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Capitolo 2 di 6

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Mi sono addormentata, immagino, verso le quattro di mattina, sebbene il termine “svenuta” potrebbe essere più appropriato. Dopo che Sara ha scoperto che ho visto lei e suo fratello consumare un rapporto sessuale animalesco, sono stata assalita dal terrore; ero convinta che sarebbe accaduta una tragedia, con i due ragazzi che avrebbero fatto irruzione nella mia camera e, nascosta letteralmente sotto le coperte del letto, preda di un rimestio di emozioni contrastanti quanto possono essere la paura e l’eccitazione, il dubbio e la speranza, ero certa che subire lo stesso trattamento della ragazza contro l’albero del giardino sarebbe stato il migliore destino che potessi aspettarmi.
E invece, alle sette, quando l’indifferente sveglia del mio cellulare ha iniziato a trillare, ero ancora distesa sul materasso, illesa, ma stremata dalle emozioni che hanno continuato a flagellarmi anche nelle tre ore di incoscienza. Non posso nascondere che ho lasciato suonare il telefonino per diversi secondi, spaventata come una bambina, convinta che ci fosse qualcuno lì fuori, oltre la protezione delle lenzuola, pronto a ghermirmi. Invece, come scoprii quando presi coraggio e sbirciai oltre il mio nascondiglio di tessuto, non c’era nessuno, e allungai una mano per zittire la suoneria che aveva iniziato a recitare gli impegni di quel giorno: la visita al mulino Cazzaniga, pranzo in una paninoteca, pomeriggio a fare fotografie per le storie di Instagram in riva al lago di Garda.
Se fino al giorno prima ricoprivano, soprattutto un mulino abbandonato in una valle, ben poco interesse, in quel momento mi apparivano come un luogo dove potermi nascondere dalla vendetta dei miei ospiti, o per lo meno dei due figli.
Vorrei non presentarmi a colazione, uscire di qui senza farmi vedere, ma fa parte dell’accordo che ho stretto verbalmente via telefono con la padrona del Vecchio Torchio e… diamine, cosa mi impedisce di fuggire? Forse, solo la paura, che io stessa riconosco insensata, che qualcuno scopra che sono scappata e lo faccia sapere ai miei follower su Instagram e sul mio sito internet. Poi sarebbero loro a fuggire da una travel influencer che non sa fare il suo lavoro.
Alla fine, dopo essermi lavata e vestita, scendo nel salotto dove avevo incontrato il giorno prima la padrona di casa, Sandra, come mi aveva poi rivelato chiamarsi. Sussulto quando la trovo lì, ad aspettarmi, accanto al tavolo. Sorride, ma non è quel sorriso aperto e sincero di una persona felice; mi colpisce il cuore, come se su quelle labbra gravi un dolore che ne impedisce la completa distensione e brucia dietro le iridi azzurre. Improvvisamente, ho la certezza che sia a conoscenza del vizio dei suoi figli e Sara le ha rivelato che li ho scoperti: adesso, ne sono sicura, mi implorerà di non dire nulla a nessuno del loro segreto e forse cercherà di comprare il mio silenzio. Mi sento stringere il petto nell’angoscia per quella povera donna, a cos’è costretta a subire per i suoi due ragazzi…
E invece non ne accenna nemmeno quando la saluto con un entusiasmo smorzato dalle emozioni che stanno turbinando nella mia anima.
– Buongiorno, Nadia. Hai dormito bene? – domanda, forse notando le occhiaie che non sono riuscita a nascondere al meglio con il trucco, o dalla mia espressione sconvolta.
La rassicuro che il letto è comodissimo e che ho dormito come una bambina, sperando che la mia bugia non sia troppo evidente. La donna, invece, sorride, ma ancora sembra che la sua anima sia adombrata da qualcosa, da qualche pensiero che la sconvolge.
– Sono contenta che ti stia piacendo… – commenta, poi aggiunge, con la voce ancora più bassa, quasi a scusarsi: – Io sarò costretta ad assentarmi per qualche giorno da qui. Ti lascio alle cure di Sara…
Ho l’impressione che sia stata sul punto di aggiungere qualcos’altro ma si sia trattenuta all’ultimo istante. Forse, immagino, voleva dire anche “…e di Luca”, ma dopo la litigata della sera precedente, che probabilmente ignora io abbia udito, ha preferito non includerlo tra i miei ospiti. Nonostante ciò io stia pensando, annuisco come se non me ne sia resa conto: la ringrazio e mi permetto di chiederle cosa la porti ad allontanarsi.
