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Era quel suo modo spontaneo ed esuberante di manifestare i propri sentimenti che me lo facevano sempre considerare un bambinone. E ne ero felice. Forse era egoismo, ma mi adoperavo in ogni modo per non recidere, totalmente e definitivamente, il cordone che mi sforzavo di credere sempre esistente, e che ancora ci univa.
Del resto, Max era tutto per me, e lo era sempre stato.
Avevo diciannove anni, quando era nato. Lo avevo voluto, a tutti i costi, anche contro il parere dei miei che mi avevano consigliato, e pressato, di troncare quella inattesa gravidanza. Inattesa, perché era la conseguenza di un momento di debolezza.
Era capitato tutto in fretta e disordinatamente.
L’invito da parte di lui, al suo studio, paroline dolci, carezze sempre più audaci. Era un uomo bellissimo, anzi affascinante, per come agiva, parlava, e tutte le sue allieve erano innamorate di lui. Ma era un bastardo della peggiore specie. Io ero anche lusingata per l’attenzione del famoso professore, e non nascondo che qualche moina, per farmi notare, non l’avevo lesinata. Lui, però, comportarsi in quel modo!
No, non &egrave per avermi attirata in casa sua, per avermi circuita, incantata e per aver colto quella che un tempo si diceva la ‘massima dote’ d’una ragazza. In fondo c’ero stata, e, addirittura, mi sembrava bellissimo che la ‘prima volta’ sarebbe avvenuta con un uomo così importante. Ero talmente inebriata che non pensai a nulla. Avevo poco più di diciotto anni, primo anno di università, e lui ne aveva più del doppio.
Mi congedò con una carezza, un lieve bacio.
L’indomani telefonai a casa. Nessuna risposta.
Provai in facoltà.
La segretaria mi disse che il professore era partito quella mattina per Sidney, dove gli era stata offerta una cattedra.
Mi precisò che certamente non aveva in mente di tornare presto, perché aveva rassegnato le dimissioni dalla facoltà e, del resto, la moglie era australiana e lo aveva preceduto in quella sede.
Non so se fu più violenta la rabbia o la delusione.
Ma il resto doveva ancora venire.
Una sola ora d’amore, ma che dico, di sesso, e mi scoprii incinta.
Incinta, capite? Con i genitori che non accettano il mio stato.
Mi trasferiscono in un’altra sede, lontano. Mi aiutano, certo, ma solo economicamente. E neanche quando partorisco mi sono vicini.
Io e Max, Max ed io, noi due soli. Da allora e per tutti questi anni.
La mia laurea, i primi passi nell’attività docenziale, cattedra’ e sempre sola, perché non ho voluto mai più nessuno. Nessuno. Ero arida, fredda, insensibile’
Veramente proprio insensibile, no.
Io avevo dato la vita a Max, e lui l’aveva data a me. La sua nascita &egrave stata anche una mia nuova venuta al mondo, un mondo nuovo, sconosciuto, con qualche nuvola, certo, ma tutto avvolto di rosa, come il piccolo Max, le sue manine rosa, il suo visetto’
Max era sempre affamato, poppava avidamente, ingordamente, si alimentava, cresceva, e nel contempo mi faceva conoscere un piacere sconosciuto: allattare. Sentivo svuotarmi lentamente, languidamente, mentre mi riempiva di gioia.
Mi piaceva sentirlo su me, nudo lui nuda io. La sua carne, che gli avevo dato io, sulla mia carne, mentre succhiava. Poi, alzava la testina, mi guardava, mi sorrideva, beato e sazio, faceva un piccolo ruttino, forse era il suo modo di ringraziarmi, e si addormentava, beato, sul seno, cullato dal mio respiro.
Sono trascorsi oltre diciotto anni, da allora.
