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Episodio 3

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Luca trattenne uno sbuffo di fastidio quando sollevò lo sguardo dallo schermo dello smartphone, distogliendo l’attenzione dal video sull’uso delle impostazioni dell’ISO in rapporto all’apertura del diaframma negli scatti a bassa luminosità. Sua madre era sulla porta della sua camera, entrata di nuovo senza bussare.
Non che Luca fosse tanto sciocco da farsi scoprire mentre si dava piacere da solo guardando un porno quando i suoi genitori erano in casa, ma era comunque sicuro che sua madre non dubitasse affatto che, di tanto in tanto, si masturbasse, e il pensiero lo faceva sentire sporco. Si era chiesto se sua madre si fosse mai domandata chi fossero i soggetti scelti dal figlio per sfogare la sua sessualità inesistente e, in tal caso, avesse mai indovinato.
Il ragazzo scacciò quei pensieri squallidi, cercando di concentrarsi su cosa le stesse dicendo la madre. La donna parlava talmente tanto che Luca si era accorto che, a furia di sentirla continuamente blaterare di qualsiasi argomento meno che interessante, lui avesse cominciato inconsciamente a porre la voce della donna allo stesso livello dei suoni ambientali, della tv in sottofondo o la musica dei supermercati, richiedendo spesso la sua concentrazione per ascoltarla davvero. In effetti, era quasi giunto all’idea che se avesse taciuto improvvisamente, lui avrebbe temuto di essere diventato di colpo sordo.
– Questa mattina, – raccontava nel frattempo Viola, asciugandosi le mani in un canovaccio dall’acqua e detersivo usati per lavare i piatti del pranzo concluso da poco – sai chi è venuta a casa nostra?
Luca non rispose: aveva sempre detestato quelle domande, un po’ come il “sai cosa?” che, da piccolo, con gli altri bambini, usava quando voleva avviare una discussione. Si limitò a fissare la madre, sperando che si sbrigasse perché voleva tornare a vedere il video tutorial di fotografia e, magari, vederne un altro prima di mettersi a fare i compiti e poi uscire a sperimentare quanto aveva imparato con la sua D3500.
La madre riprese a narrare poco soddisfatta della mancanza di partecipazione del figlio, il quale, però, dopo pochi secondi cambiò opinione riguardo alla storia. – Alle nove, sento suonare il campanello e, sai, quando vado ad aprire, chi mi trovo davanti? Samantha.
Le orecchie di Luca si drizzarono nel sentire quel nome. – Sam? – domandò, mentre rivolgeva alle parole di Viola un’attenzione di cui il tutorial sul triangolo di esposizione non aveva goduto nemmeno per un istante. – Sam, la… – aggiunse, fermandosi all’improvviso. Nella sua mente usava parecchi epiteti per descriverla, ma non aveva difficoltà a supporre che sua madre non avrebbe avuto piacere nel sentire il proprio figlio chiamare una donna “la tettona”, “la zoccola rossa” o “la milf della ragazza di cui sono innamorato”.
Fu, involontariamente, la madre a trarlo dall’imbarazzo. – Perché, quante Samantha conosci?
Evidentemente, ultimamente ce n’erano più di quante Viola potesse immaginare, decise Luca, sebbene nessun’altra occupasse la mente del figlio con tale frequenza.
– Comunque, questa mattina si è presentata con uno zainetto in cui portava un fascio di documenti per il suo 740 e mi ha detto che, quest’anno…
L’interesse verso il racconto scemò velocemente nel ragazzo, mentre la madre spiegava che la donna dai capelli rossi e il seno divino aveva portato con largo anticipo quanto sarebbe servito a Viola per compilare la dichiarazione dei redditi di Sam. L’idea di aver avuto in casa quella splendida donna caricava comunque il desiderio del ragazzo che, decise, si sarebbe fatto un giro in bagno e usato un paio di strappi di carta igienica per raccogliere l’eiaculazione che aveva intenzione di procurarsi pensando a quel corpo meraviglioso. Curioso che non fosse andata nell’ufficio di sua madre, invece di venire a casa loro.
