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“Penso sempre a te. Quando vado a letto la notte è una specie di tortura per me. Non scriverò su questa pagina ciò che mi riempie la mente, la vera e propria pazzia del desiderio. Ti vedo in cento pose, vergognose, verginali, languide, impudiche. Concediti interamente, tutta, quando ci rivediamo. Tutto ciò che è nascosto agli altri, devi darmelo. Voglio essere signore del tuo corpo e del tuo spirito”.
(James Joyce, scrittore)

“La mente, come il paracadute, funziona solo quando è completamente aperta”.
(Louis Pawels, poeta)

Il silenzio avvolge la casa di Anna. E’ il suo momento preferito della giornata, prima che i bambini e il marito si sveglino e inizino a rompere quell’ordine perfetto. Cammina a piedi nudi sul marmo fresco del corridoio nella zona notte. Il caldo torrido di luglio non ha ancora preso il sopravvento sulla giornata e il fresco della pietra le attraversa il corpo, calmando l’inquietudine che non riesce mai a scrollarsi del tutto di dosso. La donna, capelli corvini, non molto alta ma dal fisico statuario nello splendore dei suoi quarant’anni, assapora la sensazione delle sue cosce sode che sfregano contro la vestaglia di seta nera, sensuale, ma non troppo, per una madre. Si compiace del perfetto ordine della casa, ricordando quanto le costa mantenerlo tale con l’ausilio di una domestica che ogni giorno passa ore a pulire e ordinare il caos generato dai figli e dal marito. Ciò nonostante Anna spende parte del suo poco tempo libero a ottimizzare questo ordine, trova sempre qualcosa fuori posto e non può licenziare l’ennesima superficiale collaboratrice domestica: è già abbastanza difficile trovarne una puntuale e vagamente all’altezza di un tale compito.
Si dirige verso il guardaroba, per prepararsi alla corsa mattutina che vuole tassativamente finire prima che l’alba e gli odiosi rumori del mondo facciano capolino per le strade del quartiere. Mentre osserva il marito dormire profondamente nel loro letto pensa all’ultima volta che hanno fatto sesso, un mese prima. Ha avuto un forte orgasmo, il corpo e i movimenti del marito sono stati perfetti, calcolati, come il resto della sua vita, una partitura perfettamente eseguita, a sua immagine e somiglianza. È così, ogni mese, esattamente come vuole lei.
Prima di raggiungere il guardaroba il suo piede sbatte contro qualcosa a terra. Irritata, raccoglie un pupazzetto della figlia più piccola, sfuggito al suo controllo. Sospira, cercando di trattenere la rabbia. Si chiede perchè non riesca a rilassarsi se non è tutto perfetto. Un tempo non era così, tutt’altro. Era puro istinto, passione e oscillazioni tra entusiasmo, gioia e irrefrenabile tristezza. Ma è solo diventando quello che è oggi che il suo compagno, un tempo più ossessivo di lei, ha ritenuto che fosse pronta a sposarsi e diventare madre. Da quando sono nati i bambini lui è però cambiato,iniziando ad apprezzare il disordine, il calore di una casa pervasa dalla vitalità di bambini che lo hanno cambiato e reso molto più morbido e permissivo di prima. Ma dentro di lei, Anna sa che è stato questo suo cambio di rotta a permettergli di lasciarsi andare, avendo per sé come merce di scambio la famiglia che ha sempre desiderato e contro cui per anni lui ha remato contro o, nel migliore dei casi, temporeggiato.
Il prezzo che Anna ha pagato è stato quello di diventare una maniaca del controllo, autoritaria e infallibile, promossa fino a diventare la top manager della sua azienda, ma lasciando sul campo la spensieratezza di un tempo. Stenta persino a ricordare come fosse prima di questo colpo di coda. Cosa è scattato in lei? Quando? Perchè non lo ricorda? Si sofferma sulle foto incorniciate sul muro del corridoio. L’occhio le cade sulla festosa immagine di gruppo il giorno del suo stesso matrimonio. Vede sé stessa e le amiche che non sente da anni, se non per qualche dimenticabile rimpatriata. In quella foto ha una freschezza e una leggerezza che la rende irriconoscibile a sé stessa. Una fragilità, anche, che la fa sembrare una sconosciuta a sé stessa. Il muro che ha eretto dentro di sé le impedisce di ricordare persino come si sentisse all’epoca. Un’ombra le attraversa il viso. Non capisce perchè. È ora di tornare a letto.
Il giorno dopo, in ufficio, Anna arriva in sala riunioni puntuale e con un completo nero che incute timore ma che non riesce a contenere la sua innata sensualità. I suoi collaboratori la attendono seduti, pronti al suo arrivo mentre li saluta sommariamente, senza degnarli di uno sguardo. Quando inizia a parlare regna un silenzio religioso. Riassume la strategia da presentare al nuovo cliente che sta per raggiungerli in riunione e si raccomanda di non commettere alcun errore nell’esposizione. Bussano alla porta della stanza, il segretario di Anna va ad aprire e fa entrare il cliente. Anna si alza per accoglierlo e nota il fascino algido ma accomodante dell’uomo, sui quarantacinque anni, robusto ma atletico, capelli corti, castani e barba corta e curatissima. Uno sguardo gentile, ma lapidario. Va a stringergli la mano con un sorriso formale e freddo. Lì per lì non lo riconosce, ma appena si sofferma sul suo sguardo ammiccante, rimane spiazzata dal ritrovare una sua vecchia conoscenza, Andrea. Nota che anche l’uomo l’ha riconosciuta.