Il mio Max &egrave un simpatico giovanotto, serio, assennato, forse un po’ chiuso. Tra noi c’&egrave un feeling che assomma in sé sentimento, intesa, simpatia, comprensione, emozione e’ almeno da parte mia, e da un certo tempo a questa parte, anche eccitazione. Strana eccitazione, mi piace sentirmi guardata da lui, con quegli occhioni che sembrano volermi dire tante cose. Una sua carezza mi fa dimenticare ogni contrarietà, il suo abbraccio mi rassicura, incoraggia, conforta, e mi fa sentire donna, femmina. Sono le braccia di un uomo. No, che dico, sono le braccia del mio Max.
Chissà se se ne accorge che io non lo guardo, lo guato, perché lo fisso in un certo modo che esprime timore, interesse, ed anche’ gelosia.
Proprio così, gelosia.
Lo so bene che troverà, deve trovare, la sua donna, ma quando mi dice che non ha nessuna ragazza ne gioisco, lo carezzo con riconoscenza.
Non sono riuscita a sapere se e con chi ha sperimentato la sua ‘prima volta’. Arrossisce visibilmente, sfugge il discorso, &egrave evasivo.
Di certo, però, non &egrave indifferente al sesso. E’ normalissimo.
Viviamo nella stessa casa ed &egrave naturale che ci sia una certa promiscuità, specie quando il caldo suggerisce un abbigliamento ridotto. E’ vero che abbiamo due docce, in ambienti separati, ma non ci chiudiamo certamente a chiave, e accade di andare nell’uno o nell’altro bagno per un sapone, od altro. Ci accomuna, inoltre, l’insofferenza per pigiama o ‘per me- camicie da notte pesanti. Specie in estate. Non parliamo di lui che si libera anche del lenzuolino leggero che copre il suo corpo nudo. In verità, anche a me capita di svegliarmi e di accorgermi che durante la notte il lenzuolo &egrave andato a finire chissà dove, e la corta e velata camiciola non copre un gran ché.
Max, non &egrave un palestrato, uno di quei muscolosi ragazzoni che perdono, in fondo, grazia e armonia. Max &egrave un bel ragazzo, di giuste e armoniose proporzioni, equilibrate dallo sport: tennis, nuoto, sci. E che sia ‘maschio’ ne ho avuto diverse prove, visive e’ tattili. Oltre che’ consequenziali.
Non si capisce cosa intendo per ‘conseguenziali’? Facile, gli capita, di notte di avere, a volte, delle polluzioni, e non devono neanche essere di modesta portata.
Cosa sono le prove ‘tattili’?
Ma potreste immaginarlo.
Se mi abbraccia alle spalle, ‘lo’ sento chiaramente che preme sul mio didietro. Io sono solo cinque centimetri più bassa di lui.
E quando balliamo lo strofinio questa volta &egrave davanti!
Per una certa civetteria, e forse anche perché la mia tata era anglofona, da sempre il ‘suo’ lo chiamiamo ‘dick’, e la mia, senza alcuna originalità, ‘pussy’. Non ci soffermiamo di frequente a parlarne.
Forse non ci crederà nessuno, ma io, dopo quell’unica volta, per cui esiste Max, non ho mai ‘conosciuto’ uomo.
Non &egrave facile, posso assicurarlo, e spesso mi sono contorta nel letto. Ho abusato di calmanti, e mi sono carezzata furiosamente.
Comunque, gli anni sono trascorsi. Non per questo i sensi sono assopiti. Anzi, da qualche tempo a questa parte sembrano più vivi e vivaci di prima.
Insomma, Max mi attira sempre più come maschio.
‘Incredibile’, sento sussurrare da qualcuno.
No, non &egrave incredibile nel senso di inconcepibile. E’ naturale che una femmina ancora giovane, sana, sia attratta da un maschio, chiunque esso sia, dotato di ciò che a lei abbisogna per legge di vita.
Non ‘incredibile’ ma inaccettabile, inammissibile, secondo alcuni, nel caso specifico, perché tali pulsioni non sono consentite, da certa etica e norme religiose, tra chi &egrave legato da vincoli di sangue così diretti e immediati.
