vacca. Ripeti ‘ e Deborah ripet&egrave.
– cosa ti piace? –
Deborah rimase zitta un secondo, e io la colpii.
Lei urlò, e io strinsi i suoi capelli.
– ringrazia. Ringraziami –
– grazie padrone –
Deborah non piangeva.
Urlava per il dolore, questo sì, si contorceva quando le tiravo i capelli, ma non piangeva.
Non c’era rabbia o sofferenza morale, o umiliazione.
Era rassegnata.
Era mia.

– di chi sei tu? –
– sua, padrone ‘
– e cosa fai? ‘
– quello che vuole lei, padrone ‘
– e di cosa hai voglia? ‘
– di quello che vuole lei, padrone ‘ rispose Deborah, come una macchina.
– allora hai voglia di farmi un pompino, e di essere frustata mentre lo fai. E di supplicarmi di venirti in bocca, mentre ti frusto con tutta la mia forza –
Deborah si fermò un momento, solo un breve attimo.
Poi l’attimo passò e nei suoi occhi tornò la piena rassegnazione.

Ripet&egrave, guardandomi ‘ padrone, ho voglia di farle un pompino, mentre mi frusta. E ho voglia di supplicarla di venirmi in bocca mentre mi frusta’ – si fermò ancora, esitò un secondo ‘ con tutta la sua forza –

– e allora comincia a succhiarmi il cazzo, – dissi, liberandomi finalmente dai pantaloni della tuta.

Deborah mi prese in bocca il cazzo e cominciò a succhiare.
Fu un bel pompino, a tratti molto violento.
Ogni tanto le afferravo la testa, o i capelli, o addirittura le orecchie, e mi ci aggrappavo mentre le scopavo la bocca, con forza e rabbia, fino in gola, fino a che sentivo che stava per vomitare.
Allora uscivo dalla sua bocca e le davo una o due frustate sulla schiena o sulle natiche.
Oppure le ordinavo ‘leccamelo’, o ‘leccami le palle’, o ‘tieni in boccala punta e succhia’, o gni volta sottolineavo l’ordine con una o due frustate.

Deborah fece tutto quello che le ordinai, passivamente, senza dare nessun segno di ribellione o rabbia, solo lamentandosi o gemendo quando la colpivo col frustino.

Non durai molto, in verità.

Quando sentii che non avrei resistito a lungo, dissi ‘ supplicami –
e Deborah, docile, disse ‘ la supplico, padrone, mi venga in bocca, mentre mi’ – ancora un’esitazione ‘ mi frusta con’ con’ tutta la sua forza ‘
– e sia – risposi

mi rilassai e sentii Deborah che succhiava, e sentii la cappella ingrossarsi nella sua bocca, e un momento prima di venire la afferrai per i capelli con la mano sinistra, e la tenni lì, bloccata con il mio cazzo spinto in fondo, e con la destra alzai il frustino e
mentre sentivo il primo fiotto salire lungo l’asta del cazzo
strinsi più forte i suoi capelli
e abbassai la mano con tutta la forza
senza prendere la mira
e la colpii, urlando
a metà tra la schiena e il culo.

Mentre venivo, Deborah urlò, gridò sul mio cazzo.
Scattò, come se avesse preso la scossa.
Spalancò gli occhi, si mosse e tentò di alzarsi, ma la mia mano stretta sui suoi capelli la tenne ferma.

Venni, con ancora due o tre lunghe spinte nella sua gola.

Poi la lasciai.
Deborah saltò via, e si rotolò a terra, urlando e coprendosi con le mani là dove l’avevo colpita.

Io mi accarezzai il cazzo.

Lei era sdraiata a terra, con la schiena inarcata, un piccolo tremito che la scuoteva e un suono come ‘aaaaaa’ che usciva dalla sua bocca ogni volta che respirava.
Dopo un minuto, si calmò, e rimase a terra, sdraiata, dandomi la schiena, massaggiandosi là dove c’era un grande, brutale segno rosso.

Non avevo mai fatto nulla di simile.

Questo non era stato un gioco, una sculacciata o un colpo di frusta dato con un po’ di forza, più per fare paura che per fare male.
No, questa volta, per la prima volta, avevo colpito per far male, solo per far male.

Mi resi conto che non mi era piaciuto particolarmente: non sono mai stato, e non ero certo appena diventato, un amante della violenza.

Però era la cosa giusta da fare, in questo momento.

– vai di là ‘ dissi ‘ lavati, vestiti come si deve, e pensa alla punizione che ti meriti. Hai mezz’ora ‘

Deborah fece per alzarsi.
– no. A quattro zampe, e porta via la tua merda ‘ dissi indicando la sua valigia e i vestiti bagnati, ammucchiati lì vicino.

Deborah si mise a quattro zampe, afferrò con una mano la maniglia della valigia, si infilò sotto l’altro braccio le sue cose e si avviò, facendo cadere ad ogni passo qualcosa, fermandosi a raccoglierla e ricominciando.

Quando fu a metà del corridoio, urlai ‘ non ti ho perdonato, ma sei sulla buona strada -.

Deborah non rispose.

Deborah si era allontanata da qualche minuto.
La casa era silenziosa.

Ripresi in mano il telecomando dello stereo e le stanze risuonarono del concerto N. 24 in Si minore di Viotti, leggero anche se imponente in alcuni passaggi: la tonalità minore, poi, ben si raccordava al mio umore ed ai miei pensieri.
Il pezzo durò quindici minuti, durante i quali i rimasi seduto, con gli occhi socchiusi e la mia mente che vagava.

Pensavo a Deborah.

Cercavo di entrare dentro di lei, di capire cosa stesse pensando.

Volevo provare a comprendere a cosa fosse preparata, quale fosse il limite a cui aveva accettato di spingersi, o a cui aveva accettato che mi spingessi.

Volevo capirlo perché volevo farle superare quel limite.

Il dolore, la violenza ‘pura’, era stata accetta, sdoganata quasi, da quell’ultima terribile, violenta frustata datale mentre le venivo in bocca, e soprattutto dalla sua decisione di non ribellarsi, di non fare nulla, se non rinchiudersi in se stessa ed aspettare che il dolore cessasse.

Non era più interessante, né stimolante, per me, in quel momento, spingere Deborah più in là di quel punto: infliggerle un dolore ancora più intenso avrebbe forse portato lei a soffrire di più, ma a me non avrebbe dato nessun ‘divertimento’ (mi si perdoni il termine, ma il tutto per me era pur sempre un gioco) nuovo o diverso.
E poi, in realtà, un po’ mi dispiaceva averle fatto così male.
Quel dolore era stato strumentale, un mezzo, non il fine a cui miravo.

L’umiliazione?
Le avevo pisciato addosso, e le avevo fatto pulire il mio cazzo dopo aver pisciato.
L’avevo trattata come una cagna, l’avevo fatta muggire mentre la scopavo.
L’avevo insultata in ogni modo mi venisse in mente, e l’avevo obbligata a comportarsi ed a parlare come la peggiore troia in un film porno di terz’ordine.
Avevo in mente ancora dei giochetti, diciamo così; avevo delle fantasie che non avevo realizzato, e le avrei provate.
Ma non erano certo il limite a cui volevo portarla.

Avevo anche la sensazione che la sua autostima, la sua considerazione di sé fossero ancora forti, che credesse ancora in qualche modo di essere lei a controllare quello che avveniva nella casa.
Ebbene, anche se effettivamente era così ‘ era stata lei ad andarsene, e sempre lei a tornare ‘ pensai a lungo a come spingere Deborah ad accettare, per quanto inconsciamente, che qualsiasi cosa sarebbe successa in quella casa, sarebbe dipesa solo ed esclusivamente dalla mia volontà, e che lei non avrebbe avuto alcun controllo.

Ancora una volta, non fui capace di trovare una risposta e una soluzione che mi convincessero.
Averi dovuto lavorare, cercare, insistere.
E Deborah, il suo corpo e la sua anima, sarebbero stati l’oggetto, e lo scopo ultimo, del mio lavoro e della mia ricerca.

E il sesso?
Il sesso era importante, mi dissi.

Ero stupito dall’attrazione che avevo provato per Deborah, in tutto le varie ‘forme’ che avevo dato ai nostri rapporti.
Alla fine, mi resi anche conto che eravamo arrivati nella casa da poco, davvero poco tempo ed ero venuto quante?, una, due, te, quattro volte?

Non sono il tipo di persona che si preoccupa di ‘quante volte’, ma mi compiacqui sorridendo, quasi come un adolescente: era la conferma che Deborah e la situazione in cui eravamo erano un forte stimolo per il sesso.

Avrei continuato a fare sesso, come, quando e quanto ne avessi avuto voglia.
Bastava che allungassi la mano e senza nemmeno chiedere, avrei semplicemente avuto subito tutto, tutto ciò che volevo a livello sessuale.

Lei, Deborah, era lì per me, perché la scopassi.

Anche questo, decisi, avrebbe dovuto diventare una sensazione quasi fisica per Deborah: dovevo fare in modo che accettasse definitivamente il suo ruolo, il suo status di ‘oggetto sessuale’ a mia piena e completa disposizione.

Ero venuto da poco, ma sentii una specie di formicolio, una piccola scossa elettrica al perineo. Sarò di nuovo in pista tra non molto, pensai, ancora una volta sentendomi quasi un adolescente che “misura” le proprie prestazioni. Oh beh, alla fine non si cresce mai per davvero, mi dissi.

Brahms e la sua Sonata for Cello and Piano avevano preso il posto di Viotti, e le note basse e lunghe facevano vibrare i legni dell’arredamento della casa.

Attesi la fine del pezzo, e spensi lo stereo.

Nel silenzio, guardai l’orologio: erano passati 28 minuti.
Attesi.

Deborah arrivò, preceduta dal ticchettare dei suoi tacchi.
Rimasi quasi senza fiato.

Era bellissima.
Presi un lungo respiro, e la guardai.

Aveva lavato i capelli, che le incorniciavano morbidi e lucenti il viso.
Si era truccata, cerchiando gli occhi di nero, dando risalto allo sguardo.
Il viso non era più pallido, ma aveva una tonalità che metteva in risalto gli zigomi.
Il rossetto era intenso, abbondante, volutamente eccessivo.

Indossava delle scarpe nere, lucide, con il tacco alto.

Le calze erano bianche, candide, con un leggere pizzo dove si agganciavano alle cordicine della guepierre, bianca anch’essa, appoggiata sui fianchi, sotto l’ombelico.

Mutande e reggiseno erano bianchi, ricamati e trasparenti: attraverso le mutande vdevo il nero del ciuffo dei peli, e attraverso il reggiseno le areole dei capezzoli.

Aveva una camicia bianca sulle spalle, non allacciata, lunga fino all’attaccatura della schiena.

Al collo, il collare.
Il guinzaglio era attaccato dietro, e lo si intravvedeva ondeggiare dietro di lei.

Deborah rimase lì, ferma.
Poi prese la posizione, mani dietro la schiena, che afferravano gli avambracci, gambe aperte, sguardo dritto, nel vuoto.

Era bellissima.
Meravigliosa.

La guardai, a lungo, lentamente, soffermandomi sui singoli particolari.

Era bella, era bello tutto di lei, era bellissima anche la piccola piega di grasso che tendeva la guepierre sul fianco, era altrettanto bella la stessa piega che si evidenziava dove le calze stringevano le cosce.

Era bellissima, e io adoravo, letteralmente, il suo essere vera, reale, donna, il suo essere Deborah, unica, e il suo corpo, che era solo suo.

E lei, era mia.
Totalmente mia.

Non feci nulla, non dissi nulla.
La tenni lì.
Ferma.
In posizione.
Per un minuto, poi cinque.
Accesi di nuovo la musica, e il coro della 8′ Sinfonia di Mahler riempì la casa.
Deborah rimase ferma per altri cinque, dieci minuti.
Io mi rilassai, di nuovo chiusi gli occhi, e mi lasciai portare dalla musica.
Era un momento magico.

La musica era unica, e io me la godevo appieno e sapevo, senza nemmeno dover aprire gli occhi, che nel mezzo della stanza, seminuda, c’era una donna che, immobile, si domandava ad ogni secondo che cosa le sarebbe successo, e quando.

“Quando”.

Questo era interessante.
Quando gli ottoni finirono la loro parte, io aprii gli occhi e lentamente mi alzai.
Deborah mi seguì con gli occhi.
Non le avevo ancora rivolto la parola.
Andai in cucina, preso un sorso d’acqua.
Poi tornai in sala, passai accanto a Deborah e andai in bagno.
Mi lavai i denti.
Tornai.
Mi sedetti, e accesi il televisore.

Deborah mi guardava, preoccupata.

Non c’era fretta, avevo tempo per pensarci, decisi.

E lei, lei aveva tempo per preoccuparsi.

Mi rilassai.

Deborah rimase in piedi.

Io accesi la televisione e trovai subito una trasmissione inutile, una specie di documentario sul bradipo equatoriale o sulla riproduzione degli scarafaggi in Guinea, qualcosa del genere insomma.
Accesi anche il tablet, e scaricai alcuni quotidiani.

Per almeno mezz’ora restammo così.
Io che sfogliavo i giornali e cazzeggiavo su internet, buttando di tanto in tanto uno sguardo al programma in tv.
Lei che restava ferma, in piedi, con lo sguardo fisso sulla parete davanti a lei.
Ogni tanto la osservavo, senza farmi notare.

All’inizio rimase ferma, immobile, con un’espressione neutra, distaccata, fredda.
Ma poi, mentre il tempo passava, notai qualche piccolo cambiamento.

&egrave facile astrarsi, non pensare, essere ‘un oggetto’ quando devi obbedire, eseguire, magari anche soffrire.
&egrave molto più difficile restare terzi rispetto a se stessi se non si ha nulla da fare o a cui pensare, tranne che se stessi.
Probabilmente Deborah, restando lì, ferma in piedi, seminuda, per tanto tempo, del tutto ignorata da me, non era riuscita a restare estranea a quello che la circondava, e piano piano le emozioni si stavano facendo strada dentro di lei.
Almeno, questo era ciò che speravo.
Volevo cominciare ad incrinare la corazza di disinteresse che si era costruita.

– ho fame ‘ dissi all’improvviso, spegnendo la tv ed alzandomi.
Deborah sussultò per l’improvvisa interruzione ai suoi pensieri poi, non sapendo che dire o fare, annuì.
– sai cucinare? ‘ le chiesi, mentre mi stiracchiavo e prendevo il tablet.
– sì, un po’ ‘ mi rispose cauta, aggiungendo ‘ padrone –
– allora forza, andiamo di là, preparami qualcosa –
e mi diressi verso la cucina.
Deborah mi seguì, docile.

Aprii il grande frigorifero, con lei accanto.
– ecco qui, vediamo’ ecco, preparami una cosa semplice, leggera, una bistecca, e un’insalata. Sei capace? –
– sì padrone, sono capace ‘ rispose.
– forza, allora, al lavoro ‘ dissi, e mi sedetti su una delle sedie della cucina.
Non avevo nessuna intenzione di lasciarla sola; chissà cosa avrebbe fatto al mio cibo, se ne avesse avuto la possibilità: probabilmente ci avrebbe sputato dentro, e chissà che altro.
Mi sedetti, e appoggiai il tablet sul tavolo.

Deborah cominciò a lavorare.
– aspetta ‘ dissi, e mi alzai.
Lei era ferma, davanti ai fornelli.
Mi avvicinai, e mi fermai dietro di lei.
Deborah ebbe un piccolo brivido quando mi sentì così vicino.
Paura, immaginai.
Lentamente, afferrai il lembo della camicia bianca che le scendeva fino al sotto il sedere e lo infilai nella cintura della guepierre.
– ecco ‘ dissi soddisfatto, tornandomene a sedere ‘ adesso va bene. Adesso ti vedo il culo –
Lei riprese a cucinare – ferma, aspetta – la bloccai subito.
– scosta le mutande –
Deborah rimase un attimo interdetta, poi girò la testa e mi guardò.
– così? – chiese, e con la mano destra prese il filo di tessuto del tanga bianco, lo tirò fuori dal solco del culo e lo spostò verso destra, facendolo passare al di sotto della natica destra, così che il filo si tendeva sulla sua chiappa destra, lasciando libero il centro del suo culo.

Era bella, vista così: era bastato quel piccolo gesto per rendere quello che indossava da sexy a volgare.
Mi piacque, e mi sedetti ad osservarla.

Ed effettivamente era una vista fantastica, il suo culo tondo, incorniciato dal bianco della guepierre, con alcuni segni rossi dove l’avevo colpita, nel corso della giornata.

Deborah lavorava, e io la osservavo.
Quando ebbi la sensazione che si stesse tranquillizzando, mi alzai.
Le andai accanto.
La padella sfrigolava sul fuoco, la carne stava lentamente cuocendo e lei lavava l’insalata.

– bene, sei brava ‘ dissi ‘ ma sei un po’ lenta, distratta’ potresti fare meglio’ –
Deborah mi guardò, dubbiosa, poi vide il mio sguardo e capì che doveva per forza stare al mio gioco
‘ e’. come potrei fare meglio, padrone? ‘ sospirò, immaginando che fosse quella la domanda che aspettavo, senza capire dove avrebbe condotto quel dialogo.
– bhe ‘ risposi ‘ saresti molto più brava e veloce si ci fossi io guidarti… se io potessi’ come dire’ dirigerti’ manovrarti’ ecco, manovrarti, sì’ saresti più veloce ed efficace’ –
– manovrarmi? ‘ non riuscì a non chiedermi
– sì, manovrarti’ come se fossi un burattino’ – aggiunsi, con espressione pensosa
– però, però’ – continuai ‘ però un burattino lo manovri infilandogli una mano dentro’ –

Vidi Deborah irrigidirsi e spalancare gli occhi di spavento.
– ma a te non si può infilare una mano dentro’ vero? ‘ le chiesi, guardandola fissa negli occhi.
– nnn’ no, no padrone ‘ rispose tutto d’un fiato, guardandomi preoccupata.
– no, infatti’ ma possiamo trovare una soluzione, un compromesso’ –

Mentre lei mi osservava, spaventata da ogni mia mossa, presi l’oliera.
Poi mi misi di fianco a lei, e lentamente cominciai ad accarezzarle le labbra con il dito medio della mano destra.
Deborah rimaneva ferma, immobile, fissando prima me, poi il dito che le accarezzava le labbra, poi di nuovo me.
– succhialo ‘ dissi, appoggiando la punta del dito alla sua bocca.
Deborah lo prese dentro la bocca e cominciò a succhiarmi il dito, come se fosse un cazzo.
Chiuse gli occhi.
– guardami ‘ dissi con tono secco.
Lei aprì subito gli occhi e continuò a succhiarmi il dito.

Dopo un po’, tirai fuori il dito dalla sua bocca.
– prendi l’olio ‘ dissi, indicando con un cenno l’oliera ‘ e ungimi per bene il dito –
Deborah, senza capire, prese l’oliera, si versò dell’olio sulle mani e poi mi massaggiò per bene il medio, fino a che il dito fu unto, lucido e morbido d’olio e saliva.

– continua a cucinare ‘ ordinai ‘ se fossi in te, cercherei di non bruciare niente’ perché se no doveri davvero punirti –
Deborah si interessò subito di nuovo al cibo.

Io mi misi di fianco a lei, alla sua sinistra.
La osservavo lavorare, senza dire nulla, solo lentamente mi mossi un po’ all’indietro, come per lasciarle spazio.
Allungai lentamente la mano destra dietro di lei, fino a che fu all’altezza del suo culo.

Poi aspettai che avesse le due mani impegnate, tenendo la padella con la sinistra e il cucchiaio con cui stava girando la bistecca con la destra.

All’improvviso le misi la mano sotto il culo, e in un attimo con il medio cercai e trovai il buchino del culo, e subito, in meno di un secondo spinsi il mio dito unto e scivoloso tutto su per il suo culo, con un’unica spinta, fino alle nocche.

