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Ghiotta riscossa

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Un gingillo, un giocattolo: hai presente quei giocattoli della tua infanzia, che usavi in continuazione senza nemmeno provarne un gran piacere, come se non potessi farne a meno? Hai presente Tetris? La prima volta che ci giochi, ti fai prendere la mano da quei mattoncini, perché ti trascinano in quell’astruso vortice, poi cominci a sentirti un idiota, perché le tue mani non sono abili né idonee come vorresti, perché agiscono meno rapidamente della tua mente, intanto che hanno già fatto girare il pezzo nella giusta direzione.

Tu non capisci esattamente in quale modo, ma tra il tuo pensiero che gira a destra, poi in alto, dopo in basso, nel tempo in cui l’azione delle tue dita che pigiano le frecce della tastiera, perché c’è un abisso profondo, in quanto Tetris t’addormenta, t’ipnotizza e infine ti nausea. Dopo alcune ore ti senti come se la voglia di vomitare fosse talmente forte da non poterla più sopportare e chiudi il gioco, con un senso d’avversione, fastidio e di sconfitta: inutile mentire, dato che hai chiuso il gioco, eppure continui a giocare, perché la tua mente è ancora lì che ruota in segno d’una tangibile assetata rivincita contro quei mattoncini.

Se chiudi gli occhi li puoi persino vedere. Il rosso, il verde, la “L”, il quadrato e di nuovo il rosso e il verde. Una nausea, un’ossessione e un chiodo fisso che ti sfiniscono senza una logica, se non la volontà suprema di voler sconfiggere le tue dita lente con la tua mente veloce. E’ precisamente così che mi sento, in altre parole un giocattolo incapace di smettere di giocare con se stesso. Io ho cominciato per orgoglio, per presunzione e per rabbia, per il fatto che non reggevo e mal sopportavo di vederle quell’espressione a tal punto compiaciuta, derisoria e ironica, mentre mi diceva in quanto non ero poi un gran che come amante.

“Meglio che un’ora di palestra, comunque. Non offenderti Dario, in fondo sei stato tu a insistere affinché lo facessimo, non è vero?”.

Quel fottuto, sostenuto e superbo no, per il fatto che si diffonde e mi rimbomba diramandosi ancora nella mente, come ogni volta che tento di darmi una calmata e cercare di smetterla: no un cazzo. Quel no comunicato con dileggio, ironia e scherno, come a voler deliberatamente esprimere:

“Te la sei voluta, ben ti sta, ecco. T’ho messo alla prova e hai fatto fiasco. Insomma, che cosa ti credevi dessere? Sei stato il mio eroe quando ero bambina, però adesso sono cresciuta e tu mi fai venire sonno”.

“Caro Dario, mi è piaciuto davvero, sta’ tranquillo e rilassati. Senti, che cosa ne dici se preparo due tazze di tè?”.

La prenderei a schiaffi. Te lo dico io, dove potresti mettere il tuo fottuto tè. Dove sbaglio, dove? Il fatto è che lei non mente e non fa “la di più”, solamente per farmi infuriare. La verità è che la sento che non gode, non viene, non può fingere né mentire in quel modo l’orgasmo, perché me ne accorgerei. Non è certo la prima donna che scopo, in quanto mai nessuna prima si era lamentata di me come amante brontolando, anzi. Ricordo ancora Giulia come si muoveva, mentre le stringevo le cosce e la montavo come un dissennato, perché era un gemito unico e che favola quando veniva. Mi sentivo il cazzo succhiato da quegli spasmi veloci, poiché era vera delizia, malgrado ciò l’unico difetto che aveva era quella dannata abitudine di fare la voce da bambina appena avevamo finito.

Dario, ti è piaciuto vero? A me tanto tanto. Me lo dai adesso, un bacino piccolo e tenero sul nasino mio bell’orsacchiotto?”.

Le avrei indubitabilmente infilato crudelmente il cazzo in bocca per farla tacere, se non fosse stato molle come un verme dopo quella stupenda prestazione, ripeto magnifica. Questa è l’ultima volta che mi presto alle sue manie e alle sue perversioni, tenuto conto che mi riduco a essere un semplice giocattolo tra le sue mani, perché mi sento come se fossi una puttana, anzi peggio. Le puttane hanno maggior deferenza e rispetto di sé stesse, perché almeno loro si fanno pagare. Sai cara che cosa ti dico, sgancia cinquecento euro che il tuo stallone è arrivato a farti godere, davvero un gran peccato che lei flemmaticamente mi risponda:

“Non pensarci più di tanto, t’appronto una squisita tazza di tè, frattanto che tu cerchi di drizzare l’esausto guerriero, altrimenti potresti benissimo tentare d’adoperare il Viagra. Che cosa ne pensi?”.

Oggi ho toccato il fondo, perché non ho più rispetto di me stesso, questa è la verità inclemente, nuda e spietata, in quanto sono un giocattolo di quelli nemmeno tanto divertenti e indubitabilmente annoianti e nauseanti. Lei si libererà rapidamente della mia presenza per acquistarne uno migliore, dal momento che io avevo immaginato che tutto si svolgesse in modo concretamente diverso. Ricordo, infatti, la faccia impressionata e stupita della commessa, quando avevo chiesto se quelle manette d’argento fossero vere:

“Certamente signore. Vi mostro come si aprono. Vedete, senza le chiavi è impossibile levarle”.