Comunque, io mi guardo bene dal farmene accorgere, ma’ certi contatti, sicuramente occasionali, non mi dispiacciono.
Max, imprevedibile Max.
Era appena ‘maturato’, scolasticamente, con ottimi voti, in elettronica, ed ancor prima di iscriversi all’università pensava di trovare una occupazione. Voleva mettere a frutto le sue nozioni e nel contempo desiderava cooperare alle spese familiari. Io glielo avevo detto che economicamente non avevamo preoccupazioni. Niente da fare. Per lui era una prova di ‘possibile autonomia’ e l’affermazione che ‘valeva’.
Il bello &egrave che fu il CRE, Centro ricerche elettroniche, di una grande multinazionale a chiamarlo. Avevano visto i risultati scolastici.
E così, all’inizio dell’estate, Max ha iniziato la sua prima attività lavorativa retribuita.
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Quella sera, era venerdì, tornò a casa raggiante. Aveva riscosso il suo primo stipendio. Una cifra ben superiore ad ogni aspettativa, e sventolò, festosamente l’assegno, mentre mi abbracciava, mi trascinava in una specie di ballo rituale’ un delizioso mix tra il tenero e il sensuale.
‘Dobbiamo festeggiare, mamma. Devo regalarti qualcosa.’
‘Ma tesoro, &egrave lavoro, tuo, l’hai guadagnato tu. Piuttosto, credi di poter far fronte a lavoro e studio quando si aprirà l’università?’
Seguitava a stringermi e a trascinarmi in una danza eccitante, senza musica. Mi piaceva sentirmi così vicina a lui, e avvertivo che a lui non era sgradito, me lo diceva quel paradisiaco strofinio che m’inebriava. Avrei voluto che non finisse mai, sentivo il grembo sussultare e che mi stava accadendo qualcosa che avevo quasi dimenticato: il mio sesso distillava la linfa di questo dolce ma voluttuoso piacere. Per un momento dimenticai che era mio figlio, il mio Max.
‘Niente da fare, mamma, domani festeggiamo, un pranzetto coi fiocchi. Che ne diresti di farlo al ‘Fisher King’? E’ vicino alla nostra casetta sulla roccia, la nostra piccola ‘summer-house’.’
Mi guardò in un certo modo, senza allentare la stretta. Come dirgli di no?
‘OK, caro, va benissimo.’
‘S’intende, ma’, che pago io: &egrave la prima volta della mia vita!’
Mi strinse ancora di più.
‘Certo, tesoro, certo.’
Avrei voluto che quell’abbraccio non finisse, ma era meglio allontanarsi da lui, sentivo che qualcosa mi stava sconvolgendo, un desiderio struggente, ma licenzioso, e per qualcuno anche peccaminoso’
E così, l’indomani, dopo una notte agitata, turbata e nel contempo deliziata da sogni appassionati e trascinanti, mi alzai, indugiai sotto una doccia ristoratrice e rilassante, preparai la colazione che avrei consumato più tardi con Max, misi poche cose nella borsa da viaggio, il costume, il pareo, la camicia da notte’ e indossai una gonna plissettata, abbastanza larga, e una blusa annodata in vita, su reggiseno e mutandine.
Max era pronto. Facemmo colazione insieme, scambiandoci poche parole, e soprattutto parlando del tempo che prometteva bene.
La strada fino a ‘Rocky Peak on the Sea’, il piccolo villaggio dal nome pomposo, era abbastanza scorrevole, almeno per diverse miglia, poi si restringeva fino al borgo marinaro e quindi diveniva lo stretto vialetto che conduce alla nostra casetta, in alto, con le grandi vetrate dalle quali si vaga lontano, sul mare.