Deborah urlò, e istintivamente fece per muoversi in avanti per far uscire il dito, ma io me lo aspettavo: piegai leggermente il dito, come un uncino, e tirai verso l’alto
Deborah urlò di nuovo, e si bloccò, alzandosi sulle punte per assecondare il mio movimento.

– continua a cucinare ‘ le dissi, mentre contraevo appena appena un po’ di più l’estremità del dito, dentro di lei, facendo pressione sulla parete interna Lei non si ribellò, ma rimase immobile: sentivo il muscolo del suo ano sforzarsi là dove le mie nocche spingevano verso l’alto.
Probabilmente, Deborah aveva la sensazione che anche un minimo movimento avrebbe potuto lacerare qualcosa.
Quando capii che non si sarebbe mossa o ribellata, rilassai leggermente il dito e abbassai un po’ la mano.

Deborah non era più sulle punte, ma poteva muoversi appena.

– sei la mia burattina, e ti manovrerò così ‘ le dissi, muovendo il dito dentro il suo culo verso destra.
Deborah immediatamente assecondò il movimento, spostandosi a destra, non trattenendo un piccolo ‘ah’ di dolore e spavento.

Poi mossi il dito verso sinistra, e Deborah fece un piccolo passo, facendo “mh” con la bocca e stringendo i denti in un’espressione di fastidio e dolore.

– adesso continua a lavorare ‘ dissi, spingendo in avanti il dito, e Deborah si abbassò verso i fornelli.

Fu un gioco piccolo, ma molto, molto divertente, devo ammetterlo.

Guidavo Deborah con dei piccoli, semplici movimenti del mio dito infilato nel suo culo.
Improvvisai anche una sorta di curva di apprendimento.

Dopo che Deborah ebbe capito che cosa volevo che facesse quando muovevo il dito avanti, indietro, a destra o a sinistra, provai ad inventare comandi più complessi.

Per esempio, girai il dito a destra o a sinistra dentro di lei, e finch&egrave non capì che doveva muovere l’uno o l’altro braccio nella direzione del giro, continuai a farlo, sempre con meno grazie e più forza.

Oppure, con la falange infilata in fondo in fondo al suo culo, le solleticavo le pareti del canale, fino a che non capì che doveva passare dalla padella della carne alla preparazione dell’insalata, e viceversa.

Mi divertii molto, perché Deborah doveva dividere la sua attenzione tra la preparazione del cibo e gli ‘ordini’ che riceveva dal profondo del suo culo.

E naturalmente io facevo in modo di rendere il tutto molto, molto complicato.

Alla fine, la bistecca era pronta, e l’insalata anche.

E il culo di Deborah era morbido e caldo attorno al mio dito.

Ad ogni movimento che facevo, da qualche minuto Deborah non riusciva a trattenere un gemito di fastidio e dolore, segno che anche un semplice dito nel culo, se usato come si deve, poteva causarle una certa sofferenza.

Sorrisi, tra me e me.

– forza, servi a tavola ‘ dissi, tirando fuori d’un colpo il dito.
Deborah si bloccò, probabilmente sentendosi d’improvviso svuotata e aperta.
– sì, padrone ‘ si riprese però subito.

Io mi sedetti a tavola, e lei mi portò quello che aveva cucinato.
Io feci per prendere le posate e iniziare a mangiare, poi mi bloccai.

– non posso certo mangiare così, però ‘ dissi, alzando il dito che le avevo appena tolto dal culo ‘ non sarebbe igienico’ – aggiunsi, guardandola.
Deborah mi guardò di rimando, non capendo.
– pulisci ‘ spiegai
Deborah si girò, per cercare uno straccio o un pezzo di carta.

– con la bocca ‘ la fermai, calmo.

Deborah chiuse gli occhi.
Poi li riaprì, e si avvicinò.
– in ginocchio, qui –
Deborah si inginocchiò accanto a me, alla mia destra.
Con il dito, ripetei quello che avevo fatto prima.
Lo passai sulle sue labbra come un rossetto, poi lo appoggiai alla sua bocca.
– pulisci – ripetei

e Deborah lo prese in bocca, e cominciò a succhiarlo.
Nel frattempo, con la sinistra presi la forchetta ed iniziai a mangiare dell’insalata.
Lasciai Deborah a leccarmi e succhiarmi il dito per almeno un minuto.
Poi lo estrassi dalla sua bocca, lo osservai ‘ ben fatto ‘ le dissi

– adesso vai a lavarti i denti, che c’hai il fiato che ti puzza di merda –

Deborah tremò, come se avesse preso una scossa.
Poi, lentamente, si alzò e si avviò verso il bagno.
Io stappai una bottiglia di vino rosso, e mi iniziai a mangiare.

Deborah tornò dopo pochi minuti.

Deborah tornò quasi subito.

– sparecchia – ordinai
– sì, padrone ‘ rispose con voce monotona Deborah, e cominciò a sparecchiare.

Io aprii il frigorifero e un armadio, presi un po’ di cose e andai in soggiorno, sedendomi sul divano.
– vieni appena hai finito! ‘ urlai per farmi sentire
– sì, padrone ‘ rispose Deborah con lo stesso tono monocorde di prima.
Aveva deciso, probabilmente, di applicare la tattica del distacco e della freddezza.
Al momento, mi andava bene.

Dopo qualche minuto, Deborah arrivò in soggiorno e si mise in piedi, davanti a me.
La osservai.
Lei non ricambiò lo sguardo.
– hai fame? Sete? – chiesi
Deborah rispose dopo una piccola esitazione, probabilmente perché aveva il dubbio che anche una domanda così innocente potesse celare qualche sorpresa.
Poi decise di rischiare.
– sì,grazie.Un po’ –

– bene. Cosa preferisci da bere, vino o acqua? ‘ le chiesi, indicando le due bottiglie, una d’acqua, l’altra di vino bianco, che avevo preso dal frigo e che erano appoggiate sul tavolino davanti a me.
– se prendi un po’ di vino ‘ aggiunsi, con tono cortese ‘ ti faccio compagnia e ne bevo un bicchiere anch’io –
Di nuovo, Deborah riflette un attimo prima di rispondere, ma non trovò alcun motivo per rifiutare.
– un po’ di vino. Grazie –

Io presi il vino e lo stappai.
Poi riempii il bicchiere che avevo davanti a me.
– cin cin ‘ dissi, alzando il bicchiere verso Deborah.
Lei non si mosse, guardandomi.

– sai, ho pensato ‘ disi, alzandomi ed avvicinandomi a lei con il bicchiere in mano ‘ che magari anche mangiare e bere, il TUO mangiare e bere, intendo, potrebbero essere un’occasione di divertimento’ –
Deborah mi guardò, con un’espressione preoccupata.
Probabilmente, si stava chiedendo se non avesse commesso un errore, accettando la mia offerta.
– ‘divertimento almeno per me ‘ terminai la frase, sorridendo.
– bene! ‘ dissi, appoggiando il bicchiere su una mensola e battendo le mani ‘ organizziamoci! –

Misi le mani in tasca, guardai Deborah rimanendo zitto per qualche secondo, piegando la testa di lato, come se stessi prendendo una decisione difficile.

– prima di tutto, togliti la camicia –
Deborah non disse nulla, ma con un sospiro di rassegnazione si sfilò la camicia bianca.
Dalla sua espressione capivo che aveva capito: avevo in mente qualcosa, dall’inizio, e non c’era modo per sapere cosa.
Appoggiò la camicia su una poltrona e rimase in piedi, davanti a me.

– per bere’ vediamo’ possiamo usare questo –
e da un mobile presi una specie di ciotola, di argento o acciaio, lucida, probabilmente di design: era una specie di piatto da portata, con i bordi un po’ più alti.
Lo presi, lo soppesai, me lo rigirai in mano.
– che ne dici? ‘ chiesi a Deborah, mostrandoglielo.
Lei non disse nulla.

– sì, può andare ‘ dissi, e lo appoggiai a terra, proprio davanti al divano.
Poi, presi la bottiglia e versai il vino nella ciotola, circa tre dita.

Dal tavolo, presi un elastico bianco che avevo trovato in cucina, e lo lanciai verso Deborah.
Lei non lo prese, rimanendo ferma.
– prendilo, e legati i capelli in una coda. Alta sulla nuca ‘ ordinai perentorio
Deborah obbedì: si chinò, raccolse l’elastico e con quel gesto così tipico di una donna in pochi istanti si legò i capelli in una coda, alta verso la nuca.
Io mi godetti le sue tette che, mentre le braccia erano alte dietro la testa, si schiacciavano sul petto, assumendo una forma rotonda, con i capezzoli che sembravano più grandi.

Mi alzai, di nuovo.
Le andai davanti, guardandola negli occhi.
Lei rimase perfettamente immobile, restituendomi uno sguardo vacuo.
I suoi occhi dicevano ‘io non sono qui’.
Lo vedremo, pensai.

Presi in mano il guinzaglio, che penzolava lungo la sua schiena.
Restando davanti a lei, glielo mostrai.
Lei abbassò gli occhi sulla mia mano, poi alzò di nuovo lo sguardo osservando un punto, sul muro, dietro di me.
– a quattro zampe ‘ ordinai, scandendo le parole.

Deborah ubbidì.
Si mise a quattro zampe davanti a me.
Senza guardarla, mi girai e mi allontanai.
Deborah, per quanto attenta, non era pronta e, come era successo prima, in corridoio, non mi seguì.
Io (che me lo aspettavo) tenni stretto il guinzaglio, con la mano ed il braccio tesi.
Il risultato fu uno strattone, brusco e improvviso, sul collo di Deborah, che rischio di cadere trascinata da me, che non fermai né mi girai, e urlò per lo spavento e il dolore.

Il rumore dei palmi delle sue mani, delle sue ginocchia e delle sue scarpe che correvano sul pavimento per raggiungermi fu così bello che non riuscii a non girarmi e a guardarla, che si affannava a starmi dietro, a quattro zampe.
Accelerai un po’ il passo, solo per il gusto di farle fare fatica.
Sperai che le ginocchia le facessero male.

Feci il giro della stanza, che era grande, e del divano.
Quando fui finalmente davanti al divano, mi sedetti.
Lei era davanti a me, ferma.
Osservai di nuovo le sue tette, protese verso il basso, ed ebbi la fugace visione delle stesse tette che ballavano al ritmo dei miei colpi, quando l’avevo scopata e inculata.
Un’esperienza che avevo intenzione di ripetere presto.

– bene ‘ dissi, guardandola e tirando leggermente in su il guinzaglio, così che fosse costretta ad alzare la testa verso di me ‘ brava –
– ecco cosa faremo ‘ dissi, sorridendole
– faremo un gioco’ hai voglia? ‘ le chiesi
Deborah rimase zitta, guardandomi.
Io diedi un piccolo strattone al guinzaglio, tirandole in avanti il collo.

– sì ‘ disse subito lei
– ‘sì’ che cosa? ‘ chiesi, dando un piccolo colpo con il guinzaglio.
– sì padrone ‘ rispose lei, senza guardarmi.
– ‘sì padrone’ cosa? Ti ho fatto una domanda! ‘ insistetti, con un altro piccolo colpo al guinzaglio
– sì, ho voglia’ – sospirò lei ‘ ho voglia di fare un gioco’ padrone –
– bene bene!!! Allora, ecco le regole’ avvicinati ‘ le dissi, e tirai il guinzaglio, questa volta dolcemente, fino a che la sua testa non fu tra le mi gambe.

Poi tirai ancora il guinzaglio verso l’alto, arrotolandomelo sul polso, fino a che Deborah non fu in ginocchio tra le mia gambe aperte e le mani appoggiate al bordo del divano.

Poi passai il guinzaglio dalla mia mano destra alla sinistra.
Guardandola negli occhi, allungai la destra e con il dorso della mano accarezzai il capezzolo del suo seno sinistro.
Lo feci scorrere sopra le nocche, in su e in giù.
Poi aprii la mano, e sempre guardandola le presi il seno nel palmo, accarezzandolo, toccandolo e palpandolo.
Prima lentamente e dolcemente, poi via via con più forza.
La guardavo negli occhi, e vedevo la sua paura: temeva che avrei aumentato sempre di più la forza, fino a farle male.
Mi fermai, un attimo prima che le mie carezze passassero da fastidiose a dolorose.
Vidi il suo sollievo.
Afferrai il capezzolo tra il pollice e la falange dell’indice, come se fosse l’estremità di una bacchetta.
Sempre senza smettere di guardarla negli occhi, aumentai la pressione, lentamente.
Deborah istintivamente si ritrasse, ma subito si fermò quando io non lasciai il capezzolo.
– aah ‘ fece, stringendo gli occhi
Io mossi la mano facendo un quarto di giro in senso orario.
– aaaha ‘ adesso a voce più alta, tentando ancora di allontanarsi, trattenuta dal capezzolo, stretto nella mia mano e dal guinzaglio, teso sul suo collo.
– fa male? –
– mmmmmmh sì ‘ rispose,
– e adesso? ‘ chiesi, dando un altro mezzo giro
– aaaaaaaah ‘ gridò Deborah ‘ sì sì fa male –
La sciai il capezzolo, e allentai il guinzaglio.

Deborah si ritrasse, per quanto le permetteva il guinzaglio, e si massaggiò il seno e il capezzolo.

– sai perché ti ho fatto così? ‘ le chiesi
Lei non rispose.
– lo sai? –
Lei scosse la testa. ‘perché sei uno stronzo, un pazzo, uno psicopatico, un sadico maniaco’, immaginai che fosse la risposta che aveva sulla punta della lingua.

– l’ho fatto per farti capire una cosa. Stai attenta. Io adesso ho voglia di farti male, perché sono incazzato, ancora molto incazzato, da prima. Ma ho anche voglia di giocare e divertirmi. Quindi, ho deciso di giocare invece che farti male. Ma se il gioco non si rivelasse divertente, chessò, perché tu non partecipi come si deve o non ti impegni, ecco, allora potrei annoiarmi e dedicarmi a farti male. E quello che ti ho appena fatto &egrave una carezza, rispetto a quello che vorrei farti’ –

il silenzio durò almeno dieci secondi.

– ci siamo capiti? –
Deborah annuì.
– ci siamo capiti? – ripetei
– sì, padrone ‘ rispose
– allora cominciamo -.

– baciami – dissi
Deborah mi guardò stupita.
– baciami ‘ ripetei.

Deborah si allungò, restando in ginocchio tra le mie gambe, e avvicinò la sua faccia alla mia.
Poi piegò il viso verso destra e chiuse gli occhi.
Mi baciò.
Io restituii il bacio, e presi l’iniziativa.
Fu un bacio lungo, quasi da adolescenti, o da innamorati.

La baciavo forte, con passione.
Poi mi staccavo da lei e le sfioravo le labbra con le mie, poi le davo dei piccoli baci agli angoli della bocca socchiusa, poi appoggiavo di nuovo le labbra alle sue, e con la lingua entravo lentamente nella sua bocca, e aspettavo che la sua lingua rispondesse ai miei movimenti.
Mentre la baciavo, le accarezzavo la schiena nuda, il collo, la nuca e anche il seno, con grande dolcezza, grattando anche la sua schiena con le unghie della mia mano, tanto che mi sembrò di sentire anche un brivido sulla sua pelle.
Fu davvero un bel bacio.
Lentamente, mi staccai e con una leggera pressione sul suo petto la allontanai, facendola restare dritta, in ginocchio davanti a me.

Deborah mi guardava, con l’espressione stupita e infastidita che ormai conoscevo.

Lo stupore era dovuto alla dolcezza e alla gentilezza che all’improvviso mettevo in un gesto magari dopo averla umiliata o averle fatto male.
Il fastidio era probabilmente dovuto al fatto che Deborah non era riuscita, di nuovo, a restare indifferente al mio comportamento: la dolcezza e la gentilezza facevano ancora breccia nella sua corazza di indifferenza, e questo non le piaceva.

Mi guardava.
Io sorridevo, guardandola con grande affetto.

Alzai la mano destra e la portai alla sua guancia.
Lei restò ferma, non si ritrasse.
La accarezzai, dolcemente, prima con il palmo e poi con il dorso.
Lei chiuse gli occhi.
Io alzai la mano e all’improvviso la abbassai con forza.

Le mie dita colpirono la parte superiore del suo seno destro.
Deborah gridò, più perché il dolore fu improvviso e inaspettato, che per il dolore vero e proprio.

– ferma ‘ le dissi, tirando il guinzaglio per impedirle di alzarsi o di allontanarsi.
Lei mi guardò, e nel suo sguardo colsi una scintilla di rabbia e ribellione.
Bene.
– adesso lo rifaccio ‘ le comunicai, e alzai la mano.
Istintivamente, Deborah si ritrasse, e io tirai il guinzaglio.
– ferma – ripetei
Alzai la mano, e Deborah incurvò le spalle e provò a girarsi verso sinistra, per proteggersi.
Tirai il guinzaglio ‘ fermaaaa… –
Deborah si fermò.

Io alzai di novo la mano.
Questa volta lei non si mosse, ma seguì con lo sguardo la mia mano.
Abbassai la mano.
Deborah istintivamente cercò di allontanare mil petto.
Io bloccai la mano.
– ecco, adesso te ne devo dare due. Ferma ‘ ripetei.

Deborah mi guardò per un breve attimo e io vidi distintamente la sua rabbia e il suo odio.
Poi alzò le spalle e si misie di nuovo diritta.
Io alzai la mano.
La tenni ferma, in alto, davanti al suo viso.
– pronta? – chiesi
Deborah annuì.
Abbassai la mano.
Piano, devo dire.
Colpii il seno destro dall’alto verso il basso, un po’ sul lato, sfiorando il capezzolo.
Deborah sussultò, ma no disse nulla né si mosse.
Alzai di nuovo la mano.
– lo stesso, o l’altro? ‘ domandai, accennando con gli occhi al seno sinistro.
Deborah non rispose.
– facciamo tutti e due? –
– no! – disse subito lei ‘ l’altro, l’altro’ –
– bene ‘ dissi.

E subito, senza darle tempo di prepararsi, abbassai la mano e le colpii il seno sinistro, dall’alto verso il basso e dall’interno verso l’esterno, quasi a quarantacinque gradi.
Siccome non era pronta, Deborah gridò.
Io, in verità, questa volta avevo colpito con più forza.

Tirai il guinzaglio e la feci rimettere dritta, davanti a me.

– sai perché prima ti ho baciata? –
– no ‘ scosse la testa lei ‘ no’ padrone –
– e perché poi ti ho schiaffeggiato le tette, lo sai? –
– no, padrone ‘
– te lo spiego, &egrave semplice. Perché ne avevo voglia. Ti ho vista, e ho avuto voglia di baciarti, e ti ho baciata. Poi, ti ho visto le tette e mi &egrave venuta voglia di schiaffeggiartele, e l’ho fatto. Se mi verrà voglia di incularti, lo farò. Se vorrò coccolarti, chiacchierare con te, farti un massaggio ai piedi o pisciarti in bocca, lo farò. Se vorrò che tu mi prepari da mangiare, o di vederti leccare il pavimento o di guardarti ballare per un’ora, lo farai. Se sai perché? Perché io ne avrò voglia, e tu sei qui solo per soddisfare qualunque, qualunque mia voglia. –
Feci una pausa. Deborah non disse nulla.
– perché sei mia. Sei una cosa, mia. Una. Cosa. Mia ‘ scandii.
Deborah abbassò gli occhi.
– ripeti ‘ le dissi

– unacosatua ‘ buttò fuori tutto d’un fiato
– ripeti ‘ dissi ancora
– una cosa tua ‘ ripet&egrave Deborah, più lentamente
– ripeti ‘
– una cosa tua ‘
– cosa sei? ‘
– una cosa tua ‘
– metti una pausa tra ‘cosa’ e ‘tua’: sono due concetti distinti, e importanti. Prova ‘
– sono una cosa ‘ pausa ‘ tua ‘
– ripeti ‘
– sono una cosa. Tua ‘
– ancora ‘
– sono una cosa. Tua ‘
– dillo mentre ti strizzi le tette ‘
– sono una cosa. Tua ‘ ripet&egrave Deborah mentre con le mani formava una coppa intorno ai suoi seni, e li stringeva.
– dillo mentre con la destra ti accarezzi la figa ‘
– sono una cosa. Tua ‘ ripet&egrave, mentre appoggiava la destra sulla figa.