Mi pento vedendo il suo umore sfumare maggiormente nel dolore. Sandra mi assicura che non è nulla, ma mi sembra evidente che non lo è affatto.
– Adesso devo andare – mi annuncia con un accento di ansia.
Dopo averla salutata e augurato un “in bocca al lupo”, ignara di cosa stia andando a fare, la vedo uscire dal salotto torturandosi le mani e con lo sguardo pieno di apprensione. Prende una borsetta nera da un mobiletto che non avevo notato, come non avevo notato il fatto che è vestita troppo elegantemente per il lavoro di gestrice di un bed & breakfast. Esce dalla porta da cui sono entrata io il giorno precedente; quando il battente si chiude dietro di lei, vinta dalla curiosità, mi avvicino alla finestra e sbircio fuori, spero meglio di come abbia fatto ieri, e la osservo mentre raggiunge una Mini Cooper rossa con delle strisce bianche sul cofano. Alla guida scorgo Luca, che aspetta che la madre salga a bordo e, mentre questa si sta allacciando la cintura, parte.
Non posso staccare gli occhi dalla carrozzeria tirata a lucido, con delle macchie di luce che scivolano sulle cromature mentre imbocca la curva a qualche decina di metri e scompare oltre un edificio, e solo il rumore prodotto da qualcuno alle mie spalle mi riporta alla realtà. Quando mi volto, per la seconda volta in meno di dodici ore, Sara mi scova mentre sono intenta a spiare da una finestra.
L’imbarazzo mi assale a quel pensiero e al fatto che sa che l’ho vista fare sesso con suo fratello in giardino, ma lei sembra più divertita che altro: indossa un completo da cameriera grigio con il suo tipico grembiule bianco con ricami e regge tra le mani un vassoio in legno su cui sono posti una tazza, una teiera, delle fette di limone e altre tazze che, non mi è difficile immaginare, contengono il resto della mia colazione come l’avevo richiesta il giorno prima.
– Buongiorno, Nadia – mi saluta, gratificandomi con un sorriso che non ha nulla di artefatto. Anzi, i suoi occhi mi sembrano lanciare lampi di desiderio. Già, adesso ricordo che ieri, pochi secondi dopo che ci siamo conosciute, mi ha baciata, e bacia piuttosto bene… Il gelo della preoccupazione che mi ha invaso sembra perdere parte della morsa a causa dell’eccitazione che sta cominciando a scaldare il mio ventre.
Nonostante questo, continuo ad essere imbarazzata per quanto è successo ieri sera e stento a sostenere il suo sguardo, cercando di guardare invece il cibo che sta portando. – Buongiorno a te, Sara – rispondo a bassa voce.
Mi aspetto che la ragazza mi dica qualcosa per la mia attività di guardona, ma non ne fa parola. Appoggia il vassoio sul tavolo e comincia a distribuire le ceramiche fumanti e meno sul piano.
– Posso chiederti… se non è troppo maleducato… cos’ha tua madre? – le chiedo, senza muovermi da dove mi trovo con i piattini e le posate che tintinnano mentre Sara li colloca con movimenti aggraziati sulla tovaglia.
Il sorriso della ragazza non cambia di una virgola. Ha finito di distribuire la colazione: si rimette eretta e stringe al grosso seno il vassoio. – Oh, nulla di che, in realtà. Zia Iva, la sorella maggiore di nostra madre, è stata ricoverata in ospedale d’urgenza per una appendicectomia questa notte. Cose che ormai ti mandano a casa dopo due o tre giorni con un paio di cicatrici appena visibili, ma Sandra ne è terrorizzata perché quando ne hanno fatta una a lei ci sono stati un paio di problemi e adesso teme che anche Iva possa averne – Sara sollevò le spalle come a ridurre tutto ad una sciocchezza. – Adesso nostra madre resterà in ospedale ad accudire la zia fino a quando non la manderanno a casa, e toccherà a me e a mio fratello mandare avanti il bed & breakfast.
Il pensiero che non avrebbero dovuto dannarsi la vita per questo, visto che sembra che io sia l’unica che abbia varcato l’ingresso negli ultimi mesi, mi attraversa la mente ma, quasi a tradimento, Sara salta all’argomento che avrei voluto evitare più di ogni altra cosa al mondo. E se fino ad un istante prima il suo volto mostrava una svagata spensieratezza, ora è raggiante.