“Buongiorno. Mi chiedevo quando ci saremmo incontrati.”
Anna rimane per un momento senza fiato. Si sente turbata, ma perchè? Quella voce, così ….familiare.
“Ci conosciamo? Scusami, non riesco a ricordare dove…” – chiede Anna.
“A un congresso a Roma, ricordi? Sarà stato dieci anni fa…è comprensibile che non ricordi…” – l’uomo non le lascia la mano, mettendola profondamente a disagio. I collaboratori di Anna sono distratti dal risolvere un problema tecnico al proiettore della sala riunioni e non fanno caso alla conversazione.
“A Roma….un congresso di …” – Anna si stupisce nel trovarsi ad abbassare il tono di voce e lo sguardo, perdendo tutta la sua fermezza in un momento. Cerca di liberarsi dalla stretta di mano, ma lui stringe quanto basta per impedirlo, mentre la fissa con uno sguardo fermo, privo del timore reverenziale che ha abituato a imporre agli uomini che incontra sul lavoro e nella vita privata. E’ l’unica ragione per cui ha raggiunto la sua posizione per puri meriti, pur essendo una donna bellissima e potenzialmente oggetto di attenzioni inopportune e sessiste.
“Un congresso di farmaceutica. Abbiamo cenato insieme nello stesso hotel, in Piazza Esedra. Avevi un look meno … aggressivo, allora. Vestivi di rosso, se ricordo bene…”
Andrea le si avvicina quel tanto che basta da fare sì che lei possa sentire il suo odore, un odore di cuoio e metallo, che le schiude qualcosa dentro, un ricordo sommerso, di lei in una stanza con qualcosa che le avvolge il collo. Sente il sangue salirle sul volto, un fremito attraversarle il corpo. Un brivido che le fa girare la testa per un momento. Sente qualcosa risvegliarsi dentro di sé, un cedimento, come una piccola crepa su una grande diga di cemento armato.
“Non importa, fa lo stesso. Possiamo iniziare, sediamoci.” – Andrea la invita a sedersi, come se fosse lui il padrone di casa. Normalmente per Anna sarebbe un affronto inaccettabile ma, presa da un momento di smarrimento di cui non coglie il senso, non reagisce, se non eseguendo l’ordine impartito.
Anna gli indica il suo posto al tavolo e ribalta nuovamente i ruoli, “Sì, direi di iniziare. Prego”. Andrea le lancia un’occhiata divertita, come se fosse stupito dal fatto che lei gli dica cosa fare. L’uomo si siede. La riunione prosegue. Mentre i collaboratori di Anna espongono al cliente la strategia, Anna cerca di mantenere il proprio savoir-faire, ma sente ogni suono come ovattato, non è presente mentalmente, cerca di evitare di guardare Andrea, che la ignora, seguendo scrupolosamente le parole del relatore e reagendo in modo puntuale ad esse. Anna ha il cuore in gola, sente che ha iniziato a sudare e si chiede cosa le stia succedendo. Quell’uomo sembra conoscerla e la intimorisce profondamente. E sente sorgere dentro di sé una sensazione di profonda …. eccitazione. E batticuore. Che non provava da tempo immemore.
Al termine della riunione tutti si alzano e, dopo una serie di strette di mano l’uomo si congeda salutando con un cenno del capo Anna, che non ha detto una parola tutto il tempo. I suoi collaboratori la osservano con timore, credendo che non sia soddisfatta dalla loro performance. Lei lascia che lo credano e se ne va con passo pesante verso il proprio ufficio, senza degnarli di una parola. I poveretti si guardano sconsolati chiedendosi dove abbiano sbagliato. Una volta nel suo ufficio, Anna chiude la porta, tira un profondo sospiro, come una preda sfuggita per un pelo a una trappola. Si siede alla sua enorme scrivania di mogano. Fa per aprire un fascicolo appoggiato su di essa, ma il suo sguardo è perso. E’ sudata fradicia, pensa che forse le stia venendo l’influenza o qualche altro malanno. Al pensiero, si tranquillizza.
La sera a casa osserva assente il marito e figli ridere e scherzare a tavolo, mentre non riesce a toccare il cibo nel proprio piatto. La figlia più piccola fa cadere un bicchiere, che si infrange a terra. Silenzio generale. La figlia è pietrificata, attende la reazione dura e rabbiosa della madre, che però non si verifica. Il marito si accorge che qualcosa non va in lei. Le chiede se si senta bene. La voce del marito le arriva come da una terra remota. Anna sbatte ripetutamente le palpebre, cercando di tornare in sè. Guarda il marito, sembra quasi uno sconosciuto tutto d’un tratto. Si alza, facendo cadere il tovagliolo.
“Non mi sento molto bene, mi stendo un attimo. Non vi preoccupate, continuate senza di me”.
Il marito è visibilmente in apprensione: “Cosa ti senti, lascia che ti misuri la temperat…”
“Proseguite senza di me” – Anna lo gela con lo sguardo e un gesto della mano che lo trattiene sulla sieda. Una volta rientrato nei ranghi, Anna volta le spalle alla famiglia e va in camera da letto.