– ferma così –
Deborah si fermò, io mi alzai, passandole accanto.
Mi fermai vicino al divano, guardandola dal suo profilo destro.
Era ferma, in ginocchio.
Con il collare, il resto dell’intimo bianco, una mano che stringeva un seno e l’altra infilata sotto le mutande bianche.
Bellissima.
– cosa sei? –
– sono una cosa. Tua ‘

Mi avvicinai, e le staccai il guinzaglio dal collare.

– a quattro zampe – ordinai
Deborah eseguì.

– bevi il tuo vino ‘ dissi, indicando la ciotola a terra, poco distante da lei.
Deborah si girò, e a quattro zampe mosse arrivò alla ciotola.
Poi si alzò in ginocchio e con le mani fece per afferrare la ciotola e portarsela alla bocca.

– no no ‘ la fermai – rimettila a terra –
Deborah eseguì.
Mi avvicinai a lei e rimasi in piedi, guardandola dall’alto.
– giù ‘ ordinai, e Deborah eseguì, rimettendosi a quattro zampe ‘ a cuccia’ – aggiunsi
Deborah si irrigidì.
Io sorrisi.
– guardami ‘ lei alzò gli occhi.
– brava la mia cagnolina’ perché tu sei la mia cagnolina, vero? –
Deborah non rispose. Mi guardava e basta.
– allora? Cosa sei, tu? –
– una cosa. Tua ‘ rispose Deborah
– e quindi, se io dico che sei la mia cagnolina, cosa sei tu? ‘
Deborah abbassò gli occhi.
Io attesi.
Dopo qualche secondo, Deborah disse – sono la tua cagnolina –

– giusto. Sei la mia cagnolina. E allora abbaia –
Deborah alzò gli occhi con un gesto improvviso, quasi violento.
Stava per dire qualcosa.
Poi tacque.
Io rimasi fermo.
Lei abbassò la testa, guardando a terra.
Io rimasi fermo.

– bau ‘ fece lei.
– cagnolina, abbaia per bene, fai sentire al tuo padrone quanto sei contenta di essere qui con lui’ – dissi io, con il tono di voce che si usa per parlare con un piccolo animale

– bau! Bau bau! –
– non ci siamo ‘ dissi

Deborah si perse qualche secondo.
Poi, sempre con la testa bassa ‘ bau! Bau bau! Bau! ‘ abbaiò.

– brava, cagnolina’ – sorrisi, e mi abbassai ad accarezzarla sulla testa, come se fosse un cane ‘ adesso bevi’ -.
– adesso bevi –

Deborah rimase ferma, guardandomi.
Poi, lentamente, si avvicinò alla ciotola che stava a terra.

Rimase ferma così, a quattro zampe, con la testa immobile sopra la ciotola.
Era di profilo, rispetto a me.
Era molto, molto bella.
La sua schiena era incurvata, e questo faceva sì che il sedere sporgesse e puntasse verso l’alto.
I seni era liberi e puntavano verso il basso, con i capezzoli leggermente corrugati.
Il collo era rigido, come le spalle, e le braccia, per la posizione innaturale, mettevano in evidenza i muscoli.

Io rimasi fermo.
Lentamente, senza guardarmi, Deborah abbassò la testa verso la scodella.
Poi spinse le labbra in fuori e fece per succhiare il liquido dalla scodella.

– no ‘ la fermai
Lei allontanò la testa dalla scodella e mi guardò.
– no ‘ ripetei ‘ non devi risucchiarlo’ siccome abbiamo detto che sei un cane, devi bere come fanno i cani’ leccando. Anzi, lappando, per essere precisi. Hai capito? –
-sì ‘ rispose Deborah senza guardarmi
– no. Sei una cagna, non sai parlare’ sai solo abbaiare’ ripeto: hai capito? ‘
questa volta Deborah mi guardò, con rabbia, girando la testa verso di me.

Poi, socchiuse gli occhi e abbaiò.
Due volte. Bau,bau.
– brava. E adesso, bevi –

Deborah abbassò di nuovo la testa, e questa volta cominciò a leccare il vino.
La sua bocca era abbassata fino a sfiorare la superficie della ciotola, e la sua lingua leccava il vino, come una brava cagnolina.
La lasciai continuare per un po’, ammirando come la posizione spingesse ancora più in su e in fuori il suo culo.

Mi alzai, e lei si fermò.
– non ti ho detto di smettere. Continua –
Deborah riprese a leccare.
C’era un silenzio profondo, rotto solo dal rumore della sua lingua nel vino, e dal suo respiro, che interrompeva di quando in quando le leccate.

Le andai accanto, osservando dall’alto la schiena incurvata e il collo teso e piegato in avanti.
Poi le girai dietro, e mi godetti la visione meravigliosa del suo culo, spinto in alto.
Teneva le gambe strette, quasi unite, e questa posizione, insieme alle spalle quasi a terra, faceva sì che la figa fosse quasi nascosta tra le cosce strette, ma le natiche invece si allargavano così che il buco del culo era del tutto esposto.

Lei continuava a bere, ma percepivo la sua tensione, causata dalla mia presenza dietro di lei: mi sentiva, avrebbe voluto girarsi per guardare cosa stessi facendo o, almeno, restare ferma con i sensi all’erta.
Lentamente, mi abbassai, accucciandomi dietro di lei.

– basta bere – ordinai
Non appena fece per alzare la testa la fermai ‘ no, resta ferma così –
Deborah si bloccò.
Io ero dietro di lei, appoggiato sui talloni, con la faccia poco più in alto del suo culo.

La osservai da vicino, con grande attenzione.
Mi presi tutto il tempo.
Le labbra della fica, chiuse e strette dalle cosce, erano leggermente rigonfie, e una sottile striscia di pelle e carne le univa, morbida e sinuosa.

Il perineo era rosa chiaro, un piccolo lembo di carne e pelle tra il culo e la fica.

Il buco del culo era piccolo, di un rosa appena più scuro della pelle che lo circondava, con le piccole pieghe e rughe della carne che si chiudevano le une sopra le altre.

Deborah sentiva che la stavo osservando, guardando.
Probabilmente sentiva anche il mio respiro, il calore del mio corpo.

Ebbi la tentazione di leccarla.
Sì, mi sarei inginocchiato dietro di lei, e l’avrei leccata.

Prima il perineo, piano piano.
Poi le avrei leccato il buco del culo, attorno, lentamente, sentendo la pelle corrugarsi sotto la mia lingua, e poi le avrei spinto la lingua in fondo, dentro.
Poi le averi leccato la fica, piano piano, prima scorrendo lungo le labbra e poi, aprendole, mi sarei infilato dentro di lei, con la lingua, le mie labbra, fino a spingere l’intera faccia contro il suo sesso.

Rimasi fermo, e mi trattenni.
Non so, immaginai che non fosse la cosa giusta da fare.
E poi, pensai, avevo tempo.

Mi alzai.
Deborah sospirò e si rilassò, probabilmente sollevata che non le avessi fatto nulla, che non l’avessi nemmeno sfiorata.

Mi sedetti di nuovo sul divano.
– vieni qui –
Deborah si mosse e si mise di fronte a me.
Io la guardai ‘ bhe? Cosa devi fare quando ti do un ordine? –
Deborah abbaiò.
Io sorrisi.

Mi allungai e presi dal tavolino il piatto che avevo portato quando ero uscito dalla cucina.
Presi del formaggio, un po’ di prosciutto, dei cracker.
Ne presi una manciata e li lanciai nel salone.
– vai, mangia –

Deborah non si mosse.

– ai cani piace che gli si lanci il cibo’ mangia!!! – ordinai
Deborah lentamente si girò e si mosse verso il pezzo di cibo più vicino.
– i cani corrono!!! E abbaiano di felicità!!! ‘ aggiunsi, con tono didascalico.
Deborah aumentò l’andatura, sempre a quattro zampe, e abbaiò, felice.

Lo feci e lo rifeci.
Aspettavo che Deborah tornasse da me, e poi lanciavo il cibo lontano.
Lei scattava, abbaiando.
Arrivava al cibo, si piegava, e mangiava da terra, senza usare le mani.
Al terzo o quarto lancio, le ordinai ‘ quando mangi devi essere felice’ scondinzola!!!! –

E da quel momento Deborah, quando raggiungeva un pezzo di cibo, si piegava a mangiarlo e nel frattempo agitava a destra e sinistra il culo, in una goffa e ridicola imitazione dello scodinzolare di un cane.

Il gioco era divertente, molto divertente.
E continuai.
Soprattutto perché, a un certo punto, mi accorsi che Deborah non ne poteva più.
Era stanca, probabilmente le facevano male le ginocchia.
Ma forse, soprattutto, quel gioco, quella posizione, l’essere costretta a comportarsi come un animale la umiliava in un modo che non era pronta ad affrontare.

All’ennesimo lancio, abbaiò, poi scattò verso il pezzo di formaggio che avevo lanciato.

Quando arrivò, però, abbassò la testa ma, invece di leccare il pavimento e ingoiare il formaggio, si bloccò.

La testa quasi a terra, la bocca a pochi centimetri dal cibo.

Rimase ferma.
Io non mi mossi, né dissi nulla.

Poi, all’improvviso, qualcosa si ruppe dentro di lei.
– basta – sussurrò

E iniziò a piangere.
Ferma, a quattro zampe, con la testa quasi a terra e il culo in alto, piangeva.
Piangeva piano, con gli occhi aperti che fissavano per terra.
La schiena sussultava.

Io rimasi fermo, silenzioso.

– dai, vieni qui ‘ le dissi poi, con tono dolce, quando capii che non avrebbe ricominciato a fare il cane, e che il pianto non si sarebbe interrotto..

Deborah fece per alzarsi.
– no, non alzarti, resta così. Vieni ‘ dissi, sempre con lo stesso tono.
Deborah venne fino da me.
Adesso singhiozzava, e scuoteva la testa in un muto ‘no’.

Mi avvicinai a lei, e le presi la testa tra le braccia.
La cullai, accarezzandola.
– sei brava, brava. Sei proprio brava, ce la stai facendo, ce la puoi fare’ – dissi, mentre le lisciavo i capelli.
Il pianto si fece disperato.
Gli occhi erano chiusi, e lei si abbandonò sulle mia gambe.

La lasciai lì, a piangere sulle mie gambe, accarezzandola dolcemente, per un lungo minuto.

Poi, mentre con la destra continuavo ad accarezzarla e coccolarla, con la sinistra abbassai i pantaloni della tuta e tirai fuori il cazzo.

Quando le spinsi lentamente la bocca verso il cazzo, Deborah non aprì nemmeno gli occhi.
Continuò a singhiozzare, aprì la bocca e mise le labbra attorno al cazzo.

Io la guardai, rapito.

Deborah piangeva e mi succhiava il cazzo, e una parte di lei era disperata, umiliata, sopraffatta; contemporaneamente, un’altra parte di lei ubbidiente, consapevole del motivo per cui era arrivata fino a quel punto, e decisa a non rendere inutili tutti i sacrifici fatti fino ad allora, aveva accettato di fare quello che volevo.

Il pompino continuò, e per tutto il tempo Deborah pianse, senza che io facessi nulla, se non godermi ogni singolo istante.

Poi, con dolcezza, estrassi il cazzo dalla sua bocca e altrettanto dolcemente mi alzai, scivolando via.
Lei appoggiò la testa sul cuscino del divano, nascondendosi con un braccio.

Io andai dietro di lei.
Mi inginocchiai.
Allungai la mano destra ed presi la coda dei suoi capelli, che tirai appena, lentamente.

Deborah alzò la testa, e questo movimento le fece piegare la schiena e spingere in fuori il culo.
Singhiozzò, forte.
Tenendo i suoi capelli con la destra, con la sinistra mi afferrai il cazzo alla base della cappella, e lo appoggiai al suo buco del culo.

Mi fermai.

Deborah rimase ferma.
Sentivo che piangeva di un pianto ininterrotto, anche se non potevo vedere la sua faccia.
Tirai appena la coda dei capelli, e Deborah prima fece una piccola resistenza e poi, con un singhiozzo più forte degli altri, spinse leggermente il buco del contro la punta della mia cappella.

Come una specie di invito, di autorizzazione, di assenso.

Io spinsi.
Lentamente, molto lentamente.
Con solo la sua saliva a fare da lubrificante, avevo paura di farle male, troppo male, intendo.
Spinsi lentamente.
Quando la metà della mia cappella fu sparita dentro il suo culo, sentii l’anello dello sfintere opporre resistenza, e mi fermai.
Quando percepii il primo rilassamento del muscolo, spinsi di nuovo, e così via per due o tre volte, finch&egrave non sentii che la barriera era stata superata, avvertendo quell’improvviso cessare della resistenza, quel momento in cui all’improvviso senti ‘sono dentro’.

Le scopai il culo, prima lentamente poi, quando lo sentii finalmente rilassato e morbido, con forza.

Le scopai il culo senza fretta, prendendomi tutto il tempo che volevo, entrando e uscendo dal suo culo, spingendo fino in fondo, là dove la punta del cazzo tocca una specie di parete, o fermandomi a metà e muovendomi in cerchio, come per allargarle ancora il buco.

Deborah pianse per tutto il tempo.
Non disse nulla, pianse e basta.

Quando sentii che era venuto il momento, parlai per la prima volta.
– guardami ‘ le dissi

Deborah girò la testa verso sinistra, guardandomi dietro la sua spalla.
Il trucco era colato, il rossetto sbaffato dalle lacrime e dal pompino di prima.
Il naso colava e gli occhi erano lucidi.

– guardami – ripetei
e cominciai a scoparla con forza, sempre più in fretta.
Quando sentii il cazzo diventare ancora più duro e grosso, aumentai ancora il ritmo e la forza.

– cosa sei tu? ‘ le chiesi

Deborah chiuse gli occhi, e singhiozzando rispose ‘ una cosa. Tua –

– continua a dirlo ‘ ordinai, gemendo

– sono una cosa. Tua ‘ ripet&egrave Deborah tra le lacrime.
– sono una cosa. Tua ‘ ripet&egrave ancora.
– sono una cosa. Tua ‘ e ancora.
– sono una cosa. Tua ‘ e ancora.

E pianse.

E io le venni nel culo, gridando.
Le afferrai le anche e le tirai verso di me, spingendo il cazzo in fondo, in fondo in fondo.
Le venni nel profondo del culo, gridando e guardandola negli occhi, mentre piangeva.

Dopo essere venuto, mi abbandonai sulla sua schiena, accarezzandola e baciandola.

– brava, brava ‘ dissi.

Poi uscii da lei, raccolsi i pantaloni e andai in camera.
Mentre me ne andavo, sentii che continuava a piangere.

Si era fatto tardi.

Era ora di andare a dormire. Non sono mai stato uno a cui piaccia far tardi senza motivo, e poi era stata una giornata impegnativa.

Mi avviai verso la camera da letto.
– vieni, &egrave ora di andare a letto ‘ le dissi.
Non mi voltai, ma sentii Deborah alzarsi e seguirmi.

Entrai camera, e mi sdraiai sul letto, aspettandola.
Deborah arrivò quasi subito.
Era ancora seminuda, e teneva gli occhi bassi, senza guardarmi.
Il trucco sfatto e gli occhi rossi di pianto.
Quando respirava, ogni tanto ancora le scappava un piccolo singhiozzo.
Rimase lì, in piedi, senza guardarmi.

Che bella.
Che meraviglia.
Che donna incredibilmente bella ed irresistibile era ai miei occhi, così, disperata, umiliata, seminuda, furibonda con se stessa e con me, eppure ferma, in piedi, ad aspettare il mio prossimo comando.

Provai qualcosa di molto simile all’amore.

Peccato che prima o poi tutto questo finirà, pensai.
Per questo, mi dissi, devo godermi ogni istante che Deborah mi regalerà.

Inspirai, e mi sembrò di sentire il suo odore; profumo di mascara e rossetto, e shampoo, e deodorante e profumo da pochi soldi, e sudore, e paura e lacrime.
E odore di sperma, e di merda.
Un insieme di odori che mi godetti, inspirando più volte, ad occhi chiusi.

– vai prima tu in bagno? ‘ le chiesi, con il tono tranquillo e annoiato che si userebbe con una moglie o una fidanzata, alla sera, prima di andare a letto.

Deborah non rispose poi, senza alzare gli occhi, annuì.
– allora vai ‘ le dissi, mentre prendevo l’ipad per leggere qualcosa ‘ ma lascia la porta aperta –

Deborah andò in bagno.
Io aprii l’ebook che stavo leggendo, e tesi l’orecchio.
Dal rumore, capii che Deborah si era seduta sul water.
Sentii lo scroscio della sua pisciata, e a metà sentii chiaramente una rimbombante scoreggia.
Evidentemente, il culo ancora aperto e il mio sperma dentro di lei l’avevano sorpresa’ Deborah smise subito di urinare, si bloccò.

Ormai la conoscevo abbastanza bene, e immaginai che quella scoreggia rumorosa con la porta aperta l’avesse fatta sentire umiliata e imbarazzata almeno quanto correre in giro abbaiando a quattro zampe.

Sorrisi.

Ascoltai Deborah alzarsi, tirare l’acqua e poi sedersi sul bidet, dove rimase un bel po’, facendo scorrere l’acqua.
Immaginai che stesse cercando di lavare il più possibile il suo corpo, e forse un po’ anche la sua anima.

La lasciai fare.

Sentii l’acqua del lavandino, e poi tutti i rumori di una donna che si strucca e si prepara per la notte.

– hai finito? – chiesi
Silenzio.
– hai finito? ‘ ripetei, con voce stentorea.
– sì ‘ rispose lei, piano, dopo qualche secondo.
– allora aspetta, arrivo anche io –

Mi alzai e, nudo com’ero, entrai in bagno.
Deborah si era tolta tutto e la camicia, le autoreggenti e le scarpe erano in un angolo.
Era girata verso di me, con la schiena appoggiata al lavandino, e si era coperta con un asciugamano bianco, stretto sopra i seni.

– toglilo ‘ ordinai, accennando all’asciugamano, mentre senza guardarla mi misi davanti al water e senza alzare la tavoletta urinai.
– prendi lo straccetto che c’&egrave lì sotto ‘ dissi, accennando all’armadio del lavello ‘ e pulisci bene, non voglio schizzi e gocce. Poi lavati bene le mani ‘ aggiunsi.

Mentre mi lavavo i denti, mi girai e osservai Deborah che, nuda a carponi, puliva con uno straccetto giallo il water in cui avevo appena pisciato.
Quando ebbe finito, tirò l’acqua, lavò lo straccetto e lo rimise a posto.

Io nel frattempo avevo finito di lavarmi i denti: sputai nel lavello due o tre volte.
– lava anche questo ‘ dissi, indicando il lavello.
Deborah aprì l’acqua e con cura, usando le mani, ripulì il lavello dagli schizzi di dentifricio.

– ok, andiamo a letto ‘ dissi, stiracchiandomi e sbadigliando.
– cosa ti sei portata per la notte? ‘ le chiesi
Deborah sospirò, e senza dire nulla andò in camera, dove aprì la valigia accanto al letto.
– questo’ e questo’ e’ questo’ – mi rispose, senza guardarmi, indicando tre pigiami, uno bianco, uno a righe e uno giallino.

Io li presi fuori tutti e tre e li misi sul letto.
Quello giallino aveva i bottoni sul davanti della camicia, gli altri no.
– metti questo ‘ le dissi indicando il pigiama giallino ‘ ma chiudi un solo bottone, quello più in alto. Niente reggiseno. Perizoma ‘ dissi poi, mentre mi giravo e prendere ed indossare la tshirt grigia e i boxer neri con cui avrei dormito.

Deborah si vestì in fretta.
La guardai.
Il risultato, per essere un pigiama, era ben oltre le aspettative.

