Il terzo giorno segnò il vero punto di rottura nei circuiti mentali di Giulia. Passò la mattina presto seduta sul bordo del letto, fissando le uniche scarpe con il tacco che possedeva, acquistate per il matrimonio di una cugina e mai più usate. Erano decolleté nere semplici, non troppo alte, ma abbinate a una minigonna — rimasta sepolta nel fondo dell’armadio dai tempi del liceo — trasformavano completamente la sua figura.
Quando si alzò in piedi, il riflesso dello specchio le restituì l’immagine di un’altra donna. Le sue gambe, snelle e atletiche da ex scout, sembravano infinite su quei tacchi. Sopra indossava ancora una maglia semplice, casta, quasi a voler difendere disperatamente quell’identità da animatrice dell’ACR che sentiva scivolare via. Il viso era sempre pulito, acqua e sapone, privo di un filo di trucco. Quel contrasto stridente tra la purezza del volto e l’audacia imposta delle gambe nude la faceva tremare di vergogna, ma anche di un’eccitazione segreta e inconfessabile che le incendiava lo stomaco.
Riccardo la vide scendere le scale. Il rumore secco e ritmico dei tacchi sul pavimento di ceramica della villetta risuonò come una condanna a morte per la sua dignità. Rimase immobile vicino alla penisola della cucina, con gli occhi spalancati e le labbra che tremavano.
“Giulia… mio Dio, no…” sussurrò Riccardo, coprendosi la bocca. “Ti prego… così no. Sembri… sembri una…”
“Sembri cossa, Riccardo? Finicsi la frase,” lo interruppe lei, fermandosi a pochi passi da lui. La stabilità sui tacchi le dava un’involontaria postura dominante, e lo sguardo castano, solitamente dolce, era velato da una durezza gelida. “Sembro quello che il tuo silenzio e la tua paura de Bledar mi sta costringendo a diventare? È questo che volevi dire? Ricordati che se son vestita così, è solo perché tu non sei stato capace de fare l’uomo quando quel tipo ci ha bloccato la strada in Croazia. Te pensi solo ai soldi e a salvare la ditta di tuo padre, ma intanto qua sono io che ci metto la faccia.”
Il clacson della berlina nera risuonò puntuale nel vialetto. Giulia non aspettò una risposta. Si voltò, lasciando Riccardo nel silenzio della cucina, e camminò verso l’auto con un passo che, nonostante la paura, cominciava a farsi sinuoso.
L’ufficio alla periferia di Padova, quel mattino, era saturo dell’odore di pioggia e del solito profumo pesante di Bledar.
Quando Giulia entrò, l’uomo era seduto dietro la massiccia scrivania in mogano, con le mani giunte dietro la nuca. La squadrò lentamente, dai piedi fino al viso acqua e sapone. Nei suoi occhi passò una scintilla di puro compiacimento predatore.
“Molto bene, Giulia. Molto bene,” disse Bledar, la voce profonda che sembrava vibrare nel petto della ragazza. “Vedi che quando vuoi, tu sa come farti guardare? Guarda che gambe… la santarellina di parrocchia sta iniziando a capire suo vero valore.”
Giulia rimase immobile al centro della stanza, le mani che stringevano la borsetta all’altezza della vita per cercare di coprire la minigonna troppo corta. “Sono… sono venuta solo perché mi ha costretta. Cosa devo fare oggi? La prego, non mi tenga qui a lungo.”
“Tu resta qui finché dice Albanese,” sibilò Bledar, abbassando le mani e indicando il pavimento proprio davanti alla scrivania. “Vieni qui. Davanti a me. E cammina piano su questi tacchi.”
Giulia avanzò, ogni passo era un’umiliazione che le toglieva il respiro. Si fermò davanti a lui. Bledar si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul mogano, lo sguardo fisso sulle sue gambe nude che tremavano leggermente.
“Girati, fai un giro su te stessa. Fammi vedere come sta quella gonna,” ordinò con un tono calmo, che non ammetteva repliche.
Giulia, con il viso in fiamme e le lacrime che cominciavano a bagnarle le guance pulite, si voltò lentamente. Il movimento fece sollevare leggermente il velluto scuro, esponendo la sua figura atletica alla totale mercé del malavitoso. Un brivido violento le attraversò la schiena; la vergogna della brava ragazza cresciuta in chiesa si scontrava con il piacere perverso di sentirsi così desiderata e sottomessa da un maschio dominante.