Si stava già pregustando il piacere che gli avrebbe procurato svuotarsi le palle sussurrando quel nome da tre lettere, quando la madre trasse da una capiente tasca del grembiule da cucina un telefonino all’interno di una custodia rosa glitterata, con quello che sembrava un piccolo coniglietto rosa che pendeva dondolando da un anello nella costa della stessa. Luca impiegò un attimo a riconoscerlo, non avendo mai apprezzato troppo i Pokemon e i loro videogiochi: era un Wigglytuff, l’evoluzione di Jigglypuff. Il ragazzo si chiese per quale motivo Sam ne avesse uno appeso all’IPhone.
– Non oso immaginare quanto sia distratta quella lì, – continuava a raccontare la madre, con la voce ormai scesa dal tono colloquiale che usava spesso quando cercava di coinvolgere il figlio nelle sue soporifere avventure quotidiane ad uno ben più adatto ad un rimprovero o a condannare qualcuno. – Immagino che se non avesse il capo attaccata al collo, lascerebbe in giro anche quella.
Luca aveva sempre detestato quell’odiosa frase fatta di sua madre, ma finse comunque che un sorriso gli affiorasse alle labbra.
La madre, invece, non trattenne affatto una smorfia di repulsione quando aggiunse: – Non voglio che si presenti di nuovo qui, a farsi vedere da tutti i nostri condomini, i quali poi si metterebbero a parlare. So riconoscere le aziende che pagano quella donna – e caricò la parola “donna” con tanto di quel disprezzo che risuonò come una bestemmia nella camera di Luca – leggendo le carte che mi porta; quindi, sarà meglio che glielo porti tu da lei, prima che si renda conto di dove l’ha lasciato e torni qui.
Luca dimenticò la sua intenzione di visionare qualche altro video di fotografia, i compiti per casa, le prove con la sua Nikon e il fastidio che gli procurava il cambio di programma, ma il pensiero di andare da Sam divenne tutto ciò che avrebbe voluto fare quel pomeriggio. Non era mai stato nel suo appartamento (suo e di Flavia, si corresse), ma era curioso di scoprire come fosse. Sua madre sosteneva fosse una di quelle che campano attraverso attività che avevano a che fare con il sesso, sebbene non fosse sicuro in quali “branche”. Non aveva mai avuto il coraggio di dimostrarsi interessato di fronte a Viola, ma aveva comunque compreso che Sam di sicuro faceva trasmissioni via internet in cui si mostrava nuda, con qualcuno che pagava perché si ditalinasse e forse anche usando dildo e vibratori. Riguardo a siti internet in cui vendeva foto erotiche o simile, non lo escludeva; per la prostituzione vera a propria, permettere ad un uomo di possederla fisicamente, dargli piacere realmente con il proprio corpo, non ne era sicuro, e doveva ammettere che la cosa lo dispiaceva parecchio, perché, confessò a sé stesso, avrebbe usato volentieri i suoi risparmi, le paghette e i regali in denaro che aveva messo da parte per farsi un giro dentro di lei.
L’immagine nella sua mente della donna nuda, a novanta, con lui che la scopava tirandole i capelli, sudata e ansante, fu accompagnata dalla soddisfacente sensazione dell’erezione che aveva cominciato ad occupargli le mutande. Fu solo il timore che, alzandosi dalla posizione di seduto sul letto, sua madre notasse l’eccitazione che il pensiero di Sam provocava in lui a bloccarlo dal balzare in piedi, strapparle di mano il telefonino rosa e attraversare di corsa il paese per raggiungere il soggetto della discussione.
Calmandosi, fingendosi leggermente contrariato per il favore che doveva fare a sua madre, simulò un “va bene” annoiato che gli sembrò troppo artefatto.
Viola gli allungò lo smartphone. – Io tra venti minuti vado al lavoro, e ne avrò fino a tardi tutta la settimana – spiegò, e il tono annoiato della donna fu molto più convincente di quello del figlio: si stava avvicinando il periodo in cui sarebbero state preparate le dichiarazioni dei redditi, e l’ufficio dove lavorava Viola sarebbe stato sommerso di pratiche per i mesi successivi.
