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Alessio era convinto che un viaggio avrebbe spezzato la spirale nella quale sentiva di essere sempre più preso. Spirale… spira… boa constrictor… Sfogliava gli opuscoli che aveva preso all’agenzia turistica, e pensava agli eventi che lo stavano sempre più soffocando. O forse s’era smarrito in un labirinto del quale non riusciva a raggiungere lo sbocco. Il suo Daidalos ne aveva realizzato uno più intricato di quello della reggia di Minosse.

Si, ci voleva un viaggio, uno di quelli organizzati, così non sarebbe stato tristemente solo, come spesso gli accadeva quando andava in giro a motivo della sua attività. Del resto, allorché non avesse avuto voglia di unirsi al gruppo sarebbe restato per conto suo. Non voleva andare lontano, fare ore ed ore di volo. Cercava qualcosa di riposante, o che lui potesse rendere tale. Aveva deciso che doveva fare tutto da sé, senza consigliarsi con nessuno e senza dare incarichi generici alla sua segreteria o alle agenzie alle quali, di solito, si rivolgeva.

Fu colpito dall’elegante sagoma della modernissima nave. Una strana crociera, perché il bastimento sarebbe stato soprattutto un comodo albergo di lusso. Piccoli percorsi durante la notte, lunghe soste nei porti, e un itinerario che difficilmente avrebbe incontrato cattivo tempo, anche in considerazione della stagione. A bordo poteva trovarsi ogni genere di passatempo, dalla piscina al tiro al piattello, dalla palestra alla biblioteca, dal cine al varietà, senza parlare dei balli, dal liscio al più scatenato.

Si partiva da Genova, e si faceva tappa a Barcellona, Palma, Valencia, Malaga, Cadice, per tornare al porto iniziale. Un nuovo esperimento turistico, assicurava l’opuscolo, senza nessun obbligo di partecipare alle numerose gite a terra. Un percorso effettuato con pigra lentezza, per favorire il relax, per invogliare alla buona tavola. I prezzi promettevano una certa selezione, sostenuta anche dall’informazione che la sera era gradita la cravatta nera.

Due settimane lontano dal solito ambiente, in una accogliente suite, con possibilità di visitare luoghi interessanti e spesso incantevoli.

Due settimane di ferie, senza lasciare recapito, con la promessa che avrebbe telefonato spesso, e col proposito di non farlo.

Effettuata la scelta, pagato l’anticipo, si divertì a compilare l’elenco di quello che doveva portare con sé. Preparò il bagaglio, pregò il cameriere, Hani, di metterlo nella sua auto, disse all’autista che poteva considerarsi libero per i prossimi quindici giorni e s’avviò, senza fretta, verso Genova. Andò alla rimessa dove avrebbe lasciata l’auto, si fece condurre al molo dov’era ancorata la bianca nave, consegnò i bagagli alla cooperativa dei portuali, disse al meccanico che l’aveva accompagnato che avrebbe fatto sapere data e ora del ritorno, lo ringraziò e lo congedò con una generosa mancia.

Salì a bordo, e dopo gli adempimenti d’imbarco fu accompagnato nella sua suite, sul migliore dei ponti, con vista sulla prua.

Il pranzo sarebbe stato servito alle venti, subito dopo la partenza. Aveva scelto un tavolo vicino alla grande vetrata, a metà del lungo salone. Sarebbero stati in quattro. Il tempo per fare la doccia, vestirsi, prendere un drink al bar, ed era all’ora del pasto.

Il maitre lo accompagnò al tavolo dov’era già seduta una coppia di mezza età, dall’aspetto simpatico. Le presentazioni furono rapide. Dan e Meg Dairen da Chicago. Era la prima volta che visitavano l’Europa e il loro agente di viaggio aveva caldamente raccomandato la speciale crociera sulla Calypso. Parlavano un po’ d’italiano, appreso all’Università dei Gesuiti della loro città.

‘Sono Alessio Piazzi, di Roma.’

Il maitre s’avvicinò di nuovo, insieme a una splendida donna, molto giovane, che appariva non ancora trentenne, elegantissima, truccata e pettinata impeccabilmente, avvolta in un abito che ne esaltava il fascino. Gli uomini s’alzarono e lei, con un sorriso seducente, porse la lunga mano, bianca e ingioiellata, in maniera naturale, cordiale, senza esibizione, prima di tutti a Meg. La voce era calda, armoniosa.

‘Mi auguro che Giulia Silvani non sia inopportuna al vostro tavolo.’

Alessio precisò cortesemente che adesso quello era il loro tavolo.

La conversazione si svolse lungo la raffinata cena, con accenti appena salottieri, senza argomenti impegnativi. Una specie di esplorazione conoscitiva, iniziata con l’accordo che si dovessero chiamare per nome.

Giulia viveva a Roma, s’interessava d’arte, mostre, gallerie, acquisti e vendite, e spesso era chiamata per qualche importante expertise, data la sua competenza nel campo specifico. Preferiva vivere in campagna, lontana dal centro caotico e inquinato dal traffico, in una modesta villetta ‘diceva- tra la città e il mare. Ci voleva almeno un lustro prima di giungere agli ‘anta’, e non era legata sentimentalmente a nessuno, pur avendo molti cari amici, anche piacevoli e brillanti. Un viaggio a fine di riposo e cultura. Avrebbe avuto la possibilità di ammirare, anche se fugacemente, qualche pregevole opera d’arte.

