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Il raggio verde

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Come tutti gli altri studenti della nostra età, anche noi indicavamo i professori con un nomignolo, scelto quasi sempre per le caratteristiche fisiche o comportamentali.
Quello di francese, fortemente strabico, era ‘Polifemo’; ma l’attenzione era tutta rivolta a quella di matematica e fisica, una nuova, giunta dal nord, molto giovane, bruna, che sembrava la modella di ‘Signorina Grandi Firme’, deliziosamente disegnata dalla matita di Boccasile.
La scelta del ‘titolo’ da assegnare alla splendida e rigogliosa Dora Cristini, non fu facile. C’erano due fazioni: i pro ‘topona’, soprattutto i maschi; i pro ‘Lisboa’, con quasi totale rappresentanza femminile.
Qualcuno disse che non capiva proprio il senso di ‘Lisboa’, e Giulia, che era già fiorente e prometteva ancora meglio, rispose che tra i maschi non era troppo sviluppata l’intuizione elegante, essendo legati alla volgarità e ben lungi da qualsiasi ragionamento aristotelico.
‘Cercate di capire’ ‘disse Giulia- ‘Voi che siete tanto tifosi del calcio, che vi ricorda Lisboa? Quale squadra?’
Fu quasi un coro di risposte: ‘Benfica!’
‘E allora, ottusi, se non chiamate Dora ben..fica’!’
Ci fu un mormorio sorpreso.
Io mi azzardai a dire, che che c’era lo meritava ancora di più, e alla domanda di Giulia risposi, con aria candida: ‘Tu!’
Scroscio di applausi, e Giulia scuoteva la testa, ma sorrideva.
—–
Quel pomeriggio, mentre studiavo, nella mia camera, venne Franceschina a chiedermi se volevo una aranciata.
Franceschina é la giovanissima tuttofare, che ha lasciato il lavoro agreste nella sua campagna teramana, ed &egrave venuta in città, ‘a servizio’ come si diceva.
Quasi diciotto anni, di personale solido e nel contempo ben fatto, armonioso, che, pur nella semplicità del vestire, lasciava chiaramente intendere un seno prosperoso e fianchi vigorosi e ben disegnati. Il poco delle gambe che si vedeva confermava la grazia femminile che trovava ulteriore dimostrazione in un volto piacevole, bianco e rosso, con tante efelidi. Capelli color fuoco, e occhi di uno strano azzurro. ‘Come lu mare di Fossacesia, ha ditto lu prete de chillu paese.’ Così aveva detto, Franceschina, quando le feci i complimenti per quegli occhi, splendidi e profondi, e si fere ripetere più volte il significato di ‘cesia’: i Latini così chiamavano gli occhi azzurri.
In quel momento telefonò Claudio, e gli risposi che stavo sgobbando perché avevo la sensazione che l’indomani ‘Lisboa’ mi avrebbe interrogato.
Franceschina s’era fermata ad ascoltare la mia conversazione.
‘Chi &egrave ‘sta Lisboa, Pierì?’
Le raccontai come eravamo giunti a indicare con quel nomignolo quel tocco di femmina della Dora. Si mise di fronte, quasi con aria di sfida.
‘E a me come me chiameresti?’
Io lo sapevo, perché i compagni di classe che venivano a studiare a casa mia, avevano avuto occasione di vedere Franceschina. Ne avevamo apprezzato le doti, ed avevamo finito col dire che era proprio una bella giumenta, e che in considerazione delle curve e dei capelli rossi, e del fatto che eravamo certi che non conoscesse cosa fosse la depilazione, meritava senza riserve il nomignolo ‘red-cunt’, che era un modo per non chiamarla chiaramente e grossolanamente ‘fica rossa’.
Lei, però, volle che le traducessi ‘red-cunt’, e lo feci, anche con un po’ di cattiveria. E fu la prima volta che con Franceschina usavo termini così espliciti.
‘Sicch&egrave, tu, allora, Pierì, me consideri solo ‘na reddecante, come dichi tu?’
‘E’ un nomignolo scherzoso, Franceschi’, tu sei una gran bella ragazza. Lo sai.’
‘Si, ma tu pensi solo là!’
Alzai le spalle.
Scosse la testa e uscì dalla stanza. Poco dopo rientrò con l’aranciata. Ebbi la sensazione che mi guardasse con aria sorniona. Prima di andar via, si voltò.
‘Ma tu che ne sai, Pierì, nun hai visto niente!’
‘E allora, fammela vede’..’
Scosse la testa.
‘Si, qui!’
Fece un profondo sospiro. Se ne andò.
—–
Dopo cena ero tornato a studiare.
Un po’ il pensiero di ‘Lisboa’, la chiacchierata con Franceschina, il fatto che avessimo parlato di ‘red-cunt’, la sua frase, alla mia richiesta di farmela vedere: ”si..quì..’, e il silenzio che mi circondava, poiché tutti erano a letto a dormire, essendo già passata la mezzanotte, cominciai a sentirmi più eccitato del solito, e il dover sempre ricorrere al grigiore inappagante della solita svuotata in solitario mi deprimeva enormemente.
Chissà cosa stava facendo Franceschina.
Andai dietro alla porta della sua camera, origliai, Si sentiva il respiro profondo, lento. Certo che dopo una giornata di lavoro doveva essere ben stanca. Spiai dalla serratura, non vedevo nulla.
Ero curioso di sapere se dormiva con la camicia da notte (non usava pigiami) o con altro indumento. Socchiusi la porta, a poco a poco l’occhio si abituò al buio. Franceschina era a letto, sulle coperte (faceva abbastanza caldo, malgrado si fosse appena in primavera), la camicia era corta, si vedevano due belle gambe e l’inizio stuzzicante delle cosce. Anche la curva del fianco aveva una particolare attrazione. Decisi di entrare. Chiusi pianissimo.
Mi avvicinai al suo letto, sollevai appena la camicia.
Del resto, se si fosse svegliata le avrei detto che stavo accertando la corrispondenza del nomignolo alla realtà. Volevo vedere se anche ‘lì’ era veramente rossa. Non riuscivo a scorgere un bel niente. Allungai la mano. Era un cespuglio foltissimo, lunghi riccioli, alcuni serici, altri alquanto cresposi. Erano belli, comunque, al tatto, ed invitanti. La mano non riusciva a controllarsi, proseguiva. Erano tantissimi, quei riccioli. Procedendo, con relativa cautela, sentii perfettamente il delinearsi del suo sesso’ le grandi labbra, tiepide, morbide e nel contempo consistenti. Era meraviglioso poter insinuare un dito tra esse’
Franceschina si scosse, sobbalzò, abbassò la mano per coprirsi con la camicia, incontrò la mia mano, saltò a sedere, le gambe un po’ dischiuse, le mie dita strette tra le sue’
‘Oddio, chi &egrave?’
‘Shhh’ parla piano’ sono io’ non accendere”
‘Sei tu Pierì?… Ma che’ te sei impazzito”
Cercai di allungare la mano e di carezzargliela. La scostò decisamente.
‘Sei bellissima, Franceschina, bellissima’ volevo vederti’ ammirare il fuoco che hai tra le gambe”
‘Ma và a guardà tu’ madre”
Si fermò un momento.
‘Scusa’ scusa’ nun volevo di” scusa’ ma che c’entra quella santa donna della signora..!’
Ne profittai per insistere nella carezza.
Franceschina aveva lasciato le mie dita, ed ora, profittando che era seduta e che le grandi labbra erano naturalmente dischiuse, prosegui cautamente e sentii l’umido delle piccole labbra, caldissime.
‘Peccato che non la posso vedere”
Adesso la sua voce era cambiata. Aveva toni incerti, esitanti’
‘E mo’, Pie’, che vorresti fa?’
‘Stare un po’ con te”
‘Ma tu sei tutto matto”
Le mie dita frugavano, avevano incontrato il clitoride, lo titillavano, lo sentivano fremere. Franceschina si era un po’ sdraiata sul cuscino.
Ecco, il dito era entrato nella vagina, la percorreva in giro in giro, entrava e usciva. Lei aveva rovesciato la testa, dalla scollatura si indovinavano, più che vedere, due tette veramente portentose’ mi chinai a baciarle, lambirle, presi un capezzolo tra le labbra e cominciai a ciucciare’
‘Nun fa’ così, per favore’. Nun ce la faccio’. Madonna, da quanto’.’