Mentre è stesa sul letto, con addosso una comoda tuta blu ghiaccio di marca, Anna sente di nuovo il cuore in gola. Una sensazione le attanaglia lo stomaco. Si tasta le guance, scottano. Mette una mano sullo stomaco, un’emozione fortissima si espande per tutto il corpo. Chiude gli occhi. Per un attimo riappare il ricordo di prima: una stanza d’albergo, luci soffuse, lo stesso respiro affannato, qualcosa le tira il collo. Ma non sente paura. Sente una profonda, abissale eccitazione. Senza accorgersene la mano le si sposta dallo stomaco dentro i pantaloni della tuta. Continua facendosi strada sotto gli slip. Le dita iniziano ad accarezzare il clitoride. Sente un piacere infondere l’intero organismo. Trattiene un gemito di piacere. Confusa, non riesce più a pensare. L’idea del suono dello strattone di qualcosa che le tira il collo in quella stanza d’albergo, seguito da un suono metallico e da un suo gemito di piacere, le fa spingere le dita senza più esitazione all’interno della vagina. Non si toccava da mesi. In questo modo, da anni. Si sente bagnata fradicia come mai le è accaduto prima. Cosa le è accaduto in quella stanza d’albergo. Ma dov’era? Con chi? Lo sta immaginando? Continua a muovere la mano. Il piacere aumenta, un gemito si fa strada tra un respiro e l’altro. Il suo corpo, rigido e teso, inizia a rilassarsi, sciogliersi. L’estasi dell’orgasmo raggiunge quasi l’apice, la sua bocca si spalanca. Ricorda di averla aperta anche nel ricordo, la stessa bocca dove un dito maschile si insinua e viene accolto da un comitato di benvenuto composto da lingua, saliva e un respiro caldo e denso come un vento d’agosto. La lingua esce dalla cavità orale, pronta ad accogliere quelle dita, come un dono. Anna sta per esplodere in un potente orgasmo, forte come mai prima.
“Non ancora”, una voce, maschile e fredda, si fa strada nella sua testa, si impone nell’amplesso, al suo apice. Viene dal ricordo, dalla sua fantasia.
“Ho detto: non ancora”. La mano di lei esita, si ferma, un istante prima che Anna possa venire. Il suo respiro si arresta. Il gemito si strozza, il piacere viene troncato, dolorosamente. La mano esce dal suo sesso, dagli slip. Anna non riesce a continuare. Qualcosa al di fuori del suo controllo l’ha fermata. Rimane sospesa, senza poter respirare, inerme. Non ancora. Presto si accorge di aver trattenuto il respiro a lungo, deve espirare per non svenire. E così tornano i suoni della casa, la penombra del suo letto matrimoniale e la donna si risveglia impetuosamente dalla trance, stordita, disorientata, inebriata di piacere, incapace per un attimo di capire dove si trovi, chi sia lei stessa. Presto riprende coscienza di sè. Il corpo si irrigidisce nuovamente, si stropiccia gli occhi. Si sente la fronte. Deve avere la febbre. Meglio andare a dormire e recuperare le forze. Meglio non pensarci più. Meglio così.
La mattina dopo Anna è in ascensore, nel palazzo dove si trova la sua azienda. Ha l’aria stanca, i capelli non sono perfetti come al solito. Ha le occhiaie. L’aria sbattuta, turbata. Indossa il suo tailleur. Fa un bel respiro e si fa forza, mentre altri manager e impiegati entrano ed escono dall’ascensore, salendo di piano in piano.
A metà strada la porta dell’ascensore si apre ed entra Andrea, in un irresistibile completo scuro, l’uomo che il giorno prima le ha confuso tanto le idee. Anna trasale non appena si trova da sola con lui, in uno spazio così piccolo. Si sforza di salutarlo con fredda cordialità. Lui fa lo stesso. In silenzio proseguono il viaggio uno accanto all’altro. L’odore dell’uomo raggiunge le narici di Anna che perde la sua imperturbabilità e ne rimane come tramortita per il sussulto di piacere che le provoca istantaneamente. Sente inumidirsi immediatamente tra le gambe. Non ancora, ho detto. Le sue stesse reazioni la sconvolgono. Ma perchè è così attratta da quest’uomo? Ne ha conosciuti di più belli e affascinanti e non l’hanno mai fatta sentire così: senza difese.
“Ti vedo sbattuta oggi, Anna” le dice Andrea lanciandole un’occhiata ironica “Hai dormito male?”
Anna, infastidita dalla disinvoltura di questo sconosciuto, osserva il display con i numeri dei piani che scorrono, come a rallentatore. Si fa forza e gli risponde per le rime: “Mi pare che lei si stia prendendo un pò troppa confidenza, Andrea. Sto benissimo, pensiamo a lavorare per il suo progetto, piuttosto. Oggi abbiamo molto da fare, a riguardo”.
“Ora che mi dai del lei inizio a riconoscerti. Per un attimo ieri quasi non mi sembravi più la mia Anna” – Il tono di Andrea si fa più severo, si rivolge a lei senza degnarla di uno sguardo.
Anna non crede alle sue orecchie, arrossisce di rabbia e imbarazzo e si volta verso di lui, furibonda: “Come ti permetti a parlarmi così? Pensi che essere un cliente ti autorizzi a rivolgerti a me in questo modo?! Forse è meglio che lasciamo perdere questo progetto! non mi piace che piega sta prendendo la cosa e ringrazia che non ti denuncio per molest…”
“Ma davvero non ricordi?” – La ferma Andrea senza alcun timore, voltandosi verso di lei e gelandola con lo sguardo. “Se tu ricordassi, mi pregheresti di dirti la parola che ti ha reso quello che sei oggi e che può farti tornare quella che eri dieci anni fa”.
Anna ha la sensazione che l’ascensore si muova ancora più lentamente, quasi a rallentatore, vorrebbe solo arrivare a destinazione, ma è bloccata là dentro, con lui, in questo incubo. Anna è confusa e irritata, a questo punto. Non capisce di cosa parli. Ha paura. Raccoglie le forze, riprende tutta la sua riottosa freddezza e gli risponde: “Ma cosa farnetichi? Devi essere un completo idiota, evidentemente”.
