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Fase 6

Pubblicazione sui social

Nelle puntate precedenti:
È l’ultimo giorno che posso trascorrere con Emma prima che lei torni a casa sua, lasciandomi solo. Cazzo, è una cosa che mi butta a terra, e la foto con le stelle che formano delle linee nel cielo sopra le cime di Lavaredo è il dono che ho per lei, sebbene Emma si dimostri più interessata ad avere un’altra raffica di orgasmi come addio. Mi sono sempre ripromesso che non dovrei soddisfare ogni capriccio delle donne, ma per lei mi dico di fare un’eccezione.
Onestamente, Lucio dovrebbe accontentarsi: alla fine la foto di una ragazza nuda che ho scopato l’ho avuta davvero, sebbene di Emma e non di Gala, come mi aveva sfidato di fare. Non importa: la settimana di ferie pagate da lui è sfumata, ma ho amato una delle ragazze più dolci che abbia mai conosciuto. Posso ritenermi comunque soddisfatto.

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Non piango, ma quando abbracciai Emma, davanti al pullman che doveva portarla fino alla stazione dei treni nel centro di Dobbiaco, dovetti sforzarmi per non farlo. Lei non si fece i miei scrupoli e bagnò la mia spalla singhiozzando e stringendomi come se non volesse andarsene. Non seppi cosa dire, anche perché non ero sicuro di trattenermi a lungo dal seguire il suo comportamento, e mi limitai a baciarla e prometterle che sarebbe sempre stata nei miei pensieri.
Mi giurò che mi avrebbe scritto e che saremmo rimasti per sempre amici. Le risposi che non avrei potuto che esserne felice. Ma, in quel momento, mi sentivo uno schifo, e vederla scomparire all’orizzonte, stagliata nel finestrone posteriore del pullman, intenta a salutarmi, fu per me un dolore fisico.
Rimasi diversi istanti nel piazzale dell’albergo, accanto al palo con gli orari della fermata e ad una panchina in legno, a fissare il tornante dietro al quale era scomparso il torpedone, come se questo avesse potuto fare retromarcia e tornare indietro. Sapevo che era un comportamento privo di senso, ma in quel momento mi sembrava l’unica cosa che avessi potuto fare per onorare il benessere che Emma mi aveva fatto vivere per quei due giorni.
La gente che era scesa dal pullman era già entrata nell’albergo quando mi convinsi che non sarebbe servito a nulla restare lì, sotto il sole, come un imbecille dal cuore spezzato. Mi voltai e, le spalle basse, mi mossi attraverso il giardino ed entrai nel bar. Sentivo un groppo alla gola e quel dolore allo stomaco che rimane dopo che si hanno inghiottito le proprie lacrime. Non era certo la prima volta che incontravo una ragazza meravigliosa e che dovevo abbandonare dopo pochi giorni, ma ogni volta era come se la tragedia avvenisse per la prima volta.
Mi sedetti in un angolo all’interno, sospirando. La splendida cameriera che avevo incontrato anche nella mattina mi si avvicinò. Riconobbe il mio dolore e non disse nulla, lasciando che facessi la mia ordinazione. In altre occasioni ci avrei provato con lei ma in quel momento non l’avrei fatto nemmeno se si fosse presentata nuda, seduta sulle mie gambe e limonato. Le sorrisi ugualmente, sebbene non avessi la forza di aggiungerci anche solo una leggera sfumatura di allegria.
– Un the, per favore – le dissi, e lei lo segnò sul suo blocchetto per poi scomparire nelle cucine.
Rimasi con lo sguardo abbassato sul tavolino per un momento, poi provai a distrarmi con il telefono. Non riuscii a trattenermi dall’accedere su Instagram per lasciare un messaggio a Emma, ma la prima foto che apparve fu lo startrail, che avevo salvato nelle mie preferite. L’ammirai un momento, sebbene non fossero le stelle che vedevo quanto il volto della ragazza, dopo il terzo orgasmo di quella notte, quando si appoggiò con il naso al mio, ansimando e lasciandomi leggere nei suoi occhi quanto fosse felice in quel momento.