I Dairen vivevano a Clarendon Hills, e Dan raggiungeva tutti i giorni il Building della TCC, Tax Consultant Corporation, di cui era senior partner, ad oltre venti miglia di distanza, mentre Meg si dedicava alla casa, ai due figli che frequentavano l’Università, alle attività sociali delle quali era attiva promotrice.

‘Di me’ ‘disse Alessio- ‘non ho molto da dire. Sono executive in una multinazionale che s’interessa di elettronica, ho quarantadue anni, single, e al momento ho poche idee ma ben confuse nella testa. Mi auguro che questo viaggio mi aiuti a chiarirle.’

Giulia chiese.

‘Avete trovato confortevoli le vostre cabine?’

Meg si dichiarò pienamente soddisfatta della sistemazione. E d era entusiasta di potersi trovare direttamente sul ponte passeggiata. Dan annuì energicamente.

Giulia s’era prenotata all’ultimo momento ‘precisò- e s’era dovuta accontentare di quello che aveva trovato. Era contenta, comunque, della sua cabina, sul ponte barche, la B12, puntualizzò. Si rivolse ad Alessio.

‘E lei, Alessio? La chiamano così i suoi amici?’

‘Mi chiamano Alex, spesso solo Alé, specie a Roma. Io sono nella DS, sul ponte comando.’

‘DS? Cosa significa?’

‘Dream Suite.’

‘Tutta solo per lei?’

‘Per ora si.’

Giulia non rispose, si rivolse a tutti, impersonalmente.

‘Questa sera, tra due ore, il Capitano ci darà il benvenuti a bordo, ed aprirà le danze. Potremmo bere una coppa di champagne insieme. Che ne dite?’

Meg guardò il marito e assentì con un of course che non dava luogo a dubbi.

Alessio ci pensò un poco, guardando sul tavolo.

‘Credo che mi limiterò a guardare la scia della nave, questa sera. Sento il bisogno di rilassarmi, di gettare a mare qualcosa di indefinibile che, però, mi soffoca. Spero di riuscirci. Vogliate scusarmi.’

Si alzò, salutò con un cenno del capo e si avviò all’uscita.

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La Calypso aveva attraccato al Moll de Barcelona in perfetto orario, con la prua rivolta alla statua di Colombo, sulla quale stazionava un grosso gabbiano, che dominava dai suoi sessanta metri d’altezza, nel centro della Pla’a de la Porta de la Pau. Poco distante, dondolava la copia di una delle Caravelle. Il Passeig de Colom si snodava da Montjuìc a Barceloneta. Intorno tutto uno sventolio di bandiere, soprattutto Catalane.

Alex aveva seguito la manovra con una certa attenzione e non s’era accorto di Giulia che, avvicinatasi silenziosamente, gli era a fianco. Ne percepì il profumo, piacevole, non prepotente. Si voltò.

‘Salve Giulia, come sta?’

‘Benissimo, grazie. La vedo più sereno, o sbaglio?.

‘In genere sono sempre sereno, ma non lo dimostro per questo mio essere chiuso, quasi distaccato, temendo di infastidire gli altri con la mia presenza. Ero un po’ teso, questo sì, ma ora é tutto passato.’

‘Sto turbando il suo splendido isolamento?’

‘Lei può solo deliziare chi ha la fortuna di averla vicino.’

‘Non la immaginavo così galante.’

‘Non lo sono, infatti, mi limito a rilevare la realtà e testimoniarla.’

‘E se fossi stata racchia?’

‘Mi sarei fermato alla constatazione.’

‘Le piace Barcellona?’

‘E’ una delle città che preferisco.’

‘Domani, andrà a Madrid col charter organizzato dal group manager?’

‘E’ così bella questa città che non voglio lasciarla per un rapido sightseeing, forse anche faticoso.’

‘Cosa si propone di fare, se non sono indiscreta?’

‘Ha qualcosa da suggerirmi?’

‘Non c’é che l’imbarazzo della scelta. Le Ramblas e la Ciutadella, il Barrì Gòtic, Montjuìc, l’Eixample, i palazzi, i musei, la Sagrada Familia di Gaudì…’

‘Vorrei andare a Montserrat.’

‘Un pellegrinaggio?’

‘Non ho pensato a questo, ma potrebbe esserlo. Mi sembra che Ignazio di Loyola ebbe il suo impulso finale alla conversione proprio visitando quel luogo, e si dice che Wagner fu ispirato alla composizione del Parsifal, la sua ultima opera, a Montserrat.’

‘Lei cosa cerca, conversione o ispirazione?’

‘Lasciamo aperte tutte le possibilità. Intanto, adesso noleggerei un’auto per andare a Tibidabo.’

‘Ottima idea.’

‘Mi fa compagnia?’

‘Volentieri, il tempo di cambiarmi.’

‘Che ne direbbe se, poi, rimanessimo a cena fuori?’

‘Conosce qualche posto speciale?’

‘Lei sa cosa é il botafumeiro?’

‘No.’

‘E’ l’incensiere, il turibolo. Nel passato, e specie nelle chiese meta di pellegrinaggi, i fedeli si ammassavano numerosi, anche dopo lunghi e disagevoli viaggi, e restavano per ore, a volte per giorni, a pregare. Può immaginare gli effluvi che esalavano da quella folla, certamente non reduce da bagni profumati, sudata e impolverata, con abiti indossati dal lontano momento della partenza e mai sostituiti. Dal soffitto della navata centrale, o della cupola, fissato a una massiccia fune, pendeva un enorme turibolo, il botafumeiro dal quale salivano grosse nuvole prodotte dall’incenso generosamente bruciato, a lode del Signore, e a beneficio delle nari e, si sosteneva, della salute, perché l’incenso avrebbe avuto la proprietà di evitare molti malanni.