Andrea si irrigidisce per l’offesa e si avvicina con gli occhi gelidi di ira a pochi centimetri dal viso di Anna, costringendola, pur di non farsi toccare dall’uomo, ad appiattirsi alla parete dell’ascensore: “Anna, forse è ora che ti ricordi quale sia il tuo posto.”
“Levati di dosso, pezzo di merd…” – Gli grida Anna in faccia, senza più alcuna paura, solo la voglia di liberarsi di quel maschio tossico e violento.
“Libellula” , questa è la parola che Andrea le sussurra nell’orecchio, con una fermezza venata di romanticismo.
Anna, che sta per spingerlo lontano da lei, rimane stordita da quella combinazioei di suoni. La vista le si appanna per un momento. Chiude gli occhi. Il respiro si ferma. L’ascensore non c’è più. Vede come in una sequenza di flash una serie di ricordi rapidissimi che riprendono il posto nella cronologia del suo passato. Frammenti di immagini di stanze d’albergo, collari e oggetti di pelle, orgasmi incontrollabili, l’odore di Andrea, Andrea sopra di lei, lei in ginocchio al suo cospetto, la bocca aperta, il dito di lui che viene accolto nella sua bocca come il regalo più grande mai ricevuto da Anna mentre lui la tiene per il collare, come se fosse una cosa. Una cosa sua. Lei, nuda, con l’elegante collare di pelle a fasciarla, che viene tirato verso di lui con una catena attaccata a un anello. La crepa sulla diga dentro di lei è più grande ora, la parete di cemento armato sta cedendo sotto il peso dell’onda dei ricordi e delle sensazioni. E non prova più nessuna paura, nessun disagio. Solo una sensazione di totale, immenso sprofondare in sé. E un’inspiegabile, immensa gratitudine.
Il campanello dell’ascensore annuncia che sono arrivati all’ultimo piano.
“Adesso ricomponiti. E andiamo” le dice Andrea tranquillamente mentre esce dal vano ascensore. Anna riapre gli occhi appena Andrea la richiama a sè, lasciandola sola, atterrita, sudata contro il muro dell’ascensore, a malapena in grado di reggersi in piedi e sopraffatta da un treno di ricordi che non sapeva nemmeno che le appartenessero. Libellula. Questa parola si fa strada nella sua psiche come un lubrificante che riattiva gli ingranaggi di un motore spento da molti anni. Anna sente il piacere crescere nel suo ventre scemare. Non ancora. Torna a respirare, il corpo non è più rigido, sente un sollievo che non prova da una vita, un senso di appartenenza che la sconvolge, avvolge e travolge. Tuttavia riesce a ritrovare sufficiente lucidità da ridarsi un contegno e uscire a sua volta dall’ascensore.
Una volta in ufficio i collaboratori di Anna la accolgono con riverenza, ancora atterriti dalla sua reazione incomprensibile del giorno prima. Anna riassume la posa della virago che tutti conoscono e impartisce ordini al suo staff, rinfrancato dalla mancanza di risentimento nella sua voce. Andrea li aspetta fuori dalla sala riunione ma, prima che tutti entrino, chiede di potersi confrontare da solo con Anna per qualche minuto, prima di iniziare la plenaria. Anna scorge uno sguardo di sfida in Andrea e, impossibilitata a mostrare debolezze con il suo staff, acconsente alla richiesta. Anna ed Andrea entrano in sala riunione e lui chiude la porta. Anna si sente di nuovo sopraffatta.
Andrea si posiziona di fronte a lei, che tiene la testa bassa e non riesce a guardarlo negli occhi. Si sente impotente. Ma perchè non riesce a reagire? Perchè ha permesso che la chiudesse nella stanza con lui?
“Non abbiamo finito. Guardami, Anna” – le ordina Andrea fissandola con aria ferma e amorevole. Lei evita il suo sguardo, come meglio può.
“Per favore, no. Lasciami stare. Non so cosa mi succede, lasciami andar…”
Senza sfiorarla, lui ripete: “Guardami. Adesso.”
Anna, come incapace di opporsi, alza la testa e lo guarda negli occhi. Sprofonda nel suo sguardo, che riconosce pienamente e nel quale si riconosce. Non oppone più resistenza, proprio lei, che non si fa mai dire dagli altri cosa deve fare. Non riesce a non provare una sensazione che aveva dimenticato nel poter ricambiare il suo sguardo: gratitudine. “Ti prego, Andrea. Non posso. Ho una famiglia. Non posso, davvero. Non ti conosco. Io…”.
“Silenzio”, la zittisce Andrea.
Anna non riesce più a parlare. Ma questo non la fa sentire oppressa ma, stranamente, sollevata, protetta. Il respiro teso si allenta, si lascia guardare, abbassando le sue resistenze, poco a poco.
“Ora che non sei più tesa come una corda di violino e sei tornata da me, lo vedo chiaramente: sei ancora più bella di quanto ricordassi. Ti sono mancato, vero? Lo vedo dai tuoi occhi. Tu mi sei mancata. Molto”.
Anna esita a rispondere, sommersa dalle emozioni che le riempiono il petto, gli occhi, la mente, il ventre. Ma adesso lo riconosce. E lo divora con gli occhi dopo tanti anni di astinenza inconsapevole.
“Ti ho fatto una domanda” la ammonisce Andrea.