La camiciola gialla, chiusa solo al primo bottoncino sotto il collo, si apriva naturalmente, e non copriva i due seni, che restavano visibili.
I pantaloni, di un tessuto leggero, lasciavano intravedere il pizzo del perizoma.

– bene ‘ le dissi ‘ ma anche di notte, mentre dormi, voglio che tu tenga le scarpe. Forza! ‘ aggiunsi, battendo le mani.
Deborah si mosse e dall’armadio dove aveva riposto alcune delle sue cose prese un paio di scarpe nere, con tacco a spillo, e un cordino alla caviglia.
Io annuii, e lei se le mise.

Era davvero sexy, in un modo che definirei non convenzionale: le scarpe eleganti, nere, con tacco spillo e il cordino alla caviglia, i pantaloni del pigiama giallini, il pizzo del perizoma che si intuiva là dove il pantalone, sul cavallo, si appoggiava alla fica; la giacca del pigiama, spalancata tranne il primo bottone, che lasciava uscire i seni.
I capelli sciolti, niente trucco.

Una sensualità anomala, strana; intuii che parte dell’attrattiva era data dalla consapevolezza che lei non si sarebbe mai vestita così, e questa specie di costume di carnevale che le avevo imposto era l’ennesimo segno del pieno possesso e controllo che avevo su di lei.

Sembrava più giovane, ma anche più matura.
Certamente triste.

– ok, a letto – dissi
Deborah si mosse verso di me.

– oh no! ‘ la fermai ‘ tu non dormi qui’ – scossi la testa, indicando il letto
– tu dormi in bagno’ vieni! ‘ mi alzai e mi diressi in bagno; dopo un attimo di esitazione, sentii tacchi di Deborah seguirmi.

– qui! ‘ dissi, indicando il tappetino bianco ai piedi del lavello.

Poi con un piede spostai il tappetino e da sotto al lavello lo misi tra il water e il bidet.
– anzi, qui &egrave ancora meglio ‘ aggiunsi, sorridendole.
– usa questi ‘ dissi poi, dandole una manciata di asciugamani, piccoli, di quelli per la faccia e per il bidet.
– fammi vedere come ti sistemi’ – le dissi, indicando il tappetino.

Deborah rimase ferma.
– dai, a letto!!! ‘ le ripetei, e le assestai una pacca sul sedere, non troppo forte, ma nemmeno piano.
Deborah gridò, e fece un piccolo saltello in avanti.
– muoviti, prima che mi venga voglia di chiudere in bellezza la giornata’ – le dissi di nuovo, accennando con la testa ai suoi seni.

Deborah capì immediatamente, e subito si mise in ginocchio, tra il water e il bidet, e poi si contorse infilandosi in quello spazio angusto.
Io le buttai addosso gli asciugamani, che erano rimasti a terra.
Lei li prese e cercò di coprirsi.

Faci due passi indietro.
La guardai.

Guardai quella donna, la mia donna.

Mia, nel senso che in quel momento avevo la precisa, netta consapevolezza di possederla, di possedere molto, davvero molto di lei.

Ridicolmente infilata di tre quarti tra un bidet e un water, con un pigiama che le lasciava scappare le tette e un paio di scarpe nere, mezza coperta fatta di asciugamani usati.

Deborah mi guardava, con uno sguardo stanco e rassegnato.
Immaginai che malgrado tutto, appena avessi spento la luce, si sarebbe addormentata.

– prima di dormire ‘ le dissi con tono autoritario ‘ le istruzioni per domani –
La guardai.
Lei rimase zitta, poi sussurrò ‘ sì’ padrone –

Io sorrisi.
– bene, ti sveglierai alle sei e mezza ‘ dissi, e le allungai una piccola sveglia digitale che presi dal mio beauty.
– ti laverai, ti truccherai e vestirai da troia ‘ feci una pausa, finch&egrave Deborah non annuì.
– poi preparerai la colazione, di là, in soggiorno –
Deborah annuì ancora.
– non, ripeto non ‘ feci una pausa ‘ svegliarmi prima delle otto e mezza. Se farai rumore e mi sveglierai, la tua giornata inizierà con una punizione. E siccome al mattino di solito sono di cattivo umore, fossi in te farei il possibile per evitarlo’ –

Deborah annuì ancora.

– alle otto e mezza, verrai a svegliarmi. Io sarò senza mutande. Se sarò supino, mi sveglierai succhiandomi il cazzo; se sarò prono, leccandomi il culo. Mi raccomando, con dolcezza.. ‘ sorrisi.

– tutto chiaro? – chiesi
– sì, padrone ‘ sussurrò Deborah, guardando un punto a terra, tra il bidet e il water.

– allora, buonanotte –
– buonanotte, padrone ‘ rispose meccanicamente Deborah.
Io mi girai, uscii dal bagno e spensi la luce, lasciando la porta aperta.
Mi misi a letto, lessi qualche pagina del mio libro e poi mi misi a dormire, cercando di non pensare troppo a ciò che c’era in bagno’

Dormii bene, ero stanco e soddisfatto della giornata.

Solo, verso le tre di notte, sentii lo stimolo a urinare.
Mi alzai, mi tolsi i boxer e andai in bagno.

Entrai in bagno, e accesi la luce all’improvviso, gridando come il sergente Hartman ‘ sveglia! ‘

Deborah scattò, spalancò gli occhi, emise un urlo di spavento e sbatt&egrave la testa contro il bidet, gridando di nuovo.

– forza, devo pisciare!!! ‘ gridai di nuovo.

Deborah ansimava, gli occhi spalancati, una mano a massaggiarsi la testa, la bocca aperta, appoggiata su un gomito.
I capezzoli erano dritti, immagino per una reazione allo spavento e al dolore.
Io mi rimisi di fronte al water, e senza più guardarla pisciai.

Finito, invece di sgocciolarmi, le dissi ‘ pulisci –

Deborah rimase ferma.

Per un attimo, mi fermai pensare al suo risveglio.

Nel pieno della notte, nel sonno profondo, all’improvviso essere svegliati da una luce e da ordini urlati.
Scattare istintivamente, senza sapere bene dove si &egrave, o che stia succedendo.
Sbattere la testa.
Aprire gli occhi.
E improvvisamente ricordare, capire.

La guardai, e nei suoi occhi lessi tutto questo.
Mi godetti quello sguardo, e i suoi seni con i capezzoli dritti, gli occhi gonfi di sonno, le scarpe, la bocca semiaperta.

Non c’era tempo da perdere.

Tenendomi il cazzo con la destra, con uno scatto le afferrai i capelli e la tirai su, sbattendola poi giù con forza, con una guancia appoggiata al water.

Mi avvicinai alla sua faccia con la mia e sussurrai, guardandola negli occhi ‘ ho detto pulisci, troia –
e le misi davanti alla bocca il cazzo.

Deborah fece per ritrarsi, ma io strinsi ancora più forte i capelli e le schiacciai la testa contro la porcellana del water.
– aaaaaah ‘ gemette Deborah
– pu li sci ‘ scandii io, stringendo di più i capelli e spingendo di più la testa contro il water ad ogni sillaba.

Deborah aprì la bocca.
Io tenni il cazzo lontano dalla sua portata, e ripetei ‘ pu li sci ‘ aumentando ancora la forza, e il dolore.

– aaaaaaah ‘ urlò Deborah, più forte adesso, spalancando gli occhi, e con la bocca aperta cercava di arrivare al mio cazzo, come a dire che era pronta, che voleva pulirmi.

– lo vuoi? ‘ le gridai nell’orecchio, dando l’ennesima spinta verso il basso alla sua testa.

Deborah annuì, per quel poco che poteva.

Avvicinai il cazzo alla sua bocca, aperta, e lei spinse in fuori le labbra.
Poi le chiuse attorno al mio cazzo, chiuse gli occhi e cominciò a succhiare.

Io non mollai la presa sui suoi capelli e la spinta sulla sua testa, ma mi rilassai e feci uscire dal cazzo quelle ultime gocce che mi ero tenuto.

Per lei.

Deborah sentì le gocce di liquido calde scivolarle in bocca, fece istintivamente per ritrarsi ma io torsi il capelli nella mia mano, e lei ricominciò a succhiare.

Mi godetti quella pulizia notturna per qualche secondo.

Poi uscii dalla sua bocca, e senza dir nulla né guardarla uscii dal bagno, spegnendo la luce.

Mi misi a letto, e per qualche minuti mi concentrai, per non pensare all’erezione che avevo sotto le lenzuola, e a Deborah di là, che, lo sentivo, piangeva in silenzio.

Finalmente, mi addormentai. Dormii per il resto della notte un sonno lungo, intenso, senza sogni.

Ad un certo punto, sentii suonare la sveglia, in bagno.
Non mi mossi, ma aprii gli occhi, nel buio.
La sveglia pigolò ancora qualche istante, poi si spense.
Senza farmi sentire, allungai la mano verso il mio orologio: le sei e mezza.

Dopo qualche istante di silenzio, sentii Deborah muoversi.
Cercai di indovinare cosa stesse facendo dai rumori che provenivano dal bagno.

La sentii alzarsi in piedi, e sentii ticchettare le scarpe.
Poi altri movimenti, ma senza più il suono dei tacchi.
Probabilmente si era tolta le scarpe.
Poi si accese la luce del bagno, e subito la porta si chiuse.
I rumori divennero molto ovattati e meno chiari.

Distinsi però il rumore dello scarico del water, poi l’acqua del lavandino e infine anche la doccia.
Dopo la doccia, il phon.
Poi di nuovo silenzio.
Immaginai Deborah che si truccava e sistemava, davanti allo specchio.

Con un ‘clic’ la luce del bagno si spense, e la porta si aprì.
Immaginai che Deborah avesse deciso di spegnere la luce prima di uscire per evitare di svegliarmi. Ottimo, pensai.

Rimasi con gli occhi socchiusi, mentre la camera era appena illuminata dalla luce dell’alba che entrava attraverso gli scuri delle finestre.

Deborah entrò in camera, silenziosa.
Non la potevo vedere, perché chiusi fingendo di dormire.
La sentii camminare con i piedi nudi, e la immaginai coperta da un asciugamano, bianco, con i capelli freschi e profumati, la pelle liscia e calda da doccia, e immaginai di infilare una mano sotto l’asciugamano e accarezzarla’ mi dovetti imporre di restare fermo.

Deborah girò, silenziosa e leggera, per la stanza.
La sentii aprire piano piano un cassetto, poi prendere qualcosa dalla sua valigia, poi aprire l’armadio e prendere qualcosa anche da lì.
Chissà come si sta vestendo, mi chiesi, pregustando e trattenendo a fatica la mia curiosità.

Poi, Deborah rientrò in bagno e chiuse la porta.

‘clic’, e accese la luce.

Si sta vestendo, mi dissi.

Un altro ‘clic’, la luce che si spense di nuovo, la porta del bagno si aprì e Deborah scivolò fuori dal bagno e poi dalla stanza.
Non avevo sentito rumore di scarpe, ma immaginai che le avesse in mano e le avesse infilate solo nel corridoio, per non fare rumore.

‘Brava’, le dissi tra me e me.

Attesi ancora qualche minuto poi, quando fui sicuro che non sarebbe tornata, mi rilassai.

Ecco, pensai, adesso &egrave di là, in cucina.
Vestita ‘da troia’, come le ho detto ieri sera.
Ha passato una notte difficile, non credo che sia riuscita a riposare molto, infilata tra il bidet e il water, con solo un asciugamano a fare da materasso’ per non parlare del mio blitzkrieg notturno’

Povera Deborah, mi dissi sorridendo, deve essere stanca e assonnata.
Proprio come volevo.
E adesso, &egrave di là.
Preparare la colazione le prenderà, diciamo, un quarto d’ora, venti minuti.

E poi?

Poi avrà quasi un’ora e mezza da riempire.
Da sola, in una casa non sua, senza poter fare nulla, senza televisione, senza nulla da leggere.
Senza poter dormire, per paura che io mi svegli e la trovi addormentata.

Da sola, all’alba, senza nulla da fare, se non pensare a se’, alla sua situazione, e a me.
A quello che le ho fatto, a quello che le ho fatto fare, e a quello che le farò e farò fare.

Proprio come avevo pensato.
Mi era sembrata una bella idea, quella di avere Deborah, stanca, lasciata a pensare e ripensare.

Ero curioso di sapere che cosa avrebbe portato questo tempo che le avevo lasciato proprio per pensare, riflettere e, nel caso, prendere qualche decisione o iniziativa.

Mi addormentai di quel sonno leggero e piacevole che si fa quando ci si sveglia, si guarda la l’ora e si scopre che manca ancora un po’ al momento della sveglia.

Prima, però, mi tolsi le mutande.

Mi svegliai quando sentii rumore di passi, di tacchi, nel corridoio.

&egrave ora, pensai.
Mi misi prono, tirando su il lenzuolo fino alle spalle.

La porta del corridoio si aprì, e la luce del mattino trasformò il buio della stanza in penombra.

Deborah entrò, lentamente, a giudicare dal rumore.

Io rimasi fermo, con gli occhi chiusi, fingendo di dormire.

Era un momento importante.
Chissà, mi domandai, se in quel tempo in cui era rimasta sola, in cucina, Deborah aveva deciso di fare qualcosa, chessò, di folle, tipo accoltellarmi; oppure semplicemente ribellarsi, svegliarmi con una secchiata d’acqua e mandarmi a quel paese.

Deborah si fermò a lato del letto.

Rimase ferma molto a lungo.
Lo so che nel silenzio, con gli occhi chiusi, il tempo sembra allungarsi e dilatarsi, ma sentivo i suoi respiri, e cominciai a contarli.

Dieci’ venti’ trenta’ sessanta’ cento’ centoventi’ centocinquanta’ e ancora di più.

Calcolando un respiro al secondo, mi dissi, sono almeno due minuti che &egrave ferma, qui, in piedi, accanto a me.

Forse sta davvero per tentare di uccidermi, pensai.
Forse ha in mano un coltello, o il mattarello o una pentola pesante, d’acciaio, e sta solo cercando il coraggio per colpirmi’

Poi Deborah si mosse.
Non riuscii ad evitare di trattenere il respiro e irrigidire i muscoli del collo.

Deborah prese in mano un lembo del lenzuolo, e lentamente lo abbassò, scoprendomi.

Ripresi a respirare, e feci fatica a non emettere un sospiro di sollievo.

Invece, rimasi fermo, fintamente addormentato.

Ero sdraiato, a pancia in giù, sul letto.
Le mani sotto il cuscino, la testa girata verso la parete opposta a dove c’era lei, le gambe leggermente divaricate.

Indossavo una tshirt grigia. E basta.

Deborah tirò via, silenziosamente, tutto il lenzuolo.
Poi la sentii spostarsi ai piedi del letto.
Là, sentii che saliva lentamente sul letto.
Immaginai che fosse salita a carponi, appoggiandosi si gomiti e alle ginocchia.

Si mosse ancora in avanti, e sentii i suoi capelli sfiorarmi le gambe.
Si stava abbassando.
Sentii il suo respiro caldo sul mio sedere.

Un altro respiro, ancora più caldo, e i capelli che scorrono sui miei glutei.
Le mani si appoggiano a destra e sinistra del mio bacino.

E poi, finalmente, quando stavo davvero per alzarmi, girarmi, aprire gli occhi, la sua lingua.

Che piano mi accarezza il solco tra le natiche.
Calda, umida, morbida.

Io restai fermo, immobile.

Deborah spinse un po’ più in giù il viso, e la lingua si fece strada verso il buco del mio culo.

Sentivo il suo respiro caldo uscire dal suo naso, appoggiato poco sopra al mio ano.

Deborah si fermò, appoggiando il viso al mio culo, e la sua lingua iniziò a girare attorno al mio ano, per poi leccarlo in lunghe, lente passate.

Io sospirai, e inarcai il culo verso la sua faccia, per farle capire che ero sveglio, e che apprezzavo.

Deborah continuò.
Io spostai le mani dal cuscino e le portai sulle mie natiche.
Poi, le allargai, lasciando che Deborah potesse leccare tutto il mio culo.

Deborah leccò e leccò, intorno, sopra, sotto, piano piano.

– spingi dentro la lingua ‘ le dissi, le prime parole che pronunciai quella mattina.

Sentii Deborah fermarsi un attimo, esitando.
Io inarcai ancora la schiena.
Deborah ricominciò a leccare, e poi appoggiò la bocca la mio culo: sentivo le sue labbra aderire al mio buco, come un ventosa.
E la sua lingua, piccola, calda e tesa, si fece strada dentro di me.

Dentro e fuori, dentro e fuori.

Mi godetti quel risveglio, facendomi leccare a lungo, senza dirle più nulla, ma guidandola solo con i movimenti del mio bacino.

Fu un risveglio meraviglioso.

Pensai che gli hotel a cinque stelle avrebbero dovuto offrire un servizio del genere, invece che massaggi, colazione in camera, spa e altre inutili cazzate.
Io avrei certamente pagato un supplemento consistente, senza protestare.

Nel frattempo, anche il mio cazzo si era svegliato, e reclamava attenzione.

Mi ritrassi dalla lingua di Deborah, e lentamente mi girai.

Deborah si alzò, rimanendo in ginocchio tra le mie gambe.

Guardò il cazzo, duro, aspettando istruzioni.

Io allungai una mano, e la feci avvicinare.
La attirai giù, accanto a me, e la baciai.
La bacia lentamente, cercando di sentire sulla sua lingua e nella sua bocca il sapore del mio culo.

Fu un bacio lungo, lento, appassionato.

Deborah rispose ai miei baci.

Poi mi ritrassi, la guardai.

– buongiorno, amore mio. Sei bellissima’ -.
– apri le finestre ‘ le dissi.

Deborah si alzò e aprì le imposte, facendo entrare la luce del mattino.
Fuori era una bella giornata, e alla luce del sole che si rifletteva sulla finestra osservai Deborah.

Indossava delle scarpe nere, opache, con il tacco a rocchetto, alto.
Delle calze nere, leggere, sotto una gonna nera, corta ma non cortissima, aderente, che le arrivava a metà delle cosce, con uno spacco laterale.
Le calze, immaginai, erano con ogni probabilità autoreggenti.
Indossava poi una canotta, aderente, nera anche quella, che non le stava bene, perché metteva in risalto quel po’ di pancia, e poi era troppo alta sui seni.

Ma, in ogni caso, io la trovavo splendida.

Mi appoggiai alla testiera del letto, e la osservai, mentre con la destra, quasi un riflesso involontario, mi massaggiavo il cazzo, duro da prima.

Deborah mi osservava, ferma davanti alla finestra.
L’espressione dubbiosa, forse preoccupata.

Il trucco, notai per la prima volta, non nascondeva gli occhi rossi e cerchiati di stanchezza.
No, non era stata una notte riposante, mi dissi, sorridendo.

Mi alzai, stiracchiandomi, spingendo in avanti il cazzo.

– io vado in bagno ‘ le dissi, avviandomi senza guardarla ‘ tu vai in cucina, e prepara tutto, tra cinque minuti arrivo –
Deborah si mosse e mentre passava davanti alla porta del bagno ‘ ricordati il guinzaglio! -, le gridai.

Mi lavai i denti e la faccia, usai il bagno, mi feci una doccia veloce.
Poi indossai un vecchio paio di jeans senza nulla sotto e una felpa blu, col cappuccio, stile ‘black block’, sopra una tshirt pulita, e un paio di sneakers.

Andai in cucina, portandomi l’ipad.

La tavola era apparecchiata per uno.
Caff&egrave fumante nella tazza, yogurt, pane, burro, marmellata, biscotti, succo di arancia nel bicchiere.

Deborah era in piedi, accanto alla tavola, le mani lungo i fianchi e le gambe strette, una sorta di ‘attenti’. Mi guardava.

– ottimo, davvero ottimo ‘ dissi, sedendomi.

– e tu- chiesi ‘ hai fatto colazione? –

Deborah scosse la testa, poi davanti alla mia espressione curiosa parlò, per la prima volta quella mattina.
Aveva un tono dimesso, stanco.