Il Botafumeiro, adesso, é un luogo dove si mangia deliziosamente, specie il pesce.’

‘Lei é un prezioso Cicerone e, sono certa, anche un interessante accompagnatore. Tra un quarto d’ora allo scalandrone? Tenuta sportiva anche per la cena?’

‘Doppio OK. A più tardi.’

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Paco Castro era un simpatico giovane, sorridente, gentile, e parlava un ottimo Italiano. Nelle ore libere faceva l’autista-guida per mantenersi agli studi, all’ultimo anno della facoltà di storia moderna. Aveva delle ambizioni, prima tra tutte quella di fare il giornalista, l’inviato, girare il mondo, conoscere la gene nei luoghi in cui viveva, e cercare di comprenderne gli orientamenti socio politici, economici, le ragioni di essi, e i conseguenti comportamenti.

L’auto, dell’Agencia Turistica Catalana, era moderna, elegante, comoda, e possedeva un impianto che consentiva all’autista, senza voltarsi, di comunicare coni passeggeri, soprattutto per dare informazioni turistiche.

Alex espose il suo programma.

‘Un’ottima idea, signore, se mi permette, prima di andare al Botafumeiro suggerirei di prendere un aperitivo in un piccolo locale di Barceloneta, dove vanno sono i Catalani. Sono veramente lieto di poter essere utile a una bella coppia di Italiani. Se mi permette, la signora é veramente hermosa.’

Giulia gli lanciò un luminoso sorriso, seducente.

‘Grazie, molto gentile.’

Paco aprì lo sportello per farli salire, lo richiuse adagio, andò a sedere al posto di guida.

‘Saliremo per il carrer de Balmes, signori, fino alla cima del colle, oltre i cinquecento metri, dove si spazia dai Pirenei al mare. E varrebbe la pena dare un’occhiata al parco di Vallvidrera, dov’é la casa di Verdaguer.’

La guida era molto attenta, calma, senza forzare il traffico o mostrarsi irritato per le intemperanze di frettolosi e indisciplinati conducenti.

Il panorama era veramente incantevole, con le prime luci che andavano accendendosi, come piccoli lumini d’un paesaggio stregato. Giulia mostrava di essere affascinata dalla vista che si godeva e s’era avvicinata ad Alex, stringendosi a lui.

‘E’ bello, Alex, che ne dice?’

L’uomo le cinse il fianco, con la mano aperta poggiata sull’anca, sentendo il tepore della pelle attraverso il sottilissimo abito.

‘E’ tutto splendido, molto attraente.’

‘Si, attraente.’

Quando risalirono sull’auto, Giulia, con nonchalance sedette molto vicina a lui, pigiando la coscia contro quella dell’uomo.’

Alex, assumendo l’aspetto distratto che gli era proprio, stava valutando l’opportunità di procedere o meno a delle avances. La donna ne valeva certamente la pena. Era veramente bella, procace, eccitante, che sprizzava sex appeal da tutti i pori, con curve mozzafiato invitanti e promettenti. Aveva la sensazione che lei ci sarebbe stata. Perché? Per fare un po’ di sesso a ruota libera durante il viaggio o…? Era questo ‘o’ che lo rendeva perplesso. Forse stava lasciandosi invadere da sciocche titubanze. Giulia, a letto, doveva essere un vulcano.

Non doveva rimuginare troppo sul dopo. C’era da accertare il presente. Poteva anche essere tutta una sua presunzione. Giulia, forse, non ci pensava neppure lontanamente. Una compagna di viaggio. Tutto qui. Subito dopo tornavano a prevalere i sensi, gli impulsi.

‘Che ne diresti, Alex, di qualche fantastica scopata con eventuali contorni eroticamente piccanti? Hai visto che fianchi, che petto, che labbra? Perché non tentare l’occasione?’

Appoggiò la mano sulla gamba di Giulia, e sentì che s’avvicinava ancor più a lui.

Nel piccolo locale di Barceloneta, Giulia volle brindare incrociando le braccia, e con grande allegria. Con Paco alzò il bicchiere, sorridendogli appena.

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Botafumeiro.

Paco disse che lui sarebbe rimasto a studiare, in auto, nessuna fretta, quindi, e buon appetito.

Il locale era molto elegante, in stile catalano. Tovaglie candide, calici tersi, col gambo d’un verde delicato, che andava scurendo verso la base.

Furono accompagnati al tavolo che Alex aveva fatto prenotare, e il cameriere, cortesissimo, chiese se poteva prendere lui l’iniziativa per qualcosa di delizioso, e vini tra i migliori della Spagna.

Alex guardò interrogativamente Giulia. Lei gli tese la mano e annuì.

Le più belle ostriche che avessero mai assaggiato, crostacei di tutti i tipi, deliziosi, golosamente e abbondantemente gustati, generosamente annaffiati da delicati e soavi vini che sorseggiarono con una sorta di rapimento.

Giulia aveva poggiato le testa sulla spalla di Alex, mentre Paco guidava lentamente verso la Calypso.