‘Pipillo’ stava impazzando nei pantaloni.
All’improvviso sentii la mano di Franceschina carezzarlo.
Una mano sul suo sesso, la bocca piena del suo capezzolo, e l’altra mano febbrilmente sbottonò i pantaloni, sciolse la cinta’ con movimenti degni di un contorsionista riuscii a togliere tutto, anche le mutandine.
Franceschina che stava gemendo sordamente, lo aveva afferrato con forza, lo stava menando freneticamente’ Mi mossi, mi sistemai tra le sue gambe, in ginocchio. Lei lo portò, tremante, all’ingresso palpitante della vagina. Lo infilai quasi con irruenza, fin quanto potei, ed insieme cominciammo a sobbalzare, sempre più voluttuosamente, col suo gemito che aumentava ed io che’
Voce roca, affannata’
‘Attento, Pie” attento’ tiralo fuori’.’
Ma non si fermava, e neppure io’ Un colpo di reni, più forte del solito, il suo bacino che si inarcava e mi veniva incontro, e mi scaricai impetuosamente in lei che, dopo sussulti incontenibili, e deliziose contrazioni della vagina che mi munsero voluttuosamente, s’era abbandonata, priva di forze.
Ma fu un attimo. Si riebbe subito.
‘Che hai fatto, Pie” che avemo fatto’, nun l’hai tirato fora’ e adesso?’
Mi spinse, mi sollevai, mi misi a sedere sul letto.
S’era alzata di colpo, aveva preso la vestaglia e se l’era messa addosso.
‘Nun te move, sta’ qui, bono’ Io vado ar bagno della signora, cerco la robba che se fa lei gli sciacqui, le irrigazioni, dice per nun restà gravida’ ce provo puro io’ speramo bene”
E scomparve, richiudendo la porta dietro di sé. Rimasi sdraiato sul letto.
Una scopata così non l’avevo mai fatta.
Quello che mi aveva colpito, ed ora tornava alla mente con forza, era la sua frase: ‘Ma và a guardà tu’ madre” Il pensiero corse a lei, a mamma, alla foresta verde, di giada, e l’unii alle ultime parole di Franceschina: ‘se fa gli sciacqui, le irrigazioni, dice per nun restà gravida”
Fui percorso da un brivido, per tutto il corpo.
Franceschina rientrò. Era calma, ora. Mi diede un asciugamano e disse di pulirmi bene, di andare anche io al bagno, lavarmi, orinare per pulire l’uretra e, se avevo coscienza di sapermi controllare, al momento opportuno, di’ tornare.
Ero di ritorno dopo poco. Non ci fu bisogno di parole. Penetrai ancora in lei.
Mi sembrava diversa, più bella, più calda, più sensuale, più gentile, intensamente affettuosa, passionale, calda, tenera’
Ma nel cervello ritornavano quelle parole’ tu’ madre’ e quando stavo per perdere ogni freno, sentii la voce’ per nun restà gravida’. Uno sforzo sovrumano’ e lo tirai fuori, impiastricciandole il grembo, ma non potevo mettere incinta’ mia madre.
Sul cuscino vidi un intenso raggio verde incorniciare un volto. Non riuscivo a distinguerne le fattezze, mutavano, ora era Franceschina, ma più spesso mamma.
—–
Quello che potrei chiamare il caso ‘red-cunt’ impresse una determinante trasformazione alla mia esistenza. Infatti, segnò l’inizio di una certa regolarità nella mia vita sessuale. Fu indispensabile fornirmi periodicamente di profilattici, con grosso sacrificio economico e rinunciando a qualche cinema od altra distrazione, ma ne valeva assolutamente la pena perché Franceschina era una amante sempre più appassionata ed esuberante. Aveva anche delle manifestazioni di gelosia rusticana.
Ogni tanto, afferrava energicamente ‘Pipillo’ nella sua mano e guardandomi mi diceva che se avesse saputo che lo davo ad altre ‘femmene’ me lo avrebbe tagliato!
Credo che i miei avessero sentore di qualcosa, ma non andarono mai oltre le generiche raccomandazioni di ‘stare attento’, ‘curare la salute’, non ‘abusare delle proprie forze’.
Quando, con un sorriso incantevole, abbracciandomi teneramente, me lo diceva la mamma, mi sentivo agitato e confuso. ‘Pipillo’ si ergeva voglioso, si beava al tepore del suo grembo, e il pensiero andava sempre alla foresta verde, a come sarebbe stato meraviglioso, per ‘lui’, inoltrarsi nella valle delle delizie che custodiva.
Quando ripensavo a ciò mentre ero con Franceschina lei andava in estasi nel sentirmi più vigoroso e bramoso, più avido, e dovevo prestare molta attenzione a non pronunciare il nome dell’altra. Quelle volte, dopo una prima impetuosa e appassionata scopata, dopo che il serbatoio del profilattico aveva violentemente vibrato in lei, battuto nella sua vagina, mi ripulivo accuratamente, e rientravo, libero da ogni impaccio, cercando di durare il più a lungo possibile per stimolare le voluttuose contrazioni della sua vagina; poi, all’improvviso, lo sfilavo e lo appoggiavo sul suo grembo, inondandola di me.
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Era una ‘esterna’, era stata trasferita a Roma da poco, veniva dal Sud. Capitò a fianco a me al compito di Latino, alla maturità. Con sorpresa di tutti il testo latino era di Lucio Apuleio, tratto dal IV libro delle Metamorfosi.
Sed ego te narrationibus lepidis anilibusque fabulis protinus avocabo. Et incipit. Ma ora io voglio distrarti con piacevoli racconti e con favole da vecchie.” E cominciò.
La ragazza mi guardò, con occhi smarriti, e mi sussurrò: ‘Cosa &egrave?’
‘Lucio Apuleio.’
‘Non ne conosco nemmeno l’esistenza.”
‘Io lo conosco, ma a scuola lo abbiamo appena sfiorato.’
‘Consegnerò in bianco.’
‘Aspetta, cercherò di passartelo. Mi chiamo Piero.’
‘Io sono Letizia.’
Riuscii a tradurre il testo con una certa facilità ed anche darne copia a Letizia.
L’attesi fuori, mi venne incontro sorridendo.
‘Non so come ringraziarti’ Sai, per me é la seconda volta che ci provo e se fallisco anche quest’anno ci devo rinunciare. I miei ci tengono tanto.
‘Ma non sei di Roma.’
‘No, vengo dalla Calabria. Ciao, ci vediamo domani, mio padre mi aspetta.’
Mi salutò e scappò via.
Era veramente carina, anzi bella. Doveva avere qualche anno più di me, non che lo dimostrasse, ma era la seconda volta che affrontava la maturità.
Mentre si allontanava, a passo svelto, rimasi affascinato dalla sua persona, dai suoi capelli, dal modo di camminare. Tale e quale la mia mamma!
Credo che questa identità abbia guidato, più o meno senza rendermene conto, il mio comportamento da quell’incontro.
Nei giorni successivi la pregai di sedersi accanto, le ‘passai’ tutti i compiti scritti, la invitai a venire da me a rileggere le materie per gli orali, e lei doveva sostenere più esami di me essendo esterna. Insomma fummo vicini, molto vicini.
Presentai Letizia alla mamma; la mamma ci portò da bere, qualche pasticcino, la trattava molto affettuosamente.
Chiesi a mamma se non rilevasse una notevole somiglianza tra lei e Letizia.
Mi rispose che sì, certamente, ma Letizia era molto più giovane di lei. Ribattei che per me lei era più bella, e anche più giovane.
‘Amore filiale, Piero, amore filiale.’
‘No, mamma, tu sei bellissima e giovanissima.’
‘Tra un mese sono quaranta!’
Già, non sapevo l’età di Letizia.
Conseguii una lusinghiera maturità, Letizia riuscì faticosamente a strappare il minimo, ma sembrava pazza di gioia. Quando andammo a leggere i risultati, malgrado la sala fosse piena di studenti, amici, genitori, parenti, si aggrappò letteralmente al mio collo e mi baciò con evidente trasporto.