Percepii una presenza accanto a me. Pensai fosse tornata la cameriera con il mio the ma mi sbagliai, almeno in parte: la bevanda c’era, ma, quando alzai lo sguardo, ebbi la spiacevole sorpresa di scoprire che a portarmela fosse invece Lucio, strisciando silenzioso fino al mio fianco.
Ok, siamo amici, sebbene non sia il termine più corretto per indicare la nostra conoscenza, ma già dai tempi della scuola non lo consideravo esattamente uno di quelli che inviterei per passare un sabato sera in allegria. L’insistenza degli ultimi giorni, poi, me lo aveva fatto apprezzare ancora meno.
Lui mi fissò con ben poca indulgenza per il mio dolore. – Bene, hai perso due dei tre giorni che avevi ancora con quella bionda – disse. – Ammetto che la ragazza non era male, e sono certo che ti sei divertito con lei, ma non è quella che ti permetterà di passare qui un’altra settimana pagata dal sottoscritto.
Appoggiò con poca grazia la tazza, la teiera fumante e una selezione di bustine di the in una scatola di plastica bianca sul tavolino. I suoni che fecero quanto cozzarono con la superficie nuda di legno levigato sembrarono altrettanti schiaffi per farmi comprendere meglio il concetto.
– È lì fuori la puttanella che devi scoparti e di cui voglio una foto nuda – sibilò quando fu vicino al mio orecchio. – Vedi di darti una mossa.
Lo guardai di sbieco quando si voltò e tornò al bar, contrariato. Fortunatamente me ne sarei andato anch’io da lì il giorno successivo perché non potevo più sopportare Lucio. Peccato… un paradiso in terra rovinato da quella serpe, considerai, mentre pescavo a caso una bustina da the dalla fila ben ordinata: un frutto rosso mi fissò dalla confezione di carta, strappandomi una smorfia di disgusto.
– Alla mela no, dannazione! – sbottai tra me e me, ricacciandola nella confezione come se fosse la sorgente di tutti i miei problemi.

Non feci nulla il resto del pomeriggio se non restare in giardino a guardare le tre cime di Lavaredo all’orizzonte, cercando di riconoscere il luogo dove Emma ed io avevamo passato la notte. Sapevo che se avessi trovato chiunque nella mia stessa situazione gli avrei caldamente consigliato di smetterla, che non avrebbe fatto altro che causarsi ancora più dolore per la perdita, ma ebbi di nuovo la conferma che la coerenza, come la fedeltà e il buon gusto per i film, non rientrava nella mia natura.
Ho sempre odiato starmene in panciolle su una sdraio anche quando ero al mare, ma quel giorno non feci altro. Non controllai nemmeno il telefono perché ero convinto che, cinque secondi dopo averlo sbloccato, mi sarei messo in contatto con Emma via chat, e questo non avrei dovuto farlo per nessun motivo, soprattutto per lei. Fortunatamente, quando fissare le nuvole che si muovevano in cielo e le loro ombre che si contorcevano sui rilievi iniziò a stancarmi, fece ingresso sulla scena la mia vippetta preferita seguita dal suo fidanzaschiavetto.
Senza muovere la testa, usando la visione laterale, la osservai intenta a posare per delle foto che avrei potuto fare pure io che, come ritrattista, sono pessimo. L’uso del flash nemmeno fosse stato obbligatorio al pari delle cinture di sicurezza in auto mi lasciava basito. Probabilmente Arturo non aveva nemmeno idea di cosa potesse accadere se avesse modificato l’apertura del diaframma… E sì che aveva una fotocamera che doveva costare il quintuplo della mia.
E poi, Gala: che cazzo di nome si era scelta quella ragazza come nickname? “Gala” nel senso che era elegante come un pranzo di gala? O forse era il nome di una delle Winx? Bah… Andava comunque detto che era una gran bella ragazza, con quei capelli rossi e le lentiggini sul volto. Peccato se lo impiastricciasse con tutto quel trucco da farla sembrare un panda. Probabilmente era il suo modo per dichiarare al mondo che era una donna raffinata o qualcosa del genere. Anche il resto del corpo, sebbene sempre celato da abiti larghi con tutta una serie di sbuffi come quelli dei personaggi femminili di un film ambientato ai tempi del Re Sole, lasciava immaginare che non fosse a livelli inferiori del volto. Mi chiesi se, una volta terminato il periodo di gloria come influencer, ammesso ne avesse mai avuto uno, non si sarebbe data al porno o almeno cercato di raccogliere qualche soldo con quei siti dove mostrarsi nuda a chi pagava un abbonamento. Ammisi che, per quanto siti simili li eviti come la peste, per ammirare una sua foto di nudo, magari scattata da qualcuno che non fosse Arturo, avrei sborsato volentieri qualche euro.