Alex la carezzava piano dietro l’orecchio e la sentiva tremare leggermente.

Diedero appuntamento a Paco, per l’indomani, Non troppo presto, diciamo dopo le undici.

Salirono a bordo, andarono verso prua a respirare il lieve vento fresco della notte.

‘Alex, vorrei ballare un po’, per terminare in bellezza questa magnifica serata. Ci andiamo a cambiare?’

‘D’accordo, tra un’ora nel salone delle feste?’

‘Un’ora? Un’eternità.’

Ognuno si diresse al proprio alloggio.

Alex si spogliò, regolò la sveglia in modo che suonasse dopo quaranta minuti, e si sdraiò sul letto.

Giulia prese dal guardaroba un vestito lungo, aderentissimo, si tolse gli abiti, andò a infilarsi sotto la doccia e poi, in accappatoio, si dedicò ad un’accuratissima toletta che la tenne occupata per molto tempo. Levò l’accappatoio e, sulla pelle nuda, indossò l’abito che aveva preparato, infilò un paio di elegantissime scarpe, prese la piccola pochette, s’avviò al salone delle feste, dove, in smoking, l’attendeva Alex che le andò incontro con un lieve sibilo d’ammirazione.

‘Sei uno schianto, Giulia.’

Gli sorrise civettuola.

Entrarono, ed andarono nella pista per danzare un vecchio motivo di tanti anni fa, uno slow. ‘Silenzioso slow’.

Ballavano stretti, lui fece scorrere la mano sulla schiena, più giù.

‘Giulia, non hai niente sotto!’

Lo guardò, provocante.

‘Io dico che c’é tutto quello che deve esserci. Sotto.’

‘Indossi solo il vestito?’

‘Ti disturba?’

‘Tutto ciò che é superfluo mi disturba, ma per ora, posso tollerarlo.’

La strinse di più. Lei gli s’incollò addosso come una ventosa, ancheggiando voluttuosamente, lasciva.

‘Ti piace Alex?’

‘Mi stimola.’

‘Lo sento, ma mi riferivo alla musica, é un ballo dei nostri padri. Non erano scemi per niente.’

‘Sapevano scegliere l’antipasto.’

‘O, forse, era tutto?’

‘Se fosse stato tutto, noi non saremmo qui.’

‘Credo che andrò a letto.’

‘Hai sonno?’

‘Tutt’altro, ma prenderò un robusto tranquillante perché ne ho bisogno.’

‘Agitata?’

‘Eccitata.’

‘Come mai?’

‘Non fare l’ingenuo. La tua vicinanza, i crostacei, il vinello, questo ballo provocante, quello che percepisco. Non sono di ferro.’

‘Anche il ferro può scaldarsi. Tu come sei?’

‘Incandescente.’

‘Che ne diresti di battere il ferro quando é caldo?’

‘Il mio crogiolo non si limita ad essere caldo, é ribollente.’

Si muoveva languida, con le nari dilatate.

‘Giulia, vado nella mia Dream Suite. Non chiuderò la porta.’

‘Mi avvio a mettermi in vestaglia, la porta la chiuderò io.’

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Alex chiamò il servizio.

‘Per favore, una robusta colazione per due alla DS. Grazie.’

Giulia era sotto la doccia. Il suo corpo statuario era percorso da infiniti rivoli tiepidi che accoglieva pigramente, passando ogni tanto la mano sulla pelle serica, appena rosea, che assumeva toni bruni nelle perfette areole dove s’ergeva il vermiglio di due deliziosi capezzoli, come fragole su una torta deliziosa. Il triangolo tizianesco del pube testimoniava la naturalezza del colore dei capelli. Colori di Rubens, ma un po’ più snella delle modelle del pittore, più armoniosa.

La porta era socchiusa, Alex vi si accostò per dirle che la colazione era in arrivo. Vide il profilo sul vetro della doccia, si liberò di quanto indossava e, senza far rumore, si mise alle spalle di lei, l’abbracciò stringendole il seno turgido. Giulia dondolò lievemente il bacino sentendo il rinnovato desiderio di lui e lo strinse deliziosamente tra i suoi stupendi glutei. Si chinò, lentamente, e sempre con le mani di Alex avvinte al seno, lo accolse ancora in un frenetico e inebriante amplesso.

S’era rivelata un’amante tenera e appassionata, generosa ed egoista, aggressiva e mansueta, languida e vigorosa, instancabile e fragile.

Quando, sfiniti dagli assalti d’amore, giacquero ansanti tra le lenzuola scompigliate, Alex le lambì l’orecchio.

‘In confronto alla tua sorprendente fantasia, il kamasutra é solo una sintesi per dilettanti.’

Con un’espressione di profondo godimento disegnata sul volto, Giulia guardava il soffitto.

‘Siamo solo alla prefazione…!’

‘Sono molto interessato allo sviluppo della trama.’

‘E’ più lunga di Mille e una notte.’

Giunto alla sua inebriante conclusione il capitolo doccia, erano tornati nel salotto della suite dove era allestita la colazione. Sedevano al tavolo, indossando gli accappatoi, semiaperti e ancora umidi.

‘Alex, sempre del parere di andare a Montserrat?’

‘Come opportuno intervallo tra una lettura e l’altra, per gustare meglio il seguito della storia.’

‘Perché la curiosità del nuovo renda eccitante l’attesa del poi.’

‘Proprio così.’

