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Padron Vale

Padron Vale- La resa dei conti

All’autore.
Mi perdonerà se mi intrometto arbitrariamente nella sua storia seriale usurpandole situazioni e personaggi.

Una padrona.
Merda. Certe persone, -ma è tutt’altro che il termine adatto a definire tale specie di organismi fastidiosamente viventi- si arrogano il diritto di interferire nella vita di esseri superiori che come me sono nati per dominare. E lo sono perché nati con peculiarità straordinarie che superiori li rendono, sì che sottomettere le creature inferiori è conseguenza inevitabile, nonché necessaria soprattutto per queste ultime.
Eppure la rozzezza e l’ignoranza di certuni mettono addirittura in discussione siffatta naturale superiorità come se essa avesse bisogno, per affermarsi, di essere dimostrata.
Con tale sottospecie umana non è possibile comunicare: essa va brutalmente e impietosamente sottomessa.
Ed è questo che farò. E’ questo il pensiero che mi tormentava prima che avvertissi quel freddo glaciale. E’ questo che farò non appena avvertirò sugli alluci il tepore della lingua di quella cagna, destandomi dal mio divino sonno.

Una schiava.
Non ho la più pallida idea di cosa farò adesso. O domani. O l’altro ancora.
Non ho realizzato fino in fondo quello a cui ho assistito, né se veramente vi ho assistito.
Ricordo le urla, i tonfi, il sangue. Rumori ed odori neanche tanto diversi da quelli della mia quotidianità.
Non ho capito al momento cosa fare: la mia padrona non mi dava ordini e io mai potrei arrogarmi il diritto di prendere iniziative.
Non ho sensazioni particolari, non sono a me connaturate. Come potrei provare dolore, piacere o qualsivoglia partecipazione emotiva io che appartengo a sì lurida sottospecie umana, anzi animale?
Ha ragione la mia padrona, io sono molto meno che un animale. Resisto infinitamente meno di un cavallo quando mi concede l’onore di montarmi in groppa, mi rompo facilmente fino a sanguinare se le mie zampe strisciano sullo sconnesso, tanto da insozzare talvolta persino le sue divine membra.
Quando mi accuccio ai suoi piedi sono goffa, tanto che occorre la padrona mi frusti e mi scalci per farmi assumere una postura più consona al mio ruolo. Se resto svestita al balcone di notte capita addirittura che mi ammali, tanto che chi mi possiede deve per un po’ fare a meno dei miei servizi.
Come potrei provare odio o rancore o sentimenti opposti nei confronti di mia madre io che, per natura non nutro sentimenti? Io che sono nulla e so di esserlo solo grazie alla mia padrona.