– Preparo io qualcosa da mangiare, questa sera – promise il ragazzo. Non che fosse un buon cuoco, ma era certo che la madre, dopo una giornata passata a consultare documenti finanziari, avrebbe preferito mangiare qualcosa di vagamente commestibile imbastito dal figlio al passare un’ora in cucina per preparare lei uno dei suoi manicaretti.
Viola ringraziò di cuore, ma subito dopo cambiò atteggiamento, diventando la sua voce più perentoria: – E non fermarti da quella donna. Dalle quel telefono, saluta, e torna qui: non voglio che ci passi del tempo insieme.
Luca la scrutò in volto, non comprendendo l’incoerenza della madre. – Se ti sta così antipatica – disse, usando quel termine perché non gliene veniva in mente nessuna più adatta ad indicare l’odio che sua madre provava verso Sam, – perché le offri il caffè quando viene a casa nostra, le telefoni per motivi che non riguardano il lavoro, le mipiaci le foto sui social network? – Foto che rappresentavano paesaggi o il loro gatto, ma, si rammaricò il ragazzo, in nessun caso lei o la figlia.
La madre sbattè gli occhi, confusa. – Beh, ma perché è…
“…un’amica”, furono le parole che Luca aggiunse mentalmente alla frase lasciata in sospeso dalla donna. Disse invece: – …una cliente?
– Sì – rispose Viola, accettando di cuore la proposta del figlio. Era palese che la domanda di Luca l’aveva imbarazzata, dimostrando che il concetto di amicizia inteso da lui era ben differente da quello di sua madre: lui non avrebbe di certo usato certi comportamenti verso un ragazzo che non gli andasse a genio come accadeva, invece, tra Viola e Sam. Non si sarebbe comportato villanamente, no di certo, ma di sicuro non avrebbe avuto nessun riguardo particolare che non fosse il minimo per la pacifica convivenza, soprattutto se questo gli avrebbe provocato dei dolori emotivi.
Non volle dire nulla di quanto frullava nella sua mente, ma si limitò a prendere il telefono dalla custodia in quella che sembrava finta pelle e, approfittando della perdita dell’erezione in seguito al pensiero sull’amicizia, si alzò. – Faccio un salto in bagno e poi vado.
In realtà, oltre al gabinetto, si fece anche un bidet usando un sapone intimo profumato, e si mise qualche goccia di dopobarba, ma non troppo o sua madre si sarebbe resa conto di quali erano le intenzioni del figlio, sebbene a lui stesso sedurre Sam e portarsela a letto appariva come una pia speranza, qualcosa di simile a vincere la Lotteria Italia senza nemmeno comprare un biglietto.
– Ho le chiavi – annunciò, prima di uscire di casa, come se l’intenzione di restarsene chiuso fuori fino all’arrivo di suo padre, almeno secondo sua madre, potesse essere una possibile scelta di Luca.

***

Mentre camminava lungo le vie di Caregan, con poca gente lungo i marciapiedi per l’ora, continuava a fissare il telefonino di Sam. Non se ne intendeva molto, ma doveva essere l’ultima versione dell’IPhone, almeno a giudicare dal numero di sensori che vantava sulla scocca posteriore attraverso la finestrella dell’orribile custodia. Il piccolo Pokemon rosa sembrava compatirlo, dondolando attaccato ad una cordicella al cellulare mentre Luca fissava lo schermo, chiedendosi cosa celasse la memoria dello smartphone.
Aveva sentito dire che molte star si erano ritrovate il proprio cellulare o il proprio cloud hackerato, scoprendo le proprie foto e video di nudo o peggio (peggio per loro, non certo per chi se le gustava senza indosso le mutande, sogghignò il ragazzo) disponibili per chiunque su Internet. Ora, lui si era sempre chiesto perché qualcuno dovesse farsi delle foto di nudo per poi tenersele nella memoria del telefono o nella propria nuvola, e dubitava che il furto di immagini, soprattutto considerando che avveniva in concomitanza di periodi in cui la popolarità della star era in declino o ne volesse maggiormente, fosse fatto da qualche smanettone dall’altra parte del mondo usando un computer non rintracciabile, ma piuttosto il lavoro del manager per incassare ancora più soldi con lavori più redditizi del proprio cliente. Al contempo, però, era certo che nel piccolo computer che stringeva in una mano fossero presenti foto di Sam, nuda, magari anche video che la vedevano protagonista di qualche azione sessuale con cazzi di plastica. O magari anche veri…
Questa volta, a Luca non importò dell’erezione che aveva cominciato a spingere contro i suoi pantaloni: probabilmente nessuno, incrociandolo lungo la via, l’avrebbe notata mentre camminava, e comunque la sensazione di piacevole euforia che gli provocava si sposava alla perfezione con l’eccitazione causata dal pensiero continuo di Sam.