‘Alex, che ne dici se mi trasferisco da te?’

‘Non osavo chiedertelo. Fatti aiutare dalla cameriera. Ti aspetto al bar, verso le dodici, per Monserrat.’

Un lungo bacio, accompagnato da audaci carezze, e Giulia indossò la vestaglia e lasciò la suite.

Giunta nella sua cabina, raccolse tutte le sue cose, le sistemò nelle valige, nel beauty case, lasciando gli abiti appesi nell’armadio.

Chiamò la cameriera, le dette una generosa mancia e la pregò di trasferire tutto nella DS, anche i vestiti. Poi si preparò con meticolosità e andò a bussare all’Ufficio del Commissario di Bordo. Lo informò che si trasferiva nella DS, quindi la sua cabina era libera da subito e poteva essere assegnata a qualche passeggero in attesa a Palma. Logicamente attendeva un rimborso. Sapeva che si sarebbe riferito al solo percorso ancora da effettuare e decurtato d’una certa percentuale, comunque doveva trattarsi sempre d’una bella cifra.

‘Dalla quale, signora’ ‘disse il Commissario- ‘dovremo detrarre quanto a lei addebitabile per l’occupazione della Suite. Sa, il singolo paga il settantacinque per cento dell’intero importo, l’altro venticinque per cento é a suo carico, e non credo che le rimarrà molto da riscuotere. Se pure rimarrà.’

Giulia lo avvolse con un sorriso ammaliante.

‘Commissario, questa differenza la pagherà l’ingegnere Piazzi.’

‘D’accordo, signora.’

Rinnovò il suo sorriso e lo salutò.

Era quasi l’ora dell’appuntamento, raggiunse Alessio al bar.

‘Solo un caff&egrave per, grazie. Ne ho bisogno.’

‘Ti senti giù?’

‘Tutt’altro, in me il caff&egrave ha effetto rilassante, superato solo da una bella…’

‘Intendi quella?’

‘Proprio così.’

‘E il cappuccino?’

‘Va bene, ma… deve essere giovane e prestante!’

‘Un bel match, con te, non c’é che dire.’

‘Ho disposto il mio passaggio da B12 a DS.’

‘L’armadio che era vuoto é stato diligentemente occupato, e alcune valige attendono d’essere liberate del contenuto.’

‘Pentito?’

‘Di solito non mi pento delle mie decisioni, perché non sono mai impulsive ed emotive. Questa volta, devo confessarlo, ho dovuto rifletterci a lungo, perché sento d’essere stato affascinato. Dovevo immaginarlo, nel momento in cui ho scelto la nave: Calypso. ‘Nomen, omen’, dicevano i latini. I nomi nascondono sempre degli accadimenti correlati ad essi, sono un segno premonitore di quanto accadrà. Questa volta c’é una trasposizione, uno spostamento di termini, la nave é divenuta l’isola, Ogigia, dove la figlia di Atlante, la ninfa, Calypso, ha ammaliato il navigatore.’

‘La stessa Calypso che nel cielo é solo satellite di Saturno. Sento di essere il tuo satellite, di dipendere da te.’

‘Non mi reputo Saturno.’

‘Per me, e in me, tu lo sei. Saturno, il seminatore.’

‘Non credi che indulgiamo nel sentimentale?’

‘E se fosse? Che c’é di male? Il sentimento é padre dell’impulso e l’impulso della passione che fa congiungere i corpi, innalzandoli alle più alte sommità del piacere, del godimento. E quando si raggiunge ciò, se non nel momento in cui Saturno feconda il solco?’

Alex la guardò pensieroso.

Giulia sorrise, con lieve velo di malinconia nello sguardo.

‘Non preoccuparti, Saturno, Calypso prende la pillola.’

Alex non rispose subito, seguitò a fissarla, ma non aveva saputo impedire alle mascelle di irrigidirsi. Scrollò il capo impercettibilmente, seguendo un pensiero che gli attraversava la mente. Ma sì, parli pure, durante questo viaggio voglio fare una grande abbuffata di sesso, e lei é prelibata, gustosa, una vera ghiottoneria. Con quel corpo, con quella femminilità prorompente, é il prototipo della donna da letto. Colline solide, foresta rovente, rifugi incantevoli, dove é delizioso sperdersi, frugare, sostare. Sospirò profondamente, prima di rivolgersi alla donna.

‘Montserrat? Credo che Paco sia stanco di attenderci.’

Giulia s’alzò, bellissima, stupenda. Gli si mise sottobraccio, scesero sul molo, trovarono Paco, salirono sull’auto, sedettero vicinissimi. Giulia prese la mano di Alex e se la mise sul grembo, la coprì con la sua.

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Alex pagò senza battere ciglio quanto dovuto per l’occupazione della suite da parte di Paola, essendo del parere che nessuno dà niente per nulla. Non chiese neppure cosa ne sarebbe stato della cabina B12, ma lo immaginò quando la vide utilizzata da una coppia salita a Palma.

Il tempo trascorse piacevolmente, tra escursioni, appetitosi pranzi, piacevoli serate, magnifiche scopate e stuzzicanti giochi vari. I due corpi sembravano essere appositamente fatti, l’uno per l’altro. Un grembo caldo, accogliente, voluttuosamente goloso, avido, insaziabile, dove il suo sesso trovava un appagamento sovrumano, beatificante.

