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Racconti di Dominazione

Bastinado

By 21 Ottobre 2015Dicembre 16th, 2019No Comments

Erano arrivati insieme, lei ed i motociclisti.
Elisa, mentre parcheggiava la macchina davanti al bar della stazione di servizio, aveva sentito il rombo delle moto.
Era un rumore forte e basso di tonalità, tipico di quelle moto americane di cui non ricordava il nome ‘ beh, lei di moto non ne capiva nulla, ma era molto diverso rispetto alle moto normali.
Saranno stati una quindicina, abbigliati in maniera vistosa, con giubbotti di pelle pieni di borchie, ma lei non li aveva degnati di uno sguardo, mentre entrava nel bar.
Si era diretta subito al bagno mentre loro, alle sue spalle, sciamavano rumorosamente nel locale, dirigendosi verso il bancone.
Quando era tornata dal bagno il suo sguardo si era incrociato per un attimo con quello di uno di loro.
Era grasso e pelato e come i suoi occhi si soffermarono sulle sue gambe lunghe, fasciate da un collant scuro, Elisa ebbe la sensazione che oltre a guardarla, l’uomo le accarezzasse la pelle attraverso la stoffa sottile delle calze.
Fu solo un attimo, poi lei distolse lo sguardo e si diresse verso il bancone, per prendere un caffè.
Quando uscì dal bar il motociclista ciccione le riservò un ultimo sguardo che lei ignorò sdegnosamente.
Fu nel parcheggio che accadde l’imprevisto.
Elisa stava cercando le chiavi dell’auto nella borsetta, quando i motociclisti ripartirono.
Fu assordata e distratta dal rombo di tanto motori che si avviavano contemporaneamente e non si accorse subito che si erano fermati proprio intorno a lei.
Fu questione di un attimo: qualcuno (il ciccione?) la sollevò di peso e la ficcò dentro un sidecar.
Elisa gridò sorpresa ma la sua voce fu soverchiata dal rombo dei motori.
Qualcuno le legò le braccia dietro la schiena, qualcun altro le calò in testa un casco, mente un altro ancora le metteva in grembo la borsetta.
Un minuto dopo Elisa viaggiava in mezzo al gruppo dei motociclisti, sorpresa e spaventata per quella che si prefigurava come una brutta avventura.
Il viaggio fu breve, solo pochi minuti.
Il gruppo lasciò la statale e prese un vialetto in mezzo ai boschi.
La stradina terminava in un ampio parcheggio, deserto, data l’ora e la stagione, in prossimità di un bosco fitto, in mezzo al quale si vedevano dei tavoli di legno.
Elisa ricordò che ci era stata, anni prima, in estate, a fare qualche picnic con gli amici.
I motori si spensero uno ad uno.
La sollevarono di peso, prendendola da dietro, sotto le ascelle, e la misero giù.
Il ciccione era di fronte a lei, le sfilò il casco ed i capelli scuri e mossi le caddero sulle spalle.
‘Ciao, bella signora.’
Elisa rabbrividì, non tanto per il freddo, ma perché il tono della voce dell’uomo non prometteva nulla di buono.
Si tolse un guanto di pelle nera e le passò l’indice sulle labbra.
‘Il mio uccello non vede l’ora di essere succhiato dalla tua boccuccia.’
Lei fece un passo indietro, o meglio, ci provò, ma quello che l’aveva tirata fuori dal sidecar la bloccò.
Il no che le uscì dalle labbra, fu così forte e prolungato che ebbe l’impressione di sentirne l’eco rimbalzare tra le montagne.
Il ciccione sicuramente se lo aspettava, infatti non fece una piega e si limitò a sorridere.
‘Bastinado.’
Elisa lo guardò perplessa, aveva pronunciato una parola di cui lei non conosceva il significato.
‘Non sai, vero, cosa significa?
Te lo spiego io.’
il ciccione allargò le gambe, come per mettersi comodo e riprese a parlare.
‘Si tratta di un antico metodo di punizione, diffuso in molti paesi e con nomi diversi.
I piedi sono una parte molto delicata, così pieni di ossicini, tendini e terminazioni nervose varie.
Colpire ripetutamente questa parte con un bastone, un frustino o altro è molto doloroso e può spezzare la resistenza di persone risolute e coraggiose.
Io vado a farmi una pisciata nel bosco, mentre i ragazzi ti preparano.’
Elisa vide l’uomo allontanarsi lentamente verso gli alberi mentre due di loro la prendevano di peso.
La sdraiarono di schiena sulla sella di una delle moto, poi qualcuno le sollevò le gambe e le poggiò i piedi sul manubrio.
La sella era bassa ed il manubrio molto alto, così lei si trovò con le gambe in salita e la gonna le scivolò fino all’inguine.