Contemplò di nuovo l’IPhone, poi lo avvicinò alle narici e inalò profondamente. Sperava di essere deliziato dal profumo della pelle della donna, e magari anche del suo sesso bagnato, ma il suo olfatto venne offeso del vago odore di plastica di scarsa qualità e circuiti elettronici. Deluso, Luca si pentì di aver passato l’infanzia usando il computer solo per perdere il proprio tempo in videogiochi quando avrebbe potuto impiegarlo per imparare a sfruttare l’informatica a suo vantaggio, permettendogli in un momento come quello di bucare i sistemi di sicurezza che la Apple aveva apposto nel suo apparecchio, cercare immagini e video di Sam e spedirli al suo stesso indirizzo e-mail. Il ragazzo si immaginò sdraiato a letto, il cazzo ormai moscio, tanto sporco di seme da imbrattare i peli arricciati dell’inguine, stremato dopo essersi segato su ogni singola immagine di Sam che scorreva sullo schermo del televisore in camera da letto.
Il sorriso che si formò sul volto ebbe quasi le dimensioni dell’erezione nei pantaloni al pensiero di come avrebbe impiegato profittevolmente il pomeriggio, una volta tornato a casa, prima di mettere su qualcosa da cucinare per la cena. Una punta di colpa nacque comunque nel cuore del ragazzo, all’idea che voleva tradire Flavia con sua madre, ma era talmente…
Luca riconobbe il luogo in cui era giunto mentre cercava un termine che esprimesse perfettamente la bellezza peccaminosa e divina di Sam, scoprendo di avere inconsciamente attraversato le strade di Caregan che separavano casa sua da quella di Flavia e sua madre. Non era mai entrato nel condominio, ma anni prima aveva voluto scoprire dove abitasse la ragazza di cui era innamorato, sognando di trovarsi dentro l’appartamento e al corpo di Flavia.
Luca ebbe improvvisamente la sensazione di sentirsi strano, le gambe che sembravano cedergli come se avesse camminato per decine di chilometri invece di aver attraversato una manciata di vie e strade del paese, e il cuore battergli con violenza nel petto. Provò a respirare a fondo, confuso. Un moto di disperazione lo strinse nello scoprire che stava tremando per l’idea di vedere Sam. Ok, era una donna meravigliosa, che avrebbe voluto scopare più di ogni altra cosa, ma… e se avesse fatto una scena da imbecille davanti a lei, impappinandosi mentre le parlava? Se si fosse messo a sudare? O avesse visto la sua erezione che deformava i pantaloni, come avrebbe risposto? Il ragazzo dubitava che una donna vera si comportasse come le protagoniste dei porno, che sembrano avventarsi su qualsiasi cazzo capitasse sotto i loro occhi, anche per una che… beh, sembrava fare quello di lavoro. Probabilmente, proprio il fatto che Sam era una sorta di attrice dell’intrattenimento erotico, avesse una qualche propensione dovuta al suo lavoro a non concedersi a chiunque. Dopotutto, se faceva sesso tutto il giorno…
– Ma che cazzo di ragionamenti sto facendo? – si chiese tra sé e sé il ragazzo, scuotendo la testa e ricordandosi che non stava andando in un bordello o qualcosa di simile, ma da una cliente di sua madre e quella che si poteva considerare un’amica di famiglia, a riportarle un telefonino costoso conciato come quello di una ragazzina di quindici anni. – E poi è la madre di Flavia, coglione. Vuoi scoparti davvero la madre della ragazza di cui sei innamorato? Che figura ci faresti con lei, imbecille?
