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Raffinata e superlativa impronta

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Rosalba aveva avuto una giornata alquanto malagevole, concitata, ardua e scomoda, poi essendo lei stessa una ragazza dall’indole alterata, sovente intemperante e di frequente smodata, attualmente quantunque volontariamente si sforzasse, obbligandosi per raggiungere l’intento d’appisolarsi, non era in grado di prendere sonno. Azzardò persino di rannicchiarsi all’interno della grossa trapunta, inseguendo una postura che l’appagasse per tentare d’addormentarsi, eppure tutto quello che si procurava erano solamente due occhi nitidamente spalancati e lucidamente svegli. Il grande giaciglio le appariva attillato e compresso, nientemeno oppressivo, giacché avvertiva quell’ambiente seppur familiare e confidenziale come una stretta angustiante e prostrante che la disturbasse, perché quel talamo per lei era diventato intollerabile, dal momento che balzò rapidamente fuori come se stesse dandosela a gambe da un non so che.

Indicazioni, norme e prescrizioni peraltro ripetitive invero le sue, in quanto essendo una giornata di riposo, Rosalba quest’oggi non aveva la necessità né l’urgenza di precipitarsi per dover uscire di casa, giacché non era in concorrenza con il tempo, implacabile e inevitabile despota in altre giornate lavorative. Rosalba ricercava il puro e indiscusso piacere nell’adorabile fragranza del caffè che si levava lento dalla caffettiera sul fornello, malgrado ciò, quella mattina non era stata adeguato né bastante per procurarle l’alleggerimento e il conforto che anelava, predisponendola in ultimo ad avere la corretta e l’adeguata disposizione d’animo. In nessun caso, cosiffatto poderoso, aveva avvertito e colto l’aggravio della sua famiglia sulle spalle, giammai come in quell’occasione, Rosalba si era sentita completamente e irrimediabilmente sola. Il caffè era pronto, Rosalba accese lo stereo e la musica ritmata degli Steely Dan con il brano “Midnite Cruiser”, accompagnava i suoi gesti flemmatici e inattivi riempiendo la stanza. Allontanò la tenda per guardare di fuori, quel giorno il tempo era piovoso e plumbeo, altrettanto tenebroso proprio come la sua consapevole apprensione, tenuto conto che la sua retribuzione mensile era carente per poter tirare avanti. Rosalba aveva dato fondo a quel modico patrimonio capitale che aveva messo da parte, per fronteggiare gli eventuali periodi difficoltosi, era ricorsa al fido in banca, eppure tutta quest’azione stava immancabilmente mutandosi in un pensiero angoscioso, un assillo perenne, per il fatto che non riusciva ad arginare quel conto in ammanco.

In quella piovigginosa e minacciosa giornata Rosalba la passò escludendo le preoccupazioni, provò a rasserenarsi, tentando di non badare a quell’inconveniente che l’assillava aspettando opportunità migliori. Quel conto in disavanzo iniziò ad essere un assillo che le causava l’ansia, a ben vedere, come non poteva succedere se unicamente da quella unica fonte poteva prendere? Se dovessi risorgere farei certamente la sgualdrina d’alto borgo, ripeteva Rosalba fermamente convinta verso se stessa, pur sapendo che giammai sarebbe riuscita a compierlo, perché non era nel suo arrendevole, placido e conciliante carattere. Ogni giorno, aveva invero davanti di fronte a se, le fameliche e le cupide occhiate di coloro che avrebbero voluto che scivolasse sotto la scrivania per compiacerli, ciò nonostante Rosalba non si fidava per nulla degli uomini, perché percepiva ravvisando per bene la loro natura.

Fuorché una mattinata, in quanto i suoi costanti e stazionari doveri di lavoro, la condussero irrimediabilmente nel cuore della sua città, intanto che s’indirizzava all’incontro si ritrovò nelle adiacenze d’una bottega, dove per la circostanza vendevano oggetti di chincaglieria, accedette per dare giustappunto un’occhiata rapida e si trattenne un poco di tempo. Dopo acciuffò la sua borsa e s’avviò dove i suoi clienti l’attendevano, per essere scortati in ispezione alle installazioni della ditta per la quale Rosalba faceva parte. La giornata si snodò speditamente, ciononostante ogni tanto emergeva distinguendosi alla sua mente quel resoconto, quella femmina con quel camuffamento adocchiato dentro quella bottega in precedenza. Si preparava per sprangare la porta della sezione, mentre il telefono trillò, in quel frangente pigiò il tasto e rispose, udendo con una gradita sorpresa l’accento soave e delicato della sua devota e leale amica Evelina.