– Ieri sera hai visto mio fratello possedermi in giardino, vero? – mi chiede. Sento il mio cuore perdere un colpo e il mio corpo venire assalito dall’adrenalina, pronta a fuggire o a combattere, come dicono gli psicologi quando parlano di risposte automatiche al pericolo. Ma Sara non sta urlando, non mi sta accusando… anzi, sorride, gli occhi le brillano persi nel rivivere con la mente quel momento di passione. – Adoro farmi scopare da lui, essere la sua puttana, lasciare che usi il mio corpo per il suo piacere…
Sono… beh, non lo so… sconvolta? Dovrei essere disgustata da una ragazza che mi racconta di consumare incesti con il fratello che la scopa con violenza contro un albero: è contro natura, è vietato dalla società… ma Sara ne parla come se avesse fatto sesso con una star del cinema che tutte bramano avere nel proprio letto, nemmeno avesse ricevuto il più bel dono della sua vita. La sua voce… la sua voce diventa più profonda, roca, si morde le labbra mentre il fiato si fa più veloce, scuotendo il grosso seno sotto l’uniforme da cameriera.
Ma pensando a Luca che la scopava ieri sera, quel vigore che usava nel possederla, quel grosso cazzo che scivolava nel corpo della sorella… mi ritrovo a stringere le cosce nel tentativo di soddisfare o, per lo meno diminuire, il senso di malessere bagnato che è sorto nel mio inguine e che sta bagnando le mie mutandine appena cambiate.
Poi, se fino a quel momento credevo che avessimo raggiunto il massimo della perversione, Sara mi si avvicina, abbassa il tono della voce, e sussurrando al mio orecchio, mi chiede, il suo fiato caldo che accarezza il mio viso come un amante durante i preliminari: – Vorresti vederci anche questa sera fare sesso?
Mi serve qualche secondo per rendermi conto che ho smesso di respirare dopo quella domanda, impietrita all’idea che qualcuno voglia fare del proprio incesto uno spettacolo privato, qualcosa da condividere con una voyeur. Dovrei pensare a qualcosa, ad una risposta scandalizzata, a dirle che no, è disgustoso, che sì, voglio vederli ancora chiavare come degli animali, che è una psicopatica e che voglio andarmene subito da quel bordello con vista sul Lago di Garda, ma scopro che la mia mente è completamente vuota, nessun pensiero vi alberga, tranne la proiezione della scena della ragazza davanti a me, tenuta con la testa contro un albero, e suo fratello che la possiede con forza. Quasi nemmeno mi accorgo che Sara ha appoggiato una mano sulla mia spalla destra, si è fatta ancora più vicina, un suo seno morbido che preme contro il mio braccio. Forse, l’unica cosa che mi desta è la consapevolezza che qualcosa sta scivolando nei miei pantaloncini, ma l’eccitazione mi stordisce troppo per essere spaventata o cercare di fare resistenza.
La mano sulla mia spalla scivola dietro la mia nuca, spingendomi la testa da un lato mentre le labbra di Sara si appoggiano al mio collo, succhiando come un vampiro le ultime stille di riluttanza che ancora restavano in me, ma invece di uscire sangue dal collo è da un altro punto del mio corpo che inizia a colare un liquido. Un liquido che, in pochi istanti, sono le dita di Sara a bagnare dopo che ha superato anche la barriera dell’elastico delle mutandine e, con un movimento dell’indice e del mignolo, dischiude le mie grandi labbra.
Il profondo respiro che inalo quando il medio e l’anulare scivolano dentro di me mi colmano dell’effluvio di eccitazione che sta riempiendo la stanza, stordendomi ancora più, mentre le due dita della rossa iniziano ad esplorare l’interno della mia fica, facendone fuoriuscire liquido ogni volta che si muovono.
– Sei calda come l’inferno – mi sussurra Sara in un orecchio, smettendo per un attimo di baciarmi il collo. – Voglio scoparti.
Quelle parole, al pari del fiato caldo e dal profumo di vaniglia della ragazza che avvolge il mio viso, riempiono la mia mente di immagini di noi due nude, sdraiate sul mio letto, io sotto e lei sopra, le nostre mani che giocano con i seni dell’altra, le labbra delle nostre fighe bagnate che scivolano le une contro le altre come quelle delle nostre bocche. Quasi a informarmi quanto apprezza quella proposta, la mia vagina inizia a prudere come se solo un paio di dita al suo interno, malmenandola con vigore, possano riportarla al suo stato di quiete.
