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“Eccolo qui il rompicoglioni!”. Restai freddato da quella frase pronunciata da chi pensai essere una mia vicina di casa. Stavo uscendo e passando davanti alla portineria, la vidi che protestava a gran voce con il custode. Passando, ostentai apparente indifferenza, schermato dai miei occhiali da sole.

Sono un apprezzato cantautore di 30 anni che la vita ha voluto gratificare soprattutto negli ultimi tempi con la vittoria all’ultima edizione di un noto festival della canzone italiana. Poche settimane prima avevo acquistato un appartamento in quel condominio ma i lavori per insonorizzare la stanza che avevo deciso di adibire a studio, stavano subendo notevoli ritardi. Un problema per me che amavo comporre le mie canzoni al pianoforte in ore notturne; cosa che comprensibilmente, avrebbe potuto dare fastidio al vicinato immerso nel sonno. Io però dovevo scrivere le mie canzoni o la casa discografica mi avrebbe spellato vivo: conseguenze di certi contratti “capestro”. Sapevo comunque che il disagio sarebbe durato poco. Evidentemente, a nulla era valso il mio avviso di scuse che avevo fatto esporre in portineria. Per quanto mi riguardava, avevo la coscienza abbastanza pulita.

Transitando davanti a quel siparietto di proteste, ebbi modo di osservare l’irascibile condomina. Era una donna sui 40 anni, mora, un viso bellissimo anche da incazzata, fisico perfetto ed un seno assolutamente ragguardevole.

“Guardalo lì l’atteggiato!”, la sentì dire mentre mi stavo guadagnando l’uscita. Feci spallucce e tirai dritto.

La mia giornata trascorse tra interviste e riunioni con il management della mia casa discografica ma non riuscivo a togliermi dalla mente quella mora spettacolare. Declinai i numerosi inviti a cena e dopocena. Non volevo piegarmi alle logiche dello star-system poiché sapevo essere di circostanza, dato il momento felice che stavo vivendo ma che sarebbe potuto non durare. Volevo stare con i piedi per terra. A fine giornata, ciò che più mi interessava era tornare a godermi la mia nuova casa, rilassarmi cucinando, cenare e poi sedermi al pianoforte per comporre nel silenzio.

Rincasando, feci il terzo grado al custode, chiedendogli chi fosse quella iena travestita da donna. Scoprì essere effettivamente la mia vicina di casa: “Vive sola – disse -. Fa la dirigente in una grande azienda. Una stronza che mi rivolge parola solo quando le serve qualcosa”, sentenziò il custode. “Andiamo bene”., pensai tra me.

Erano circa le 23 quando stavo suonando e la mia attenzione venne distolta dalla tastiera e dal pentagramma, disturbata dal suono insistente del campanello alla mia porta. Mi alzai dallo sgabello malvolentieri ed andai ad aprire. Me la trovai di fronte quella straordinaria e bellissima iena che, senza troppi preamboli mi affrontò dicendo: “Hai finito?!”. Io, con un sorriso beffardo che sfodero ogniqualvolta vengo attaccato, replicai: “No, ho appena cominciato!”. E le risi in faccia. Il mio modo di fare ed il mio tono, irritarono ancor di più la mia interlocutrice che urlò: “Guarda che a me non frega niente di chi sei e che hai vinto il festival! Per me sei solo un cafone che dovrebbe vivere in aperta campagna!”. Restai in silenzio per qualche istante, guardandola rapito dalla sua bellezza. Fosse dipeso da me, me la sarei fatta direttamente sul pianerottolo. “Almeno ti è piaciuta la mia canzone al festival?”, le chiesi sorridendole con l’intenzione di farle abbassare i toni. Una mossa che pare funzionò. “L’ho sentita appena”., rispose lei con tono freddo di sufficienza ma sicuramente più pacato, senza mai togliere gli occhi dai miei. “Se vuoi te la faccio risentire al pianoforte, sempre che tu voglia entrare”, replicai. La mia proposta la spiazzò e palesemente imbarazzata, distogliendo lo sguardo dal mio, decise di varcare la soglia di casa. “Scusa – dissi – non mi sono ancora presentato: io sono…”.. Mi interruppe dicendo: “So chi sei, i giornali li leggo anch’io. Io sono Simona e tu, comunque, per me resti un maleducato”. Aveva rialzato le barricate. “Vorrei dimostrarti che talvolta le apparenze ingannano”, replicai. La feci accomodare sul divano in sala, dove troneggiava il mio pianoforte. “Alcol sì o alcol no?” le chiesi proponendole qualcosa da bere. “Alcol sì, se hai una birra”. Il suo tono era tornato più calmo ma sempre freddo. Andai in cucina, aprì il frigorifero, presi due birre e tornato in sala gliene porsi una. Stavo in piedi di fronte a lei ad osservarla: “bellissima” pensai tra me. Bevve un sorso, si fermò e mi disse: “Oltre che maleducato, sei anche bugiardo… hai detto che mi avresti fatto sentire la tua canzone”. Lo disse con quell’espressione da bambina delusa e indispettita, infinitamente lontana da quella aggressiva dei primi momenti; un’espressione che trovavo adorabile. I suoi occhi da cerbiatta, la sua bocca mi facevano proiettare verso mete paradisiache. “Hai così tanta fretta di tornare a casa? Ok, ti accontento subito”, le dissi. Mi sedetti al pianoforte e cominciai a suonare e cantare il fortunato brano. La canzone raccontava di una donna che, per eccesso di pudore e paura di sbagliare, aveva fatto allontanare colui che avrebbe potuto essere l’uomo della sua vita per poi pentirsene, restando sola con il suo rimpianto. Al termine del brano mi girai verso lei e vidi che due lacrime le stavano solcando il viso: piangeva silenziosa. Sul momento, la reazione di Simona mi destabilizzò. Non mi ero mai trovato in una situazione simile e non sapevo come gestirla. Feci la cosa che mi pareva più giusta. Mi alzai dal pianoforte e mi misi a sedere accanto a lei sul divano. Sono molto espansivo per natura ed avrei voluto rincuorarla con un abbraccio, tale e tanta era la tenerezza che mi faceva. Ritenni però che in assenza della giusta confidenza, sarebbe stato quantomeno inopportuno. Scelsi quindi di prenderle una mano tra le mie e le chiesi con fare comprensivo:“Ehi… che succede?”. “Se il brano non ti piace, non è il caso di arrivare a piangere!”, aggiunsi con ironia per alleggerire l’atmosfera che si era creata. Simona mi guardò abbozzando un mezzo sorriso e tra un singhiozzo e l’altro mi disse: “No, è molto bello… però… però….” e scoppiò a piangere senza alcun freno. Non mi ci volle molto a capire quanto Simona si fosse immedesimata nella protagonista del brano. A quel punto fu più forte di me: mettendole delicatamente la mano sul mento, le sollevai il capo e la feci voltare nella mia direzione. Con le dita le asciugai le lacrime che le segnavano il viso. “Due occhioni belli come i tuoi non meritano di essere rovinati dalle lacrime”, le sussurrai. “Sono ridicola, vero?”, disse Simona singhiozzando. “Sei bella come una dea”, le risposi. Sorrise imbarazzata ed io colsi l’attimo, dandole un lieve bacio sulle labbra, cercando di trasferirle tutta la tenerezza della quale disponevo.