‘Grazie Piero’ grazie’ se non c’eri tu sarebbe stata la ulteriore e definitiva sconfitta, in materia. Un altro dei miei fallimenti.’
E scoppiò a piangere, a singhiozzare.
Ero a disagio, molti mi conoscevano’
Finalmente, riuscii a calmarla e dissi che l’avrei accompagnata a casa.
Non abitava lontano dalla scuola.
Un bel edificio, distinto. Dinanzi al portone feci per salutarla.
‘Sali un momento, mia madre sarà lietissima alla notizia, e vedrai che &egrave un tipo in gamba. Io le ho parlato del tuo determinante aiuto.’
‘Ci sarà anche tuo padre?’
‘Credo di si, ma lui, quando &egrave a casa &egrave sempre nel suo studio, con le carte che si porta dietro dalla Corte”
‘Dalla ‘Corte?’
‘Si, &egrave magistrato, e ci siamo trasferiti a Roma per la sua promozione. E’ molto chiuso in sé stesso, specie da quando gli ho dato certi dispiaceri”
‘Quali?’
‘No, non ora’ te lo dirò. Ma papà &egrave buono, e mi vuole bene. Sono io che gli ho dato delle delusioni.’
Salimmo, aprì una giovane domestica, Letizia mi condusse nel salotto e disse alla ragazza di avvertire la madre.
Dopo un po’ entrò una signora, abbastanza giovane, ma soprattutto elegante. Un bel volto e un discreto personale. Mi alzai.
‘Mamma, questo &egrave Piero, il compagno di cui ti ho parlato.’
Mi tese la mano, curata, e strinse la mia.
‘Beh, Letizia’ allora?’
‘Promossa, mamma, promossa!’
La donna sospirò profondamente e strinse tra le braccia la figliola.
‘Finalmente Letizia’ finalmente’ devo dirlo subito a tuo padre.’
Uscì dal salotto.
La donna di servizio venne a chiedere se gradissi qualcosa da bere, aveva dell’aranciata fresca.
Ringraziai ma dissi che andava bene così.
Letizia mi chiese del mio futuro, glielo accennai.
Lei, forse, avrebbe tentato di iscriversi a Legge, come suo padre, ma c’erano tanti ‘ma’!
‘Scusa, Letizia, ma credo che debbo andare. Ti prego di salutarmi tua madre.’
‘Mi spiace, sarà stata trattenuta da papà.’
‘Possiamo vederci anche se gli esami sono finiti?’
‘Certo.’
‘Che ne dici se domani andiamo al Pincio a prendere un gelato?’
‘Per me va bene.’
‘Vengo a prenderti alle 10 ?’
‘D’accordo’ ti do il mio numero di telefono. Io ho il tuo.’
Me lo scrisse su un foglietto, dal blocco che era sul tavolo. La salutai, tornai a casa.
Già sapevano tutto, papà era stato informato dal Presidente della commissione, suo collega.
L’abbraccio di mamma fu fantastico, e la sua bocca, nell’agitazione del momento, sfiorò le mie labbra. Mi sembrava un sogno. Sentire il suo calore, le sue labbra’..
—–
Non avevo una mia auto, del resto a quel tempo solo i cosiddetti ‘straricchi’ erano in possesso di auto a poco più di diciotto anni.
Letizia scese giù, abbozzammo uno sfuggevole bacetto sulla guancia, mi sorrise, poco distante c’era la fermata dell’autobus che ci portò a Piazza del Popolo, poi le scale verso il Pincio e il ‘lusso’ di sedere alla ‘Casina’ che allora andava per la maggiore. Ordinammo granita di caffé con panna e cialdoni. Letizia divenne pensierosa. Le presi una mano.
‘Qualcosa non va?’
Un profondo sospiro, mi fissò.
‘Io ti sono infinitamente grata, Piero, senza te non avrei superato l’ostacolo che già mi aveva respinta, e sto benissimo con te, ma”
‘Oddio, Letizia, i ‘ma’ mi spaventano, preoccupano’ allora?’
‘Non so se facciamo bene a vederci. Anche mamma mi ha fatto riflettere. Tra l’altro ha sottolineato che io ho qualche anno più di te”
‘E allora?’
‘Non &egrave solo questo’ devo dirti qualcosa, ma sono a disagio. Anzi, peggio, mi vergogno’arrossisco”
Le strinsi la mano e la carezzai.
‘E’ una cosa così grave?’
Annuì, e gli occhi le si empirono di lacrime.
‘Allora non dirmi nulla.’
‘Devo’ devo’ Ti prego, non interrompermi”
‘Sarò muto.’
Cominciò a voce bassa, guardando la sua mano, sul tavolino, che seguitavo a carezzare.
‘Sono passati degli anni, frequentavo la penultima classe del liceo, ero debolina in latino, il professore si offrì di impartirmi delle ripetizioni”
Si fermò, tirò su col naso.
‘Insomma’inutile tergiversare’ ad un certo punto’ scoprii che ero incinta”
Mi accorsi che ,involontariamente, le avevo stretto la mano.
Mi guardò, diritto negli occhi.
‘Si’ e solo perché avevo ceduto al suo fascino’ una volta’ una volta sola’ Dovetti dirlo alla mamma. Immagina: città nel sud, padre magistrato, madre professoressa’ Lo scandalo avrebbe travolto tutto e tutti’ Fu deciso che mia madre ed io ci saremmo recati in un’altra città per avere conferma del mio stato, non era possibile recarsi da un medico nel luogo dove abitavamo. Per maggior cautela scegliemmo addirittura Zurigo. La visita, per me, fu umiliante, imbarazzante, mi sentii violata una seconda volta, offesa, oltraggiata’ ma dopo altri e approfonditi accertamenti, e tenuto conto di certi miei disturbi, il professor Ziegler ci comunicò che ‘il prodotto del concepimento, di poco più di sei settimane, non era vitale’, era necessario, ed anche urgente, liberarsene. Lui suggeriva un raschiamento, e abbastanza presto, prima di possibili complicazioni che avrebbero potuto compromettere la mia fertilità, per sempre.
Ero talmente confusa che non sapevo se disperarmi o gioire: perdevo il mio bambino’ ma non ci sarebbero state le prevedibili conseguenze per una maternità senza padre legittimo. Sarei stata una ragazza madre, e a quel tempo, in casa mia!
Ci fu una lunga e concitata telefonata tra mamma e papà.
Mamma concluse che quella era la ‘volontà di Dio’.
Quindi, raschiamento. Il mio corpo subiva violenza dopo violenza, trauma dopo trauma. Fu deciso che dovevo ristabilirmi completamente, e andammo in un piccolo paese delle Alpi svizzere, dove restammo quasi un mese.
Al ritorno a casa, seppi che avremmo dovuto trasferirci per qualche tempo, in attesa della ulteriore promozione di papà.’
Letizia rimase in silenzio, con la testa bassa. Le carezzai dolcemente i capelli.
‘E’ tutto finito, Letizia. Sei brava, bella, forte, devi pensare all’avvenire, non al passato. Guardami, per favore’sorridimi”
Alzò il capo, gli occhi pieni di pianto, tirava su col nasino, si sforzò a farmi un sorriso. Era bellissima. Avrei voluto baciarla.
In quel momento il cameriere stava portando le granite.
Quello sfogo creò un legame particolare, tra noi, quasi una complicità.
Dapprima lei disse che ora che sapevo tutto avrei certo troncata la nostra amicizia. La rassicurai, affettuosamente, amorevolmente e mi venne da dirle che tra noi, forse, c’era qualcosa di più di una semplice amicizia.
Ebbe un sobbalzo. Mi guardò con espressione triste.
‘Cosa ti passa per la mente, Letizia?’
Adesso la sua voce era dura, quasi aspra.
‘No, sono io che chiedo a te quali strani pensieri stai carezzando!’
‘Non capisco.’
‘Ma &egrave chiaro. Tu immagini che quello che mi &egrave successo &egrave perché io sono una ragazza facile, leggera, compiacente, cedevole, facilmente abbordabile”
Le presi una mano, con forza.