– Sarà pure un coglione, Lucio, ma bisogna dire che ha buon gusto – dovetti ammettere con me stesso.
Continuai a guardare i due di straforo mentre lei comandava Arturo riguardo agli scatti, su come avrebbe dovuto riprenderla, da quale altezza e con quale sfondo. Mi chiesi se avesse una qualche educazione artistica o si limitasse ad andare a braccio, magari scimmiottando le foto di qualche altra influencer. Lui cercava di seguire alla lettera ogni ordine, sforzandosi di soddisfare la ragazza, ma sul volto della stessa sembrava imperasse per la maggior parte del tempo la rabbia, per non parlare della frustrazione che vi campeggiava quando lui le faceva vedere le foto appena scattate sul display della fotocamera. Gala andava in escandescenza per un attimo, prima di ricordarsi di essere una vip e che una vip non può concedersi un comportamento simile in pubblico.
Mi domandai se, ora di sera, del centinaio di pose scattate lungo la giornata, almeno una passasse il vaglio della ragazza.
Avrei passato quanto stava sopportando il ragazzo per stare accanto ad una ragazza di una bellezza simili, ma un comportamento tanto soverchiante? No, mi dissi, l’avrei mandata al diavolo dopo due giorni. O, più esattamente, non avendo nemmeno io una personalità delle più tranquille, tra di noi sarebbero scattate le scintille nel giro di mezza giornata. O avremmo fatto del sesso selvaggio in continuazione, pensai sorridendo tra me e me, immaginandomi la ragazza nuda tra le mie braccia, fulminata da un orgasmo, mentre mormorava tra gli ansimi che ero uno stronzo e io le imponevo di chiudere il becco e godere.
Mi attardai un attimo a guardarli, di nuovo la fotocamera scarica e Arturo che saliva in camera a prendere una nuova batteria. Mi chiesi perché non se ne portasse appresso un paio cariche o un pacco come quello che uso io quando scatto per gli startrail o, ancora meglio, non imparasse qualche tecnica per farla durare più a lungo. Il volto della ragazza non mostrava altro che insoddisfazione mentre si trovava sola.
La vidi prendere da una tasca il telefonino e cercare un attimo di distrazione consultandolo. Immagino che, se sei un’influencer, o presunta tale, lo smartphone sia il tuo principale ferro del tuo mestiere, o presunto tale. Assumendo una posizione che nessuno vorrebbe sia pubblicata su Internet o vista dal proprio medico ortopedico, la schiena incurvata e un gomito appoggiato su una gamba, si mise a consultare lo schermo del telefono, di tanto in tanto voltandolo sul lato lungo e mettendosi a scrivere con entrambi i pollici.
Rendendomi conto che non avrei più scorto nulla di interessante almeno fino al ritorno del fidanzaschiavetto, abbandonai la ragazza intenta a commentare qualcosa o qualcuno e, distratto dall’immaginarmela nuda mentre la possedevo, tornai a contemplare l’ambiente attorno a me, le piccole valli che, come rughe, raccontavano i milioni di anni di storia di quelle montagne, i coraggiosi tentativi delle scorse generazioni di sopravvivere in un luogo meraviglioso quanto spietato attraverso alpeggi ancora in uso o abbandonati, le cascatine che punteggiavano le zone più ripide delle…
Un grido di dolorosa rabbia e costernazione mi strappò dalle mie pigre elucubrazioni. Voltandomi spazientito verso l’origine del grido, senza esserne sorpreso, scorsi la vippetta mordersi letteralmente un pugno, il viso rabbuiato da qualcosa comparso sullo schermo del telefonino che non riuscivo ad immaginare. O, almeno, non ci riuscii finché non vidi Gala sollevare la testa, spazzare il giardino con lo sguardo fino a scovare la mia persona e fermarsi per fissarmi. Non so perché, ma credo provai la stessa sensazione che si proverebbe nel rendersi conto di essere il bersaglio di un T-1000.