Eravamo giunti. Parcheggiammo, prendemmo i bagagli, entrammo in casa, spalancammo le finestre, per far entrare l’aria, curando che non creassero correnti. Era tutto perfettamente in regola, e si vedeva che Jane, la moglie di Sam, il pescatore, si era assicurata che tutto fosse in regola, ed aveva anche provvisto il frigo con quello che sapeva piacerci.
Andammo sulla veranda.
Profittando, evidentemente, che il luogo era isolato e la casa disabitata, due ragazze stavano a prendere il sole, in alto, di fronte al mare. Abbastanza giovani, in ridotti bikini. Una castana e l’altra biondissima e con un seno prosperoso, non completamente contenuto nel minuscolo reggiseno.
Fissai Max, che guardava senza particolare interesse apparente.
Gli dissi che sarei andata a rinfrescarmi un po’. Era quasi l’ora del lunch, e gli proposi di mangiare qualcosa in casa e di riservare la sera a quelli che lui chiamava il festeggiamento del primo stipendio. Saremmo andati al ‘Fisher King’.
‘OK ma’, vado anche io a mettermi più comodo.’
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Fui attratta dalla doccia, poltrii lasciandomi scorrere l’acqua sulla pelle, come una carezza, mi crogiolai, pigra, guardando la schiuma che scendeva, cadeva, spariva nello scarico.
Indossai l’accappatoio, corto, appena sopra il ginocchio.
Andai a sdraiarmi sul letto.
Un letto comodo, ampio, a fianco della grande vetrata che dava sul mare. Mi sembrava quasi volare su quelle acque striate del biancore della spuma delle onde. Come la schiuma della doccia.
Se allungavo la mano potevo raggiungere il cordoncino che comandava le tende. Se l’avessi tirato, si sarebbero chiuse, e solo un lieve chiarore sarebbe filtrato dai lati.
Uno spettacolo che mi incantava.
Ero su un fianco, aveva qualcosa di ipnotico seguire il rincorrersi delle piccole scie che andavano a frangersi ai piedi del roccione sul quale era la nostra casetta.
Un’altra attrattiva aveva quella cameretta.
Il tetto che la copriva si poteva aprire, a comando, e lasciava scorgere il cielo. Non solo, ma nella stagione fredda poteva restare chiusa la spessa lastra di cristallo, e così potevi restartene a rimirare la volta celeste, anche d’inverno, al tepore del letto e della stufa.
Guardavo il mare, le onde.
Affioravano alla mente i versi carducciani, in disordine: E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar; Stormi d’uccelli neri,
Com’ esuli pensieri’,
E la mente vagava, andava lontano, si sperdeva nel nulla, fin quando mi assopii. Non so quanto dormii. Non molto. Mi chiedevo cosa stesse facendo Marx. Forse era andato ad ‘attaccare’ con le ragazze intende a prendere il sole. Chissà se preferiva quella più popputa o l’altra!
Improvvisamente mi ricordai che dovevo preparare qualcosa per mangiare, dovevo guardare nel frigo.
Mi alzai ed andai ad approntare.
Max mi raggiunse in tinello.
Ero proprio uno spettacolo piacevole guardare mio figlio.
Consumammo uno snack, un po’ di birra chiara, e poi decidemmo che sarebbe stato opportuno un riposino, in attesa del dinner che avevamo prenotato per la sera.
Rassettai tutto, detti uno sguardo fuori, le ragazze non c’erano più.
Max mi disse che sarebbe salito su, da lui, e avrebbe ‘navigato’ un po’.
Io andai a sdraiarmi nuovamente, chiusi tutte le tende e, presto, la penombra cattivò il mio sonno. Sognai, confusamente, ma il volto di Max era ricorrente, il suo sorriso, il suo spontaneo e ingenuo orgoglio di offrirmi la serata, col suo primo stipendio! E il suo abbraccio’ e volli sognarlo, spontaneo, ma non certamente innocente, casto’ mi strofinavo a lui’ ed era magnifico anche nel sonno’ le mani, istintivamente, andarono al mio grembo agitato’ e le dita, quando le ritirai, erano intrise della rugiada della mia eccitazione.