‘Basta! Basta! Non dire sciocchezze, non hai capito nulla, non ricordi nulla’ non ricordi come ho cercato di esserti vicino dal primo momento che ci siamo incontrati? Non voglio, certo, rinfacciarti nulla, ma ho cercato solo di aiutare una splendida ragazza in difficoltà’ Tu non immagini nemmeno quali sentimenti io nutra per te che, fra l’altro, sei la incantevole copia giovane della mia fantastica mamma! Basta!’
Gustammo i gelati, in silenzio, ognuno rimuginando qualcosa nella mente.
Fu lei a rompere il ghiaccio.
‘Buono, vero?’
‘Molto buono.’
‘E’ bello, qui.’
‘Se vuoi, possiamo andare al laghetto.’
‘Si, mi piace.’
Chiamai il cameriere, pagai, ci alzammo.
Dovevamo camminare un po’, ci avviammo lentamente. Letizia si mise sottobraccio. Era bello sentirla così vicina.
Finalmente, entrammo nel vialetto che conduceva al lago, sostammo nei pressi dell’imbarcadero. C’erano piccole barche da noleggiare.
‘Ti va di fare un giretto in barca?’
‘Si, si, mi piace.’
Feci cenno all’addetto, ci fece salire in barca, dette una spinta, ci avviammo verso il centro.
Letizia era di fronte, appoggiata con le mani dietro, il seno sembrava esplodere nella leggera camiciola, il vento, ogni tanto, sollevava la gonna. Una visione incantevole, la fissavo e improvvisamente la vidi avvolta in una luce verde, un raggio che la rendeva radiosa, bellissima, un volto meraviglioso. Aguzzai la vista’ ma quella non mi sembrava Letizia’ era mamma!
‘Hai un aspetto diverso dal solito, Piero, come se tu fossi abbagliato”
Ebbi un soprassalto, ma fui capace di uscire subito da quel trance.
Era Letizia. Cercai di sorriderle.
‘Abbagliato da te, cara”
‘Fammi posto vengo lì.’
La panca era stretta, i nostri corpi si toccavano, percepivo il suo tepore, e il suo profumo mi piaceva, ricordava quello di mamma.
Fu spontaneo cingerle i fianchi’ Appoggiò la testa sulla spalla, e mi chinai a baciarle i capelli.
Il contatto stava sempre più eccitandomi, nel contempo, però, la mano che le sfiorava il fianco trasmetteva alla mia mente la sensazione che stessi carezzando mamma’ e questo accendeva maggiormente la mia fantasia e la mia voglia incontenibile, un desiderio tormentoso’
Il piacere di essere insieme a Letizia mi impensieriva: come sarebbe andata a finire questa storia?
Sarebbe stato un semplice flirt? Una breve relazione, tanto per appagare i sensi? Del resto, cosa altro poteva essere!
Sulla strada del ritorno, verso il Muro Torto, dove passava l’autobus che ci avrebbe riportato verso casa, le nostre teste si avvicinarono, le labbra si sfiorarono, e ci baciammo, con tenerezza più che con voluttà.
Letizia aveva occhi bellissimi. Si strinse a me.
‘Sto sbagliando tutto, Piero.. lo so che tra noi non potrà mai esserci niente di serio”
Tornato a casa andai alla ricerca di mamma. Stava in camera sua, vicino all’armadio. Volevo, dovevo, accertarmi se c’era somiglianza di forme tra la ventenne Letizia e la mia splendida mamma quarantenne, o poco più.
Sì, erano molto simili, ma mentre carezzavo con gli occhi la deliziosa figura della mia mammina, notavo che Letizia era solo una copia, abbastanza ben fatta, ma soltanto una imitazione, che non poteva sostenere il paragone con l’insuperabile originale.
Mi avvicinai a lei, alle sue spalle, l’abbracciai, le mani si posarono timidamente sul suo petto, la mia patta sentiva il sodo tondeggiare delle sue natiche meravigliose, non potei controllare l’eccitazione che mi invadeva, la strinsi a me, e le dita le abbrancarono energicamente le tette.
Mamma rimase per un istante ferma, immobile, poi mi sembrò che quel delizioso culetto si muovesse un po’, cercò di voltare il viso verso me, sorridente.
‘Piero, ma che ti prende!’
‘Mi prendi tu, mamma incantevole, la più bella del mondo.’
Con dolcezza, si sciolse dall’abbraccio, si girò verso me, mi carezzò il volto, mi baciò sulla guancia. Ma io seguitavo a stringerla, forte, perché il mio sesso voleva sentirla, anche attraverso la stoffa, che nella mia fantasia stava sparendo.
Si staccò, con dolce decisione, andò a sedere nella poltrona della toletta.
‘Dove sei stato?’
‘A Villa Borghese.’
‘Con chi?’
‘Con Letizia.’
‘Ah, ora comprendo’ però’ Letizia’ ti fa un bell’effetto’ ti piace?’
‘Solo perché ti assomiglia un po”. Molto poco”
Annuì con aria enigmatica.

2

Si, &egrave necessario che io riordini le idee, che cerchi di stabilire quanto sia dovuto alla mia fantasticheria, all’attrattiva di ciò che da molti, da troppi, &egrave considerato tabù, divieto sacrale, e forse &egrave solo una proibizione ingiustificata, e quanto, invece, corrisponda alla realtà.
Non &egrave che qualche complimento galante mi sia mai dispiaciuto, e certe occhiate, devo riconoscerlo, sono lusinghiere. Essere ammirate, ed anche desiderate, &egrave gradevole, gratificante. Ma a parte questo intimo compiacimento, neanche nella mia mente sono mai andata al di là di tale civetteria nascosta.
Dopo venti anni di matrimonio, il mio appagamento affettivo ed anche erotico trova piena soddisfazione e completezza in Mario, mio marito.
Per sintetizzare, un po’ volgarmente, non mi &egrave mai venuto in mente di scopare con un altro uomo, né di desiderarlo, né di pensare a un altro quando godo tra le braccia di mio marito. Sempre con massimo impegno e dedizione, ho fatto in modo che con me raggiungesse il massimo del piacere che, di riflesso, era, ed &egrave, anche il mio. E non abbiamo risparmiato la immaginazione, l’ inventiva.
Da qualche tempo a questa parte, però, qualcosa va facendosi strada in me. Ecco, come ho detto, ‘conosco’ solo il sesso di Mario, e sono rimasta sorpresa, ed anche perplessa, quando ho sentito l’evidenza della virilità di Piero, il mio bambino, mentre mi abbracciava. Sorpresa e perplessa. Era del tutto involontario quel contatto? Se invece, fosse stato intenzionale, o addirittura premeditato, come interpretarlo, comprenderlo, valutarlo, giudicarlo? Ma no, non era possibile che mio figlio mi facesse oggetto delle sue attenzioni erotiche. Mi stavo montando la testa. Stava prendendo il sopravvento, in me, la vanità femminile. Forse perché, col passare degli anni, temevo di perdere quel fascino che tanto piace ostentare, a noi donne. Anche se non lo ammettiamo apertamente, sapere che esercitiamo ancora un notevole sexappeal, ci lusinga. D’accordo, mi diceva un’altra voce, nella testa, ma questo compiacersi si estende anche alle eventuali attenzioni di tuo figlio?
Beh, secondo certe norme cosiddette morali, ma &egrave più esatto definirle moralistiche, ciò non deve accadere. Ma se accade?
Vediamo, intanto, di esaminare brevemente la intenzionalità o meno dell’evento. Consideriamo i più recenti, anzi l’ultimo.
Viene alle mie spalle, mi abbraccia, mi afferra le tette e, mentre le palpeggia con evidente fervore, piazza la sua palese e generosa tangibilità virile tra le mie natiche’ e spinge’ mi stringe a lui’ si muove in un certo modo’ mi bacia sul collo’
Io cerco di prenderla con impassibilità, con distacco, mi scosto un po’, mi giro, gli accarezzo il volto, e lui’zac! Mi afferra le chiappe, mi stringe forte, e questa volta quel ‘pacchetto’ turgido e prepotente lo piazza proprio tra le mie cosce, nel’ posto giusto’ addirittura flettendosi alquanto sulle ginocchia per posizionarlo meglio, e poi, tornando ritto sulle gambe, sembra come se lo volesse’ infilare. Le leggere movenze del suo corpo sono inequivocabili.
Ma che, s’&egrave impazzito il mio Piero? Si arrapa con sua madre?