– no, io non.. non sapevo se’ –
– brava, non ti avevo detto che avresti potuto’ ‘ la interruppi ‘ ma te lo sei meritato. Dai ‘ aggiunsi, spostando con la mano la sedia accanto alla mia ‘ apparecchi anche per te e siediti –

Deborah esitò un momento, poi cominciò ad apparecchiare accanto a me.

Ogni volta che mi passava accanto, notai, irrigidiva involontariamente le spalle e contraeva i muscoli del sedere, probabilmente aspettandosi da un momento all’altro o una sculacciata o, quantomeno, che la palpeggiassi in qualche modo.

Io, invece, aprii l’ipad e cominciai a scorrere tra le pagine di un paio di quotidiani.

– ah, scusa se non ti aspetto per il caff&egrave ‘ le dissi, indicando la tazzina fumante che stavo portando alla bocca ‘ ma già &egrave pessimo così, caldo’ non voglio nemmeno immaginare cosa diventerà da freddo’ – sorrisi

Deborah rimase ferma, con una tazzina vuota in mano, stupita per il tono e per le parole che le avevo appena detto, poi sussurrò ‘ non’ non fa niente’ &egrave che il caff&egrave’ l’ho fatto due volte ma’ –

– ah lo so lo so, ma con la moka, quando non la si usa per un po’, &egrave così’ dai, siediti! ‘ insistetti, indicando la sedia.

Deborah si sedette, e rimase ferma, non sapendo cosa fare.
Aveva imparato a non fidarsi.
– caff&egrave? ‘ le chiesi, prendendo la caffettiera
– sssssì’ – sussurrò. Io le versai il caff&egrave.
– zucchero? Latte? –
– zucchero’ uno’ grazie’ – sussurrò ancora.
– dai, mangia qualcosa ‘ aggiunsi, indicando tutto quello che c’era sulla tavola, mentre le versavo un po’ del mio succo d’arancia in un bicchiere.

Deborah, senza guardarmi, afferrò un biscotto, poi un altro, poi un altro ancora.
Non mangiava da ieri mattina, era chiaro che avesse fame.

– dai, mangia e bevi con calma. Io faccio un altro caff&egrave, ne vuoi? ‘ dissi, alzandomi e portando la moka verso il lavello.
– ssssì’ sì ‘ disse Deborah, guardandomi in faccia per la prima volta.

Mi sedetti, dopo aver preparato la moka ed averla messo sul fuoco.

Mi fermai, poi mi girai verso di lei.

– una pausa ‘ dissi, mentre sbocconcellavo un biscotto, guardandola negli occhi.

Lei mi guardò, senza capire e senza dire nulla.

– una pausa ‘ ripetei.
Mi appoggiai allo schienale della sedia.
– una pausa, di un’ora, due, tre, poi vediamo –
Di nuovo, Deborah non disse nulla e mi guardò.

– e per la durata di questa pausa, ritorna tutto come ‘prima’ ‘ dissi, enfatizzando il ‘prima’.
– siamo di nuovo, cosa eravamo’ amici? Conoscenti? Ex colleghi? Va bhe, quel che eravamo, insomma’ dai, rilassati, goditi la colazione ‘ aggiunsi, e mi alzai per prendere la moka, che aveva iniziato a borbottare, e versai il caff&egrave, servendo prima lei, poi me.

– mmmmh’ – dissi, dopo aver preso un minuscolo sorso della bevanda bollente ‘ questo &egrave già meglio’ allora, come va? –

– come va cosa? ‘ mi chiese Deborah, guardandomi stupita e scuotendo un poco la testa.
– questo ‘ risposi io, allargando le braccia ‘ questo’ io, tu’ noi’ questo tempo che stiamo passando insieme’ quello che facciamo’ che ne dici? Cosa ne pensi? –

Deborah rimase zitta.
Non mi guardò, non mi rispose.
Abbassò gli occhi, mescolò il caff&egrave. Nel silenzio, il rumore del suo cucchiaino nella tazzina sembrava rimbombare.
Soffiò nella tazza, poi prese un sorso di caff&egrave.

Prese fiato.

– posso farti una domanda? ‘ chiese alla fine, senza guardarmi, senza alzare gli occhi dalla tazzina.
– sì ‘ risposi io ‘ dimmi –

Deborah rimase di nuovo zitta, e ferma, così a lungo che pensai che avesse deciso non parlare, che avesse cambiato idea.

Poi buttò fuori, quasi uno sputo.
– perché? –
– che cosa? – risposi
– perché questo, tutto – disse
Poi alzò gli occhi e mi guardò, fisso negli occhi, e si protese verso di me. Non c’era minaccia, nel suo atteggiamento, ma il desiderio di abbattere le distanze, quello di certo.

Continuò, come un fiume, tutto d’un fiato.
– perché? Perch&egrave? Perché farmi male? Perché vuoi che pianga? Perché? Perché vuoi che stia male? –

Io non risposi, non dissi nulla, non mi mossi.

– perché? ‘ ripet&egrave, alzando il tono ‘ potevi, no, puoi, scoparmi come vuoi, quanto vuoi’ potresti chiedermi di fare tutto quello che vuoi’ e questo lo capisco’ e io lo farei’ tutto, tutto’ ma’ – Deborah scosse la testa, emettendo un forte sospiro

– ma il dolore, il male, le lacrime, lo’ lo schifo’ – aggiunse, voltando la testa verso la finestra della cucina ‘ questo no’ non capisco’ perché? ‘ ripet&egrave, e si voltò a guardarmi.

Mi voltai.
Lentamente, mi allungai.
Le presi dalla mano la tazzina di caff&egrave e la appoggiai sul tavolo.
Sempre lentamente, le presi le mani tra le mie, e me le portai alla bocca.
Le strinsi, e le baciai.

Lei rimase ferma, rigida.
Quando lasciai le mani, le ritrasse lentamente.

– Deborah’ – sospirai ‘ &egrave’ &egrave’ difficile’ no, non difficile’ strano –
– sai ‘ aggiunsi ‘ me lo sono chiesto anche io, all’inizio’ perché? Mi chiedevo. Perché quando con gli amici, da ragazzi, dopo qualche birra, quando si facevano i discorsi ‘di sesso’, e ognuno confidava agli altri i suoi sogni e le sue fantasie, perché mentre loro parlavano di scopare un’attrice, o di fare una cosa a tre con due donne con le tette enormi, perché io, invece, dovevo mentire? –

– sì ‘ proseguii ‘ mentivo, anche io parlavo di pompini, di ammucchiate e altre fantasie ‘normali” ma in realtà, averi voluto dire ‘ragazzi, io mi sono ammazzato di seghe pensando alla prof di mate legata, a quattro zampe sulla cattedra, mentre le frusto il culo e intanto la interrogo’, oppure, quando qualche anno dopo loro fantasticavano della compagna di università più bella e irraggiungibile, non potevo certo confessare che io, invece, immaginavo quella là, un po’ bruttina, che sedeva sempre in fondo all’aula magna, che mi supplicava di venirle in bocca, perché così avrei smesso di schiaffeggiarle le tette? –

– non lo so, sai ‘ dissi, senza guardarla, come parlando alla caffettiera ‘ magari se ne parlassi con un medico, lui mi spiegherebbe di conflitti irrisolti, o altro, che ne so’ ma sai qual &egrave la verità? ‘ le chiesi ‘ la verità &egrave che non mi interessa’ –

– la verità ‘ ripresi ‘ &egrave che secondo me il sesso, la sessualità, possono sembrare talmente complicati’ ma sono anche semplici, una volta che non cerchi di capire, ma li accetti così come sono’ come l’omosessualità, per esempio’ che ne dici? Chiederesti ‘perché?’ ad un gay, ad una lesbica? Ecco, per me &egrave la stessa cosa, con’ questo ‘ dissi, e mentre dicevo ‘questo’, indicai lei, i suoi vestiti

– sai ‘ continuai, versandole l’ultimo caff&egrave ‘ la verità &egrave che ‘questo’, a me piace. L’ho sempre sognato. Ho avuto, e ho abitualmente, storie di sesso ‘normale’, e sono belle, intense, soddisfacenti. Con alcune delle mie partner, ho anche fatto qualche gioco, qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto noi’ ma, vedi, erano un ‘gioco’. Invece con te, per la prima volta, ho avuto l’occasione di provare a realizzare, sul serio, le mie fantasie. Possesso, umiliazione, violenza’ tutto –

– e mi &egrave piaciuto. E mi sta piacendo. Molto, moltissimo. E vorrei durasse ancora, all’infinito –

feci una pausa, poi chiesi – ho risposto alla tua domanda? –

– sì ‘ mi rispose Deborah, fredda ‘ ma lo stesso, io non ti capisco. Credo, davvero, credo che tu sia pazzo, un maniaco. E ti odio. Lo sai, vero, che ti odio? –

– sì, lo so ‘ dissi io, appoggiandomi allo schienale e chiudendo gli occhi

– e lo sai ‘ aggiunsi in un sospiro ‘ che il fatto stesso che tu mi odi, rende il tutto mille volte più eccitante, per me? –

Attesi, con gli occhi chiusi.

– sì. Lo so ‘ disse infine lei

– dai, fammi l’ultimo caff&egrave della mattina. Beviamolo. Che poi la pausa finisce, e ci rimettiamo al lavoro
Ci alzammo, come farebbe una coppia dopo la colazione.
– sistema tutto, qui. Io vado in bagno –

Deborah cominciò a sparecchiare, portando tutto verso il lavello.
Io la osservai, appoggiato allo stipite della porta.

Le spalle nude, segnate dalle spalline della canottiera nera e dal reggiseno, anch’esso nero, che intravedevo sotto il tessuto.
La gonna, nera, che le disegnava il culo, e il pizzo di un’autoreggente, che era sceso appena sotto la gonna.
Le scarpe, nere, opache, alte.
Il guinzaglio, morbido, che pendeva dal collare, lungo sulla sua schiena.

Il mio cazzo si risvegliò attraverso i jeans.
Mi avvicinai a lei.
Le posai le mani sulle spalle, massaggiandole lentamente e piano piano i muscoli alla base del collo.
Mi accostai, e avvicinai il mio viso al suo collo. Appoggiai le labbra tra il collo e il trapezio, e le diedi un bacio, restando fermo, con le labbra sulla pelle, calda. Annusai il suo profumo.

Strinsi appena le mani sulle sue spalle, e appoggiai il mio ventre al suo culo, facendole sentire il mio cazzo, duro.

Deborah rimase ferma.
– continua ‘ le dissi, e lei riprese a lavare e sciacquare tazze, piatti, posate e bicchieri.
Io, lentamente, continuai a baciarle il collo, carezzarle le spalle e strusciare lentamente, in su e in giù, il cazzo contro il suo sedere.
Sentivo la cappella gonfia dentro i jeans, contro i bottoni di metallo.

Aprii la bocca e le diedi un morso, leggero, alla pelle tesa della spalla.
Deborah si irrigidì, di nuovo, finch&egrave non la lasciai.
Mi allontanai.

– torno tra poco. Sistema tutto, qui, e fatti trovare in sala –

Andai in bagno, e mi infilai sotto la doccia.
Avevo il cazzo duro, e lavandomi me lo massaggiai lentamente, piano, pensando, fantasticando su ciò che avrei potuto fare nelle ore successive.

– eccomi, sei pronta? –
chiesi, arrivando in sala.

Deborah era lì, in piedi, ferma.
– sei pronta? ‘ ripetei, a voce più alta.
– sì, padrone ‘ rispose lei, senza guardarmi, con tono meccanico.

Mi misi davanti a lei.
Lei stava in posizione, a gambe larghe, spalle indietro, tette in fuori, braccia incrociate dietro la schiena e sguardo dritto, nel vuoto.

– la pausa &egrave ufficialmente finita ‘ mormorai, avvicinandomi al suo viso.
– sei pronta a ricominciare? ‘ chiesi, guardandola negli occhi, con il mio naso a pochi centimetri dal suo.
– sì padrone ‘ rispose lei, sempre senza guardarmi, sempre in tono monocorde.
– guardami ‘ e per la prima volta le sue pupille incrociarono le mie: vi lessi rassegnazione, ma anche odio, sfida e rabbia.
Ce n’era abbastanza per dare un senso alla mattina, pensai.

Mi avvicinai ancora, e le sfiorai le labbra ‘ ferma ‘ sussurrai.
Le baciai le labbra, lentamente.
Le esplorai le labbra con la lingua, intorno, sopra e sotto, e piano piano spinsi la mia lingua tra le sue labbra ‘ ferma’ – sussurrai ancora.
Lei non si mosse.

– apri ‘ e lei aprì la bocca, leggermente.
Io vi infilai la lingua, esplorandola, e sentendo il sapore amaro del caff&egrave e il dolce dei biscotti.
– adesso baciami ‘ e Deborah rispose ai miei baci.
– ferma ‘ e lei si bloccò, lasciandomi giocare con la sua bocca e la sua lingua
– baciami –
– ferma ‘ ripetei per diverse volte.

Mi staccai da lei, ma prima di allontanarmi le leccai una guancia, lentamente, dal basso verso l’alto, fino ad un occhio, che lei chiuse per far passare la mia lingua sulla palpebra.

Mi allontanai.
Deborah non aprì gli occhi.
Tremava leggermente.
Deglutì, per trattenere le lacrime.
Il cazzo si mosse, come se fosse vivo, nei pantaloni.

– sei mia ‘ le sussurrai.
Deborah scosse la testa, con gli occhi chiusi, come per negare qualcosa.
– sei mia – ripetei

– sipadrone ‘ rispose lei, in un sospiro, tutto d’un fiato, sempre senza aprire gli occhi.

– bene. Proseguiamo con il tuo addestramento ‘ dissi, con tono improvvisamente freddo, distaccato, lasciandomi cadere sul divano.

Il cambio di atmosfera sembrò rianimare Deborah, che riaprì gli occhi e riprese un po’ della sua sicurezza.

– la mattina la dedicheremo al mantenimento e al miglioramento della tua forma fisica’ sei d’accordo? –
– sì, padrone –
– bene. Ma prima, ho davvero bisogno che tu ti occupi di questo ‘ dissi, slacciando i jeans e liberando finalmente il cazzo, duro e umido ‘ vieni -.
Mi liberai dei jeans, restando solo con la felpa.
Con la destra mi massaggiavo lentamente il cazzo.
– voglio un pompino –

Deborah si mosse verso di me.
Si inginocchiò tra le mie gambe.

– ti ricordi le regole base del pompino, vero? –
Deborah mi guardò, senza capire, perplessa e preoccupata.
– gli occhi aperti, guardare sempre verso di me, e mugolare di piacere mentre mi succhi il cazzo’? ‘ elencai, sottolineando ogni punto alzando un dito della mano.

– sì’ – sussurrò Deborah, avvicinandosi al mio cazzo.
– allora avanti. Piano, mi raccomando. Voglio un bel pompino, lento, appassionato’ il classico pompino del buongiorno, del mattino ‘ spiegai.

Allontanai la mano dal cazzo, sospirai, mi misi comodo facendo scivolare il sedere in avanti, appoggiai la testa all’indietro e chiusi gli occhi.

– avanti –
Deborah si impegnò.
Prima mi leccò la cappella, mentre con una mano mi stringeva la base del cazzo.
Poi prese in bocca la cappella, avvolgendola con le labbra, e carezzandola alla base con la lingua.
Quando cominciò a gemere, con un ‘mmmmmmmh’ di gola, contrassi i glutei spingendo un po’ più a fondo il cazzo, per godermi le piccole vibrazioni del suo mugolare proprio sulla cappella.
Poi cominciò a succhiare e a muoversi su e giù, spingendo una buona porzione di cazzo in bocca, per poi farlo uscire tenendone solo la punta, per poi accompagnare anche questa parte solo con la lingua.

– piano’ – sospirai di nuovo ‘ non voglio venire, voglio rilassarmi’ fammi un pompino come se fosse un massaggio rilassante al cazzo’ –
Deborah eseguì.
Quando sentivo che la pressione dentro di me stava crescendo troppo, le dicevo ‘ leccami le palle ‘ e così mi rilassavo.

Deborah fu davvero brava.
La cosa andò avanti a lungo, e sentivo il mio cazzo completamente bagnato, intriso della sua saliva e dei miei liquidi.

– va bene così’ basta ‘ dissi poi.
Deborah si staccò dal cazzo, rimanendo ferma, in ginocchio tra le mie gambe.

La guardai sorridendo.
Era un momento molto intimo, pensai.
Deborah era quasi felice, forse perché era stata così brava che non avevo avuto nessun desiderio di farle male.

– sei stata brava, davvero ‘ le dissi
– proprio brava’ professionale, direi ‘ l’insulto ci mise qualche istante a farsi strada nella sua testa, ma poi la colpì e vidi che si irrigidiva ‘ se ti andasse male con il nuovo lavoro, potrei raccomandarti’ nel ramo pompini troveresti lavoro in un attimo’ che ne dici? –

Deborah spostò lo sguardo verso la parete dietro di me.
– come vuole lei, padrone ‘ rispose in maniera meccanica.

Io sorrisi.

– bhe, veniamo a noi. Alzati –
Deborah si alzò.
– cominciamo con l’allenamento’ dopo andremo giù, in palestra’ lo sai che al piano di sotto c’&egrave una piccola palestra? –
– no –
– va bhe, poi la vedrai’ dicevo, dopo andremo in palestra per un po’ di allenamento generico, per tenerti in forma’ ma adesso vorrei fare un lavoro specifico, su un singolo gruppo di muscoli’ – aggiunsi, sorridendo.
Deborah rimase ferma.

– avrai notato una mia certa’ come dire’ predilezione’ passione, diciamo’ per? ‘ dissi, con aria interrogativa
Deborah scosse la testa ‘ non’ non so’ –
– ma sì, che lo sai’ –
– no, io’ –
– per il tuo culo! ‘ spiegai, battendo le mani, come per dirle ‘sveglia!!’ ‘ o no? –
– sss’ ssì’ –
– oh, ecco. Mi piace tanto, scoparti il culo. E sai perché mi piace? –
– no ‘ rispose lei, sospirando.

Credo che avesse ormai capito che queste non erano delle vere conversazioni, ma piuttosto delle recite, con un copione che io avevo in mente, e che il punto di arrivo era già deciso.
Quindi non c’era alcun vantaggio a cercare di capire il senso delle domande, era sufficiente dare le risposte scontate e prevedibili, per non farmi arrabbiare, sperando che la pantomima finisse.

– no – ripet&egrave lei
– mi piace perché hai un bel culo stretto. E a scoparti il tuo culetto stretto, prima di tutto io godo parecchio, e poi sento che ti fa male, quando te lo allargo a colpi di cazzo’ e questo da al tutto ben altro valore’ no? –

Di nuovo, Deborah non disse niente.
Ma io sapevo che questi discorsi, così freddi e in un certo modo volgari, la ferivano almeno quando uno schiaffo.
Proseguii.

– solo che sono preoccupato, sai ‘ dissi, facendo una pausa, come se stessi riflettendo.
– infatti, ho intenzione di scoparti il culo tanto, ma tanto, eh ‘ Deborah chiuse per un attimo gli occhi.
Quel suo piccolo riflesso involontario fu così intenso che non potei non allungare la mano e cominciare a toccarmi lentamente il cazzo, ancora duro.

– ma mi sono chiesto: non &egrave che a forza di scoparle il culo, poi il culo della mia troietta preferita si sfonda, si rilassa, s’ammolla, diciamo? –
Questa volta Deborah non si mosse, ma anche la sua immobilità mi eccitava.

– allora, ecco la soluzione: adesso, e da oggi tutte le mattine, faremo un po’ di allenamento perché il tuo culo resti stretto stretto, come piace a me’ –

Mi alzai.
Nudo, col cazzo dritto e la felpa con cappuccio.
Deborah mi seguì con lo sguardo.