Proprio io, abituato a notti randagie con ragazze delle quali, dopo un’ora dall’averci fatto sesso, non ricordavo neanche il nome. Sconosciute che venivano a letto con me, solo perché ero un cantante famoso per poi vantarsene con le amiche.

Mi sentivo trasportare da un turbinio di emozioni mai provate, non credendole neanche possibili. Non riuscivo a smettere di darle teneri baci sulle labbra che Simona ricambiava. Le effusioni andarono avanti per un tempo che non saprei quantificare. Certo è che la situazione cominciò a produrre in me, reazioni anche fisiche e non solo mentali. Simona mi ispirava sì tenerezza ma la sua bellezza e sensualità erano tutt’altro che irrilevanti. Fu così che le pulsioni dirottarono le mie mani su altre parti del suo corpo; le carezze che fino a quel momento erano state destinate al suo viso ed ai suoi capelli, finirono con l’interessare il seno di Simona. Mi spinsi oltre la sua camicetta, forse troppo stretta poter contenere tutto quel ben di dio sul quale mi sarei soffermato a lungo: prima con le mani e poi con la bocca. Dopo averle sfilato la camicetta e sganciato il reggiseno, prima le mie mani e poi la mia bocca, cominciarono a giocare con i suoi capezzoli che diventavano sempre più duri. I mugolii di Simona erano segnale evidente del suo gradimento. Ne ebbi conferma quando le sue mani cominciarono a toccare il mio petto, scendendo fin dove la mia erezione era ormai impossibile da governare. Simona prese ad accarezzarmi il membro. Prima, toccandolo attraverso la stoffa dei miei pantaloni e poi, una volta sbottonati e liberatolo dai boxer, direttamente su di lui, dando inizio ad una lenta masturbazione. Avevo il cuore in gola, travolto ormai dai sensi ma il meglio doveva ancora arrivare. Ad un certo punto, Simona portò la sua bocca, a brevissima distanza dal mio membro. Stette qualche secondo ad osservarlo con l’espressione compiaciuta di chi si accinge a degustare il piatto preferito. Prese poi a baciarlo e a stuzzicare il glande con colpetti di lingua, sino a farlo sparire tra le labbra.

Sessualmente parlando, non ero certo un “nato ieri” ma le sensazioni che Simona mi stava regalando, non le avevo mai provate. Per quanto difficile fosse, stavo facendo di tutto per far durare quel momento il più possibile, senza farmi fulminare dall’orgasmo.

Il gioco di Simona andò avanti per alcuni minuti; ad un certo punto mi resi conto che era impossibile per me resistere ancora.

Stavo per venire ma non sapevo che reazione avrebbe potuto avere lei se la sua bocca fosse stata riempita dal mio sperma. Con opportuna gentilezza cercai di liberarmi dalla sua meravigliosa morsa ma lei me lo impedì, accogliendo tutto il mio seme sino all’ultima goccia. Ero letteralmente stordito da quanto Simona mi aveva donato. Lei mi guardava sorridendo soddisfatta, leccandosi le labbra con voluttà. Il suo sguardo fisso nei miei occhi chiedeva solo una cosa: sesso.

Continua

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