Dovrei reagire energicamente e prontamente’
La verità &egrave che quel ‘fagotto’ messo lì, che si muove un po’, non mi dispiace affatto, perché io mi sto eccitando. Con mio figlio!
Cerco di riflettere, ma sono confusa, la mia mente &egrave incasinata.
Vediamo un po’. Ricapitoliamo.
Ammettiamo per un momento che Piero, per insolite e straordinarie condizioni psicofisiche si sia esaltato abbracciandomi’ forse si era infiammato con Letizia, non ha potuto soddisfare il suo desiderio’ quando mi ha abbracciato era ancora acceso’ poi’ mi ha detto che vede una certa somiglianza tra me e Letizia’ quindi &egrave comprensibile la sua’ esuberanza’ ed anche tollerabile’ per una volta’ in fondo, &egrave certo che, diciamo così, carezzando me immaginava di carezzare Letizia’
In tutto questo mi piace cogliere qualcosa di positivo, per me, logicamente, come donna, femmina matura, coi miei anni, che ancora &egrave considerata desiderabile sotto il profilo erotico’
Del resto, siamo sinceri, in quanto a esperienza e competenza in materia, venti anni di vita coniugale, senza inibizioni e piena di estro creativo, servono pure a qualcosa. Indubbiamente, a letto, un paragone tra me e Letizia non può farsi, so bene come far godere e come godere! Caspita se lo so!
Un pivello dell’età di Piero quando può conoscere i segreti del sesso, la vera voluttà, il completo abbandono, con una giovincella più o meno della sua età.
Ma, a pensarci bene, e se Piero cercasse proprio una ‘nave scuola’?
Va bene, ma rivolgersi proprio alla sua mamma!
E’ vero, però, che non sono brutta, mi conservo benissimo, in perfetta forma. E in splendido allenamento, aggiungo io!
Certo, se non fossi la sua mamma gli farei proprio vedere cosa sa fargli provare una vera femmina! E che sono femmina, viva e palpitante, me lo ha confermato l’effetto di quel malloppo tra le mie gambe.
Quella sera, a letto, mentre Mario stava leggendo il giornale, come al solito, la mia mano andò subito alla ricerca del suo pipillone, che rispose immediatamente all’approccio, lo afferrò con particolare curiosità, lo carezzò con attenzione, con eccezionale dolcezza, e lo esplorò come se fosse la prima volta. Chissà come era quello di Piero.
Mario piegò il giornale, lo mise sul comodino e si voltò verso me per’ salirmi sopra’ ma lo spinsi giù, supino come era, col pipillo ormai completamente fuori dei pantaloni. (Fin da quando Piero era piccolo l’attributo virile lo chiamavamo ‘pipillo’, anche nella nostra intimità coniugale, e la ‘mia’ era ‘pipilla’.) Gli sfilai quell’inutile indumento e mi misi a cavallo di lui, con le gambe aperte, sorreggendomi sulle ginocchia, Sfilai la camicia da notte e la gettai sul tappeto. Presi il suo glande, lo portai all’ingresso della mia vagina umida e calda, in avida attesa di sentirlo dentro. Mi impalai con ingordigia, iniziando una cavalcata che conobbe tutti le possibili andature, dal passo cadenzato, al trotto, al galoppo sfrenato, travolgente, accompagnato dall’ansare, dai miei gemiti crescenti, favorito e incitato, dalle sue deliziose mani che mi torturavano le tette, dalle sue labbra che ciucciavano i capezzoli’ fin quando un orgasmo sino ad allora sconosciuto non mi invase e mi fece crollare su lui, ebbra di piacere’ come in estasi. Il mio grembo lo mungeva, lo poppava, ingordo, insaziabile.
Quando mi riebbi un poco, e lo guardai negli occhi, mi afferrò il volto.
‘Perdio, Mara, che femmina meravigliosa sei’ hai superato te stessa, ed io che non immaginavo di poter provare tanto piacere’ sei eccezionale, fantastica, fenomenale! Non lo avevi mai fatto con tanta frenesia’ grazie!’
Lo ascoltavo ad occhi chiusi. E sapevo perché non volevo aprirli!
Lentamente’. scesi da cavallo’ a malincuore la guaina si separò dal caldo e fremente brando che l’aveva affascinata e inebriata’ mi misi supina, ancora affannata.
Dopo un po’ il respiro profondo di Mario mi disse del suo riposo.
Tornai a quello che, ormai, era il mio chiodo fisso, il mio incubo: immaginazione la mia o realtà? E c’era anche il sordo timore che fosse solo una illusione!
Comunque, l’unica cosa era stare a vedere come si sarebbe ancora comportato Piero. Ma io, dovevo favorirlo o avversarlo? La ragione mi diceva che dovevo osservare la più assoluta neutralità senza, però, sconfinare in una evidente respinta dei suoi gesti’ affettuosi.
Oltre la ‘ragione’, però, c’era qualcosa d’altro. Mi turbava, e nel contempo mi emozionava e coinvolgeva, il modo di comportarsi di Piero. Era difficile comprendere dove finiva il ‘figlio’ e subentrava il maschio giovane ed esuberante. Lo comprendevo bene, perché non era semplice rendermi conto di cosa realmente sollecitavano in me quelle particolari ‘attenzioni’ di Piero.
Dovevo dormire, ma non mi riusciva. Eppure la decisione l’avevo presa, avrei seguitato a comportarmi come sempre’ Già, ma cosa voleva dire ‘come sempre’ se Piero mi avesse accarezzata in un certo modo, mi avesse fatto sentire ‘ certi solidi argomenti’?
Per fortuna Morfeo venne in mio aiuto, e mi assopii.
Sonno agitato, mi svegliavo ogni tanto, mi venne in mente di allungare la mano, carezzare Mario, dolcemente, scendere con la mano lungo il suo corpo. Quello era il suo fallo, a me ben noto, e fonte di non poco godimento. Lo sfioravo piano, per non svegliare Mario, che, a differenza di me, dormiva profondamente. Anche così, in stato di quiete, era un bel salsicciotto, piacevole da toccare. Ma, mi venne subito da pensare, com’era quello di Piero? Non mi accorsi neanche che stavo stringendo, nervosamente, la verga calda di mio marito, e la mano si muoveva, inconsciamente, meccanicamente, quasi furtivamente, dal basso in alto, e viceversa, con un ritmo incalzante che’
Era naturale che il pipillo di Mario non restasse insensibile a quelle sollecitazioni. Infatti, cominciò a lievitare. Mario, sicuramente, si stava svegliando e’ risvegliando in ogni parte’ io seguitavo, con gli occhi chiusi, estasiata e inebriata da quel contatto che la mia complicata e morbosa fantasia si ostinava a voler immaginare che stavo’ carezzando’. Piero.
Che ne sapevo, però, se Piero era, lì, come suo padre.
Che bello, comunque. Mi sentivo eccitata, e stavo vellicando voluttuosamente il mio clitoridino’ era tutto un tumulto nel mio grembo, e sentivo avvicinarsi rapidamente un piacere irrefrenabile e sconosciuto che’
Inutile, non potevo fermarmi, né trattenere le mani: una afferrata voluttuosamente a quel fallo, l’altra frugante tra le mie gambe’.
‘Stai bene?’
Era la voce di Mario. Posò la sua mano sul mio ventre agitato, e comprendevo che quella carezza insistente stava per raggiungere l’effetto finale’ Mario si mosse un po’ come se volesse venire su me e finire il tutto scaricandosi nella mia vagina’ ma sì’ forse era meglio così’ mi penetrò con energia’ mi stantuffò vigorosamente per un po’ e mentre io stavo letteralmente precipitando in un vortice voluttuoso, lo sentii dilagare in me’ un balsamo meraviglioso, un vero e proprio lenitivo per la mia spasmodica tensione’
Lo accolsi con sospiro di sollievo, e mi frenai appena in tempo, nel mentre gli carezzavo appassionatamente il volto, per modificare uno impulsivo ‘ooooh Piero’ in un suono confuso e incomprensibile.
Ero veramente depravata, non riuscivo a staccarmi da quella idea assillante.
Mi chiedevo continuamente come potesse essere possibile bramare in quel modo, oscenamente, di scopare con mio figlio.