– togli la canottiera –
Deborah eseguì.
Indossava un bel reggiseno nero, di pizzo, morbido, senza ferretto.
Con gesti veloci e freddi le afferrai il bordo del reggiseno destro, e lo abbassai sotto la tetta.
Afferrai il capezzolo e tirai verso l’alto, in modo che la coppa si infilasse ben bene sotto il seno.
– aah! ‘ gridò Deborah, sorpresa, per il dolore al capezzolo.
Io la ignorai, e ripetei l’operazione con l’altro seno.
La osservai.
Ho sempre avuto un debole per le donne con le tette tirate sopra il reggiseno; non so, mi hanno sempre trasmesso un’idea di sottomissione, forse perché certo non sarebbe quello il modo in cui una donna deciderebbe di liberare i seno dal reggiseno’

Deborah non fece eccezione.
Vedere i suoi seni piccoli spinti in fuori dal reggiseno arrotolato sotto mi eccitò ancor più di quanto già fossi.
La guardai, e mi accarezzai il cazzo.
Sentii la cappello bagnata, ricoperta dei miei liquidi.
Mi avvicinai a lei, e con la massima naturalezza le afferrai un lembo della gonna, nera, e lo usai per pulirmi il cazzo, lasciando delle macchie chiare e umide sulla sua gonna.

Deborah abbassò gli occhi, poi vide cosa avevo fatto e distolse lo sguardo.
Ero quasi sicuro di aver intravisto una lacrima.

– alza la gonna e togli le mutande – dissi
Deborah eseguì.

La vista della sua fica, per un attimo mi fece pensare di lasciar perdere il mio programma e di scoparla, lì, subito.
Ma resistetti.
Fui molto fiero di me.

Andai in cucina, e presi il tappetino che stava davanti al lavello.
Lo misi a terra, a 45 gradi rispetto al divano.
– a quattro zampe, rivolta verso il muro –

Lentamente, Deborah eseguì.

Immagino avesse ormai sviluppato un istintivo timore per quella posizione, in cui era stata scopata, inculata, sculacciata, schiaffeggiata, frustata e umiliata.

Era a terra, a quattro zampe.
Dal divano, potevo vedere il suo culo, le sue tette che pendevano vero il basso, ma anche una parte del suo viso.

Dalla tasca della felpa estrassi una mia cravatta, che avevo preso prima, in camera.
Mi accostai a lei, e la bendai.
Deborah prima scartò, spostando la testa.
Io non dissi nulla.
Attesi.
Lei mi guardò, poi abbassò la testa.
La bendai, con tre giri di seta attorno alla sua testa, assicurandomi che non vedesse nulla.

– appoggia il mento al tappeto – ordinai
Deborah eseguì, e il suo sedere si spinse verso l’alto, i glutei si separarono e il buco del culo si rivelò al mio sguardo.
Che meraviglia.

– adesso, appoggia le tette al tappeto –
Deborah eseguì anche questo ordine, in silenzio.
Il suo culo si alzò ancora di più, e il buco si protese verso l’esterno.

– bene, ecco l’esercizio – dissi
– voglio che tu contragga e rilassi il buco del culo. L’esercizio &egrave in quattro passaggi ‘ spiegai ‘ prima, stringi. Fammi vedere se hai capito –

Deborah non si mosse, rimase immobile.
Io le diedi uno schiaffo sulla natica, improvviso, forte.
Lei gridò.

– fammi vedere se hai capito. Stringi ‘ ripetei, letamente.

Dopo un secondo di esitazione, il buco del culo di Deborah si contrasse si strinse.

– brava, proprio così. Secondo passaggio, rilassa. Fammi vedere –
Ancora dopo un secondo di attesa, vidi l’ano di Deborah rilassarsi.

Sapevo che odiava questo, che odiava essere osservata così, da vicino, in maniera distaccata, quasi meccanica.
Odiava sapere che ero lì, a pochi centimetri dal suo ano, e che lo osservavo attentamente.

– terzo passaggio, spingi in fuori –
Lei non si mosse.
– spingi! ‘ ripetei ‘ spingi come per cagare’ fammi vedere –

Questa volta dovetti aspettare di più, ma lentamente i muscoli del ventre di Deborah si contrassero e il suo ano si allargò, spinto in fuori dall’interno.
La feci restare così per qualche secondo.

– ‘eeee quattro, rilassa ‘ dissi poi, come avrebbe fatto un personal trainer con una nuova cliente ‘ brava! Adesso proviamo tutto insieme’ pronti’ via!! –

Sottolineai il ‘via’ con una leggera sculacciata.
– contrai’ brava, così’ conta cinque.. cinque, quattro, tre, due, uno’ tieni, tieni’ e zero’ rilassa’ conta cinque’ cinque, quattro, tre, due, uno e’ spingi!!! ‘ anche lo ‘spingi’ fu sottolineato da una leggera sculacciata.

– ‘eeeeecco’ spingi spingi spingi’ conta cinque’ cinque, quattro, tre, due, uno’ tienilo tienilo’zero! Brava, rilassa, conta cinque’ –

Le andai davanti, mi accucciai proprio di fronte a lei, e le sollevai la benda, mettendo il mio cazzo duro all’altezza dei suoi occhi, mentre il suo mento restava appoggiato al tappeto.

– questo &egrave l’esercizio che dovrai fare. &egrave tutto chiaro? –
Deborah chiuse gli occhi, poi sembrò annuire.
Poteva bastarmi.

– adesso ti rimetterò la benda. Poi, ti metterò delle cuffie, così non sentirai nulla, solo musica. Da quando ti darò la prossima sculacciata, dovrai cominciare a fare l’esercizio. Dovari farlo per un quarto d’ora. Il tempo sarà trascorso quando ti darò cinque sculacciate. &egrave chiaro? –

Di nuovo, lei non rispose, ma mosse un poco la testa.

– un’altra regola. Le tette non devono lasciare il tappeto. Se i capezzoli si staccheranno dal tappeto, annullerò l’esercizio e dovrai ricominciare da capo. Intesi? –

Silenzio, piccolo movimento del viso.

Le rimisi la benda, poi andai all’impianto stereo, presi le cuffie, quelle che isolano da tutti i rumori esterni, e gliele misi.
Poi, accesi la musica: avrebbe svolto l’esercizio con un album dei Sepoltura nelle orecchie.
Non che avessi alcuna passione per quel tipo di musica, ma volevo che non ci fosse nulla che potesse aiutarla ad estraniarsi da quello che stava facendo.

Deborah sobbalzò al primo accordo di metal. Io abbassai leggermente il volume.
– mi senti? ‘ chiesi a voce alta. Nessuna reazione.

Mi misi dietro di lei, e le assestai uno schiaffo sul culo.
Deborah gridò, si mosse in avanti. Poi riprese la posizione.

Ci volle qualche secondo, ma poi il suo buco del culo cominciò a muoversi, a contrarsi, a rilassarsi, ad allargarsi spingendosi in fuori, e poi a contrarsi ancora.

Mi sedetti sul divano.

Se credete che l’esercizio non fosse una prova difficile, provate a mettervi una benda sugli occhi, ad isolarvi dal mondo con una musica simile al rumore di un cantiere edile, e contraete le mani, una alla volta, contando fino a cinque.
Il tempo vi sembrerà infinto, perderete ogni consapevolezza di voi, ed esisteranno solo il buio, il rumore, e la ripetizione ossessiva di un gesto così breve.

Vedere, sentire, possedere Deborah in quella condizione mi diede una sensazione di piacere così profonda da superare qualsiasi orgasmo. chiusi gli occhi, poi li riaprii, per godere dell’immagine di lei.

Aprii l’ipad, impostai il conto alla rovescia a 15 minuti, e proseguii nella lettura dei quotidiani.

Ogni tanto, alzavo gli occhi e controllavo Deborah.
Era bellissima.
Era la cosa più eccitante che avessi mai visto.
Mi dovetti fare forza per non masturbarmi.
Per non alzarmi e incularla là, così.
Per non alzarmi, correre in camera, prendere il frustino e colpirla con un colpo, secco, proprio lì, sull’ano teso in fuori o contratto in dentro.
Ma resistetti.

Dopo dieci minuti, Deborah era sudata, e poiché non sentiva nulla, nemmeno se stessa, aveva cominciato inconsapevolmente a gemere di dolore e fatica, sottolineando ogni parte dell’esercizio con un diverso suono.

Dopo tredici minuti, i gemiti si trasformarono in singhiozzi.

Deborah continuò. Fino al quindicesimo minuto.
Piangeva, il suo buco del culo si muoveva ormai in maniera incontrollata, contraendosi e rilassandosi e spingendosi in fuori senza soluzione di continuità.
La mia cravatta era bagnata di lacrime.
Il tappeto, sotto la sua bocca, umido di bava.

Mi misi dietro di lei.
La colpii, cinque volte, e le tolsi le cuffie.

Deborah si accasciò su un fianco, si tolse la benda, si portò le mani al culo ed iniziò a piangere a dirotto.

Io, lentamente ma con fermezza, le spinsi il cazzo in bocca.

Deborah rimase così, sdraiata su un fianco, con gli occhi chiusi, scossa da qualche singhiozzo.

Io ero inginocchiato accanto alla sua faccia, e spingevo lentamente dentro e fuori dalla sua bocca il cazzo.

Tenevo la mano sinistra dietro la sua testa, mentre con la destra le stringevo un seno.

Dentro, fuori; dentro, fuori; dentro, fuori.
Lentamente, senza fretta.
Deborah non faceva nulla. Gli occhi chiusi, i singhiozzi. Quando il cazzo le entrava in bocca, respirava con il naso, quando lo tiravo fuori prendeva un respiro più lungo.

Non faceva nulla, non succhiava, non si muoveva.
Era del tutto passiva.
Quando spingevo il cazzo dentro la sua bocca, sentivo ogni volta i suoi denti, e il suo palato, come se ogni volta il cazzo si facesse strada allargandole la bocca.

Era lì, passiva, apparentemente abbandonata da ogni volontà di resistere, di lottare, di reagire.

Le spinsi ancora il cazzo in bocca, poi strinsi un po’ la mano dietro la testa, per tenerla in posizione.

– fammi sentire ‘ le dissi, e con la destra lascia il seno e le afferrai una gamba, tirandogliela verso il petto, in modo che curvasse la schiena.

Quando ebbe assunto questa posizione, lasciai la gamba e con la mano andai a cercarle le natiche, e poi il buco del culo.

Deborah non reagì.
Quando sentii il piccolo ano contratto e rugoso sotto il mio dito medio, spinsi leggermente, infilando solo la prima metà della prima falange, appena appena.

– fammi sentire – ripetei

e Deborah riprese a contrarre, rilassare, stringere e spingere.

Uniformai il ritmo con il quale le scopavo la bocca a quello dei suoi movimenti con i muscoli dell’ano.

Quello, però, fu l’unico segno di reazione, di interazione, che ottenni da lei.

Non si mosse, non disse nulla, non emise nessun suono.
Semplicemente, si lasciò scopare la bocca mentre contraeva ritmicamente l’ano attorno al mio polpastrello.

Considerai, mentre continuavo lentamente a spingere il cazzo nella sua bocca, questo suo atteggiamento.

Mi chiesi se volessi di nuovo privarla di questa sua piccola difesa, se volessi strapparla da questo suo astrarsi, magari ordinandole di agire, fare, dire qualcosa che richiedesse un suo coinvolgimento.

O se, viceversa, non fosse più interessante provare a spingere, a cercare ancora di superare un nuovo, inedito limite di Deborah, se non fosse il caso di abbattere una nuova barriera.

Oppure, decisi infine, la decisione migliore potrebbe essere quella di ignorare i suoi comportamenti.

Proseguirò con il mio programma, con quello che avevo pensato.

Alla fine, lei &egrave qui per me.

Estrassi nello stesso momento il dito dal suo culo e il cazzo dalla bocca.
Lei non reagì.
Le accostai il dito alle labbra.
Di nuovo, silenzio, occhi chiusi, labbra serrate.
Spinsi il dito lentamente nella sua bocca.
Lo sfregai ben bene sulla lingua, come per pulirlo.
Nulla.

Poi mi alzai.

In piedi, sopra di lei.
Mi accarezzai lentamente il cazzo, guardando Deborah a terra, seminuda, stanca, con ancora il respiro scosso dai singhiozzi.
Mia.
Meravigliosamente, completamente mia.

Rotta, in qualche modo spezzata, pensai.

Potrei pisciarle addosso, qui e ora, pensai, e lei non si muoverebbe, non aprirebbe nemmeno gli occhi.
Resterebbe ferma, e dopo che avessi finito si alzerebbe solo e se glielo ordinassi.

Un oggetto, il mio oggetto.

Mi trattenni a stento, devo dire, sia dal pisciarle addosso, sia dallo scoparla lì, così, come una cosa a mia disposizione.

Ma avevo altri programmi.

Mi rimisi i jeans.

– muoviti, in camera. A quattro zampe – dissi

Deborah rimase ferma.
Io anche.
Aspettai.
Lei non si mosse.

Mi avvicinai, e scandii lentamente, con un tono di voce molto basso ‘ in camera. Adesso. A quattro zampe –

Dopo qualche secondo, Deborah si mosse.
Si mise prima in ginocchio, poi a quattro zampe.
I capelli le coprivano la faccia, e lei non fece nulla per scostarli.
La testa era abbassata, quasi incassata tra le spalle.

Senza aspettare altro, si mosse e lentamente, si avviò verso la camera.
Io la seguii lentamente, godendomi quel culo appena un po’ abbondante, il buchetto proteso verso l’alto, scuro, e la figa gonfia, che sembrava voler scappare dalle cosce ad ogni passo che la mia cagnetta faceva verso la camera.

Quando fummo in camera, Deborah rimase ferma, nel corridoio.
Non mi guardava, non diceva nulla.
La testa bassa.

Io la superai, e mi avvicinai alla scrivania.

– hai quindici minuti. Vai in bagno, se devi, fatti una doccia, fai tutto quello che devi fare. Poi, legati i capelli, metti calze e scarpe da ginnastica, il collare e nient’altro. Quando sei pronta, vieni di là. Ogni minuto di ritardo, comporterà una punizione –

Poi, senza guardare cosa facesse, presi la mia borsa e ci misi dentro un po’ di cose di cui avrei avuto bisogno più tardi.

Quando mi girai, Deborah non c’era più, e la porta del bagno era chiusa.

Andai in soggiorno, accesi la musica ‘ Lou Reed dal vivo a Londra, dissonanze perfette per quel particolare momento ‘ e aspettai.

Deborah arrivò dopo nemmeno dieci minuti.
Non avendo orologio, probabilmente aveva fatto tutto il prima possibile.

Si fermò nel mezzo della sala.
Era nuda, tranne per un paio di vecchie all star con delle calze di cotone bianco, corte, e il collare.
I capelli legati in una coda.
Stava ferma, con un’espressione vacua in viso, senza guardare da nessuna parte.

Mi alzai.
– andiamo –
e mi diressi verso il corridoio, aprendo una porta accanto alla cucina.
Deborah era dietro di me, vicina, ma appena fuori dalla portata delle mie mani.
Una scelta istintiva, di difesa, pensai.

La porta dava su una scala che scendeva verso il seminterrato.
Accesi la luce e mi avviai.
Deborah esitò qualche secondo, poi la sentii seguirmi.

La scala arrivava in una grande sala, illuminata da due alogene, con in terra del parquet chiaro.
Una parete era interamente ricoperta da uno specchio.

Nella sala non c’era nulla, tranne una cyclette, una panca, dei pesi, una macchina per i pettorali e un tapis roulant.

– ecco, questa &egrave la palestra ‘ dissi, indicando la stanza ‘ bella, vero? Tutte macchine e attrezzi di alta fascia, non quelle schifezze tipo decathlon’ –

Deborah non reagì, ma vedevo che non capiva: le sue pupille saltavano da un attrezzo all’altro.

– ti avevo detto che ci tengo a te’ che ti voglio in forma ‘ spiegai, mentre accendevo gli interruttori delle macchine.

– dopo la ginnastica specifica per il mio buco del culo preferito, adesso &egrave il momento di un allenamento generico’ non può farti che bene ‘ dissi, avvicinandomi a lei.

– questa pancetta ‘ indicai la sua leggera pancia ‘ e queste chiappe hanno bisogno di essere tonificate’ tu non ti alleni, di solito, vero? –

Deborah scosse la testa ‘ no – sussurrò
– ecco, lo sapevo’ però non abbiamo tempo per un programma di allenamento articolato e progressivo’ quindi ho pensato di provare un approccio’ diciamo così’ aggressivo – mi fermai e la guardai, sorridendo ‘ che ne dici? –

Deborah non rispose.
Mi guardava.
Era preoccupata, si vedeva, da ciò che potevo avere in mente.

Il distacco dietro al quale si era ritirata fino a poco prima si stava già sgretolando.

– quindi, ecco cosa facciamo: iniziamo con la corsa, che &egrave la base di ogni programma di allenamento ‘ dissi, e mi avvicinai al tapis roulant, che era di fronte agli specchi.

– forza, vieni –
Deborah si avvicinò, ma non salì.
– su, sali. L’hai mai usato, uno di questi? –
Deborah annuì.

– bene. Allora, siamo pronti ‘ mi accostai al quadro comandi, e impostai il tempo in 15 minuti, la pendenza a 1,5 e la velocità a 10.
Un’impostazione normale, ma comunque non banale, per una persona allenata: certamente molto, molto difficile per una come Deborah che, a giudicare dal suo fisico, probabilmente non faceva vera e propria attività sportiva da almeno uno o due anni.

Pensavo che per i primi due, tre, quattro minuti sarebbe riuscita a tenere il ritmo, poi avrebbe fatto sempre più fatica, ed era davvero improbabile che riuscisse a svolgere tutto l’allenamento programmato.

– pronta? – chiesi
Deborah annuì.
Io la osservai, dubbioso.

– però’ però’ manca qualcosa’ – sorrisi
Presi la mia cartella, che avevo posato lì accanto, e ci frugai dentro.

– ah, ecco!!! Con questi sarai perfetta!!! –
Deborah mi guardò, poi guardò le mie mani, senza capire cosa avessi.

– guarda!! ‘ dissi allora, alzando due dita davanti ai suoi occhi ‘ vedi? Questa &egrave una piccola pinzetta, una specie di mini molletta’ vedi? Attaccata alla molletta c’&egrave una catenina, lunga qualche centimetro’ e all’altro capo della catenina c’&egrave una minuscola campanellina’ senti? –

scossi la campanellina, che trillò con un suono sorprendentemente forte, per un oggetto così piccolo.

– eeeecco’ – dissi, avvicinandomi a Deborah, che si irrigidì.
– indovina, indovinello, dove si attaccano le mollette? –
Deborah non rispose, ma istintivamente il suo sguardo andò ai seni, ai capezzoli.
– esatto! Proprio lì’ immagina che spettacolo ‘ le spiegai ‘ tu che corri, e mentre corri non solo le tue tette sballonzolano su e giù, ma ogni volta la catenella si tende e le campanelle suonano’ un concerto per tette e orchestra’ –

Deborah mi guardava spaventata.
– ora, te le metto io, o preferisci farlo da sola? ‘ dissi tenendo ferme davanti ai suoi occhi le due piccole mollette di metallo.

– se non rispondi, lo faccio io –
– no’ – sussurrò
– no cosa? –
– le’ le metto’ io –
– per? –
– per piacere’ –
Io rimasi zitto.
– per piacere ‘ sussurrò Deborah ‘ posso’ posso mettermele io? –
– come vuoi’ – risposi, e le diedi le mollette.

Deborah prese in mano la prima.
La allargò, la posizionò sul capezzolo e lentamente lasciò che la molla stringesse.

Quando la molla raggiunse la fine corsa, Deborah contrasse il viso e fece ‘ ahh -, ma in realtà il dolore era molto inferiore a quanto si potesse pensare.
Lo sapevo, perché le avevo precedentemente provate su di me, per avere un’idea.

Un po’ tranquillizzata, Deborah si mise anche l’altra.

Io la osservai, riflessa nello specchio.
Nuda, con scarpe da ginnastica, collare e due campanelle che penzolavano dai seni.
Un’opera d’arte, mi dissi.

Rimasi a fissarla, per lungi secondi, godendomi ogni piccola sfumatura del suo corpo.