Le bloccarono le caviglie alle estremità del manubrio, con un paio di quelle corde elastiche munite di ganci, che si usano per fissare i bagagli proprio mentre il ciccione tornava indietro.
Elisa lo vide dirigersi tranquillo verso di lei.
Le dita corte e grassocce della sua mano afferrarono il cinturino del sandalo e lo aprirono.
Le sfilò dolcemente la scarpa e cominciò ad accarezzarle il piede.
Lei ebbe un sussulto, quando le passò dolcemente le dita sulla pianta.
‘Soffri il solletico, signora?
Il piede è molto sensibile e delicato, vero?’
Le sfilò anche la seconda scarpa ed Elisa avvertì nettamente la sensazione di freddo ai piedi, mentre il terrore le mordeva lo stomaco.
Il ciccione lasciò cadere in terra le sue scarpe.
Ora teneva in mano un frustino corto e sottile e si divertiva a piegarlo che le mani, come per saggiarne la robustezza.
Elisa serrò i denti e chiuse gli occhi.
Il primo colpo non le sembrò troppo forte, quasi una carezza un po’ ruvida.
Riaprì gli occhi, in tempo per vedere il frustino che le colpiva l’altro piede.
Lui proseguì, lento e metodico e, ad ogni nuovo colpo, Elisa sentiva il fastidio aumentare.
Ad un certo punto il dolore si fece insopportabile e cominciò a gridare.
Il ciccione si fermò un attimo per dare il tempo ai suoi amici di ficcarle uno straccio in bocca.
Tra le lacrime che le scendevano copiose ed i capelli davanti agli occhi, Elisa si accorse che le calze, in corrispondenza dei piedi, erano completamente strappate.
Si fermò e posò il frustino.
‘Allora, bella signora, sei pronta?’
Elisa ricordò il motivo di quel trattamento e rabbrividì.
No, accidenti, non era pronta, anzi, non era affatto disposta a fare una cosa del genere, anche se il bruciore ai piedi la stava tormentando.
‘Non ancora, lo vedo dallo sguardo.
Adesso cambio attrezzo e vedrai che tra un po’ sarai tu a supplicarmi di potermi succhiare l’uccello.’
Ora aveva in mano un pezzo di corda grigia, intrecciato con dei nodi.
‘La corda è ruvida e passata sulla tua pelle irritata ti farà cambiare idea rapidamente.’
Riprese a colpirla, mentre da dietro la tenevano bloccata, per evitare che scivolasse dalla sella della moto.
Elisa riuscì a sputare lo straccio e cominciò a gridare, ma il ciccione continuava a colpirla.
‘Baaasta ‘ lo faccio ‘ fermo ‘.’
‘Visto che hai cambiato idea, che ti dicevo?’
La rimisero in piedi.
Elisa si rese conto subito che non poteva stare in quella posizione e si lasciò scivolare sulle ginocchia.
‘Tira su la testa, fatti guardare.’
Sollevò il capo e lui le scansò i capelli dal viso.
Rimase un po’ ad osservare il viso magro e curato di Elisa, solcato dalle lacrime, che avevano sciupato il trucco.
Le passò un dito sulle labbra marcate dal rossetto scuro.
‘Signora, non è che hai intenzione di farmi qualche brutto scherzo con i denti, vero?’
Lei scosse il capo.
Non ne poteva più, il dolore ai piedi, invece che diminuire, sembrava aumentare e poi, basta, pensò, se devo farlo lo farò, sperando che poi mi lascino in pace.
Il pene del ciccione era grosso e curvo, circondato alla base da un folto ciuffo di peli grigi.
L’odore che emanava lasciava intuire la scarsa familiarità con acqua e sapone del suo proprietario, ed Elisa, quando si avvicinò con la bocca, fece una smorfia e si ritrasse.
‘Non è ancora pronta, tirategli su i piedi, che le do qualche altro colpetto al volo.’
‘No, aspetta …’
Trattenendo il respiro, si sporse in avanti, aprì la bocca e lo inghiottì per metà.
‘Brava’, le disse lui, carezzandola sulla testa, come si potrebbe fare con un cane che ti ha appena portato le pantofole.
A contatto con le labbra e la lingua di Elisa, il pene dell’uomo si indurì subito e crebbe di dimensioni.
L’afferrò dietro la nuca e la costrinse a muoversi, mentre anche lei si accorgeva del mutamento repentino.
Pensò che prima finiva e prima sarebbe tornata a casa, così cercò di darsi da fare, provando a non far caso al sapore cattivo che le stava riempiendo la bocca.
Ad un certo punto si staccò un attimo per riprendere fiato.
‘Ehi, che fai? Continua.’