—–
Fu Mario a svegliarmi, col caff&egrave.
Ero nuda, tutta sottosopra, e tra le gambe sentivo ancora la vischiosità lasciata dagli eventi della notte. Mario era già vestito.
Si chinò e mi baciò sulla bocca, quasi leccandola.
‘Sei stata straordinaria, tesoro, &egrave proprio vero che maturità &egrave perfezionamento, completezza. Non sei mai stata così voluttuosa, mai! Peccato che debba andarmene, perch&egrave ce n’&egrave ancora un po”’
Mi dette una affettuosa pacca sul sedere, e se ne andò, sorridendomi.
Rimasi a poltrire, poi, pigramente, mi alzai, andai a infilarmi sotto la doccia. Era deliziosa la carezza dell’acqua tiepida.
Nella mente si accavallavano mille pensieri.
Volevo cercare di convincermi che, a ben rifletterci, forse tutto era una repentina e momentanea esaltazione dei sensi dovuta ad essermi accorta che eccitato sessualmente un giovane. Alla mia età. Che si trattasse mio figlio era una mera coincidenza. Un giovanissimo si arrapava con me, e mi faceva sentire l’effetto che gli faceva la mia vicinanza. C’era di che inorgoglirsi, come femmina! Certo che &egrave lusinghiero sentirsi sessualmente desiderata da chi, alla sua età, può avere tutte le pimpanti giovani che vuole. E’ vero che a letto una certa esperienza &egrave essenziale, ma loro, lo so, basta che si’ scaricano!
Un momento! Ma era proprio vero che eccitavo ‘i giovani’. Cio&egrave non solo Piero ma anche gli altri? Sarebbe stato opportuno accertarsene. Come? Sculettando dinanzi a loro? Mettendo in mostra una tetta? Le cosce? Mi veniva da ridere. Mi accorsi che stavo scuotendo la testa. No, non era un ‘pipillo’ giovane che mi interessava, attraeva, affascinava, seduceva. Era Piero, tutto Piero, dalla testa ai piedi, ‘pipillo’ incluso, anzi prevalente. E dovetti metterci tutta la buona volontà, il raziocinio, per far cessare alla mia mano di frugarmi tra le gambe.
—–
Spesso le circostanze decidono per noi.
Estate calda, una certa libertà nel vestire, Letizia che (come diceva Piero) mi assomigliava, lui che manifestava sempre più una particolare affettuosità nei miei confronti. E volutamente l’ho chiamata ‘affettuosità’ per cercare di interpretare senza malizia i suoi abbracci, i suoi baci, i suoi sfioramenti’
Sfioramenti’ ma devo finirla con espressioni ipocrite, perbeniste, farisee’ quelle erano vere e proprie palpeggiate, accompagnate da evidenti e imperiose erezioni che avevano tutta l’aria di farsi rilevare.
Ed io le sentivo!!! Perdio se le sentivo’ e’ dovrei sprofondare sottoterra per la vergogna per quanto mi accadeva’ ma mi piacevano sempre più’ mi eccitavano’ ero giunta a’ (incredibile, alla mia età e data la persona)’ a bagnarmi le mutandine!!! Io, con mio figlio!!!
Come, allora, potevo biasimare lui’ giovane’ bellissimo’ nel pieno del vigore e della virilità!
Mario, tra l’altro, stava sempre più divenendo un surrogato’ il sostituto’ il titolare era Piero, Mario la controfigura che diveniva sempre più scialba e inadeguata!!! Dovevo riflettere, avevo bisogno di stare sola, analizzarmi, comprendere, decidere.
Avevo perfino pensato di confidarmi con Mario, ma valutai subito che era assurdo, inconcepibile, avrei seminato un dissapore che sarebbe certamente sfociato in sospetto, dispregio nei miei confronti, accuse di patologie varie e turpi, e forse provocato odio e rotture insanabili. Era da scartare.
Non era neppure il caso di interpellare psicologi e tantomeno sacerdoti. Sapevo già le loro risposte, che andavano da arzigogoli aberranti ad espressioni consolatorie e fideistiche. Dovevo cavarmela da sola.
Cosa difficilissima, considerato in continuo e crescente pressing di Piero e il mio incalzante e turbinoso sconvolgimento interno.
Forse dovevo convincere Piero a fare un lungo viaggio’ magari con Letizia, posto che fosse possibile.
Fu spontaneo alzare le spalle.
Ma che, ero matta? Stare lontana da Piero e perfino gettarlo tra le braccia (e soprattutto fra le cosce) di Letizia? Mi accorgevo che c’era, in me, una estremo senso del possesso, che conduceva a una gelosia invincibile. Addirittura, mi veniva da sorridere, presuntuosamente e sprezzantemente, che Letizia potesse essere mia rivale. Del resto Piero me lo aveva ripetuto infinite volte che non c’era paragone tra me e quella smorfiosetta. Logicamente a mio vantaggio.
L’inimmaginabile fortuità del caso, e forse &egrave più esatto definirla ineluttabilità del destino, intervenne, credo, in modo determinante.
Mario, quella sera, disse che doveva andare urgentemente su un impianto che dava qualche preoccupazione, e che era essenziale per i rapporti col committente, un ricco e potente principe medio orientale. Partiva la sera stessa, non sapeva bene quando sarebbe stato di ritorno.
Devo confessare che non riflettei subito su quell’allontanamento, sul fatto che Piero ed io saremmo rimasti soli nella grande casa, né della rilevante modifica di scena che ne sarebbe derivata.
Quello che mi sconvolse la mente fu il pensiero che’ sarei rimasta anche senza il ‘surrogato’. Nello stesso tempo mi risuonava come un canto d’allegrezza, un peana, il fatto che avevo con me il personaggio principale, il big! E in quel ‘big’ c’era tutto!
—–
Eravamo tornati da poco dall’aeroporto, dove avevamo accompagnato Mario.
Entrati in casa, mi rivolsi con un sorriso a Piero e gli dissi che ora, lui era l’unico uomo della casa. Mi venne spontaneo carezzargli il volto.
Mi abbracciò forte.
‘Tu, mamma, sei stata e sarai sempre la sola donna della casa’ del mondo’ almeno per me”
I suoi occhi erano un misto di tenerezza e di eccitazione.
Mi chiese se gradissi un gelato, era in frigo.
Gli risposi che era molto tardi, preferivo andare a dormire, dopo una doccia ristoratrice.
‘Anche io, mamma, farò una doccia’ fredda’ gelata!’
Un bacio, della buona notte, meno sfuggente del solito, e mi ritirai in camera mia.
Doccia tiepida, una deliziosa sensazione lungo tutto il corpo, quasi sensuale quando carezzava i capezzoli, o si insinuava tra le gambe’ mi sembrava che quel rivolo dolce e gradevole fosse come’
Cercai di reagire a quell’idea ossessiva, angosciosa, conturbante, ma tanto languida, struggente’ fui percorsa da un brivido’
Ripeto, in me era tutto confuso, caotico’
Strano, però, nella mitologia il Caos &egrave padre del Destino, come la Notte ne &egrave la madre. Destino, caotico e buio’ Destino al quale nessuno può sottrarsi, nemmeno gli dei.
In aggiunta, il Destino, che per i Romani é il Fato, &egrave cieco, ed &egrave governato dalle Fate. Perché volevo sfuggire alla mia Fata?
Ma se tutto ciò mi avesse condotta alla colpa?
Scrollai le spalle. Erano sempre i latini a soccorrermi’ sarei tornata a nuova vita’ post fata resurgo!
Uscii dalla doccia e mi asciugai lentamente, pigramente, sedetti alla toletta, spazzolandomi i lunghi capelli.
Poi, mi alzai, pigramente, andai nell’armadio per scegliere la camicia da notte, scelsi a lungo. Ecco, quella verde! Sentivo che faceva al caso mio. Non l’avevo mai indossata. L’etichetta, ancora attaccata, era romantica: smeraldo! Qualcosa di prezioso!
Perché avevo scelto quella?
Avevo agito senza riflettere, guidata da una forza sconosciuta’ mi venne da sorridere… la forza del destino’ gli inglesi dicono The Power of Fate’ potenza del fato!
Dovevo chiedere a Piero cosa pensava di quella camicia.