Fece un altro respiro profondo, con l’illusione che questo potesse schiarirgli le idee, sperando inutilmente che l’immagine di Sam nuda e sudata sotto il suo corpo sparisse dalla sua mente, quindi si voltò, varcò le porte in vetro e alluminio dorato del condominio e fece ingresso per la prima volta nel condominio.
L’androne era un locale di poche pretese lungo una decina di metri su cui si affacciavano un paio di porte a sinistra e altrettante a destra. A differenza del condominio in cui viveva Luca, nessuna portava affisse targhe di uffici ma solo quella che indicava il portinaio, l’ingresso per il garage sotterraneo, un qualche magazzino e la sala caldaie. Il pavimento era coperto da grosse piastrelle ocra, che non aiutavano molto nel migliorare l’illuminazione dell’ambiente, con i finestroni che davano sulla via in ombra per gli altri edifici che bloccavano il sole. Una scala saliva zigzagando in fondo all’androne, accanto ad un ascensore che doveva essere stato all’avanguardia per la tecnologia e l’estetica negli ultimi decenni del secolo precedente, ma che a Luca ispirava un’incomprensibile sfiducia: decise che la scusa dell’esercizio fisico sarebbe stata una buona risposta se qualcuno gli avesse chiesto perché si era fatto otto rampe di scale invece di entrare in un traballante stanzino delle dimensioni di una cabina telefonica.
Nonostante tutto, la cosa non fu così faticosa, sebbene il ragazzo, quando arrivò al quarto piano, sentì un paio di gocce di sudore pizzicargli la pelle sopra la colonna vertebrale mentre correvano verso il solco delle sue chiappe e le gambe si dimostravano ancora più traballanti. Per quanto ammettere di essere fuori forma gli desse fastidio, riconoscere che vedere una donna sul cui pensiero si menava l’uccello fino all’eiaculazione gli causasse un attacco di panico era ben peggio per la sua autostima.
– Devo fare più sport – disse, rendendosi conto che non riusciva minimamente a ingannarsi mentre si avviava lungo il corridoio che sembrava un anfratto buio, quello che in un film o videogioco horror avrebbe celato qualche mostro pronto a ghermirlo.
Il problema fu risolto facilmente quando l’indice destro del ragazzo si appoggiò su un pulsante luminoso accanto a lui sulla parete di una tinta marroncina e dalle tre plafoniere cadde una luce fredda che permise di vedere il corridoio. – Era meglio al buio – pensò il ragazzo, cercando di essere ironico per scacciare la tensione che stava prendendo possesso del suo corpo, notando che era stato usato lo stesso stile dell’androne, ma che qui l’effetto era anche peggiore.
Le porte, una decina, comparivano sia sul lato sinistro che destro del corridoio, ma dovette controllare i nomi sulle targhette di quasi tutte prima di trovare quella che cercava. Il suono del campanello risuonò lontano, come se giungesse da una valle distante, oscura.
Luca non si accorse di avere le mani umide mentre faceva girare il cellulare rosa in quella sinistra. I rumori esterni erano attutiti dal battito del suo cuore e si chiese da dove provenisse lo spiffero di aria gelida che lo faceva rabbrividire. Dopo qualche secondo, che al ragazzo parvero contemporaneamente un’eternità e il battito di ciglia, decise che, fortunatamente, Sam non era in casa: nessuno aveva risposto alla sua chiamata, e sarebbe sembrato strano restare lì, in un edificio che non aveva nulla a che fare con lui, dove nessuno l’aveva mai visto prima. Sam avrebbe capito che aveva dimenticato il suo IPhone a casa loro e sarebbe tornata a prenderlo, magari mentre lui era a scuola e non avrebbe dovuto…
La voce che giunse da oltre la porta parve arrivare da un altro mondo, altroché da una valle distante. Luca fu quasi sicuro di essersi sbagliato, di essersela immaginata, il sangue pompato dal suo cuore nelle orecchie che produceva un rumore che la sua immaginazione aveva…
– Avanti – ripeté la voce femminile.