Mi svegliai, ansante e sudata.
Avevo dormito molto, stava cominciando il tramonto. Aprii le tende della parete a vetri, il sole, rosso, fiammante, stava tuffandosi nel mare.
Il dinner era per le 0730 p.m.. Uso il nostro modo di esprimere l’ora.
Ma sì, un’altra doccia, e poi mi sarei preparata. Niente di eccezionale, ma qualcosa che mi rendesse attraente, anche agli occhi di mio figlio. Ah, dovevo decidere se dormire in pigiama o in camicia. Meglio la camicia, di cotone leggero, non troppo lunga. Se alle prime luci dell’alba avessi avuto freddo c’era sempre qualcosa con cui coprirmi, a portata di mano.
Sono pronta. Max mi attende in tinello. Che bel ragazzo, anche nella semplicità del suo vestire.
Saliamo in auto, guida lui.
Il breve ripido stradino che collega alla strada comunale, e giungiamo presto al ‘Fisher King’. Ci hanno riservato il solito piccolo tavolino, in un angolo abbastanza appartato, con vista mare. Ma non così bella come dalla nostra casetta, e ancor più dalla mia camera-belvedere, la ‘vista-bed-room’ come l’aveva chiamata, ammirata, la mia amica Clare, di Chicago.
Il mare era calmo, lievi onde, che il chiar-di-luna andava lentamente illuminando. Al piano, ‘Drunky-Don’, il vecchio organista della Cattedrale, che non avevamo mai visto sobrio, guardava fuori e strimpellava le struggenti note di Glenn Miller, ‘Monlight serenade’, e a me venivano spontanee alle labbra le parole di Kurt Elling: ‘My love, do you know that your eyes are like stars brightly beaming? So don’t let me wait, come to me tenderly in the June night. I sing you a song in the moonlight, a love song, my darling, a Moonlight Serenade.’
Amor mio, sai che I tuoi occhi sono radiosi e splendenti? Non farmi aspettare, vieni da me, nella notte di giugno. Io ti canto una canzone al chiaro di luna, un canto d’amore, tesoro, una serenata al chiar-di-luna.
Ma non guardavo il mare, guardavo Max.
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Una serata veramente incantevole.
Forse sarò considerata ridicola, ma mi sentivo giovane, felice di stare con Max. Pagò lui il conto, e quando uscimmo, prima di salire in auto, volli ringraziarlo. Lo baciai sulla guancia’ poi decisi di fare lo stesso anche con l’altra, ma quel momento di esitazione fece sì che le mie labbra sfiorassero le sue, e non ebbero fretta ad allontanarsene. Né intendevo staccarmi da lui quando mi abbracciò, stretta, e mi disse che ero una mamma meravigliosa. Anzi, no, diciamo la verità, mi disse solamente ‘meravigliosa’! Stupendo, eccezionale, fantastico, &egrave lui, il suo profumo il suo tepore, sentirlo così vicino a me. Roba da farmi cadere in deliquio, ai suoi piedi!
Incredibile, &egrave normale amare la propria creatura, ma quello che provo per Max non &egrave proprio ciò che si definisce ‘amore materno’, non si limita alla sfera affettiva, spirituale, sentimentale, ma coinvolge tutto di me, il cuore, la mente, i sensi. Oddio, come lo desidero! Ma so che ciò mi &egrave proibito!
Eccoci a casa.
Si &egrave fatto abbastanza tardi.
‘Ancora grazie, Max. Hai voluto festeggiare con la tua mamma il tuo primo stipendio. Grazie.’
Mi guardò con occhi sfolgoranti.
‘Grazie a te, ma’.’
E tornò ad abbracciarmi strettamente.
Ci avviamo alle nostre camere da letto. Un ultimo saluto, per la buona notte.