“Molto bene, le compro. Mi può fare un bel pacchetto?”.

Quasi cinquecento euro in manette d’argento, tre euro per il nastro adesivo argentato, dal momento che ho immaginato il suo corpo contorcersi, mentre le davo e le toglievo piacere secondo i miei ritmi e le mie fantasie. Captavo all’epoca la sua voce supplicarmi di darle quello che voleva, mentre come un Dio l’incitavo e l’inducevo a pregarmi, proprio un vero cretino.

“Dario, ma è stupendo. Grazie tesoro, hai avuto una splendida idea, perché onestamente non vedo l’ora di provarle”.

Tu hai agguantato le manette e mi ha spinto sul letto facendomi il solletico ridendo come una squilibrata. Era così bella, allegra e vitale, io ho sempre però sofferto il solletico, poi ho sentito il clic della prima serratura che si stringeva al polso sinistro:

“No bella, sta ferma. Queste non sono per me”.

“Hai paura? Dai, su dillo che hai paura per tutto quello che potrei farti”.

“Io non ho nessuna paura, smettila però di farmi il solletico”.

“Facciamo così allora: io smetto di farti il solletico, se tu però ti fai ammanettare”.

“Va bene, a una condizione però: devi liberarmi esattamente alle diciotto”.

Erano le sedici, lo sciocco credeva d’aver tutto sotto controllo.

Il secondo anello d’argento scattò dietro la mia testa, mentre mi ammanettava alla testata superiore del letto, si spogliò lentamente facendomi scivolare addosso i suoi abiti, infine si mise sulla mia faccia incitandomi, nel frattempo lo stato deccitazione cresceva sempre di più:

“Adesso però, devo finire di legarti con il nastro isolante, altrimenti potresti scappare”.

Quella frizzante, perversa e viziosa creatura mi stringeva il nastro intorno alle caviglie:

“Allora Dario, era così che mi volevi? Legata, pronta a soddisfare i tuoi desideri? Dimmi Dario, che cosa mavresti fatto di preciso?”.

“T’avrei imbavagliato”.

“Ah sì, però. Dev’essere piacevole sentirti mugolare. Allora timbavaglio”.

Io non so perché l’ho lasciata fare, poiché i suoi occhi m’incantavano e mipnotizzavano come i mattoni del Tetris. Ogni parola cadeva lentamente in quel pozzo, io non riuscivo a metterla nella giusta posizione, per il fatto che ancora una volta non ero stato abbastanza veloce. Lei si collocò su di me muovendosi come un’ossessa, fino a farmi sentire sul punto di scoppiare, poi salzò di scatto allontanandosi. Ansimava e rideva guardandomi, mentre io rosso dall’eccitazione e dalla rabbia mi dibattevo nel letto impotente. Le ho urlato tutte le parolacce e le volgarità peggiori, dato che il nastro isolante mi segava le caviglie, mentre con collera scalciavo per tentare di liberarmi:

“Che cosa c’è, ne vuoi ancora? Se fai il bravo vengo lì e t’accontento”.

Io smisi di dibattermi allettato dalla proposta, perché la vidi ritornare lentamente verso di me, s’inginocchiò vicino al letto facendo ricadere i suoi lunghi capelli sul mio petto, dal momento che sembrava volesse schiaffeggiarmi. La sua bocca era avida, mi sentii nuovamente trasportare oltre la soglia da quelle labbra e da quella lingua, perché di nuovo mi lasciò sfiziosamente sull’orlo: l’abisso della frustrazione e della rabbia saprì sennonché irrimediabilmente sotto di me, mentre avrei pagato non so che cosa per ammazzarla di botte.

“Adesso sono le diciotto. Mi dispiace, però le regole le hai fatte tu, io ti devo liberare”.

La vidi rivestirsi, acciuffare le chiavi dell’automobile, aprire la porta e finalmente venire verso da me, giacché credevo che mavrebbe piantato lì nudo come un verme, imbavagliato e legato. Io immaginavo la faccia della povera Rosa il mattino seguente, quando mavrebbe trovato in quello stato, dal momento che avrei dovuto cercare un’altra persona per stirare. Lei maprì la manetta sinistra, quindi con uno scatto fulmineo si ritrasse prima che io riuscissi ad afferrarla, nel momento in cui feci un sonoro capitombolo per terra nel tentativo di fermarla, pressappoco come un giocattolo, un insignificante e stupido giocattolo.

Perché? Questo non lo so con esattezza. A dire il vero non sono innamorato, piuttosto direi che sono assillato, ossessionato e tormentato. Il pensiero ricorrente è come se non potessi fare a meno di mettere a posto quei mattoncini colorati.

{Idraulico anno 1999} 

1 commento

  1. Non mi è piaciuto per niente. Racconto da finto intellettuale.

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