– bene, allora inizia l’allenamento!!!! ‘ dissi, e schiacciai il tasto ‘start’.

La macchina prese vita, e cominciò ad inclinarsi leggermente mentre accelerava.
Fino circa alla velocità sei, sei e mezzo Deborah camminò, poi la velocità aumentò ancora la costrinse ad iniziare a correre.
Sempre più veloce.

Deborah si rese subito conto che la velocità e l’inclinazione erano molto impegnative, e vidi subito il suo sguardo preoccupato.

Mi allontanai di un passo, per godermi lo spettacolo.

Deborah correva, nuda.
Non era una jogger, si vedeva, e correva con pesantezza, colpendo ad ogni passo il tapis con un sonoro ‘tump!’.
Ad ogni passo, le sue tette saltavano su e giù, di qua e di là.
A loro volta, le campanelle sbattacchiavano sulle tette, sul petto, sulla pancia, con un continuo tintinnio.

Era bellissima.

Dopo appena un minuto, Deborah aveva già il fiatone e la faccia cominciava ad arrossarsi.
Devo fare presto, mi dissi.

Mi avvicinai.
Mi misi di fianco a lei, alla sua sinistra, accanto al tappeto che scorreva sotto i suoi piedi.
Lentamente, le accarezzai la guancia, e infine le infilai in bocca il dito medio.
Deborah mi guardò, senza capire.

– corri ‘ le dissi.
Lei abbassò lo sguardo sul timer, che segnava 1.36 minuti, e io tolsi il dito dalla sua bocca.

Poi le misi la mano sulla natica sinistra.
Strinsi.
– fammi sentire come lavora il muscolo del gluteo, spingi col culo!! –

strinsi ancora più forte, finch&egrave sotto la ciccia non sentii distintamente il muscolo, che si contraeva ad ogni passo.
Spinsi con le dita in dentro, quasi a volere afferrare il muscolo del gluteo attraverso il culo.

– aaaahh ‘ gridò Deborah, perdendo per un attimo il passo.
Io strinsi ancora, poi mollai la presa.
– hai sentito come lavora bene il muscolo? Forza, continua –

Deborah respirava forte, ad ogni passo.
Il suo corpo emanava molto calore, e stava già iniziando a sudare.

Portai allora la mia mano alla base del suo culo, tra le sue cosce che correvano.
Lentamente, spinsi in fuori il dito medio.
Nel frattempo, la guardavo nello specchio.

La fissai, mentre le spingevo lentamente tutto il dito su per il culo.

Deborah aprì la bocca e spalancò gli occhi.
Si portò le mani verso il culo.

– Non. Smettere. Di. Correre ‘ scandii.

Deborah riprese il ritmo.
La tenni così.
Che correva, con il mio dito infilato profondamente nel culo.
Sentivo il suo cuore che batteva furiosamente sulle pareti del retto, i muscoli che si contraevano, i primi dolori da fatica e, soprattutto, sentivo con il dito e vedevo nella sua faccia la disperazione.

La tenni così.
Per dei minuti interi, in silenzio, godendomi ogni istante delle sue tette che saltavano, delle campanelle che sbattevano e suonavano, e del suo culo che stringeva furiosamente il mio dito.

Poi tolsi il dito.

– quanto manca? ‘ le chiesi
– di’ die’ dieciminuti’ e trenta.. ‘ sbuffò Deborah.
Non riusciva nemmeno a parlare dalla fatica.

– ce la fai? ‘ le chiesi
Deborah scosse la testa ‘ no’ non.. no’ –

– vedrai che ce la fai. Non &egrave una questione di resistenza, ma di motivazione. Ti manca la motivazione. Ma a quella, posso pensarci io –

Dalla cartella estrassi il frustino da cavallo.

– corri! ‘ gridai, e la colpii sulla natica sinistra

Deborah quasi cadde per la sorpresa e il dolore.
– corri!! ‘ ripetei, colpendola di nuovo.

Questa volta Deborah vide il colpo arrivare, e provò a scartare di lato, ma in ogni caso accelerò.

Il colpo arrivò sul fianco invece che sul culo.
Lasciando una meravigliosa striscia rossa.

– su le gambe!! Non trascinare i piedi!! –
e la colpii dietro al ginocchio
Deborah urlò, ma alzò le gambe.

Continuai così.
La colpii sul culo, più volte.
Dietro alle cosce.
Sulla schiena.
Un paio di volte sulla pancia.

Deborah piangeva.
Correva scomposta, piangendo.
Ad ogni colpo gridava, ma il grido era soffocato dalla fatica che faceva a respirare.
Sudava, rivoli di sudore le scorrevano sulle guance, sul collo, sulla schiena.

– quanto manca!!!! ‘ gridai, colpendola di nuovo sulla parte alta del culo
– sei!!! Sei minuti!!!! ‘ gridò Deborah.

– ok, per oggi basta ‘ dissi.

E schiacciai il tasto stop.
La macchina rallentò, fino a una velocità che permetteva un lento camminare.
– defaticamento ‘ spiegai ‘ serve per rilassare i muscoli’ fallo tutto, dura un minuto –

Fu un minuto memorabile

Deborah era scossa dal pianto.
Respirava a fatica, era sudata, e si massaggiava dove aveva ricevuto i colpi più forti.
Le campanelline, continuavano a tintinnare ad ogni passo.

Quando il defaticamento finì, la feci scendere dal tapis roulant, la spinsi in ginocchio davanti a me e le misi il cazzo in bocca.

Tra un singhiozzo e l’altro, Deborah me lo succhiò.

Poi la girai, la misi a quattro zampe, rivolta verso le specchio.

La afferrai per la coda dei capelli.

E poi la scopai, e poi la inculai, e la scopai di nuovo, e la inculai di nuovo.

Deborah pianse per tutto il tempo.
Non smise di piangere un secondo.
Non smise nemmeno quando le diedi una sculacciata, la feci girare e le piantai il cazzo in bocca, dicendole ‘ non deglutire ‘ prima di venirle in bocca con lunghi, lunghi, lunghi e morbidi schizzi.

Mi ritrassi da lei.
– apri la bocca, fammi vedere –

Deborah aprì la bocca.

La sua lingua, la sua bocca, le sue labbra erano ricoperte del bianco del mio sperma.

La guardai, imprimendomi anche quell’ennesima meravigliosa immagine nella memoria.

– adesso, ingoia -.
Il resto della mattina passò rapidamente.

Io mi misi sul divano, dove un po’ dormicchiai, un po’ lessi, sentendo della musica, e alla fine guardai anche dello sport in televisione.
Verso l’una mangiai qualcosa, frutta e verdura, sul divano.

Deborah era in camera.
Dopo l’allenamento, l’avevo mandata in camera, a riposare e a riprendersi.
Non l’avevo più vista né sentita.
Chissà cosa faceva, e come stava.

Non successe nulla fino al primo pomeriggio.
Quando, finalmente, andai in camera.

Deborah era a letto.
Dormiva.
Sotto le lenzuola, indossava un pigiama azzurro.

Mi sedetti sulla sedia, vicino alla scrivania.
La osservai.

Mi resi conto di provare, per la prima volta, dei sentimenti, forti, per lei.

Provavo affetto, e gratitudine; anche se quello che stava succedendo non era certo frutto della volontà di Deborah, io le ero grato, davvero grato, per avermi permesso di realizzare tutto ciò.

Provai anche compassione, pensando a come quella settimana avrebbe cambiato la vita di Deborah.

E infine, provai nostalgia, perché come per gli ultimi giorni di una vacanza, sapevo che anche la mia, la nostra settimana, sarebbe finita a breve, e non sarebbe mai più tornata.

Sospirai.

Uscii dalla stanza, e tornai dopo qualche minuto.

– ehi, sveglia’ – sussurrai
– sveglia’ –
– sveglia’ Deborah!!! ‘ alzai un poco la voce.

Lei aprì gli occhi.
Mi vide, e li richiuse subito, girandosi dall’altra parte.

– forza, svegliati’ &egrave tardi, &egrave pomeriggio –

Lei non si mosse.

– forza, tirati su. Ti ho portato un caff&egrave, e qualcosa da mangiare –

Lei si girò e mi guardò.
Io le indicai la scrivania, dove avevo posato un vassoio con una tazza di caff&egrave, un bicchiere di succo d’arancia, dell’acqua, un piccolo bricco con del latte freddo, un piattino con dei biscotti e un paio di fette di pane con burro e marmellata.

Appoggiai sulla scrivania una piccola tovaglietta, e apparecchiai.

– vieni, devi mangiare. Avrai fame –

Deborah si alzò, senza rispondere.
Mi guardò, poi si sedette.

– latte, nel caff&egrave? ‘ chiesi, prendendo il bricco
– un po’, grazie – rispose
Io versai il latte nel caff&egrave.
– zucchero? –
– uno –
Misi lo zucchero, mescolai e le porsi la tazzina.

Deborah fece per bere, poi si fermò e mi guardò.

– bevi tranquilla, non c’&egrave dentro niente di strano, né urina, o sperma, o qualsiasi altra cosa tu stia pensando’ vuoi che lo assaggi io, prima? –

Deborah scosse la testa e bevve.
Chiuse gli occhi, aspirò l’aroma del caff&egrave e bevve ancora.

– io vado un attimo in bagno’ tu fai colazione con comodo –

La lasciai sola per un po’, e mi presi il mio tempo in bagno.
Quando uscii, aveva finito e rimesso tutto nel vassoio.

Io salii sul letto, e mi sedetti appoggiandomi alla testata.

La guardai.
Le mi guardò, in silenzio.

– porta in cucina il vassoio, per piacere ‘ le chiesi, gentilmente

Deborah si alzò, prese il vassoio e si avviò.
Io le osservai il culo, che si intuiva anche attraverso i pantaloni morbidi del pigiama.

– vai in bagno ‘ le dissi quando tornò ‘ preparati –

Dopo qualche minuto, Deborah uscì dal bagno, ancora in pigiama, ma si era lavata e aveva un filo di trucco, e un lieve profumo la accompagnava.

– tu non pensi di meritare tutto questo? –
le chiesi all’improvviso

Deborah mi guardò, stupita.
Non rispose.

– non te lo meriti, tutto questo? ‘ ripetei.

Deborah sospirò, mi guardò e rispose ‘ no ‘ scuotendo la testa.

Io mi alzai, e cominciai a camminare, lentamente, per la stanza.

– no, forse no. Forse non ti meriti questo ‘ dissi, lentamente ‘ o, almeno, non da me –
aggiunsi, guardandola.

Lei non rispose.
– ma c’&egrave qualcuno, qualcuno a cui hai fatto del male? Qualcuno a cui hai fatto un torto? Qualcuno che avrebbe ragione, davvero avrebbe ragione, per volerti punire? C’&egrave qualcuno che avrebbe tutte le ragioni per volerti punire, per volerti far soffrire? –

Deborah non rispose.

– c’&egrave? ‘ insistei.
– credo’ credo di sì’ – rispose, alla fine, contraendo le labbra e guardando verso la finestra.

– certo che c’&egrave. C’&egrave sempre. Tutti noi, nessuno escluso, facciamo del male a qualcuno, ogni giorno della nostra vita. Piccole cose, magari, di cui siamo consapevoli, ma che scegliamo di ignorare, di dimenticare. Perché siamo egoisti. E per le quali non chiediamo mai scusa, e per le quali non paghiamo mai; per le quali non c’&egrave nessuna punizione –

Deborah mi guardava, senza capire il senso di questa mia tirata.

– ma tu ‘ le dissi, guardandola ‘ oggi hai un’occasione rara, unica forse –

Deborah non si mosse.

– oggi, adesso, potrai espiare le tue colpe. Potrai subire la punizione, la giusta punizione, per le cattiverie, piccole o grandi, che hai fatto. Io, sarò il tuo strumento –

Deborah mi guardava senza capire.
Solo la parola ‘punizione’ aveva risvegliato in lei un istintivo timore.

– spogliati ‘ le ordinai ‘ metti solo il collare, il guinzaglio e delle scarpe nere.

Deborah ubbidì.

Ogni volta, davvero, ogni volta che davo quell’ordine, vedere Deborah che lo eseguiva mi dava una sensazione di potere, di possesso, di controllo, una tale scarica di piacere e soddisfazione che non sapevo come avrei potuto farne a meno, una volta finita la settimana.

Mi godetti ogni istante del suo spogliarsi, e del suo infilarsi collare, guinzaglio e scarpe nere, lucide, con tacco quasi a spillo.

Sul culo e sul fianco destro, notai, c’erano ancora i segni rosso scuro dei colpi della mattina, in palestra.
Forse mi ero lasciato prendere la mano.
Avrei dovuto fare più attenzione, in futuro.

– vieni ‘ le dissi, e presi il collare spingendola dolcemente, senza violenza, verso il letto

– a quattro zampe, sul bordo. Il culo in fuori – spiegai

Deborah, passivamente, eseguì.
Poi, mentre mi spostavo, vidi che mi osservava, preoccupata, cercando di capire cosa avessi in mente.

Io abbassai la tapparella, fino in fondo, lasciando che piccole strisce di luce filtrassero tra una doga e l’altra.

La stanza piombò subito in una scura penombra.
Io rimasi fermo qualche secondo, perché i miei occhi si adattassero alla nuova luce.

Vedevo Deborah, un corpo chiaroscuro, e alcune delle strisce di luce la colpivano di traverso, illuminando una parte di un seno e delle spalle, una coscia, un piccolo scorcio del suo volto.

– cominciamo ‘ dissi, e sentii subito la tensione percorrere il corpo di Deborah.

La poca luce aveva forse acuito i miei sensi, e percepii i suoi muscoli irrigidirsi e il suo respiro farsi più profondo.

Mi sembrò quasi di intuire i suoi battiti accelerare.

Mi accostai a lei.
– cominciamo ‘ ripetei ‘ con qualcosa di semplice’ –

– chi &egrave l’ultima persona con cui non sei stata gentile, prima di arrivare qui? –
Deborah non rispose.
Vidi che girava la testa per guardarmi, e intuii uno sguardo interrogativo.

– l’ultima persona che ti ricordi di aver trattato male, o non educatamente’. Un tassista, un cameriere, un commesso’ uno di un call center’ –

Deborah sospirò.

– uno’ – disse ‘ uno’ una di un call center’ –
– quando? –
– due’ no’ tre’ tre giorni fa, credo’ –
– e cosa hai fatto? –
– niente’ mi ha chiamato, a casa, la sera, per offrirmi non so che internet, o abbonamento’ –
– e tu? –
– e io’ ero di fretta, stanca, appena rientrata’ –
– e? –
– e l’ho trattata male’ le ho detto che era maleducata, che non si deve disturbare la gente a quell’ora’ le ho detto di vergognarsi’ le ho detto ‘stronza’ e le ho sbattuto il telefono’ –

Io annuii.
E sospirai, forte, così che mi sentisse.

– e lo sai, vero, che lei stava lavorando? Lo sai, vero, che odiava quel lavoro anche più di te? Lo sai, vero, che &egrave una ragazza, probabilmente disperata come te? –
– sì’ sì’ appena messo giù, mi sono sentita’ –
– una stronza –
– sì –

Attesi, in silenzio.
Volevo che Deborah cominciasse a intuire il significato di quello che volevo fare.

– vorresti chiederle scusa? –
– sì –
– ma non puoi –
– no –
La sua voce era bassa, nella penombra.

Adesso veniva il difficile, per me.
Volevo portare Deborah all’accettazione di quello che stava per accadere.
Volevo che Deborah accettasse, anzi ritenesse giusto, meritato, quello che stavo per farle.
Dovevo fare attenzione.

– sei una brava ragazza, Deborah. Che riconosce i propri sbagli, e accetta di essere punita per questo –
Silenzio.

– pensi che la ragazza del call center si sentirebbe meglio se sapesse che sei stata punita, per come l’hai trattata? –
Silenzio.

– tu, se fossi la ragazza del call center, ti sentiresti meglio, se sapessi che chi l’ha trattata male senza motivo, &egrave stata punita per questo? –
Attesi.

– sì ‘ disse infine Deborah.
Vidi la sua testa abbassarsi, in segno di resa.
Aveva capito.

– allora ti punirò, per aver trattato male quella ragazza, che non aveva nessuna colpa –

Deborah rimase zitta e ferma.
Io mi scostai da lei di mezzo passo, e con la destra la sculacciai, tre volte.
Non forte.
Quasi che fosse più importante il principio, che la punizione in se stessa.

Poi mi fermai.

– sei stata stronza, hai sbagliato, e sei stata punita ‘ le dissi, dopo che aveva preso la terza sculacciata senza dir nulla, e senza muoversi ‘ te lo meritavi, e l’hai accettato. Brava. Adesso, puoi dimenticarti di lei, e di quello che le hai fatto –

Deborah sospirò.
Non la potevo vedere, ma mi sembrò rilassarsi leggermente.

Quasi contenta, quasi sollevata.

– a chi hai fatto del male, Deborah? Quale persona, quale amica hai abbandonato, tradito, trascurato? Quale persona che contava su di te hai calpestato? ‘ chiesi.

Ci volle qualche secondo, e alcune mie altre domande.
Poi, Deborah rispose.

Un’amica, mi raccontò.

Si erano conosciute anni prima, ad un corso di aggiornamento.
L’amica era bruttina, grassottella, nemmeno tropo simpatica, ma in quel momento Deborah era appena stata lasciata da una specie di fidanzato, e si era appoggiata all’amica.
Però, dopo qualche mese, Deborah aveva trovato un altro ragazzo, aveva cominciato ad uscire con gli amici e le amiche di lui, e dall’oggi al domani aveva tagliato i ponti con l’amica grassottella.
Aveva smesso di risponderle al telefono, l’aveva cancellata da facebook e, quando per errore aveva alla fine risposto a una telefonata dell’amica, le aveva vomitato addosso tutta una serie di cattiverie, per, come disse lei ‘levarsela dalle scatole una volta per tutte’.

– sei stata cattiva ‘ le dissi
– e lei non se lo meritava ‘ aggiunsi.

Deborah non rispose.
– perché non hai continuato a frequentarla? Perché era una sfigata? Ti vergognavi di lei con i tuoi nuovi amici? Era noiosa? –

Deborah non rispose, ma annuì ad ogni domanda che facevo.

– dovresti scusarti. Chiamarla, e scusarti. Rimediare –
Deborah non disse nulla.
– ma temo sia troppo tardi’ vero? –
Deborah annuì.

– povera’ come si chiamava? –
– Cri’ Cristina’ Cri –
– povera Cri’ – dissi ‘ e, dimmi, pensi che la povera Cri abbia sofferto, per il to comportamento? –
– sì ‘ sussurrò Deborah
– e pensi che per la povera Cri, sarebbe una consolazione sapere che sei stata punita, per come l’hai trattata? Per come l’hai fatta soffrire? Che anche tu hai sofferto, per il dolore che le hai causato? –

Deborah rimase in silenzio.
– allora? –

Silenzio.

– allora? –
– sì –
– ‘sì’, che cosa? –
– sì, credo che le farebbe piacere’ –
– allora meriti di essere punita per come hai trattato la povera Cri? –

Deborah scosse la testa in su e ingiù, senza dire nulla.

– lo prendo per un sì –

Di nuovo, lo stesso movimento della testa, nella penombra.

– adesso ti punirò. E ogni volta che ti colpirò, chiederai scusa alla povera Cri, e le dirai che ti dispiace –

Silenzio.

– pronta? –

Silenzio.

La colpii, forte, sulla natica sinistra.
– allora? –

Deborah abbassò la testa e sussurrò ‘ scusa Cri, mi dispiace’. –

La colpii di nuovo, sulla natica destra-
– ahi! Scusa Cri, mi dispiace’ ‘ con tono più convinto.
Un altro colpo ‘ ah! Scusa Cri, mi dispiace’ – ad alta voce.

La colpii dieci volte, questa volta con più forza.
Dopo ogni colpo, Deborah riprendeva velocemente la posizione, come se stesse aspettando il prossimo colpo.