Aprii l’uscio della mia camera, voltai a destra, nel corridoio, due porte oltre c’era quella di Piero. La luce filtrava da sotto la porta. Era ancora sveglio. Bussai piano. Nessuna risposta. Abbassai lentamente la maniglia, socchiusi, guardai dentro.
Piero era disteso sul letto, il giornale gli era caduto sul petto nudo. Evidentemente s’era addormentato mentre leggeva. Gambe altrettanto nude. Un lembo del lenzuolo copriva parzialmente il pube.
Mi avvicinai senza far rumore, tolsi il giornale, lo ripiegai e lo misi sul comodino.
Com’era bello Piero! Bellissimo, un volto perfetto, un po’ corrucciato, come se stesse rimuginando qualcosa. E che meraviglia della natura il suo torace’ il mio bambino’ veramente meraviglioso. Presi il lembo del lenzuolo per distenderlo meglio, nel sollevarlo notai (ma forse l’avevo tirato su proprio per occhieggiare) che il suo’ ‘Pipillo’, come lo chiamava lui, era di una dimensione tale che il suffisso ‘illo’ doveva essere sostituito da ‘onissimo’! Mamma mia quanto era cresciuto. Quella era la mia creatura. Ne ero orgogliosa e, nel contempo, sbalordita, sconvolta’ perbacco che maschione’ ecco quello che mi faceva’ sentire, ogni tanto. Una vera e propria grazia di dio! E le mie viscere si contrassero per l’eccitazione, una vera brama.
Mi chinai e sfiorai la sua fronte con le labbra’ poi scesi un po’ e lo baciai dolcemente sulla bocca’ ma non mi fermai’ aveva un torace seducente, e anche il ventre piatto, il folto bosco che copriva il pube, con riccioli che sembravano muoversi di vita propria’ e che bello’ il resto’
Incredibile. Poggiare le mie labbra su un fallo eretto non m’era mai passato per la mente. Al solo pensiero provavo un senso di repulsione, nausea, ero presa da una sensazione di vomito. Mario, dopo un primo malaccorto tentativo, aveva compreso il mio dramma e non aveva mai più tentato di’
Adesso, invece, ero attratta da Piero, sentivo l’acquolina in bocca, come chi &egrave attratto da una chicca prelibata e ne pregusta il sapore, la squisitezza.
In fondo, cosa sarebbe stato un bacetto’ quella era carne della mia carne, era come baciare me stessa’
Presi delicatamente con due dita quel nerbo vigoroso e pulsante, mi chinai ancora e, timorosa e impacciata, tirai fuori la lingua e la passai sul grosso glande vermiglio. Che strana sensazione. Qualcosa di sconosciuto. Chissà cosa si provava a sentire nella bocca quel poderoso bonbon’ ma ci sarebbe entrato? Mah! Fu soprattutto la curiosità a farmi spalancare le labbra’ Si, c’entrava, ed era piacevolissimo’ una giuggiola’ un giuggiolone caldo’ che bello’ era forte il desiderio di ciucciarlo’ Mi fermai un momento’ ebbi la sensazione che Piero si fosse mosso, lo guardai di sottecchi. No, solo un lieve sobbalzo e una certa smorfia sul volto’
Ancora una ciucciatina, prima che si fosse svegliato.
Incredibile, quello che mi aveva stomacato ora mi ingolosiva’
Cercavo di guardare Piero: occhi chiusi, quasi serrati, ma lievi movimenti del bacino’ mi sembrava che il respiro fosse affrettato’ ma che stava’ oddio’ ma Piero’ si’. Di colpo, improvvisamente’ la mia bocca fu invasa da un violento fiotto caldo, mi stava andando per traverso, mi stava soffocando, dovevo deglutire in fretta se non volevo restare asfissiata’. Ma non accennavo a diminuire la’ poppata’ anzi’ E che sapore strano’ niente male’ però’
Quando, finalmente, la piena cessò e riuscii ad essere, in un certo senso, padrona della situazione, Piero giaceva rilassato’
Col lenzuolo pulii la mia bocca’ e anche il suo ‘Pipillone” senza far rumore uscii dalla sua camera, andai nel bagno e quasi mi spiaceva sciacquarmi la bocca e perdere quello strano sapore’ Tornai a letto’ ma avevo il fuoco tra le mie gambe’ un incendio che mi stava incenerendo.
Ero letteralmente sbigottita. Avevo accolto nella mia bocca il sesso di Piero. Io, che quasi vomitavo al solo pensiero che un fallo potesse accostarsi alle mie labbra.. Non solo, ma avevo assaporato il suo seme’ lo avevo gustato’ ingurgitato’ perfino goduto’
Mi chiedevo se non fosse il mio lato depravato e dissoluto ad essere emerso’ Cose che fa solo una meretrice’ pensai.
Scossi la testa’ ma che stavo rimuginando ‘ sono cose che accadono tra moltissime coppie’
Allora, seguitava la mia mente, era in funzione dell’intensità del sentimento? Sì, ma di quale sentimento: affetto, amore, passione’
E poi, tale desiderio inconscio lo provavo solo con mio figlio? E con mio marito, con Mario, perché non mi era mai venuto in mente di farlo’ anzi, mi ripugnava solo un pensiero del genere’ un pensiero anormale, immorale’
Quasi sorridevo. Ma di che morale, ormai, potevo parlare io?
Però’ quando Piero era piccolo, gli facevo il bagnetto, lo asciugavo, lo incipriavo, lo guardavo ed era spontaneo ricordare che gli dicevo ‘ti mangerei di baci’, solo in seguito ho letto su un trattato che tali parole rivelano il desiderio di possesso totale dell’altra persona.
Già’ ‘mangiarti per farti carne della mia carne” un sommo e assoluto culto’ ‘ ‘mangiatene tutti, questa &egrave la mia carne”
Alzai le spalle.
Che frase, possesso totale, e che effetto nel mio grembo.
Quante sciocchezze si muovevano confusamente nella mia mente’
Ma Piero era ‘carne della mia carne” frutto germinato in me, nel mio grembo’ come il solco della terra in cui sviluppa e da cui sboccia il seme’
Altra fantasia’
Dalla mia era nato e nella mia carne poteva rinnovare l’evento meraviglioso di una nuova vita’ lui’
il fiore sbocciato da me dava vita a un nuovo fiore, ancora da me’
Lui, Piero, si perpetuava in me, da me’
Stavo vaneggiando.
Dovevo cercare di dormire.

3
Avevo sentito un passo felpato fermarsi alla mia porta, dallo spiraglio inferiore mi sembrò cogliere una vivida luce verde, come il raggio di un faro; sentii il lieve bussare, non risposi, anzi, feci finta di dormire, col giornale sul petto. Avevo gli occhi chiusi, lasciando un’invisibile fessura nascosta dalle ciglia.
La porta si aprì, fui colpito da uno splendore color giada, un po’ nebbioso, ma era percettibile una figura avvolta in qualcosa di vaporoso. Si avvicinò al letto.
Era un sogno bellissimo, temevo di svegliarmi e che tutto si dissolvesse nella realtà.
Quella era mamma, circondata da veli luminescenti che ne esaltavano la bellezza. Scorgevo le sue forme, tante volte vagate, formatesi nella mia mente, e quasi era istintivo allungare la mano, toccarle’ Ma mi sarei svegliato, perché sognavo, indubbiamente sognavo’
Il sogno proseguiva al di là di ogni fantasia’
Mamma si chinava’ mi carezzava’ Oddio’ oddio’ stava baciando il mio sesso’ noooooo’ non poteva essere vero neppure in sogno’ dovevo star fermo, rigido, immobile, altrimenti mi sarei svegliato. Era difficilissimo’ irrealizzabile’.
Quella figura, perfettamente distinguibile pur nella sua evanescenza, stava’ sì’ stava deliziosamente suggendo il mio sesso’ e’ e’ sì’. sììììììììììì’ le mie dighe cedevano’ mi scaricavo impetuosamente, con una voluttà sconosciuta’ Non capii più nulla, mi sembrava precipitare in un gorgo di piacere’.
Avevo stretto gli occhi, forte, non vedevo alcunché.
Restai come sfinito’.
