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Gli uomini di Alma – Capitolo 14

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Capitolo 14
 
Caro Diario,
ti ho lasciato mentre mi stavo riprendendo dal torpore conseguente all’intenso, prolungato ed estenuante godimento che mi aveva sfibrato.
Eh, sì! È magnifico essere portata all’orgasmo a ripetizione, senza soluzione di continuità. Ancora adesso provo la spossatezza riveniente da quelle ore. Però mi sento appagata e ritengo che sia un’esperienza che, per ora, non mi attiri più. Forse domani o dopodomani o più in là… chissà?
 
Tutta la piacevolezza che avevo sperimentata, sembrava essere svanita nel momento in cui ebbi contezza del contatto viscido, untuoso, sudaticcio, misto al fetore che quella congerie di corpi in putrefazione emanava, penetrando nelle mie narici e offendendo la mia sensibilità. Ebbi un moto di disgusto e tentai di rialzarmi, poggiandomi su  qualcosa di umido che mi scivolò fra le mani. Ritirai le dita, schifata da quel contatto. Eppure, quanti di quei “cosi” avevo preso fino a pochi minuti prima, ben più consistenti, agitandoli con gusto e penetrandomi e schiaffandomeli in ogni fessura trovassi aperta nel mio corpo!
 
In ginocchio, le gambe larghe, appesantita, mi sentivo ripiena di tutta quella carne. Smarrita guardai intorno senza capire. Una mano si protese verso di me. Mi afferrò; sostenendomi sotto l’ascella, mi aiutò a rialzarmi. Le maschere erano cadute dai nostri visi e riconobbi nella penombra, alla luce dei ceri che si consumavano, ridotti a fiammelle galleggianti nella cera liquefatta, la fisionomia di Teo. Sempre galante, veniva in mio soccorso.
 
Ebbi un moto di vergogna, coprendomi, istintivamente, con le mani il basso ventre. Poi mi resi conto che ero completamente nuda e, quindi, era inutile il mio impulso e inopportuno per il luogo. Gli mostrai un sorriso di gratitudine per quel gesto caritatevole; mi accostai, baciandolo sulla bocca. La sensazione non fu soddisfacente né gradevole come  in altre occasioni, ma non ero più in me con la testa. 
 
Comunque, mi accompagnò, evitando i resti umani sparpagliati di quanti ancora giacevano aggrovigliati, ancora incastrati gli uni negli altri, a prescindere dal sesso. Era un carnaio indistinguibile. Mentule pendevano liquefatte da bacini sconquassati, fra gambe spalancate o ancora inguainate in foderi vulvari di accoglienti femmine stordite e inanimate.
 
Era un campo di battaglia. Teo mi sospingeva davanti a lui, aiutandomi a scavalcare gli ultimi ostacoli. Mi guidò fino alla porta del corridoio da cui ero entrata. Era forte Teo, sembrava che mi spostasse come un fuscello. Davanti alla porta una voce rauca, in un incerto falsetto, si rivolse a me: “Alma…, te ne vai di già?”. Riconobbi Giorgio/Marcella, completamente nuda, i seni piccoli e le lunghe gambe di traverso sulla mia strada, che si ostinava a succhiare da una bottiglia quasi vuota le stentate gocce che conteneva.
 
“Faresti bene a vestirti anche tu se vuoi un passaggio fino a casa!”. Non volevo redarguirlo, ma ero stanca, nervosa e non vedevo l’ora di entrare sotto la doccia per levarmi di dosso quella crosta incallita che mi ricopriva interamente, rendendomi un rifiuto maleodorante. Lo scavalcai di corsa ma Giorgio cercò di prendermi la caviglia. Gli allentai un calcio che lo colpì fra le costole e lo lasciai, tenendosi il costato, ridacchiante,  nel suo falsetto da mezza femmina. 
 
Teo mi rabbonì e, girando l’angolo, mi chiese quale fosse la mia camera. “Quando ti sarai vestita esci dall’altra porta. Ti aspetto nella hall.” – mi raccomandò, baciandomi teneramente. Mi sentii più calma e scivolai dietro la porta, richiudendo lo spogliatoio. Usufruii ampiamente degli asciugamani di carta profumati, togliendomi quella nauseabonda sensazione che mi impiastricciava tutta. Mi rivestii usando l’intimo di ricambio che avevo previdentemente messo in borsa, dato che non avevo più nulla della lingerie che avevo indossato all’inizio.
 