“Tu sei una splendida troia veneta, Giulia,” disse Bledar, usando deliberatamente parole volgari per spezzare gli ultimi residui della sua morale borghese. Il sex mark verbale la fece sussultare. “Ti eccita farti guardare così, vero? Senti come batte il cuore. Il tuo Riccardo è a casa che piange, quel povero cornuto, e tu sei qui, davanti a tuo Padrone, a mostrarti come non ha mai fatto con lui.”
“No… non è vero…” tentò di protestare Giulia, ma la sua voce era un sussurro spezzato, affannato.
“Non mentire a me,” sibilò Bledar. Allungò la mano oltre la scrivania, afferrandola saldamente per il fianco e tirandola verso di sé. Le dita ruvide e tatuate si conficcarono nella pelle nuda della coscia, risalendo con forza fin sotto il bordo della minigonna. Il contatto fisico, esplicito e possessivo, le strappò un gemito soffocato. Giulia chiuse gli occhi, stringendo i dadi dei denti, mentre l’albanese le stampava il suo marchio psicologico nella mente. “Vedi? Questo è solo inizio di tua nuova vita, Giulia. Tu mi appartieni. Domani noi fa un passo in più. E adesso, torna da tuo maritino e digli cosa ha toccato Albanese oggi.”
Alle cinque del pomeriggio, Giulia varcò la soglia di casa. I tacchi corti facevano lo stesso rumore secco del mattino, ma il seu passo era diverso: più sicuro, segnato da una consapevolezza torbida che stava rimodellando la sua anima. Riccardo era seduto sul divano, con il viso pallido e lo sguardo consumato dall’angoscia.
Si alzò di scatto, andandole incontro, ma si bloccò a un metro di distanza, spaventato dall’espressione che vedeva sul volto acqua e sapone della moglie.
“Giulia… ti prego, dimmi qualcosa…” implorò Riccardo, portandosi le mani al petto. “Cosa è successo? Ti ha… ti ha costretta a fare…?”
Giulia lo guardò dall’alto dei suoi tacchi. Nei suoi occhi castani non c’era più la disperazione dei giorni passati, ma una fredda, tagliente lucidità che ferì Riccardo più di qualsiasi schiaffo.
“Mi ha fatta girare davanti a lui, Riccardo,” disse Giulia, con una voce ferma, spietata nella sua precisione. “Mi ha guardata per tutto il tempo. E poi mi ha tirata a sé e mi ha toccata… fin sotto la gonna. Mi ha chiamata con parole orribili. E sai qual è la cosa peggiore? Che aveva ragione. Tu sei a casa a disperarti, e lui decide come devo vestirmi e cosa devo fare. Domani ci devo tornare.”
Riccardo sentì le ginocchia cedere, le lacrime che gli offuscavano la vista mentre crollava sul pavimento della cucina perfetta . “No… Giulia… ti prego, andiamo dalla polizia, roviniamoci la via ma fermiamo questo schifo…”
“La polizia non risolverà il fatto che tu hai avuto paura di lui,” rispose Giulia, passandogli accanto per andare verso le scale. Si fermò sul primo gradino, voltandosi appena. “Sai cos’è …. Lui è una bastardo ma sa come fare l’uomo, Riccardo. Tu sai solo piangere. ….. Preparami la cena almeno va che sono stanca morta.”
Il rumore dei tacchi salì al piano di sopra, lasciando Riccardo in ginocchio nel buio della sua impotenza, consapevole che la sua sposa pura stava scivolando via, gradino dopo gradino, verso il controllo totale del ricattatore



Ti ho scritto. Sapere che il racconto ti abbia tenuto col fiato sospeso e che il finale ti abbia colpito…
Complimenti, un racconto scritto in un modo eccezionale, che lascia col fiato sospeso...e che travolge con un ottimo plot twist…
dovrei continuarla?
certo c'è già il cap. 5 ed il 6 è in via di pubblicazione. Sarò una serie con molti nuovi…
Ti ringrazio William, sia per la lettura sia per le belle parole. E grazie anche per avermi insegnato a inserire…