Sara sembra avere la stessa convinzione e comincia a fottermi con il medio e l’anulare, lentamente, profondamente, con forza: le sue dita si muovono con un impeto che mai nessun maschio aveva osato con me, quasi fossero sempre stati terrorizzati dall’idea di rompermela con la loro irruenza. La ragazza non si fa questi problemi, come se fosse l’unico modo che conoscesse di farsi chiavare…
Con un’irruenza pari alle dita della rossa, emerge nella mia mente il ricordo di Luca che la scopa nel giardino, che la possiede, che la fotte con quella passione animale, implacabile, priva di ogni cortesia… Non ho nemmeno bisogno di immaginare il suo cazzo sprofondare nella femminilità di Sara perché è come se sia dentro di me, la cappella che irrompe tra le pareti della mia figa rovente, bagnata, che spazza via ogni mio pensiero a colpi di inguine, gettandoci al loro posto una sensazione di calore che brucia la mia anima, che mi frastorna, che mi colma del bisogno di godere.
– Sei una gran bella puttanella… – sussurra una voce al mio orecchio, soffiando sul fuoco che mi sta consumando, aumentando le fiamme, – voglio scop…
Poi tutto si interrompe a metà nella tensione che, improvvisamente, blocca Sara, due dita ferme nel mio corpo che mi danno la stessa sensazione di averle in gola, una ragazza che mi palpa il seno, lei che fissa dalla finestra qualcosa. Guardo anch’io: una Mini Cooper rossa con delle strisce bianche sul cofano si ferma davanti al giardino.
Mi ci vuole poco a rendermi conto che l’ho vista poco prima, e Sara, con la voce strozzata, conferma la mia supposizione.
– Cazzo, – esclama, – Luca è già di ritorno!
Quasi stia ravanando nella biscottiera, vietata fuori dagli orari del the mattutino a rischio di gravi castighi, la ragazza estrae la sua mano dalle mie mutandine, bagnando queste e parte del mio addome con il liquido che cola dal mio sesso. Quello che solitamente è un profumo che mi eccita, in quel momento, è un acre odore che mi fa girare la testa e non in un’accezione positiva.
Sara è rossa in volto quanto lo sono i suoi capelli, spaventata, quasi terrorizzata. Ha abbassato lo sguardo e si pulisce le due dita sull’uniforme. Anche i suoi grossi seni sembrano perdere un paio di taglie tanto sembra chiudersi in sé, quasi una foglia insecchita.
La guardo allontanarsi senza una parola quasi correndo come se avesse improvvisamente scoperto che sono infetta. Poi capisco: non vuole farsi vedere in mia compagnia… una compagnia molto intima… da suo fratello che, sebbene la porta del salotto in cui mi trovo sia quella più vicina alla macchina da cui è appena sceso, si dirige lungo il giardino verso un’altra posta altrove nell’edificio.
Mi sento sconvolta. Disgustata e sconvolta. E con quel senso di eccitazione non soddisfatta che mi sta ancora rodendo l’anima mentre mi rendo conto di trovarmi assediata dal desiderio e dall’odio in quel maledetto break & breakfast.

Non ho più consumato la colazione che si trovava sul tavolo. Quando, qualche minuto dopo, durante i quali credo abbia parlato con suo fratello, Sara è tornata a controllare come avevo trovato il cibo, ho inventato una scusa, sostenendo che ero di fretta e non avevo il tempo per mangiare. Lei mi ha rivolto uno sguardo prima confuso, poi qualcosa, simile ad un lampo di comprensione, è passato nei suoi occhi. “Questa sera mi farò… ci faremo perdonare” ha risposto, facendomi l’occhiolino, poi ha sparecchiato.
Quelle parole sono ore che mi perseguitano, girano nella mia testa impedendomi di pensare ad altro: come mi distraggo un attimo, ecco che la mia attenzione viene sviata dal ricordo di Sara e suo fratello che scopano in giardino… Sono dieci minuti che il signor Facchetti, un qualche erede della famiglia che gestiva un secolo prima il molino Cazzaniga, mi illustra la storia della struttura. Ce la sta mettendo tutta, indicandomi ingranaggi in legno rinforzati in ferro, mostrandomi foto e disegni sul funzionamento e illustrandomi i dati della produzione di farina per il consumo locale nei vari anni, ma il suo è uno sforzo inutile, riuscendo io, forse, a prestare attenzione ad un decimo di quello che dice. Ammetto che la cosa avrebbe riscosso ben poco interesse in ogni caso, qualche dato per allungare il brodo del post che vergherò per descrivere il percorso dal paese fino al mulino attraverso il bosco e i campi di grano, ma oggi mi è impossibile trovarne anche solo una briciola e, se ci riesco, dopo pochi istanti svanisce come una scintilla che si spegne mentre vola via nel cielo notturno.