Da quando erano tornati a Roma, s’incontravano tutte le sere, e tutte le sere si concludevano nel gran letto di Alessio. Non erano mai stati nella villetta di Giulia, tra la città e il mare. Lui non aveva mai espresso il desiderio di andarci, attendeva l’invito della donna che, forse, aveva qualcosa che voleva nascondere o tacere, o qualcuno cui non voleva far sapere della sua relazione. Strano, però, come fosse libera di restare fuori casa anche di notte, e per diversi giorni.

Erano in casa di Alex, sulla terrazza dalla quale si dominava la città, dal Pincio al Vittoriano, a San Paolo, seduti sul dondolo, ammirando lo spettacolo degli edifici arrossati dal sole che andava tramontando verso il mare.

‘Vivi sola, Giulia?’

‘No, ospito un’amica antipatica e pettegola. Che doveva aiutarmi a pagare il mutuo che ho contratto per acquistare la villetta, ma finora non mi ha dato un soldo e il momento é particolarmente difficile. Sono arretrata di due semestri, e la banca sollecita.’

‘Perché non mi conserti di aiutarti?’

‘Perché lo dovresti fare?’

‘Non dovrei, ma vorrei.’

‘Ti ringrazio, ma non so quando potrei restituirti la somma.’

‘Nessuna fretta, lo farai quando disporrai dei mezzi.’

‘Mi sento a disagio, Alex, anche perché é una somma rilevante. Una intera annualità cui si deve aggiungere la mora.’

Alessio sorrise divertito.

‘Una bionda che paga una mora, un po’ ambiguo, non credi?’

Giulia si mostrò allegra.

‘Sarebbe un giro. Un moro paga la bionda, direi meglio la rossa, perché a sua volta paghi la mora.’

‘Allora, quanto ti serve?’

‘Il mutuo é di duecentocinquanta milioni di lire, in fondo solo un quarto del valore dell’immobile, e la rata semestrale é di venticinque milioni. Una annualità ammonta a cinquanta milioni, più mora e spese per altri cinque.’

Alessio rifletté rapidamente che finora non aveva fatto nessun regalo a Giulia, né abiti, né monili. Era trascorso un mese dalla notte di Barcellona. Due toilettes complete, un qualcosa comprato dal gioielliere avrebbero richiesto una cifra non indifferente. Si alzò, seguito dallo sguardo interrogativo della donna, alla quale fece cenno di restare li, ad attenderlo. Dalla porta-finestra entrò nello studio, sedette alla scrivania, aprì il cassetto centrale e ne estrasse il libretto degli assegni. Giulia l’aveva seguito ed era rimasta appoggiata allo stipite.

‘Cosa fai?’

‘Ti avevo pregato di attendere.’

‘Sono morbosamente impicciona. Cosa fai?’

‘Sto riempiendo un assegno.’

‘Devi proprio?’

‘Voglio proprio.’

‘Grazie, tesoro, spero che sia per poco tempo. Per favore, intestalo a te e giralo, vorrei evitare indiscrete curiosità della banca.’

Alessio completò lo cheque, si alzò, lo dette a Giulia.

‘Sessanta milioni? Sono troppi.’

‘Ho fatto cifra tonda, così te la ricorderai meglio quando me la ridarai. A proposito, ti hanno dato il rimborso, sulla Calypso, per il periodo di non utilizzazione della cabina?’

Giulia rimase impassibile.

‘Si, ma solo una parte della differenza, poca cosa.’

Lui tornò sul dondolo, la donna messo l’assegno nella borsetta, andò a sedersi sulle sue ginocchia, gli prese il volto tra le mani e lo baciò appassionatamente, con la punta della lingua saettante tra le labbra di Alex, frugando prepotente alla ricerca di quella di lui, stringendo le natiche quasi a volergli imprigionare il sesso.

‘Ti voglio adesso, Alex, vieni.’

Si alzò e lo precedette verso la camera da letto, gettando disordinatamente le poche cose che indossava. Lui la seguì, si liberò degli abiti, si sdraiò. Lei lo cavalcò selvaggiamente, con raffinata maestria, quasi volesse sradicargli il sesso, mungerlo fino all’ultima stilla.

Alex godeva, ebbro di voluttà, ma nel suo intimo sorrideva pensando a cosa potessero fare sessanta milioni.

Restarono sdraiati, lei, nuda riversa su di lui, ansante, con le labbra roventi che lo baciavano sul petto. Sollevò il capo, coi rossi capelli scarmigliati.

‘Rimango con te?’

Lui annuì, senza parlare, seguitando a fissare il soffitto. La stanza stava arrendendosi lentamente alle ombre della sera.

‘Preparo io qualcosa per cena?’

Alex scosse il capo, in segno di diniego, l’afferrò per i capelli, dietro la nuca, con dolce violenza.

‘Ho voglia di ostriche e champagne.’

Giulia balzò a sedere, sul letto, ergendo il seno sul quale svettavano, ancora esaltati, i turgidi capezzoli, come rubini.

Rubini da sessanta milioni, rifletté Alex.

Ostriche e champagne, fu tutta la loro cena.