Teo mi aspettava nell’ingresso ovale. In fretta corremmo verso la macchina, senza sapere perché di tanta urgenza. Entrambi volevamo allontanarci da quel luogo che non sopportavamo più. Faceva un freddo cane! Per fortuna il cavallino della sua Ford Mustang ci attendeva subito fuori della porta, dietro una siepe di ligustro. Teo mi aprì la portiera. Scivolai sulla bassa, soffice poltrona, scosciandomi completamente fino alle mutande. Teo, che pure ne aveva viste di crude e di cotte per quella sera, tuttavia non poté fare a meno di essere attratto dall’involontario spettacolo. Richiuse la portiera come un cofanetto su di un gioiello prezioso e salì alla guida.
 
Un sommesso, cupo rombo accompagnò l’accensione del motore; mi risuonò fino in gola, mentre la luce azzurrina della plancia di comando donava un effetto riposante all’abitacolo. Dal muso della Mustang i fari illuminarono la vegetazione fra cui il bolide blu s’era acquattato. I fari rossi di posizione, seguiti da quello bianco di retromarcia, infransero il buio della casa, accendendo le pareti esterne, mentre l’auto sgusciava, retrocedendo a basso regime. 
 
Le grosse gomme cerchiate in lega crepitarono  sulla ghiaia, spostando in moto accelerato il peso della grossa cilindrata. Scivolò in avanti sul viale fino al cancello che si aprì automaticamente al nostro approcciarsi. Proseguì oltre il muro di cinta a velocità moderata e raggiunse la strada principale, prima di mostrare la grinta che aveva dissimulato fino ad allora. Infilò l’autostrada e si diresse a nord, silenziosa, a velocità sostenuta.
 
Affondata sul sedile, accompagnata dal sussurro del motore, mi sentii meglio, corroborata dal tepore del sistema di riscaldamento. Così, dondolando sulle curve della strada, mi lasciai andare e mi addormentai. Non so quando mi sveglia. Il baldacchino fu la prima cosa che vidi. Era di un colore tenue; sembrava un cielo rosa.
 
Adagiata come una piuma su di un letto, comodo, da quel che provavo, riposante. La luce era soffusa. Girai la testa verso la sua provenienza e mi accorsi di una figura seduta a qualche metro da me. Su di una poltrona, dall’ombra che  l’abat-jour non poteva diradare, spuntavano le pantofole e due gambe accavallate, sotto una vestaglia che scompariva nel buio.
 
“Ti sei svegliata, Tesoro?” – riconobbi la voce calma di Teo.
Feci ripetutamente cenno  di sì con il capo, scuotendolo sul cuscino. Poi ebbi sentore del mio corpo e mi esplorai. Una trapunta mi ricopriva fino al petto. Sotto ero completamente nuda. Ebbi un moto di sorpresa e di disappunto, ma lui mi tranquillizzò, sollevando le labbra in un sorriso ironico.
 
“Non ti preoccupare, non ti ho toccata. Sei illibata, almeno negli attimi in cui ho potuto ammirare la tua superba bellezza…!” – mi sconcertò.
“Non ti bastava?” – chiesi nervosamente senza rendermi conto di quel che dicevo né quale fosse  il motivo. Forse perché  ero stata in intimità con lui (e non solo con lui) tutta la serata?
“Avevo necessità di ammirare un bel dipinto. Ed eri meravigliosa!” – e mi lanciò il suo sguardo languido.
“O Dio…! – pensai, ponendo le mani contro le tempie. D’improvviso mi sollevai col busto, tenendo la coperta ben stretta al corpo ed esclamai: “Devo lavarmi!” – presa dall’improvvisa sensazione della sporcizia che mi ricopriva.
 