Anna fa un lungo respiro per ritrovare la sua voce, sepolta nei meandri di un silenzio che le era mancato. Fa di tutto per te opporre un’ultima, vana resistenza. Ma le sensazioni che prima erano accavallate l’una sull’altra ora sono divenute un luminoso tutt’uno, terso, cristallino. Ogni dubbio si è sciolto e dalla sua bocca escono due lettere che, da quel momento, fanno come scattare in lei un interruttore.
“Sì”.
Andrea non è affatto soddisfatto dalla risposta. “Sì, cosa, Anna?”.
Anna dapprima non capisce cosa intenda. Poi ricorda.
“Sì…. signore.”
Nel momento stesso in cui queste parole escono dalla sua bocca, Anna sente crollare il muro dentro di sè, un muro già crepato dagli eventi delle ultime ore. Una barriera che ha retto finchè ha potuto. Una barriera che non è stata lei ad erigere. E che non è stata lei a far cadere. E la sensazione che la attraversa da capo a piedi, mentre il suo sguardo si perde in quello che ricorda essere nient’altro che il suo padrone è una sola e inconfondibile: beatitudine.
“Puó bastare per adesso. Puoi chiamare gli altri” – le ordina Andrea, mentre le volta le spalle di nuovo e va a sedersi al tavolo.
Anna è scossa e spaventata dalla marea di emozioni che l’ha travolta. Una lacrima le attraversa il viso. E’ una lacrima di commozione. Questo la spaventa e la riporta a una graduale razionalità. Si costringe a indossare la sua vecchia maschera da donna inflessibile finchè non potrà tornare a casa e capire cosa le sta accadendo. La riunione si svolge normalmente mentre Anna interpreta il suo ruolo di manager in modo convincente mentre Andrea la osserva compiaciuto da questa sua veste per lui inedita, che sembra quasi inorgoglirlo.
Anna è chiusa nel bagno di casa sua, seduta sul water, mentre sente i bambini litigare mentre il marito li sta mettendo a letto. I lunghi capelli corvini della donna hanno assunto una forma meno simmetrica, più selvaggia e meno curata. Il volto è più roseo e rilassato della Anna gelida e tesa che abbiamo conosciuto all’inizio di questa storia. Ma nel suo sguardo lo smarrimento lascia gradualmente il posto a una rabbia crescente, feroce. Non ci casca. Non ci crede. Ipnotizzata, lei? Manipolata, lei? Non lei. Lei no!
Poco dopo il marito esce dalla stanza dei bambini e si dirige sonnolento nella zona giorno della casa, chiamando la moglie. Trova un biglietto sul piano cucina da parte di Anna che spiega che è dovuta uscire per una questione di lavoro urgente. L’uomo non nota che dal ceppo accanto al biglietto uno degli alloggi del porta-coltelli è vuoto.
Anna è in auto, fuori di sè dalla rabbia. Controlla sul proprio telefono il messaggio che Andrea le ha scritto con il suo indirizzo dopo che lei he preteso di incontrarlo per chiarire la situazione tra di loro una volta per tutte. Sul sedile posteriore dell’auto vediamo un grosso coltello da cucina basculare per il movimento dell’auto che corre a tutta velocità.
Anna è sotto il portone di un palazzo, tesa ma determinata a chiudere i conti con Andrea, a costo di minacciarlo. Sale in ascensore, dove si sente piccola piccola, ma mantiene la forza e la rigidità che l’ha contraddistinta per molti anni.
Arrivata alla porta della casa di Andrea la trova aperta. Entra senza esitazione.
“Sono in cucina. Arrivo tra un attimo, Anna. Accomodati pure.” le comunica Andrea.
Anna, disorientata, osserva l’ambiente. Un grande appartamento dove vive un uomo da solo. Con pochissimi oggetti di design di grande gusto e valore. Un ambiente di un minimalismo estremo caratterizzato da un ordine maniacale che le ricorda in modo inquietante la propria stessa casa. Anna, tesa come una corda di violino, nasconde il manico del coltello che spunta dalla sua borsetta. Andrea si affaccia nel salone in camicia e pantaloni, con dei calici di vino in mano, sprigionando fascino e sicurezza. Le sorride, la studia attentamente.
“Grazie di essere venuta. Mi hai reso molto felice. Davvero” – Le dice con dolcezza Andrea.
Anna ha addosso un trench chiuso e si rende conto di essere uscita come una furia con addosso solo la sua vestaglia nera di seta. Non ha le calze e indossa delle eleganti e sensuali scarpe Nero Giardini.
“Andrea, non so cosa mi hai fatto, ma non farti strane idee. Non sono più una ragazzina senza arte nè parte, adesso sono io che comando nella mia vita e anche se avevo rimosso tutto quello che c’è stato con te non ne voglio più sapere niente, sono stata chiara?”
Andrea, serenamente, si avvicina a lei con un calice di vino bianco e glielo porge: “Sapevo che avresti sprigionato tutto il tuo potenziale in questi anni. Ma è ora che ricordi a chi appartieni, tesoro mio.”
Anna arretra per non farlo avvicinare troppo e tira fuori il coltello dalla borsa. Lo punta contro di lui ringhiandogli addosso: “stammi lontano, pezzo di merda. Ora ricordo cosa mia hai fatto: mi hai ipnotizzato, dieci anni fa. Non ho mai voluto sottomettermi a te. Con quella parola, mi ha riattivato tutta quella merda. Ma stavolta non ci casco. Non è più un mondo per mostri come te quello in cui viviamo. Quanto è vero iddio ti pianto questo nel petto prima che tu cerchi di fottermi il cervello un’altra volta!”