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Ero sdraiata, tutte le tende aperte: cielo, luna, mare, biancore di spuma delle onde, e un senso quasi di languore, struggimento, turbamento. Nelle orecchie mi risuonavano le note di Miller, e ricordavo le parole’
Un respiro profondo, come a volermi consolare di quella spaventosa solitudine, di quel vuoto che mi tormentava.
Supina, la corta camiciola sul corpo nudo, ogni tanto percorso da brividi, da involontari sussulti, da irrefrenabili fremiti. Le labbra strette, un turbinio nelle orecchie, le tempie che pulsavano, impazzite.
Un lieve bussare alla porta, e la sua voce.
‘Ma’?!’
‘Sì, tesoro.’
‘Posso entrare?’
‘Entra.’
Istintivamente tirai su il lenzuolo, fino alla vita.
La camera era illuminata solo dalla luna.
Max era in pantaloncini. Quelli corti, del pigiama.
‘Dormivi?’
‘No, caro, fantasticavo.’
‘Ho pensato che dev’essere splendido vedere cielo e mare, da qui.’
Senza dire nulla si sdraiò accanto a me, con gli occhi al cielo.
‘Fantastichi anche tu, Max?’
‘Quando la realtà &egrave illusione, ci si affida alla fantasia.’
‘Scommetto che stai pensando a quelle ragazze al sole. Dimmi la verità, preferisci quella più’. popputa? Ti piace un seno florido?’
Si mise su un fianco, rivolto verso me. Allungò timidamente la mano, la poggiò sul mio petto.
‘Mi piace questo, ma’!’
E lo strinse decisamente. Lo carezzò, sentì il turgore improvviso del mio capezzolo, insisté nella carezza.
‘E’ quello di una vecchia, figlio mio!’
‘E’ stupendo, impareggiabile”
Scostò delicatamente la scollatura della camicia, lo scoprì, si chinò a baciare il capezzolo, a succhiarlo. Avidamente, come faceva quando lo allattavo. Ed io sentivo svuotarmi dentro.
Forse era il caso di scherzarci sopra.
‘Ma, tesoro mio, sei tornato bambino?’
E intanto gli carezzavo la testa.
Lui si avvicinò a me, pose la sua gamba sinistra sul mio grembo, il ginocchio sulla mia eccitata ‘pussy’, e sentivo ‘dick’, duro come il ferro, che pigiava sul mio fianco.
Cosa dovevo fare?
Quel succhio era bellissimo, voluttuoso, ma mi sconvolgeva.
Senza smettere di poppare, Max si mosse lentamente, si sollevò’ si mise su me!
‘Dick’ premeva, sia pure attraverso la stoffa del pantaloncino, del lenzuolo, della mia camiciola, proprio lì, tra le mie gambe. E le tenevo bene strette, anche se a malavoglia.
Max aveva aperto completamente la mia camicia. Il mio seno era completamente scoperto, e alternava il suo succhiare a un capezzolo e all’altro.
Cercai di essere dolce, comprensiva.
‘Basta, Max, per favore, basta’ non devi fare così, sono la tua mamma”
Per tutta risposta, sollevò il bacino, infilò la mano, abbassò il lenzuolino e alzò la camiciola. La mano mi carezzò i riccioli tra le gambe, tremante e nervosa.
Cercai di farlo cadere da quella posizione, sobbalzando.
Peggiorai la cosa. Mentre cercavo di levarmelo di dosso, muovendomi qua e là, lui era riuscito a sfilarsi completamente i pantaloni, ed ora era il suo grosso e prepotente glande che cercava di infilarsi tra le mie gambe.
‘Ma Max, sei matto’ ma cosa speri di fare.. ohé’ ce l’ho con te, Max, sono la mamma, la tua mamma”
Un mio movimento incontrollato mi fece dischiudere appena le cosce.
Il suo ginocchio fu pronto e deciso. Si infilò tra esse. Poi fu la volta dell’altro. E con essi apriva sempre più le mie gambe, mentre con la mano, afferrato il suo fallo, maldestramente cercava di portarlo all’ingresso della mia vagina.
