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Prigionia cap2

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Evrilith si destò dopo un sonno che, probabilmente, era stato indotto dall’incantesimo che l’aveva trasportata altrove. Un brivido le percorse la schiena, era diventata proprietà di un Mago. Un Mago oscuro, potente, rispettato da gente che non si sarebbe fatta problemi a sgozzare un passante per una manciata di monete. Invece Lui, Lui era passato in mezzo ad una folla che Lo guardava con rispetto, che si scansava piena di timore. Lui aveva quello sguardo, lo sguardo di chi sa di comandare, di chi ti guarda e ti imprime la sua sicurezza. Non aveva retto, non era pronta a quello, era pronta a tentacoli, a creature demoniache, a qualcosa che le avrebbe dato conati di vomito. Non ad un nobile.

Sì un Elfo nero, ma pur sempre un Elfo nero che smuoveva in lei… No, non voleva pensarci. Se l’era già detto.

Non avrebbe ceduto.

Mai.

La giovane elfa era legata ad un muro con le braccia divaricate di poco sopra le orecchie a punta mentre Lui entrò, forte, fiero. Un sorriso sul viso dava ancora più tranquillità e sicurezza.

“Sono felice tu sia sveglia, schiava.”, aveva dato enfasi a quell’ultima parola. E lei era un po’ morta dentro, anche se non l’avrebbe mai ammesso.

“Il banditore ha detto il mio nome, puoi chiamarmi con quello.” Evrilith, offesa, non si rendeva conto di aver già scoperto le sue carte ed aver iniziato a giocare con una persona che, se solo avesse saputo, avrebbe dovuto evitare.

“Oh! Il tuo nome, da quando gli schiavi ne hanno uno, Krozan?” E sorrise beffardo.

Krozan apparse da un lato della cella in cui era rinchiusa. Era rimasto a vegliarla tutto il tempo, e questo la mise ancora di più in imbarazzo. La giovane guerriera non era stata addestrata a subire questo genere di angherie, non si rendeva conto che la sua mente iniziava già ad avvicinarsi al baratro. E lei stessa, puerilmente, sembrava fare pensieri che la portavano più al precipizio che alla sicurezza.

“Mio Signore, solo i servitori come me hanno certi diritti. Gli schiavi sono…Signore lascio a Lei il piacere di definire le Sue proprietà!”

“Siete giocattoli, oggetti. Siete il Mio passatempo quando non studio o non pratico la magia. Siete le Mie cavie. Siete quello che Io Voglio, come e quando Lo voglio.”

Evrilith lo aveva fissato negli occhi fino a cavie, poi aveva abbassato lo sguardo. Fuoco viola lo avrebbe definito. Lo sguardo di chi sta prendendo tutto il Suo ego e lo sta letteralmente lanciando addosso ad una persona. Umiliandola; portandola dove vuole.

E lei dava i primi piccoli segni di cedimento.

“Abbiamo portato la cena alla nostra schiava no, Krozan?”, sorrise beffardo Torghul.

“Signore ho con me il piatto che lei mi ha chiesto di fare: il formaggio e i salumi” E posò vicino al viso di Evrilith un piatto maleodorante con formaggio e salumi. Gli elfi non mangiano carne, e il formaggio non era proprio uno dei più appetitosi, strane cose si muovevano al suo interno.

“La carne la mangiano gli assassini, e questo formaggio sembra più una montagna di vermi. Se vuoi uccidermi di inedia tanto vale che non mi porti nemmeno il cibo!”

Torghul sorrise compiaciuto. Fece un passo avanti e sorrise iniziando ad applaudire.

“In catene, senza aver mangiato da una giornata intera, spossata e provi a mantenere i nervi saldi della tua rigida condotta elfica. Nessuno verrà a salvarti qui dentro. E giusto per farti capire chi comanda, da oggi in poi ho una sorpresa per te.”

Lesto e veloce come i migliori borseggiatori fece scivolare da una tasca nascosta una fiala e fece ingurgitare ad Evrilith una quantità di liquido che Gli parve corretta, prima che lei iniziasse a sputare come un’indemoniata.

La pozione le era andata per traverso anche perché non voleva berla, ma il danno oramai era stato fatto, aveva bevuto qualcosa che ancora non capiva cosa fosse. Sperava del veleno, anzi ne era quasi sicura. Si, sarebbe morta in pace, magari velocemente, magari… soffocando.

Una lacrima le scese sul viso.

“Mi vuoi morta subito?!” l’elfa lo guardò con disprezzo.

Una cristallina risata ruppe il silenzio e mise veramente molto a disagio la povera elfa. Thorgul si fermò a guardarla negli occhi di sottecchi, con un’aria tra il divertito e la commiserazione.

“Morta…Oh cara mia, non spendo diecimila monete d’oro per uccidere una sconosciuta. No, quello che ti ho dato da bere è una delle mie nuove ricerche alchemiche. Dato che non posso non darti da bere, fintanto che non mangerai ti farò ingurgitare, con le buone o con le cattive questo liquido – e mostrò ciò che rimaneva nella fialetta: era di colore rosso, acceso, innaturale. – Questo è un afrodisiaco, il più potente che io abbia mai creato. Dovrebbe fare effetto entro un minuto. Sono certo che il dolore non sarà mai stato cosi’ piacevole. Krozan! Dammi la frusta.”

