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Racconti Erotici Etero

La lunga notte cap. 6.6

By 22 Maggio 2026No Comments

Cammino accanto a Idra, il respiro si condensa nell’aria fresca di dicembre. Le luci appese ai balconi sono filo spinato, mi separano dal mondo della gente normale.
Elena entra in casa, scintillante come sempre; Idra si sporge verso di lei. “Ho trovato lavoro in pescheria per Angela”, dice.
Elena si avvicina, si sfila un guanto di velluto nero tessuto con fili d’argento e si versa un Don Papa. Idra ha una vetrina di liquori ben fornita.
“Ebbene, tu ti occuperai del pesce. E noi, invece, dei polli.”
“Polli?” chiedo.
“Ieri sera c’era una fila incredibile al locale. Abbiamo fatto un sacco di soldi.”
“E tu?”
Idra dice:“Anch’io ho spennato parecchi polli. Ultimamente viene una donna cicciotta, sulla quarantina, madre di figli, ossessionata dall’idea che io l’aiuti a conquistare un ragazzo di ventitré anni. Ogni venerdì le appioppo un sale colorato che vendo come filtro d’amore. Me lo paga un sacco di quattrini e se ne va baciandomi le mani.”
Qui, accanto a Idra, guardo le luci fredde oltre la finestra, intrappolate nelle inferriate dei balconi simili a gabbie.
E allora ripenso a quel sabato, a quando la gabbia si era chiusa davvero…
“Lo sai,” dico, “che ogni volta che parliamo fatico a riferirmi al passato? Mi sembra di vederli. Qui. Adesso.”
“Parla al presente.”
“Ho paura di tornarci. I miei ricordi sono acqua sporca.”
Elena lancia via le scarpe.
“Buttati dentro l’acqua delle fogne, con tutti e due i piedi. Così forse quando risali, risali una volta per tutte.”
“Spesso non riesco a parlare di tutto,” dico.
Idra mi passa un block notes e una penna. La plastica è fredda, liscia.
“Continuiamo con la recita dello strizzacervelli. Quello che non vuoi dire a noi scrivilo lì. Come faceva Freud. Come fanno i dottori.”
Prendo il taccuino. Pagine bianche.
Guardo loro e le carte sul tavolo. Tre di spade. Due di coppe. Denari. Sogni, affetti, soldi.
Tutto ciò che ho avuto e non ho saputo tenere.

***
Ho dormito appena due ore. Mi strappa al sonno il suono dolce di una sveglia che mio padre mi regalò da bambina: la musica de La Bella e la Bestia. La melodia mi avvolge come un abbraccio lontano, una sequenza di note sempre uguale.
Mi infilo nel box doccia, l’acqua calda scivola sulle spalle.
Un orrore sottile mi attraversa: sono lì, intrappolata da qualcosa che può inghiottirmi da un momento all’altro.
Mentre mio marito sta tornando, un messaggio mi avvisa che arriverà solo la sera. Così decido di andare dalla ginecologa da cui ho portato Liveta.
La dottoressa Canai ha una criniera raccolta biondo platino. Occhi blu che leggono dentro di me. Mi siedo di fronte a lei, le parlo cercando di non tradirmi. Poi, con un’audacia che mi sorprende, le chiedo:
“Che metodo contraccettivo invisibile ha prescritto a Liveta?”
Lei solleva un sopracciglio, calma, professionale. “Stai tranquilla, sei pulita.”
Non risponde davvero. Elude.
Insisto. “Insomma… davvero nulla che possa darmi un’indicazione? Neanche per curiosità?”
Si appoggia allo schienale, gli occhi fissi nei miei, sereni e severi. “Non tradisco il segreto professionale, anche se Liveta è una povera clandestina.”
Capisco subito: la spirale, l’unico metodo invisibile.
Accenno appena col capo, come se quella risposta muta bastasse. “La spirale… può applicarsi a donne che non hanno mai partorito?”
La Canai dice:“In passato si evitava più spesso, ma dipende dai casi. Ogni corpo ha la sua storia.”
Il cuore mi fa un tuffo.
Povera Liveta… ha già avuto figli.
Pago la visita e mi alzo, pronta a tornare a casa, sollevata. Ma una sensazione fugace mi trattiene mentre la saluto, e lei ricambia con uno sguardo che sembra concedermi il permesso di andare.
Il senso di colpa mi ha portata fin lì. Ma proprio lì, osservandola, ho una sorta di illuminazione.
Lo studio è spoglio. Gli arredi costosi sono stati scelti senza gusto. Né fiori, né foto. Dalla finestra si vede soltanto l’orrendo panorama cittadino: piccioni che sembrano topi del cielo, mezzi gracchianti, smog.
L’odore sporco della città mi riempie le narici.
La dottoressa? Ha occhi come vetri rotti.
Mi ricorda Dasho?
Sì. E no.
C’è qualcos’altro. Lo squallore che li circonda.
Molti altri professionisti hanno studi più raffinati, in zone migliori. Non che quella sia una cattiva zona — anzi, la clientela è buona — però ora lo so.
Quando l’ho scelta, mi avevano attirata quegli occhi sereni, incastonati in quel brutto luogo.