La pagina di appunti sul mio tablet è praticamente vuota quando esco all’esterno e nella cartella delle foto ci sono forse tre o quattro immagini delle stanze con i muri in sasso; non sono nemmeno certa di aver immortalato la pietra da macina… Dovrò scaricarne la foto dal sito internet dell’associazione che cura il mulino se voglio metterla nel mio post.
Devo concentrarmi mentre torno indietro, segnandomi la strada che percorro o non avrò proprio nulla da scrivere per il mio blog per quanto riguarda questo maledetto percorso turistico. Mi ritrovo a controllare più volte la direzione da prendere perché non ricordo il percorso che ho fatto all’andata, nella mente solo la scena di ieri sera che viene proiettata in loop continuo, le scene più rudi che acquistano una vividezza ed un livello di dettagli che, probabilmente, non sono nemmeno esistiti nella realtà.
Raggiungo verso mezzogiorno passato la paninoteca del paese, dove avevo preso appuntamento con il proprietario che, in cambio di una buona recensione, mi offrirà il pranzo. Una cosa che faccio spesso, e che mi permette di risparmiare qualche euro ogni volta, anche se, di solito, quanto mi passano non mi fa certo correre il rischio di un’indigestione. L’uomo, che si chiama Luigi, mi racconta la storia della sua attività, ma anche questa riceve lo stesso trattamento del mulino, soprattutto perché sa essere ancora meno interessante. Ci scambiamo i soliti commenti, le trite e ritrite parole che ormai hanno smesso di avere un qualche senso per me, quindi mi accompagna ad un tavolo dove una cameriera mi porta un panino, quello “speciale della casa”, avvolto in un anonimo tovagliolo di carta. Ringrazio simulando la massima gratitudine e soddisfazione che riesco a inventarmi, scatto qualche foto alla pietanza e mi metto a mangiare.
C’è poca gente nel locale, solo un quarto dei tavoli è occupato da qualche coppietta e c’è solo una famiglia con due bambini che sembrano più interessati a rincorrersi che a consumare il pranzo. Si nota facilmente, almeno per me che ho visitato parecchie paninoteche e simili, che il proprietario ha cercato di far apparire il suo esercizio il meglio possibile con la minore spesa, ma sembra uno di quei bar degli anni ’90, con più metallo inossidabile che legno e un’illuminazione piatta e fredda. Se non fosse per il fatto che mi stanno offrendo il pranzo e che ha davvero bisogno di una certa spinta per non chiudere entro qualche anno, anche se non gli darei più di un “quattro”, mi spingerò verso un voto ben più alto e scriverò una recensione in cui sorvolerò sull’atmosfera poco accogliente e mi soffermerò su quella marea di sciocchezze che allungano un post senza dire nulla di particolare. Spero che il titolare apprezzerà il mio sforzo, anche considerando il panino ben inferiore a quelli che ho mangiato in altre occasioni.
Sono troppo affamata perché il sapore del pasto abbia davvero importanza, e la mia mente continua a non riuscire a focalizzarsi su qualcosa che non sia ciò che mi perseguita da questa mattina. Anzi… non riesco a togliermi dalla testa Sara inginocchiata davanti a Luca, posseduta in bocca senza rispetto.
A quel pensiero, lo stomaco mi si chiude e un prurito che, ormai, non so più se apprezzare o detestare, riprende a farsi sentire tra le gambe. La pessima maionese, roba che si compra a vasetti da un chilo al discount, ne sono certa, mi scivola nella gola come se fosse sborra densa e dal sapore rancido, costringendomi a domandarmi che sapore abbia il seme del ragazzo….
Fisso il mezzo panino che ho in mano, che in questo momento è appetitoso quanto un pezzo di compensato, chiedendomi se anch’io, se avessi un fratello bello quanto Luca, sarei finita con lo scoprire che gusto ha il suo sperma. Ne sarei stata innamorata pure io, al pari di Sara con il suo?
– Ah, cazzo… – sospiro, chiedendomi come farò a consumare tutto quel coso, mentre i due bambini continuano a schiamazzare correndo lungo la sala.

Quel dannato panino sembra un mattone nel mio stomaco, qualcosa di simile a quanto doveva provare l’ufficiale della Nostromo quando lo xenomorfo stava per sfondargli lo sterno per uscire davanti al resto dell’equipaggio, mentre sono sulla spiaggia del lago di Garda a scattare foto al tramonto ormai prossimo. La fotocamera è montata sul treppiedi adagiato sui ciottoli lambiti dalle onde, inquadrando la montagna dietro la quale scomparirà tra pochi minuti il sole e la striscia luminosa che dardeggia sull’acqua; il suono del lago che scivola sulle rocce e si ritira mi sta facendo venire la rabbia, un suono viscido che continua con una ripetitività straziante per i miei nervi.