Elisa continuò un po’ a leccarlo, poi lo inghiottì nuovamente.
Ora il dolore alle piante dei piedi le sembrava più lontano, come se non facessero più parte del suo corpo, poi, all’improvviso, il penne dell’uomo iniziò a schizzare.
‘Non sputare, guai a te, ingoia tutto.
Capito? Devi ingoiare tutto.’
Elisa ubbidì e quando lui, finalmente si staccò, aveva la bocca piena.
Questa fu la parte più difficile, perché era una cosa che non aveva mai amato, ma era troppa la paura che il ciccione riprendesse a colpirle le piante dei piedi.
Rimase qualche secondo con la bocca chiusa, mentre lo sperma, che si stava mischiando alla saliva, le scendeva lentamente in gola.
‘Brava, signora, sei stata brava, hai fatto un buon lavoro. Ora finisci di mandare giù tutto.’
Cominciò a massaggiarle delicatamente le guance con le mani, finché lei non inghiottì anche l’ultima traccia di sperma, a quel punto aprì la bocca e respirò profondamente. Ce l’aveva fatta.
‘Bene, signora, ora che abbiamo rotto il ghiaccio, puoi continuare con gli altri ragazzi.’
Fu a questo punto che Elisa crollò definitivamente e si aggrappò al ciccione singhiozzando.
Lui la scansò vigorosamente e lei, nel tentativo di non perdere l’equilibrio, fece un passo di lato e posò un piede su una grossa pietra.
Il contatto della sua pelle irritata e ferita con il sasso ruvido, risvegliò le sensazioni dolorose, momentaneamente sopite e cadde nuovamente in ginocchio.
Uno dei motociclisti, che già si era aperto i pantaloni, fu lesto ad avvicinare il pene alla bocca di Elisa.
Ormai rassegnata, la donna aprì le labbra e lo fece entrare.
Il secondo, che doveva essersi già eccitato moltissimo a vederla all’opera con il ciccione, durò molto poco, ma in compenso quasi la soffocò per la gran quantità di sperma che le sparò in bocca.
Anche questa volta fu costretta ad inghiottire tutto.
Ma quanti erano?
Non riuscì a contarli ed ebbe l’impressione che qualcuno si fosse pure rimesso in fila, ma ormai si era fatto buio e non riusciva neanche a distinguerli bene in faccia.
L’unica cosa che vedeva bene di loro era il pene, duro ed eretto, che era costretta a prendere in bocca.
Lei doveva restare lì, immobile, con le ginocchia affondate nella terra umida, i piedi doloranti, ed aspettare che uno dopo l’altro, si svuotassero nella sua bocca.
Non le avevano più imposto di inghiottire tutto, ma lei, per paura che potessero riprendere a colpirla sulle piante dei piedi, non si azzardava a sputare, certo, qualcosa le sfuggiva dalla bocca e le colava sul collo, imbrattandole la camicetta ed il reggiseno, ma il grosso continuava ad inghiottirlo, come se fosse una cosa normale.
Quando alla fine decisero che poteva bastare, era notte fonda.
La ficcarono di nuovo nel sidecar, il ciccione le mise in testa il casco e le allacciò la cinghietta, poi il corteo tornò indietro.
Ormai era molto tardi, la stazione di servizio funzionava solo come self service ed il bar era chiuso.
Anche il parcheggio era vuoto, a parte la macchina di Elisa, unico mezzo parcheggiato nel piazzale deserto.
Lei era stanca morta, avvilita ed infreddolita e l’unica cosa che voleva in quel momento era andare a casa, farsi una doccia e ficcarsi a letto, ma non era ancora finita.
‘Su, bella signora, dammi la buona notte.’
Il ciccione si era piazzato di fronte a lei, seduta nel sidecar, ed aspettava con i pantaloni aperti.
Elisa si sporse in avanti e ricominciò a succhiarglielo.
Si sorprese a pensare, proprio mentre il ciccione le riempiva la bocca di sperma per l’ennesima volta, che non era poi così male e che se non fosse stata così stanca e dolorante, si sarebbe fatta un altro giro completo.
La misero giù, seduta in terra vicino alla macchina e se ne andarono.
Elisa ascoltò il rumore delle moto che si allontanavano, poi, a fatica, si tirò su, sostenendosi alla carrozzeria dell’auto.
La cosa più complicata fu infilarsi le scarpe, perché i piedi, dopo quel duro trattamento, le si erano gonfiati.
Si guardò il viso nello specchietto retrovisore: aveva un aspetto pessimo, già, si disse dentro di sé, come una donna che ha passato un’intera notte a succhiare cazzi.
Poi mise in moto e si allontano dall’area di servizio, mentre comparivano le prime luci dell’alba.

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