Andrea si avvicina al coltello. Porge il suo collo alla lama, a pochi millimetri da essa. Sorridendo.
“Se è questo quello che vuoi, a me sta bene. Ma sai che non si tratta di questo”. Si avvicina, rischiando di tagliarsi. Anna, intimorita, ritira gradualmente la mano, finchè lui non a pochi centimetri dalla sua faccia. Il pensiero che lui si possa fare del male la fa ritrarre istantaneamente.
“Non c’è mai stata nessuna ipnosi. Te l’ho fatto credere per lasciarti andare e vivere la tua vita in questi anni. Creare la tua famiglia, la tua carriera. Non ho mai voluto che il meglio per te. Non mi aspettavo di rivederti. Ma non posso sopportare di vederti così bloccata e chiusa in te. Voglio risvegliarti. Se c’è stata un’ipnosi, è stata quella che hai imposto su te stessa. Non aver paura di tornare a quella parte di te. Sei pronta”.
Lei non riesce a colpirlo. Lui appoggia i calici di vino sul mobile vicino, prende il coltello dalla mano di lei, che non si oppone. Sente dentro di sè che Andrea ha ragione. Quel sollievo, le mancava. Dio, come le mancava. Non vuole più farne a meno, di nuovo.
“Non hai mai smesso di essere mia. E io di essere tuo. Semplicemente adesso hai anche tutto il resto di ciò che desideravi. Che non riuscivi a costruire quando eri più giovane. Ma ora sei pronta a tornare da me, quando ne avrai bisogno.”
Anna si è persa di nuovo nel suo sguardo. Sente crescere dentro di lei di nuovo la stessa beatitudine di prima. Una vampata di amore, di abbandono totale. Il cuore cede e si porta dietro tutto il resto. Non riesce a farne a meno.
Lui le mette il coltello sulla gola. Ma Anna non prova alcuna paura, tra le braccia di quell’uomo.
“Non potrei mai farti del male, lo sai, vero?”
Anna esita. Poi lascia che dalla sua gola le sgorgano le parole che sente nel profondo del cuore.
“Sì, signore”.
“Vuoi essere di nuovo mia, Anna?”
“Sì, Signore”.
Andrea abbassa il coltello. Lo appoggia sul tavolino. Le prende il viso con la mano, come una coppa. Anna chiude gli occhi al suo tocco. Andrea appoggia le labbra alle sue, che si schiudono come uno scrigno. Le due bocche si fondono e il corpo di Anna si rilassa profondamente e si lascia amare di un amore profondo come il silenzio.
“Spogliati”.
“Sì, mio signore” – Anna si slaccia lentamente il trench, ubbidiente, senza esitazione e senza smettere di cadere negli occhi di lui. Ha smesso di resistere. Non vuole abbandonare quella sensazione di liberazione che le toglie di dosso il peso che si porta addosso da tanti, troppi anni. Ora sente che è lui a tenerla, a muoverla, ha messo nelle sue mani tutta sé stessa. Di nuovo. E non esiste sensazione più bella che abbia mai provato prima. Anna lascia cadere il trench a terra, rimanendo in vestaglia. Si lascia guardare con desiderio dagli unici occhi che abbiano mai contato per lei. Quegli occhi sono il solo specchio che non deformi la sua immagine.
Poi si sfila prima una spallina della vestaglia e poi l’altra, lasciando cadere anch’essa. Rimanendo completamente nuda, alla completa mercè dello sconosciuto in cui ha riconosciuto il suo padrone.
“Ora inginocchiati”
“Sì, signore”
Anna lo guarda con una devozione pura e lieve come aria di alta montagna. Del muro dentro di lei non rimangono che macerie in una vasta prateria. Anna sorride, piena di gratitudine e col cuore leggero come una piuma. Tutta la paura, la rabbia, la confusione si è dissolta. Per ciascuno di quegli istanti, non sarà più lei a dover scegliere. Lo farà lui, adesso. Si genuflette e lo guarda dal basso verso l’alto, tranquilla, adorante, in attesa di istruzioni.
Andrea le accarezza una guancia, i capelli. Lei gode ogni momento, senza pensieri, nella pura ebbrezza. Lascia che un gemito le esca dalle narici. Sente di essere bagnata fino al midollo. Pronta per il suo signore, che la guarda dritto negli occhi e annuisce. autorizzandola a procedere.
Anna sorride di gioia, immemore di ciò che è stata negli ultimi dieci anni. Nel suo volto, una gioia sconfinata. Come una bambina che scarta un regalo sotto l’albero, Anna lentamente scioglie la fibbia dei pantaloni dell’uomo. Sente la pelle della cintura scorrere tra le sue dita come corteccia fresca. Slaccia il bottone dei pantaloni. Accarezza la patta gonfia e dura, pregustando il dono che la attende. Le sue labbra sono umide come più non potrebbero, ma vi passa sopra la lingua, perché siano fresche e lucide. Anna abbassa la cerniera. Il suono le sembra l’overture di una sinfonia. Solleva l’elastico degli slip neri e li abbassa quanto basta per lasciare uscire il membro eretto, poderoso e lungo dell’uomo a cui appartiene. Ai suoi occhi è bellissimo. Un obelisco finemente costruito. Un sorriso le attraversa il viso. La sua mente è sgombra di pensieri, le sensazioni fluiscono in lei senza ostacoli, sensi di colpa, remore di alcun genere.