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Alex aveva sempre desiderio di stare con Giulia, e nelle poche ore che gli era lontana ne sentiva la mancanza. La notte si svegliava di soprassalto se lei, per qualunque motivo, si alzava. Dormiva placidamente, con la mano sul pube o sul seno di lei. Si domandava spesso se l’amasse. Non sapeva cosa rispondersi. Ci stava bene insieme, dovunque. Si chiedeva se fosse la donna con la quale fondare una famiglia tradizionale, con figli. Un matrimonio con Giulia non lo giudicava probabile, anche se non ne comprendeva la ragione. Vivere insieme, nella stessa casa, more uxorio, rendendo conto di tutto, amici, attività? Forse significava rinunciare alla libertà, o forse no. Giulia aveva parlato poco di lei. Asseriva di usare solo il telefono cellulare, tanto a casa sua non c’era mai. Professionalmente non aveva un recapito fisso. Diceva che la sua attività era fatta di movimento, di visite a gallerie, ad aste, di fugaci soste per qualche expertise. Lamentava che, in materia, il mercato languiva, non si batteva chiodo. Si mostrava sempre più attaccata ad Alex, gli ripeteva spesso che lo amava, e soggiungeva che gli voleva anche bene. Lui non aveva mai fatto affermazioni del genere.

Della restituzione del prestito non se ne era più parlato.

Per il week end erano andati a Taormina, nel magnifico albergo che un tempo era stato un convento, dal quale si dominava l’incantevole panorama, dall’Isola Bella al Capo S.Alessio, con Messina, a nord, fino all’Aspromonte.

Dopo cena si spostarono in un angolo appartato del bar, guardando verso il mare scuro. Erano seduti sul divano, vicini, lui le cingeva teneramente la vita. Il cameriere chiese se desiderassero qualcosa. Alex interrogò Giulia con lo sguardo. Lei sorrise con aria falso sussiego.

‘Vorrei un daiquiri, per ricordare Cuba.’

‘Perfetto signora.’ ‘disse il cameriere- ‘E per lei, signore?’

‘Un volgare cognac di marca.’

Il cameriere s’allontanò, impassibile, e tornò dopo poco con quanto gli era stato ordinato.

Ognuno fece un sorso dal proprio bicchiere.

Alex strinse a sé la donna, e la baciò sul collo, morbido e serico.

‘Mi chiedo, cara’ ‘cominciò con voce calma, quasi inespressiva- ‘come tu sia riuscita ad avere una carta d’identità col nome Giulia Silvani.’

Giulia s’irrigidì, avvampando.

‘Cosa vuoi dire?’

‘Quello che ho detto. Giuliana Salani é divenuta Giulia Silvani, nulla di più.’

La baciò ancora sul collo, ma questa volta sembrava baciare una statua.

Giulia deglutì, con difficoltà, cercò di riprendere il controllo di sé.

‘E’ una lunga storia, Alex.’

‘La storia la conosco bene, ma sono curioso di sapere come tu sia riuscita ad avere una carta d’identità con la tua fotografia ma non col tuo vero nome, regolarmente rilasciata da un Comune.’

‘Ascoltami, Alex, se conosci la mia storia ne comprenderai la ragione. Ora ti racconto come ho fatto, e dopo, sono certa, tu mi rispedirai a casa mia con una meritata pedata.’

‘Sentiamo.’

‘Giulia Silvani é mia cugina. Silvani é il cognome di mia madre. Con qualche espediente sono riuscita a far apporre sulla tessera la mia foto, anche perché somiglio a mia cugina, e i dati che si riferiscono a me.’

‘Espediente… monetario?’

Lei annuì.

‘Scusa, Giulia, ma tua cugina non é quella presso la quale abiti, in Via Alessandria?’

‘Sai pure questo?’

‘Tu mi interessi, cara. Ho anche una sintetica relazione sul processo che hai subito. Truffa in expertise. Certo che eri caduta in un giro che poteva distruggerti completamente e per sempre. Meno male che ti hanno concesso le attenuanti specifiche, almeno hai evitata la reclusione. Dovresti stare attenta, però, l’inesatta identità che risulta dai documenti che esibisci in visione potrebbe costarti molto cara. Anche il passaporto é infedele?’

‘Non ho passaporto.’

‘Come hai fatto in viaggio all’estero?’

‘Era sufficiente la carta d’identità?’

‘E’ vero. Hai più avuto notizie di Giorgio Lupescu, il Rumeno che era a capo di tutto?’

Lei scosse la testa.

‘Se non mi sbaglio, lo hanno condannato in contumacia.’

Giulia annuì.

‘Sei stata fortunata ad essere difesa dai tuoi stessi compagni di sventura, hanno cercato in tutti i modi di salvarti, anche contro l’evidenza di prove incontrovertibili.’

La voce della donna era roca, strozzata, parlava a fatica.

‘Mi volevano bene.’

‘Eri l’amate di Giorgio?’

Fu come un grido selvaggio.

‘No.’

‘E di chi?’

‘Non ho mai storie con quelli del gruppo.’

‘Ma avrai avuto un fidanzato.’

‘Si, quando avevo vent’anni, quand’ero in Accademia. Al termine degli studi é andato in Brasile, non ne ho saputo nulla. E che tu lo creda a meno, per dieci anni non sono mai stata con un uomo.’

‘Perché hai fatto quel viaggio?’

‘Per cercare di trasferirmi all’estero, definitivamente.’

‘Non mi sembra che tu abbia fatto qualcosa, in proposito.’

‘Non ne sono stata capace, dopo che ho incontrato te.’

‘Hai ritenuto di aver trovata una sistemazione?’

Scattò come una molla.

‘No, non ho creduto, ma sono certa di aver trovato l’amore. Checché tu ne pensi. Ma é mio destino fallire in tutto.’