Il fiato di Luca si bloccò nella sua gola, e forse anche il suo pensiero non ebbe luogo per un istante, come se, invece di un invito ad entrare, avesse udito un ruggito. Le gambe sembrarono scalpitare per lanciarsi giù dalle scale, fuggire fino a nascondersi in casa sua, nella sicurezza delle mura domestiche. “Ho le chiavi?” si chiese, immaginandosi chiuso fuori dal suo appartamento, con Sam che lo raggiungeva e lo ghermiva. Per qualche motivo, il pensiero ebbe l’effetto opposto di dargli un’altra erezione…
Fu quasi un gesto automatico, inculcatogli dalla società e dall’educazione, a prendere possesso della sua mano, invece di quello ben più codardo e salubre dell’istinto di sopravvivenza che cercava di comandare gli arti inferiori. Sotto l’azione delle sue dita, la maniglia si abbassò e la porta d’ingresso dell’appartamento si mosse sui cardini.
– Permesso? – disse, o per lo meno credette di dire Luca, mentre faceva un paio di passi nel salotto.
Per un istante, aveva pensato di trovarci qualcosa come il set di un porno, con mobili di lusso, spazioso, un paio di uomini eccitati che avevano all’aria cazzi di dimensioni mostruose, Sam nuda pronta ad essere scopata. Invece, nulla di tutto questo. I mobili erano di qualità modesta per quanto ben tenuti, con la marea di soprammobili che sembravano essere necessari ad una donna per accettare di vivere in una casa; l’ambiente era piccolo e il tavolo occupava buona parte dello spazio, non c’erano uomini eccitati e Sam, in piedi accanto alla porta che dava sulla cucina, non era affatto nuda, se si considerava lo striminzito tanga e la fascia che le copriva i capezzoli.
Luca non era mai svenuto in vita sua, ma, se fosse stato più cosciente, il senso di vuoto nella testa e di gambe che sembrano perdere la propria capacità di reggersi che provò in quel momento avrebbe compreso che era quanto più si sarebbe avvicinato a tale esperienza. L’unica differenza, probabilmente, l’avrebbe trovata nell’improvviso scalpitare del suo cuore.
Samantha, la donna che il ragazzo aveva immaginato nuda più di qualunque altra e sognato di possedere, escludendo la sua stessa figlia, era appoggiata al telaio della porta, sorridendo senza mostrare i denti ma socchiudendo gli occhi dalle iridi azzurre, come se la cosa la stesse divertendo più di quanto fosse lecito. – Ciao, Luca – disse. – Entra e chiudi la porta, per favore.
Ma Luca non poteva muoversi, il suo universo collassato al corpo della trentottenne davanti a lui. Ne assimilò ogni singolo particolare nella memoria come un’immagine si impressiona su una pellicola fotografica: era alta forse un paio di dita meno di lui, sebbene la massa di capelli rossi, simile alla criniera di un leone, divisa in ciocche di fuoco diligentemente ribelli, la faceva apparire ben più alta; il viso era allungato con il mento a punta, i lineamenti morbidi resi ancora più affascinanti da una galassia di efelidi sulle guance e sul naso, le labbra carnose ma senza essere ridicole come certe che sembravano gonfiate con la canna della bicicletta; il corpo dimostrava quali effetti avesse una frequentazione regolare della palestra ma senza intaccare le curve femminili, che su Sam sembravano trionfare nella loro magnificenza: le gambe erano lunghe e ben tornite, sostenendo un sedere sodo e grosso e una pancia piatta e con una leggera parvenza di addominali, con un gioiello luccicante che cercava goffamente di essere il centro dell’attenzione appeso all’ombelico. Ma quello da cui Luca non riusciva a staccare gli occhi erano i seni, forse anche sostenuti dalle braccia che vi erano crociate sotto, ma comunque gonfi, prorompenti, invitanti e… il ragazzo se ne rese conto improvvisamente, intimidatori.