‘Max’ ti rendi conto? Sono tua madre’ ma che fai’ vuoi scopare tua madre?’
La sua voce era irriconoscibile.
‘Si, ma”ti voglio”
‘Ma va a farlo con la tua ragazza.’
‘Non ne ho.’
Sembrava un rantolo.
‘Allora con chi lo fai di solito.’
Si fermò un istante, mi guardò, stravolto, agitato, stralunato, congestionato.
Non sapevo se essere intimorita da quell’improvviso assalto, o’lusingata. Nel contempo, la mia eccitazione aumentava e la mia resistenza diveniva sempre più debole.
Max mi fissava.
‘Non l’ho mai fatto, ma’! mai’ mai’ perché’ io voglio te, ma”. Solo te!’
Quelle parole che avrebbero dovuto inorridirmi, mi intenerirono infinitamente, mi riempirono di dolcezza. Come lo comprendevo. Aveva quasi gridato :’voglio te’solo te!’ Lo intendevo perfettamente, perché io volevo lui’solo lui.
La mia mano si abbassò, afferrò dick, lo portò al rorido orifizio della mia vagina, calda, pronta, fremente, lubrificata, impaziente, bramosa; alzai il bacino e accolsi trepidante la sua impazienza. Entrò in me con irruenza, con passione. Fece un lunghissimo sospiro:
‘Ma” ma” ma”.’
Non sapeva dire altro.
‘Bambino mio adorato.’
La natura, l’istinto gli disse come muoversi. Io cercai di donargli tutta me stessa, il massimo del piacere, e riscuotevo da lui la vetta della voluttà. Forse anche troppo rapidamente, perché mentre lui mi stava pompando con tutta la sua foga giovanile, io fui sconvolta da un orgasmo che mi travolse, mi fece uscire di senno per un attimo, e lui che seguitava, con sempre maggior ardore, mi infiammava’e poi mi spense col più delizioso e tiepido dei balsami che mai avessi conosciuto, e che si sparse in me dissetando la mia antica arsura, ed appagando la sua frenesia.
Giaceva su me. I nostri respiri erano ansimanti, eravamo sudati, non sapevamo se ridere o piangere.
Io strinsi le gambe, per sentirlo ancora.
‘Sei bellissima ma”bellissima’bellissima”
‘Tesoro mio, cucciolo mio’ mi fai perdere la testa’ lo capisci cosa abbiamo fatto?’
Si spinse in me, e sentii che dick stava rapidamente rifiorendo.
Lo guardai con aria di dolce rimprovero, ma anche di compiacimento.
Lui annuì.
‘Aspetta, bimbo mio, aspetta.’
Lo spinsi dolcemente.
Il suo sesso sgusciò da me, lentamente, ancora, o già di nuovo, pronto a rinnovare la sua, per me, paradisiaca esperienza.
Mi guardava interrogativamente.
Lo fece mettere supino, mi sedetti su di lui, a gambe larghe, tolsi del tutto i’resti della mia camiciola. Mi impalai con dolce lentezza, e iniziai una lenta e voluttuosa cavalcata. Lui mi afferrava il petto, mi stringeva le natiche e a mano a mano che il mio trotto diveniva galoppo, leggevo nel suo volto l’accrescersi del piacere, e lui, certo, capiva dalla mia espressione estatica, rapita, incantata, le sensazioni che sapeva donarmi.
La luna illuminava i nostri corpi lucidi, rendendoli irreali; il lieve sciabordio delle onde, accompagnava la musica che i nostri corpi sprigionavano incontrandosi e lasciandosi’ sempre più freneticamente’ si’ così’cosììììììììììììììììììììììììììììììììì.
Non riuscii a soffocare l’urlo.
‘Max!’
E si fuso col suo.
‘Ma’!’
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Autore Pubblicato il: 30 Aprile 2005Categorie: Racconti erotici sull'Incesto0 Commenti

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