‘So che tu sei veramente intenditrice d’arte. Perché non utilizzi tale tua capacità?’

‘Come potrei, adesso?’

‘Allora, vediamo di fare il punto della situazione.’

‘Lo credi necessario, dal momento che domani mi rispedirai a casa?’

La strinse a lui, le carezzò il volto, il seno, lievemente.

‘A Roma torneremo lunedì, insieme, come insieme siamo venuti qui. Ascoltami, ti prego. Tu devi farti rilasciare regolari documenti dal Comune e regolare passaporto dalla Questura. Devi distruggere tutto quanto in tuo possesso che non riguardi la tua persona. Non ci sono ostacoli, dal momento che nei tuoi confronti non c’é nessun provvedimento restrittivo della libertà. Giuliana Salani non é ricercata, e la tua messa in scena é del tutto inutile. Non so chi te l’abbia suggerita.’

‘Chi mi ha dato la Carta d’identità contraffatta, e che pago mensilmente perché non parli.’

‘Da quanto tempo?’

‘Da quando me l’ha consegnata, da sei anni.’

‘L’effettivo disonesto é lui, Giulia, perché sa bene che tu non rischi nulla usando la tua vera identità.’

‘Ne sei certo?’

‘Sicurissimo, tu sei vittima di un ignobile ricatto fondato sulla alterazione della verità. Da questo momento non pagherai più. E quanto hai sul libretto al portatore, trasferiscilo in un conto intestato al tuo vero nome, Giuliana Salani. E’ restato qualcosa dell’assegno?’

‘Ho solo dato dieci milioni a quell’uomo della tessera.’

‘Bene, gli altri potranno sempre servirti.’

‘Ma…’

‘Non interrompermi, ti prego, con inopportuni ma. Vorrei giungere a una conclusione. Mi auguro di esserne capace, e di ottenere un tuo convinto, sincero e puro assenso. Torniamo a Roma, d’accordo, ti provvedi di documenti regolari, e scrivi un breve saggio sulla pittura dei madonnari.’

‘Che ne devi fare?’

‘Lo farò leggere al direttore d’una rivista d’arte, mio amico. Ricordati di firmarlo col tuo vero nome, Giuliana Salani. Puoi scriverlo sul mio computer.’

‘A casa tua?’

‘Già, dimenticavo. Raccogli tutto quello che hai da tua cugina e trasferisciti da me. Questo é il secondo trasloco che fai, a causa mia. Sia ben chiaro, non ho nessun proposito di sposarti, né in Chiesa né in Municipio, ma sono fortemente intenzionato di vivere con te. Ci sto bene, mi piaci, sei uno schianto, una favola, la mia Calypso. D’accordo?’

Giuliana lo guardava con gli occhi sbarrati, frastornata, con la bocca arsa, la mente confusa, come se i daiquiri fossero stati cento.

‘July? Sei sveglia?’

‘Non lo so.’

‘Ti chiamerò July, concordi almeno su questo? Posso chiamarti July?’

July alzò le spalle, con aria sognante.

‘Come vuoi, a me va bene tutto ciò che fai.’

‘Allora anche quello che t’ho detto.’

‘Non ti stai prendendo giuoco di me? Non farlo, non riuscirei a sopravvivere.’

L’avvicinò a sé, con profonda tenerezza.

‘Ascolta, July, mi reputi così perfido da condurti fino a Taormina per pugnalarti?’

‘Non capisco nulla, nulla.’

‘Mi capirai quando sarai tra le mie braccia?’

‘Ancora?’

‘Sempre.’

‘Pizzicami, per favore, fammi sentire che sono sveglia.’

Alex le mise la mani sul grembo, attraverso la leggera stoffa del vestito sentì i folti riccioli del pube, li afferrò, li tirò con decisione.

‘Ahi!’

‘Sei sveglia?’

‘Credo di si.’

‘Andiamo, voglio vedere se ti ho prodotto qualche danno… lì.’

Si alzarono e s’avviarono all’ascensore.

‘Volevo anche dirti che, però, con l’aiuto della mia tuttofare, dovrai curare l’andamento della casa. Per le tue piccole spese ti corrisponderò una paghetta, come si fa con le bambine. Non la stabilirò in importo fisso, ogni mese farò versare una certa somma sul tuo conto corrente, sul quale affluiranno anche i compensi per le tue collaborazioni giornalistiche.’

‘Non potrai fare tutto questo, Alex.’

‘Chi me lo impedirà?’

‘Non lo potrai fare perché io morirò tra le tue braccia, stanotte.’

‘Limitati a struggerti di passione a divorarmi in te.’

‘Alex, sto godendo al solo pensarci.’

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Alessio osservò attentamente il cofanetto di cuoio posto sulla sua scrivania, senza alcun biglietto. Era molto pesante. Lo aprì. Conteneva una piccola bellissima statua antica, di bronzo, Saturno. Un oggetto di gusto, e di valore. Poggiò la statuetta sulla scrivania. Era veramente splendida. Nel cofano c’era un rotolo, una pergamena legata con un nastrino rosso. Lo dispiegò.

Saturno,

tu sei il mio Dio, di te ho sete,

a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua.

Di te mi sazierò, come a lauto convito.

Penso a te nelle veglie notturne,

a te che sei il mio tutto.

Calypso

Autore Pubblicato il: 14 Febbraio 2004Categorie: Racconti Erotici0 Commenti

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