Poi mi fermai.

– sei stata brava. Sei brava, Deborah. Hai sbagliato, e hai pagato. Credo che la povera Cri sarebbe felice, se ti vedesse ora. Non credi? –
– sì’ immagino di sì’ –

Proseguimmo.
Deborah mi raccontò di altri amici, altre trascurabili cattiverie, altre piccole miserie, come quelle che commettiamo tutti.

Ma Deborah era una persona buona.

Aveva un senso di colpa molto sviluppato, e un’insicurezza di fondo che, insieme, fecero sì che si immedesimasse sempre di più nella situazione.

La penombra, i racconti, il dolore.
E poi l’espiazione.

La sculacciai a lungo.

E dopo ogni racconto, la punizione diventava maggiore, ma lei la accoglieva senza protestare.

E dopo ogni punizione, Deborah si apriva di più, raccontandomi di se’ e della sua vita.

Scavando dentro di se’, e facendosi punire per ogni piccola o grande ingiustizia di cui si credeva di essersi resa colpevole.

Ma mancava ancora qualcosa, lo sentivo.

Insistetti.

Chiesi, indagai, suggerii.

E alla fine lo fece.

Mi raccontò quello che, probabilmente, era il suo più grande, inconfessato senso di colpa.

Una storia di famiglia.

Ne ero quasi certo, dall’inizio.

Mi raccontò di sua madre, poi la sorella, il padre, le discussioni, una cugina o una zia, non ricordo, un conflitto mai risolto, insulti, litigi, silenzi, altri insulti, piccole stupide cattiverie che di giorno in giorno, mese in mese, anno in anno erano cresciute in un susseguirsi di accuse, insulti, pettegolezzi, altre cattiverie.

Parlò a lungo, e fu quasi una confessione.
A un certo punto, si interruppe perché stava per scoppiare a piangere.

In quel momento intervenni.

– ed &egrave tutta colpa tua –

Deborah singhiozzò ‘ sì –

– &egrave tutta colpa tua – ripetei
– sì, sono stata io’ sono stata cattiva’ e egoista’ e’. ‘ e pianse.

Naturalmente, non era vero.

Non era colpa sua, almeno non meno che di tutti gli altri protagonisti, come avviene sempre nei litigi e nelle rabbie che si sviluppano e crescono dentro le famiglie.

Ma a me non interessava.
A me interessava punirla.

Mi interessava che lei pensasse di meritare di essere punita.

– sei stata cattiva. Ed egoista. SEI cattiva ed egoista. Potresti rimediare, ma non hai né il coraggio, né l’umiltà per farlo. Vergognati –

Deborah piangeva piano.

– e per questo, meriti di essere punita –
– sì ‘ disse Deborah ‘ sì. Sì. Sì. Sì ‘ ripet&egrave più volte, annuendo.

Presi la frusta.

– questa punizione farà male. Perché te lo meriti, che faccia male, più delle altre –
– sì –
– te lo meriti? –
– me lo merito –

La colpii, non troppo forte: non volevo esagerare, e soprattutto non volevo che finisse troppo presto.

La colpii sulle natiche, sulla schiena, sulle cosce.

– te lo meriti! ‘ sussurravo prima di ogni colpo.

Deborah non disse nulla.
Se piangeva, in silenzio, non me ne accorsi.
Accolse tutta la punizione, tutti i colpi in silenzio, ferma, quasi che muoversi potesse rendere la punizione meno efficace.

Io, trovai molto eccitante colpire il suo corpo nella penombra, senza quasi vedere dove indirizzassi i colpi, e senza vedere né i segni, le sue reazioni.

Non so quanto la colpii.
Abbastanza.

Quando smisi, sussurrai ‘ te lo sei meritato –

Rimasi fermo, in piedi, in silenzio.
Anche lei rimase ferma.

Fu un momento molto, molto intenso, intimo, nostro.

Noi due, al buio, in silenzio, ognuno alle prese con i propri pensieri, i propri dubbi, i propri mostri.

Poi mi misi dietro di lei, mi abbassai i jeans e, tastando piano con le mani, trovai la sua fica.

Con due dita, le separai dolcemente le labbra.
Sempre tenendola aperta, accostai il cazzo, e lo spinsi dentro.

Era stretta, e dovetti farmi strada piano piano.
Lei non disse nulla, non fece nulla.

Quasi al buio, la scopai, lentamente, con calma, accarezzandole la schiena, il culo, le tette.

Le misi un dito davanti alla bocca, e lei me lo leccò.
Sempre in silenzio.

Uscii da lei, e lentamente la spinsi sul letto, girandola sulla schiena.
Le allargai le gambe, le entrai dentro di nuovo, e la scopai di nuovo, lentamente, di fronte, baciandola.

Mentre la scopavo, la sentii rilassarsi, piano piano.

– ti &egrave piaciuto, vero? ‘ le sussurrai, mentre andavo lentamente avanti e indietro dentro di lei
– che cosa? ‘ rispose, voltando la testa per non guardarmi, anche se eravamo quasi al buio
– quello che ti ho fatto. Farti subire le conseguenze delle cattiverie che hai fatto –

Deborah non rispose subito.
Io continuai a scoparla piano, leccandole un lobo dell’orecchio, sfiorandole le labbra, accarezzandole un seno.

– sì ‘ dissi alla fine ‘ in un certo senso, sì, mi &egrave piaciuto. &egrave stato quasi’. bello, a un certo punto –

Le accarezzai i capelli, la baciai di nuovo.
– sei stata brava. Bravissima. Sei una brava ragazza, Deborah. Sei una bella persona –

Lei non rispose, ma sentii ancora di più le sue spalle rilassarsi, e la tensione abbandonare la sua schiena.

– adesso voglio che ripensi a tutto quello che &egrave appena successo’ a tutto quello che mi hai raccontato’ e alle punizioni che hai accettato’ –

Intuii che Deborah chiudeva gli occhi.

– ‘e voglio che pensi che sei stata brava. Che sei una brava, bella persona’ –

Deborah respirò piano. Io continuai a scoparla lentamente, e ad accarezzarle i seni, con dolcezza.

– ..e che ti meriti di stare bene’ –

Spinsi il cazzo appena appena più a fondo, con appena appena più forza

– vieni, Deborah. Fai quello che vuoi, come vuoi’ ti meriti di venire, di stare bene –

e mi fermai.

Dopo un attimo di esitazione, Deborah mi mise le mani sulla schiena, in basso, e mi tirò verso di se’, e poi mi allontanò, e mi attirò di nuovo.

Mi diede il ritmo, e la scopai obbedendo al ritmo che mi dava con le mani sulla mia schiena.

Quando il suo respiro si fece più intenso, mi strinsi a lei, abbracciandola, e senza smettere di scoparla rotolai sotto di lei.

Poi, con dolcezza, la feci mettere dritta, su di me.
– prenditi il piacere che ti sei meritata ‘ le sussurrai, accarezzandole la schiena, tra la scapola e il fianco.

E Deborah mi scopò, al buio.

Ci mise tutto il tempo necessario.

Mi prese per i capelli, mi strinse il petto, mi baciò sulla bocca, mi mise i seni davanti alla faccia perché li succhiassi.

Lì, al buio, non mi chiesi a chi stesse pensando, con chi stesse scopando, nella sua fantasia, dietro i suoi occhi chiusi.

La lasciai fare.
La lasciai libera.

E poi, venne.
Lentamente, intensamente, in silenzio, con un suono profondo, di gola, sincero.

Scese da me, e si sdraiò nel letto, respirando affannosamente.

Le misi una mano sulla testa, e la spinsi appena.

Deborah si mosse, si girò e prese il mio cazzo in bocca.

Venni quasi subito, e lei ingoiò tutto.

Poi, si sdraiò di nuovo accanto a me, e chiuse gli occhi.
La settimana durò ancora qualche giorno, ma nei miei ricordi finì quasi subito.

Nei giorni successivi qualcosa cambiò, in Deborah.

Non si spezzò, non del tutto, almeno. Né si ribellò.

Semplicemente, capì le regole e le accettò.

Non cercò più di restare passiva di fronte alle mie richieste, non provò più ad astrarsi da quello che le succedeva.

Subì, consapevolmente, tutte le umiliazioni che le inflissi.

E soffrì per ogni dolore che le feci provare.

Posso dire che aveva capito che, per me, era quasi più importante vedere, sapere che lei soffriva, moralmente o fisicamente, che la sofferenza vera e propria.

Quindi non fece nulla per nascondere o trattenere i suoi sentimenti.

Si aprì del tutto a me.

Pianse, tremò, urlò.

Molte volte mi supplicò di smettere di fare quello che stavo facendo, ma lo fece al momento giusto, sapendo che era quello che volevo, era quello che desideravo.

Lo fece sapendo che sarei andato avanti ancora solo un minuto, un solo passo, per vedere le lacrime nei suoi occhi e sentire i singhiozzi nella sua voce, e poi avrei smesso.

Io, per parte mia, quando capii che Deborah aveva deciso di percorrere quel sentiero fino in fondo, liberai le mie fantasie.

Deborah fu la mia cagna.
Per ore, fu la mia cagna.
Agitando una finta coda di plastica che le avevo infilato nel culo.
Abbaiò, giocò con la palla che le lanciavo, mangiò e bevve dalla sua ciotola, urinò in giardino accucciandosi e poi annusò l’erba bagnata di urina.
Sfregò la sua fica contro la mia gamba, guaendo di desiderio, in calore.

Deborah fu la mia troia.
Mi presi tutto il sesso che avevo mai desiderato, in qualsiasi modo lo volessi, per tutto il tempo che volevo.
Mi leccò il buco del culo per tutto il primo tempo di una partita di calcio, in ginocchio tra le mie gambe, bendata, con la musica nelle cuffie.
La scopai in piedi.
In ginocchio.
A letto, o prona sul bracciolo del divano.
Nella doccia.
Sulle scale, sul tavolo.
Nuda, vestita, legata e bendata, e mi fece scopare mentre restavo sdraiato, facendola andare su e giù sul mio cazzo, lentamente.

Le venni in bocca.
Le venni nel culo.
Le venni nel culo, e le ordinai di raccogliere il mio seme dal suo culo con le dita e di leccarlo.
Le venni in faccia, sui capelli, sui seni.

Venni in una tazzina, ci aggiunsi qualche goccia di urina, un po’ d’olio, sale e pepe, e quello fu il condimento del pinzimonio che ebbe a pranzo quel giorno.

La misi in ginocchio, in bagno, davanti al water, a tenermi in mano l’ipad, come un leggio, mentre mi liberavo.

La allenai in palestra.
Corse sul tapis roulant.
Fece, o cercò di fare, flessioni e piegamenti, sessioni di addominali e dorsali.
Sempre nuda.
Sempre con la mia frusta che la stimolava a non mollare.

La feci dormire nel letto, nuda, accanto a me.
Poi in piena notte spostai lentamente il lenzuolo, senza svegliarla mi misi dietro di lei che dormiva a pancia in giù e cercai di entrarle nel culo con un unico, veloce e deciso colpo di cazzo.
Quando si svegliò urlando di spavento e dolore, le afferrai la testa e le braccia, la immobilizzai e proseguii inculandola con rabbia, finch&egrave non la sentii piangere, e allora venni.
Poi, con un calcio la spinsi giù dal letto, sul tappetino, dove la feci restare a dormire.

La leccai, a lungo, finch&egrave non mi giurò che sarebbe venuta davvero, senza fingere.
Lo fece, e se finse lo fece davvero bene.

Mi addormentai abbracciato a lei, e mi svegliai con lei che mi abbracciava.

Poi, una mattina, le chiamai un taxi.

Lei fece la valigia.

Io le diedi una busta marrone, di quelle per documenti, con dentro il contratto.

Lei non la aprì. La mise in borsa senza controllare.

Il taxi arrivò e suonò.

Eravamo in piedi, davanti alla porta.

– &egrave finita. Ce l’hai fatta – dissi
– ti odio. Come non ho mai odiato nessuno. Se potessi, ti ucciderei adesso. Sogno che un giorno, se potrò, te la farò pagare –
– lo so. Lo capisco –

Lei si girò per andarsene, poi si fermò.

– un’ultima cosa –
– dimmi –
– nulla di tutto questo dovrà mai uscire da qui. Me lo devi giurare. Nessuno, mai, ne saprà nulla –

– voglio scrivere un racconto – risposi
– un racconto? –
– sì. Il mare diverrà montagna, l’estate inverno, tu non sarai tu, ma un’altra persona, una su cui ho molto fantasticato. Quello che &egrave successo qui sarà raccontato in maniera diversa, e nessuno, mai, potrà immaginare che tu sia lei –

Deborah rimase in silenzio.

Poi disse ‘ e tu? –
– io? –
– in questo racconto, in questa tua ennesima, perversa, stupida e malata sega mentale, tu sarai tu, o sarai diverso anche tu? –

Io non risposi subito.

– no, io sarò io. Il protagonista del racconto sarà molto, molto simile a me’ –
– peggio per te. Se qualcuno mai ti riconoscerà, allora saremo in due, a pensare che sei un pazzo malato –

Deborah si girò, prese la sua valigia e salì lungo il sentiero di pietre, verso il cancello.

Io le guardai il culo attraverso i jeans.

Quando il cancello si chiuse e il taxi partì, chiusi la porta.

Mi sedetti a gambe incrociate davanti allo stereo.

Qual &egrave la musica adatta ad un addio?, mi chiesi.
Qual &egrave la musica che voglio legare per sempre a questo momento?

Alzai il volume, alto, forte.

Poi schiacciai quel pulsante che elimina tutti i passaggi intermedi del suono attraverso l’impianto, e che lo fa arrivare puro alle casse.

Il pezzo che alla fine fece tremare le casse, nella penombra, era ‘sì dolce &egrave il tormento’, suonato da Uri Caine e Paolo Fresu, dall’album ‘things’.

Mi sedetti sul divano, e assorbii ogni nota, ogni fraseggio del dialogo tra la tromba e il piano, facendo scorrere nella mia mente le immagini più intense di quei giorni.

Quando la musica finì, mi trovai a sospirare, con le lacrime agli occhi e il cazzo duro.

Scacciai le lacrime, e mi masturbai lentamente, pensando a Deborah.

***

Passò del tempo, più di un anno.
Non sentii né vidi più Deborah.

Io non la cercai, lei nemmeno.
Il mio amico, mi confermò che era stata assunta e che erano contenti di lei.
Addirittura, a causa della crisi, avevano ridotto il personale, ma avevano preferito tenere lei e licenziare qualcun altro.

Ne fui sinceramente, profondamente felice.

Era arrivata la primavera, nella grande città.

E come ogni primavera, mi lasciai convincere ad andare prendere un aperitivo.
Il posto era rumoroso, fintamente elegante, con servizio approssimativo, prezzi irragionevolmente alti e qualità dozzinale per cibo e bevande.

Il tipico aperitivo della grande città.

C’erano giovani executive di qualche agenzia pubblicitaria, dirigenti di mezza età di banche e finanziarie, avvocati e consulenti, un gruppetto di creativi con barbe lunghe e vestiti attillati, giovani donne rampanti in abito scuro e tacco alto, altre donne in carriera meno giovani, ma altrettanto eleganti.

E un gruppetto di segretarie.

Le riconoscevi perché stavano tra di loro, erano meno magre, meno attillate, meno sicure di se’ delle altre donne nel locale.

Avevano un tavolo in disparte, e bevevano cocktail colorati e pieni di ghiaccio, osservando le altre donne.

In mezzo a loro, Deborah.

La notai mentre tornavo verso il nostro tavolo dopo essermi allontanato per una telefonata.

Aveva i capelli più lunghi, e ascoltava distrattamente le chiacchiere di una sua amica.

Andai al mio tavolo, e mi sedetti dando le spalle alla sala.

Più tardi, mentre gli altri decidevano su come proseguire la serata, decisi di andare a casa, con una scusa.

Salutai, e mi alzai.

Sulla porta, mentre controllavo le mail sul telefono, mi sentii osservato.
Alzai gli occhi.

Deborah era in piedi, accanto al bancone.
In una mano un piattino pieno di cibo, nell’altra un bicchiere.

Mi guardava, ferma immobile.

Uno, dietro di lei, le girò intorno e sbuffando prese delle pizzette dal bancone.

Io le feci cenno di spostarsi.

Deborah sembrò riprendersi di colpo e si mosse.

Io rimasi fermo, in piedi.

Si avvicinò.

– se vuoi buttarmi in faccia quella schifezza colorata, ti prego, non farlo – dissi, serio, accennando al cockatil che aveva in mano.

Deborah guardò il bicchiere, come considerando per la prima volta l’idea.
Poi scosse la testa.

Rimase in piedi, davanti a me, guardandomi fissa, con il piattino in una mano e il bicchiere nell’altra.

– vieni ‘ dissi, girandomi, e mi sedetti a un tavolino in un angolo.

Deborah rimase ferma per un paio di secondi, poi mi raggiunse.
Appoggiò piatto e bicchiere, sedette.

– cosa vuoi? ‘ mi chiese
– io? Niente, volevo solo evitare che qualcuno di quelli dietro di te ti uccidesse con una forchetta’ sai, ho visto gente, all’aperitivo, accoltellarsi per un’ultima fetta di prosciutto cotto’ –

Deborah sorrise. Per un attimo. Poi riprese l’espressione seria.
Ma aveva sorriso.

Rimanemmo in silenzio, per un almeno un minuto.
La osservai; non era cambiata, forse appena più magra, la pelle più rilassata, gli occhi meno stanchi.

Dopo un minuto, lei disse ‘ le mie amiche ci stanno guardando. Dirò che sei un mio capo del posto in cui avevo lavorato prima –
– che poi &egrave la verità… – risposi
– non voglio parlare con te. Ma non voglio che quelle pettegole pensino che abbia o litigato, o cosa. Quindi adesso ci alziamo, ci salutiamo educatamente e tu sparisci per sempre –

– non posso – sospirai
– perché? –
– vuoi davvero saperlo? – chiesi

Deborah mi guardò, tesa.

– sì, certo ‘ disse con tono duro
– bhe.. perché’ come dire’ in questo momento ho il cazzo talmente grosso e duro che se ne accorgerebbero anche nel parcheggio’ –
– stronzo ‘ disse lei, e si alzò e se ne andò.

Io sospirai, mi rilassai, e feci cenno alla cameriera di portarmi una birra.
Una birra media.
Chissà se sarebbe bastato, il tempo di bere quella birra, per farmi passare l’erezione che la sola vista di Deborah mi aveva causato.

– l’hai poi scritto, il racconto? ‘ mi chiese, all’improvviso in piedi, accanto a me.
– vabb&egrave, però così mandi a monte tutta la mia fatica’ – le dissi indicando i pantaloni, tesi da un inequivocabile rigonfiamento.

Deborah sorrise di nuovo, poi rimise la faccia seria.

– sì, l’ho scritto –
– posso leggerlo? –
– sì, vai su www’ &egrave lì, a puntate. Si intitola ‘una settimana’. &egrave firmato con uno pseudonimo, preso da una canzone –

Deborah si allontanò, di nuovo senza salutare.

Passò una settimana.

Poi, all’indirizzo mail che compariva per i miei racconti su quel sito, arrivò una mail da Deborah.

‘Stronzo.
Non sono così grassa come hai scritto.
Non hai il cazzo grosso come credi.
E i miei orgasmi erano tutti finti.’

Non risposi.
Cosa averi dovuto rispondere?

Dopo un’altra settimana, arrivò un’altra mail.

‘quasi tutti’.

Questa volta risposi: ‘grazie. Però lo sapevo’.

Passò un intero mese.

Era ormai estate.

Un’altra mail.

‘Tra una settimana. Là. Ma voglio poter decidere delle regole e mettere dei limiti. E non dirmi che così non ti interessa, perché lo so che da quando mi hai rivista, ti stai ammazzando di seghe ripensando solo e sempre a me’

‘ci vediamo là’.

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Autore Pubblicato il: 3 Dicembre 2013Categorie: Racconti di Dominazione, Racconti Erotici Etero0 Commenti

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