Quando poi Sam disse qualcosa, divertita, e cominciò ad avvicinarsi, le due grosse, meravigliose, mozzafiato bocce iniziarono a scuotersi. Il ragazzo sentì che ogni scossa delle mammelle era come una stretta al suo cazzo che sembrava dovesse stracciare le mutande. Era come se quella donna lo stesse segando semplicemente muovendo l’aria con il suo seno…
– Mi hai portato il cellulare, che dolce che sei stato, – constatò la donna con una voce fin troppo gentile, avvicinandosi abbastanza perché l’olfatto di Luca ne percepisse il profumo. L’aroma di fica che lui sperava di annusare sull’IPhone s’insinuò silenziosamente prima nel suo naso e poi nella sua coscienza, come una spia che superi segretamente il fronte nemico e cominci ad attaccarne le difese.
Lui parlò per non sembrare un coglione che non aveva mai visto una donna in vita sua. – Ti ho portato il telefono – disse, rendendosi conto con il filo di coscienza che ancora lo teneva legato al mondo che non aveva affatto migliorato la situazione. “Coglione”, pensò…
Sam rise, facendosi ancora più vicina. – Posso offrirti qualcosa? – domandò, poi un seno si appoggiò contro la spalla di Luca, rimasto impietrito, quasi avesse davanti il tirannosauro di Jurassic Park e sperasse che il professor Grant dicesse il vero quando sosteneva che l’immobilità aveva lo stesso effetto dell’invisibilità.
Fu in quel momento, quando il contatto fisico con il corpo di Sam, il suo profumo che lo stordiva, la sensazione meravigliosa del precoito che percorreva l’asta del suo cazzo in erezione e duro come mai prima di allora preparandolo al sesso, il cuore che batteva oltre ogni limite e un calore aveva cominciato a scaldargli le orecchie, che ogni imposizione culturale e sociale che aveva controllato e bloccato Luca crollò e l’istinto presse finalmente il sopravvento.
Purtroppo per entrambi, fu il terrore puro. Facendo un passo indietro e alzando le mani, Luca balbettò velocemente qualcosa che, nella nebbia della paura atavica, dovevano essere scuse sul fatto che dovesse andare subito a casa sua, nella sicurezza del suo appartamento, oltre la protezione di tre giri di chiave nella porta rinforzata, per fare i compiti, poi indietreggiò fuori dall’uscio e finì con le spalle contro la parete del corridoio.
Sam, predatore dalla pelliccia fulva e dal seno assassino, chiuse di qualche passo la distanza con la sua vittima, sorridendo divertita e un po’ delusa. – Dai, vieni dentro – gli disse, facendo un occhiolino. Solo un paio d’ore dopo il ragazzo comprese il doppio senso della frase, ripensando alla mano sinistra della donna che si accarezzava il tanga mentre quella destra si sollevava una tetta, stringendola, e dalla strana fascia faceva la sua comparsa la parte inferiore dell’aureola del capezzolo.
– Io… – disse Luca, o almeno credette di averlo fatto. Un attimo dopo, si scoprì lanciarsi giù dalle scale, volando letteralmente e, per lo meno, non cadendo come un sacco di patate tra uno scalino e l’altro. L’impatto con il pianerottolo, però, sembrò dargli il coraggio per alzare lo sguardo verso l’alto.
Sam lo guardava preoccupata, ma quando notò che non si era fatto nulla sorrise di nuovo. – Capisco che possono sembrare minacciose, – sussurrò, prendendosi le tette e stringendole. Il sorriso si allargò ancora più alla sensazione di pressione, – ma non mordono, te lo posso assicurare. Quando vorrai tornare, saranno tue – aggiunse, lasciandole andare e sollevando la fascia.
In quel momento Luca scoprì che, se i seni gli piacevano, i capezzoli erano puri frammenti di paradiso. Non ebbe modo di distogliere lo sguardo se non quando la donna li coprì di nuovo nell’udire un suono che proveniva dai piani inferiori. Il ragazzo scorse un uomo salire le scale, e quando sollevò di nuovo lo sguardo, Sam si stava ritirando.
Prima di scomparire al pari di una visione, però, aggiunse: – Ci vediamo domani, Luca.
Non era una domanda, capì Luca, e per quanto potesse sembrare una proposta gentile, aveva piuttosto il sapore di un ordine perentorio, al quale un uomo non avrebbe potuto disobbedire se ricevuto da una donna simile.