Fisso Idra.
Perché ho scelto Idra?
Glielo chiedo. Se legge la mente, può dirmi anche questo.
“Perché hai una ferita che vibra dentro”, risponde. “E quello è il tuo male interno. E per quanto brutto sia, pensi che il male esterno non potrà mai davvero farti una sorpresa peggiore. Non più brutta di quella che troveresti se ti guardassi dentro sul serio.”
Elena ha finito di addobbare l’albero di Natale.
“Ma io”, ci interrompe, “voglio sapere che fine ha fatto Francesco.”
Le cose dovevano peggiorare ancora, prima che io potessi avere la gioia di vedere la fine di Francesco.
Quel giorno tornò a casa Matteo.

Rientro a piedi, a pomeriggio inoltrato. La città mi scivola accanto, indifferente, sorda.
Mi manca il non dover andare dalle altre.
Mi manca non vedere Dasho.
Non sentire i suoi occhi azzurri ficcati dentro la mia vita.
Penso a Liveta. Mi chiedo se abbia figli altrove. Se la vita le abbia lasciato frammenti di felicità che a me sono ignoti.
Apro la porta.
Matteo è già in soggiorno. Immobile.
Sul tavolo c’è un piccolo pacco.
Getto via le scarpe. Sono stanca. Lui è stanco.
“Ho pensato di portarti qualcosa da Roma”, dice con la voce svuotata.
Sì, è colpa mia… quanto poco l’ho chiamato quella settimana? E non ci avrà fatto caso?
Apro.
Un profumo a forma di tacco a spillo. Carolina Herrera.
So quanto costa.
Lo prendo tra le mani. Il cuore mi batte forte… ma è paura, non gioia. Ogni sorriso, ogni bacio, è un promemoria del mio segreto. È nero come le notti che Matteo non deve conoscere.
Mi viene voglia di piangere.
Dentro di me c’è Dasho.
Il mare di sporcizia che ha portato nella nostra vita. Tutto nascosto. Tutto sotto il tappeto.
Matteo si avvicina. Le sue mani mi prendono il viso. È un bacio lungo. Lacrime roventi premono contro le ciglia.
Non capisce.
Io non capisco.
Eppure tutto si sta spegnendo, mentre dentro di me un’altra Angela urla. Scoppio a piangere. Lacrime silenziose, incomprensibili per lui. Mi schermisco prima che possa chiedere qualcosa.
“Mi sei mancato”, dico tesa. “Ti amo… nonostante tutto.”
E lui crede sia vero.
Io recito.
Per una volta, non fa caso a quel “nonostante tutto”. Mi bacia come se volesse divorarmi.
Le lacrime scorrono ancora. Tiro su col naso. Non voglio fermarmi, ma non voglio neppure perdere la mia casa.
Credo… con quel nonostante tutto… di aver agito come un colpevole che desidera lasciare una traccia.
Quando lo sento andare in camera lo raggiungo. Mi sdraio accanto a lui, le nostre mani sono congiunte. Mi avvicino per mangiare il suo cazzo, voglio che dopo quella settimana di pioggia e freddo possa avere un orgasmo caldissimo. Vedo nei suoi occhi qualcosa di diverso. Non paura, non rabbia, solo un’ombra che non so interpretare.
Ma io conosco tutte le attenzioni che vuole.
Prima di essere succhiato vuole essere leccato, morso e impazzisce per la sensazione di essere spompato e per la voglia di scoparmi in bocca. Gli piace dirmi che sono la migliore mangiatrice di cazzo mai incontrata nella sua vita.
Quando risalgo, non riconosco i suoi occhi.
Mentre sento le sue mani, vedo gli occhi di chi quella notte mi ha pagata. Mi chiedo se Matteo potrà mai capire… cosa rimarrebbe di noi.
Lo sento tra le cosce, caldo, duro. Si avvicina e si ritrae più volte, senza penetrarmi. È uno scherzo crudele.
Lo tiro a me per i capelli sopra la nuca e gli succhio la pelle del collo. L’amore resta stampato lì. Il segno non rimane sul collo, ma dentro.
“Scopami.”
“No.”
Il suo no taglia più del mio “ti amo nonostante tutto”.
“E perché no?”
“Perché sei una puttana.”
Mi scosto abbastanza da guardarlo dritto negli occhi.
È quasi l’ora di cena e la luce del tramonto invade la stanza: strano contrasto quel rosso col nostro divano e i nostri tappeti blu. Deve aver percepito il mio sussulto perché ride con il sorriso per il quale una volta mi sono innamorata di lui.
“Vedo… che quella lunga notte ha messo per sempre fine al nostro gioco. Eppure una volta la puttana era un bellissimo gioco per te.”
Sento la testa girare, vuota, e ricordo che vuoto ho anche lo stomaco. È vero, andavamo di notte a giocare laggiù fino a poco tempo prima e io ho l’inferno in corpo.
Il rossore sale al viso.
“Sembri un chicco di melograno”, dice Matteo.
Le lacrime mi invadono occhi e cuore di nuovo.
Mi ha mai detto prima una cosa così bella?
E qualcuno potrà mai dirmene una più bella?
Finalmente lo sento scivolare dentro di me, il mio corpo lo accoglie, morbido e pieno di umori. Il nostro orgasmo sfuma con la luce del sole.
Il sipario della notte scende.

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