La mano dell’uomo le passa le dita teneramente tra i suoi capelli folti e lunghi, mentre osserva la sua ritrovata schiava godersi ogni istante di questo rituale. Dall’alto la vede prendere con una mano il suo membro pulsante e avvicinarvi la bocca. Prima di procedere alza lo sguardo verso di lui, adorante, in attesa di un cenno per poter andare avanti. L’uomo annuisce impercettibilmente, dopo essersi preso un lungo tempo per ammirare la bellezza sconfinata della donna straordinaria che gli ha fatto il dono di abbandonarsi a lei, ancora una volta.
Anna sorride con gli occhi, lascia che la sua lingua raggiunga la base del glande e scorra su fino in cima, mentre questo si gonfia sempre di più. La donna riporta lo sguardo sul pene dell’uomo, lo accarezza dolcemente, lascia che la lingua inumidisca l’asta da una parte e dall’altra. Lo assapora, lascia che il membro le accarezzi l’intercapedine tra gli occhi e il naso, come un cucciolo che fa le fusa. Poi la passione e l’eccitazione la spinge a mordicchiare la carne dura e venosa, gemendo di un piacere antico ritrovato dopo un lungo sonno. L’uomo cerca di contenere il piacere che Anna gli sta dando. Per liberarla ulteriormente da ogni forma di volontà e permetterle di provare un piacere di totale abbandono le raccoglie i capelli in una coda, le tira indietro la testa allontanandola dal suo pene. Anna non oppone la minima resistenza, la testa è leggera, è mossa dalla mano di lui come in una danza. Apre la bocca. Andrea le mette il membro al suo interno e la donna inizia a riempirsi la cavità fino in fondo, sentendo scorrere la carne tre le sue pareti orali e godendo come se fosse tra le sue gambe, come se fosse il vero nutrimento che da troppo attendeva, assaporando un sapore familiare che ora ricorda nei minimi particolari.
“Brava, ragazza. Continua così, hai ancora il tuo tocco magico”.
Anna tiene il pene di Andrea con entrambe le mani e succhia il corposo glande come se stesse succhiando un’enorme lingua che le accarezza il palato. Si sfila per un momento per riprendere fiato e guardare il suo padrone negli occhi con immensa gratitudine: “Grazie, Signore. E’ meraviglioso averti dentro di me di nuovo. Non so come ho potuto dimenticarti. Perdonami”.
“Non devi scusarti. Sei tornata appena ti ho cercata di nuovo. E adesso sei ancora più forte e donna di prima. Sono fiero di te. ”
“Grazie, signore. Farò tutto quello che mi chiedi, da adesso in poi”.
“Lo so, Anna. Lo so.”
“Posso toccarmi, adesso? Credo che impazzirò se non lo faccio. Sto esplodendo di desiderio”.
Andrea pondera sulla richiesta della sua serva. La lascia sulle spine per un tempo interminabile. Anna attende, al limite della sopportazione.
Poi Andrea acconsente, allentando la presa sui capelli.
La mano di Anna si precipita dentro le sue mutandine e inizia a toccarsi il clitoride. Entra ed esce dalla vagina. Anna geme sempre più forte, come se avesse stappato una bottiglia di champagne agitata per ore. Inizia a gridare dal piacere che la travolge come uno tsunami, mentre con l’altra mano non smette di far godere il suo padrone, che la osserva estasiato. Quando il piacere si stabilizza per un momento, Anna si avventa sul cazzo di Andrea e gli chiede “Scopami la bocca, padrone. Ti supplico!”.
Andrea le prende i capelli di nuovo e inizia a pomparle in bocca il suo pene, gonfio come non mai. Mentre Anna si tocca con veemenza, Andrea usa la bocca di Anna senza ritegno, lasciando quasi senza fiato la donna, che gode ancora di più per essere un oggetto nelle mani del suo uomo. Un oggetto non deve preoccuparsi di niente, tranne che di essere usato. Non ha problemi, responsabilità, è pura libertà e il suo padrone deve fare tutto il lavoro per darle il piacere supremo. Anna, libera da ogni costrizione e sovrastruttura mentale, sta per esplodere in un clamoroso orgasmo, come un fiume in piena che non trova dighe a ostacolare il suo corso, come fosse il primo vero orgasmo da dieci anni. Ma Andrea la ferma:
“Non ancora. Fermati”.
Anna si blocca istantaneamente, un secondo prima di venire. Sfila la mano dalle mutande e rimane sofferente, in sospeso, con il cazzo di Andrea sulla faccia e lo sguardo implorante. Andrea la guarda con durezza, le tira i capelli costringendola a raddrizzare la schiena, mentre è ancora in ginocchio, ai suoi piedi.
“Faccia a terra” le ordina Andrea.
Anna, col respiro spezzato, espira sollevata. Il suo padrone sta per penetrarla e riprendersela, tutta quanta. La donna si volta e si mette con la faccia schiacciata sulla moquette, senza vergogna né pudore, con il culo in alto e le gambe strette. Indossa solo le mutandine, fradicie dei suoi umori. Per un attimo si chiede come ha potuto cedere ogni parte di sè e della sua volontà a quest’uomo, lei che non ha mai concesso niente a nessuno, per dieci anni. Si chiede come ha potuto vivere senza questo senso di beautitudine finora. E prova una gratitudine ancora più grande per il suo padrone, per averla ritrovata ed essersela ripresa.