Evrilith sbiancò. E poco dopo un forte calore al basso ventre le fece capire che quell’intruglio faceva davvero effetto. Il suo basso ventre era di fuoco, lava stava lentamente iniziando a scendere dalla vulva. Lava piacevole, calda, le mancava il respiro, muoveva le mani e voleva coprirsi, toccarsi, arginare quel fiume che sentiva sempre più montare. Un fiume di emozioni, un fiume di piacere.

E mentre si accorse di essere nuda sentì il primo schiocco. Un dolore lancinante subito sopra alla gamba. Lo sguardo fiammeggiante del Suo carnefice le fece emettere un rantolo. Dolore, ma poco dopo piacere.

Era dolore o piacere? Erano entrambi? Ma lei come faceva a capirlo?

Ancora un’altra frustata. Ancora la stessa situazione. Confusione nella sua testa.

“Mi piace una cosa, giocare con la vostra mente senza costringervi ad essere delle marionette. E’ solo questione di tempo. Mi chiederai tu stessa di infliggerti questo trattamento.” Il sorriso arcigno non aveva abbandonato il viso di Torghul per tutta la durata della frase.

Ancora un’altra frustata, Evrilith continuava a piagnucolare ma poco dopo ansimava dal piacere. Un’altra ancora e le braccia cedettero lentamente. Ancora una e iniziò a sentirsi troppo accaldata. Piacere, dolore, sudore, la confusione aumentava al pari di quanto aumentasse quel vortice di emozioni.

“Sarà il caso di girarti no?” e mentre Torghul pronunciò parole di qualche lingua a lei sconosciuta si rese conto che una forza invisibile la stava spostando e veniva manipolata da Torghul stesso. Sì era un mago. Era talmente eccitata che non si rese conto di sentirsi disperata per la situazione in cui era finita, pensò invece che era un mago, ed era da rispettare. Gli elfi rispettano i maghi. E lei era tutta Sua. No non doveva cedere.

Se l’era detto.

Ancora un’altra sferzata le colpi la schiena. La stanchezza si faceva sentire. Iniziò a svuotare la mente, il dolore iniziava ad essere troppo, non ne era abituata, era davvero troppo, non reggeva.

Torghul continuò a colpirla per il suo piacere, aveva ormai notato che oltre ai lamenti e ai sospiri Evrilith aveva serie difficoltà a rendersi conto di ciò che accadeva intorno a lei.

“Krozan ti concedo la schiava per il tuo piacere. Sono certo che è già pronta. Divertiti pure tutta la notte.”

Il mezz’orco non se lo fece ripetere due volte, si spogliò in pochissimo tempo, mentre Torghul scompariva in un angolo buio della sala per gustarsi le urla di Evrilith. L’elfa, dal canto suo, non poteva vedere cosa stava per violarla. E forse avrebbe fatto bene a non scoprirlo mai. Krozan non solo era alto quasi due metri, con muscoli forgiati da battaglie ed ore di allenamento con ogni sorta d’arma per essere una macchina mortale, ma era anche dotato di quella che i mezz’orchi chiamano una mazza ferrata, morning star per gli uomini. Il suo cazzo era grosso con una cappella più grossa, che sicuramente faceva quasi paura ad una donna alle prime esperienze come l’elfa.

E la dura verità è che la prima volta di Evrilith era in una caverna, a vari metri di profondità, nel covo dove un Sadico Mago stava divertendosi a renderla una Sua schiava, una Sua cavia. Era bloccata, impaurita. Era alla mercé di un gigante che poteva usarla come voleva.

Krozan avvicinò il suo volto a quello dell’elfa, e con la sua voce profonda le disse semplicemente: ”Sei mia”.

Evrilith capì, ma adesso aveva voglia. Aveva dannatamente voglia. E si sporse verso il secondo carnefice della giornata. Era cosi’ bagnata che sentì solo un lieve bruciore la prima volta che Krozan dilatò le grandi labbra. Non si rese praticamente conto del fatto che stava soffrendo quando lui entrò in profondità. Le sferzate l’avevano portata ad un livello tale che quell’intrusione era piacevole.

Si lasciò andare. Cullata da un movimento ritmico. Krozan stava scopando sia la sua figa che il suo cervello. E a lei piaceva.

“Ancoraah, dai, so che…Ti prego…Di più…Spingi…”. Non si riconosceva, ma le piaceva.

Krozan sorrise. “Ora ti faccio godere come si deve.”

La prese per i capelli e le dimostrò cosa significa montare una schiava. Non si fermò per un attimo finché Evrilith iniziò a tremare. Le urla confuse di piacere invasero tutta la stanza, Torghul sorrise. Era rimasto a guardarla per tutto il tempo.

Sorrise beffardo ed usci dalla cella, la notte era lunga, lui doveva studiare ma Krozan, sì, Krozan si sarebbe divertito e avrebbe fatto godere quella schiava tanto da farla svenire. L’inizio dell’addestramento era andato secondo i piani.

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