Ho le mani sui fianchi, il telecomando che si muove tra le mie dita come la moneta di un prestigiatore mentre sbuffo. – Quanto manca, ancora? – domando per l’ennesima volta, lanciando prima un’occhiata al sole che sta per toccare il fianco della montagna, quindi mi volto a guardare di nuovo il bed & breakfast, quasi ad assicurarmi un’altra volta che non sia sfuggito, restando, invece, seminascosto da un paio di alberi, a quasi un chilometro da qui.
Di nuovo mi assicuro che il sole non sia sceso troppo, e di nuovo riaccendo il piccolo display della fotocamera per accertarmi che le impostazioni siano corrette per uno scatto simile. Il filtro degradante è posizionato correttamente, con l’area più scura sul cielo e le montagne mentre quella più trasparente lascia passare i riflessi che si contorcono nei flutti.
Torno a lanciare un’occhiata al Vecchio Torchio, trovandolo ancora adagiato sulla collina, indifferente a me, come un amante che finge di non volermi per far crescere in me un disagio che solo il calore del suo abbracciò può acquietare. Mi serve uno sforzo fisico ma soprattutto di volontà per smettere di distogliere lo sguardo, come se, allontanandolo da lì, potessi vedere gli incubi prendere forma attorno a me e ghermirmi, ma mi rendo conto che non è quello che mi circonda a infondermi dolore, ma è un senso di smarrimento che striscia nel mio petto ad opprimermi. Solo un attimo di lucidità mi permette di fermare la mano che si sta avvicinando al mio inguine di accarezzarmi mentre l’immagine di Luca che possiede in giardino Sara prende forma nella mia mente.
Inspiro a fondo l’aria fresca che proviene dal lago mentre mi accorgo che la luce inizia a diminuire rispetto a qualche minuto prima. Spero non sia una nuvola che si sta ponendo davanti al sole ma, quando mi volto, con mia soddisfazione, scopro che lo stesso, in realtà, ha finalmente deciso di tramontare: una parte si sta ponendo dietro una qualche montagna, creando un bell’effetto di luce e ombra. Controllo un’ultima volta i settaggi della fotocamera, impostando lo scatto a raffica e, cercando, per la prima volta oggi, di mantenere la concentrazione, attendo che il sole sia tramontato per metà.
– Quanto cazzo ci impiega… – sibilo sottovoce, spostando il peso da un piede all’altro, riprendendo a muovere il minuscolo telecomando della fotocamera dallo spazio tra due dita a quello accanto. Guardo a destra continuamente, controllando l’avanzare dell’ombra sul terreno, cercando di non indugiare troppo sull’edificio che sembra essere diventato il centro del mio mondo. – Dai, dai…
Il sole, maledetto, sembra aver rallentato il suo movimento nel cielo al punto tale da dare l’impressione di essersi fermato, come incerto se porre fine a quel giorno e lasciare il suo posto alla sera, quasi faccia apposta per impedirmi di tornare nella mia stanza, accanto alla finestra, a contemplare il giardino…
Cosa staranno facendo Sara e Luca? Staranno preparando la cena, saranno da loro madre e la zia all’ospedale? Staranno pulendo il bed & breakfast? Staranno… L’immagine di loro due, che si recano nella mia camera con la scusa di rifare il letto, come se servissero due persone per sistemare le lenzuola, lei che lo seduce (non che ne abbia bisogno, bella com’è), o magari è lui che seduce lei (che, con il suo magnetismo, credo che nemmeno lui debba sforzarsi troppo), e in un attimo sono nudi, Sara sdraiata, le gambe aperte, il fratello tra le sue gambe, il suo cazzo che sprofonda nella sua fica con forza, rabbioso. “Vuoi sapere cosa farei a quella troia di Nadia, vero, Sara?”, ringhia lui, mettendo le mani attorno al collo della sorella, le tette maestose che sobbalzano ad ogni colpo, le molle del letto che cigolano come se fosse un pubblico che inneggia al suo eroe. “Sì, Luca! Voglio vedere cosa le faresti!”, confessa Sara, entusiasta di scoprirlo sulla propria pelle, la voce che sussulta quanto il materasso, il suo sesso che emette un suono viscido che sembra accompagnare il canto della rete quando il fratello scarica in lei tutto il disprezzo che nutre verso di me.