Andrea si china su di lei, si toglie i pantaloni, la camicia, con calma. Rimane nudo dietro di lei, che attende, china come una cagna in placida attesa del suo padrone. Sente l’odore dell’uomo, lascia che la penetri, in attesa che diventi tutt’uno con lui. L’uomo si assenta per qualche secondo e torna da lei che attende, sola, immobile, sul pavimento. Anna sente che le allaccia un collare di pelle e metallo, attacca all’anello alla sua base una catena con un guinzaglio. Anna si sente ancora più leggera, libera da ogni potere decisionale, non deve occuparsi di nulla, in quel momento è completamente asservita e custodita dal suo padrone. La freschezza del duro cuoio sul suo collo la fa sentire protetta. Una cagna ubbidiente. Il senso di benessere si fonde con il piacere fisico, rimasto latente, in sospeso, in attesa di istruzioni. L’attesa la tiene in un nirvana dei sensi dal quale non vorrebbe uscire mai più. Il padrone tira la catena, costringendola ad alzare la testa dal suolo. Sente il calore del suo corpo più vicino. L’attesa rallenta il tempo, lo dilata, i secondi diventano ore, giorni. La perfezione di questo momento la ripaga di anni di attesa in cui capisce di essersi tenuta integra per il ritorno del suo signore. E l’attesa ora è stata ripagata pienamente dall’esperienza di intimità più potente della sua vita.
Andrea allarga violentemente le gambe di Anna, che sussulta, deliziata dal sentire di nuovo il tocco del padrone. La mano di Andrea tasta la sua fica impregnata di piacere, dandole un altro sussulto. Raccoglie gli umori e li porta alla bocca di Anna, tirandola con il guinzaglio verso la sua mano. Le inserisce le dita in bocca e Anna la spalanca ubbidiente e succhia il proprio nettare godendo del proprio sapore che si mescola a quello della ruvida pelle delle dita di Andrea. Nella grande stanza è nuda, piccola ma grandissima, sulla moquette, con addosso il collare di pelle e il guinzaglio, i capelli sciolti, selvaggi, sente di nuovo la parte di sè stessa che aveva tenuto in gabbia per anni. Andrea, seminudo, col suo fisico statuario e possente, le strappa violentemente le mutandine dal culo, facendole a brandelli e dandole uno strappo di dolore che amplifica il piacere. La schiaffeggia al gluteo destro con forza, spingendola a succhiare le dita del suo signore con più gratitudine. Ancora. Ancora. Lui la colpisce sul gluteo sinistro. Lei geme. Succhia. Ringrazia. Muove la testa su e giù, come una gatta in calore, senza più alcuna razionalità. Solo puro istinto, piacere, bisogno di amore e di essere presa, tutta.
Senza preavviso il grosso pene di Andrea le entra tra le gambe, senza permesso, senza alcuna frizione. La fica di Anna lo accoglie all’istante. Lo attendeva con una parata di umido desiderio, spalancata come la bocca che ora viene liberata dalle dita dell’uomo. Il piacere invade ogni cellula del corpo di Anna, che inarca l’intero, meraviglioso corpo, fondendosi con il fisico muscoloso e villoso di Andrea. Che la riempie fino in fondo, riempiendo perfettamente il vuoto dentro di sè. Esce e rientra più e più volte, prima lento, poi con uno schiocco che le dà una scarica elettrica di piacere che le toglie completamente il respiro. Anna, rigida come un ciocco trattiene l’orgasmo finchè può, non ancora, ho detto.
Ma dopo dieci o quindici spinte, quando Andrea le tira il guinzaglio costringendola a rilasciare la tensione della schiena, Andrea la libera con una parola sola.
“Adesso”.
Anna esplode nella piccola morte della goduria definitiva, cosmica, fino a stramazzare al suolo, senza più forze. E’ come un corpo morto a terra.
Andrea estrae il suo pene da Anna, la tira a sè tirandole i capelli, si alza in piedi e, tenendola in ginocchio, semi svenuta per la forza dell’orgasmo tanto atteso, da giorni, le infila di nuovo il cazzo in bocca. Anna riprende a pompare come in trance, come se non avesse altro scopo al mondo e con le mani spinge su e già la vasta pelle dell’asta del suo signore. Il suo scopo è soddisfare il suo signore, che le ha dato così tanto. Più di quanto lei potrà mai dargli. O almeno questo è quello che crede.
Il movimento è perfettamente coordinato con quello della sua bocca, della lingua e della mano di lui che la spinge dentro e fuori tenendole la ciocca di capelli. Sente il glande gonfiarsi, pulsare. Anna non sa come ma il piacere la sta avvolgendo di nuovo. Mentre Andrea le viene in bocca e la inonda del suo seme, Anna viene di nuovo, succhiando avidamente ogni goccia della marea che le riempie lo stomaco, gravida del suo padrone, fino dentro l’anima.
Andrea è paonazzo, finalmente soddisfatto. Anna, occhi socchiusi, carichi di sfiancante piacere, ansimante si lecca le labbra, succhia le ultime gocce dalla punta del membro di Andrea. Il suo corpo è rilassato come mai prima, in ginocchio ai piedi di Andrea.
Andrea le prende il viso con la mano, come fosse un calice di vino pregiato.
“Adesso puoi tornare dalla tua famiglia. Ricordati chi sei”.
Anna gli bacia la mano, con adorazione. Lui le accarezza le guance. Lei si sente bene come non è mai stata prima. Il peso che ha sentito nello stomaco per anni è sparito. E’ pronta a tornare a casa dalla sua famiglia, felice di sapere dove poter ritrovare la parte di sé che credeva di aver perso per sempre.

Autore Pubblicato il: 8 Luglio 2022Categorie: Erotici Racconti, Racconti di Dominazione, Sensazioni0 Commenti

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