La scorsi fremere, quasi alzarsi ma fermarsi prima che il suo sedere abbandonasse la sdraio su cui era accomodata. Continuò a fissarmi trattenendo a stento le emozioni che la stavano sconvolgendo, come se due contrastanti le stessero dilaniando l’anima. Supposi avesse appena visto la foto dello startrail, o la successiva, quella del post coito di quella mattina che Emma aveva pubblicato a tradimento. Mi domandai se avesse messo il cuoricino, e se lo avesse fatto per la foto notturna o per quella post coito. Trovai il pensiero incredibilmente perverso e divertente al contempo. Sogghignai immaginandola mentre si ditalinava guardando la nostra foto, maledicendoci mentre il suo volto meraviglioso si tramutava nel campo di battaglia tra l’odio e gli spasmi di un orgasmo.
Nonostante questo, sollevai le sopracciglia, fingendomi sorpreso dal suo comportamento, lasciandole credere che fossi candidamente all’oscuro di quanto stava accadendo. Lei non distoglieva il suo sguardo da me: fui tentato di farle un gesto con una mano per proporle di avvicinarsi. Mi domandai se, venuta qui, mi avrebbe parlato o preso a sberle.
O scopato sulla sdraio, aggiunsi mentalmente con un sorriso a stento trattenuto.
No, conclusi che, a giudicare da come bruciasse il suo sguardo, le sberle sarebbero state più probabili.
In quel momento Arturo tornò in scena, distraendo Gala e, da come si bloccò mentre correva da lei, balbettando confuso, venendo colpito da una sua occhiataccia assassina.
Decisi che quel pomeriggio non avrebbe avuto più senso rimanere lì e me ne tornai in camera, a farmi una doccia e a preparare i bagagli per il giorno dopo. Quel posto mi sarebbe mancato, ma mai quanto Emma. Forse anche Gala, ma solo un pochino.

Nonostante il mio pullman avrebbe fatto la sua fermata davanti all’albergo alle dieci di mattina, già alle cinque ero sveglio, pronto a controllare che tutto fosse stato messo nel mio zaino e gli altri due borsoni. Il computer e la fotocamera erano al sicuro nel pluriball, messi in mezzo alle magliette e i pantaloncini sporchi, nella speranza che non prendessero troppi colpi durante il viaggio di ritorno a casa. Sì, dovrei passare al tablet e alle mirrorless per una questione di comodità durante i viaggi, ma non ne faccio abbastanza per abbandonare le mie abitudini in fatto di elettronica.
Stavo chiudendo la zip di una delle borse con una certa difficoltà, strattonandola, quando sentii bussare alla porta della stanza. Mi voltai verso l’uscio, sorpreso. – Chi diavolo è a quest’ora? – mi domandai, alzandomi in piedi.
Pensai che potesse essere qualche ospite dell’albergo ubriaco che non riusciva a ritrovare la propria stanza e bussasse a tutte quelle che trovava, probabilmente aspettandosi che il sé stesso sobrio gli aprisse la porta per dirgli che, finalmente, aveva azzeccato quella giusta e che potesse andarsene a letto a smaltire la sbornia. Il mio me stesso ubriaco, però, non esisteva, quindi non poteva essere lì fuori a bussare, giungendo alla conclusione di non andare ad aprire.
Evidentemente, però, chi si trovava dall’altra parte non era della stessa opinione e colpì con maggiore forza e, direi, impazienza, come se fosse stato qualcosa di vitale. Come se fosse divampato un incendio e qualcuno fosse venuto ad avvisarmi. In realtà non ho idea di come si comporti il personale di un albergo nel caso stesse andando tutto a fuoco, ma immaginai che sarebbe stato più intelligente usare un allarme che mandare qualcuno a bussare ad ogni porta per avvisare singolarmente ciascun cliente.