“Cara mia diletta, sono contentissima d’ascoltarti, stavo sprangando adesso l’uscio del reparto. Come te la passi? Ho una voglia di parlarti e d’incontrarti. Ti andrebbe, sei in città?”.

“Naturalmente, buona idea Rosalba, sì, ora mi trovo in erboristeria. Dai che ci sorseggiamo un Prosecco assieme. Al consueto posto, la prima che arriva ordina da bere. A tra un poco, ciao”.

Quando approdò al bar, dove abitualmente s’imbattevano per dialogare, Evelina era già lì, perché il sorriso della sua amica era una vistosa e briosa potenza per il suo cuore, perché sapeva che l’una era essenziale e di gran peso per l’altra, accomunate ambedue indiscutibilmente da un’aguzza, sagace e sottile fusione, da un’interconnessione spontanea, da un’amicizia immediata, intrinseca e istintiva, che andava oltre gli usuali e i tradizionali abituali confini.

“Ciao mia amabile e piacente amica, che cosa mi riveli di bello Rosalba?”.

“Gioia mia, ti espongo che quest’oggi ho visto un ritratto magnifico che mi ha profondamente preso e svisceratamente catturato”.

Rosalba intraprese a esporle con opulenza di dettagli le emozioni e le impressioni che aveva quel dipinto, di quell’inconsueto e pieno momento, di come le fosse durato deliziosamente dentro, come se stesse inconsapevolmente e inavvertitamente inseguendo il suggerimento per un non so che, da quella riproduzione e da quella visione talmente coinvolgente e celata.

“Ti dirò Evelina, che forse gradirei io essere io la femmina ritratta in quel dipinto”.

“Rosalba cara, dimmi una cosa, vorresti forse essere raffigurata in quella maniera?”.

“No, ti dirò di più mia cara Evelina, bramerei essere venduta al pubblico al migliore offerente, messa in un certo senso all’asta”.

Rosalba in quel preciso frangente comprese intuendo ben presto d’aver menzionato una faccenda assai veemente, qualcosa che vagava procedendo di più del candido, lineare e manifesto alienarsi, dello schietto disfarsi.

Evelina rimase per un istante sbigottita e disorientata, senza dire nulla. In seguito si ripigliò e ritrovando gli adeguati vocaboli le domandò.

“Hai idea Rosalba, di quello che stai sostenendo?” – le ribadì Evelina.

“Certamente, me ne rendo conto eccome, vorresti darmi una mano?”.

“Sto ragionando, prometto che ci rifletterò e t’aiuterò ben volentieri” – fu la conclusiva obiezione di Evelina.

Rosalba si sollevò e prima d’andarsene dal bar, sbaciucchiò la sua cara e diletta amica sulle labbra, con un’inedita delicatezza e con quell’intensa inclinazione sentimentale che le portava. Evelina rimase ancora là dentro assaporandosi con la mente il ricordo della sua amica che sfiorava le sue labbra, come per voler imprigionare il ricordo e del forte e unico carattere di quel bacio, intrattenendoselo il più possibile impresso. I giorni si succedevano lesti, dopo dal momento che Rosalba ideò che la sua adorata Evelina si fosse scordata di quel filo conduttore esposto, pervenne la sua inattesa telefonata:

“Ascoltami Rosalba, per quale motivo esigeresti essere venduta al migliore offerente? Hai per caso grattacapi e pensieri finanziari?”.

“Eccome mia cara Evelina, senza dubbio, pure parecchie beghe. Sono in netto intralcio e disavanzo economico, bramerei disonorarmi e finanche vendermi con più individui, eppure non sono fatta così, non è per me. In quell’istante mi è balenata per la testa questa situazione, in quanto è inoltre uno svago, una allettante e piccante ricreazione, un intrattenimento affascinante, perché unicamente per una volta mi recherò da chi sarà in grado di compensarmi nel migliore dei modi”.

“Riflettici bene, perché sottomano ti potrà capitare qualunque persona d’ogni categoria, livello e d’ogni inclinazione. Chiunque mia adorata, perciò valuta e pondera bene il tutto”.

“Hai perfettamente ragione, per questo motivo ho domandato il tuo supporto, per circoscrivere e per ridurre le probabilità di cacciarmi in personaggi poco raccomandabili, di fare in modo che la preferenza sia racchiusa in una definita cerchia d’un definito tono” – enfatizzò risoluta e in maniera ferma Rosalba.

“Per questo, ci vorrà senz’altro un bell’annuncio, un avviso ben allestito con delle frasi a effetto” – controbatté Evelina, determinata e gioiosa più che mai di poter caldeggiare e raccomandare al meglio la sua adorata amica.