Il ragazzo fu sconvolto dall’improvviso ritorno alla realtà, all’abbandono improvviso dello stato di lotta o fuga che l’aveva posseduto fino a quel momento. Mentre il flusso di adrenalina scemava nel suo corpo con una velocità simile a quella dell’acqua che scompariva nello scarico del lavandino, lasciandolo con i muscoli svuotati di ogni energia, tremanti, un pensiero affiorò nella sua mente, riecheggiando come la sirena di una nave che annunciasse lo scontro con un iceberg fatto di pura realtà, e cioè che era un imbecille, e che avrebbe potuto fare sesso con la donna che l’attraeva sessualmente più al mondo, e lui se l’era data a gambe.
– Sono un coglione, né più, né meno – si disse, sconvolto in parte per la situazione in cui si era trovato improvvisamente, per come era partito eccitato da casa sua e, man mano che si avvicinava a quella di Sam, la paura aveva preso il posto al desiderio di scopare, al senso di rammarico che stava iniziando a bruciare i suoi occhi e a stringergli la gola.
Scese le scale senza nemmeno vedere dove metteva i piedi, cercando un senso a quanto era appena accaduto e soprattutto a come si era comportato lui. Sì, ammise con sé stesso: cercare soprattutto una scusa per come si era comportato.
Flavia. Lo aveva fatto per Flavia. Lui amava Flavia, e non poteva tradirla con la sua stessa madre. No.
“Ma a Flavia non frega un cazzo di te, sfigato” sibilò una voce nella sua mente, appena dietro i suoi occhi che ardevano nel pensiero che non si sarebbe mai più presentata una situazione come quella. Perché lui non avrebbe mai avuto il coraggio di tornare lassù.
Scacciò la voce dalla sua mente, o almeno ci provò. – Sì, lo faccio per il rispetto che ho verso Flavia – finse di convincersi mentre scendeva l’ultima rampa di scale, tornando nel brutto androne scuro.
E proprio in quel momento vide attraverso le vetrate una moto fermarsi. No, non una moto, ma la moto: la Yamaha yzr blu e nera che un paio di volte alla settimana si fermava davanti alla N. Sandrini, caricava Flavia e la portava via, a quanto pare da qualche parte dove la ragazza si faceva scopare da chissà quanti uomini. Il ragazzo non ebbe difficoltà a riconoscere il passeggero dietro il pilota dai capelli rossi che uscivano dal casco e dallo zaino che aveva in spalla.
Approfittando del momento in cui Flavia scendeva dal mezzo e si toglieva il casco, Luca percorse gli ultimi scalini in un attimo e si infilò nella porta del garage sotterraneo che era aperta, acquattandosi dietro l’uscio, in un angolo buio quanto bastava per permettergli di sbirciare senza rischiare di essere visto. E quello che vide gli spezzò il cuore, per quanto fosse già prossimo a cadere a pezzi: la ragazza di cui era innamorato, la cui madre aveva appena provato a sedurlo e che lui le aveva impedito di farlo per rispetto verso la figlia, stava baciando un tipo che aveva l’espressione di uno spacciatore, ringraziandolo probabilmente per averla scopata come una cagna in mezzo ai suoi amici tossici.
Questa volta sentì davvero il bisogno di piangere, di lasciar sgorgare la delusione che provava dentro la sua anima, lo schifo che aveva vissuto per anni… Ma mentre vedeva Flavia correre lungo l’androne, il suono dei suoi passi riecheggiare lungo le scale, le sue mutandine lorde davanti e dietro della sborra di chissà quanti stronzi, decise che quello sarebbe stato il giorno in cui il vecchio Luca, lo sfigato che si cagava sotto a parlare con una ragazza era morto, e uno nuovo avrebbe preso il suo posto e…
Luca fissò il buio della scala che scendeva nel parcheggio, rendendosi conto che quelle erano solo parole, balle che si era già raccontato e che non avevano portato a nulla che delle illusioni e alla verginità a pochi mesi dalla sua maturità. Aveva bisogno di aiuto, comprese, e poteva chiederlo solo ad una persona.

Continua…

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