Beh, non sarebbe stato male trovarsi davanti la cameriera dei giorni precedenti, ammisi, speranzoso, mentre attraversavo la stanza. Magari in un momento di pausa, venuta qui a consolarmi perché me ne stavo per andare e desiderosa di assicurarsi che avessi un bel ricordo della permanenza. Questo sì che mi avrebbe spinto a tornare di nuovo, mi dissi sogghignando…
Appoggiando la mano sulla maniglia e ruotando lo sblocco della serratura, con una punta di rammarico mi passò per la testa che quello dall’altra parte avrebbe potuto essere invece Lucio, che voleva ricordarmi che stava scadendo il tempo utile per la nostra scommessa… No, in realtà era la sua scommessa, visto che non l’avevo mai accettata.
E se invece avessi trovato Emma, tornata da me?
Ormai incuriosito di scoprire chi ci fosse lì fuori, aprii la porta. La sorpresa mi mozzò il fiato.
Il trucco di Gala era distrutto dal pianto che aveva anche arrossato i suoi occhi, rendendoli dello stesso colore dei suoi capelli. Singhiozzava sommessamente e mi fissava, incerta su cosa dire, o forse temeva che la sua voce sarebbe stata resa roca dal groppo che aveva in gola.
Restammo qualche secondo uno davanti all’altra; io, all’inizio, troppo sorpreso per prendere l’iniziativa, ma infine mi spostai da una parte della porta e le feci segno di entrare. – Non restare lì fuori – le dissi, piano, con quel tono che stemperava l‘ordine che trasudava dalle parole in un consiglio che non si poteva rifiutare.
La ragazza tirò su dal naso, poi avanzò con le spalle basse nella mia camera, priva dell’alterigia che aveva caratterizzato ogni suo gesto nelle precedenti occasioni in cui l’avevo vista. Credetti avesse sussurrato un “grazie”, ma il suo tono di voce fu troppo basso per esserne certo.
– Siediti sul letto – le proposi, andando in bagno e tornando un attimo dopo.
La trovai appoggiata sul ciglio del materasso, floscia come un sacco vuoto, la testa china in avanti quasi stesse fissando l’inferno sotto le sue scarpe costose. Era sempre apparsa come una vanesia prepotente e arrogante, ma in quel momento mi sembrò una bambina che avesse appena avuto una feroce lavata di capo per una grossa marachella.
Mi accosciai davanti a lei. Un leggero profumo fruttato che non riconobbi sembrava avvolgerla come uno di quei campi di forza che comparivano nei romanzi di fantascienza, ma sembrava non avesse potuto bloccare l’evento doloroso che l’aveva colpita. Le allungai il bicchiere. – Bevi un sorso – le proposi con ben più dolcezza di prima.
Lei sollevò la testa, guardando prima me, poi il bicchiere. Sembrò che quella gentilezza le stesse per causare un nuovo attacco di pianto.
Appoggiai una mano alla sua gota sinistra, accarezzandola. Passai il pollice sotto l’occhio arrossato, toccando la striscia di umido lasciata dalle lacrime, spargendo il liquido e facendo un disastro con il trucco già devastato. Riconobbi che non fu una mossa intelligente, ma la ragazza parve non accorgersene o dare peso alla cosa. Le sorrisi con cortesia.
Gala prese il bicchiere e bevve rumorosamente un sorso, allontanando il bicchiere dalle labbra pittate pesantemente, poi ci ripensò e la sua gola si mosse al ritmo dei sorsi che finirono l’acqua.
Mi restituì il bicchiere. – Grazie.
– Ne vuoi ancora?
Scosse lentamente la testa. – Possiamo parlare? – domandò, ma sembrò più una preghiera.
– Ma certo – risposi, appoggiando il bicchiere sul comodino e sedendomi sul letto accanto a lei. Il materasso si inclinò decisamente dalla mia parte: non sembrava, ma la ragazza, nonostante quanto facessero credere i suoi abiti, doveva essere davvero magra. – Dev’essere qualcosa di davvero grave se alle cinque di mattina sei così sconvolta – dissi, allungando una mano verso di lei e tenendo il palmo verso l’alto.