Evelina si prese la briga di stilare diligentemente l’avviso, per il fatto che doveva comparire come un franco e lineare invito, più che una proposta o una presentazione esplicita e dichiarata vera e propria:

“Venerdì sera, alle ore ventuno sei ospite presso la Villa Igiea di Palermo nel bel palazzo iconico della città, direttamente sul mare ai piedi del Monte Pellegrino, a mezz’ora d’auto dall’aeroporto, dove avrà luogo un ottimo e inappuntabile investimento. E’ un’alternativa molto interessante, che ti consentirà di portare a termine un delizioso e generoso affare. Lei è una femmina d’alta stirpe, è finanche di classe, per una magnifica notte di tenerezze. La base iniziale dell’offerta inizierà da cinquecento euro”.

Arrivò quel venerdì, Rosalba si sentiva verosimilmente intontita e frastornata, per poco voleva arrendersi e desistere, ma quell’ammanco nel conto della banca, la disanimava scoraggiandola maggiormente di quell’estraneo che l’avrebbe posseduta. La mattina seguente s’approntò come una sacerdotessa vergine si predispone al martirio nella tavola liturgica delle divinità, chiamò il tassì e sopraggiunta di fronte alla maestosa e affascinante villa smontò sbrigativamente, affagottata in un paltò e con un fazzoletto da collo, camuffata da un paio d’occhiali s’avviò sollecitamente nella sala chiudendosi nel bagno per trasformarsi. Dal salone s’udiva distintamente già il brano di Don McLean dal titolo “Vincent (Starry, Starry Night)”. Subito dopo udì battere alla porta, era la sua amica Evelina che l’invitava ad affrettarsi, perché stava arrivando della gente. In seguito, intrufolandosi nel salone, avrebbero individuato un tavolo con dello spumante, un’impalcatura e il sottofondo del brano musicale “Magritte” di John Cale.

Rosalba al presente avvertiva le estremità delle gambe tremolare e i battiti cardiaci battere in maniera accelerata, tuttavia acciuffò il giusto ardimento e varcò l’uscio del salone in maniera dignitosa, attraversandolo in modo determinato e superbo. Portava addosso un mantello dal colore rubicondo con una mascherina che le copriva gli occhi, un avveduto artificio le metteva in risalto le labbra floride e ben sagomate. Rosalba si bloccò sull’impalcatura statica e inchiodò con attenzione con lo sguardo l’affluenza che c’era all’interno del salone, trattenendosi sui presenti, come per cercare di carpire, di percepire e d’impadronirsi della loro presenza, chi fosse e forse sperando che non fosse quel lui o quella lei nel possederla per quella notte. Il brusio cessò e per quella femmina di rango cominciò l’offerta. Le cifre proposte, aumentavano gradualmente d’onere, Rosalba alla fine discese da quell’impalcatura e la sua amica Evelina s’approssimò per sfilarle il paltò, per mostrare in conclusione il suo fisico, coperto d’un scuro, con le mani allacciate dietro la schiena da un fazzoletto di seta vermiglio. Tremila, quattromila e perfino cinquemila, alla vista di quei polsi congiunti accrescevano notevolmente la scommessa, per conseguire una notte barattata e infine smerciata nella designazione dell’indisciplinata lussuria e della pura e ribelle violazione. Rosalba avanzava indolente tra la calca, lasciando che non fosse solamente commerciata ed esaminata, ma addirittura avvertita, ambita,in quanto bramava essere seriamente agognata.

In un baleno, dalla parte inferiore della sala s’udì un gradevole accento dal tono morbido e dal piglio risoluto, in quanto il forestiero non aveva ulteriore voglia d’attendere, annunciando in definitiva la cifra di settemila euro. Il ciarlare e il mormorare della sala sennonché rioccupò il suo posto, trascorse il ciclo necessario e l’asta si concluse a settemila euro tondi al migliore offerente. Tra la calca si divaricò un passaggio e sbucò l’individuo che non aveva volontà d’aspettare di più, per disporre decidendo al meglio le sorti di quella femmina. Indolente e disinteressato dei presenti, ma squadrando Rosalba negli occhi al di là della mascherina, lui s’accostò afferrandole la mano per baciarla. In seguito si rigirò in direzione della sua fautrice e seguace Evelina, donandole i dati necessari per effettuare l’ordine di versamento pattuito e assicurandosi di compiere le operazioni bancarie con rapidità.