Aprii gli occhi’
Non c’era nessuno’
Abbassai la mano per sentire il lago viscido che certamente avevo prodotto’
Niente’ solo il glande, ancora pulsante, era umido’
Chissà cosa faceva mamma’
Dovevo andare a vedere.
La porta era socchiusa, lei era supina, con gli occhi aperti, rivolti al soffitto. Un’espressione deliziosamente dolce sul volto.
Evidentemente aveva visto l’ombra dallo spiraglio.
‘Piero?’
‘Si, mamma.’
‘Entra.’
Ancora verde: il verde della sua vaporosa, evanescente camicia, che lasciava indovinare la sua bellezza e intuirne la vaghezza.
‘Vieni, Piero, avvicinati’ cosa c’&egrave?’
Mi avvicinai, timoroso, mentre i miei occhi la frugavano, avidi e curiosi, e sentivo il vellicare delle mani che avrebbero voluto carezzarla, delle labbra che desideravano baciarla’ e il sesso’ che sembrava impazzito. Era difficile, impossibile nascondere quanto stava accadendo nei corti pantaloncini del pigiama. Indossavo solo quelli!
Mi guardava con occhi incantevoli.
‘Siedi qui, sul letto’ dimmi”
Cercai di non farfugliare, mi schiarii la gola.
‘Niente’ mi sono destato da un sogno’ molto strano’ volevo vedere come stavi”
‘C’entravo io col tuo sogno?’
‘Non so’ era tutto strano, confuso”
‘Me lo vuoi raccontare?’
Avvampai di colpo. Alzai le spalle. La guardai intensamente’
Mi carezzò la guancia.
‘Vuoi dirmi qualcosa?’
‘Sei bellissima, mamma”
‘Tutte le mamme sono belle agli occhi dei loro figli”
‘No, mamma, tu sei splendida’ e pensare che tu mi hai allattato”
‘Ancor prima, tesoro, ti ho generato’ sei stato nel mio grembo tanto tempo, legata a me’ Poi, dopo che sei nato, ti sei separato da me, e ti ho nutrito al mio seno”
‘E’ bellissimo’ mamma”
‘Sono le mammelle di una donna della mia età”
‘Allungai una mano, lievemente, le sfiorai una tetta”
‘Sono bellissime’ le vorrei baciare’.’
Non avevo mai visto un’espressione così soave sul volto di mia madre. I suoi occhi, dolcissimi, sembravano carezzarmi, avvolgermi, come ad accostarmi di nuovo alla fonte del primo alimento della mia vita.
Con gesto lento e solenne, aprì il leggerissimo tessuto che lo velava e presentò, con semplicità e naturalezza, lo splendore del seno, tondo, compatto, coi lunghi capezzoli violacei che si stagliavano, turgidi, al centro delle areole.
Mi chinai, lambii un capezzolo con la mia lingua. Mamma mi carezzava i capelli.
Fu istintivo ciucciarlo, con spontaneità atavica. Sempre più avidamente. E stringevo l’altra tetta, ritmicamente.
Seguitava a carezzarmi i capelli, ma mi accorgevo che non riusciva a restare ferma. Respirava profondamente, le sue mani avevano gesti nervosi, deglutiva in continuazione, un lieve gemito le sfuggiva dalle labbra semiaperte’
‘Piccolo della mamma’ sei il mio piccolo’ bellissimo’. Ooooh!’
Il suo corpo si agitava, il ventre sobbalzava’ dovevo cercare di fermarlo’ scesi con la mano sullo stomaco, più giù, sul grembo’ la camicia era completamente sollevata, la mano incontrò la setosità voluttuosa del pube, poi il morbido delle grandi labbra che lentamente si dischiusero’ il caldo umido delle piccole’ la carnosità del clitoride eccitato’ e tra le mie gambe era l’inferno’
Non credevo a me stesso’ la nuvola di seta verde andava dissolvendosi’ mamma era completamente nuda, una visione incantevole, irresistibile’
La mia bocca non si controllò’ andò a prendere il posto della mano, delle dita’ sulla lingua si sparse un sapore asprigno, ed era ambrosia, prelibata’ lambivo quel tepore umido, penetrava, la lingua, tra il fremito delle piccole labbra e sentiva il crescendo dei palpiti che la ghermivano.
Il bacino di mamma sussultava come impazzito, tra le cosce stringeva forte il mio capo, sentivo il suo gemito’
‘Bimbo mio’. tesoro mio’ mi stai facendo conoscere il paradiso’ sei meraviglioso’ sorprendente’ sbalorditivo’ non sapevo’ nooooooo’ non sapevo’. Nooooooooooooooo’. Amore mio”
Un sussulto impetuoso, una stretta più forte delle altre, e il lieve fluire di una linfa agrodolce sulla mia lingua’.
Ne sentivo il sudore, il profumo, il palpitare’
Quando compresi che andava calmandosi, alzai lentamente la testa, la guardai’ era indescrivibilmente bella, gli occhi languidi, un’espressione estatica sul volto’ il corpo meraviglioso’
Le mandai un messaggio appassionato, con gli occhi: una implorazione’
Annuì.
Mi sollevai e scivolai su lei, strisciando lentamente’
Dischiuse ancor più le gambe, abbassò le mani: una prese il glande, l’altra divaricò le grandi labbra’ seguitavo a salire’ il mio fallo aveva incontrato i suoi riccioli di seta’ oddio’ il caldo del suo sesso’ sì’ sì’ stavo entrando in lei’ stavo tornando nel luogo dal quale ero venuto fuori tanti anni fa’ e lei sollevò il bacino’mi venne incontro’
Oddio, ero nel grembo della mia mamma.
Com’era caldo, accogliente, palpitante’
Non riuscivo a stare fermo’ non potevo’
Le sue mani mi tenevano per le natiche’ le sue gambe si intrecciarono sul mio dorso’
Sussultava la mia mamma, mi faceva entrare in sé per quanto potesse accogliermi’ mi stringeva, mi mungeva voluttuosamente’ e mi chiamava con mille nomi dolci’ tra un gemito e l’altro’
Non resistevo più, il piacere era troppo forte, sentivo che da un momento all’altro’ e lo sentiva anche lei’ e come!
Quando i miei colpi divennero più impetuosi, sembrò impazzire, e nel momento in cui la invasi con una quantità incredibile di seme viscido e caldo mi strinse appassionatamente, con voce roca e gemente’
‘Bimbo mio’.bimbo mio’.mioooooooooooooooooo!’
La stretta sembrava volesse svellermi il sesso e conservarlo in lei.
Giacqui su lei.
Eravamo madidi di sudore, ansanti.
La guardai, cercò di sorridermi’ non l’avevo mai vista con un tale viso’ sembrava un’adolescente’ bellissima!
Il mio fallo era ancora profondamente in lei, e stava rifiorendo.
‘Mamma!’
Mi carezzò con infinita tenerezza.
‘Tesoro della mamma’ sei tornato nella tua mamma’ sei meraviglioso’ &egrave inebriante sentirti in me’ amore di mamma”
‘Mamma’!’
‘Si?’
‘Mi accoglierai ancora nel tuo paradiso?’
Sentii la sua vagina contrarsi, stringere il mio sesso.
‘Quando vorrai, tesoro’quando vorrai’ il tuo seme caldo si &egrave sparso in me come un balsamo ristoratore’ una sensazione mai provata”
Fu un invito stimolante, allettante’ cominciai a muovermi lentamente, poi, eccitato dal suo voluttuoso ondulare, sollecitato dal palpitare della sua vagina fremente, aumentai il ritmo’ stavamo godendo da matti’ lei gemeva senza imbarazzo’ mi guardava con occhi sbarrati, muoveva la testa qua e là’ sentivo che stava raggiungendo un orgasmo incontrollabile’ si’ mi mungeva’ si agitava’ gemeva’ e quel balsamo la invase di nuovo’
‘Bambino mio’. Bambino mio’..’
Ero ansimante, ma non ancora sazio.

Quando riuscimmo a staccarci, mi guardò con un sorriso incantevole, si alzò, completamente nuda, lasciando sul letto il groviglio confuso della sua impalpabile camicia da notte. Verde, colpita da un raggio di luce che veniva dal lume del comodino.
Ricordai il proverbio scioano:se vedi un raggio verde é la strada giusta. Va avanti!
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