Lei la guardò per un istante, poi la strinse con la sua. – Ho rotto con Arturo – confessò infine. Non potei impedirmi di chiedermi chi dei due avrebbe guadagnato di più dalla separazione, sebbene all’inizio avrebbero sofferto entrambi. La cosa, forse, avrebbe permesso loro di comprendere che tipo di partner fosse più adatto a ciascuno dei due, con una personalità migliore di quello che avevano appena abbandonato.
La spiegazione, o, per meglio definirla, la marea di parole che la ragazza usò per liberare la sua anima dal dolore che l’aveva oppressa per tutta la notte, confermò la mia ipotesi: la sera precedente, dopo che me ne ero tornato nella mia stanza e mi ero fatto portare la cena, stanca di altre foto pessime e prive di mordente, Gala aveva mostrato ad Arturo quelle che avevo scattato per Emma e che lei aveva pubblicato sul suo album, chiedendogli (beh, imponendogli, in realtà) di fare la stessa cosa. Lui, giustamente, si era risentito nello scoprire che la sua ragazza preferiva le opere di un altro alle sue, tra l’altro di uno che gli sembrava uno stronzo e che aveva trattato male proprio Gala, e nella notte, fino alle tre, in un angolo del giardino, tra la influencer e il suo fotografo erano volate parole pesanti, insulti e la riesumazione di ogni episodio spiacevole tra loro due era stato usato come una freccia scagliata contro l’autostima dell’ormai ex partner.
– Adesso cosa faccio? – domandò la ragazza. Era, o si riteneva, una vip che voleva far credere ai suoi seguaci di essere una donna priva di problemi e che si godesse ogni istante della propria vita, forte e indipendente, ma quando parlò usò quella voce che avevo sentito diverse volte in passato e che lasciava intendere che la soluzione al problema che l’assillava mi era appena stata delegata.
– Trovarti finalmente un uomo con i coglioni che ti ami, ti tenga in riga e non te le dia tutte vinte – risposi, invece.
Lei volse la testa verso di me. – E che sappia fare belle foto. E mi scopi come merito – aggiunse, e questa volta l’accento delle sue parole lasciarono intendere ben altro rispetto a prima.
Mi resi conto solo in quell’istante che, probabilmente mentre ero andato a prenderle il bicchiere d’acqua, aveva abbassato di un buon cinque centimetri la zip del corpetto, lasciando scorgere il solco dei seni generosi. Mi fu necessario uno sforzo doloroso per distogliere lo sguardo da quell’inaspettato quanto gradito spettacolo e continuare ad assumere un atteggiamento di leggera altezzosità nei confronti dei problemi di Gala. – Saprai trovare un uomo che abbia quelle qualità, se cerchi bene.
Forse la ragazza pensò che non fossi caduto nella trappola che aveva disposto sul suo petto, quindi afferrò il cursore della zip e l’abbassò un altro po’, mostrando meglio quello che celava sotto il corpetto. Evidentemente da quelle parti nessuna portava il reggiseno, constatai. Mi si avvicinò con il viso, appoggiando una mano su una mia guancia. – Ma io l’ho trovato quell’uomo.
Restai impassibile, sebbene provassi un’ondata di calore in diverse parti del corpo, comprese le orecchie. Il cuore iniziò a battere con forza maggiore. – Uomo? Se non sbaglio, mi hai definito “stronzo”. O “pezzo di merda”, adesso non ricordo con prec…
Ammetto che essere zittito dal bacio di una donna fu un’esperienza nuova ma che mi dispiacque non averla vissuta anche in precedenza. Gala non perse tempo ad assaggiare le mie labbra o a dimostrarsi, o anche solo a fingersi, di pentirsi di aver fatto quella mossa azzardata: la lingua scivolò nella mia bocca, esplorando la superficie dei denti e incontrando la mia, che subito l’accolse strusciandosi contro come farebbero due gatti innamorati. La ragazza appoggiò una mano sulla mia nuca decisa d’impedirmi di allontanarmi da lei, ma non l’avrei fatto comunque nemmeno se avessero usato un piede di porco, infilandolo tra le nostre bocche.

Continua…

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