La reazione positiva non si fece d’altronde attendere. Raffinato e leggiadro nelle movenze, esperto e capace nei gesti, con meticolosità e con premuroso zelo roteò Rosalba per slegarla dalla fasciatura, facendole indossare nuovamente il paltò e scortandola di fuori nel grande giardino della villa, come per volerla affrancare sgomberandola dalle assalenti e invadenti occhiate di troppo, nondimeno poco irriverenti e incivili alla vista di quella deliziosa e amena corporatura di donna. Un tassì al presente li attendeva, Rosalba si sentiva in pieno impaccio, eppure quell’individuo le piaceva, le aggradavano le modalità affabili e garbate e in aggiunta a ciò, gli atteggiamenti cortesi e di belle maniere con cui s’approcciava, in verità oggi poco paragonabili e riscontrabili senz’ombra di dubbio nei maschi contemporanei.

“Hai intenzione di rifermi qual è il tuo nome amabile signora?”.

“Naturalmente, sì, con vero piacere, stavolta in questa notte per te sarò Tecla”.

“Molto bene, sarà fatto. Tecla mi diletta molto. Sono convinto che avrai indubbiamente gioia di cenare con me, Tecla”.

Rosalba non fiatò, tuttavia rise a fior di labbra acconsentendo e approvando. Lui collocò flemmaticamente la sua mano sulla gamba di lei, con leggiadria e con finezza, per non disanimarla né per sconvolgerla oltremisura. Dopo raggiunsero un cascinale antiquato dalla facciata esterna, edificato tantissimi anni orsono in mezzo alla boscaglia con numerosi alberi secolari, dove le fiaccole irraggiavano il viale, il tassì si fermò e un inserviente lì presente s’allungò ad aprire la portiera della macchina.

“Buona sera barone, benvisto, il banchetto è pronto e lo champagne è come lei gradisce”.

Rosalba aveva la distinta e marcata impressione di stare nel fulcro d’un favoloso miraggio, ma il cuore che ogni tanto riprendeva a battere lesto le rammentava come quella fosse l’autentica concretezza. Il banchetto serale era ottimo, ineccepibile e senza una piega, all’altezza dello stesso stile con cui lui l’intrattenne. Niente fu abbozzato sull’argomento dell’asta, come si si trattasse d’un argomento che neppure li riguardasse. Poi il barone si s’adagiò su d’una enorme poltrona accanto al camino, domandando a Rosalba d’allungarsi sopra il tappeto attiguo alle sue gambe. Lei s’aggomitolò nei suoi pressi come lui le aveva sollecitato, intanto che la squadrava esaminandola con premura, notando la sua bramosia di subordinazione, giacché la sentiva predisposta per averla come lui concupiva. Si sollevò, le protese la mano per aiutarla a rialzarsi, e dalla tasca sbucò quel fazzoletto di seta, che già era stato adoperato per farla desiderare così tanto. Rosalba ispezionò studiando nelle iridi il barone, indi attenuò lo sguardo e con un’accennata riverenza gli porse i polsi, lui li afferrò come il più squisito dei regali, poiché con un modo di fare magnanimo ma determinato, l’imbrigliò in quella seta colorata.

“Che cosa ti suggerisce l’animo Tecla?”.

“Gentile barone, francamente il mio sentimento percuote in modo prestante, il mio fisico e il mio corpo è allestito per donarle il massimo del piacere, senza limiti di sorta, garantito”.

Il barone la condusse nella stanza dello sfizioso capriccio e del gustoso diletto, dove lui catturò di lei i suoi fervidi gemiti e il vivace smaniare della sua pelle. Lui contrassegnò la sua carnagione, affinché non scordasse presto quanto lui gli tributava, si rimpinzò del suo sguardo, che talvolta gl’indicava tormento e altre inquietudini, perché lui potesse poco dopo convertirlo in totale piacere, una gioia e un godimento pedante e graduale, fino a farle in conclusione strepitare: la scongiuro barone, mi autorizzi e mi permetta finalmente di godere.

Il barone la brandì focosamente, agguantandola e setacciandola in ogni maniera, abbrancandola e girandola in una miriade di posture, violandola in ogni anfratto, senza darle tregua, fino a debilitarla spossandola integralmente. Avvertì colare su di lui il piacere supremo, elargendole e tributandole ogni tanto di riprendersi, per il fatto che in quegl’istanti lui la consolava baciandola con amorevolezza, su quelle floride labbra maltrattate dal trasporto.

L’albore di quel nuovo giorno la scovò sfibrata e sfiancata e infine Rosalba s’assopì. Dal momento che si risvegliò non aveva più la maschera, il barone si era dissolto, la camera aveva la tipica fragranza del sesso e di lui, si girò e sulla mensolina Rosalba rinvenne un cartoncino con un mazzo di grosse orchidee:

“Lodi e riverenze a te cara Tecla. Per me rimarrai uno strabiliante e sublime gradevole ricordo, che non dimenticherò in nessun caso. Successivamente, quando sarai nel comodo, un tassì ti condurrà dove vorrai”.

{Idraulico anno 1999}  

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