Un nuovo profondo respiro riempie i miei polmoni, il profumo caldo e umido della sera sostituito prepotentemente dalle vampate stordenti che si sollevano dal mio inguine, i capezzoli che, irrigiditi dall’eccitazione, si premono contro il reggiseno che sembra essere fatto di carta vetrata invece che di tessuto. Le mie cosce si chiudono come se mi scappasse la pipì.
– Luca… – mi sfugge dalle labbra della bocca, mentre, dalle altre, cola desiderio che inzuppa le mutandine. Di nuovo, oggi. Dannazione, mi sembra di soffrire d’ansia tanto mi batte fuori il cuore, come quando, anni prima, in vista delle notti in bianco a studiare per la laurea, mi ero imbottita di caffeina con gli energy drink.
Solo l’ombra che scivola sulla spiaggia mi ricorda cosa ci sono venuta a fare con una fotocamera. La mia coscienza deve quasi spingere via le mie fantasie sessuali che mi stanno riempiendo la testa come ovatta e creare un varco per riprendere il controllo della mia mente; il telecomando che ho in mano sembra un oggetto alieno, il cui funzionamento e scopo sfuggono alla mia conoscenza, e solo dopo qualche istante mi ricordo di sollevare il braccio, puntarlo contro la macchina e tenere premuto il pulsante: gli scatti a raffica prodotti dall’azione ripetuta del diaframma sono appena udibili nella grancassa che il mio cuore impazzito percuote nei timpani.
Non ho mai trovato tanta difficoltà nel demolire quell’impalcatura in alluminio che sorregge la fotocamera, con le dita che sembrano non voler collaborare, come se siano congelate o quando ci si dorme sopra e si blocca l’afflusso del sangue. Quando lo svito, il filtro degradante scivola e cade sulle rocce, rotolando per qualche metro fino a trovare una commensura, fermarsi e ribaltarsi da una parte. Un’imprecazione mi sfugge mentre la raccolgo, la poca luce che danza sui graffi e la polvere sulla plastica semitrasparente. Cerco nella borsa della fotocamera un panno per pulirla, ma dopo un paio di secondi infilo in uno spazio libero il filtro, maledicendolo.
– Fanculo! – sbotto, inalberata, sorpresa dalla mia stessa rabbia.
Tremando, mi alzo in piedi e cerco di rilassarmi, chiudendo gli occhi e lasciando che il vento s’infili tra i miei capelli lunghi e porti via un po’ di tensione. Dopo qualche secondo e lungo respiro, al termine dei quali mi sembra che il mio cuore abbia perso un po’ la veemenza con cui stava cercando di uscirmi dal petto, la tensione dei miei muscoli appena minore rispetto a prima, sebbene non possa dirmi calma.
Finisco di smontare la fotocamera dal cavalletto, la pongo nella borsa dopo aver cercato in ogni tasca dei pantaloni il tappo dell’obiettivo, poi richiudo il treppiede. Mi assicuro di non aver lasciato nulla in giro e nei jeans, quindi prendo tutta l’attrezzatura e mi avvio verso il bed & breakfast.
Sembra quasi che il mio busto non riesca a tenere il passo delle mie gambe, come se siano bambini impazienti di arrivare a destinazione seguiti da un adulto che cerca di mostrare un atteggiamento più tranquillo, mentre attraverso la piccola spiaggia e mi appresto a risalire la scarpata sotto la strada che porta alla mia momentanea abitazione, uno sterrato polveroso circondato da arbusti spinosi.
“Il Vecchio Torchio” è la casa più esterna, una costruzione che può vantare una dimensione maggiore rispetto alle abitazioni accanto, con un aspetto diviso tra una cura per l’estetica semplice ma apprezzabile della casa, e uno più trasandato e vecchio del muro che lo circonda, che custodisce il giardino e che dall’interno è nascosto dalla siepe. Mi è impossibile non supporre che c’è stato un tentativo di migliorare la situazione della costruzione per renderla più appetibile alla clientela, magari apparire più scenografica nelle foto per la pubblicità, ma i soldi non sono stati sufficienti per una completa ristrutturazione.
Il bed & breakfast è uno strano accrocco di desiderio di apparire e realtà ben poco piacevole, un bicchiere di buon vino con il fondo pieno di feccia. Una famiglia che vuole mostrare un sorriso per nascondere un segreto inconfessabile…
“Chissà se la madre è a conoscenza…” non posso evitare di domandarmelo per l’ennesima volta, mentre nella mia anima si sciolgono, uno nell’altro, il disgusto e il desiderio al pensiero di quanto ho visto ieri sera. Solo dopo qualche secondo, quando una spina mi graffia la mano che sorregge la sacca della fotocamera, mi rendo conto che ho perso il contatto con la realtà, smarrita nei miei pensieri al punto tale da uscire dalla carrareccia.