“Certo, Tesoro. – Teo fu accondiscendente – Tranquilla, ti ho detersa già, per quel che era possibile, con un olio corpo… esternamente, intendo!” e sorrise sornione.
“Sì, sì…! – mi coprii gli occhi con le mani cercando di concentrarmi per riprendermi dalla confusione che regnava nella mia mente, mentre la coperta, non più retta, cadeva dal mio davanzale, scoprendo la dovizia del seno. Ci fu un certo luccichio nei suoi occhi; non gli bastava! Ripresi: “Ma ho bisogno di lavarmi. Dove siamo?” – chiesi, finalmente conscia di non essere dove mi aspettavo di svegliarmi.
 
 
“Nel mio pied à terre, vicino Lugano.” – disse con nonchalance.
“Ma la dogana… e la carta d’identità? ” – mi stupii. 
“Mi conoscono ormai. Lavoro qui…! Mi salutano e non chiedono nulla” – mi rassicurò. “Prendi…!” – si alzò e mi porse una vestaglia – “Il bagno è di là.” – e mi indicò la porta a lato del letto – “Troverai il necessaire per il bagno sulle mensole. Naturalmente ci sono i tuoi prodotti preferiti… Li conosco ormai, dal bagno di casa tua.”
 
Cacchio, come aveva fatto? Ritrovai tutti i prodotti che preferisco. Accostai la porta senza chiudere a chiave. Poi, d’impeto, tornai nella camera da letto. Lui stava in piedi, accanto alla poltrona e guardava verso la mia direzione. Mi avvicinai a lui e fui investita dal profumo di buono dell’acqua di lavanda di cui era impregnato. Mi alzai in punta di piedi, lo baciai sulle labbra e fuggii di nuovo nel bagno. Gli ero grata delle sue attenzioni. Evidentemente pensava insistentemente a me fino a usarmi quelle raffinatezze.
 
Cincischiai a lungo fra la schiuma del bagno e quando uscii  Eos distendeva le dita rosate, scompigliando le ultime nuvole notturne al di là del vetro. Il cristallo a parete del finestrone fissava l’immagine immobile del lago, dipingendolo nei toni del rosa e del nero e assediato da scure macchie di vegetazione. Sporadiche luci si specchiavano scomposte, ondeggiando nella risacca sotto riva. Il silenzio regnava sovrano. Teo non era più lì.
 
Accostai i pannelli che oscurarono la veduta e, spossata, andai verso il letto. Scostai l’imbottita di piume, sollevando un lembo delle lenzuola, e mi infilai nel letto, ricoprendo le mie nudità. Profumavo di gelsomino e violetta. Poggiai la testa sul cuscino e Morfeo corse a prestarmi i suoi servigi, baciandomi sulle labbra, mentre mi sfiorava le palpebre con i suoi fiori prediletti, rossi come il fuoco, i papaveri propiziatori dei Sogni.
 
Così, il figlio di Hypnos s’impegnò a modellare i miei. Nel deliquio che preannunciava l’arrivo del Sonno mi cullò sì dolcemente da darmi la sensazione di dondolare su di un’altalena che saliva all’infinito prima di scendere nel punto più basso e risalire dall’altra parte. Finché un bellissimo giovane, muscoloso atleta si mostrò a me,  invitandomi a scendere dall’altalena per volare con lui verso le stelle.
 
Aprì le ali che morbide lo sovrastavano e, agitandole sapientemente, salì, portandomi fra le sue braccia. La sensazione di essere cullata continuò. Giungemmo su di una distesa di nuvole dove mi adagiò, curando che il mio capo riposasse su di un soffice rialzo. Chiusi gli occhi e, mentre mi abbandonavo alle sue carezze, provai una voluttuosa trafittura al cuore. Fobetore,mutatosi in cinghialone, venne in aiuto al fratello, rovistandomi fra le mammelle per giungere al cuore, dove si fermò a gozzovigliare, grufolando.
 
Scombussolata, avvertii che continuava a scendere verso i miei lombi, giungendo alla conchiglia di venere dove il fratello Fantaso giocherellava con la mia passera, introducendo uno zufolo d’oro che suonava magicamente una musica meravigliosa, mentre entrava e usciva dalla porta del mio piacere. Irretita dal suono e dal godimento, in breve, perdetti coscienza.
Intanto il sonno si partia pian piano;
ond’io, per ingannarme,
lungo spazio non volsi gli occhi aprire;
ma da la bianca mano,
che sì stretta tenea, senti’ lasciarme.

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