Una madre.
Non ricordo esattamente con quale stato d’animo varcai quella soglia dietro cui si nascondeva tanto orrore. Soprattutto non ricordo se ero già determinata a fare quanto ho fatto o solo per convincermi che mi sbagliavo, che la Alex di cui parlava quella baldracca nel suo blog sul web non fosse affatto mia figlia.
Ricordo però cosa provai quando mi trovai al cospetto Alessandra distesa sul pavimento nuda, piena di lividi ed escoriazioni, con degli stracci sudici in bocca, un collare da cane che la rendeva quasi cianotica e il tacco a spillo di quella donnaccia quasi conficcato in un capezzolo.
Provai schifo, di me stessa più che di loro, fino quasi a vomitare.
E quanto lavoro investigativo mi aveva portata alla scoperta’
Tutto era cominciato il giorno in cui l’avevo vista da lontano in strada, stentando a riconoscerla. Faceva un freddo cane ma lei portava solo un camicione di quelli che usano le gestanti tutt’altro che facoltose, capelli cortissimi che definire trascurati sarebbe fin troppo generoso, carica come un mulo di sacchetti della spesa.
La sua andatura da zombi fu per me una folgorazione. Mi si materializzò istantaneamente una condizione di plagio, pensavo ad opera di fanatici religiosi o esoterici. Per questo non le corsi in contro sconvolta, come chiunque avrebbe fatto, decidendo invece di seguirla fino alla villetta a due piani con giardino antistante di cui aveva le chiavi e che scoprii, per fortuna, abitata da un solo inquilino.
La sera stessa decisi di fare quanto avevo sempre rifiutato, da quando se n’era andata di casa senza fornire notizie sul suo recapito, ma solo informandomi, di tanto in tanto, che andava tutto o.k.: aprire la sua posta elettronica.
A prima vista mi colpì un filo rosso in diversi messaggi. Offerte di dominatori e masters (ho dovuto farmene una cultura), sado-masochisti, etc.
Dopo qualche ora notai però una mail tipo catena di S.Antonio, di quelle da cestinare subito per intenderci, da parte di una padrona che teneva un blog sulla rete. Nel leggerlo si esaltavano le doti di perfetta schiava, una certa Alex, giocattolo che Padron Vale di tanto in tanto le concedeva di usare.
Il giorno dopo mi appostai per ore davanti alla villetta, non notando alcunché di strano.
Decisi allora di provare ad entrare, impresa più facile di quanto sperassi, grazie alla scarsa altezza del muretto di cinta e ad una veranda sul retro lasciata aperta.
Schifo di me stessa, dicevo.
Come avevo potuto pensare che a mia figlia potesse bastare il poco che le ho dato. Che badare solo a non farle mancare nulla potesse colmare l’affetto che nessuno le ha dato. Come ho potuto assolvere me stessa con le semplici motivazioni d’essere solo una ragazza madre che per quell’unica figlia ha dovuto rinunciare ad ogni sogno di donna. Credere che bastasse ammazzarsi di lavoro per mandarla a scuola, darle qualche soldo, non farle mancare nulla facendole mancare tutto.
Quando mai ho notato in Alessandra quell’enorme assenza emotiva che mi era così chiara in quel momento.
Sarei rimasta a pensarci per sempre se non mi avesse distolta quella bastarda quando, dettole chi ero, aveva ordinato: ‘Inginocchiati, cagna! Tale madre tale figlia’.
Già. Era sicura di possedere tanto carisma da sottomettere chiunque. Altrimenti non sarebbe scattata verso di me senza curarsi di quanto potevo farle.
Sentivo sotto l’impermeabile la consistenza gelida del revolver che avevo portato, ma che decisi di non usare. Ho sorpreso me stessa quando, invece di puntarglielo per intimidirla le ho sferrato un calcio negli stinchi con quanta forza avevo in corpo. E soprattutto con gli scarponi rinforzati con il puntale di ferro, quelli che uso quando lavoro; perché quando stai in fonderia ci si può far male anche se si è ragazze madri e se si è studiato alla Normale.
Quanto mi ha irritato quella baldracca quando, benché piegata dal dolore e ormai alla mia mercé continuava con quel tono autoritario, orinandomi di sparire prima che perdesse la pazienza. Neppure realizzava di non essere nella condizione di dare ordini, anzi mi intimava di andarmene perché la sua schiava era in ritardo con la sua pulizia corporale, che per colpa mia si preannunciava più laboriosa.
Ero quasi in trance, cominciai a sferrarle calci e pugni senza riguardo per alcuna parte del suo corpo, senza che lei abbozzasse la più timida reazione.
Mi fermai quando un residuo di pietà mi impedì di finirla a botte.
Non appena fu in condizione di proferire parola, pur ridotta ad una maschera di sangue, con diverse ossa e denti spezzati, la sentii biascicare teorie razziologiche secondo le quali lei sarebbe nata per dominare e altri, come Alessandra e me che la tenevo schiacciata ai piedi, per servire da ignobili vermi che siamo.
Spiacente padron Vale ti sei creduta sempre una pantera e nelle mie mani sei solo una pecora ma non sono sadica abbastanza per prolungare questo gioco. Anche ingozzandomi di fagioli non riuscirei a scoreggiarti in bocca, né a pisciarti nei capelli inzaccherati del tuo sporco sangue; allora la faccio finita perché ho altro da fare.
Detto questo estrassi la pistola e le sparai in piena fronte a bruciapelo. Un fiotto di sangue mi travolse in pieno volto ma non me ne importava. Eppoi dovevo pur imparare a convivere con certi disagi.
Non so cosa sarà di mia figlia, che sento di non avere diritto nemmeno di provare a riavvicinare.
Può darsi che qualcuno si prenda cura di lei visto lo stato in cui è. O che riprenda a frequentare l’Università come niente fosse mai stato. O che si cerchi un’altra padrona ancor più barbara e crudele. O che si sposi per fare da schiava ad un uomo. O che venga lei a cercarmi. Ammesso che riesca a trovarmi, visti i miei programmi che non so se riuscirò a realizzare.
La polizia potrebbe fermarmi prima che trovi padron Silvia, Marta, Enrica, Patrizia e tutte le altre divine baldracche che ho intenzione di visitare.

Un autore.
Come ho già detto ho usurpato situazioni e personaggi della saga ‘Padron Vale’; l’autore potrà (come ritengo più probabile) non tenere conto della mia intrusione. O potrà ricavarne nuovi spunti (che ne so, magari è tutto un sogno della padrona o della schiava). O bollare (come ritengo pure probabile) l’intrusione come moralistica e bacchettona, degna di disprezzo o peggio ancora di nessuna considerazione.
In tal caso me ne scuso in quanto non era affatto mia intenzione: volevo solo uccidere un po’ di divinità.

Ai lettori.
Pubblico gratuitamente su www.eroxè.it con lo stesso pseudonimo. Per suggerimenti ed improperi, chi volesse può inviarli a emvuo@wooow.it.

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