È un bed & breakfast, quindi non è prevista una cena nel prezzo dell’alloggio e, sebbene non paghi perché sono ospite, per mangiare, la sera, devo arrangiarmi comunque. Non avrei ugualmente la faccia tosta di chiedere qualcosa, anche considerando chi è adesso nella struttura. Fortunatamente, come avevo potuto notare quando sono arrivata il giorno precedente e questa stessa mattina, bar, ristoranti e supermercati non mancano in zona, così come un parchetto nei pressi di quest’ultimo: dopo aver lasciato la fotocamera nella mia stanza e aver ricevuto un sorriso che lasciava presagire molto da Sara, che ho incontrato nel salotto, mi sono recata nel supermercato.
Mentre sono in fila per comprare un etto di cotto e un panino, le parole della rossa pettoruta non smettono di risuonare nella mia mente. “Quando torni, dolcezza?”, mi ha chiesto, con una voce che avrebbe fatto venire un uomo nei pantaloni. Ricordo che ho impiegato un attimo a rispondere, confusa dall’eccitazione che aveva causato anche a me: “tra… tra un’ora, credo”. Lei ha annuito, soddisfatta, sorridendo, per poi aggiungere: “alle nove e mezza, torna alla finestra”. L’occhiolino che aveva accompagnato quelle parole aveva avuto lo stesso effetto di una lingua che scivolasse sulle labbra della mia vagina, lasciandomi presagire la promessa di una replica di ieri sera. Avevo sentito i miei glutei contrarsi mentre provavo un forte fastidio davanti.
Non ha aggiunto nulla mentre mi accompagnava fino all’ingresso e, quando mi sono fermata per salutarla, confusa, si è avvicinata al mio volto. Per un attimo ho pensato, temuto, sperato che mi avrebbe baciata di nuovo, ma la sua bocca si è invece fermata accanto al mio orecchio.
“Dopo, non andare a dormire e non chiudere a chiave la porta”.
C’è un certo imbarazzo sul volto del ragazzo, quando, riportandomi alla realtà, mi domanda di nuovo: – Glielo taglio, signorina?
Sbatto le palpebre, confusa, scoprendo di essere davanti al banco della panetteria del supermercato, il cuore che mi batte forte, le mutandine che sono ormai umide. Il panettiere, grembiule bianco sporco di farina e un cappellino strano sul capo, mi guarda con un coltello da pane in una mano e una pagnotta sul piano in plastica davanti a lui.
– Ehm, sì… grazie – dico, cercando di ricordarmi come parlare. Non posso trattenere un paio di occhiate attorno a me, sicura che qualcuno stia ridendo della bionda scema che si perde nei propri pensieri, ma, grazie al cielo, nessuno sembra interessarsi a me.
La sera è ancora calda e il parchetto è pulito. Una panchina senza troppi graffiti scoloriti un po’ appartata vicino ad una pianta è la sede della mia cena, facendo da sedia e da tavolo al contempo. Stappo una Monster ai frutti esotici che frizza sulla mia lingua mentre ne ingollo un sorso prima di addentare il panino con il prosciutto. È stata una giornata sfiancante, e dovrei essere affamata come un lupo, ma il pensiero di quanto sta per accedere mi toglie completamente l’appetito, nemmeno stia per affrontare di nuovo gli esami, o abbia in programma quella sera di perdere di nuovo la verginità. No, mi è bastato una volta, per entrambe le esperienze…
Non riesco a gustare il cibo e la bevanda sembra acqua, nonostante sia la mia preferita; non è stata la cena migliore della mia vita, ma in questo momento mi sembra davvero solo della materia nel mio stomaco per non lasciarlo vuoto: ho da credere che se avessi mangiato segatura la cosa non sarebbe stata tanto differente. E sembra quasi voler tornare su quando, conclusa la consumazione, accartoccio i sacchetti del pane e del prosciutto, mettendoli in quello di plastica con il logo del supermercato e gettando tutto nel cestino della spazzatura. Per qualche motivo, se questo pomeriggio non potevo aspettare di tornare a “Il Vecchio Torchio”, adesso l’idea di rimetterci piede mi spaventa.
Ma non posso nemmeno dormire nel parchetto, sopra una panchina, mi dico alzandomi e avviandomi verso il bed & breakfast.

Continua…

Per contattarmi, critiche, lasciarmi un saluto o richiedere il racconto in PDF, scrivete a william.kasanova@hotmail.com

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